Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina

COVER_afghanistan“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Parto dalle parole conclusive di Enrico Piovesana, giornalista e autore di “Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio” pubblicato da Arianna Editrice, per introdurre l’incontro/confronto ospitato al CostArena di Bologna.
Tra il 2014 e il 2015, il consumo di eroina nel Vecchio continente è raddoppiato, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo i più recenti dati resi pubblici dal CNR, l’Italia è seconda soltanto alla Gran Bretagna, in Europa, in termini di consumo. Un dato che, da solo, dovrebbe spingerci a ritroso nella via che porta la droga in Europa, attraverso quella rotta balcanica che fino a qualche anno fa era abbandonata, e ancora indietro attraverso i Paesi mediorientali per approdare in Afghanistan.
Enrico Piovesana ha iniziato a frequentare la regione di Helmand nel 2003 e ci è tornato regolarmente fino al 2013, in teoria doveva occuparsi prevalentemente di temi umanitari per Emergency, tuttavia qualcosa si è evoluto in corso d’opera: “Quando ti trovi a lavorare nella zona capitale mondiale dell’oppio, tutti ne hanno a che fare ed è vissuta come una cosa normale“.
La gente della zona ha ripreso a coltivare l’oppio dopo la guerra del 2001 (precedentemente un editto del Mullah Omar ne aveva vietato la coltivazione) e oggi si susseguono operazioni NATO, presente nell’area con contingenti prevalentemente statunitensi, britannici e canadesi, che vanno a sequestrare ampie quantità di oppio da contadini. ”Vengono colpiti soprattutto – spiega Piovesana – quelli che non hanno pagato la ‘decima’ al Governo. Ciò accade, solitamente, per due ragioni: c’è chi non ha soldi per pagarla e chi si trova a vivere in zone controllate dai Talebani e quindi è a loro che va la tassa“. Il risultato è un clima di guerriglia costante per il controllo economico della produzione dell’area.
In questa battaglia per il potere politico-economico sono molti gli attori in gioco: il governo, l’ex presidente Karzai, i potenti locali, i vari contingenti internazionali, i clan con le loro milizie private, i Talebani, la DEA e le altre agenzie anti-droga. “Il punto assurdo – commenta Piovesana – è che almeno i trafficanti andrebbero colpiti, invece si lascia tutto com’è e chi perde è la povera gente. Un esempio su tutti: il fratello dell’ex presidente Karzai è legato al mondo del narcotraffico, tutti lo sanno, ma è troppo potente per essere colpito. Un’inchiesta del 2009 del New York Times ha denunciato il fatto che Karzai, come altri narcotrafficanti legati al mondo afgano, era a libro paga della CIA.”
Non si tratta poi di un caso isolato, anche i documenti resi pubblici da Wikileaks raccontano una storia simile: in Afghanistan, il mercato dell’oppio e dell’eroina è rinato, fiorente, in questi 15 anni di presenza militare internazionale e proprio le autorità occidentali non hanno agito, se non in casi isolati, per contrastare queste attività criminose.
La priorità è, ancora oggi, quella di assicurare la sicurezza interna al Paese. Un obiettivo cui vengono sacrificati molti altri fattori fondamentali per uno state building efficace: stato sociale, lotta a criminalità e corruzione, diritti umani sono scesi nell’agenda politica lasciando un grande vuoto in cima dove logiche da realpolitik la fanno da padrone. Enrico Piovesana si spinge oltre ipotizzando che la connivenza tra le forze USA e il business di oppio ed eroina non sia determinato da un semplice laissez-faire, ma sia ormai frutto di una vera e propria strategia consapevole orchestrata dalla CIA. ”Anche nei mercati dove andavo per incontrare contadini e mercanti, ricorda il giornalista, nessuno si stupiva della presenza di un bianco. Erano assolutamente abituati. Anzi, mi raccontavano di come grossi quantitativi venivano portati nelle basi NATO“. Da lì alla Turchia, al Kosovo grazie alla mafia macedone e poi nei mercati europei: questa è la nuova/vecchia via dell’eroina.
Per il giornalista la chiave per comprendere il conflitto e il coinvolgimento dei vari attori è quella storica: “Mi sono documentato e mi sono accorto che siamo di fronte ad un sistema che si ripete dall’Ottocento e la guerra dell’oppio, sistematicamente dal 1947. I casi sono molti, dalla Sicilia a Marsiglia, poi l’Indocina, l’America Centrale. L’Afghanistan è solo l’ultimo caso in cui ci si appoggia a narcotrafficanti per opportunità politica passando dal chiudere un occhio al prendere parte alla gestione del sistema.”
Un sistema oliato ed esportabile, tant’è che le autorità antidroga russe e britanniche hanno già denunciato che l’ISIS ha messo le mani sulla tratta balcanica dell’eroina, un commercio più “sicuro” rispetto a quello del petrolio e una consistente fonte di finanziamento. “L’indignazione non basta, conclude Piovesana, tutto ciò ci tocca da vicino. Alcune statistiche parlano di 100.000 morti all’anno in Europa. Non è un prezzo troppo alto da pagare?”.
Angela Caporale

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La missione dell’ISIS

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“Nel breve termine – come dichiarato all’indomani dell’eccidio di Charlie Hebdo, dall’organo officiale di ISIS, la rivista online Dabiq, “i musulmani in Occidente si troveranno presto di fronte ad un bivio” visto che l’effetto dell’attacco è stato quello di polarizzare le reazioni della società, eliminando la “zona grigia” rappresentata da coloro che professano la pacifica coesistenza di culture e religioni diverse.
In sostanza l’organizzazione ha inteso dichiaratamente estremizzare le posizioni dei fedeli, mirando a far sì che la reazione della popolazione cristiana faccia sentire i musulmani non più benvenuti nei Paesi che li ospitano. Insomma il califfato vuole spingere i musulmani che vivono nei Paesi occidentali o a rinnegare l’Islam o “a emigrare verso lo Stato Islamico per sfuggire alla persecuzione dei governi crociati e dei propri concittadini”. Con il secondo attacco di Parigi – peraltro già anticipato da Dabiq – si è in sostanza inteso manifestamente suscitare una sempre crescente ostilità tra i musulmani e le popolazioni di altre confessioni religiose all’interno dei Paesi occidentali in cui vivono.
Nulla di nuovo in questo, è una strategia che già aveva usato Al-Qaeda nell’Iraq post-invasione, favorendo lo scoppio della guerra civile.
In una lettera a Osama Bin Laden, Abu Musa’b al Zarqawi espressamente propose di provocare tale conflittualità, con un attacco alla maggioranza scita da parte della minoranza sunnita. “Se riusciremo a trascinarli – scriveva Zarkawi – nell’arena della guerra di sette sarà possibile risvegliare i sunniti visto che si sentiranno in pericolo imminente di annientamento e morte.”
La strategia sembra in parte funzionare, viste le reazioni di parte della cosiddetta società civile che ha iniziato a inneggiare all’espulsione o al non accoglimento dei profughi o alla demonizzazione dei musulmani in generale, nonostante la maggior parte di questi ultimi non nutra simpatia alcuna per le posizioni del Califfato.
Appare pertanto evidente come il cosiddetto ‘scontro di civiltà’ venga attivamente perseguito non soltanto dalle élite occidentali ma anche dalla strategia dello Stato Islamico.
Ciò conferma l’ipotesi di una convergenza d’interessi di coloro che stanno pianificando lo scontro tra l’Occidente materialista e l’Oriente dell’idealismo capovolto.
(…)
L’unico possibile intervento efficace – come alcuni sagaci commentatori politici sostengono – sarebbe quello di realizzare un efficace embargo intorno alle aree occupate dal califfato, privando i militanti di approvvigionamenti, armi ed energia.
Ma un tale embargo, come sappiamo, sarà di difficile realizzazione per un motivo ben preciso.
Vale a dire per il fatto che l’ISIS è in realtà una creatura dell’Occidente, creata, organizzata e finanziata con lo scopo di mantenere alto il livello di paura e di insicurezza di interi popoli, pronti a rinunciare a porzioni sempre maggiori di libertà ed autonomia.
Attraverso la manipolazione mediatica si vuole palesemente ottenere determinati effetti, si vuole alimentare l’odio e la paura e, al tempo stesso, far ingrassare sempre più le corporation delle armi che oggi dispongono di budget stratosferici, che altrimenti, senza un nemico da combattere, sarebbero palesemente ingiustificabili di fronte all’opinione pubblica mondiale.
(…)
Gli USA sono il vero e proprio ‘cervello’ di tutta questa operazione. Dopo aver causato, con l’invasione dell’Iraq del 2003, ma soprattutto con l’eliminazione – dalla sera alla mattina – di tutti i quadri dell’esercito iracheno, che sono passati armi e bagagli alle schiere dei ribelli, ha consentito l’uso delle proprie basi militari in Turchia, Giordania, Qatar, Iraq e Arabia Saudita. Arma i cosiddetti ‘ribelli siriani’ che poi passano all’ISIS. Senza parlare di testimonianze di ufficiali iracheni che sostengono che l’aeronautica USA rifornisca l’ISIS con lanci di materiali ed armi dal cielo.
Le azioni di questi Paesi, affiancati dalla manipolazione mediatica e dai servizi segreti collusi ha reso possibile ai cittadini dell’Occidente la percezione di una nuova contrapposizione tra due blocchi avversari, procedendo nel percorso verso un Nuovo Ordine Mondiale nel quale una sempre maggiore egemonia dei superstati sostituirà le autonomie delle nazioni e i margini di libertà dei popoli.
E l’ISIS è un prezioso alleato in questo percorso.
Perché dovrebbero privarsene?”

Da Nel nome dell’ISIS, di Piero Cammerinesi.

La fabbrica del terrore

Le parole di Webster G. Tarpley.
Oggi come allora.

Un finale hollywoodiano – ovvero come ti fabbrico il terrorista

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Un “finale hollywoodiano” era quello che ci si aspettava dal piano terroristico del ventisettenne di origine kosovara, instabile mentalmente, che avrebbe dovuto farsi saltare in aria in un affollatissimo Casinò di Tampa in Florida.

Nel corso degli otto minuti del “video da martire”, girato nel Days Inn di Tampa, il giovane, Sami Osmakac, promette, infatti, di vendicare le uccisioni di fratelli musulmani in Afghanistan, Irak, Pakistan e in ogni altra parte del mondo.
“Occhio per occhio, dente per dente, una donna per ogni donna, un bambino per ogni bambino”.
Registrato il video, Sami aveva in programma di recarsi all’Irish bar di Tampa e poi al Casinò locale, dove avrebbe preso degli ostaggi prima di farsi esplodere all’arrivo della polizia.
Per questo piano, peraltro non portato mai a termine, oltre che per possesso di armi di distruzione di massa – un’auto-bomba, sei granate, un giubbotto esplosivo e varie armi tra cui un AK-47 – il giovane è stato condannato, il 26 Novembre scorso, a 40 anni di carcere dalla corte di Tampa (1).
Fin qui nulla di strano.
Solo che oggi emerge – da un clamoroso scoop di The Intercept, il nuovo giornale di Glenn Greenwald, meglio noto come colui che realizzò le prime interviste ed il ‘lancio’ di Edward Snowden – che il giovane squilibrato kosovaro era stato irretito, condizionato, finanziato e armato niente meno che da una rete di agenti FBI sotto copertura.
Dov’è la novità? direte voi.
La novità è che questa volta c’è la smoking gun, la pistola fumante, vale a dire le intercettazioni che mettono nei guai i federali.
Il meccanismo è sempre lo stesso. S’individuano giovani instabili mentalmente, preferibilmente di origine araba, spesso in disperate condizioni economiche e li si trasforma, con tecniche di controllo mentale, in informatori e talent scout di potenziali terroristi. I soggetti che questi infiltrati trovano vengono poi armati e motivati per compiere attentati o – come nel caso di Sami – per divenire capri espiatori per la war on terror, che ha bisogno di divorare quotidianamente nuove vittime per mantenere sempre alto il livello dell’emergenza, della paura instillata nelle masse.
Pronte a barattare sempre maggiori spazi di libertà a fronte di una presunta sicurezza.
Le operazioni condotte da informatori sotto copertura sono dunque al centro del programma antiterrorismo dell’FBI. Dei 508 imputati processati per casi terrorismo nel decennio dopo l’11 Settembre, in ben 243 casi erano coinvolti informatori dell’FBI, mentre 158 sono stati gli obiettivi di operazioni sotto copertura. In questi ultimi un informatore dell’FBI o un agente sotto copertura ha spinto 49 imputati a realizzare o pianificare atti di terrorismo, in modi analoghi a quello che è stato attuato con Sami Osmakac.
Naturalmente, l’FBI ufficialmente pretende di pagare informatori e agenti sotto copertura per sventare gli attacchi prima che si verifichino. Ma le prove indicano chiaramente – e un recente rapporto di Human Rights Watch lo dimostra (2) – che l’FBI, piuttosto che acciuffare aspiranti terroristi imbranati, induce ad azioni terroristiche soggetti malati di mente o economicamente disperati. Individui che da soli non potrebbero mai realizzare piani criminali complessi.
Nel caso di Osmakac, gli stessi agenti dell’FBI confermano pienamente questo stato di cose, anche se non lo ammetteranno mai pubblicamente. In questa operazione, l’agente sotto copertura dell’FBI agisce con lo pseudonimo di “Amir Jones”. È il tipo dietro la telecamera nel video che annuncia il martirio di Sami. Amir, che si presenta come il rivenditore delle armi da utilizzare nell’azione terroristica, nasconde su di sé un registratore.
Oltre ai dialoghi con Sami, il dispositivo registra però anche le conversazioni che si svolgono nella sede dell’FBI a Tampa, tra agenti e collaboratori che credono di parlare in assoluta privacy.
Ora, queste conversazioni permettono di ricavare un’immagine estremamente precisa e accurata di quella che sono le operazioni anti-terrorismo dell’FBI, e mostrano come, a volte, anche agli occhi degli stessi agenti dell’FBI coinvolti, i soggetti di queste operazioni sotto copertura non siano sempre inquietanti e minacciosi come li si vuole far apparire.
Nell’audio – del 7 Gennaio del 2012 – che segue la registrazione del video del martirio di Sami, l’informatore “Amir” e altri si fanno beffe di tale video, che l’FBI ha realizzato per Osmakac.
Ecco alcune battute:
“Quando stava indossando la roba, si muoveva in modo nervoso” dice qualcuno ad Amir. “Continuava a indietreggiare …”
“Sì”, risponde Amir.
“Sembrava nervoso davanti alla telecamera” qualcun altro aggiunge.
“Sì, era eccitato. Penso che si sia eccitato quando ha visto la roba”, risponde Amir, riferendosi alle armi che erano lì sul letto della stanza dell’hotel.
“Oh, sì, lo puoi dir forte” dice una terza persona. “Era proprio come, come, come un bambino di sei anni in un negozio di giocattoli”.
In altre conversazioni registrate, Richard Worms, il supervisore della squadra dell’FBI, descrive Osmakac come un “mentecatto ritardato” che non “riuscirebbe neppure a pisciare nel vaso”.
Poi ci sono degli agenti che sottolineano che la pubblica accusa – nonostante gli obiettivi di Osmakac siano “inconcludenti”, e le sue ambizioni terroristiche dei “miraggi” – ha bisogno di avere un “finale Hollywoodiano” dell’operazione.
La registrazione del colloquio indica, poi, come gli agenti dell’FBI facciano fatica persino a mettere 500 dollari in mano a Sami per dare un acconto sulle armi.
Quelle stesse armi che il Tribunale ha poi considerato la dimostrazione delle capacità terroristiche di Osmakac e del suo impegno a compiere la strage pianificata.
“Il denaro è la prova che lui è disposto a farlo, perché anche se non siamo in grado di farlo ammazzare qualcuno, possiamo mostrare che paga le armi” afferma l’agente speciale dell’FBI, Taylor Reed, in una conversazione.
Chi avrebbe mai immaginato che queste trascrizioni potessero essere rese pubbliche?
Ma a volte il diavolo, come si sa, fa le pentole…
Naturalmente, appena ciò è avvenuto, grazie al coraggio di un bravo giornalista, Trevor Aaronson, il governo ha sostenuto che le registrazioni potrebbero danneggiare il governo degli Stati Uniti, rivelando le “strategie e i metodi di indagine delle forze dell’ordine”.
Ma esse, fornite da una fonte confidenziale a The Intercept in collaborazione con l’Investigative Fund, costituiscono una preziosa rivelazione di ciò che accade dietro le quinte di una operazione antiterrorismo sotto copertura dell’FBI, rivelando come gli agenti federali abbiano sfruttato il loro rapporto con un informatore prezzolato, lavorando per mesi con l’obiettivo di trasformare lo sventurato Sami Osmakac in un terrorista.
Naturalmente né l’FBI di Tampa né il quartier generale dell’FBI a Washington hanno risposto alle richieste da parte di The Intercept di un commento sul caso Osmakac o sulle osservazioni fatte da agenti e collaboratori dell’FBI sull’operazione sotto copertura.
Guardate il filmato con le trascrizioni delle intercettazioni, è davvero istruttivo.
Purtroppo per l’FBI e per la fortuna di decine di persone innocenti, in questo caso il “finale hollywoodiano” è mancato, ma non certo per merito dei difensori della legalità e della giustizia, ma solo perché il capro espiatorio scelto era troppo imbranato persino per farsi esplodere in un bar.
Piero Cammerinesi

Fonte

“Causerà violenza e morte”

waterboardingMentre negli Stati Uniti non si placano le polemiche (e le proteste) per l’operato delle forze dell’ordine alle prese con cittadini di colore, oggi la Commissione Intelligence del Senato promette di diffondere una sintesi della pluriennale ricerca condotta sull’utilizzo di tecniche di tortura su presunti terroristi, a partire dal fatidico 11 Settembre.
Dopo un lavoro di indagine costellato da episodi surreali, quali indebiti accessi da parte della CIA alle strumentazioni informatiche degli stessi senatori, ora i Repubblicani -forti della maggioranza parlamentare- avvertono che la diffusione del rapporto “causerà violenza e morte”.
Resta il dubbio se si tratti di un timore o di un auspicio.

Il premio degli USA per i governi che si disarmano

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L’America ama i nemici. Senza i nemici è un Paese privo di scopi e di direzione. Le diverse componenti della Sicurezza nazionale hanno bisogno di nemici per giustificare i loro bilanci gonfiati, per esagerare l’importanza del loro lavoro, per proteggere le proprie cariche, per assegnarsi una missione dopo il crollo dell’Unione Sovietica:
in una parola, per reinventare se stesse.
William Blum,
Con la scusa della libertà

Il 29 Gennaio 1991, in un celebre discorso davanti al Congresso riunito in seduta plenaria, George Bush senior proclamava un Nuovo Ordine Mondiale. L’Unione Sovietica era in dissoluzione e gli Stati Uniti d’America si avviavano ad estendere la loro supremazia sul mondo intero.
Era da poco iniziata la Guerra del Golfo e gli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, erano riusciti a mettere insieme un’enorme coalizione internazionale dove le due superpotenze non erano schierate su fronti contrapposti.
Terminata la guerra, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nell’Aprile del 1991, approvava la risoluzione n. 687 che creava l’UNSCOM (United Nations Special Commission), l’organizzazione per le ispezioni militari. Lo scopo era quello di rendere illegali le armi di distruzione di massa per l’Irak. Secondo tale risoluzione, Baghdad avrebbe dovuto consegnare tutte le proprie armi alle Nazioni Unite. L’Irak sceglieva di distruggere unilateralmente le proprie apparecchiature belliche. In seguito l’ONU avrebbe verificato la demolizione attraverso una lunga serie di ispezioni.
Il disarmo non servirà a Saddam Hussein per difendersi da una nuova aggressione americana. Continua a leggere

Le ragioni dell’altra parte

nemicoDavanti alle immagini angoscianti e ossessive della guerra senza fine al ‘terrorismo’, che l’America ha decretato all’indomani dell’11 Settembre, mi torna alla mente un pezzo che Tiziano Terzani scrisse alla vigilia dell’attacco all’Afghanistan. Raccontava le impressioni di due mezze giornate passate fra i seguaci di Osama bin Laden, in uno dei campi di addestramento al confine fra Pakistan e Afghanistan:
“Ne uscii sgomento ed impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e a tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell’Islam.
Avevo provato sulla mia pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine che, con l’America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato era quella versione fondamentalista e militante dell’Islam.” [1]
C’erano in quelle parole una volontà di capire, di andare oltre la verità ‘ufficiale’, di vedere anche le ragioni dell’altra parte, che oggi, a tredici anni di distanza, sembrano molto lontane.
Un califfato medievale che muove all’assalto dell’Occidente, teste mozzate, donne rapite, cristiani seppelliti vivi o crocefissi, intere etnie annientate.
Terrore, sgomento, angoscia: questi i messaggi trasmessi dai media, il cui fine consiste nell’inculcare nella mente della gente semplice una fiducia totale nei confronti del potere salvifico degli Stati Uniti e dei suoi alleati, unici depositari dei ‘valori’ umani minacciati.
Quale dialogo ci può essere con un ‘Califfato del Terrore’? Nessuno, non serve dirlo. Nessuno, se l’altro viene ridotto a non umano, a terrore allo stato puro.
Con queste parole non voglio giustificare nessuno. Voglio solo far sentire un’altra voce, cercare di andare oltre l’apparenza ci ciò che ci viene mostrato. Come è possibile far finta di non sapere che in questo momento in Irak migliaia di persone stanno vivendo nel terrore o morendo sotto i bombardamenti americani? Come è possibile considerare giusto attaccare con i droni un popolo o anche un esercito di guerriglieri, senza scendere sul campo di battaglia, cioè da vigliacchi, e pensare o pretendere che non ci sia alcuna reazione? Come è possibile credere che lo Stato Islamico abbia conquistato i suoi territori in un mese e sia pronto a conquistare il mondo intero se la sua fondazione fu annunciata già dal 2006? E se lo Stato Islamico voleva attuare il genocidio delle minoranze, perché dopo otto anni tali minoranze occupano ancora i loro territori? E se persecuzioni in passato ci sono state, perché il democratico e umanitario Occidente non ha battuto ciglio?
Stranamente, tutti gli eccidi, tutte le atrocità, ancora una volta, compaiono quando gli Stati Uniti si apprestano a scatenare l’ennesima guerra. E per convincere, la minaccia si fa sempre più grande. E non penso sia un caso che il premio Nobel per la pace Obama abbia impedito di pubblicare le foto di Abu Ghraib: sono così orrende, così indecenti, così vergognose, come ha detto il generale che ha condotto l’inchiesta, che metterebbero a rischio non solo le truppe americane, ma la stessa politica estera statunitense.
In Occidente, la gente, così plagiata dai mezzi d’informazione da far apparire più libera la Corea del Nord, può essere ancora convinta, ma siamo sicuri che il mondo islamico, soprattutto quei Paesi che tanto hanno sofferto per le invasioni americane, siano ancora disposti a continuare a subire ogni sorta di sopruso? E perché dovrebbero crederci?
Dell’Occidente, finora, hanno visto solo il volto rapace e assassino.
Marcella Guidoni

[1] Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Milano 2002, p. 24

Bradley Manning linciato dal governo statunitense

Di Pepe Escobar, per rt.com

Il verdetto per Manning era predeterminato, e il processo farsa in un tribunale fantoccio – una rivisitazione postmoderna in salsa americana della Cina negli anni ’60 durante la Rivoluzione Culturale – già segnato, sigillato e consegnato.
Il Presidente degli Stati Uniti aveva già detto che [Manning] era colpevole. I media corporativi USA avevano strepitato per tre anni circa la sua colpevolezza. Adesso il governo statunitense – che ha criminalizzato Manning per i suoi “intenti malvagi” – ha dimostrato che sono cavoli amari per chiunque osi rivelare i crimini di guerra americani, che sono, per definizione, impunibili.
E se ci fosse bisogno di ulteriore dimostrazione del “luminoso” futuro che attende Edward Snowden – come se non bastasse la patetica lettera con la quale il Procuratore Generale USA Eric Holder promette che Snowden non sarà torturato se estradato negli Stati Uniti.
Tutto ciò nel momento in cui l’Angelo della Storia ha gettato ancora una volta un lampo di ironia; Bradley Manning è stato dichiarato colpevole di non meno di 19 capi d’imputazione da un giudice militare, giusto la porta accanto alla Centrale dello Spionaggio, il quartier generale della NSA a Fort Meade, nel Maryland. Continua a leggere

Per il Pentagono l’intero mondo è un campo di battaglia

Di Pepe Escobar per RT.com

Scordiamocelo! La Guerra Globale al Terrore non sta diventando più ‘democratica’, né tantomeno trasparente.
Il presidente statunitense Barack Obama ora promette di trasferire la responsabilità delle oscure ‘Guerre dei Droni’ dalla CIA al Pentagono, cosicché il Congresso sia in grado di controllarlo.
Praticamente fino a ieri l’amministrazione Obama neanche riconosceva in pubblico l’esistenza dei conflitti ombra ‘Guerre dei Droni’.
Il Comando Congiunto delle Operazioni Speciali al Pentagono -che dovrebbe essere messo a capo delle ‘Guerre dei Droni’- è destinato a rimanere segreto.
E il Pentagono non è esattamente desideroso di ritoccare la sua definizione di “militante”, quale primo candidato per essere “obiettivo di assassinio”; “qualsiasi maschio in età da militare in una zona di combattimento”. “Musulmano” maschio, non c’è bisogno di dirlo.
La retorica di Obama è una cosa. Le ‘Guerre dei Droni’ della sua amministrazione è tutta un’altra cosa.
Adesso il Presidente insiste che la Guerra Globale al Terrore non è più una “guerra globale senza confini”.
Questa è retorica. Per il Pentagono “l’intero mondo è un campo di battaglia”.
Questo è il concetto operativo sin dall’inizio della Guerra Globale al Terrore, e incorporato nella dottrina del Pentagono del Dominio di Pieno Spettro.
E se l’intero globo è un campo di battaglia, tutte le sue cause e conseguenze sono interconnesse. Continua a leggere

Dietro le quinte di Hollywood

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Sono diversi gli enti governativi statunitensi che possiedono uffici di collegamento a Hollywood, dall’FBI alla NASA per arrivare alle varie agenzie di intelligence. Pochi di loro, comunque, hanno qualcosa di significativo da offrire, e così la loro influenza sull’industria cinematografica americana risulta minima. La maggiore eccezione è rappresentata dal Pentagono, che mantiene un aperto ma scarsamente pubblicizzato rapporto con Hollywood nel cui contesto, in cambio di consigli, uomini e mezzi di inestimabile valore, quali aerei ed elicotteri, il Pentagono chiede di prassi che le sceneggiature vengano alterate in senso a lui favorevole. In questo ambito rimane insuperata Top Gun, la pellicola interpretata nel 1986 da Tom Cruise, allora nascente “divo di Stato” (secondo l’azzeccata definizione di John Kleeves).
Lo svolgimento di questo genere di attività governative, per quanto moralmente discutibile, è almeno di pubblico dominio. Ciò non può essere detto a proposito dei maneggi fra Hollywood e la CIA che, fino a tempi recenti, erano largamente misconosciuti da parte dell’agenzia di spionaggio. Solo nel 1996, la CIA ha reso noto – con poca enfasi – il campo di responsabilità del suo ufficio di collegamento con i media, da poco istituito, retto dall’agente veterano Chase Brandon.
La decisione della CIA di lavorare pubblicamente con Hollywood fu preceduta, nel 1991, dal “Rapporto sulla più grande trasparenza della CIA” stilato da una task force – creata appositamente dall’allora direttore Robert Gates – che aveva dibattuto (segretamente!) sulla questione se l’agenzia dovesse essere meno reticente. Nel rapporto, la CIA ammetteva di aver “modificato alcuni soggetti riguardanti l’agenzia, sia a carattere documentaristico che di finzione, su richiesta degli stessi estensori che chiedevano un aiuto in termini di accuratezza ed autenticità”.
E’ però con l’undici settembre 2001, e con la successiva “Guerra Globale al Terrore” dichiarata dall’amministrazione Bush, che il legame tra Hollywood ed il governo USA fa un salto di qualità. Continua a leggere

Sangue, sudore e lacrime: le perdite umane della “Guerra Globale al Terrore”

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Secondo la rivista francese Navires & Histoire n° 52 di Febbraio 2009, le truppe statunitensi avrebbero subito, dall’inizio della guerra all’Iraq al 12 gennaio 2009: 6.761 soldati uccisi (156 suicidi), 66.115 mutilati o feriti gravemente, 26.224 sono i disertori e i renitenti. Inoltre il 15% dei soldati di ritorno dall’Iraq o dall’Afghanistan, presentano problemi di tossicodipendenza, soprattutto dall’eroina. A questi numeri vanno aggiunti 450 soldati uccisi e 5.892 feriti della coalizione alleata agli USA. Va aggiunto che almeno 4.000 soldati inglesi presentano problemi mentali.
Le agenzie dei contractors e dei mercenari hanno subito, su tutti i fronti della “Guerra Totale al Terrore”, al 12 gennaio 2009, 5.054 morti (ufficialmente 962) e 11.281 feriti. Di questi morti, 1.264 sono statunitensi (ufficialmente 445 e 3.307 feriti), spesso presentati come centroamericani.
I camionisti stranieri, uccisi in Iraq, sono 1.002 e 1.536 feriti, cui vanno aggiunti 154 membri delle Nazioni Unite uccisi e 244 giornalisti.
Bisogna aggiungervi 5.981 volontari e civili arabi morti in Iraq.
Gli iracheni hanno avuto 415.482 morti entro il 12 gennaio 2009: 41.638 i soldati e i miliziani uccisi dal 1 maggio 2003 al 12 gennaio 2009. I guerriglieri morti in combattimento o per le ferite riportate sono 31.410. I civili uccisi dal 1 maggio 2003 al 12 gennaio 2009 sono 173.494 e altri 168.940 a causa delle condizioni generali imposte dalla guerra.
In totale, afferma la rivista francese alla data del 12 gennaio 2009, nella guerra e nell’occupazione dell’Iraq sono morti 415.482 iracheni.

Dall’ottobre 2001 al 12 gennaio 2009 gli statunitensi, i loro alleati e i contractors hanno subito 13.729 caduti e 98.384 feriti su tutti i fronti della “Guerra Totale al Terrore”.

In Afghanistan, dal 1° ottobre 2001 al 12 gennaio 2009, le truppe della coalizione hanno avuto 847 soldati statunitensi caduti (33 suicidi) e 8.321 feriti, la coalizione ha subito 536 morti e 6.111 feriti.
Dal 1° ottobre 2001 al 12 gennaio 2009 sono morti 72.350 tra civili, ribelli e militari, afghani e pakistani.

Inoltre negli altri teatri della “Guerra Globale al Terrorismo” le cifre, al 12 gennaio 2009 erano le seguenti:
Yemen, Africa e Filippine: 16.525 morti;
nel resto del mondo: 3.252 morti;
– a causa di attentati: 6.997 morti;
Libano/Israele/Palestina (dal luglio 2006 al 12 gennaio 2009): 6.597 morti;
Somalia (dal novembre 2006 al 12 gennaio 2009): 14.856 morti;
– persone scomparse, arrestate o rapite nel quadro della ‘Guerra Globale al Terrorismo’ 26.280.

Totale dei morti a causa della “Guerra Globale al Terrorismo”: 561.928 uccisi.

[A cura del Bollettino Aurora]

L’AFRICOM e “la portaerei nel Mediterraneo”

Dopo quattro anni in cui il Pentagono gli ha cercato una sede in giro per il continente ed in attesa di porlo nella base di Camp Lemonier a Gibuti, lo scorso 1 ottobre 2008 si è insediato AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, diretto dal generale William E. (Kip) Ward. Per ora a Stoccarda, città tedesca che ospita anche il comando per l’Europa, detto EUCOM. La centrale d’intelligence per le operazioni in Africa è tuttavia presente da cinque anni nella base aeronavale di Sigonella. Nel più assoluto segreto, stazioni di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion coordinano la “Guerra globale al Terrorismo” in un’area compresa tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa.
Il generale James L. Jones, comandante dell’EUCOM, in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato, l’1 marzo 2005, aveva dichiarato che “EUCOM ha istituito nel dicembre 2003 la Joint Task Force denominata Aztec Silence, ponendola sotto il comando della VI Flotta USA, per contrastare il terrorismo transnazionale nei Paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali”. Il generale statunitense si era poi soffermato sulle unità d’eccellenza prescelte per coordinarne le operazioni. “A sostegno di JTF Aztec Silence, le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della US Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali”.
Sino allo scorso anno, la “JTF Aztec Silence” si basava sullo sforzo operativo di differenti squadroni di pattugliamento aereo della US Navy che venivano trasferiti in Sicilia per periodi di circa sei mesi da basi aeronavali statunitensi. Il 7 dicembre 2007, tuttavia, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha istituito il “Patrol Squadron Sigonella (Patron Sig)”, assegnando in pianta stabile in Sicilia uomini e mezzi provenienti da tre differenti squadroni di pattugliamento aeronavale (il VP-5, il VP-8 e il VP-16), più il personale del “Consolidated Maintenance Organization” di Jacksonville (Virginia), addetto alla manutenzione dei velivoli.
Le operazioni del “Patron Sig” sono pianificate e dirette dal “Sigonella’s Tactical Support Center” (TSC), uno dei nodi a livello mondiale della Rete di comando e controllo della Marina USA. “TSC Sigonella – spiega il comando delle forze navali USA in Europa – fornisce 24 ore su 24 il supporto alle operazioni di comando, controllo, comunicazione, computer ed intelligence (C4I) per il pattugliamento aereo marittimo nel teatro europeo ed in buona parte del continente africano”.

Alla “JTF Aztec Silence” sono attribuite le missioni della “Operation Enduring Freedom – Trans Sahara” (OEF-TS), il complesso delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dai suoi partner africani nella vasta area del Sahara-Sahel. In OEF-TS le forze armate USA possono contare sulla collaborazione di ben undici Paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. Grazie ad OEF-TS, Washington addestra, equipaggia ed assiste gli Stati partner.
Più propriamente, OEF-TS è la componente militare della più ambiziosa “Trans Sahara Counter Initiative” (TSCTI), il piano a lungo termine degli Stati Uniti d’America per “prevenire i conflitti” nella regione, “attraverso un’ampia gamma di strumenti politici, economici e per la sicurezza”. Il TSCTI prevede al suo interno una “componente civile”, in cui è importantissimo il ruolo di USAID, l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo. All’iniziativa trans-sahariana sono stati destinati 31 milioni di dollari nel 2006, 82 milioni nel 2007 ed è prevista una spesa di circa 100 milioni all’anno dal 2008 al 2013. A ciò si aggiungono i 1.300 milioni di dollari già approvati dal Congresso per l’anno 2009 per l’esecuzione di “programmi militari bilaterali” con i Paesi africani e l’attivazione del nuovo comando AFRICOM a Stoccarda.

Se per le attività belliche nello scacchiere nord-occidentale EUCOM ha creato la “JTF Aztec Silence”, nel Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo di Aden opera dal 2002 la “Combined Joint Task Force – Horn of Africa” (CJTF-HOA). Della CJTF-HOA fanno parte oltre 1.800 militari di esercito, marina ed aeronautica USA, più i rappresentanti dei Paesi membri della coalizione (Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Uganda, Somalia, Sudan, Tanzania, Yemen, Seychelles, Isole Comore, Mauritius e Madagascar). I comandi ed i centri operativi della sono stati insediati a Camp Lemonier, dove sono in corso alcune delle opere infrastrutturali più costose delle forze armate USA (oltre 120 milioni di dollari nel 2007 per la realizzazione di piste e parcheggi aeroportuali, impianti elettrici e depositi carburanti). Ad esse non hanno fatto mancare il loro apporto i reparti di stanza a Sigonella, primi fra tutti i “Seabees” del Genio della Marina e l’“Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8” (EODMU8), il reparto speciale utilizzato per l’individuazione di esplosivi “nemici”, la manutenzione di mine, armi convenzionali, chimiche e nucleari e la loro installazione a bordo di portaerei e sottomarini.
EODMU8 opera senza interruzione a Gibuti dalla primavera del 2004 ed è intervenuto anche nell’addestramento di unità speciali “anti-terrorismo” dei Paesi alleati USA della regione. In particolare, il gruppo mobile di Sigonella ha operato a fianco delle forze armate di Etiopia e Kenya alla vigilia dell’attacco scatenato a fine 2006 contro le Corti Islamiche somale. Proprio in preparazione dell’intervento militare USA in Somalia, dal maggio al novembre 2006 furono trasferiti dalla Virginia in Sicilia i reparti di volo del “Patrol Squadron 16 VP-16” (oggi in buona parte confluiti nel “Patrol Squadron Sigonella”).

E sempre Sigonella pare destinata ad ospitare anche il nuovo sistema di sorveglianza Alliance Ground Surveillance (AGS), dopo che la candidatura avanzata dal ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ricevuto il gradimento da parte del suo omologo statunitense Robert Gates. E’ l’esito della visita ufficiale condotta oltre oceano dal titolare della Difesa alla fine di ottobre, che è così riuscito a superare la “concorrenza” dei tedeschi. L’AGS è un sistema finalizzato a potenziare la capacità di proiezione della NATO “fuori area”, rendendo più incisivo il ruolo svolto dalla forza di risposta rapida NRF. Che il costo di questo progetto sia sostenibile come auspicato da La Russa appare quantomeno improbabile, la NATO stessa definendolo come uno dei suoi programmi più costosi, per una spesa totale di almeno 4 miliardi di euro.

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“Stando a quanto preannunciato dal Comando dell’US Air Force in Germania, a Sigonella opererà uno squadrone con cinque velivoli. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota che US Air Force e US Navy schiereranno periodicamente per missioni di spionaggio e “anti-terrorismo” in Europa, Medio Oriente e continente africano.
I Global Hawk hanno assunto un ruolo determinante nelle strategie di guerra degli Stati Uniti d’America. Realizzati negli stabilimenti della Northrop Grumman di San Diego (California) e della Raytheon Systems di Falls Church, Virginia, possiedono grande autonomia di volo ed un estesissimo raggio di azione. I Global Hawk sono strumenti teleguidati con caratteristiche simili ai missili da crociera Cruise, poiché volano secondo mappe predeterminate che possono mutare in qualsiasi momento su ordine dei centri operativi terrestri.
Il nuovo velivolo senza pilota sarà il nucleo vitale del sistema AGS – Alliance Ground Surveillance (sorveglianza alleata terrestre), che la NATO prevede di rendere operativo sin dal prossimo anno. Il sistema diverrà lo strumento d’intelligence prioritario per gli interventi della Forza di Risposta Nato (NRF) attivata recentemente dall’Alleanza Atlantica. Il ministro della difesa La Russa vuole a tutti i costi che il Centro di comando AGS venga ospitato in Italia. Dove? Ma a Sigonella naturalmente.”
Tratto da È ufficiale: a Sigonella i Global Hawk dell’US Air Force, di Antonio Mazzeo.
(Dello stesso autore, di pochi giorni successivo, Dopo Sigonella, anche a Decimomannu i Global Hawk USA).

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“Era prevedibile che con l’istituzione del nuovo comando militare USA per le operazioni nel continente africano, AFRICOM, una parte delle attività di direzione, controllo ed intervento venissero ospitate dalle maggiori installazioni che le forze armate statunitensi possiedono in Italia. Dopo l’istituzione a Vicenza del Comando per le operazioni terrestri in Africa, e a Napoli di quello per le operazioni navali, gli Stati Uniti d’America puntano a trasformare la stazione aeronavale di Sigonella in uno dei principali scali europei dell’Air Mobility Command (AMC), il Comando unificato che sovrintende alle operazioni di trasporto aereo negli scacchieri di guerra internazionali.
“Con la piena operatività di AFRICOM, le accresciute necessità d’intervento nel continente africano richiedono lo spostamento del personale AMC dall’Inghilterra e dalla Germania verso il sud, in Spagna, Italia e Portogallo”, ha annunciato il colonnello Keith Keck, comandante della divisione di pianificazione strategica dell’Air Mobility Command, con sede presso la base aerea di Scott, Illinois. Le installazioni destinate alla dislocazione di uomini e mezzi? A rispondere è il comandante Stephen McAllister, dell’ufficio di pianificazione dell’Air Mobility Command: “Le basi che potrebbero ricevere un afflusso di uomini dell’AMC includono la stazione navale di Rota e l’aeroporto di Morón in Spagna, lo scalo di Lajes Field, nelle Azzorre (Portogallo) e la Naval Air Station di Sigonella, in Italia”.
L’uso del condizionale lascerebbe pensare ad una scelta non ancora definitiva, ma in un’intervista rilasciata al periodico statunitense Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore della mobilità e del trasporto aereo USA, ha dichiarato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command – ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.”

Da Prosegue la colonizzazione militare della Sicilia di Antonio Mazzeo.

Soldati americani in giro per il mondo

Trimestralmente il Ministero della Difesa statunitense diffonde uno stringato censimento del personale militare attivo alle proprie dipendenze, diviso per area geografica e per Paese.

Giusto per puntualizzare i dati più significativi, considerando le aggregazioni maggiori:
– il grosso dei soldati statunitensi (più di un milione) opera nella madrepatria;
– quelli in Europa sono poco meno di 85.000, oltre la metà dei quali appartengono all’US Army, altri 31.000 abbondanti all’US Air Force ed il rimanente diviso tra US Navy (oltre 5.000) e Marines (briciole);
– altra grossa fetta è rappresentata dall’Estremo Oriente e dall’area del Pacifico, che ospitano più di 70.000 militari, abbastanza equamente distribuiti fra i quattro corpi: 20.000 circa per esercito ed aviazione, 15.000 circa per marina e Marines;
– le rimanenti quattro aree geografiche registrano presenze assai più modeste: Nord Africa, Vicino Oriente ed Asia meridionale per poco meno di 8.000 unità; Africa sub-sahariana per circa 2.700; il cosiddetto Emisfero Occidentale (in pratica, l’America centrale e meridionale) per poco più di 2.000; infine i territori delle ex repubbliche sovietiche a malapena per 154 unità;
– vi è infine un dato residuale ma significativo, che comprende i militari cosiddetti “non distribuiti” i quali ammontano ad oltre 122.000 unità. Di questi la maggior parte dovrebbero essere imbarcate sulle varie Flotte statunitensi che solcano le acque internazionali, visto che quasi 88.000 fanno capo alla US Navy e quasi 26.000 ai Marines.

Esaminiamo ora le presenze nei singoli Paesi:
– partendo dall’Europa, è ancora massiccia la presenza statunitense in Germania (56.200 militari, quasi per intero quelli che stazionano sul nostro continente in capo all’US Army e circa la metà di quelli che appartengono all’USAF); seconde “a pari merito” vengono Italia e Gran Bretagna, con poco meno di diecimila soldati ciascuna: in Italia stazionano poco meno della metà degli appartenenti all’US Navy in Europa, mentre in Gran Bretagna i militari sono quasi tutti in forza all’USAF (e, sia detto per inciso, in gran numero impegnati in attività di intelligence, presso le basi di Menwith Hill – che ospita importanti infrastrutture della rete Echelon – e di Lakenheath, che è anche il più importante deposito di armamenti nucleari statunitensi rimasto in Europa dopo il probabile smantellamento di quello di Ramstein, in Germania);
– trasferendoci in Estremo Oriente, si trovano gli oltre 33.000 militari stazionanti in Giappone, di cui circa 14.000 Marines (quasi tutti quelli dispiegati nella regione), ed i 26.339 in Corea del Sud, per due terzi appartenenti all’US Army;
– infine, segnaliamo il caso di Gibuti, il piccolo Stato africano posto all’ingresso del Mar Rosso e di fronte alla penisola Arabica, dove l’ex base della Legione Straniera francese di Camp Lemonier – allargata di cinque volte tanto – ospita 2.400 militari di cui 750 Marines, 700 marinai, 600 fanti e 350 aviatori; qui gli Stati Uniti vorrebbero porre la sede del nuovo comando AFRICOM, per ora collocata in Germania insieme a quella dell’EUCOM.

Tirando le somme: 290.178 militari statunitensi stazionano in Paesi stranieri, e di questi 81.709 operano sul territorio di Paesi membri della NATO. Addizionati a quelli operativi nella madrepatria, si raggiunge la cifra di 1.373.205 che costituiscono gli effettivi delle Forze Armate statunitensi.
Di questi, 195.000 sono dispiegati nell’operazione Iraqi Freedom e 31.100 in quella Enduring Freedom in Afghanistan. Una percentuale di poco inferiore al 10% di questi due dispiegamenti è effettuata a partire da truppe dislocate sul territorio di Paesi stranieri, in particolare Germania, Italia e Giappone (nonché Corea del Sud e Gran Bretagna). Il che basterebbe a rendere i Paesi in questione complici della cosiddetta “Guerra Globale al Terrore” decretata dall’amministrazione statunitense dopo l’11 Settembre 2001, anche se non fossimo in presenza – come nel caso dell’Italia sicuramente siamo – di un contributo militare attivo ai disegni egemonici a stelle e strisce.

Il documento, la cui ultima edizione risale a marzo 2008, è disponibile qui.

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