“Dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo, l’Afghanistan resta in condizioni disperate”

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Forze esterne non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi, ma questo è ciò che sta accadendo in Afghanistan, Medea Benjamin, co-fondatrice della ong progressista Code Pink ha detto a RT.
Lunedì [scorso, 21 dicembre – ndr] due attacchi sono avvenuti in Afghanistan. Tre razzi hanno colpito la zona diplomatica di Kabul poco distante dal centro della città. Ciò è successo dopo che un attentatore suicida in moto aveva effettuato un attacco alla base aerea di Bagram uccidendo sei soldati americani.
Nel frattempo, i Talebani stanno aggressivamente facendo ritorno nella provincia di Helmand. I militanti sarebbero vicini ad espugnare la città chiave di Sangin.
Il Segretario di Stato USA John Kerry ha descritto gli sviluppi in Afghanistan come positivi. Tuttavia, l’attivista politica americana Medea Benjamin non è d’accordo definendola una dichiarazione ridicola.
“Gli Stati Uniti hanno speso probabilmente un trilione di dollari in Afghanistan ed esso rimane uno dei Paesi più poveri al mondo; uno dei posti peggiori per le donne per avere figli; con uno dei peggiori tassi di analfabetismo tra le donne”, ha detto a RT.
Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001 dopo gli attacchi dell’11 Settembre effettuati sul suolo americano, e secondo la Benjamin, «non è certo un Paese che dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo ha molto da parlare a suo favore in termini di sviluppo.”
Lo Stato Islamico (già ISIS/ISIL) sta ora combattendo i Talebani, fatto che potrebbe rendere le cose ancora peggiori per il popolo afghano.
L’attivista sostiene quanto è terribile che, dopo tutti questi anni e i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella formazione delle forze afghane locali esse non sono ancora in grado di controllare il proprio Paese.
“Penso che sia un riflesso del fatto che le forze provenienti dall’esterno non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi”, ha affermato la Benjamin.
Ella suggerisce che c’è sempre stata la necessità di una soluzione politica ai problemi in Afghanistan e gli Stati Uniti dovrebbero investire i propri soldi nello sviluppo del Paese al posto dei militari.
Ragionando sulle possibili soluzioni, l’attivista ha dichiarato che ci sono stati continui tentativi di parlare con i Talebani. Tuttavia, lei crede che in merito hanno bisogno di fare sul serio.
“John Kerry dovrebbe impiegare alcune delle sue energie diplomatiche per trovare una soluzione politica che purtroppo dovrà includere i Talebani come parte di una transizione. I Talebani sono gente del posto e non possono essere cacciati via “, ha detto la Benjamin a RT.
“Ma penso che i restanti 10.000 soldati statunitensi non saranno sufficienti per dettare al governo afghano quale politica dovrebbe adottare”, ella ha continuato.
La Benjamin ha affermato che deve esserci una soluzione politica e tutta l’energia e le risorse dovrebbero essere impiegate per questo obiettivo.

‘L’Amministrazione Obama vuole nascondere sotto il tappeto gli abusi dei SEAL in Afghanistan’
Nel frattempo, un rapporto del New York Times ha accusato la US Navy di coprire l’abuso di detenuti afghani che ebbe luogo nel maggio 2012.
Il Naval Criminal Investigative Service aveva avviato un’indagine su un caso in cui la tortura provocò la morte di un uomo arrestato dai US Navy SEALS. Nonostante testimonianze oculari contro i militari statunitensi, l’indagine della Marina ha respinto le accuse, sostenendo che le prove non hanno dimostrato la presunta cattiva condotta.
L’avvocato penalista ed ex ufficiale della CIA Jack Rice parlando di abusi sui detenuti ha detto che in un caso come questo non si sarebbe dovuta svolgere un’indagine minimale.
“Questa avrebbe dovuto essere una indagine penale in piena regola, che è molto più grave sul piano militare”, ha dichiarato a RT.
Ha aggiunto che se volevano portare ciò all’estremo, avrebbero potuto portare l’addebito alla Corte Federale, che è un tribunale civile negli Stati Uniti.
“Sulla base del fatto che ci fu una morte in questo caso non c’è stata una indagine come si dovrebbe”, ha detto Rice.
Rice sostiene che l’indagine potrebbe essere riaperta “in base alla gravità del caso e al fatto che essenzialmente è stato respinto.”
“E ‘inquietante che sembrano prendere una decisione di trattarlo in maniera tanto illogica quanto lo hanno realmente basato sulla morte di uno dei detenuti”, ha continuato.
Il comandante dei SEAL ha detto che le prove fornite nel rapporto sono inconsistenti.
Rice ha replicato che è possibile che ci siano incongruenze nel rapporto. “Ma ciò in sé non significa che non si deve andare avanti con un’indagine”, ha aggiunto.
Secondo Rice, egli ha a che fare regolarmente con resoconti che mostrano contraddizioni al loro interno.
«Ciò non ferma l’inchiesta, non ferma l’accusa; solo perché alcune cose non tornano completamente non significa che non si deve continuare a scavare; ciò non significa che non si dovrebbe potenzialmente anche indagare qualcuno per reati gravi “, ha aggiunto.
L’ex funzionario della CIA ritiene che il governo degli Stati Uniti stia cercando di seppellire l’indagine stessa.
“Il fatto che quello che hanno compiuto è stato deviare il caso a un’indagine minimale ed al tipo di inchiesta e processo per eventi insignificanti, piuttosto che qualcosa di molto più serio davvero mi dice che sono in procinto di spingerlo via, per cercare di metterlo sotto il tappeto “.
Nel 2009 il presidente Obama disse che riteneva di non dover diffondere 2000 immagini fotografiche di tortura perché questo avrebbe messo a repentaglio le truppe USA all’estero. Rice sostiene che il presidente Obama abbia deciso che non era il caso di diffondere le foto di Abu Ghraib.
“Quando era in corsa per il ruolo promise che voleva la trasparenza e che il popolo americano e il mondo vedessero le foto stesse”, ha detto a RT.
In conclusione, ha affermato che “la probabilità di successo nella riapertura del caso non è molto certa, a questo punto.”
“La mia aspettativa è che esso non sarà riaperto”, prevede Rice.

[Fonte – traduzione di F. Roberti]

Vergogna su di lei, ministro Frattini

Qui la notizia.
La dinamica degli eventi puzza di bruciato lontano un miglio e la Farnesina non sa fare altro che puntualizzare che “i medici italiani in stato di fermo lavoravano in una struttura umanitaria non riconducibile né direttamente né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana”.
Già,
la cooperazione italiana in Afghanistan.

Da una parte le sparano sempre più grosse, dall’altra si dedicano alla loro specialità, il tiro al bersaglio sui civili
Washington, 11 aprile – Dopo la notizia che i tre italiani di Emergency avrebbero confessato di voler uccidere il governatore di Helmand, le autorità afghane, citate dalla CNN, hanno accusato gli stessi di aver ucciso nel 2007 l’interprete dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi.
Mastrogiacomo venne rapito il 5 marzo 2007. Con lui c’erano l’autista Sayed Haga, ucciso immediatamente, e l’interprete Adjmal Nashkbandi. Dopo 14 giorni Mastrogiacomo fu rilasciato mentre il suo interprete, liberato ma subito ripreso dai talebani, fu ucciso dopo circa 20 giorni.
(AGI)

Kandahar, 12 aprile – Nuove accuse alla NATO per una strage di civili in Afghanistan. Il governo di Kabul ha puntato il dito contro le truppe dell’ISAF per aver aperto il fuoco contro un bus e aver ucciso quattro persone, tra cui una donna e un bambino, e averne ferite altre 18.
Secondo le autorità di Kandahar, dove è avvenuto l’incidente, i soldati hanno sparato quando il bus si è avvicinato a un convoglio militare.
(AGI)

Oggi, ieri, domani… le comiche!
Scena 1°: “Il magazzino supervisionato indirettamente”

Kabul, 12 aprile – “Pistole, giubotti esplosivi, radio e altro equipaggiamento sono stati trovati in un magazzino dell’ospedale di Emergency supervisionato indirettamente dagli italiani”. A ribadirlo è il portavoce del governatorato di Helmand, Daoud Ahmadi, in un’intervista ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL in cui parla del caso dei tre medici italiani di Emergency arrestati in Afghanistan, insieme a sei afghani, con l’accusa di aver parecipato a un presunto complotto per uccidere il governatore della provincia meridionale di Helmand, Gulab Mangal.
(Adnkronos/Aki)

Scena 2°: “Un caso di cattiva informazione”
Tirana, 12 aprile – Il presunto coinvolgimento degli italiani di Emergency in un attentato contro il governatore di Helmand “è stato un caso di cattiva informazione resa al mondo intero”. Cosi’ Franco Frattini da Tirana ha commentato le precisazioni del portavoce, Daoud Ahmadi. Il titolare della Farnesina, pur senza citarlo esplicitamente, ha accusato il britannico Times di aver dato “una notizia erronea” .
(AGI)

Ora la “libera stampa” si accorge che Matteo Dell’Aira di Emergency, nelle scorse settimane, aveva ripetutamente denunciato la condotta della soldataglia atlantista a Marjah e dintorni, come da noi subito segnalato su questo blog.
Giunge poi l’utile messa a fuoco del generale Fabio Mini (grassetto nostro):

Roma, 12 aprile – Una soffiata, la perquisizione, una scatola di esplosivo, una pistola, due bombe a mano attive e quattro inattive, gli agenti dei servizi che si portano dietro le telecamere, qualche soldato e poliziotto afgano e un paio di parà inglesi che si dirigono a colpo sicuro in una sala e fra decine di scatoloni individuano subito quelli sospetti.
Il generale Fabio Mini, ex capo del contingente NATO in Kosovo, commenta sulle pagine di Peacereporter l’arresto dei tre volontari di Emergency in Afghanistan sostenendo apertamente la tesi della vendetta politica da parte delle autorità locali, legata in parte al ruolo giocato dall’associazione nella liberazione del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, finito nelle mani dei talebani. ”Ho già detto chiaramente in tempi non sospetti che Emergency avrebbe pagato caro il suo intervento politico nella vicenda Mastrogiacomo. Ora ci siamo”, scrive Mini. ”Un altro fatto concreto è il fastidio arrecato da Emergency alle forze internazionali e ai governanti afgani ogni volta che ne ha denunciato le nefandezze”. L’associazione di Gino Strada, prosegue Mini, ”è un punto di riferimento per chiunque abbia bisogno e quindi anche per i cosiddetti talebani”, mentre Helmand è ancora una roccaforte dei ribelli pashtun.
”’Dal punto di vista militare – è il ragionamento del generale – Emergency deve cessare di essere un testimone e un punto di riferimento per i ribelli. Tutti devono sapere che farsi ricoverare può essere l’anticamera dell’arresto che per gli afgani è sempre l’anticamera del cimitero. Inoltre, il governatore deve riacquistare peso dimostrando ai suoi e ai protettori inglesi che anche le organizzazioni internazionali e gli alleati italiani ce l’hanno con lui. Solo così può sperare di continuare a fare gli affari propri. Come ottenere tutto questo con un semplice coup di teatro – conclude Mini – è esattamente quello che si è visto finora”.
(ASCA)

Chi è il “terrorista”?
Roma, 12 aprile – Emergency torna a parlare di “sequestro” per gli operatori dell’organizzazione italiana prelevati sabato scorso dall’ospedale di Lashkar Gah, in Afghanistan.
“A questo punto possiamo parlare a tutti gli effetti di sequestro, dal momento che i tempi di un fermo legale sono scaduti”, ha detto il responsabile comunicazione di Emergency, Maso Notarianni. “Sono scadute le 72 ore di fermo senza che vi sia stato un fermo restrittivo o qualsiasi altra comunicazione e non ci risultano notifiche a nessuna procura afgana”, ha sottolineato.
(AGI)

“Qualcosa di molto insolito, quasi oscuro”
Roma, 13 aprile – Il corrispondente del Times dall’Afghanistan ha confermato a Peacereporter le parole del portavoce del governatore di Helmand, che al giornalista britannico aveva riferito di una presunta ammissione di colpa da parte dei tre volontari di Emergency arrestati.
”Ribadisco che in due occasioni ha detto che gli italiani hanno confessato ciò che veniva addebitato loro, ovvero il tentativo di organizzare un complotto per uccidere il governatore della provincia”, ha detto Jerome Starkey. ”La mia prima impressione è stata che si trattasse di una cosa insolita, ed io per primo sono rimasto fortemente sorpreso da una tale dichiarazione. Per questo gliel’ho chiesto una seconda volta. Lui ha risposto che gli italiani e gli altri avevano confessato il loro crimine”.
Il portavoce del governatore locale, secondo il giornalista, ha detto anche altre cose ”così bizzarre che non le abbiamo neppure pubblicate. Tra queste anche quella che alcuni medici ‘farabutti’ di Emergency avrebbero eseguito amputazioni non necessarie a poliziotti e soldati afgani. Questa cosa mi ha molto colpito, l’ho ritenuta talmente bizzarra da non ritenerla degna di pubblicazione”. A Peacereporter Starkey ha aggiunto che ”in Afghanistan, su accadimenti come questi, è sempre possibile che ci siano elementi a sostegno di una motivazione politica”.
Per il giornalista si tratta di ”qualcosa di molto insolito, direi quasi oscuro. Una cosa so, che uno dei tre italiani fermati, ogni qualvolta si presentava qualcuno armato, che si trattasse di polizia afgana, di militari NATO, li rimproverava aspramente. Mi meraviglierebbe davvero parecchio che uno così possa essere implicato in un complotto per fare fisicamente del male a un altro essere umano”.
(ASCA)

Italia, muoviti!
Roma, 14 aprile – ”L’Italia ha tutti i mezzi per poter dire semplicemente consegnateci i nostri tre connazionali subito e in ottime condizioni”. Lo ha dichiarato il fondatore di Emergency Gino Strada, intervistato da Sky Tg24, sottolineando che ”è ora che chi di dovere si dia una mossa”.
Per Strada si tratta ”chiaramente” di una ”manovra politica” per ”screditare il lavoro di Emergency”. Una manovra, secondo il fondatore dell’ong, ”molto offensiva per il nostro Paese”. Strada ha poi spiegato come non ci siano novità sul luogo in cui si trovano i tre operatori, Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani: ”Non siamo mai stati informati da nessuno: dove sono i nostri tre amici e colleghi? Sono a Kabul? A Lashkar Gah? Abbiamo diverse informazioni ma di certo non c’è niente”.
(ASCA)

A Frattini le pressioni fanno bene…
Kabul, 14 aprile – “Non sono soddisfatto dalle risposta delle autorità afghane”, ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini, riferendo a Montecitorio sulla vicenda dei tre operatori di Emergency fermati in Afghanistan.
“Desidero conoscere con urgenza -ha detto il Ministro – la configurazione delle accuse che vengono mosse” ai tre operatori di Emergency; “gli elementi di prova” ed essere certi che “sia garantito il loro il diritto pieno alla difesa”. Per questo sono state prese alcune iniziative e per questo l’ambasciatore italiano a Kabul è stato incaricato di consegnare “una lettera del premier al presidente afghano Karzai” per chiedere risposte “urgenti e concrete”, ha detto il ministro.
(ANSA)

… ma l’effetto è molto breve!
Roma, 14 aprile – “A coloro che hanno adombrato l’idea che noi si possa andare lì (in Afghanistan, ndr) a dire ‘Questa è la nostra regola’, spazzando via le leggi e come se fossimo i padroni dell’Afghanistan”, il ministro degli Esteri Franco Frattini risponde dicendo che “questo è un errore che io non farò”.
Durante la replica davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato sulla vicenda dei tre operatori di Emergency arrestati in Afghanistan, il titolare della Farnesina ha sottolineato che “ci possono piacere o no, ma queste leggi sono in vigore in un Paese sovrano e dobbiamo far sì che vengano rispettate”.
(Adnkronos/Aki)

Afghanistan Paese sovrano?!? Signor Ministro, non esageri con le battute di spirito e si ricordi che lei non è padrone neanche a casa sua!

“Noi curiamo anche i talebani”
Caro direttore, si introducono – direttamente o con la complicità di qualcuno che vi lavora – alcune armi in un ospedale, poi si dà il via all’operazione… Truppe afgane e inglesi circondano il Centro chirurgico di Emergency a Lashkargah, poi vi entrano mitragliatori in pugno e si recano dove sanno di trovare le armi. A quanto ci risulta, nessun altro luogo viene perquisito. Si va diritti in un magazzino, non c’è neppure bisogno di controllare le centinaia di scatole sugli scaffali, le due con dentro le armi sono già pronte – ma che sorpresa! – sul pavimento in mezzo al locale. Una telecamera e il gioco è fatto.
Si arrestano tre italiani – un chirurgo, un infermiere e un logista, gli unici internazionali presenti in quel momento in ospedale – e sei afgani e li si sbatte nelle celle dei Servizi di Sicurezza, le cui violazioni dei diritti umani sono già state ben documentate da Amnesty International e Human Rights Watch.
Anche le case di Emergency vengono circondate e perquisite. Alle cinque persone presenti – tra i quali altri quattro italiani – viene vietato di uscire dalle proprie abitazioni. L’ospedale viene militarmente occupato.
Le accuse: “Preparavano un complotto per assassinare il governatore, hanno perfino ricevuto mezzo milione di dollari per compiere l’attentato”. A dirlo non è un magistrato né la polizia: è semplicemente il portavoce del governatore stesso.
Neanche un demente potrebbe credere a una simile accusa: e perché mai dovrebbero farlo? La maggior parte dei razzi e delle bombe a Lashkargah hanno come obiettivo il palazzo del governatore: chi sarebbe così cretino da pagare mezzo milione di dollari per un attentato visto che ogni giorno c’è chi cerca già di compierlo gratuitamente?

La lettera di Gino Strada continua qui.

Meglio di ogni altra cosa
“Nella Valle del Panshir, dove ancora non c’é Internet, 11 mila persone si sono recate a piedi all’ospedale di Emergency per firmare l’appello a favore della liberazione dei nostri colleghi. E questo credo dica meglio di ogni altra cosa il rispetto che c’é in Afghanistan per la nostra organizzazione”.
Gino Strada a margine della manifestazione in sostegno di Emergency a Roma, 17 aprile 2010 (fonte Ansa).

Rilascio=sgombero?
Roma, 18 aprile – Nelle ultime 48 ore sono stati trattenuti dalle autorità afghane all’interno di una guest house i tre operatori di Emergency rilasciati oggi. Lo riferiscono all’ADNKRONOS fonti dell’intelligence sottolineando che “sono stati trattati bene” e che “probabilmente l’epilogo della vicenda sarà l’invito da parte delle autorità di Kabul a lasciare l’Afghanistan”.
(Adnkronos)

Domande sospese
Ora, a liberazione avvenuta, riaffiora la chiusura dell’ospedale come obiettivo della operazione. Un nuovo escamotage per cercare, ancora una volta, di screditare Emergency, e non solo.
E tra chi sarebbe avvenuto l’accordo? Tra i Governi dell’Italia e dell’Afganistan? Escludo che il Governo italiano possa compiere un crimine di questa sorta – perché chiudere un ospedale in una zona di guerra, quando è l’unica opportunità di cura per i feriti – è di per sé un crimine di guerra. Lo escludo e ritengo l’insinuarlo offensivo per il nostro governo.
Ed escludo anche che questa contropartita possa essere stata chiesta dal Governo afgano. Sappiamo che non è così, perché ce lo hanno detto tutti in Afganistan, dalle massime autorità del Paese fino ai responsabili della sanità nella regione di Helmand. Tutti ci hanno detto che il nostro lavoro è fondamentale in quel paese martoriato dalla guerra (alla quale partecipa anche l’Italia…) e si augurano che Emergency riapra presto quell’ospedale.
Lo speriamo anche noi, e stiamo lavorando perché ciò avvenga.
A smontare poi definitivamente l’ipotesi dell’accordo ci ha pensato Amrullah Saleh, il capo della NDS, i servizi segreti afgani. Prima di rilasciarli, Saleh ha chiamato i tre operatori di Emergency e ha detto loro: “Abbiamo valutato le accuse contro di voi, e ci siamo convinti che siete innocenti. Per questo da adesso siete liberi, non per le pressioni di qualcuno”.
Liberi perché innocenti. Nessun accordo. Punto.
Tutto a posto, dunque? Quasi. Perché alcune domande restano ancora sospese. Prima fra tutte: chi ha organizzato quella provocazione, visto che le autorità di Kabul, compreso il capo dei servizi di sicurezza, dicono che non ne sapevano nulla.
Chi la ha decisa? Il governatore di Lashkargah? Non sembra una mossa molto popolare, per un governatore, il provocare la chiusura dell’unico ospedale funzionante nella regione che governa.
Chi ha deciso di far annullare il volo della linea aerea Pamir, che la mattina del 10 aprile, quattro ore prima che fosse arrestato, doveva portare Marco Garatti da Lashkargah a Kabul?
E che cosa ci facevano militari inglesi a passeggiare con fucili mitragliatori per l’ospedale di Emergency?
Aspettiamo risposte, da dentro e fuori l’Afghanistan.

Da “Aspettiamo risposte da dentro e fuori l’Afghanistan”, di Gino Strada.

Milano, 28 aprile – Cinque dei sei operatori afgani di Emergency – fermati a Lashkargah lo scorso 10 aprile insieme ai tre operatori italiani già rilasciati – sono stati liberati oggi per “mancanza di prove a loro carico”.
Lo riferisce in una nota l’organizzazione non governativa, precisando che invece resta in stato di fermo il sesto dipendente afghano “sul quale proseguono le indagini”.
I cinque rilasciati oggi sono due addetti alla sicurezza, due autisti e un giardiniere che lavoravano presso l’ospedale di Emergency di Lashkargah.
(Reuters)

Riapre?
Bruxelles, 8 giugno – A inizio luglio dovrebbe riaprire l’ospedale di Emergency a Lashkar Gah, in Afghanistan, chiuso il 10 aprile. Lo dice Gino Strada.
Il fondatore di Emergency è intervenuto al Parlamento europeo ad un seminario sull’Afghanistan. L’ospedale, situato nella provincia di Helmand nel sud del Paese, è stato chiuso in seguito all’intervento delle forze afgane e di quelle britanniche. ‘Non abbiamo una data precisa, ma immagino che tra un mese, a inizio luglio, sarà aperto’, afferma Strada.

[continua]

Come a Fallujah

Mentre a Marjah, a causa del blocco militare Usa che impedisce di evacuare i feriti, altri civili rischiano di morire per mancanza di cure adeguate – nel finesettimana ne sono già deceduti sei – a Nadalì si contano i cadaveri dei civili rimasti uccisi sotto le macerie di una casa distrutta ieri in un bombardamento dell’artiglieria americana: almeno dodici morti, tra cui cinque bambini. I generali Usa si sono scusati, dicendo che si è trattato di un errore di mira: due missili sono caduti a 300 metri dall’obiettivo stabilito colpendo l’edificio sbagliato. Cose che capitano quando si bombarda un centro abitato con missili sparati da oltre venti chilometri di distanza – in questo caso dalla base di Camp Bastion.
Nonostante le dichiarazioni di alcuni generali afgani che parlano di talebani in rotta e di vittoria ormai vicina, le truppe alleate continuano a incontrare una forte resistenza da parte dei guerriglieri talebani.
Il capitano Ryan Sparks, al comando della compagnia Bravo del 1° battaglione, 6° reggimento Marines, ha paragonato l’intensità dei combattimenti in corso a Marjah con quelli dell’attacco a Fallujah, in Iraq, nel 2004. “E’ come a Fallujah, salvo che qui ci sparano addosso da tutte le parti perché non avanziamo in linea retta, ma da direzioni diverse”.
Secondo i comandi alleati, finora gli insorti uccisi sono 35 e le perdite subite sono solo 5.
I talebani hanno però dichiarato di aver perso solo 6 uomini (tutti gli altri sarebbero civili) e di aver ucciso 192 soldati, tra soldati afgani e stranieri.
Dai talebani è giunto ieri anche un messaggio per il presidente Obama in occasione del ventunesimo anniversario del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (15 febbraio 1989): “Gli americani dovrebbero capire che se hanno bisogno di 15 mila uomini per prendere il controllo di un solo distretto, per impossessarsi di tutti i 350 distretti dell’Afghanistan dovrebbero utilizzare oltre 5 milioni di soldati. I dirigenti della Casa Bianca trarrebbero maggior vantaggio a comprendere la lezione della storia invece di abbandonarsi a esibizioni di forza: Obama, come Gorbaciov, deve guardare realisticamente la realtà sul terreno in modo da mettere fine alla tirannia e alla repressione nei confronti degli afghani, invece di portare altre sventure all’America”.
(…)

Da Marjah, la Fallujah di Obama di Enrico Piovesana.
[grassetto nostro]

In tutto, dall’inizio dell’operazione Moshtarak, sono 19 i civili feriti nel corso dell’offensiva anglo-americana che sono riusciti a raggiungere l’ospedale di Emergency, che dista poche decine di chilometri dalla zona dei combattimenti. Tra di loro c’è un bambino di 7 anni colpito al petto da un proiettile e una bambina di 12 anni che invece è stata colpita al ginocchio.
Nel frattempo, come ci confermano dall’ospedale di Emergency, l’offensiva alleata si sta espandendo anche nella vicina provincia di Kandahar, dove la notte scorsa 5 civili sono stati uccisi in un bombardamento aereo Usa. Sale quindi a 26 il bilancio dei civili uccisi dall’inizio dell’operazione Moshtarak: oltre a questi ultimi, 12 (tra cui 6 bambini) uccisi in un bombardamento missilistico e Nadalì, 3 uccisi la notte scorsa nel corso degli scontri nella stessa zona e i 6 feriti deceduti a Marjah.
Dal punto di vista militare, le notizie che arrivano da Marjah sono tutt’altro che confortanti per i comandi alleati. Gli insorti continuano a opporre una dura resistenza ai Marines, che secondo fonti citate dal Guardian nelle ultime 24 ore sono avanzati in città di soli 500 metri, nonostante il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione. “Gli americani arrivati in elicottero controllano solo alcune aree della città, dove ora li teniamo sotto assedio”, ha dichiarato un portavoce talebano, Tariq Ghazniwal , invitando i giornalisti a visitare Marjah per vedere “chi controlla la città”.

Da Marjah val bene una strage, di Enrico Piovesana.

Arrivano i “nostri”?
Roma, 17 febbraio – Il ministro degli Esteri Franco Frattini non “esclude” che truppe italiane in Afghanistan possano effettuare “un intervento temporaneo” nelle operazioni in corso in Helmand “se ci sarà una richiesta di impiego” da parte della NATO.
Il titolare della Farnesina, ai microfoni di SkyTg24, ha sottolineato che questa è un’eventualità ma che la decisione spetta ai “comandi militari sul campo sulla base delle informazioni in loro possesso”. Comandi, ha aggiunto il ministro, che secondo le regole di ingaggio, “hanno 6 ore per decidere se accettare o respingere” la richiesta.
(AGI)

“Uno straordinario patriota”
Segnaliamo l’articolo di Rick Rozoff Afghanistan: Charlie Wilson And America’s 30-Year War.
In esso l’autore sottolinea come il generale McChrystal, attuale comandante delle forze USA/NATO in Afghanistan, la scorsa estate avesse individuato tre raggruppamenti protagonisti della guerriglia. A capo di due di essi vi sono Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, i medesimi individui che negli anni ottanta combatterono i sovietici facendo tesoro del generoso sostegno fornito da parte americana.
Sostegno che pervenne loro mediante un’operazione coperta della CIA (detta “Operazione Ciclone”), coordinata dal congressista Charlie Wilson, sorto agli onori delle cronache per il film di Mike Nichols che dalla sua figura trae ispirazione La guerra di Charlie Wilson.
Charlie Wilson è deceduto lo scorso 10 febbraio, celebrato da parte del titolare del Pentagono Robert Gates come “uno straordinario patriota per la liberazione dell’Afghanistan dall’occupazione sovietica”.
Wilson sarà tumulato con tutti gli onori militari il prossimo 23 febbraio, presso il cimitero di Arlington.

Dodici militi ignoti
Kabul, 19 febbraio – Altre due vittime fra i soldati della NATO in Afghanistan. Uno dei militari è deceduto nel corso dell’Operazione Mushtarak, l’offensiva che tende alla riconquista del controllo della città di Marjah, bastione della resistenza talebana. L’ISAF non ha reso note la nazionalità dei militari, né le cause della morte del secondo militare. Ieri erano stati sei i soldati della coalizione a perdere la vita in Afghanistan, dodici dall’inizio dell’Operazione Mushtarak, entrata oggi nella sua seconda settimana di attuazione.
(ASCA-AFP)

[Onore a PeaceReporter, la cui redazione è la sola in Italia a raccontare in dettaglio quanto sta avvenendo nel sud dell’Afghanistan in questi ultimi giorni]

Schiacciata dalla NATO

schiacciareUnPisolino

Maryam ha 5 anni. E’ nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr. Ma poi la sua famiglia, nella speranza di fuggire dalla miseria, è emigrata nella provincia meridionale di Helmand, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. La casa di Maryam è una baracca, dove abita assieme ai suoi genitori, Mohammed Tahir e Qamar Gull, al nonno, allo zio, ai suoi quattro fratelli e alle sue due sorelle. Alle tre di mattina del 27 giugno, tutti sono stati svegliati dalle urla della piccola Maryam, schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione NATO, lanciato da tremila piedi di altezza. Normalmente questi contenitori si aprono durante la caduta lasciando piovere il loro contenuto. Ma questa scatola, evidentemente, era difettosa.
Verso le cinque di mattina, Maryam, accompagnata dal padre, è arrivata nell’ ospedale di Emergency, a Lashkargah. “Era in stato di shock, con un trauma da schiacciamento della regione addominale e una vastissima ferita dei tessuti molli di tutta l’area genitale”, riferiscono fonti mediche dell’ospedale di Emergency. Immediatamente assistita e operata, le hanno trovato una grave frattura pelvica, vagina, retto e ano distrutti e danni all’uretra. “Viene operata di laparotomia, le viene fatta una colostomia (per defecare dalla pancia, ndr) e diverse trasfusioni visto che aveva perso moltissimo sangue. Oggi, tre giorni dopo, è stata riportata in sala operatoria per un’ulteriore pulizia delle ferite. Il 3 luglio dovrebbe subire un ulteriore intervento, e la storia credo si ripeterà per parecchi giorni a venire”, aggiunge la fonte medica. Maryam ha ripreso conoscenza il secondo giorno di degenza. Da allora brontola continuamente perché vuole l’acqua da bere. Il suo viso è perennemente crucciato in una smorfia di rabbia. In effetti non è piacevole svegliarsi di botto alle 3 di mattina con un pacco da venti chili che ti piomba addosso e ti apre l’addome spaccandoti le ossa… Quale futuro avrà questa bimba senza più organi genitali in un Paese come l’Afghanistan?
[Fonte: peacereporter.net]