Le due “Americhe”


“Non viene mai capito che in realtà esistono due “Americhe”: una le cui ricchezze sono più che raddoppiate attraverso l’aumento di valore della ricchezza – beni di proprietà e strumenti finanziari – e l’altra che ha sperimentato un piccolo aumento di ricchezza ma nel contempo ha sofferto in modo esorbitante i mali che egli [Nicholas Eberstadt – n.d.c.] elenca. Così, egli enuncia la seguente proposizione: “La possibilità delle diseguaglianze non preoccupa molto l’ordinario americano. La reale insicurezza dell’economia sì. Il Grande Ascensore Sociale Americano è rotto – e c’è un urgente bisogno che venga riparato.
Naturalmente la diseguaglianza importa alla gente. E’ per questo che esso è distante dai politici convenzionali. E’ per questo che ha una così bassa opinione di quasi tutte le istituzioni americane. E’ per questo che così molti hanno votato per Trump.
E per ciò che riguarda l’Ascensore Sociale, esso non è rotto perché la crescita è in declino o i lavoratori hanno troppi diritti (Eberstadt ha scritto un libro su questo “problema”), ma perché una classe sistematicamente ruba la ricchezza dalle altre ed ha ogni intenzione di continuare il furto.
A differenza di coloro che dibattono sull’ingerenza russa o sulle cospirazioni dell’estrema sinistra come cause della vittoria di Trump, Eberstadt è attento ai fattori reali ed oggettivi che hanno portato molti elettori a voltare la schiena ai programmi delle elites. Trump (e Sanders) derivano la loro popolarità dall’insoddisfazione delle masse nei confronti della politica convenzionale.
Con Trump, gli elettori hanno optato per il nebuloso, mitizzato e distorto ricordo di un’epoca d’oro del dopoguerra quando sembrava che il lavoro abbondasse, i salari crescessero con la produttività e i privilegi fossero relativamente generosi. Case di proprietà, beni di consumo e divertimento sembravano essere illimitati. Sfortunatamente, molti associano quell’epoca la supremazia bianca, alla dominazione maschilista e all’orgoglio nazionalista. Nonostante le promesse di Trump, quell’epoca non era né d’oro né è possibile riportarla in vita. Il suo tempo è passato. I compromessi della Guerra Fredda non sono più sull’agenda da molto.
E gli elettori di Sanders, in modo simile, esprimono il loro voto per una immaginaria socialdemocrazia che associano all’Europa – Stato assistenziale, sanità universale, istruzione alla portata di tutti, ecc. Ma la storia degli ultimi decenni dimostra che il capitalismo non può e non vuole oggi coesistere coi pur tiepidi programmi del centrosinistra. L’epoca “gloriosa” della socialdemocrazia europea è anch’essa una mera chimera, la quale può essere rivista solo in un viaggio nella memoria. Anche quel progetto sociale era una rimanenza del mondo bipolare quando la “minaccia” del Comunismo esigeva un capitalismo più gentile e mite.
Date le possibilità offerte, non è sorprendente che un elettorato arrabbiato si sia affidato alla demagogia e all’astrattezza. Il prossimo passo è quello di creare un nuovo apparato di istituzioni che sostituiscano quelle screditate, un nuovo apparato di istituzioni che servano il popolo. Ma a sbarrare il passo ci sono una finta democrazia e i monopoli del capitale.”

Da Una riflessione sobria sul trumpismo?, di Zoltan Zigedy.

San Pietroburgo, 3 aprile 2017

“Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico, il 9 novembre 2016 invece l’elezione di Trump a Presidente USA rappresenta la fine di quello neoliberale”

Intervista allo storico Paolo Borgognone (1981), autore di diversi saggi, tra cui presso Zambon editore una trilogia sulla disinformazione strategica, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa, nonché di Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo in corso di pubblicazione presso Oaks Editrice.
A cura di Federico Roberti.

Il tuo ultimo libro, “Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa”, prende le mosse con l’affermazione che il 9 novembre 2016 è caduto il muro invisibile caratterizzato, nel suo lato economico, dal neoliberalismo e, in quello culturale, dalla retorica dell’antifascismo in assenza di fascismo volta a fidelizzare alla sinistra politicamente corretta i ceti popolari. Possiamo quindi considerare questa data una sorta di 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino, al contrario?
Sì, perché il 9 novembre 1989 il Muro di Berlino fu abbattuto da una controrivoluzione di ceti medi cosmopoliti che desideravano recarsi all’Ovest per guadagnare di più, acquistare prodotti e merci capaci di assicurare loro maggior comfort e riconoscimento in termini simbolici e di status, ovvero accedere ai modelli di consumo e stili di vita europei e americani, entrare in possesso legalmente di valuta pregiata e gestire la propria esistenza secondo i ritmi scanditi dalla società di mercato. La retorica mainstream volta a celebrare la ritrovata libertà di opinione dei tedesco-orientali è poco meno che un orpello propagandistico utilizzato ad hoc per legittimare quello che l’Ottantanove esteuropeo in effetti fu, ossia il trionfo della pseudocultura della mobilità e delle velleità individuali al successo imprenditoriale di una parte rilevante delle società preconsumistiche dei Paesi fino a quel momento interni alle logiche del Patto di Varsavia, del Comecon e del socialismo concretizzato. Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico. Il 9 novembre 2016 invece, Brexit e l’elezione di Trump a Presidente USA rappresentarono la fine del ciclo storico neoliberale, poiché questi fenomeni si verificarono all’intersezione tra la destra politico-culturale e la sinistra economica, ovvero ebbero come propria base di consenso un postproletariato nazionale sradicato dai processi di globalizzazione e ostile nei confronti della summenzionata, elitaria, sottocultura della mobilità. Ventisette anni prima il conflitto geopolitico e ideologico in corso tra USA e URSS fu vinto da attori sociali che avevano fatto propria l’articolazione concettuale e simbolica, nichilista, del capitalismo liberale, poiché la proposta politica che scaturì da quel ciclo storico di rivolte controrivoluzionarie si basava sull’egemonia di una cultura gauchiste e libertaria, tutta protesa alla retorica dei diritti cosmetici e sul predominio del neoliberismo in economia. Esattamente l’opposto accade oggi, per questo le citate élite del denaro che “non dorme mai” e della mobilità globale che avevano celebrato l’Ottantanove esteuropeo attivano tutto il potere di fuoco multimediale di cui dispongono per demonizzare, riproponendo l’ormai antistorica dicotomia novecentesca fascismo/antifascismo, l’ascesa degli eterogenei movimenti di insorgenza populista in Europa e Stati Uniti.

A tuo parere, sono fondati i timori che possa verificarsi una rivoluzione di velluto nei confronti del neoeletto Presidente USA? Oppure è più probabile che possa essere messo da parte attraverso un golpe che potremmo definire psichiatrico? Per non affrontare la complessa procedura congressuale prevista per il cosiddetto “impeachment”, infatti qualcuno potrebbe essere tentato di ricorrere al paragrafo 4 del 25° emendamento della Costituzione USA, che prevede la destituzione del Presidente nel caso non sia più in grado fisicamente o mentalmente di assolvere alle sue funzioni, le quali verrebbero assunte almeno temporaneamente dal Vice Presidente. Nella fattispecie, una diagnosi di psichiatri di chiara fama, sostenuti da un certo numero di membri dell’esecutivo, sarebbe sufficiente a rimuovere Trump.
Il ricorso alla psichiatria dovrebbe essere lo strumento di analisi con cui interpretare le idiosincrasie ideologiche di chi, e mi riferisco a Bernie Sanders e sodali, alle primarie del Partito Democratico ha fatto continuamente appello al richiamo populista e alla proposta economica socialdemocratica per sfidare le élite del capitalismo finanziario e l’establishment di Wall Street contigui a Hillary Clinton e poi, in sede elettorale, è rifluito sul sostegno alla paladina dello stato di cose presenti. Ora, non dico che Sanders avrebbe dovuto appoggiare Trump ma il sostegno che l’anziano esponente socialista democratico ha regalato incondizionatamente a Hillary Clinton è la riprova, ulteriore, della subalternità ideologica della sinistra al campo liberale. Una subalternità giustificata tramite il ritornello del “nemico principale” identificato nella destra populista e non nel capitalismo di libero mercato in quanto tale. Non dubito che i Millennials che alle primarie del Partito Democratico appoggiarono Sanders, oggi potrebbero fungere da massa di manovra controrivoluzionaria per un “golpe colorato” avente l’obiettivo di neutralizzare l’outsider Donald Trump. Le centrali ideologiche di questo golpe in itinere io le cercherei più nella Silicon Valley (culla degli apologisti dell’ideologia del progresso fondata sulle potenzialità taumaturgiche delle nuove tecnologie sulla strada della transizione al postumano) che non a Wall Street mentre le corporation dell’industria dello spettacolo hollywoodiana potrebbero offrire la sponda di copertura e legittimazione scenica di questa “rivoluzione colorata”. L’impeachment potrebbe essere una strada percorribile da parte degli oppositori di Trump, così come lo sono il sabotaggio parlamentare delle procedure di Brexit. Tuttavia, non credo che i cicli storici di cambiamento epocale dell’approccio pubblico alle questioni interne e internazionali possano essere fermati a colpi di decreto.

A seguito dell’elezione di Trump e degli eventi politici che hanno costellato il 2016 – citiamo, fra gli altri, la vittoria del “leave” al referendum sulla Brexit e la netta maggioranza con la quale in Italia è stato respinto il progetto di riforma costituzionale avanzato dal governo Renzi – quale è, se esiste, la strada tracciata dinanzi a quelli che tu chiami movimenti sovranisti in Europa, più frequentemente e spregiativamente denominati populisti?
Una strada che appare simile a un labirinto. I sovranisti sono attori politici con un’identità ideologica incerta, tra loro eterogenei e spesso incompatibili (la galassia politica sovranista si articola in un perimetro che va dal PVV olandese, liberal-liberista, atlantista, filoisraeliano e interno alla narrativa islamofoba fallaciana fino allo Jobbik ungherese, un partito eurasiatista e antisionista), frutto dei caratteri nazionali dei rispettivi contesti d’origine e piuttosto inclini alle logiche del partito imprenditore della rappresentanza dei ceti genericamente incazzati nei confronti di un’oligarchia i cui contorni politico-affaristici e i cui legami internazionali gli stessi sovranisti esitano a delineare con precisione. Detto questo, i sovranisti sono accomunati da alcune proposte programmatiche condivise, ad esempio il ripristino dei poteri pubblici statali sulle frontiere nazionali dei singoli Paesi, la contestualizzazione del conflitto di classe in corso su linee verticali (chi sta in alto vs chi sta in basso) e la narrativa anti-immigrazione. Quest’ultima sembrerebbe, per ovvi motivi di appeal in quanto l’immigrazione è un problema che tocca, nei Paesi della UE, la quotidianità delle persone assai più di altri sconvolgimenti frutto delle politiche neoliberali sistemiche, la direttrice propagandistica foriera di maggiori consensi pubblici ai partiti sovranisti. Certo, non sarebbe male se i sovranisti inquadrassero il fenomeno migratorio nel contesto del regime dei flussi imposto dal capitalismo finanziario e digitale globale, invece che ingannare l’opinione pubblica perseverando a sentenziare che, una volta giunti al governo dei rispettivi Paesi, avrebbero rispedito i migranti a casa propria con il proverbiale “calcio in culo” di leghista memoria. Nel momento in cui i partiti sovranisti della destra si convinceranno che il “calcio in culo” di cui sopra va assestato, più che agli immigrati, agli esponenti di quella upper class creativa di mode e stili di consumo, desiderio e capriccio forgiate ad hoc per dettare il tono della vita di tutti, potranno costituire un’alternativa di sistema ai partiti globalisti tuttora al governo nei principali Paesi della UE. Sull’altro versante, i partiti populisti di sinistra, qualora vi fossero forze politiche organizzate di questo tipo in Europa (e, francamente, a parte alcune eccezioni, come Unità Popolare in Grecia e spezzoni minoritari della Linke in Germania, non sono in grado di scorgerne), potranno risultare convincenti nel momento in cui si risolveranno a convenire sull’assunto concernente l’irriformabilità dall’interno della UE, abbandonando ogni velleità di “uscire” dalla crisi di sovranità in cui le politiche neoliberali dell’élite finanziaria globalista hanno precipitato popoli e nazioni rimanendo “dentro” le strutture di governance multilivello stabilite proprio dai ceti finanziari che, a parole, la sinistra ambisce contrastare.

In Francia, la pressione mediatica e giudiziaria sui candidati alle prossime elezioni presidenziali considerati filo-russi, François Fillon e Marine Len Pen, sta crescendo vertiginosamente. Con il paradossale esito che i consensi persi dal primo vadano a rafforzare ulteriormente la seconda…
E’ noto che un’eventuale vittoria elettorale di Marine Le Pen in Francia alle prossime presidenziali sconvolgerebbe definitivamente gli assetti neoliberali della UE e pertanto questa vittoria è, da parte di chi si ritrova nella prospettiva politica antiglobalista, auspicabile, al di là delle critiche che si possono muovere alla candidata del FN, come ad esempio l’essere piuttosto filoisraeliana in politica estera, il guidare un partito a direzione familiare o l’aver approntato un programma economico semi-liberista. C’è sempre qualche rivoluzionario più rivoluzionario di tutti pronto a giocare il gioco di un candidato come Macron prestando il fianco, da schizzinoso, agli strali anti-lepenisti della sinistra radicale.
In definitiva, se Marine Le Pen, che parla esplicitamente di fuoriuscita della Francia da UE, euro e strutture militari della NATO, nonché di dar vita a un’Europa di patrie, popoli e nazioni da Lisbona a Vladivostok, dunque alleata con la Russia in funzione anti-atlantista, è avversata dal 100 per cento dei media mainstream internazionali, significa che codesta candidata costituisce il male minore, ossia il bene maggiore, per il suo Paese. E le caste globaliste dei media aziendali faranno di tutto per gettare discredito su Marine Le Pen, rivolgendosi al discorso antifascista di autocelebrazione dello stato di cose presenti e costruendo pretesti scandalistici per incastrare la leader del FN. La strategia è infatti il “metodo Fillon”, utile per levare dai piedi a Macron un avversario potenzialmente urtante in termini di spartizione dei consensi dei ceti medi urbani pro-UE ma, rispetto al giovane banchiere dei Rothschild, percepito come “filo-russo” in politica estera (in passato infatti, Fillon, non si sa se per convinzione personale o per drenare alla propria causa politica, liberale di destra e dunque sistemica, voti appannaggio del FN, aveva denunciato l’«imperialismo americano» nel perimetro geopolitico ex sovietico e condannato le sanzioni imposta dall’amministrazione Obama contro la Russia). Tuttavia, credo che la Commissione Europea e la Merkel ripongano molta fiducia in Macron e abbiano mobilitato tutte le forze di cui dispongono per giungere, in Francia, a un ballottaggio presidenziale tra questi e Marine Le Pen, archiviando la prospettiva, inizialmente coltivata ma divenuta impraticabile nel dopo-Trump, di una presidenza Fillon più difficile da inquadrare nell’ottica di quel conflitto culturale e di classe che oppone flussi a luoghi e globalisti a sovranisti. Dopo Trump i ceti globalisti hanno deciso di serrare i ranghi, puntando tutto sullo showdown finale tra il loro candidato, Emmanuel Macron, banchiere internazionale fedelissimo alla linea liberale di centrosinistra, atlantista, filosionista e clintoniano ideologico, e Marine Le Pen. Le prossime elezioni francesi, il ballottaggio soprattutto, vedranno il concretizzarsi politico e mediatico del conflitto multilivello in corso tra i vincenti della globalizzazione e gli sradicati in cerca di sicurezza, identità e rappresentanza.

La serie di elezioni che sta per prendere il via in Europa rischia di ridisegnare la geografia politica del continente, seppellendo nelle urne l’eurozona e le istituzioni di Bruxelles. Quali potranno essere, a tuo parere, i nuovi possibili scenari di politica internazionale? Sarà possibile trovare una soluzione diplomatica ai conflitti in Siria e Ucraina, nonché avviarsi alla pacificazione del teatro libico? Diminuiranno le tensioni con la Russia oppure la NATO proseguirà nella sua strategia di accerchiamento-avvicinamento ai confini del gigante eurasiatico?
Accolgo con favore i patti di reciproca collaborazione firmati a Mosca tra Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, e alcuni soggetti politici a vario titolo considerati “populisti” dei Paesi della UE, come la Lega Nord e la FPӦ. Forse, e mi perdonerai se pecco di ottimismo, un comune sentire filo-russo da parte di questi partiti potrebbe smorzarne l’elemento sciovinistico interno, aiutandoli a convergere in direzione di una più spiccata sensibilità antiglobalista, rinunciando al nazionalismo e a una visione schematica e mistificatoria dell’Islam come sorta di unitario blocco terroristico antioccidentale. Penso che i populismi (reattivi e patrimoniali) europei odierni siano molto eterogenei tra loro e poco inclini alla prospettiva, propria di uno studioso come Dominique Venner, di uno Stato identitario europeo da contrapporre alla UE neoliberale e transatlantica. Tuttavia, i partiti populisti, esito finale della conversione ideologica della sinistra da partito delle classi lavoratrici autoctone a sponda politica privilegiata dei ceti medi creativi, cosmopoliti e affluenti, i cosiddetti figli della globalizzazione liberale, hanno il merito, pur nella loro inequivocabile eterogeneità ideologica di fondo, di contribuire a far emergere quelle contraddizioni interne al capitalismo globale che probabilmente contribuiranno a cortocircuitare questo regime della paranoia e del nichilismo istituzionalizzati. Per quanto riguarda la NATO, penso che continuerà a puntellare i pericolanti governi sciovinisti di destra dei Paesi baltici e dell’Ucraina in funzione anti-russa. Il tutto mentre il ceto politico-intellettuale pseudo-progressista europeo da un lato persevererà nel condannare colui che definisce il “dittatore” Putin e a sfilare, bandiera rossa (o meglio, arcobaleno) in pugno alle manifestazioni di memorialistica e folklore antifascisti del 25 aprile e, dall’altro, utilizzerà litri d’inchiostro per consolidare, nell’immaginario stereotipato dei lettori dei giornali liberal dove codesti intellettuali organici al politically correct ricoprono il ruolo di strapagati editorialisti, l’idea secondo cui la NATO, insieme ai “combattenti per la libertà” ucraini e baltici, costituirebbe un “baluardo democratico” per proteggere i “valori cosmopoliti europei” dall’“aggressione” russa. I media mainstream sono unanimi nella condanna di una invero inesistente “Internazionale Sovranista” coordinata, secondo tale vulgata, di volta in volta da Trump o Putin nonché finalizzata alla demolizione della UE transatlantica, liberista e cosmopolitica e, al contempo, si prodigano nell’apologia diretta e indiscutibile della, concreta e tangibile, “Internazionale Liberal” il cui scopo manifesto è annientare ogni traccia di etica comunitaria e identità collettiva caratteristiche dell’Europa come spazio geopolitico tradizionale propriamente inteso.

Deplorevoli?

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“Non è deplorevole votare per Donald Trump, per Putin o, in Europa, per i partiti e movimenti sovranisti che si opponevano al regime della UE. È deplorevole tacciare, partendo da posizioni di indiscutibile privilegio economico e di status più nel complesso, di “fascismo” tutti coloro i quali non si rassegnavano ad adeguarsi al tono di vita e alla forma mentis propri di una società cosmopolitica e nichilistica di mercato. Per considerare meritori numerosi aspetti, segnatamente quelli improntati al recupero della sovranità nazionale e culturale dei rispettivi popoli, delle politiche proposte da Putin, Trump e dai loro omologhi nei Paesi della UE, ed effettivamente deplorevoli e miserabili gli esponenti della Global Class e i loro gazzettieri giornalistici, accademici e canori, non occorreva dimostrare che questi ultimi fossero più o meno pagati da Soros (il grande finanziatore della campagna elettorale di Hillary Clinton nonché colui che, difeso da tutti i media del circo progressista di complemento atlantico, aveva definito Trump, dinnanzi alla platea globalista del Foro economico mondiale di Davos, «un possibile dittatore ») o da qualche altra fondazione privata euro-atlantica per la promozione della free market democracy all’estero. Non ha alcuna importanza sapere chi paga o non paga le femministe del nuovo millennio per rendersi conto del fatto che costoro, insieme a tutto il codazzo delle organizzazioni LGBT, della Snowflake Generation e della Erasmus Generation, lavorano per il re di Prussia, anche quando, facendo profusione di riti e atteggiamenti provocatori e stravaganti tesi a “scandalizzare gli ultimi borghesi” e i benpensanti in via d’estinzione, credono di combattere battaglie politiche di “emancipazione” e “opposizione al sistema”. Loro, le femministe, i partiti e le associazioni della sinistra postmoderna, gli attivisti LGBT, la Snowflake Generation e la Erasmus Generation sono il sistema.”

Da Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa di Paolo Borgognone, pp. 336, Zambon editore, in tutte le librerie a partire dall’8 marzo.

Paolo Borgognone (1981), storico, è autore di diversi saggi, tra cui presso Zambon editore una trilogia sulla disinformazione strategica, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa, nonché di Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo in corso di pubblicazione presso Oaks Editrice.

Il presidente “buono” e quello “cattivo”

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Barack Obama fu «santo subito»: appena entrato alla Casa Bianca fu insignito preventivamente nel 2009 del Premio Nobel per la pace grazie ai «suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Mentre la sua amministrazione già preparava segretamente, tramite la Segretaria di Stato Hillary Clinton, la guerra che due anni dopo avrebbe demolito lo Stato libico, estendendosi poi alla Siria e all’Iraq tramite gruppi terroristici funzionali alla strategia USA/NATO.
Donald Trump è invece «demone subito», ancor prima di entrare alla Casa Bianca. Viene accusato di aver usurpato il posto destinato a Hillary Clinton, grazie a una malefica operazione ordinata dal Presidente russo Putin.
Le «prove» sono fornite dalla CIA, la più esperta in materia di infiltrazioni e colpi di stato. Basti ricordare le sue operazioni per provocare e condurre le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria; i suoi colpi di Stato in Indonesia, El Salvador, Brasile, Cile, Argentina, Grecia. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise; milioni sradicate dalle loro terre, trasformate in profughi oggetto di una vera e propria tratta degli schiavi. Soprattutto bambine e giovani donne, schiavizzate, violentate, costrette a prostituirsi.
Tutto questo dovrebbe essere ricordato da chi, negli USA e in Europa, organizza il 21 gennaio la Marcia delle donne per difendere giustamente quella parità di genere conquistata con dure lotte, continuamente messa in discussione da posizioni sessiste come quelle espresse da Trump.
Non è però questa la ragione per cui Trump è messo sotto accusa in una campagna che costituisce un fatto nuovo nella procedura di avvicendamento alla Casa Bianca: questa volta la parte perdente non riconosce la legittimità del presidente neoeletto, ma tenta un impeachment preventivo.
Trump viene presentato come una sorta di «Manchurian Candidate» che, infiltrato alla Casa Bianca, verrebbe controllato da Putin, nemico degli Stati Uniti. Gli strateghi neocon, artefici della campagna, cercano in tal modo di impedire un cambio di rotta nelle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, che l’amministrazione Obama ha riportato a livello di Guerra Fredda.
Trump è un «trader» che, continuando a basare la politica statunitense sulla forza militare, intende aprire un negoziato con la Russia, possibilmente anche per indebolire l’alleanza di Mosca con Pechino. In Europa temono un allentamento della tensione con la Russia anzitutto i vertici NATO, cresciuti d’importanza con l’escalation militare della nuova Guerra Gredda, e i gruppi di potere dei paesi dell’Est – in particolare Ucraina, Polonia e Paesi baltici – che puntano sull’ostilità alla Russia per avere un crescente appoggio militare ed economico da parte della NATO e della UE.
In tale quadro, non possono essere taciute nelle manifestazioni del 21 gennaio le responsabilità di quanti hanno trasformato l’Europa in prima linea del confronto, anche nucleare, con la Russia.
Dovremmo manifestare non come sudditi statunitensi che non vogliono un presidente «cattivo» e ne chiedono uno «buono», ma per liberarci dalla sudditanza verso gli Stati Uniti che, indipendentemente da chi ne sia Presidente, esercitano la loro influenza in Europa tramite la Nato; per uscire da questa alleanza di guerra, per pretendere la rimozione delle armi nucleari USA dai nostri Paesi.
Dovremmo manifestare per avere voce, come cittadine e cittadini, nelle scelte di politica estera che, indissolubilmente legate a quelle economiche e politiche interne, determinano le nostre condizioni di vita e il nostro futuro.
Manlio Dinucci

Fonte

Le prime luci dell’alba?

aa_mainstream-media-lies-23-things-that-are-not-what-they-seem-to-be-on-television“Come dicevo all’inizio, osservando il decorso dell’anno sembrerebbe innegabile che questo 2016 sia stato per l’umanità un anno davvero infernale, un annus horribilis.
Eppure…
Eppure ci sono dei segnali decisamente emblematici che forse ci permetteranno di riconsiderare questa conclusione.
In primo luogo prendiamo in esame i media; questo è stato l’anno in cui il potere manipolatore dei media ha mostrato per la prima volta i suoi limiti.
Brexit era stata considerata non realistica e tutta la stampa aveva suonato all’unisono la grancassa della permanenza del Regno Unito in Europa; per meglio ‘convincere’ l’opinione pubblica si era addirittura ricorsi all’omicidio politico della parlamentare laburista Jo Cox, esponente del fronte Remain.
Stesso discorso per le elezioni USA, nel corso delle quali i mezzi d’informazione, i politici e Hollywood avevano ripetuto ossessivamente il mantra della ormai certa elezione della Clinton.
La cosa si è ripetuta, in piccolo, a casa nostra, dove la vittoria del Sì al referendum era data per scontata sulla base di poco affidabili indagini di mercato.
Dunque i media, il principale strumento della manipolazione dei popoli inizia a perdere la sua presa sul mondo reale e questo è un elemento che non può non preoccupare le élite che governano il mondo. Tanto da costringerle a spingere sul pedale dell’acceleratore in modo piuttosto pesante per spostare la direzione dei pensieri e delle emozioni della gente nelle direzioni volute.
Ecco allora l’intensificazione dei tentativi di denigrare, irridere o addirittura proibire pensieri che non siano politically correct, tendendo a realizzare sulla Terra un global thinking, un pensiero unico, il vero obiettivo della globalizzazione mondiale.
Se tali interventi tendono a paralizzare il pensare, l bombardamento di immagini di eventi sanguinosi e catastrofici sono intesi a depotenziare il sentire ed il volere delle masse, paralizzandole con progressive ondate di ansia, angoscia e paura ed inibendone le possibili reazioni.
Così determinate forze – chiamatele fratellanze oscure o élite mondialiste o piramidi di potere neo-oligarchiche, come preferite – lavorano per paralizzare pensare, sentire e volere in modo da creare l’uomo nuovo, totalmente asservito alla realtà virtuale, sul sentiero dell’uomo-macchina che, grazie alla totale immersione nel mondo irreale delle immagini virtuali, dei chip impiantati sottopelle, dell’incremento esponenziale delle ludopatie e dell’addiction ai dispositivi digitali può facilmente venir manipolato socialmente da chi esercita la governance mondiale.
Questo progetto globale – ormai da anni evidente a chi osservi la realtà dei fatti in modo disincantato – potrebbe, tuttavia, aver mostrato per la prima volta, quest’anno, una vulnerabilità rilevante.
Forse, allora, il 2016 potrebbe rappresentare, sì, un annus horribilis, ma non per l’umanità nel suo complesso, bensì per quell’establishment che ormai, in maniera sempre più scoperta, più parossistica, sta cercando di mettere a segno dei successi, costi quel che costi.
Il crescendo di ferocia e di efferatezza degli eventi di questi ultimi mesi indica – se ce ne fosse ancora bisogno – insomma, la debolezza e la rabbia impotente delle oligarchie dominanti, che vedono allontanarsi il loro obiettivo, pazientemente perseguito in questi ultimi decenni.
Ciò è particolarmente evidente osservando da una parte la sempre maggiore approssimazione e spudoratezza di certi attentati e dall’altra la studiata ricerca del massimo effetto possibile sull’opinione pubblica grazie a una spettacolarizzazione della morte e della paura in diretta grazie a sapienti messinscena e a media compiacenti.
Se coloro che lavorano nella e per la verità – ciascuno nella sua realtà interiore e nel suo ambito sociale – sapranno cogliere questa opportunità, la notte oscura di questo mondo crepuscolare e disumano verrà presto rischiarata dalle prime luci dell’alba.”

Da 2016, annus horribilis? O no?, di Piero Cammerinesi.

Gli interventi del professor Paolo Becchi e di Paolo Borgognone, alla conferenza “Come i media e la cultura dominante alterano le coscienze, nascondendo il rischio di guerra nucleare”, svoltasi a Genova lo scorso 17 dicembre.

Non c’è due senza tre…

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Lei definisce Trump come “ fuori sistema”, ma le sue prime nomine tra banchieri di Wall Street e petrolieri ci dicono il contrario.
Quando parlo di sistema non mi riferisco al sistema economicocapitalista, ma a quello politicomediatico, per il quale Trump era un corpo estraneo. Il suo discorso, rivolto ai lavoratori americani impoveriti dalla crisi, la sua promessa di rafforzare il tessuto economico nazionale lacerato dalla globalizzazione e dalla concorrenza esterna, ha fatto breccia tra gli operai che lo hanno ritenuto credibile, o comunque più vicino a loro di Clinton.

Un vero e proprio paradosso visto che stiamo parlando di uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti.
Si tratta di un paradosso comune a quasi tutti i paesi dell’Occidente dove le forze di sinistra hanno smesso di difendere gli interessi dei ceti popolari, hanno abbandonato la socialdemocrazia e l’idea di redistribuire il reddito, il che sta creando una dinamica caotica, disordinata, rivoltosa, dalla Brexit, alla corsa per la Casa Bianca, fino al referendum che si è appena svolto da voi in Italia. Pur di votare contro l’establishment gli elettori si affidano agli outsider, questo non vuol dire che gli outsider facciano gli interessi del popolo, ma che le classi dirigenti occidentali hanno fallito, tutte senza distinzione. La voglia di alternativa in un sistema che non prevede alternative è così grande, che si preferisce il “salto nel buio”, insomma è quella che si dice una crisi di rigetto. Inoltre la sinistra, con il suo amore per le minoranze, ha dimenticato la maggioranza.

In che senso?
Voglio dire che le battaglie per i diritti delle minoranze, etniche, sessuali si giocano su tutto un altro piano rispetto a quelle socio-economiche, i lavoratori non sono una minoranza, ma la maggioranza delle persone, tra di loro ci sono individui di tutte le etnie e tutti gli orientamenti sessuali, ma quel che li accomuna è il fatto di essere lavoratori. Invece vengono balcanizzati, trattati anche loro come una minoranza tra le altre, questa miopia della sinistra ha provocato lo smarrimento e la fuga delle classi lavoratrici.

Come cambierà la politica americana con la presidenza Trump?
Nessuno è in grado di fare previsioni, tuttavia, se darà seguito allle sue promesse, se davvero troverà un’intesa diplomatica con Putin dovremmo tutti essere contenti, una guerra tra Stati Uniti e Russia sarebbe un autentico disastro. Non credo che aspiri diventare il presidente dell’apocalisse, è un uomo d’affari e non ha certo l’ambizione di cambiare il mondo. Il problema è che non sappiamo chi ci sarà dietro di lui, quale personale politico si occuperà dei dossier più importanti, contrariamente a quel che si dice gli Stati Uniti non sono una dittatura, ci sono pesi e contrappesi, i governi sono composti da più personalità, la dialettica tra la Casa Bianca e il Congresso è spesso conflittuale, per capire l’orientamento dell’amministrazione bisognerà attendere ancora un po’. Ricordiamoci di George W. Bush, il tratto politico della sua presidenza è stato impresso dai suoi consiglieri neocon, sono stati loro a forgiare la “guerra infinita, sono stati loro a rilanciare l’idea di esportare la democrazia nel pianeta. Come Bush junior, anche Trump sembra manipolabile, ma anche più imprevedibile. Le posso raccontare un aneddoto che mi ha molto colpita?

Prego.
Trump ha rifiutato un nuovo sofisticatissimo aereo presidenziale dicendo che era troppo costoso, ma la cosa interessante è che questo aereo è concepito per mantenere in volo il presidente degli Stati Uniti per un tempo illimitato, in teoria potrebbe trascorrere tra i cieli tutta la vita; il pianeta potrebbe essere distrutto da un conflitto nucleare e il presidente continuare a volare in eterno. È un concetto veramente spaventoso.

Dopo la Brexit e Trump, in Francia, paese che lei conosce molto bene, vincerà la populista Marine Le Pen? È una prospettiva che la spaventa?
No, non mi spaventa affatto, molti definiscono Marine Le Pen una fascista, ma non è così, il Front National non è più il partito di qualche anno fa, con lei è molto cambiato. Sempre per rimanere nel campo dei paradossi, ora che François Fillon è il candidato ufficiale della destra gollista, lei diventa il candidato di sinistra. Fillon ha un programma economico che si ispira a Reagan e Thatcher e ha promesso che taglierà senza pietà la spesa sociale, in particolare nella sanità pubblica, per questo la campagna di Marine Le Pen sarà giocata a sinistra, considerando anche che i socialisti non hanno alcuna chance di arrivare al ballottaggio. Le classi dirigenti occidentali sono state schiaffeggiate dalla Brexit, dalla vittoria Trump e ora i loro mezzi di informazione usano gli stessi mezzi e la stessa retorica contro l’ascesa Marine Le Pen. E se non c’è due senza tre…”

Da Diana Johnstone: “Ecco perché vincerà Marine Le Pen”, intervista di Daniele Zaccaria.
Diana Johnstone, laureata in letteratura francese all’Università del Minnesota, scrittrice e giornalista, negli anni Sessanta era in prima linea contro la guerra in Vietnam. Esperta di politica estera americana, è stata corrispondente in Europa della rivista In These Times e portavoce del gruppo parlamentare verde al Parlamento di Strasburgo dal 1990 al 1996. Residente a Parigi da quasi trent’anni, è una critica tenace della linea “neoimperialista” degli Stati Uniti e dei loro alleati europei inaugurata con la guerra nella ex Jugoslavia.
La presente intervista è stata realizzata durante il suo recente soggiorno in Italia per presentare la biografia “politicamente scorretta” di Hillary Clinton, Hillary Clinton regina del caos, pubblicata da Zambon editore.

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“E’ sempre bello vedere più donne al comando!”