Democrazia vs Oligarchia

Un luogo comune stancamente e pigramente ripetuto fa nascere la “democrazia” nell’antica Grecia e più in particolare nell’antica Atene, scriveva nel 2006 il compianto Costanzo Preve nel suo “Elogio del comunitarismo”

“…si trattava di una democrazia non tanto caratterizzata dal formalismo procedurale, che pure era presente, ma da un fatto sostanziale e contenutistico, e cioè dalla prevalenza del demos, che era certamente anche un corpo elettorale attivo e passivo, ma che era soprattutto l’insieme sociale dei più poveri, come del resto Aristotele dice in modo chiarissimo e inequivocabile. La democrazia greca era dunque non una forma di “sanzione giuridica” della disuaglianza sociale più estrema, come è oggi nella sua caricatura occidentalistica, ma era una forma di “intervento politico correttivo” su questa disuguaglianza. Ed infatti, i democratici antichi lo capivano benissimo, perché la forma politica contraria cui si opponevano era appunto l’oligarchia, il dominio dei pochi che erano anche i più ricchi.
Il contrario della democrazia era dunque l’oligarchia, e solo l’oligarchia. Solo dopo le guerre persiane, e soprattutto durante la preparazione ideologica dell’aggressione di Alessandro il Macedone contro l’impero persiano, l’opposizione ideologica fu simbolicamente “spostata”, e la dicotomia non fu più Democrazia contro Oligarchia, ma diventò Libertà dei Greci contro Tirannide Orientale. Tutti gli storici dell’antichità conoscono ovviamente questo spostamento ideologico, ma in genere lo sottovalutano. E questo non è un caso, perché la recente polemica ideologica del liberalismo moderno contro il dispotismo feudale, signorile, assolutista e religioso viene retrodata simbolicamente all’antichità classica. Il nemico della democrazia non è più lo scatenamento oligarchico della ricchezza illimitata e incontrollata, la cui dinamica porta infallibilmente alla dissoluzione di ogni comunità, ma è il sovrano orientale di Persepoli. Qualcosa del genere, come si sa, accadde anche nel secolo appena trascorso, in cui il nemico della democrazia era la tirannia comunista, non la concentrazione oligarchica delle ricchezze finanziarie.
Il fatto più curioso e paradossale in questo spostamento sta in ciò, che proprio quando il nemico della democrazia non era più l’oligarchia, bensì il dispotismo orientale, la democrazia stessa era finita, e i nuovi dispotismi, prima dei regni ellenistici e poi dell’impero romano, si imponevano svuotando di ogni contenuto la decisione politica delle comunità democratiche. E come oggi il cosiddetto “capitalismo compassionevole” si candida a sostituire il welfare state, allo stesso modo allora al posto della decisione politica comunitaria in favore del demos si imponeva la pura beneficenza dall’alto (everghetismo).”

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

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Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

La dittatura liberale

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Nato in Francia il 28 giugno 1952, Jean-Christophe Rufin, medico, diplomatico, già vice-presidente di Medici senza frontiere e membro dell’Académie française, è autore di numerosi saggi e romanzi.
Nel 1994 pubblicava, presso l’editore Lattès di Parigi, “La dictature libérale: le secret de la toute-puissance des démocraties au 20. siècle”, dal quale è tratto il brano che segue, nella traduzione allora offerta dal mensile di politica, cultura e informazione “Orion”.

La mano invisibile politica non si limita a guidare gli uomini un contratto sociale imposto dalla paura dello “stato di natura”, ma si adopera nel contempo a prolungare questo “stato di natura” in modo che il suo funesto spettacolo non sia un ricordo, sempre più sbiadito, ma una realtà attuale che tutti possono osservare.
La vittoria che le democrazie hanno ottenuto sul comunismo è di questo genere: non l’annientamento, ma la sua neutralizzazione attraverso una forma sottile di partnership. Come quei domatori che fanno finta di combattere le belve e poi ogni sera le nutrono e le carezzano, così gli occidentali, mentre affermavano di combattere il comunismo sovietico, lo hanno costantemente appoggiato e aiutato nei momenti di crisi.
La coesistenza con lo “stato di natura” sovietico è uno dei grandi vantaggi di cui ha goduto la moderna mano invisibile politica rispetto ai tempi di Hobbes: essa ha alimentato lo “stato di natura” usando nello stesso tempo il suo spauracchio per convincere i popoli dell’Occidente ad accettare il contratto sociale liberale. Il comunismo sovietico si è prestato a meraviglia a questo gioco; gli altri regimi autoritari di questo secolo non sono mai stati in grado di assolvere una funzione simile. Il fascismo si è rivelato inadeguato a formare una coppia stabile con la civiltà liberale, essendo le sue caratteristiche troppo lontane e troppo vicine a un tempo. Troppo vicine per la sua efficenza produttiva: aver conservato modelli di organizzazione capitalista consentiva ai regimi fascisti di raggiungere risultati notevoli e temibili in campo economico. Troppo lontano per la sua natura nazionale, tendenzialmente autarchica, guerriera e imprevedibile. La rivoluzione fascista, che conservava i tratti di un socialismo universalista, assumeva poi le connotazioni del nazionalsocialismo dove prevaleva l’etnicismo erigendo intorno a sé limes militarizzati e ostili. La coesistenza, il controllo sottile ma proficuo, diventavano impossibili, la società demoliberale doveva quindi combatterlo e annientarlo.
Il bolscevismo invece era, nello stesso tempo, interno e esterno all’universo demoliberale: interno perché ne controllava le insorgenze rivoluzionarie, esterno perché si costituiva come Stato dai precisi contorni. Abbastanza debole, disorganizzato e inefficiente da non poter sopravvivere se non con l’aiuto dei suoi nemici – il patto leninista del 1921 suggellò questa collaborazione -, abbastanza armato per costituire una minaccia sufficientemente credibile per il mondo demoliberale.
Questo nemico su misura, compatibile, ha consentito alle società demoliberali di costruire un contratto sociale fondato non sull’abbandono definitivo dello “stato di natura” ma sul timore permanente di una minaccia costituita dal “socialismo reale”. In questo dispositivo l’individuo conservava la sua libertà, ma era posto di fronte all’evidenza che scelte di rottura con il contratto demoliberale conducevano inevitabilmente a quello “stato di natura” i cui perversi effetti poteva osservare nelle società dell’Est europeo.
La grande novità costituita dal dispositivo sistemico demoliberale è quella di poter produrre contemporaneamente la tesi e l’antitesi, “stato sociale” e “stato di natura”, essa li alimenta entrambi mantenendoli separati. Questa mano invisibile guida le società demoliberali, il principio che la informa è semplice, si tratta di massimizzare in ogni modo la paura. Continua a leggere

Alla ricerca dell’opposizione perduta

Federico Roberti intervista Paolo Borgognone, in relazione al suo ultimo libro L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale.

La battaglia è appena iniziata

paese libero“Per quanto riguarda la popolazione italiana, le recenti elezioni hanno dimostrato che l’ondata sovranista ha toccato poco la nostra nazione. Non sopravvalutiamo il «successo» del PD, sostanzialmente ha funzionato l’operazione di unire al PD, il centro moderato che alla precedenti elezioni politiche aveva votato Monti (10% circa), non sono neanche da escludere consistenti brogli (di cui ha parlato apertamente Grillo), tuttavia, è chiaro anche da questi risultati che ancora non si intravvede in Italia il formarsi di una volontà collettiva che vada in direzione di un movimento sovranista. C’è da tenere nel debito conto questa importante differenza: la Francia ha solo da correggere una deviazione da un percorso di quella che resta una nazione sovrana, mentre in Italia il contesto è piuttosto diverso, in quanto nazione che, come la Germania e a differenza della Francia, ha un gran numero di basi militari statunitensi, a che partire da Tangentopoli, per concludere con il colpo finale che ha visto la definitiva sottomissione, a furia di attacchi scandalistici internazionali e di statuette in faccia che raggiungevano con facilità la faccia dell’allora nostro Presidente del Consiglio, l’incauto pagliaccio Berlusconi, provocando le sue dimissioni dal governo e la collaborazione forzata con i successivi governi, da Monti in poi. Da allora abbiamo perso anche del tutto la «sovranità limitata» di cui abbiamo goduto dal dopoguerra fino agli anni Ottanta, già seriamente compromessa con Tangentopoli (sovranità limitata che gli aveva fornito quella libertà di manovra, soprattutto in medio-oriente, necessaria al suo sviluppo). Per questi motivi, si tratta obiettivamente di una lotta molto più difficile. Inoltre, l’Italia ha completato la sua modernizzazione, il suo passaggio da paese prevalentemente agricolo a paese industriale sotto l’egemonia statunitense (un passaggio che era iniziato in realtà ben prima, dall’inizio del secolo, e che probabilmente ci sarebbe stato lo stesso anche se non fosse stata sotto la sfera d’influenza statunitense). Si fa fatica ad accettare che gli USA hanno da tempo concluso la fase egemonica, che lasciava un certo spazio di manovra agli «alleati» (subordinati) europei, e che senza una riconquista della sovranità nazionale, subordinandoci del tutto agli USA, non conserveremo nemmeno parte dell’attuale tenore di vita, già fortemente compromesso, mentre la nuova generazione è già senza prospettive. Finora non si vede una volontà collettiva intenzionata ad incamminarsi su di un percorso di recupero della sovranità. Se non si tratta di un opportunistico attendere l’evoluzione degli eventi, tipico della mentalità italiana, ma di un’incapacità permanente di reazione della nostra collettività, vedremo il declino dell’Italia come nazione significativa e il suo ritorno allo status di nazione povera.
10155523_705267379532435_6400827348388679339_nNon si possono considerare il Movimento 5 Stelle o la Lega di Salvini espressione di una volontà sovranista. Non bastano certo le recriminazioni sull’euro a fare del primo un movimento sovranista, anzi il voto favorevole all’abolizione del reato di immigrazione clandestina lo pone decisamente dalla parte dei movimenti non sovranisti. Detto per inciso, il controllo dell’immigrazione di per sé non ha nessuna connotazione razzista, in quanto una popolazione che risiede stabilmente su di un territorio ha tutto il diritto di stabilire chi, come e quanti individui provenienti da altre nazioni accettare sul proprio territorio. Questo diritto è uno degli attributi fondamentali della sovranità.
Per quanto riguarda la Lega, seppure essa ha una connotazione identitaria-comunitaria, un elemento essenziale della sovranità, il fatto che si manifesti in termini localistici, dimostra come ancora una volta in Italia il fattore identitario finisce per acquisire delle connotazioni patologiche (per usare un concetto previano che definiva nazionalismo e razzismo «patologie del comunitarismo», e tra queste, a mio parere, si può annoverare anche il localismo).
La non perdita di consensi del PD, nonostante il disastro economico e sociale, è preoccupante, perché tale partito è il principale nemico della sovranità nazionale e tra i principali responsabili del disastro economico in cui versa l’Italia (svendita delle aziende italiane pubbliche e private, intossicazione della vita politica ed economica attraverso un utilizzo distorto della magistratura, favoreggiamento di un’immigrazione finalizzata all’abbassamento del costo del lavoro). Cerchiamo di ricostruire per sommi capi questa degenerazione del principale partito della sinistra: il PCI non è nato come un partito anti-nazionale, Gramsci ne aveva fatto una questione centrale e in merito aveva avanzato analisi importanti e innovative, anche rispetto al dibattito di allora nei partiti comunisti; la lotta dei partigiani comunisti voleva essere anche una lotta di liberazione nazionale, anche se poi alla fine si trattò di scegliere tra due eserciti invasori; il PCI del dopoguerra nel suo simbolo aveva la bandiera italiana insieme alla bandiera rossa. Al crollo del comunismo, la seconda generazione cresciuta nell’insano recinto della «sovranità limitata», una generazione diversa da quella eroica della guerra e della lotta partigiana, invece che con una seria discussione sulla storia del comunismo ottocentesco, reagì con il puro e semplice rinnegamento della propria storia e passò armi e bagagli sul carro statunitense, passaggio che aveva già una sua storia quando Berlinguer guardava con favore all’«ombrello della NATO» e quando l’attuale presidente della repubblica faceva il suo viaggio «culturale» nel 1976 negli USA, guadagnandosi già da allora il titolo, non conferito ufficialmente, di referente della politica statunitense in Italia. Costoro come rinnegati si sono dimostrati disposti a svendere non solo la storia del loro partito, ma l’intera Italia.
(…)
L’evoluzione del contesto politico globale oggi pone al centro la riconquista della sovranità e bisogna attrezzarsi con le categorie adatte, nonché, ovviamente, con gli altrettanto necessari strumenti politici e militari
La battaglia è appena iniziata, ma il quadro politico acquisisce una maggiore chiarezza, si intravvedono le questioni dirimenti degli anni futuri e tra queste, lo possiamo dire con certezza, vi sarà la difesa della sovranità. Chiunque ritiene questo un obiettivo da perseguire è nostro amico, chi è contro è nostro nemico.
L’irrompere sulla scena della lotta per la difesa della sovranità deriva dalla nuova fase dello scontro in direzione di un mondo multipolare che vede una più netta contrapposizione tra Stati Uniti e Russia e relative manovre dei primi per subordinare i paesi europei alla proprio politica di aggressione alla Russia, una politica contraria agli interessi europei, basti considerare la sola questione energetica. Tali manovre hanno visto la perdita a partire dal governo Monti della residua sovranità limitata dell’Italia. Subordinazione che comporta la deindustrializzazione dell’Italia e la sua integrazione subordinata all’interno della sfera politica statunitense. Le conseguenze della deindustrializzazione vengono patite principalmente dalle classi inferiori e dai ceti medi produttivi.
Per principio, la difesa della sovranità non può essere né di «destra» né di «sinistra», se vogliamo rappresentare con queste categorie fuorvianti, sempre alla moda, le differenze ideologiche, in quanto senza sovranità qualunque sia l’indirizzo politico, economico e sociali delle forze politiche al governo esse dovranno sottostare alle imposizioni di chi detiene la sovranità effettiva. Quindi, chi antepone le differenze ideologiche alla difesa della sovranità è nostro nemico, qualunque sia il suo orientamento ideologico.
La difesa della sovranità è antecedente alle questioni ideologiche, agli indirizzi politici e sociali, ma può avere diverse declinazioni, di «destra» e di «sinistra», ad es. associate alla questione sociale, all’equità sociale (che non coincide con l’eguaglianza) e alla possibilità di un futuro dignitoso per ogni cittadino italiano. (E qui ad un eventuale lettore di «sinistra», scatterà subito una molla: «non ad ogni cittadino italiano, ma ad ogni essere umano». Ed è qui che sta l’errore, siccome la lotta avviene in un contesto determinato, noi lotteremo insieme a coloro che vivono in questo contesto, quello dello Stato dove si stabiliscono le leggi che regolano i rapporti tra i gruppi sociali, chi vive in altri contesti porterà invece avanti le sue lotte per migliorare la società in cui vive).
Non siamo che agli inizi di una era, se la Russia proseguirà nello scontro contro il sistema occidentale dovrà affrontare i problemi interni proponendo nuove soluzioni rispetto a quelle liberal-capitalistiche, perché soltanto con il coinvolgimento popolare potrà affrontare tale scontro (il consenso e l’appoggio popolare è l’unico autentico fattore di superiorità rispetto alla sola superiorità tecnica su cui punta l’Occidente), e tale coinvolgimento lo si realizza percorrendo una via opposta alle economie occidentali che vedono l’esclusione di fasce sempre più ampie di popolazione. Soltanto ridando una patria agli uomini, un contesto in cui la loro vita, il loro agire e patire, abbia un senso e una continuità questi sono disposti a compiere dei sacrifici, fino al massimo sacrificio della vita.”

Da La difesa della sovranità nelle lotte future, di Gennaro Scala.

L’insopportabile ipocrisia del totalitarismo “democratico”

L’obiezione più forte che i moderni studiosi di tendenza liberaldemocratica muovono all’idea stessa della geopolitica è che, nelle condizioni proprie seguite alla seconda guerra mondiale e alla fine della “guerra fredda”, è anacronistico pensare ancora la politica come lotta per l’espansione territoriale, dato che i sistemi democratici non punterebbero all’ingrandimento del proprio territorio, ma all’espansione di pacifiche relazioni commerciali e alla libertà dei mari.
Tutte queste buone intenzioni sono state compendiate nella cosiddetta Carta Atlantica, sottoscritta dal capo del governo inglese Churchill e dal presidente statunitense Roosevelt nel 1941 (quando, si noti, gli Stati Uniti d’America e i governi dell’Asse non erano ancora formalmente in stato di guerra gli uni contro gli altri).
Tuttavia, vi sono pochi dubbi sul fatto che dietro quelle formule si celava, da un lato, la tenace, rancorosa volontà di Churchill di punire la Germania e l’Italia e di conservare a ogni costo l’Impero britannico, l’India specialmente (anche se, poi, le cose sono andate altrimenti); e, dall’altro lato, la determinazione americana di rilanciare la propria economia – mai uscita dalla crisi del 1929, nonostante l’apparato propagandistico del New Deal – ed anche il proprio ruolo politico mondiale, mediante la colonizzazione finanziaria del mondo intero.
C’è, poi, bisogno di notare che molte idee, e persino molti uomini, della geopolitica nazista, sono passati, quatti quatti, proprio nei meccanismi strategici del Pentagono dopo il 1945, tanto che si può parlare di una autentica ripresa di quei temi e di quelle concezioni in chiave liberaldemocratica? Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, su questo stesso sito (intitolato «Da Hitler a Bush, ovvero come si passa dal Terzo al Quarto Reich», pubblicato in data 01/02/2008), per cui rimandiamo il lettore a quelle riflessioni.
È davvero insopportabile l’ipocrisia del totalitarismo democratico: il quale, mentre respinge con orrore tutto ciò che la cultura politica tedesca (e italiana) ha prodotto negli anni del fascismo, contemporaneamente si serve di gran parte del suo armamentario ideologico, rivisto e riverniciato, per perseguire sempre più spregiudicatamente i propri disegni di dominio mondiale.

Da La geopolitica di Karl Haushofer ha ancora qualcosa da insegnare al mondo attuale?, di Francesco Lamendola.

Filoamericanismo, ideologia di deresponsabilizzazione

Ideocrazia

“In Italia i filoamericani in servizio puramente effettivo sono particolarmente numerosi in ambiente giornalistico. Da Rossella a Riotta c’è solo l’imbarazzo della scelta. I giornalisti sono il clero secolare di questo nuovo medioevo capitalistico, laddove il clero regolare è piuttosto composto dai professori universitari di filosofia e di scienze sociali. Ritengo riduttivo ed economicistico l’approccio per cui questi servi laureati si comportano così perché sono sul libro paga della CIA. I soldi non sono tutto nella vita, anche se comunque non fanno mai schifo. Il filoamericanismo è certamente ben pagato, ma resta comunque un’attività prevalentemente gratuita, una passione, una passione che un tempo sarebbe stato battezzata “cupidigia di servilismo”. Il vecchio Tacito usava l’espressione latina ruere in servitium per indicare coloro che si affrettavano talmente a compiere atti di servilismo verso Tiberio da finire con l’inciampare. Nel dicembre del 2003, in occasione della cattura in Irak di Saddam Husseyn, abbiamo assistito ad episodi incredibili di questo ruere in servitium, e fra essi vorrei citare solo i nomi dei giornalisti Galli della Loggia e Rondolino.
Ma cerchiamo di stringere sulla natura del filoamericanismo. Ritengo si tratti in ultima istanza della manifestazione di una sindrome di impotenza storica interiorizzata, per cui si delega ad un potere esterno salvifico un insieme di compiti economici, politici e culturali che non si ritiene di poter più svolgere autonomamente. Il 1945 è ormai lontano, ma si continua a ripetere salmodiando che se non fossero arrivati gli americani noi europei saremmo ancora qui a gemere sotto la dittatura. L’apporto sovietico alla sconfitta di Hitler è ovviamente censurato, e curiosamente viene di fatto anche censurato il fenomeno storico della resistenza europea 1941-45. Ma si tratta solo di dettagli. In realtà si è di fronte alla ricostruzione della intera storia europea del Novecento in base ai due fondamenti metafisici della Malvagità e dell’Impotenza. In questo modo l’Europa avrebbe commesso una sorta di Colpa Assoluta integralmente Irriscattabile, e per questa ragione l’occupazione militare americana diventa non solo un fatto geopolitico, ma la si erge a fatto metafisico totale. In caso contrario ci si potrebbe laicamente chiedere che cosa ci fanno basi militari americane potentemente armate ad Aviano in Italia, a Ramstein in Germania, a Suda in Grecia, eccetera, dal momento che è venuta meno da tempo la cosiddetta minaccia sovietica. Ma è appunto questa domanda laica e pacata che il filoamericanismo non può neppure sopportare.
Il filoamericanismo è allora prima di tutto una ideologia di deresponsabilizzazione europea. Quando lo studioso americano Kagan parla degli USA come di Marte e dell’Europa come di Venere egli è purtroppo ancora al di qua della comprensione minima del problema. In realtà l’Europa ha deciso di essere come Tersite, l’oggetto dello scherno degli Achei e della umiliante punizione inflittagli da Odisseo.”

Da L’ideocrazia imperiale americana. Una resistenza possibile, di Costanzo Preve, edizioni Settimo Sigillo, 2004, pagine 49-51.
[grassetto nostro]

Del medesimo autore:
Chi ride e chi piange e Una vera storia infinita