Contro il liberalismo per una Quarta Teoria Politica

Spigolature da La Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin, Novaeuropa edizioni.

“Dopo aver sconfitto i suoi rivali, il liberalismo ha (re)imposto un monopolio nel pensiero ideologico: è divenuto l’unica ideologia, che non consente nemmeno l’esistenza di alcuna ideologia rivale. Si potrebbe dire che è passato da un programma a un sistema operativo comune. Si noti che, quando andiamo in un negozio a comprare un computer, il più delle volte non diciamo “Vorrei un computer con Microsoft”, ma semplicemente “Vorrei un computer”, e ci viene venduto un computer con un sistema operativo Microsoft. Lo stesso accade con il liberalismo: ci viene impiantato come qualcosa di standard, che sarebbe assurdo e inutile contestare.
(…) Il liberalismo non è più liberalismo ma sottofondo, tacito accordo, consenso. Ciò corrisponde alla transizione dall’epoca della modernità a quella postmoderna. Nella postmodernità il liberalismo, mantenendo e perfino aumentando la sua influenza, sempre più raramente rappresenta una filosofia politica liberalmente scelta e compresa, diviene inconscio, istintivo e non del tutto consapevole. Questo liberalismo istintivo ha la pretesa di trasformarsi nella “matrice” universale, non-conscia, della contemporaneità…”.
[Pagg. 209-210]

“Dobbiamo mettere fine alle vecchie ideologie e teorie politiche. Se abbiamo davvero rifiutato il marxismo e il fascismo, quello che rimane è di mettere da parte definitivamente il liberalismo, che è un’ideologia altrettanto datata, crudele e misantropa. Il termine “liberalismo” dovrebbe essere equiparato a “fascismo” e “comunismo”. Il liberalismo è responsabile di crimini storici tanto quanto il fascismo (Auschwitz) e il comunismo (i gulag); è responsabile della schiavitù e della distruzione dei nativi americani negli USA, per Hiroshima e Nagasaki, per le aggressioni in Serbia, Iraq e Afghanistan, per la devastazione e lo sfruttamento di milioni di persone sul pianeta, e per le menzogne ignobili e ciniche che imbellettano queste verità storiche.”
[Pag. 81]

“Tutti coloro che condividono un’analisi negativa della globalizzazione, dell’occidentalizzazione e della postmodernizzazione dovrebbero unire i loro sforzi per creare una nuova strategia di resistenza contro un male che è onnipresente.”
[Pag. 289]

“L’unica cosa su cui è opportuno insistere nel tracciare un simile sentiero di cooperazione è la dismissione dei pregiudizi anticomunisti e antifascisti. Questi pregiudizi sono gli strumenti per mezzo dei quali liberali e globalisti tengono divisi i loro nemici. Perciò dobbiamo ripudiare con forza tanto l’anticomunismo quanto l’antifascismo. Entrambi sono strumenti controrivoluzionari nelle mani dell’élite globale liberale. Allo stesso tempo, dobbiamo opporci a ogni genere di conflitto tra le varie credenze religiose – musulmani contro cristiani, ebrei contro musulmani, musulmani contro indù, e così via. Le guerre e le tensioni interconfessionali fanno il gioco del reame dell’Anticristo, che mira a separare le religioni tradizionali allo scopo di imporre la sua pseudo-religione, la sua parodia escatologica.
Di conseguenza, dobbiamo unire la Destra, la Sinistra e le religioni tradizionali di tutto il mondo in uno sforzo comune contro il nemico comune. La giustizia sociale, la sovranità nazionale e i valori tradizionali sono i tre principi fondamentali della Quarta Teoria Politica. Non è facile riunire sotto un unico stendardo un’alleanza così composita, ma dobbiamo provare se vogliamo sopraffare il nostro nemico.”
[Pag. 292]

La Quarta Teoria Politica e il populismo

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La Quarta Teoria Politica e il populismo

La protesta politica contro l’egemonia liberale nella riflessione di un pensatore fuori dal coro

“Tutti gli autori notano la fine della divisione tradizionale dello spettro politico a destra e sinistra e l’emergere di una nuova geometria di sistemi politici. La fuga dalla destra e dalla sinistra è caratteristico per l’intera società – sia per le élite che per le masse ed è collegato alla totale dominazione della Prima Teoria Politica [il liberalismo – n.d.c]. Quando il liberalismo acquisisce la piena egemonia, comincia ad agire come tale – senza appartenere alla destra o alla sinistra. Nell’economia dominano gli approcci di destra (il mercato), in politica quelli di sinistra (il libertarismo, la politica gender, il miscuglio di sessi e popoli, il multiculturalismo, ecc…). Il liberalismo è l’ideologia delle élite e vediamo sempre più spesso la parte superiore della rete liberale – quegli stessi “iniziati liberali”, che ormai non nascondono i propri veri piani e proclamano apertamente la via alla post-umanizzazione dell’umanità. Inoltre, sempre più visibilmente i metodi di amministrazione stanno diventando totalitari, utilizzando i mezzi dell’informazione di massa e i social network per l’introduzione forzata dei dogmi liberali nelle coscienze. Piano piano, dalla parte opposta della società si concentrano i movimenti di protesta che, così come l’ideologia delle élite, non fa capo né a destra, né a sinistra.
(…) Questi movimenti di protesta e la loro espressione spontanea e non sistematizzata ha ricevuto il nome di “populismo”. Il populismo è sempre stato presente ma al giorno d’oggi sta diventando un fattore politico di estrema importanza.
(…) Qui è importante soffermarsi sul termine populus, su cui è basato il concetto stesso di populismo. Populus, il popolo – è una concezione che non ha un proprio status giuridico all’interno dell’ideologia della Modernità ma che è presente nella maggioranza delle Costituzioni moderne, come fonte del potere legittimo. Il popolo, nominato nelle Costituzioni, nei modelli giuridici è interpretato in modo liberale (come un insieme di individui – e da qui il passo verso la teoria dei diritti dell’uomo è breve), oppure dal punto di vista nazionale (come un insieme di cittadini, aventi la cittadinanza di questo o quell’altro Paese), oppure dal punto di vista socialista (come una società di classi – nei regimi delle democrazie popolari). Ma ovunque il popolo è visto come un’espressione convenzionale generalizzata e non come un concetto. Cioé, egli è riconosciuto come soggetto. E si è formato storicamente durante la transizione dal Rinascimento all’Evo Moderno. Il popolo è rimasto nelle Costituzioni proprio dal Rinascimento, dove aveva un significato concettuale indipendente, ancora non soggetto ad un’interpretazione in nessuna delle teorie politiche della Modernità. Per questo, il popolo non appartiene alle strutture politiche della Modernità ma si trova al confine (…).
La Quarta Teoria Politica si relaziona al concetto di “popolo” come a una categoria giuridica e filosofica indipendente – in quel lato della sua interpretazione nel contesto delle tre teorie politiche della Modernità [liberalismo, comunismo, fascismo – n.d.c.]. Il popolo viene riconosciuto in modo esistenzialista – per il Dasein. Di particolare significato è la formula di Heidegger “Dasein existiert völkisch“. Il popolo, populus, la Quarta Teoria Politica lo interpreta, come Dasein, il Volk als Dasein. Questo rende il fenomeno del populismo non vago, caotico o spontaneo ma fondato in profondità, filosofico e all’avanguardia. In questo caso, la Quarta Teoria Politica può essere vista come la “metafisica del populismo”, spiegando la sua presenza e fornendo una cieca protesta dell’umanità contro l’élite satanica, che ha preso il potere su di essa, attraverso la strategia, coscienza, pensiero, sistema e un piano di lotta.”

Dalla prefazione dell’Autore all’edizione italiana di La Quarta Teoria Politica, di Aleksandr Dugin, NovaEuropa edizioni, 2017, pp. LV-LVII.

Generazione Erasmus

Pubblichiamo un breve estratto dalle considerazioni conclusive del nuovo libro di Paolo Borgognone, Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo, Oaks Editrice, pp. 514, € 25, in libreria a partire dal 16 novembre.

“Il capitalismo contemporaneo è illimitato esattamente come lo sono le velleità di divertimento, di acquisizione di “esperienze” e il culto della mobilità caratteristici della sedicente Generazione Erasmus (una generazione culturalmente ultracapitalistica). Gli studenti internazionali della Generazione Erasmus, così come il clero politico-economico e accademico-mediatico di complemento al globalismo e all’imposizione planetaria del dogma del libero mercato, ritengono infatti che fermare il capitalismo equivalga a fermare il progresso e pertanto assumono il ruolo, innegabile, di guardia pretoriana dei meccanismi, anonimi e impersonali, di riproduzione del capitalismo sfruttatore. La Generazione Erasmus è infatti contraria al liberismo selvaggio in economia (nel senso che gli studenti internazionali di nuovo conio vorrebbero, dopo il semestre di “vacanza-studio” a zonzo per l’Europa e gli USA, “piazzarsi” nei meccanismi di riproduzione della società di mercato come piccoli borghesi novecenteschi retribuiti, para-statalizzati e assunti a tempo indeterminato) ma è favorevole alla teologia delle nuove forme di comunicazione digitale globale (dai voli low cost per raggiungere in un paio d’ore di viaggio le destinazioni più esotiche e rinomate in tema di possibilità di accesso, a costi contenuti, al divertimentificio postmoderno e fino ai dispositivi hi tech in stile smatphone, ecc.) direttamente generatrici e responsabili dei processi di radicalizzazione del liberismo in economia e di consolidamento della società dello sfruttamento e della precarizzazione di massa in ambito occupazionale ed esistenziale. La contraddizione di fondo interna alla Generazione Erasmus consiste nel fatto che i teenager postmoderni sono tendenzialmente contrari allo sfruttamento capitalistico generalizzato ma favorevoli ai dispositivi capitalistici di comando e controllo costituenti la causa principale dei processi di precarizzazione e pauperizzazione di cui sopra. Il fatto è che i teenager della Generazione Erasmus, per motivi di mera convenienza individuale (vedersi ridimensionate le possibilità di accesso al divertimentificio “no border”?!… Giammai!), si rifiutano aprioristicamente di intendere il capitalismo come fatto totale onnicomprensivo, dunque anche culturale e non soltanto economico, e limitano la loro critica al mondo così com’è a una serie di patetici e innocui lamenti, in perfetto stile “indignados”, contro quelli che gli studenti internazionali di nuova generazione definiscono gli eccessi del liberismo in materia economica. In altri termini, gli studenti Erasmus Generation sono contro la precarietà economica e occupazionale, ma a favore della società di mercato. E questo atteggiamento, volutamente utilitaristico e codardo, da parte delle nuove generazioni conquistate alle logiche individualistiche proprie di una società di sopraffazione, rappresenta una palese, vergognosa e insanabile contraddizione in termini. La Generazione Erasmus è parte integrante del pensiero unico della mondializzazione e della crisi antropologica dell’uomo contemporaneo (di cui la crisi economico/finanziaria degli Stati non è che la conseguenza diretta e perseguita), tanto che il motto identitario di riferimento di questa nebulosa adolescenziale postmoderna è «laissez-passer», ossia la formula di istituzione, sin dai tempi del Codice napoleonico, del liberismo economico negli ordinamenti giuridici di alcuni Paesi europei, Francia in testa.
(..) La Generazione Erasmus è l’embrione sociologico di questa “nuova classe” di servitori plaudenti della pseudo-élite globale. I giovani cosmopoliti odierni infatti, coloro i quali il giornalista Bernard Guetta ebbe a celebrare come «i battaglioni della democrazia» market friendly, si limitarono, nel proprio percorso esistenziale, ad approfittare della compressione dei costi della comunicazione e della mobilità caratteristici dei processi di digitalizzazione e di liberalizzazione del capitalismo e, come direbbe Emmanuel Macron, si “misero in gioco”, ossia adeguarono il loro modus vivendi agli schemi ideologici predisposti ad hoc dalle celebrities del liberalismo che tali “battaglioni” avevano interesse ad arruolare per consolidare l’egemonia ideologica, politica ed economica del regime di libero mercato transnazionale. La Generazione Erasmus infatti, proprio come le celebrities del capitalismo globale, risponde perfettamente, a livello di stereotipi di stili di vita, desiderio e consumo, «alla logica della deterritorializzazione che governa i flussi di segni di valore e informazioni» e, ideologizzata in senso propriamente neoliberale com’è, respinge in toto quella che Formenti definisce invece la «logica della riterritorializzazione, la logica dei corpi che cercano territori da occupare per affondarvi le radici e ricostruire comunità». Il conflitto di classe contemporaneo scaturisce dalla contrapposizione, innanzitutto metafisica e poi di prassi fattuale, tra i sostenitori (i “nuovi europei”) dell’ideologia nichilista e giovanilistica del presente sclerotizzato all’insegna dei cosiddetti processi progressivi necessari dell’omologazione monoculturale americanocentrica e i fautori della filosofia del Sacro, del Sovrano e dell’Eterno (gli “ultimi europei”).”

Estranei alla società dell’intrattenimento: due incontri pubblici a Bologna

Machiavelli auspicava di riportare in auge la virtù della Roma repubblicana. La civiltà europea seguì tuttavia un percorso diverso: al posto della virtù del cittadino-soldato e del governo misto, si ebbero la concentrazione del potere statuale, la nascita degli eserciti professionali, nonché lo sviluppo economico necessario al loro finanziamento. A delinearne il modello di base sarà Thomas Hobbes, teorico dell’assolutismo. Machiavelli ed Hobbes saranno incarnazioni di opposti paradigmi, opposti modi di concepire il conflitto tra gli esseri umani. Il modo di concepire il conflitto da parte di Hobbes sarà determinante per tutte le principali ideologie moderne (liberalismo, nazionalismo, socialismo e loro derivazioni).
Non è un caso che cinque secoli dopo, ora che la civiltà europea, trasfiguratasi in quella occidentale, sprofonda nell’anomìa, qualcuno torni ad occuparsi in modo sistematico di Machiavelli, tant’è che è sorta negli ultimi decenni una corrente di studi denominata “repubblicanesimo” a lui ispirata. Da questo dibattito potrebbero venire indicazioni utili per ripensare radicalmente le fondamenta di una politica mai così in crisi e screditata agli occhi dei più.
Occhi che vanno aperti. Se, fin dai tempi antichi, la gestione del potere si è affidata alla massima riservatezza, alla dissimulazione, alle operazioni sotto copertura da parte di specialisti, infiltrati, per millenni la popolazione è stata esclusa a priori dai misteri del comando. Solo in tempi storici relativamente recenti si è avanzata l’esigenza di trasparenza dell’operato dei governi, ma l’avvento dei regimi democratici non ha annullato la segretezza delle decisioni cruciali e delle operazioni strategiche più delicate. Individuare queste strategie non è facile, meno ancora contrapporvisi. Del resto, vi è anche il rischio è di scivolare in ricostruzioni fantasiose in cui ogni dinamica sociale vien spiegata attraverso schemi elementari e stereotipi. Se la mania complottista è una deriva di menti poco lucide, tuttavia l’anticomplottismo sistematico è il frutto di una sindrome non meno controproducente e forse più pericolosa.

Quando la sinistra non aveva paura della sua ombra

“Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei Paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.
A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriano, nel dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (PS, PCF, Parti de Gauche, NPA, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del Paese.
Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.
Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo Paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi.
(…)
Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece di studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne” [una sorta di “l’Espresso” francese – n.d.t.] e guarda France 24 [la Rainews24 francese – n.d.t.]. Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli USA dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di Stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.
Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i Curdi siriani ai Siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.
(…)
Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di Stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio Paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.”

Da 1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea), di Bruno Guigue.

Democrazia vs Oligarchia

Un luogo comune stancamente e pigramente ripetuto fa nascere la “democrazia” nell’antica Grecia e più in particolare nell’antica Atene, scriveva nel 2006 il compianto Costanzo Preve nel suo “Elogio del comunitarismo”

“…si trattava di una democrazia non tanto caratterizzata dal formalismo procedurale, che pure era presente, ma da un fatto sostanziale e contenutistico, e cioè dalla prevalenza del demos, che era certamente anche un corpo elettorale attivo e passivo, ma che era soprattutto l’insieme sociale dei più poveri, come del resto Aristotele dice in modo chiarissimo e inequivocabile. La democrazia greca era dunque non una forma di “sanzione giuridica” della disuaglianza sociale più estrema, come è oggi nella sua caricatura occidentalistica, ma era una forma di “intervento politico correttivo” su questa disuguaglianza. Ed infatti, i democratici antichi lo capivano benissimo, perché la forma politica contraria cui si opponevano era appunto l’oligarchia, il dominio dei pochi che erano anche i più ricchi.
Il contrario della democrazia era dunque l’oligarchia, e solo l’oligarchia. Solo dopo le guerre persiane, e soprattutto durante la preparazione ideologica dell’aggressione di Alessandro il Macedone contro l’impero persiano, l’opposizione ideologica fu simbolicamente “spostata”, e la dicotomia non fu più Democrazia contro Oligarchia, ma diventò Libertà dei Greci contro Tirannide Orientale. Tutti gli storici dell’antichità conoscono ovviamente questo spostamento ideologico, ma in genere lo sottovalutano. E questo non è un caso, perché la recente polemica ideologica del liberalismo moderno contro il dispotismo feudale, signorile, assolutista e religioso viene retrodata simbolicamente all’antichità classica. Il nemico della democrazia non è più lo scatenamento oligarchico della ricchezza illimitata e incontrollata, la cui dinamica porta infallibilmente alla dissoluzione di ogni comunità, ma è il sovrano orientale di Persepoli. Qualcosa del genere, come si sa, accadde anche nel secolo appena trascorso, in cui il nemico della democrazia era la tirannia comunista, non la concentrazione oligarchica delle ricchezze finanziarie.
Il fatto più curioso e paradossale in questo spostamento sta in ciò, che proprio quando il nemico della democrazia non era più l’oligarchia, bensì il dispotismo orientale, la democrazia stessa era finita, e i nuovi dispotismi, prima dei regni ellenistici e poi dell’impero romano, si imponevano svuotando di ogni contenuto la decisione politica delle comunità democratiche. E come oggi il cosiddetto “capitalismo compassionevole” si candida a sostituire il welfare state, allo stesso modo allora al posto della decisione politica comunitaria in favore del demos si imponeva la pura beneficenza dall’alto (everghetismo).”

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere