L’Italia che frana, alla bancarotta

Nel fiume straboccante dei finanziamenti per centinaia di milioni di euro a fondo perduto per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan, abbiamo trovato sulle entrate dichiarate dall’Ufficio ONUPA del Palazzo di Vetro 1.8 milioni di euro destinati dall’Italia (sentite, sentite) alla prevenzione ambientale.
Un primo stanziamento, si preciserà, finalizzato a localizzare le sedi che ospiteranno centri di osservazione contro il dissesto geologico nella provincia di Farah.
Non potevano non tornarci in mente i comuni di Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea nel messinese, i quali il 25 ottobre del 2007 vennero coinvolti da un vasto movimento franoso durante un nubifragio particolarmente intenso che in quell’occasione non fece vittime ma solo ingenti danni materiali.
Questo territorio della Sicilia Orientale, al pari di altri 1.503, distribuiti a macchia di leopardo dall’arco alpino alle dorsali appenniniche, era stato censito nel 2004 da ricercatori e tecnici, locali e nazionali, ad elevato rischio idrogeologico.
Nonostante i ripetuti allarmi lanciati dai sindaci e dal prefetto di Messina, i ministri dell’Ambiente, Pecoraro Scanio e Prestigiacomo, non hanno mai destinato un solo euro di finanziamento per la messa in sicurezza della zona.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Guido Bertolaso che, insieme al suo staff, ha raccolto dalla magistratura avvisi di garanzia come coriandoli per la gestione dell’emergenza spazzatura a Napoli, da queste parti la gente lo ricorda per lo slogan beffardo “meno salsicce (in riferimento alle sagre delle proloco – nda), più risorse al territorio“ con cui investì gli amministratori locali che sollecitavano un piano di opere di contenimento per fermare gli smottamenti.
Il 3 ottobre 2009, milioni di metri cubi di terra trasformati in fango da un altro violento temporale si staccano da un costone della collina che sovrasta Giampilieri Alta e precipitano a valle travolgendo Giampilieri Marittima.
Le strade delle due frazioni saranno invase da un fiume di terra ed acqua che spazzerà via decine di abitazioni e interi nuclei familiari.
Il bilancio finale sarà di 37 morti e di 3 dispersi seppelliti sotto metri di fango i cui corpi non verranno più ritrovati.
Il responsabile della Protezione Civile senza arrossire nemmeno un po’ dichiarerà: “Eravamo in allerta meteo, di più non potevamo fare“.
A catastrofe annunciata e poi consumata, due cadaveri verranno rinvenuti dai Vigili del Fuoco in mare, ci sarà un gran spolverio di vip ed una montagna di immagini trasmesse dai TG, con l’immancabile seguito di funerali di Stato e bare avvolte dal tricolore.
Anche Giampilieri Marina avrà il suo eroe travolto dal fango per salvare 3 compaesani.
La famiglia, statene certi, riceverà a riflettori accesi ed a cineprese ronzanti una bella medaglia d’oro al valor civile dalle mani di Giorgio Napolitano.
Il TG3 serale di martedì 22 u.s. intervisterà un residente domandandogli cosa è cambiato in paese a distanza di due mesi e come sarà il suo Natale. L’inviato della Berlinguer si sentirà rispondere con un secco “qui da noi è tutto come dopo la tragedia“.
Il blocco totale delle attività agricole ed artigianali continua. Il 25 dicembre sarà per Vito Abbate un giorno segnato dalla sofferenza.
Ecco perché troviamo allucinante la destinazione di quel 1.8 milioni per la provincia di Farah dove continuiamo a portare morte e distruzione con la Task Force 45, con i Predator, i Tornado e gli AMX di Napolitano e La Russa. Il marcio che corrode l’Italietta esce prepotente in superficie.
Appena 24 ore prima che Vito Abbate dicesse cosa succede, o meglio non succede, a Giampilieri il Presidente della Repubblica, rivendicando le sue funzioni di Capo delle Forze Armate, a margine della teleconferenza dall’Afghanistan con il generale Alessandro Veltri della Brigata Sassari – che ha sostituito la Folgore al Comando del West RC di Herat – si è detto particolarmente soddisfatto per il rifinanziamento (miliardario in euro) delle “missioni di pace“. “E’ motivo di profondo conforto – ha continuato – che a Camera e Senato ci sia stata compattezza ed unanime sostegno dalle forze politiche“.
Per Napolitano, il suo è un compito di guida e di stimolo che si esplica nel presiedere il Consiglio Supremo di Difesa. “Sento – affermerà – come un grande onore la responsabilità di ricoprire questo incarico al servizio del popolo italiano“.
Quanto al ruolo dei (nostri) militari, il Capo dello Stato ha voluto sottolineare come “ovunque all’estero ho raccolto grandissima testimonianza ed apprezzamento per l’operato delle nostre forze armate in Afghanistan che proseguiranno negli impegni assunti dall’Italia con gli USA e gli alleati della NATO per quanto serie siano le difficoltà finanziarie che il Paese sta incontrando nell’attuale fase di recessione internazionale“.
E ora una pessima notizia per i nostri portafogli, uscita dal Ministero della Difesa il 18 dicembre.
“ … esiste un forte ritardo nel processo di formazione delle forze afghane e di sicurezza che dovranno sostituire via, via il continente internazionale, ci sono difficoltà nel reperire i luoghi dove formare quadri dell’esercito e della polizia afghana. L’obbiettivo di un larghissimo rientro (di ISAF/NATO – nda) nel 2013  è basato sulla capacità di stare sul territorio degli effettivi locali e per farlo abbiamo bisogno di infrastrutture adeguate per l’addestramento“.
Insomma, non si riesce a trovare aree adatte per la formazione militare del personale locale.
La dichiarazione, pagliaccesca, è uscita da Palazzo Baracchini, dalla bocca di La Russa.
Prepariamoci a pagare altre spese miliardarie per la “missione di pace“ in Afghanistan per almeno altri 4 anni, senza avere muri di contenimento a Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea ed in altre 1.503 aree, a elevato rischio ambientale, di questo Paese alla bancarotta.
Disoccupati, cassaintegrati, lavoratori in nero, precari, pensionati, famiglie con un solo reddito potranno nel frattempo continuare tranquillamente a fare la fila davanti ad un Banco Alimentare.
Fino a quando?
Giancarlo Chetoni

[Buon Natale!]

Difesa Servizi s.p.a.

Le forze armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No: è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria, che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Così, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d’amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell’opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio: lo smantellamento dello Stato. “Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari”, chiosa il senatore PD Gianpiero Scanu.
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d’amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l’ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili ‘da valorizzare’ pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d’ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta ‘zona militare’, utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di ‘sponsorizzazioni’. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l’immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria.
(…)
Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest’ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi.
(…)
Gli immobili. Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l’assalto alle caserme. È una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un’altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all’asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra La Russa e Tremonti, si sta per scatenare l’attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione.
(…)
Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell’Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. “Così le logiche diventano altre: non c’è più tutela del bene pubblico ma l’esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche”, dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l’assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova spa. Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza “adeguato contraccambio”. Oggi, come spiega l’onorevole Calipari, “non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite”. Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato ‘Credere, obbedire, combattere’; adesso il motto della Difesa privatizzata è ‘economicità, efficienza, produttività’. La regola dell’obbedienza è rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti – in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno – anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l’efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Business con logo. Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell’Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d’età e di orientamento politico. Anche l’Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d’élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l’uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D’ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l’unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. “La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole”, taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all’asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l’anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.

Da Forze armate e privatizzate, di Gianluca Di Feo.
[grassetto nostro]

Il “signorsì” del generale Del Vecchio

Il 15 settembre 2009, nella sua ultima visita negli Stati Uniti intervistato da Defence News, Ignazio La Russa annuncerà la sostituzione di due dei quattro Tornado in Afghanistan con quattro AMX e l’impiego di smart bombs contro pashtun e mujaheddin, le stesse che D’Alema aveva fatto generosamente distribuire dai Ghibli su Montenegro e Kosovo.
Dopo la Serbia, gli esecutivi Berlusconi e Prodi sono passati, sempre a braccetto di USA e NATO, a dare un altro aiutino agli alleati in Afghanistan.
Da gennaio 2010 ci sarà un nuovo salto di qualità nella “missione di pace”.
Annaffiare dall’alto formazioni ribelli e terroristi con proiettili da 20 e 27 millimetri degli elicotteri d’attacco A-129 e cacciabombardieri Tornado IDS e con missili anticarro Hellfire sparati dagli UAV Predator e prossimamente dai Reaper non basta più, è arrivata l’ora di passare ai bombardamenti con gli AMX armati di mitragliatrici a sei canne rotanti da 20 mm e GBU12.
Nel 1976, una Paveway da cinquecento libbre su corpo mk83 della Raytheon costava 19.000 dollari al netto del trasporto dai depositi.
L’addestramento di 34 piloti dell’Aereonautica Militare a Nellis nel deserto del Nevada nell’agosto 2009 durante le esercitazioni Green e Red Flag, l’impiego di 10 AMX, con 300 (!) missioni di volo e lo sgancio — testate inerti e simulazioni – di 330 (!) bombe a guida laser Paveway hanno preparato il terreno a quella “revisione di teatro” che il titolare di Palazzo Baracchini confermerà alla rivista militare USA.
Analisi Difesa per l’occasione parlerà di una nuova dottrina di bombardamento.
L’ipocrisia di nascondersi dietro ad un linguaggio fumoso consentirà a La Russa di annunciare a New York (e dove sennò per fare un figurone?) una strategia di annientamento preventivo dall’aria del nemico.
La complicità ed il silenzio della stampa “tricolore” gli eviteranno di dover dare imbarazzanti spiegazioni ad un’opinione pubblica nazionale fortemente ostile alla guerra in Afghanistan.
Per avere una stima delle uscite, in milioni di euro, sostenuti dai contribuenti per Green e Red Flag, in ambienti U-Cas e Cas, abbiamo mandato un e-mail al senatore Mauro Del Vecchio (PD), componente della Commissione Difesa del Senato, pregandolo di dettagliarci sugli oneri di spesa affrontati dal Ministero della Difesa per la trasferta di Aeronautica Militare ed Esercito negli USA.
Il generale della “sinistra” alla Calearo ed alla Colannino ha omesso di risponderci.
Una “dimenticanza” di cui non siamo rimasti affatto sorpresi.
Del Vecchio ci tiene a tenere la bocca rigorosamente chiusa in omaggio alla regola dell’ambiente di provenienza: “Chi non sa parla, chi sa tace”.
Il semplice dovere di informare la gente lo impaccia, lo infastidisce.
In compenso, il generale trova tutto il tempo che gli serve per infilare le dita della mano nel lettore d’impronte e pigiare il bottone del “si” per dare il via libera con tutto il suo gruppo parlamentare al rifinanziamento della “missione di pace” in Afghanistan, anche se a Palazzo Chigi c’è quel brutto ceffo del Cavalier di Arcore.
Del Vecchio risponderà prima delle elezioni 2008 all’appello del Partito Democratico con un “signorsì”.
Il suo pedigree NATO si rivelerà particolarmente adatto a procurargli le simpatie di Veltroni prima e di Franceschini poi. La scelta di lasciar fuori Mini e di cooptare Del Vecchio la dice lunga.
La vasta esperienza militare su cui può contare nei ranghi dell’Alleanza Atlantica gli procurerà tra i big del loft l’elezione a senatore nelle file della “sinistra”.
Lavorerà in coppia con Roberta Pinotti, la parlamentare ligure responsabile del settore Difesa di Bersani, che durante il governo Prodi fu promossa per la sua totale e manifesta incompetenza a presidente della IV° Commissione della Camera nella XV° legislatura per lanciare un segnale di disponibilità e di collaborazione della maggioranza PD-Ulivo al PdL, dove si distinse per un rapporto di lavoro particolarmente intenso ed amichevole con il sulfureo presidente dell’ISTRID on. Giuseppe Cossiga di Forza Italia, figlio di Francesco, per poi passare nel corso della XVI° a fare altrettanto con La Russa, questa volta da rappresentante a Palazzo Madama. Sarà lo stesso Ministro della Difesa a dichiarare la sua riconoscenza alla Pinotti a Montecitorio ed a ribadirlo nel salotto di Bruno Vespa.
Ecco cosa ha scritto su ComedonChisciotte una sua ex collaboratrice: “La conobbi la prima volta nella sede della FLM di Largo della Zecca negli anni ’80 durante una riunione sindacale (io ero delegata della RSU dove lavoravo). Caspiterina! Da sostenitrice delle lavoratrici me la ritrovo guerrafondaia. Ripeto, se lo avessi saputo che ci saremmo ridotte così mi sarei iscritta ad un corso di cucina o di taglio e cucito.”
Il declino ormai inarrestabile, organizzativo, politico, etico del Partito Democratico nasce anche da queste prese d’atto.
Facciamo ora un breve identikit di Del Vecchio.
Bosnia Erzegovina 1997, operativo a Sarajevo, Goradze e Pale; in Macedonia da marzo a giugno ’99 per l’assistenza ai “profughi” albanesi che simpatizzavano per l’UCK; in Kosovo (Pec, Djakovica, Decani, Klina) da giugno a settembre dello stesso anno.
Promosso generale di corpo d’armata nel 2004, comanda la Forza di Reazione Rapida italiana della NATO; dal 2005 al 2006 è comandante ISAF in Afghanistan, pataccato dal Comando Generale della NATO di Bruxelles con la Meritorius Medal.
Vediamo ora di fare le pulci a La Russa, passando dal PD al PdL.
Alcuni giorni fa, scrivemmo di un impegno di spesa per 480 milioni – da ricavare dal gettito dello scudo fiscale previsto al ribasso da 5 a 3.3 miliardi di euro, nella bozza della finanziaria di Tremonti- a parziale copertura aggiuntiva delle missioni militari nel 2010. Il conto è lievitato a 750 milioni di euro, 270 in più nell’attesa di versarne a gennaio con Frattini nelle casse dell’ONU altri 250, al vertice di Londra per la “ricostruzione” dell’Afghanistan. Degli 8.884 milioni di euro della “manovra” di fine anno che si prevede sarà blindata dalla fiducia, 3.253 saranno prelevati dai TFR dei lavoratori italiani, attualmente giacenti nelle casse dell’INPS, per la “spesa corrente”.
Confermiamo a 3.691 il numero dei militari italiani di Esercito, Aeronautica, Carabinieri e GdF attualmente presenti in Afghanistan, compresa la compagnia NTM-A. L’ organico della Task Force 45 è fuori contabilità.
Quando arriveranno a Roma i 400 scarponi in uscita prevista prima di Natale, li toglieremo dal mazzo.
La prossima volta, vedremo di affrontare in dettaglio le verità nascoste della nuova infornata da “1000 per l’Afghanistan”, più vicina ai 1.500 anche se “rimarremo un po’ sotto” – come ha detto La Russa senza arrossire nemmeno un po’. Nel mucchio ci saranno dai 200 ai 220 “istruttori-consiglieri” del Tuscania per l’addestramento-combattimento a sostegno della polizia e dell’esercito “afghano”. Per la NATO, un istruttore ISAF “pesa” quanto cinque militari che combattono sul terreno.
Giancarlo Chetoni

Sì, badrone!

Il 28 Ottobre, lo stesso giorno dell’oceanica manifestazione di protesta dei Cocer delle FF.AA e dell’intera galassia delle organizzazioni sindacali di Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato a Roma per protestare contro i pesantissimi tagli alla sicurezza pubblica, alle dotazioni ed agli organici, decisi da Tremonti e Brunetta, il Consiglio dei Ministri ha varato con quattro giorni di anticipo sulla scadenza la proroga trimestrale al 31 dicembre 2009 per le “missioni di pace” con uscite autorizzate che arriveranno a fine anno a 1 miliardo e 521 milioni di euro.
In realtà, il conto che la Repubblica delle Banane fa pagare alla gente per bene, che paga le tasse alla fonte, per le operazioni di “polizia internazionale“ sfiora i 2 miliardi e 335 milioni di euro compresi i “rilievi“ denunciati dalla Corte dei Conti che risultano omessi nella contabilità, ufficiale, di Palazzo Baracchini.
Il Ministero per lo Sviluppo Economico e l’Industria ha contribuito nel 2008 a finanziare la Difesa per 1.8 miliardi, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per 1 miliardo.
Con i “rientri“ di capitale dal gettito dello scudo fiscale La Russa prevede di incassare da Tremonti 1.1 miliardi dei 5 previsti con una destinazione di spesa di 480 milioni di euro per le “missioni di pace“ del 2010 che vedranno un ulteriore aumento di militari italiani impegnati in Afghanistan.
Quanti?
Per ora il Ministro della Difesa risponde così : “Le illazioni, i numeri e le date apparse sui giornali sono tutte ipotesi perché ho preso impegno con il ministro Frattini e con i Presidenti Napolitano e Berlusconi di fare il punto sulla situazione dopo l’incontro che il Ministro degli Esteri avrà negli Stati Uniti con il Segretario di Stato Clinton. Quello che è sicuro è che guardiamo con grande attenzione alla richiesta che viene dalla NATO e dagli Stati Uniti.
La decisione sul numero di uomini (da sbattere in Afghanistan… lo aggiungiamo noi) avverrà dopo quell’incontro”. C’è solo da sperare che Robert (Gates) e Hillary non ci appesantiscano troppo il conto da pagare.
Immaginarci un Frattini che punti a contestare platealmente al ribasso le decisioni dell’Amministrazione USA ci risulta difficilissimo. Andrà in scena, statene certi, il solito… sì, badrone! Questa volta a ruoli rovesciati perché alla Casa Bianca da dicembre 2008 c’è lo Zio Tom.
Vediamo allora di fare una carrellata sulle principali voci di uscita che Ignazio La Russa, con la complicità di “istituzioni, politica e informazione“ lascia senza copertura legislativa per tener bordone a USA, NATO ed ONU.
Liquidata nel 2007 in perdita con miliardi di euro e un bel carico di morti e feriti l’avventura in Iraq, restiamo impantanati dal 1999, in Kosovo, con KFOR ed EULEX, con 1.870 scarponi, 700 mezzi terrestri e 6 aeromobili; dal 2004, con Althea, in Bosnia Erzegovina con 280 effettivi e 113 tra veicoli da trasporto, ricognizione, blindati e 2 aeromobili; in Libano, dal 2007, con UNIFIL, con 2.080 militari, 854 tra blindo, trasporti truppa e controllo armato delle linee di confine con “Israele“, 7 aeromobili ed un’unità navale; in Afghanistan, dal 2002, con ISAF, con 3.227 militari dichiarati (in realtà sono 352 in più tra personale di volo, manutenzione e di sicurezza per Tornado e AMX più 12 “Grifo“ della GdF), 667 mezzi ruotati e cingolati, 30 tra elicotteri da combattimento, UAV e cacciabombardieri.
Solo per alimentare la guerra in questo Paese, l’Italietta di Napolitano & Soci fa spendere al contribuente “tricolore“ ogni tre mesi 145.3 milioni di euro anche se i resoconti del Ministero della Difesa sono misteriosamente fermi a 84.4 esclusi i costi di Active Endeavour ed Ocean Shield sostenuti dalla Marina Militare in missione “antipirateria“ nell’Oceano Indiano, mentre tra il Tigri e l’Eufrate, come abbiamo già detto, continuiamo a far guerra con l’unità NTM- I dell’Arma dei Carabinieri, 10 blindati… e così via.
Per comporre un elenco completo delle operazioni di “polizia internazionale“ a cui partecipa l’Italietta occorrerebbero intere pagine e altrettante ne servirebbero per elencare le colossali uscite erogate a fondo perduto dai titolari di Esteri e Difesa a “governi amici“ di USA, Europa e NATO.
La domanda a questo punto che possiamo farci è la seguente: cosa c’è dietro?
Abbiamo provato a darci delle risposte politiche, militari, tecnologiche, energetiche, finanziarie, commerciali ed industriali, che possano almeno compensare l’enormità delle risorse destinate ad alimentare l’avventurismo militare del Belpaese.
I ritorni, per quanto ne sappiamo, sono o modestissimi o addirittura inesistenti.
Per capire la portata del salasso che sopportiamo come comunità nazionale basterà dire che i contingenti “tricolori“ di terra, mare e cielo vanno avvicendati ogni 2-3-6 mesi nei Balcani, in Africa, Medio-Oriente, Asia e approvvigionati per l’intero ciclo annuale.
I materiali, per miliardi di dollari, che hanno in dotazione i militari italiani consumano milioni di litri di carburante, necessitano di costosissime manutenzioni, si usurano, vanno perduti e sostituiti a ritmi accelerati nell’impiego operativo fuori area.
Per incrementare i volumi di spesa per le “missioni di pace“ su input del Quirinale e del Consiglio Supremo di Difesa,  La Russa e Brunetta tagliano a livello nazionale sugli organici, sui costi di gestione e di specializzazione del personale, sull‘addestramento, sulle spese di esercizio, sugli acquisti logistici e sui sistemi d’arma destinati alle FF.AA. percepite come un complesso statuale parassitario, ormai inutilizzabile per le “proiezioni armate“ dell’“Occidente“ nelle aree regionali di crisi. Struttura da riciclare a funzioni equiparabili a “guardia nazionale“ utilizzabile per emergenze ambientali, per la vigilanza e la sicurezza del territorio compreso l’ordine pubblico.
Nel tentativo di arginare uscite sempre più ingenti per le operazioni di “polizia internazionale“, il nostro Ignazio intanto ha tirato fuori dal cilindro “Difesa-Servizi“ una società – per ora, ma solo per ora – a capitale interamente di Stato, per “attivare le procedure connesse alla valorizzazione ed alle dismissioni del patrimonio immobiliare non più utile ed allo sfruttamento commerciale affidato a gestione privata dei marchi (sentite, sentite…) delle Forze Armate a partire da quello delle Frecce Tricolori“.
Insomma, dopo le cartolarizzazioni di Tremonti arrivano quelle di La Russa.
Di quello che è successo al complesso della Scuola Ispettori della Guardia di Finanza di Coppito presso L’Aquila e ad altre migliaia di sedi ed immobili di proprietà dello Stato ne abbiamo già parlato. Ed ora la chicca!
Gli immobili ed i terreni delle FF.AA. censiti nell’area metropolitana di Roma per un valore di 500 milioni di euro verranno ceduti gratuitamente al Comune che a sua volta li metterà in vendita sul mercato (delle lobbies) per consentire al sindaco Alemanno di ripianare il deficit di bilancio lasciatogli in eredità dalla gestione Veltroni.
Vietato, per decreto Maroni, potersi sbellicare dalle risate.
Marrazzo chiede perdono a Benedetto XVI°, Berlusconi assolda i trans per il Grande Fratello.
Una goccia… una sola goccia di acqua pura, di imprevedibile.
Giancarlo Chetoni

Yes, we can!

Roma, 25 novembre – Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha incontrato oggi il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen. Al colloquio erano presenti anche il Ministro degli esteri, Franco Frattini, il Ministro della difesa, Ignazio La Russa, ed il Sottosegretario di Stato, Gianni Letta.
”Nel corso della cordiale conversazione – informa un comunicato di Palazzo Chigi – sono stati passati in rassegna i temi prioritari dell’agenda dell’Alleanza Atlantica e, segnatamente, la missione ISAF in Afghanistan, le relazioni NATO-Russia e il dibattito sul nuovo concetto strategico dell’Alleanza. Il Segretario Generale ha ringraziato il Presidente del Consiglio per l’ampio impegno profuso dall’Italia nei diversi teatri operativi in cui è impegnata la NATO. Il Presidente Berlusconi, che era reduce da una conversazione telefonica con il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha riconfermato il forte sostegno dell’Italia alla NATO.
Un approfondimento particolare è stato svolto sulla situazione in Afghanistan, dove è stata registrata un’ampia convergenza di vedute sulla necessità di un nuovo approccio operativo sul terreno, sull’esigenza di aumentare l’impegno nel settore civile e nell’addestramento delle forze di sicurezza e di polizia afgane e, infine, sull’aspettativa che il nuovo Governo afgano sia all’altezza delle importanti sfide che attendono il Paese”.
(ASCA)

“La credibilità del nostro Paese”
Roma, 26 novembre – L’eventualità di una strategia che prevede l’aumento delle truppe in Afghanistan verrà ”ragionata e presentata in Parlamento” e ”Berlusconi parlerà con Bossi e con gli altri ministri interessati. E’ una linea che tutto il governo condividerà”.
A dichiararlo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a margine di una conferenza stampa alla Farnesina. Alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se anche il leader della Lega accetterà, nonostante le reticenze passate, la possibilità di inviare ulteriori soldati italiani in Afghanistan, il capo della diplomazia ha ribadito che la strategia sarà una linea ”che tutti potranno condividere” perché ”si tratta della credibilità del nostro Paese”.
(ASCA)

Potranno o dovranno?… servi si nasce

“Un nuovo esercito europeo per le aree di crisi”

Siamo in attesa di conferme, ma a quanto ci fanno sapere dall’Iraq è in arrivo una “chicca”.
La Repubblica delle Banane starebbe investendo da quelle parti 200 milioni di dollari per l’approntamento di una base militare, questa volta tutta “tricolore”, apparentemente slegata da necessità di sicurezza per il personale dell’ENI nei campi estrazione di Zubair e Nassiriya.
Ma passiamo ad altro, saltiamo dei parallelismi, e torniamo al Qurinale. Al Consiglio Supremo di Difesa dell’11 Novembre.
Le “novità“ scaturite dal summit (si fa per dire) organizzato e presieduto da Giorgio Napolitano con Silvio Berlusconi nella veste di “vicepresidente“, hanno preso forma e sostanza nella settimana successiva, a partire dal 17, un giorno che porta ancora più sfiga del mese dei morti.
Tagli agli organici e “privatizzazione“ delle FF.AA., esclusi provvedimenti che peraltro stanno clamorosamente venendo alla luce in queste ore.
“Novità“ apparentemente slegate ma che fanno parte, di fatto, di un unico indirizzo politico e militare di respiro “strategico“ accuratamente nascosto tra le righe del comunicato ufficiale della Segreteria Generale del Quirinale già dal giorno 9.
Il 17 Novembre, La Russa Ignazio è in “Israele“ a rendere omaggio (ancora una volta a spese degli italiani) allo Yad Vashem, accompagnato dall’ambasciatore Mattiolo e dal suo consigliere personale per gli “affari internazionali“ on. Ruben (!), del PdL.
Incontrerà Il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Barak, sottolineando l’importanza della visita per… “ampliare i rapporti di collaborazione tra due Paesi amici e far acquisire all’Italia la tecnologia anti-Ied per evitare altri lutti alle forze armate italiane in Afghanistan“. Una dichiarazioncina che la dice tutta sulla calibrata perfidia dell’azzeccagarbugli atlantista.
Lo stesso giorno atterra all’aereoporto Ben Gurion, proveniente dal Comando Generale della NATO di Bruxelles, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, di cui ci siamo già occupati per la Task Force 45, per una visita di due giorni su invito del Capo di Stato Maggiore Ashkenazy e successivo incontro con il Ministro della Difesa Barak e alti ufficiali dello S.M. per… “esaminare le forme di un ulteriore approfondimento nella cooperazione militare e di difesa tra Israele e la NATO”. L’ammiraglio visiterà la base aerea di Palmachin e l’Unità Yahalom.
Su Ria Novosti, il 18, il corrispondente Ylia Kramnik dà conto dell’intervista rilasciata 24 ore prima a Londra da Franco Frattini al “Times” dove il (nostro?) Ministro degli Esteri dice, papale papale, quanto segue: “La NATO sta discutendo attivamente la possibilità di istituire un esercito comune europeo per lungo tempo “(!) .
Il Titolare della Farnesina andrà un po’ più in là sostenendo che “la nuova Europa che uscirà il 19 Novembre dal Trattato di Lisbona al vertice UE sarà sostenuta dal forte appoggio dell’Italia che spinge per la creazione di un nuovo esercito europeo come centro di un potere globale di intervento nelle aree di crisi “.
Dichiarazioni che trovano una collimazione perfetta con l’’odg discusso nel Consiglio Supremo di Difesa l’11 Novembre al Quirinale.
(…)

Da Banderuole, complottardi e lacché NATO: tutti uniti appassionatamente, di Giancarlo Chetoni
[grassetto nostro]

Gli AMX a(l)col-izzati di Ignazio

amx acol

Vediamo di fare il punto sugli AMX dell’A.M.I, sul programma ACOL, sull’addestramento di piloti e macchine a Nellis in Nevada e sull’arrivo in Afghanistan dei 4 Aermacchi-Embraer. Comiciamo da Dedalonews, una fonte vicina al Ministero della Difesa.
Ecco cosa scriveva questo bollettino di informazione il 31 luglio 2009: “Il generale Tei CSM dell’ Aereonautica comunica che 10 AMX ACOL e 34 piloti in forza ad Istrana ed Amendola raggiungeranno con partenza 2 agosto la base aerea di Nellis in Nevada per effettuare delle esercitazioni mirate ad una preparazione forse finalizzata ad un loro impiego in Afghanistan in autunno. Tei precisa inoltre che l’addestramento si protrarrà per quattro settimane e sarà articolato in esercitazioni chiamate Red Flag e Green Flag”.
Eravamo rimasti al sequestro disposto nel luglio 2006 dalla Procura di Cagliari dell’intera documentazione tecnica degli AMX nella sede della società Aermacchi di Venegono Superiore (Varese) e la precedente messa a terra dell’intera flotta di questo cacciabombardiere di costruzione italo-brasiliana in dotazione all’ A.M.I.
I sequestri degli AMX da parte di più distretti della Magistratura proseguono dal dicembre 2007 fino al marzo 2008 per accertare l’esistenza di difetti strutturali sui jets.
Lo sblocco degli AMX coinciderà con l’impegno da parte dell’ A.M.I di effettuare un piano completo di revisione su questo tipo di aereo.
E’ il programma di aggiornamento ACOL che appronterà nel tempo modifiche su 50 dei circa 110 esemplari in dotazione all’ A.M.I con un finanziamento ad hoc di 285 milioni di euro.
Correrà voce di un interessamento della Alenia North America (società di Finmeccanica) a rilevare dall’A.M.I il surplus (60) degli AMX non sottoposti ad aggiornamento ACOL per destinarlo all’Afghan Army Air Corps (?) attraverso una cessione al Pentagono (!).
Un vortice, grigio-fumo, di centinaia e centinaia di milioni di euro, se fosse andato a buon fine l'”affare” estero su estero.
Nell’agosto del 2008, La Russa stanzia per i primi velivoli portati allo standard ACOL un bilancio supplementare di 35,4 milioni di euro per “attività di supporto e servizio”.
Formuletta che servirà a nascondere la volontà del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Giorgio Napolitano, d’intesa con Palazzo Chigi, di impiegare gli AMX in “missione di pace” sul teatro afghano.
Tempi e uscite che lasciano intravedere un’accurata programmazione dell’intervento bellico di ISAF-Italia in Afghanistan ben al di là delle decisione politiche e militari di volta in volta comunicate all’opinione pubblica italiana dai governi della Repubblica delle Banane.
A dirla tutta, del possibile impiego operativo degli Aermacchi-Embraer in questo Paese del Centro Asia cominciò già a parlarne l’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi con Prodi a Palazzo Chigi.
Il progetto non ebbe seguito per i sequestri effettuati dalla Magistratura oltre che per l’allora minore pericolosità degli “insorti” pashtun e mujaheddin che verrà “contrastata” dalla primavera del 2006 fino al 2008 (solo) con l’invio ad Herat di elicotteri di attacco A-129 Mangusta e UAV Predator.
I 35,4 milioni di euro serviranno, in che frazione non lo sappiamo, a finanziare il trasferimento di 10 AMX ACOL, del personale di volo, gli addetti alla manutenzione, il soggiorno, i costi carburante (saranno necessari dopo il primo atterraggio alle Azzorre degli AMX dotati di serbatoi supplementari, sei rifornimenti in volo di tanker USA per la missione andata e ritorno ed una fortuna sfacciata per poter attraversare, senza perdite, l’Atlantico con questo tipo di velivolo), uso e consumo di proiettili a canne rotanti, missili, razzi e bombe laser per 30 giorni di esercitazioni a fuoco. Anche l’Esercito e Marina faranno la loro parte inviando nella base USA per addestramento otto squadre del 185° RAO della Folgore ed Incursori di Comsubin per l’addestramento all’uso dei puntatori laser in tandem con UAV e cacciabombardieri da attacco al suolo USA ed AMX “tricolori” dotati di munizionamento GBU12 Paveway.
Una costosissima superbomba da una tonnellata di alto esplosivo che segue il puntamento monocromatico da terra sul “target” da utilizzare in ambiente UCAS, acronimo di Urban Close Air Support.
Giandomenico Gaiani su Il Sole-24 Ore ripreso da “Analisi Difesa” scrive che ne sono state utilizzate dagli AMX Ghibli 300 (a carica inerte?).
Cosa voglia dire questa roba in termini di costi e che effetti possa produrre la sbandieratissima “precisione chirurgica” in ambienti abitati su obbiettivi nemici “paganti” è intuibile.
Ecco, abbiamo fatto un breve spaccato dell’addestramento a quella “missione di pace” in Afghanistan sulla quale Napolitano, La Russa & Soci pontificano senza soste da giornali e tv raccontandoci una colossale montagna di menzogne.
Il problema grosso, e irrisolto, degli AMX è di progetto. Le specifiche richiedevano un notevole carico alare (carico bellico utile) a fronte della disponibilità di un unico propulsore-turbina Rolls Royce-Fiat Avio da 5.000 kg di spinta che sviluppa una velocità massima di 0,86 mach senza picchi di potenza erogabile.
In parole povere, l’AMX è assimilabile ad un furgone da 18 quintali di peso con un motore diesel da 1.500 cc, nato con difetti nella propulsione e nell’allestimento.
Usato da D’Alema sui cieli di Pristina in ambiente prevalentemente pianeggiante e collinare ad altissima protezione dove la precarietà e l’asfitticità della motorizzazione poteva risultare non penalizzante, l’AMX ha colpito gli “obbiettivi” facendo il suo carico di distruzioni, morti e feriti. In Afghanistan per la conformazione montuosa, la quota operativa da mantenere con aria rarefatta le “cose” potrebbero andare diversamente anche per il possibile uso da parte della guerriglia “talebana” di missili antiaerei spalleggiabili.
Giancarlo Chetoni

La Russa e gli AMX per l’Afghanistan

AMX.

Oggi apriamo un altro fronte…

La Russa è un prestigiatore come Casanova. Vi ricordate il mago presentato a Striscia la Notizia da Greggio e Iacchetti?
L’unica differenza tra i due “personaggi“ è che il Ministro della Difesa non simula, fa sul serio, ed invece di pasticciare intenzionalmente con colombe che non escono dal cilindro manda gli AMX in Afghanistan come D’Alema li faceva decollare dalla base di Amendola per bombardare Montenegro e Kosovo.
Il Casanova di Ricci e Canale5 faceva e fa divertire gli utenti televisivi di Berlusconi, quello di Palazzo Baracchini, in combutta con Napolitano ed il Consiglio Supremo di Difesa che si riunirà un’altra volta il 9 novembre, cambia le carte sulla tavola per meleggiare intenzionalmente l’opinione pubblica.
Di Tornado IDS in Afghanistan, su ordine del mefistofelico “pizzo e barba“, il Generale di Squadra Aerea Daniele Tei ce ne ha mandati 4 al costo stratosferico, dalla manutenzione al personale di volo, di 52 milioni di euro all’anno.
Ne dovrebbero tornare indietro 2.
Con tutta probabilità, i Panavia schierati a Mazar-e Sharif. Usiamo il condizionale perché fintanto che non atterrano a Ghedi ci è difficile crederci abituati come siamo alle pastette di La Russa.
Tipo?
Presto detto.
I 500 militari italiani che dovevano rientrare per dicembre, successivamente forse, poi no e ora sembrerebbe di sì. Il via libera è arrivato da Rasmussen al summit NATO di Bratislava che ha visto la partecipazione dei 28 Ministri della Difesa.
Barack Obama tergiversa, è in debito di dollari – gli è fallita la 117° banca il 4 novembre – di “fiato“ politico e di strategia militare.
A Palazzo Baracchini arrivano dalle 18 alle 30 lettere di protesta al giorno. Padri, madri, fratelli, sorelle e fidanzate vogliono sapere come finirà la faccenda.
Li vogliono a casa per Natale senza se e senza ma.
L’elenco dei morti e dei feriti si allunga e le famiglie, consapevoli del rischio che corrono i congiunti in “missione di pace“ chiedono a La Russa di rispettare gli impegni presi.
E allora che fa il (nostro?) ex missinista atlantico di Via del Maiale (pardon… Scrofa), sostenitore incallito dello Stato di “Israele“, passato con armi e bagagli all’antifascismo “istituzionale“ a tutto tondo salvo riservarsi il vezzo di indossare quando è in visita ad Herat (sentite, sentite) la “camicia nera“ sotto la mimetica?
Lo ha fatto per ben 3 volte di fila. Troppe per essere un “caso“.
Aumenta il numero dei cacciabombardieri, da 4 a 8, o da 4 a 6, se va bene, tanto per far uscire qualche altra decina di milioni di euro in più dalle tasche della gente per bene, che paga le tasse, per alimentare l’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane.
Solo che… gli Amx hanno qualche grosso problemino, come del resto i Puma ed i Lince.
Ma mentre i blindati stanno a terra, i cacciabombardieri della Alenia-Aermacchi-Embraer volano e rischiano di venir giù durante gli attacchi al suolo, con effetti mortali per il personale di volo e di immagine a livello nazionale ed internazionale per l’Italietta che già con i Tornado IDS mitraglia e bombarda a tutto kerosene pashtun e mujaheddin per conto di USA, NATO ed ONU.
Esagerazioni? Macchè.
Sentite un po’.
“… ci sono elementi per ritenere che i caccia AMX siano pericolosi, quindi non idonei al volo“. Lo affermò nel 2006 il Capo della Procura della Repubblica di Cagliari, Mauro Mura, confermando il provvedimento di sequestro della flotta di cacciabombardieri in dotazione all’Aeronautica Militare Italiana, ottenuto dal GIP su richiesta del PM Giancarlo Moi, titolare dell’inchiesta sull’Amx precipitato il 20 ottobre 2005 nel comune di Decimomannu durante un’esercitazione NATO.
Il presupposto dell’inchiesta – dichiarerà – è l’accertata pericolosità di questi caccia e gli elementi raccolti ci portano in questa direzione.
Il Capo di Stato Maggiore dell’A.M.I, dal canto suo, aggiungerà questa pesante ma sostanzialmente corretta dichiarazione: “Il tettuccio dell’AMX si è già staccato cinque volte determinando la perdita dei velivoli”.
Il Messaggero di Roma denuncerà decine di incidenti di volo per l’AMX e la morte di 14 piloti. Un dato che sarà rettificato (?) dallo Stato Maggiore in 8 perdite di AMX e 6 morti tra i piloti su una dotazione di velivoli che non ha mai superato i 60 operativi sui 110 a disposizione.
L’Amx è un cacciabombardiere nato sotto una cattiva stella ed è complementare al Tornado IDS. Può portare fino a 3.800 kg di bombe a caduta libera, razzi o armamento laser. Il prototipo esce nel 1984. La prima perdita arriva in fase di collaudo nel novembre 1989.
Muore il pilota e l’aereo si incendia per impatto al suolo. Dopo 2 mesi, nel 1990, l’A.M.I è costretta a registrare la seconda tragedia. Il 7 novembre di quello stesso anno, un altro aereo precipita nelle campagne di Pavia.
Nel 1992 ne cade un altro e questa volta l’A.M.I sospende i voli. Nel 1993, in Danimarca nel corso di un’esercitazione NATO, precipita un altro AMX. Anche in questo caso muore il pilota. Nel 1993 altri due “incidenti“.
Jets ancora a terra per verifiche, nuove perdite nel 1994, altri stop al volo, ed ulteriori distruzioni per impatto a terra nel 2000 e 2001.
La Procura di Padova apre un inchiesta. Nel 2002 un’altra Procura, questa volta quella di Treviso, blocca gli AMX per la caduta e la morte del pilota in un’area alla periferia della città. Nel 2003, l’Aermacchi-Embraer torna a volare ma si deve registrare nel corso dell’anno un nuovo disastro aereo.
Poi toccherà ad un AMX biposto da addestramento riportare l’incrinatura del tettuccio ed il lancio con paracadute dell’equipaggio.
Fino ad arrivare ad un nuovo sequestro disposto dalla Procura di Cagliari, nel luglio 2006, della intera documentazione relativa agli AMX nella sede dell’Aermacchi di Venegono Superiore (Varese).
Da quel momento, non si sono più registrate perdite di aerei e piloti perché l’A.M.I ha praticamente cessato di utilizzarli per l’addestramento sui cieli italiani.
La Russa, d’accordo con Napolitano ed il solito famigerato Consiglio Supremo di Difesa, vuol tornare a farli volare a livello operativo in missioni di attacco al suolo in Afghanistan, per far fuori un altro bel po’ di afghani e… qualche pilota “tricolore“.
Giancarlo Chetoni

In Afghanistan per cinque anni. Come minimo

larussa

Roma, 27 ottobre – Sul rientro del contingente italiano da Kabul, il ministro della Difesa annuncia: ”Non prima di 5 anni. Non ho mai dato una data. Lo faccio per la prima volta. Ma il tempo è minimo di 5 anni”. La Russa lo ha annunciato in un faccia a faccia con Giovanni Minoli sulla guerra in Afghanistan.
(ASCA)

Roma, 29 ottobre – In Afghanistan “la situazione non può cambiare di giorno in giorno” e “chi guarda le cose a breve termine rischia di prendere abbagli e sbagliare”. Lo ha affermato, a proposito della missione militare italiana, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ospite de ‘La telefonata’ di Maurizio Belpietro su Canale 5.
(Adnkronos)

E io pago…

Bare a quattro ruote motrici

feretri

Il 19 ottobre, la Direzione Generale Armamenti del Ministero della Difesa ha concluso ad Herat la sua indagine conoscitiva sui Lince “modificati“. Perché non in un poligono nazionale e perché lontano da occhi indiscreti?
Sono sempre sotto sequestro della Procura della Repubblica di Roma ad Herat i tre “veicoli incidentati“ della Lapo Elkann & C.?
L’altezza del veicolo della FIAT Iveco con torretta a guida remota aumenta così di 400 mm. Un’enormità.
Aver aggiunto una ralla di 330 kg sulla testa del Lince ne fa potenzialmente una bara a quattro ruote motrici a meno di un esonero precocissimo dal servizio di “pattugliamento“.
E allora perché La Russa ne ha spediti altri otto in Afghanistan in aggiunta ai sovrabbondantissimi 246 a 350.000 euro a botta già in dotazione al West RC?
Come mai continua a far arrivare per via aerea una dotazione di mezzi che eccede le necessità di impiego operativo? Cosa c’è sotto?
Un “gippone protetto“, il Lince, che manifesta una elevata tendenza al ribaltamento su terreni accidentati, in curva e su salite o discese a forte pendenza, e ha già provocato nella versione “normale“ negli ultimi sette mesi 72 feriti (per scontri a fuoco con mujaheddin ed “insorti“ pashtun, esplosioni ed uscite di strada) tra i militari del contingente italiano, ed un morto, questo lo aggiungiamo noi, il 15 ottobre.
Il computo è dell‘Ansa. I sei parà del 186° Rgt saltati per aria a Kabul sono andati fuori lista, come i morti ammazzati che li hanno preceduti. Si vuole ridurre l’impatto sull’opinione pubblica lavorando solo i “dati” dei feriti? Sembrerebbe di sì.
L’ultimo caduto per “cause di servizio“ è stato il caporalmaggiore Rosario Ponziano del 4° Rgt Alpini Paracadutisti della Brigata Monte Cervino che ha perso la vita in un ribaltamento del LMV su cui si muoveva, insieme all’equipaggio (tre i traumatizzati) in missione operativa tra Herat e Shindad.
Il portavoce del West RC maggiore Marco Amoriello lo ha passo passare per l’autiere. Era, a quanto ne abbiamo saputo, il rallista, il militare in torretta, il predestinato, stando come stanno le cose, a lasciarci la buccia.
“ …i Lince “modificati” sono stati impiegati su tratti sterrati con pendenze variabili tra i 20 ed i 50°: in tutto sono stati percorsi circa 200 km in un ambiente alla temperatura media locale. Le prove a fuoco sono state effettuate nel poligono di Herat con mitragliatrici Browning che hanno sparato 1.000 colpi“.
Ecco in breve le conclusioni certificate in Afghanistan dalla Direzione Generale Armamenti e sottoscritta dal generale, che non batte per il verso giusto, Rosario Castellano della Folgore, attuale comandante del West RC PRT11 di Herat: ” …la ralla motorizzata balistica (il situational awareness sembrerebbe out – nda) soddisfa al meglio il binomio volume di fuoco erogabile/protezione dell’operatore”. L’innalzamento del LMV non pregiudica l’equilibrio del mezzo (dichiarazione da Corte marziale) anche se richiede “una maggiore accortezza nell’esecuzione delle manovre”.
Per ovviare a questo “inconveniente“ secondo il rapporto sono indispensabili 300 minuti (!) di guida da effettuare in Italia (!).
Il LMV – si afferma, in soldoni, da Herat – appare “ben ancorato al terreno“ e per farlo muovere in “totale sicurezza” (!) su rotabili e sterrati dell’Afghanistan occorre a giudizio della Commissione della D.G.A un addestramento alla guida pari a un’ora per dito d’una mano.
Non ci va di commentare questa “indicazione“ fuori di testa.
Nel nostro articolo Gli “effetti” Lince in Afghanistan, si attribuiva il frequente ribaltamento dei LMV “normali“, non quelli ulteriormente appesantiti di 330 kg in torretta, al posizionamento della cellula di sicurezza che alzava a livelli di guardia il baricentro.
Abbiamo tenuta coperta la fonte di informazione nell’intento di evitarne la possibile identificazione (e problemi annessi). Fino a quel momento c’erano state sul LMV della FIAT Iveco solo montagne di apprezzamenti. Un coro senza stonature che puzzava e puzza ampiamente di zolfo. Complicità e interessi di lobbies hanno fatto muro. Poi c’è chi vede bianco quello che è nero.  Sono i sanfedisti del Lince che lincia. Il più delle volte sono in buona fede facendo paragoni sbagliati con mezzi “analoghi” di produzione USA.
Ecco cosa ci ha detto un ufficiale, che vuole giustamente mantenere l’anonimato, che da quelle parti c’è stato e ha messo le chiappe sui sedili della “cellula di sicurezza“ del FIAT Iveco: “ …prima del LMV della Iveco usavamo i Puma. Dopo le pesanti perdite registrate, li abbiamo messi da parte. Aspettiamo di rispedirli indietro. Pesano 6.8 tonnellate, sono mezzi all’apparenza imponenti, “sicuri”, con una trazione 4×4 o 6×6. Il primo impiego operativo è stato in Iraq. Il costo complessivo di produzione è stato di 305 milioni di euro ma i Puma hanno una struttura costruttiva rigida totalmente inadatta ad assorbire gli effetti esplosivi. Effetti che si trasferiscono, in caso di esplosioni, all’interno del blindato, sull’equipaggio, con conseguenze che il più delle volte, sopratutto alla periferia di Kabul, si sono rivelati mortali … “.
Perdite di vite ed ingenti costi materiali in fumo. Sostituire una linea di “blindati” costa alla gente perbene, quella che paga le tasse, centinaia di milioni di euro.
La Repubblica delle Banane ha sostituito i Puma con i Lince. L’avventurismo bellico di Napolitano, Frattini e La Russa, sta producendo i suoi effetti.
E vediamo cosa aggiunge il nostro interlocutore sui LMV “normali“: “ …il Lince ha una luce da terra di 460 mm, il peso della sola ralla con una MG – mitragliatrice leggera in calibro 7.62 al posto della pesante Browning in 12.7 testata ad Herat – pesa oltre 130 kg senza la protezione “piastre” che abbiamo costruito, alla buona, ad Herat a difesa dell’operatore. Se si carica questo peso sulla testa di un SUV alla prima normalissima curva in asfalto anche a bassa velocità si finisce a testa in giù. Su terreni sterrati, impervi, estremamente impegnativi, il Lince manifesta una forte tendenza al ribaltamento. Gli inglesi, è vero, ne hanno acquistati 400 dalla FIAT Iveco ma non li usano in Afghanistan. Li impiegano soprattutto, in servizio di ordine pubblico, nell’Irlanda del Nord…”.
Questa dichiarazione, da sola, mette bene in evidenza le vergognose manfrine di Ignazio La Russa che parla a Porta a Porta di “San Lince”, protettore del contingente tricolore in Afghanistan, alla presenza della senatrice Roberta Pinotti, responsabile “difesa“ per il PD, invitata nel salotto di Vespa su pressione del Ministro della Difesa a fare “opposizione“ senza fiatare.
PdL e PD finanziano e rifinanziano, in combutta, senza rossori la nostra (?) “missione di pace“.
Un teatrino che segnala una gravissima emergenza nell'”informazione” e nella politica estera e militare del Paese.
Giancarlo Chetoni

dalle parti di herat

Addendum 28/10/2009
Dalle parti di Herat. Un Lince “normale” su terreno riportato, con l’evidente intento di dimostrarne la stabilità, affronta una pendenza semplice largamente inferiore alle specifiche di progetto, senza mitragliatrice Mauser 7.62 con piastre a protezione dell’operatore né in calibro 12.7 mm su ralla. Una prestazione giudicata evidentemente ottimale per essere propagandata e che la dice lunga.
Notare come il Lince si sia già mangiato lo spazio luce tra parafiamma e terreno. Non tutte le ciambelle riescono col buco.

Lince, la storia continua

lince

Roma, 15 ottobre – Un militare italiano è morto e altri due sono rimasti contusi questa notte nell’Afghanistan occidentale quando il veicolo blindato su cui viaggiavano è uscito di strada e si è ribaltato per cause ancora imprecisate. Lo ha riferito a Reuters un portavoce del contigente italiano da Herat.
“Stiamo ricostruendo la vicenda, è possibile che il veicolo, un Lince, abbia preso un dosso”, ha detto al telefono il maggiore Marco Amoriello, specificando che nell’incidente, avvenuto sulla strada che separa Herat da Shindad, non sono rimasti coinvolti altri veicoli.
Il militare morto, il cui nome non è ancora stato reso noto, apparteneva al Quarto Reggimento Alpini Paracadutisti.
(Reuters)

Herat, 15 ottobre – Un militare italiano è morto in Afghanistan in un incidente avvenuto nel corso di uno spostamento operativo dalla città di Herat a Shindad, nella parte occidentale del Paese. Secondo il Regional Command West di Herat, a guida italiana, l’incidente è avvenuto nella notte e ha coinvolto un mezzo blindato Lince, che è uscito di strada e precipitato in un dirupo. A perdere la vita è stato Rosario Ponziano, 25 anni, I caporal maggiore era in forza al 4° Reggimento Alpini Paracadutisti ‘Monte Cervino’.
Nell’incidente, che non ha coinvolto altri veicoli, sono rimasti contusi due soldati, che sono stati medicati e già dimessi dall’ospedale militare di Herat.
Ponziano era arrivato a Herat lo scorso 28 agosto. Il giovane era stato reclutato nella Brigata degli alpini paracadutisti nel 2003. Il padre, che era un maresciallo dei carabinieri, è morto da pochi anni, mentre la madre, che vive nei pressi di Monreale è casalinga. Il cognato della vittima è un carabiniere e presta servizio al Comando provinciale di Palermo.
(Adnkronos/Ign)

Roma, 15 ottobre – Il Consiglio dei ministri ha osservato un minuto di silenzio per commemorare la morte del caporal maggiore Rosario Ponziano, deceduto questa notte in Afghanistan, a causa del ribaltamento del mezzo su cui viaggiava, durante un’operazione di trasferimento. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, scendendo nella sala stampa di Palazzo Chigi. ”Il Consiglio dei ministri – ha detto La Russa – ha tenuto un minuto di silenzio per il caporal maggiore Rosario Ponziano”. Altri due militari, ha informato il ministro, sono rimasti leggermente feriti.
”Rivolgo alla famiglia – ha aggiunto il ministro – la più vicina e forte solidarietà e le condoglianze del Governo. Ancora una volta stiamo qui a piangere le sorti di un ragazzo morto comunque in modo violento”. Il ministro ha poi riferito che il mezzo su cui viaggiava il militare, un mezzo blindato ”Lince” aveva montata la vecchia torretta ”non il nuovo modello che può accentuare il pericolo di ribaltamento”.
(ASCA)

Inframmezzate dalle risposte alle bordate provenienti d’oltre Manica su presunti ammorbidimenti di capi talebani da parte dell’intelligence italiana, oggi le espressioni di cordoglio si sprecano.
Alcuni giorni di tempo, a funerali di Stato svolti, ed anche su questo ennesimo triste episodio dell’avventurismo bellico italiano in terra di Afghanistan scenderà una cappa di silenzio.
FIAT voluntas dei.

[Secondo APCom, al momento del fatale incidente il caporal maggiore Ponziano non sarebbe stato “fuori dal mezzo”, cioé l’uomo in ralla. Se a ciò aggiungiamo che degli altri tre occupanti del mezzo solo due sarebbero stati medicati e poi subito dimessi dall’ospedale del RC West di Herat mentre del terzo non si ha alcuna notizia, iniziano a sorgerci diversi dubbi sulla reale dinamica dell’incidente]

Complicità politiche ed istituzionali per la Task Force 45

sarissa

Dei “professionisti” tricolori della Task Force 45 si conoscono i reparti di provenienza e la forza approssimativa, 180-200 uomini. Non si sa niente invece delle dotazioni militari, niente degli ufficiali e sottoufficiali, niente della effettiva catena di comando locale, niente sugli avvicendamenti e sui cicli di “operazione”, niente sulla sorte riservata ai feriti mujaeddin e pashtun catturati sul terreno né esiste agli atti del Ministero della Difesa un solo comunicato che riguardi l’attività operativa dell’unità speciale che la Repubblica delle Banane mette ad esclusiva disposizione dei super killer di Enduring Freedom.
Alla faccia della trasparenza e della libertà di “informazione”. Su questa banda di “bucanieri della montagna” il silenzio di giornali e televisione è totale.
Si sa solo, per notizie che rimbalzano in Italia dalla agenzie di stampa afghane nelle provincie di Herat e Farah, che, ad oggi, si contano a centinaia gli insorti “neutralizzati” ed a decine i morti ammazzati tra i residenti per “effetti collaterali” di rastrellamenti, cecchinaggio, tiri di mortaio e “bonifiche” dall’aria.
Ora che la Folgore sta per essere avvicendata la Task Force 45 torna, ad orologeria, alla pratica del rambismo, per alzare il livello dello scontro e per preparare come si deve il “terreno” alla Brigata Sassari.
Tutte le Grandi Unità devono lasciare un “minimum” di caduti nel Paese delle Montagne, sufficiente a cementare solidarietà tra i partner dell’Alleanza Atlantica, a rilanciare sul piano nazionale la necessità della guerra al “terrorismo”, ad instillare nelle Forze Armate del Bel Paese l’odio per un “nemico” che predica e pratica l’Islam, a preparare a livello politico una componente militare di “elite” che offra le esperienze e le specializzazioni necessarie per essere utilizzata, quando sarà “necessario”, sul piano interno come garante dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale.
Una struttura in formazione che sottrae, via via, risorse destinate all’attività di addestramento ed utilizzo del personale delle Forze Armate, acquisizioni logistiche e sistemi d’arma.
Forze Armate che a partire dal Nuovo Modello di Difesa sono state giudicate un peso di cui doversi liberare, elefantiache, obsolete e totalmente inadatte a gestire “operazioni di polizia internazionale” sia dagli esecutivi di centro-sinistra che di centro-destra, con l’esplicito appoggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del CSD e dei titolari dei Ministeri della Difesa.
Una campagna normativa “acquisti-dismissioni” che parte in sordina dal 1999 e ha preso un’accelerazione da capogiro a partire dall’estate 2006.
Le riforme nella Pubblica Amministrazione annunciate da Brunetta ed approvate in settimana in CdM vanno in questa direzione, al di là dei settori “civetta” sotto tiro.
Per capire cosa si stia muovendo dietro la Task Force 45, dopo mesi di impenetrabile silenzio su questa “unità antiterrorismo”, basterà leggere il seguente comunicato AGI dello scorso 9 ottobre:
“Un capo talebano Ghoam Yahya [un nome con tutta probabilità inventato di sana pianta, ndr] e 25 suoi affiliati [!] sono stati neutralizzati oggi nel corso di un operazione congiunta di militari italiani e statunitensi. L’episodio è avvenuto a 20 km da Herat. Secondo quanto si apprende la Task Force 45 che seguiva il gruppo di insorti già da ieri, è entrata in azione. Appresa la notizia il Ministro della Difesa si è subito complimentato con il CSM gen. Vincenzo Camporini e con il comandante delle forze italiane di Herat generale Rosario Castellano.”
Ecco come il titolare di Palazzo Baracchini ha cercato fraudolentemente di coinvolgere le Forze Armate nazionali in questo nuovo massacro che porta una firma esclusiva: quella della NATO.
Una manovra vergognosa per scaricare sui vertici militari del Paese i malumori di un’opinione pubblica fortemente contraria all’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane, una responsabilità che è soprattutto “politica” ed “istituzionale”. Quel “nessun ritiro dall’Afghanistan” pronunciato dal marito della signora Clio da Tokio, all’indomani della morte dei sei parà del 186° Rgt. Folgore, la dice chiara.
Non siamo mai stati teneri con i sostenitori della “missione di pace” dell’Italietta in Afghanistan ma che Camporini sia al corrente del “lavoro” che fa la Task Force 45 “tricolore” è largamente improbabile. Sparare nel mucchio non serve, anzi, è fuorviante e dannoso.
Si sa che La Russa non va per il sottile quando c’è da compiacere il Presidente del Presidente. Lo stiamo attentamente monitorando dal G8 delle “donne” alla Farnesina alla presenza della bocca ad uso poliedrico della Carfagna e di Frattini, a partire dalle mete estere, Corea del Sud e Giappone e dalle frenetiche, ormai quotidiane, convocazioni al Quirinale dei “pezzi da novanta” del Bel Paese nel tentativo di ritardarne l’implosione.
Il conflitto tra Napolitano e Berlusconi non è sulla costruzione a passi da gigante di una Repubblica Presidenziale, che va benone ad entrambi, ma su chi dovrà occupare il seggiolone del Colle con pieni poteri. L’ex fascista “O ‘Sicco” lo vuole destinare alle chiappe di Fini, “papi” vuole metterci le sue. Il resto sono chiacchiere e depistaggi.
Una struttura coperta quella della Task Force 45 che si avvale, sarà bene dirlo, di grosse complicità al Comando Operativo Interforze di Centocelle.
Il curriculum di Camporini, caso pressoché unico, è esente da qualsiasi frequentazione “imbarazzante” a Bruxelles od a Washington.
Frequentazioni che aprono la strada da sessant’anni esatti alle più alte responsabilità nelle Forze Armate dell’Italietta e dischiudono, dopo la quiescenza, le stanze nelle società di Finmeccanica od abilitano ad altri prestigiosi incarichi nelle “istituzioni”, in istituti pubblici o privati, in Italia ed in Europa. Incarichi sempre lautamente retribuiti.
Possibile invece che ne sia stato informato, a cose fatte, il comandante del West Rc di Herat, Prt 11, che non batte da tempo per il verso giusto in attesa di incassare una promozione.
La Task Force 45 non dipende né da Castellano né dal suo diretto superiore gen. Bertolini ma dall’ammiraglio G. Di Paola, un ringhioso cane da guardia con un formidabile pedigree NATO, eletto il 13 febbraio del 2008 Segretario Generale del Comitato che riunisce i vertici militari dei 28 Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica, quando era ancora C.S.M delle Forze Armate per decisione del CdM del governo Berlusconi.
Un ammiraglio pataccato da Bush con la Legion of Merit che condivide con Will C. Rogers III, l’ex Capitano di Vascello dell’incrociatore USS CG-49 Vincennes, responsabile dell’abbattimento con due missili antiaerei RIM-66 Standard di un Airbus dell’Iran Air (volo 655) e della morte di 290 passeggeri sul Golfo Persico durante il volo Bandar Abbas-Dubai, il 3 luglio 1988.
Giancarlo Chetoni

Il Grande Orecchio della NATO

orecchio

Lo sviluppo dell’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre della NATO, ha generato divisioni insanabili all’interno dell’Alleanza Atlantica. Alla firma del Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che segna i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati infatti solo 15 dei paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Si tratta di Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti d’America. Per la gestione e il coordinamento delle attività di sviluppo e implementazione dell’AGS, le nazioni aderenti al PMOU hanno dato vita a due nuove agenzie, la NATO AGS Management Organisation (NAGSMO) e la NATO AGS Management Agency (NAGSMA). Il Comando Supremo Atlantico di Bruxelles ha inoltre comunicato che la piena capacità del sistema di sorveglianza terrestre sarà raggiunta entro il 2012, anticipando di un anno i tempi previsti.
Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio 2009, è stata formalizzata la scelta della stazione aeronavale di Sigonella quale “principale base operativa” dell’AGS. “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. Nella grande infrastruttura militare siciliana saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo del’AGS, centralizzando le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere. Sigonella si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, un “Grande Orecchio”, della NATO capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico.
La stazione aeronavale ospiterà inoltre la componente di volo del sistema di sorveglianza, costituita da sei sofisticati velivoli senza pilota (UAV). In un comunicato stampa del 25 settembre scorso, gli alti comandi NATO hanno spiegato che “il segmento aereo dell’AGS Core sarà basato sulla versione Block 40 dell’aereo “RQ-4B Global Hawk” di produzione statunitense, dotato di un’autonomia di volo superiore alle 30 ore ed in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica”.
(…)
“Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative”, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale per gli Investimenti alla difesa dell’Alleanza Atlantica. “L’AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze NATO per tutta le loro possibili future operazioni. L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari”. Il nuovo sistema non è però un mero mezzo di intercettazione e di spionaggio. Come è stato riconosciuto dal Capo di Stato Maggiore italiano, generale Camporini, nella base di Sigonella sarà allestito un “più avanzato sistema SIGINT”. Il SIGINT, acronimo di Signals Intelligence, è lo strumento d’eccellenza di ogni “guerra preventiva” e ha una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.
Nonostante l’accelerazione inferta al piano di sviluppo dell’AGS, il Comando NATO di Bruxelles ha chiesto un maggiore impegno collettivo ai paesi membri. “La partecipazione al programma resta aperto agli altri Alleati interessati”, ha dichiarato il vicesegretario Peter C. W. Flory, invitando apertamente i partner dell’Europa occidentale e la Polonia a rientrare nell’AGS. Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni.
(…)
Con l’AGS, inevitabilmente, sarà dato nuovo impulso ai processi di militarizzazione del territorio siciliano. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha annunciato l’arrivo nell’isola di un “NATO Force Command di 800 uomini, con le rispettive famiglie”. È prevedibile che saranno presto avviati i lavori per realizzare nuovi complessi abitativi per il personale in forza alla stazione aeronavale. I consigli comunali di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) hanno già adottato quattro progetti di variante ai piani regolatori per l’insediamento di residence e villaggi ad uso esclusivo dei militari statunitensi e NATO.
Dovrebbe essere ormai questione di giorni l’arrivo a Sigonella del plotone di 4-5 velivoli RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force, destinati ad operare in Europa, Medio oriente e nel continente africano. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota. Il progetto, da finanziare con il budget 2010 dell’Air Force Military Construction, Family Hosusing and base Realignment and Closure Programs, è stato definito di “alto valore strategico” da Kathleen Ferguson, vicesegretaria della Difesa, in occasione della sua audizione davanti al Congresso, il 3 giugno 2009.
(…)
Lo scorso anno, il Pentagono ha assegnato alla Northrop Grumman il piano di sviluppo dei nuovi velivoli senza pilota che saranno utilizzati dalle forze navali. Con la prima tranche del programma, a partire del 2015 saranno forniti 68 “Global Hawk” in versione modificata rispetto a quelli già operativi con l’US Air Force. Spesa prevista 1,16 miliardi di dollari. “Una quarantina di questi velivoli UAV saranno dislocati in cinque siti: Kaneohe, Hawaii; Jacksonville, Florida; Sigonella, Italia; Diego Garcia, Oceano Indiano, e Kadena, Okinawa”, hanno dichiarato i portavoce del Dipartimento della Difesa. “Ad essi, nelle differenti missioni navali in tutte le aree del mondo, si affiancheranno i velivoli con pilota P-8 Multi-Mission Maritime Aircraft (MMA), che stanno sostituendo i P-3 Orion in servizio dal 1962”. L’US Navy ha già preannunciato che le “front lines” per la dislocazione dei nuovi P-8 saranno le stazioni aeronavali di Diego Garcia, Souda Bay (Grecia); Masirah (Oman); Keflavik (Islanda), Roosevelt Roads (Porto Rico) e l’immancabile Sigonella.

Da A Sigonella la megacentrale di spionaggio NATO, di Antonio Mazzeo.

Afghanistan: com’è e come ce lo racconta La Russa

larussa

L’Afghanistan ha un’estensione di 647.500 kmq, quasi due volte l’Italia, confina con Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Cina e Pakistan. La frontiera in comune solo con quest’ultimo Paese è di 2.640 km. Un’enormità.
Il Kosovo ha un’area di 10.887 kmq. Per la sua “stabilizzazione” in una condizione geopolitica – ormai pressoché definitiva – di narcostato dalla seconda metà del 1999, ottenuta con 78 giorni di bombardamenti aerei, segnata da residue tensioni etniche tra albanesi e serbi, USA-NATO-ONU-EULEX hanno impiegato sul terreno fino ad oggi un numero fluttuante di scarponi che non è mai sceso sotto i 12.000 e ha raggiunto un picco di 14.500. L’Abruzzo occupa un’area di 10.794 km. Stiamo usando gli stessi riferimenti che il generale Fabio Mini adopera nelle sue conferenze in giro per l’Italia dopo essere stato tagliato fuori non solo da Rai e Mediaset ma anche da La Repubblica che in qualche rara occasione gli ha consentito nel corso del 2008 di farci capire come stavano le cose al Comando Operativo Interforze di Centocelle ed in Afghanistan.
Ecco cosa dice l’ex comandante KFOR-NATO messo brutalmente da parte dal Popolo della Libertà di Martino per aver voluto eseguire solo “ordini scritti” e pensionato dall’Ulivo di Parisi: “Non siamo mai riusciti a sigillare completamente i confini tra Albania e Kosovo, non vedo come possano riuscirci gli americani lungo i confini Af-Pak, specie nei 650 km delle zone tribali sotto la sovranità formale di Islamabad”.
Un confine poroso, porosissimo.
In territorio pakistano ex ufficiali e sottoufficiali dell’ISI addestrano, quale che sia il governo al potere nel loro Paese, almeno 3.500-4.000 pashtun all’anno, sufficienti a coprire le perdite in combattimento in Afghanistan attingendo reclute da un serbatoio potenzialmente stimato di 250.000 uomini delle regioni centrali autonome di età compresa tra i 16 ed i 45 anni.
I dati “geografici” citati fanno immediatamente capire perché il controllo militare dell’Afghanistan sarebbe un obbiettivo strategico totalmente fuori portata per la coalizione Enduring Freedom-ISAF anche in condizioni di una ritrovata normalizzazione del quadro politico-organizzativo-economico del Paese.
Per il generale Mini, la guerriglia mujaheddin ha messo in campo nel 2008 7.000-7.500 combattenti e stima che siano aumentati a 10.000 nel corso dei primi otto mesi del 2009.
Un dato che non convince, a naso, per difetto. Continua a leggere

Ancora tu, Lince

Roma, 17 settembre – Sarebbero sei gli italiani rimasti uccisi nell’attentato kamikaze a Kabul. Altre due vittime civili sarebbero invece afghane. Tra i feriti altri tre militari del contingente italiano.
Tutti si trovavano a bordo di un blindato Lince.
(AGI)

Vedi anche Scarronzoni per…

Roma, 17 settembre – Sono sei i morti fra i militari italiani, tutti del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore, provocati dall’attentato a Kabul che ha investito alle 12 ora locale, le 9.30 in Italia, due mezzi di scorta ad una colonna di personale diretta all’aeroporto, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti della Difesa. Altri tre militari italiani, sempre della Folgore, sono rimasti feriti e, per ora, non vi sono indicazioni sulle loro condizioni.
(Adnkronos)

Orgoglio?!?
Roma, 17 settembre -‘I soldati italiani hanno pagato un prezzo alto per la libertà e la sicurezza dell’Afghanistan, dell’Italia e dell’Europa’, commenta Frattini. In ogni caso, per il ministro degli Esteri bisogna ‘restare per dimostrare che l’orgoglio dell’Italia è sempre alto.
(ANSA)

mini-kfor

Roma, 17 settembre – ”La strada su cui è avvenuto l’attentato ai militari italiani si trova in una zona oggettivamente molto pericolosa. E’ un tratto conteso tra varie fazioni proprio per attaccare i convogli di passaggio, indipendentemente dalla loro nazionalità. Tanto che nel novembre 2005, al mio arrivo all’aeroporto di Kabul, per evitare di percorrere quei quattro chilometri che portano direttamente alla base ISAF nel centro della capitale, facemmo un’altra strada assieme al convoglio di scorta: un aggiramento di 35 chilometri”. A dirlo è il generale Fabio Mini, ex comandante della missione NATO in Kosovo, in un’intervista che sarà pubblicata domani sul quotidiano ecologista Terra.
”Le missioni sul terreno, Enduring Freedom prima e ISAF poi – dice Mini – hanno avuto la pretesa di bloccare completamente le frontiere. Una cosa che non è possibile fare da nessuna parte. In Kosovo, un Paese più piccolo dell’Abruzzo, non ci riuscivamo, figuriamoci in Afghanistan che è quattro volte l’Italia”. Nell’intervista, il generale spiega che in Afghanistan ”non è un problema di uomini. E’ necessario un maggiore impegno economico e civile. Finché la popolazione afghana resta in uno stato di disperazione, senza niente da perdere, nemmeno la vita (l’aspettativa media è di 40 anni), non avrà paura della morte”. ‘‘Per garantire la sicurezza – conclude Mini – bisogna prima conquistare la fiducia e la collaborazione della popolazione. In Afghanistan invece si sta facendo l’esatto contrario. Il risultato è che ora, rispetto al 2003, ci odiano molto di più. Alla fine della guerra, quando gli americani cercavano Bin Laden a Tora Bora, i talebani erano 7.000. Oggi gli insorti sono oltre 10mila”.
(ASCA)

Silenzio assordante che copre il silenzio degli innocenti
I paracadutisti italiani caduti a Kabul in un attacco kamikaze sono le vittime sacrificali della politica imposta dagli USA ed accettata servilmente dai loro camerieri atlantici in servizio permanente effettivo dal 1945. Noi non accettiamo né il vittimismo cialtronesco delle Istituzioni né lo sciacallaggio usato per fini di bassa politica dalla sedicente opposizione. Quella che, tanto per esser chiari, con il governo D’Alema partecipò ai bombardamenti su Belgrado e che mai ha rifiutato il suo appoggio agli USA in lotta contro i “Popoli Canaglia”. Kabul come Nassirya: sangue versato dai nostri parà, ridotti ad essere esportatori di “libertà” e “democrazia” lungo la via del petrolio e quella del papavero e nella previsione di una non ancora dichiarata guerra contro l’Iran. Ascari costretti a combattere sul territorio afghano per far passare gli oleodotti della multinazionale Unocal, in quella che è legittimo chiamare la IV Guerra dell’Oppio.
Tutti tacciono, tutti si guardano bene dallo spiegare agli Italiani i veri motivi della nostra presenza in Medio Oriente.
E nessuno parla dei “Lince”, i corazzati-bidone che rappresentano un pericolo per l’incolumità dei nostri militari (ed oggi se ne è avuta la drammatica conferma) ma che costituiscono una colossale speculazione da parte della Fiat-Iveco della famiglia Elkann. Come abbiamo dimostrato e documentato sull’ultimo numero di “Giustizia Giusta”.
Comunicato stampa dell’Associazione per la Giustizia e il Diritto “Enzo Tortora” – Redazione di Giustizia Giusta, V.le Giulio Cesare – 00192 Roma

carabinieri

Ritiro? Macché, più carabinieri!
Roma, 18 settembre – L’impegno italiano nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane aumenterà e sta già aumentando in questi ultimi mesi dell’anno. Secondo il capo ufficio stampa della Farnesina, Maurizio Massari, infatti, ”raggiungeremo il numero di 200 carabinieri formatori, tra settembre e novembre, che si aggiungono alle oltre 15 unità della Guardia di Finanza impegnate nell’addestramento della polizia di frontiera afghana a Herat”.
Massari, nel corso di un briefing con la stampa, ha affermato che ”il ruolo dell’Italia è effettivamente di primissimo piano nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane” e che questo ”si è concretizzato il 14 agosto scorso, quando è stata riconosciuta all’Italia la posizione di coordinatore responsabile della formazione della polizia afghana”.
(ASCA)

Guerra e/o cooperazione
Roma, 18 settembre – ”Rivolgendoci ai ministri e ai parlamentari che continuano a ripetere che i problemi dell’Afghanistan, dell’Africa, delle guerre e dell’immigrazione si risolvono con la cooperazione, diciamo di essere coerenti, di dar seguito alle promesse con impegni reali sia a livello di finanziamenti che di risorse e di strumenti. Per questi motivi aderiamo all’iniziativa della Tavola della Pace del 3 ottobre. Perchè pace e informazione sono due beni fondamentali a rischio. Perchè senza un’informazione di pace non c’è neanche una politica di pace”. Così Guido Barbera, presidente del Cipsi – coordinamento di 42 Ong e associazioni di solidarietà internazionale in riferimento alla strage degli italiani a Kabul.
”Innanzitutto – afferma Barbera – esprimiamo la nostra vicinanza, solidarietà e cordoglio ai familiari dei soldati italiani vittime della strage, ai feriti e a tutti i civili coinvolti, compresi quelli colpiti la scorsa settimana da un bombardamento della NATO. Ma non possiamo tacere. Il problema è politico: qual’è il ruolo e la politica internazionale dell’Italia, dell’Europa, degli USA, della NATO, nello scenario afghano? E’ necessario fare un’analisi storica e politica di cosa è accaduto in Afghanistan, soprattutto negli ultimi otto anni di guerra, e del disastro che è stato provocato; attraverso un dibattito in Parlamento, decisioni del Governo, un conferenza che porti a un accordo della comunità internazionale”.
”Non è solo con i militari che si potrà risolvere la situazione afghana. Non si risolvono i conflitti con la forza, ma con il dialogo. Noi – conclude Barbera – associazioni del Cipsi e della società civile crediamo che sia necessario invertire la tendenza delle scelte di politica internazionale in Afghanistan. La risposta è incrementare in modo decisivo la cooperazione internazionale nel paese, per contribuire al processo di pace: che siano visibili interventi e relazioni solidali, scuole, salute, istruzione, alimentazione e difesa dei diritti di tutti. Sono l’antidoto alla guerra e al terrorismo. Condanniamo la violenza sui civili”.
(ASCA)
Esternazioni largamente condivisibili, ma vorremmo chiedere al loro autore: nella pratica, come è possibile svolgere attività di cooperazione civile in un ambiente di guerra non dichiarata ma aperta e dirompente?
Non bisognerebbe piuttosto aspettare una avvenuta pacificazione e solo al termine del conflitto investire risorse (e sì, perché qui servono tanti denari e tanti ne sono già stati spesi, spesso a vanvera…) per una ricostruzione che sia effettivamente tale e duratura?

soldati

Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.
Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.
Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel Paese.
Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.
Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per odiare e attaccare l’Occidente e anche il nostro Paese.
E allora per cosa sono morti?
La risposta l’ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente NATO in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull’Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da Peacereporter:
“Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della NATO in un momento di crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione ISAF. La NATO è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme. Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L’importante è che nessuno si sottragga a un impegno NATO. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati”.
“Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo”, avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
E’ stravagante definire ‘vigliacchi’ uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.
Anche chiamare ‘aggressori’ i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d’occupazione NATO è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.

“Non ci fermeremo”, conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la cronaca, le truppe italiane hanno “neutralizzato” almeno cinquecento “nemici” nelle battaglie combattute nell’ovest dell’Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.
Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna “conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi”.
Ma finché l’occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del “nemico”. Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.

Per cosa sono morti?, di Enrico Piovesana.
[grassetti nostri]

talebani

Il Ministro della Difesa, dal canto suo, ha dato un’altra dimostrazione di sconcertante prevedibilità. La sua performance in seconda serata a “Porta a Porta” il 17 Settembre sui caduti della Folgore a Kabul ha ripetuto per filo e per segno, a beneficio di un pugno di ascoltatori (lo share è stato un autentico flop) e del pubblico presente nello studio, la ormai famosissima lezioncina-Napolitano.
Accantonata, alla svelta, la farsa della “missione di pace”, il titolare di Palazzo Baracchini nel corso della trasmissione ha continuato a sostenere che il Belpaese è in Afghanistan per fermare sul terreno il “terrorismo di al-Qa’ida”. Un terrorismo che altrimenti dilagherebbe in Occidente e ci colpirebbe a casa nostra come è successo a New York l’11 Settembre del 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle e alla stazione di Atocha a Madrid nel Marzo del 2004.
Due attentati, servirà ricordarlo, oggetto di clamorosi depistaggi politici e istituzionali, di indagini pilotate e di sentenze che non sono mai riuscite ad individuare né mandanti né esecutori che non uscissero dai data base di Langley.
Un’aggiunta che il Ministro della Difesa ha intenzionalmente evocato, da gran furbo, per allargare anche all’Europa la minaccia “reale” portata dal fondamentalismo islamico all’Occidente.
La recitazione della manfrina di La Russa è scivolata via senza sollevare un battito di ciglio in sala. L’apatia, l’indifferenza che sta risucchiando nel baratro il Paese si vede anche dalle reazioni degli spettatori seduti sulle poltroncine bianche della Rai in occasione di un evento luttuoso come quello di Kabul.
L’Italia, partendo da Kost, dalla base “Salerno” partecipa dal 2002 alla guerra degli USA in Afghanistan, ma fino ad oggi, se la memoria non ci inganna, il Sisde o il Sismi, prima, o l’Aisi e l’Aise, fino ad oggi, non hanno mai lanciato allarmi specificatamente provenienti da quel Paese che possano aver interessato la sicurezza del territorio nazionale, né se ne trova traccia su Gnosis o nelle relazioni che semestralmente vengono inviate semestralmente dal Cesis a Camera e Senato.
Non risulta inoltre che i Ministri degli Interni e della Difesa che si sono succeduti dalla data citata abbiamo mai denunciato pubblicamente l’esistenza di minacce specifiche per il territorio metropolitano ad opera di elementi “qaedisti” di nazionalità afghana presenti in Italia in contatto o collegamento con organizzazioni “terroristiche” operanti nei territori dell’Af-Pak.
L’attenzione dei Ros del Generale Ganzer si è invece concentrata più volte su nuclei o cellule salafite come “ Predicazione e Combattimento” presuntamente organizzate da elementi originari del Maghreb a cui sono stati spesso addebitati già nel corso degli accertamenti di polizia reati gravissimi che non hanno mai retto di fronte alle successive verifiche della Magistratura Inquirente, toccando punte paradossali che hanno fatto ridere l’“intelligence mondiale”, come nel caso della Chiesa di S. Petronio a Bologna e degli “attentati” alla Metropolitana di Milano.
Quando ci sono stati provvedimenti restrittivi, in ogni caso, i “wahhabiti del Mediterraneo” sono giudicati per reati minori come il favoreggiamento dell’ingresso clandestino, la raccolta di fondi, il possesso di materiale illecito di propaganda.
Insomma, in Italia non ci sono mai stati potenziali terroristi di intransigente fede sunnita provenienti dal Paese delle Montagne che prendano ordini dal nebuloso e famigerato Mullah Omar né strutture “organizzate” di sostegno ai combattenti usciti dalle madrase di Peshawar o di Islamabad; non c’è inoltre università o scuola superiore pubblica o privata, centro di aggregazione religiosa, culturale e sociale, dove possa addensarsi un nucleo di studenti, aderenti o simpatizzanti “coranici” in combutta con i combattenti pashtun.
Gli unici afghani presenti nella Repubblica delle Banane sono quelli che l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu ha fatto uscire dal Pakistan dopo un accurato check-in.

Priva perciò di qualunque credibilità, per insussistenza di motivazioni reali, la puntuale manfrina, con imitatori di “alto livello” recitata a beneficio (?) dell’opinione pubblica italiana dall’Inquilino del Quirinale.

Da Afghanistan: quando i nodi vengono al pettine, di Giancarlo Chetoni.
[grassetti nostri]

Scarronzoni per i “pappafichi”

ISAF soldiers spinning

Per capire le motivazioni ed il significato profondo delle dichiarazioni rilasciate di recente da La Russa a Massimo Caprara sul Corriere della Sera in cui chiede una revisione del codice militare di pace attualmente cogente in Afghanistan per i militari italiani, servirà ricorrere più avanti a Wikipedia ed al “caso“ Calipari. Il nesso tra il funzionario del SISMI ucciso da un marine USA a Baghdad ed il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio morto a luglio per un esplosione che ha coinvolto il Lince su cui prestava servizio in Afghanistan, si presta a più di una similitudine.
Il Ministro della Difesa non ha detto esplicitamente di volere l’introduzione di un codice militare di guerra ma ha fatto capire che quello di pace è di intralcio. Di intralcio a chi? Ce lo faccia capire senza manfrine.
Intervistato da Sky Tg24, La Russa ha fatto sapere all’opinione pubblica del Bel Paese che serve una “terza via“ ed il dissequestro urgente disposto dalla Procura di Roma di tre, dicasi 3, Lince. Volete sapere quanti LMV “bidone“ erano in forza, a gennaio 2009, al Comando Regionale di Herat? Duecentoquarantanove (249). Proprio così. Avete letto giusto.
In Italia, come abbiamo già detto, a disposizione delle Forze Armate ce ne sono la bellezza di 1.270. Con un C-130, in otto-dieci ore, se ne possono far arrivare ad Herat due. Perdiamo efficienza sul terreno avendone operativi da quelle parti 246 anziché 249? Macchè. E allora?
Dal 2002 al 2009, abbiamo movimentato Italia-Afghanistan e ritorno 29.000 tonnellate di logistica e materiali militari; 15, all’ingrosso, in più per rimpiazzare i LMV distrutti che differenza fanno? Semplicemente nessuna.
Il nostro signor Auricchio, quello “piccante“, nasconde altri obbiettivi, anche economici, che potrebbero danneggiare la FIAT Iveco? Non è affatto escluso, anzi, a dirla tutta…
A ben vedere potrebbero esserci profili penali. Che la FIAT Iveco possa vendere ad Inghilterra, Belgio, Croazia, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Austria degli scarronzoni ed a che costo unitario non è affare che riguarda la Procura di Roma, ma se i Lince rappresentano un pericolo per l’incolumità dei militari italiani la magistratura ha pieni titoli per accertarne i limiti operativi e la pericolosità per chi li ha in dotazione.
O no?
Se la magistratura lo dovesse accertare, gli affaroni della famiglia Elkann subirebbero una battuta d’arresto. E’ questo che non si vuole? A naso sembrerebbe proprio di sì.
La Russa e Cossiga (Giuseppe, figlio di Francesco) sono del mazzo? Mai dire mai. L’ ISTRID non lavora forse per lobby?
Il ministrone auspica, inoltre, un nuovo codice che non sia di pace né di guerra, da rimaneggiare, per azzerare – questo lo diciamo noi con la certezza che questa sia la finalità che si prefigge di raggiungere il Governo – i poteri di indagine della magistratura italiana nel Paese delle Montagne.
Governo e Difesa non tollerano, di fatto, occhi indiscreti sulla “missione di pace“? La risposta anche in questo caso è affermativa. Vogliono conquistarsi forse gli stessi poteri di veto che servirono al Ministro della Giustizia dell’amministrazione Bush per mettere a pagliolo le rogatorie internazionali dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti?
Angelino Alfano non ha forse annunciato che, a settembre, prenderà il via il ridimensionamento per legge dei poteri di indagine della magistratura inquirente? La Russa è uno dei colonnelli di Berlusconi. Allineato e coperto.
Facciamo ora entrare in campo l’enciclopedia abbastanza “libera“ del web, la più affermata e conosciuta per la distribuzione di contenuti su internet, per quel che riguarda il funzionaro del SISMI ucciso dal marine Mario Lozano.
“ …negli Stati Uniti è stata istituita una commissione d’inchiesta ai cui lavori sono stati ammessi osservatori italiani (nessun inquirente legale – nda) nominati dal Governo in carica di centrodestra. In Italia la magistratura ha incontrato impedimenti e difficoltà (eufemismo – nda) nelle svolgimento degli accertamenti a causa del particolare status in cui si sono svolti i fatti che risultava essere territorio dell’Iraq sottoposto a controllo del codice militare USA ed a sovranità, di fatto, assegnata al Segretario alla Difesa; negato anche il permesso di far analizzare a magistrati e tecnici della polizia scientifica italiana il veicolo su cui viaggiava Calipari. I giudici italiani hanno dovuto attendere la conclusione dell’inchiesta USA. Il diniego motivato da esigenze di natura militare ha di fatto provocato lo scadimento del valore probatorio del reperto (leggasi manomissione intenzionale della Toyota Corolla – nda).”

La Procura di Roma dopo la morte del mitragliere Di Lisio ha sequestrato tre Lince per capire come stavano le cose.
Il 9 agosto, il Cocer Esercito ha chiesto per bocca del generale Domenico Rossi – mai fidarsi degli altri gradi! -che i magistrati della Procura di Roma facciano con urgenza sopralluoghi in Afghanistan e tolgano i “sigilli“, senza cercare il pelo nell’uovo. Bel sindacalista, questo signore! Anche lui, come la Russa, chiede un intervento urgente di dissequestro degli Iveco perché servono i “pezzi di ricambio“.
Si potrebbe fare, volendo, le pulci anche a lui.
La sicurezza chi ci sta dentro interessa o no a questo signore? Sembrerebbe poco o nulla. Brunetta il nano cattivo ha previsto di tagliare dall’organico dell’Esercito 50.000 militari definendoli con disprezzo “pappafichi” e “pancioni in esubero”. La guerra della Repubblica Italiana delle Banane in Afghanistan costa sempre di più.
Quanto?
Ne riparleremo.
Giancarlo Chetoni

Gli “effetti” Lince in Afghanistan

lince

Quando i pneumatici scorrono su un terreno sterrato di montagna segnato da solchi profondi, e succede con frequenza perché ad ogni primavera quando si sciolgono le nevi l’acqua da quelle parti si porta via fango e pietre, l’equipaggio “dondola”, la velocità di marcia si riduce a 3-5 km all’ora, la guida si fa particolarmente dura e l’autiere stenta a tenere il controllo del mezzo.
Il volante non risponde come dovrebbe mentre il Lince manifesta un’accentuata tendenza al ribaltamento su un fianco quando affronta anche a bassa velocità una curva in salita o in discesa.
Più volte è stato necessario far uscire l’equipaggio dai “blindati” con le ruote all’aria su “carreggiate” che a stento permettono l’avanzamento e si affacciano sul vuoto.
Il Light Multirole Vehicle – LMV (più chiaro di così!) ha un baricentro troppo spostato verso l’alto per il posizionamento della “cellula di sicurezza”. Inoltre, la luce tra il terreno ed i parafiamma anteriore-posteriore per assorbire l’effetto di cariche esplosive ne compromette la stabilità, l’assetto, in movimento anche con l’inserimento delle marce ridotte.
Un carente bilanciamento dei pesi tra parte anteriore (motore) e parte posteriore (gruppo di riduzione) fa il resto.
Anche se la FIAT lo presenta come un blindato di nuova generazione, ad alta affidabilità, sicurezza e caratteristiche “stealth” (!), la realtà è che il Lince, almeno in Afghanistan, sta dando dei grossi grattacapi a chi deve uscirci in perlustrazione o muoversi in colonna su aree accidentate.
La blindatura laterale sopporta l’impatto di proiettili in calibro 12,7 mm ma è estremamente vulnerabile al tiro di datatissimi RPG.
Un colpo in pieno penetrerebbe come un coltello nel burro nelle blindature laterali e nella cellula di sicurezza determinando la perdita immediata dell’intero equipaggio del Lince. Non è ancora successo ma è fatale che succeda.
La guerra di annientamento contro famiglie, clan e combattenti pashtun portata avanti da ISAF-NATO ed Enduring Freedom alzerà inevitabilmente il livello della “risposta”.
Osannato come “avveniristico” da giornali, tv, da esperti e riviste militari, presentato come il blindato leggero da pattugliamento tecnologicamente più avanzato prodotto nei primi sette anni del XXI° secolo per la qualità e la quantità delle piastre di acciaio, dei compositi protettivi e dei blindovetro usati nell’assemblaggio che avrebbero dovuto garantire un elevatissima capacità di sopravvivenza, il Lince in realtà è quello che è: un gippone “protetto” uscito dalla Iveco di Bolzano in fretta e furia, con un approccio progettuale e modalità costruttive che hanno tenuto in scarsa o nulla considerazione la “lezione sul campo” arrivata dall’Iraq.
Nel Paese delle Montagne il Lince si sta lasciando dietro, e siamo appena agli inizi, uno strascico di contusi, traumatizzati, feriti e morti. Continua a leggere

Missione di Pace

mangusta

Italiani attaccano basi miliziani afghani
Un’operazione congiunta dei militari italiani con tutte le componenti della sicurezza afghana è stata condotta contro postazioni nemiche a Bala Morghab, nel nordovest del Paese.
Nell’azione, riferiscono fonti militari, sono stati impiegati elicotteri italiani che hanno bombardato e neutralizzato le postazioni degli insorti.
Mentre tra i miliziani attaccati vi sarebbero vittime, nessun militare italiano o afghano ha riportato ferite.
Televideo, 4 giugno 2009, ore 18:04:32

Herat, 10 giugno 2009- Scontro a fuoco intenso e prolungato oggi nella valle di Bala Murgab (in provincia di Badghis, 200 chilometri a nord di Herat) tra talebani e forze di sicurezza afghane, che con il supporto dei paracadutisti della Folgore hanno guadagnato il controllo di diverse aree strategicamente fondamentali per la sicurezza e la stabilità dell’area.
L’azione ha comportato l’intervento di quattro elicotteri Mangusta italiani, due dei quali sono stati raggiunti da colpi d’armi leggere. Nessun militare italiano è rimasto ferito, mentre sono stati uccisi due importanti capi talebani.
(Adnkronos)

Farah, 11 giugno 2009 – Tre militari italiani sono rimasti feriti, due in modo lieve e uno gravemente, in uno scontro a fuoco avvenuto poco fa a Farah, nell’ovest dell’Afghanistan. Il ferito grave è stato colpito sotto l’ascella, uno al piede e l’altro alla mano. I tre paracadutisti, della brigata Folgore, erano impegnati in un pattugliamento congiunto con i militari dell’esercito afgano.
E’ il secondo conflitto a fuoco che ha visto impegnati i soldati italiani nella zona da questa notte. Nella stessa zona di Farah, durante la notte, si è avuto un altro attacco ad una pattuglia di militari italiani, che hanno risposto al fuoco, senza riportare alcuna conseguenza.
La provincia di Farah si trova nella parte meridionale della Regione ovest, a comando italiano. E’ una zona tradizionalmente calda, così come lo è anche quella della provincia di Bala Morgab, che si trova invece nella parte nord dell’area di responsabilità italiana: proprio qui, ieri, si è verificata una dura battaglia durante la quale sono stati colpiti due elicotteri Mangusta, ma non ci sono stati feriti tra gli italiani. Ingenti, invece, le perdite tra gli insorti.
(La Repubblica)

folgore

Herat, 24 giugno 2009 – Questa mattina nella valle di Bala Murgab (provincia di Badghis 200 Km nord di Herat), nel corso di un’importante operazione congiunta, delle forze di sicurezza afgane e ISAF, volta ad eliminare ulteriori sacche di resistenza presenti nell’area, le nostre unità hanno subito un attacco. Nello scontro condotto con armi portatili e razzi contro carri RPG, è rimasto lievemente ferito uno dei Paracadutisti del 183esimo reggimento “Nembo”. Il militare italiano, non ha riportato conseguenze, è stato medicato sul posto e ha potuto proseguire l’attività. E’ invece deceduto un militare afgano e altri 4 sono rimasti feriti. Sono rimasti leggermente danneggiati 4 “lince” Italiani che comunque hanno potuto proseguire l’attività.
La manovra per ottenere il controllo di questa zona fondamentale è stata complessa e articolata, condotta con azioni tattiche di truppe sul terreno e con il fuoco combinato e coordinato, di armi a tiro teso, una coppia di elicotteri Mangusta e mortai, sia dei Paracadutisti italiani che dell’Esercito Afghano. Anche ieri a Sud, nell’area di Farah, i Paracadutisti del 187esimo reggimento Folgore erano intervenuti a supporto dell’esercito afghano a seguito di un attacco che era stato condotto contro una loro base e nel corso del quale erano rimasti uccisi due militari. Nel corso di un successivo controllo in un villaggio in quell’area, i militari italiani hanno rinvenuto un ingente quantitativo di esplosivo (più di 100 fra bombe e razzi ed oltre 80 spolette). Il materiale, perfettamente funzionante, era pronto per essere impiegato per la preparazione di attacchi con ordigni esplosivi.
(AGI)

tornado

Non c’è alcuna richiesta specifica, ma…
Roma, 8 luglio 2009 – Le altre nazioni impegnate militarmente in Afghanistan hanno ”un minimo di perplessità” per il fatto che i cacciabombardieri italiani non sono autorizzati a fornire un supporto di copertura alle truppe.
Lo ha fatto sapere il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso di un’audizione davanti alla commissioni Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato. ”I nostri soldati, in questa fase particolarmente delicata, hanno richiesto un supporto aereo di copertura”, ma i cacciabombardieri italiani, così come quelli tedeschi, ”sono autorizzati solo per il monitoraggio”, a differenza dei velivoli di Paesi come Stati Uniti o Olanda, ha detto La Russa, spiegando che il comando militare italiano ha segnalato che ”da parte delle altre nazioni c’è un minimo di perplessità su questa diversità”. ”Vi ho voluto segnalare che non c’è alcuna richiesta specifica, ma il comando militare mi ha riferito di questa argomentazione ripetuta e insistita fatta al contigente italiano”, ha aggiunto.
(ASCA)

Pace unica via di uscita? Allora aspettiamo un pezzo
Roma, 16 luglio 2009 – Il sacrificio del parà Alessandro Di Lisio in Afghanistan “non è stato invano”. Lo ha assicurato, in una lettera al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri, Franco Frattini secondo cui la “via di uscita” è una sola: la pace nel Paese che deve arrivare ad “autogovernarsi”.
Frattini nella lettera torna sulle ragioni dell’intervento in Afghanistan: “Difendere la sicurezza nazionale e la sicurezza dell’Occidente di fronte alla minaccia del terrorismo globale”. “Il terrorismo – ha detto Frattini – crea i propri santuari negli stati deboli dove le istituzioni locali non sono in grado di controllarne le azioni”. “Nessuno dei Paesi alleati – ha spiegato il ministro – intende rimanere in Afghanistan sine die”. Stiamo cercando, ha aggiunto il ministro “di rafforzare la responsabilità di autogoverno da parte delle autorità afghane. A partire dalla sicurezza attraverso la formazione dell’esercito e della polizia afghana dove i nostri Carabinieri stanno offrendo un contributo altamente apprezzato da tutti”.
(AGI)

la-russa

Le “novità” di Ignazio
Herat, 21 luglio 2009 – Più Predator, gli aerei da ricognizione senza pilota, più elicotteri per il controllo dello spazio aereo, aerei Tornado attrezzati anche con cannoncini sempre per garantire la sicurezza del contingente italiano. Sono queste le novità che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, annuncia al contingente italiano impegnato in Afghanistan nella missione ISAF. Inoltre, il ministro ha dato mandato per studiare come proteggere gli uomini che sono nella torretta del Lince, i più esposti agli attacchi.
La Russa ha incontrato una parte del contingente a Herat e ha parlato della “profonda consapevolezza degli italiani sull’importanza vitale del compito che i militari italiani stanno assolvendo”. Il ministro della Difesa ha ricordato il recente attacco contro una pattuglia della Folgore in cui ha perso la vita Alessandro Di Lisio ed ha voluto portare la solidarietà del popolo italiano a tutti i militari impegnati nella missione ISAF davanti ai quali il mondo ha più speranze di essere pacifico. Il ministro della Difesa ha inoltre assistito ad un briefing del generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano nella regione di Herat, il quale ha spiegato che l’obiettivo principale della missione è quello di rompere il rapporto tra la popolazione afghana e gli insorti.
(AGI)

castellano

La strategia “pagante” del generale Castellano
Farah, 25 luglio 2009 – Cinque militari italiani sono rimasti feriti, tutti in modo non grave, in due diversi attacchi avvenuti oggi a Herat e nell’area di Farah, in Afghanistan. Quattro soldati sono stati colpiti durante un attacco suicida contro una pattuglia di nostri militari, ad opera di un motociclista che si è fatto esplodere al passaggio di un mezzo blindato Lince vicino ad Herat, nell’ovest del Paese.
Mentre un altro militare, un bersagliere, è rimasto lievemente ferito in uno scontro a fuoco durato cinque ore, (tra le 9 e le 14 ora locale, tra le 6.30 e le 12.30 ora italiana). Lo hanno spiegato all’Adnkronos fonti militari del comando italiano di Herat. Il militare è stato immediatamente soccorso e trasferito in elicottero nell’ospedale militare di Farah.
Un’unità “complessa”, composta da personale del 187° Reggimento Folgore e del 1° Reggimento Bersaglieri, è stata attaccata nei pressi del villaggio di Bala Boluk, a circa 50 chilometri a nord di Farah, mentre svolgeva un’operazione congiunta con le forze di sicurezza afghane per il controllo del territorio.
La reazione dei nostri militari, spiegano dal comando di Herat, è stata immediata e nell’area sono stati anche inviati sia degli aerei della coalizione per il supporto ravvicinato che gli elicotteri italiani A 129 Mangusta. Data la tipologia dell’area, l’intervento degli aerei è stato evitato e si è preferito far intervenire gli elicotteri che hanno potuto supportare con le armi in dotazione l’azione dei nostri militari sul terreno, favorendo dopo circa cinque ore di scontri lo sganciamento delle nostre truppe, che hanno poi proseguito l’azione già pianificata con le forze afghane.
(Adnkronos/Ign)

Herat, 25 luglio 2009 – Gli attacchi di questi ultimi giorni in Afghanistan “possono essere interpretati come un segno di debolezza perché gli insorti si vedono negare aree che prima dominavano e che attualmente sono sotto il controllo del legittimo governo afghano: è lecito immaginarsi una escalation di tensione anche in vista delle prossime elezioni che rappresentano un passo determinante per la stabilità del Paese”. Lo ha dichiarato in una nota il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano, dopo gli ultimi agguati in cui sono rimasti coinvolti militari italiani. “Gli attacchi contro la NATO”, si legge in una nota, “dimostrano come la strategia messa in atto dalla Coalizione Internazionale sia pagante”.
(AGI)

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Frattini il guerriero ed un sussulto di buonsenso “padano”
26 luglio 2009 – Dopo che tre soldati italiani sono rimasti feriti, anche se non in modo grave, in nuovi attacchi ieri in Afghanistan, il ministro degli Esteri Franco Frattini parla di una visibile escalation di violenza, e annuncia un impiego dei Tornado non solo in funzione di ricognizione ma anche in azioni di combattimento.
“C’è visibilmente un’escalation, lo dimostrano gli attacchi di queste ore”, ha detto Frattini in un’intervista al Corriere della Sera. “Aumenteremo i Predator e la copertura dei Tornado, in funzione non solo di ricognizione, ma anche di vera e propria copertura. Rafforzeremo la blindatura dei Lince e poi aggiungeremo mezzi blindati di ultima generazione”.
Ieri, in una sola giornata, tre militari italiani sono rimasti feriti, anche se in modo lieve, in due attacchi avvenuti tutti nella zona ovest dell’Afghanistan, area assegnata dalla NATO alla responsabilità italiana.
(…)
Dopo la notizia degli attacchi, il ministro leghista delle Riforme Umberto Bossi ha commentato: “Io li porterei a casa tutti. La missione costa un sacco di soldi: visti i risultati e i costi ci penserei un po’”.
(Reuters)

calderoli

Slega la Lega!?!
Roma, 27 luglio 2009 – ”Prima o poi il mondo occidentale dovrà fare autocritica, perché la democrazia non si esporta e non si impone”. Ad affermarlo, a proposito della situazione in Afghanistan, è il leghista Roberto Calderoli. In un’intervista a ‘La Repubblica’, il ministro per la Semplificazione normativa torna poi sulle parole del suo leader (che ha lanciato l’ipotesi di un ritiro del nostro contingente), e dice:  ”Ci sono state polemiche strumentali. Sull’Afghanistan la stragrande maggioranza degli Italiani la pensa come Umberto Bossi”. Nell’aggiungere che, sulla missione, la Lega è stata sempre ”in linea con il Governo”, Calderoli si chiede tuttavia: ”Dovremo o no valutare ciò che è accaduto in questi anni? E’ possibile fare un bilancio dei risultati raggiunti?”.
(ASCA)

27 luglio 2009 – ”Il Libano e i Balcani intanto lasciamoli. E sull’Afghanistan ragioniamo. E’ sbagliato lasciare prima delle elezioni. Ma la testa alla gente non la cambi con il voto. E poi è la strada giusta? E’ una riflessione di pancia che il Paese fa”. Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione legislativa, rilancia: ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan, come ha chiesto Umberto Bossi, ma anche da Beirut e dall’ex Jugoslavia: ”Io li riporterei tutti a casa”.
In un’intervista a Repubblica, il ministro della Lega Nord dice sulle parole di Bossi sono state fatte ”polemiche strumentali”, perché ”sull’Afghanistan la stragrande maggioranza degli italiani la pensa come Umberto Bossi. Prima o poi il mondo occidentale dovrà fare autocritica perché la democrazia non si esporta e non si impone”. Calderoli invita l’esecutivo a un ripensamento: ”Anch’io un tempo ero interventista. Poi ho fatto il mea culpa. Interroghiamoci: è migliorata la situazione in Afghanistan? Io sono arrivato alla conclusione che c’è una sfasatura temporale”. Ovvero: ”I tempi dell’emancipazione sono diversi. Non ce la fai a costruire la democrazia, il contesto culturale e storico è diverso dal nostro”. Insomma, ribadisce il ministro: ”L’Europa e l’occidente ripensino la strategia perché non credo che otterremo risultati. Andiamo avanti, fino alla fine. Non illudiamoci, però, che l’intervento sarà risolutivo”. E ancora: ”Mi arrabbio quando penso ai tanti casini che abbiamo creato in passato. E all’ipocrisia dell’occidente. Che guerre farebbero senza le nostre armi?”.
(…)
Parlando ieri sera a una festa leghista nel Cremonese, il leader del Carroccio [Umberto Bossi] è tornato sulla questione Afghanistan: ”Abbiamo un sacco di missioni all’estero dei nostri militari che ci costano troppo e i morti non piacciono a nessuno – ha detto – Faccio parte di una coalizione di governo e non posso decidere da solo. Ma dobbiamo incominciare a parlarne, a ragionarci sopra. Siamo in crisi economica e dobbiamo anche far quadrare i conti”.
(ANSA)

abecedario

Un nuovo codice militare, “né di pace né di guerra”, per l’Italietta con le pezze al sedere
10 agosto 2009 – In Afghanistan il codice penale militare di pace applicato ai nostri contingenti non basta più, vista la pericolosità della situazione, e per questo il governo sta predisponendo un apposito codice penale militare per le missioni all’estero.
Lo ha annunciato oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa in un’intervista, in cui chiede ai magistrati di togliere i sigilli ai blindati Lince danneggiati negli attentati contro gli italiani in Afghanistan.
“Io non me la sentivo di appoggiare un ritorno al codice militare di guerra… Nelle commissioni Difesa del Parlamento è possibilissima un’intesa con l’opposizione per un codice militare specifico per le missioni internazionali. Né di pace né di guerra”, ha detto La Russa in un’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera.
“Stiamo predisponendo il nuovo codice”, ha aggiunto La Russa, precisando che l’applicazione del codice militare penale di pace comporta che in caso di morti e feriti la magistratura metta i sigilli per tempi lunghi ai mezzi coinvolti.
E’ quello che è successo ad alcuni Lince, mezzi blindati che finora in Afghanistan hanno salvato la vita a molti militari in occasione degli attentati dei ribelli, sempre più frequenti anche in vista delle elezioni del 20 agosto.
“Rivolgo un appello ai magistrati affinché il tempo di sequestro dei Lince sia ridotto al minimo. Per la specificità della missione, e perché anche i blindati rotti ci servono” per i pezzi di ricambio, ha spiegato La Russa.
Attualmente sarebbero undici i Lince sotto sequestro perché coinvolti in attentati ai nostri militari.
Per l’Afghanistan – dove l’Italia partecipa alla missione di peacekeeping ISAF della NATO – il Parlamento ha optato per l’applicazione del codice penale militare di pace anziché per quello di guerra, impiegato invece in Iraq.
La Russa ha poi annunciato l’invio in Afghanistan di altri due Predator, aerei da perlustrazione con pilota a terra che nel Paese asiatico si stanno dimostrando molto utili, unitamente ad altri elicotteri.
“Per ora li raddoppiamo: altri due. Sarebbe bene averne di più, ma al momento abbiamo questi. Li manderemo insieme con altri elicotteri”.
Per quanto riguarda invece i cacciabombardieri Tornado, La Russa ha confermato che hanno già cominciato a dare copertura ai militari italiani sparando, quando necessario, coi cannoncini.
(Reuters)

“Basta ipocrisie!”
Roma, 11 agosto 2009 – ”Adattare le regole del codice militare di pace alla partecipazione del contingente italiano in Afghanistan è sbagliato, perché pace non c’è”. E’ quanto afferma il ministro degli Esteri, Franco Frattini, dopo che ieri il suo collega della Difesa, Ignazio La Russa, ha sottolineato che occorre individuare una via di mezzo fra l’applicazione del codice militare di guerra e quello di pace, un nuovo ”codice per le missioni internazionali sul quale è possibilissima un’intesa con l’opposizione”. ”Basta ipocrisie, qui non si tratta di esercitazioni”, osserva il responsabile della Farnesina in un’intervista con il Corriere della Sera, riconoscendo che per alcuni luoghi nei quali l’Italia manda soldati ”parlare di una situazione di pace è come nascondersi dietro un dito”.
Per quanto riguarda l’aumento degli attacchi ai militari italiani in Afghanistan, Frattini fa notare che le pattuglie italiane ”subiscono delle perdite, ma i talebani ne subiscono di più”. Frattini è insomma favorevole a varare, così come proposto da La Russa, un codice militare specifico per le missioni internazionali dei soldati italiani, adesso sottoposti al codice militare di pace e non a quello di guerra.
(ASCA)

fuochi

A Ferragosto… “voglia di scherzare”!
Kabul, 15 agosto 2009 – Lanciati alcuni razzi vicino la base di Camp Arena, a Herat in Afghanistan, dove si trova il contingente multinazionale con comando italiano. Per la base è il secondo attacco in meno di una settimana, anche stavolta senza danni. ”Ieri 4 razzi sono esplosi vicino la pista, senza colpire alcunché”, dice il maggiore Amoriello. Nella base ci sono anche militari spagnoli, albanesi e di altri paesi NATO che hanno la missione di bonificare la zona dai talebani, ritenuti autori dell’attacco.
(ANSA)

Kabul, 15 agosto 2009 – Un militare italiano dell’ISAF è rimasto leggermente ferito nell’attentato suicida avvenuto oggi a Kabul. ‘Si tratta di ferite veramente molto leggere – ha detto all’ANSA il capitano Vincenzo Lipari della Folgore – e diciamo che è come se fosse caduto dalla bicicletta’. L’identità del militare, forse un carabiniere, non è nota. ‘La famiglia è stata avvertita – ha aggiunto Lipari – è in camera sereno, in piedi e con voglia di scherzare’.
(ANSA)

Libere e pacifiche elezioni
Herat, 20 agosto 2009 – Nelle ultime ore almeno 22 attacchi e scontri a fuoco di varia entità si sono registrati nella zona del Regional Command West, nella parte occidentale dell’Afghanistan, dove sono dispiegati circa 2.500 soldati italiani.
Nella notte prima del voto odierno per le presidenziali e le provinciali si sono registrati almeno sette attacchi, che si aggiungono ai 15 di oggi.
(Adnkronos/Aki)

pettine

Lisciata di pelo
Herat, 22 agosto 2009 – “Il ruolo dei soldati italiani in Afghanistan è meraviglioso”. Parola dell’inviato speciale americano per l’Afghanistan ed il Pakistan, Richard Holbrooke.
Parlando con i giornalisti italiani al termine della sua visita a Camp Arena, sede del Regional Command West di Herat, nell’Afghanistan occidentale, Holbrooke sottolinea che gli Stati Uniti sono grati all’Italia per aver assunto la responsabilità del Comando Ovest”, guidato dal generale Rosario Castellano, comandante della Brigata Folgore e di RC-West.

A10

Herat, 24 settembre 2009 – Questa mattina, nel distretto di Shindad, militari italiani sono stati attaccati da insorti, mentre stavano effettuando una attività mirata alla distribuzione di aiuti umanitari e di assistenza medica alla popolazione, richiesta dagli stessi anziani dei villaggi dell’area. L’attacco è stato condotto dagli insorti con armi portatili e contro carri. I Paracadutisti – spiega una nota del contingente italiano – hanno immediatamente risposto al fuoco neutralizzando una consistente parte della minaccia.
Nell’area, a supporto delle truppe sul terreno è intervenuta anche una coppia di cacciabombardieri A10, che ha garantito la copertura aerea. Nello scontro sono rimasti lievemente feriti due militari italiani, di cui uno alla mano, ed un altro al collo. Entrambi i miliari non sono in pericolo di vita ed in questo momento sono ricoverati presso l’ospedale militare di Herat.
Nell’area di Shindand – si legge nella nota del maggiore Marco Amoriello -, gli insorti ancora presenti, grazie all’aumento dell’attività delle forze di sicurezza afghane, stanno perdendo il controllo di gran parte del territorio, e, cosa ancora più importante, stanno rimanendo privi dell’auspicato supporto e consenso da parte della popolazione locale che è ormai nettamente schierata a favore delle Forze Afghane e di ISAF.
(AGI)
Maggiore Amoriello, avete per caso svolto un sondaggio d’opinione?
Sarebbe il primo caso al mondo di popolazione locale felice di subire gli effetti collaterali derivanti dall'”intervento di supporto” dei cacciabombardieri A10.

sarissa

Roma, 9 ottobre 2009 – Un capo talebano, Ghoam Yahya, e 25 suoi affiliati sono stati neutralizzati oggi nel corso di un’operazione congiunta tra militari italiani e militari degli Stati Uniti. L’episodio è avvenuto 20 km a sud-est di Herat nella zona sotto il controllo dei militari italiani. Secondo quanto si apprende la Task Force 45, tutta italiana, seguiva il gruppo di insorti già da ieri ed oggi è entrata in azione.
Appresa la notizia dell’operazione il ministro della Difesa Ignazio La Russa si è subito complimentato con il capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini e con il comandante delle forze italiane nella provincia di Herat, generale Rosario Castellano.
(AGI)

larussa

Ignazio, cambia spacciatore! (e studia la storia)
Roma, 5 novembre 2009 – C’è un ”parallelismo” tra le missioni di pace che vedono oggi impegnati i militari italiani in Afghanistan, Libano e Balcani e la spedizione in Crimea di metà Ottocento voluta da uno dei ”principali padri della Patria” come Camillo Benso conte di Cavour.
A sottolinearlo è stato stamane il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nel corso del suo intervento nell’ambito dei lavori del Convegno della Commissione italiana di storia militare che si svolge nella sede del CASD (Centro Alti Studi Difesa) a Roma. Ricordando la figura di Cavour, il ministro ha detto che ”la qualità del grande uomo politico si misura dalla sua visione lungimirante, ma anche dalla capacità realizzativa. Questo – ha spiegato – è un concetto valido in ogni tempo, e per ogni nazione; è un principio che anche oggi dovremmo tenere a mente”. E questi pregi politici furono propri dell’allora premier che seppe ”cogliere l’essenza del proprio tempo, e interpretare correttamente quanto stava accadendo, sapendo dirigere verso un obiettivo alto quei cambiamenti sociali e politici che sarebbero comunque occorsi, ma che avrebbero probabilmente assunto una forma caotica e inconcludente”.
(ASCA)

Se il ministro sapesse interpretare correttamente quanto sta accadendo, coglierebbe che l’essenza del nostro tempo consiste nel declino progressivo ma inarrestabile di quella Potenza a cui egli ed i suoi sodali atlantici, di qualsiasi colore ed indirizzo politico, restano cocciutamente al traino.
Finendo probabilmente per esserne delle vittime sacrificali, con i popoli tutti da essi indegnamente rappresentati.

MAROOFI

Aspetta e spera
Roma, 12 novembre 2009 – Con i talebani l’unica opzione possibile è quella di “una vittoria militare”. Lo ha affermato l’ambasciatore afghano a Roma, Musa Maroofi ospite oggi alla Farnesina per partecipare ad un dibattito, coordinato dal portavoce del ministero Maurizio Massari, insieme all’inviato speciale per l’Afghanistan ed il Pakistan, Massimo Iannucci.
“I talebani – ha spiegato l’ambasciatore – sono il principale problema dell’Afghanistan. Se eliminiamo quel problema eliminiamo il 75% dei problemi del Paese”. “Alla vittoria militare – ha aggiunto – non c’è quindi alternativa”.
(AGI)

Alleati
Roma, 29 dicembre 2009 – Due militari italiani sono stati lievemente feriti a Bala Morghab, in Afghanistan, da colpi che sarebbero stati esplosi da un militare afghano. Nello stesso episodio, verificatosi durante lo scarico di materiali da un elicottero e le cui modalità sono ancora da chiarire, sarebbe anche rimasto ucciso un militare statunitense. I due militari italiani sono già stati medicati nell’infermeria della base.
(Adnkronos)

Ossimori 2010:
“Mirate incursioni aeree… con il completo sostegno della popolazione civile; il pieno appoggio all’intervento militare… per portare sviluppo, assistenza e speranza”

Roma, 2 gennaio 2010 – Settandadue ore di scontri, per i militari italiani e di ISAF, in Afghanistan. E’ quanto si apprende dal comando di Herat, secondo cui ”nei giorni scorsi”, nel corso di un’operazione congiunta per il controllo di alcuni avamposti strategici nei pressi di Bala Morghab, nell’ovest del Paese, ”militari delle forze di sicurezza afghane e di ISAF, tra i quali i soldati del contingente italiano, sono stati fatti oggetto di ripetuti attacchi con colpi d’arma da fuoco e di razzi controcarro da parte di oltre 60 insorti”.
Dal comando di Herat, dove non si parla di feriti tra gli italiani, sottolineano che ”l’efficacia della reazione, frutto del coordinamento tra le forze in campo, ha consentito di rispondere al fuoco degli insorti e, grazie a mirate incursioni aeree alleate ed al fuoco delle armi a tiro curvo, garantire in tempi successivi la totale libertà di movimento per le truppe ed il pieno controllo dell’area”.
Gli scontri, ”protrattisi con brevi intervalli per più di 72 ore, si sono verificati a Bala Morghab”, localita’ in cui sorge la base operativa avanzata che ospita, insieme ad unità dell’esercito afghano e statunitense, i militari italiani della Task Force North su base 151/o reggimento della Brigata Sassari. La stessa base dove l’altro giorno un militare afgano ha sparato, uccidendo un soldato USA e ferendo due italiani.
L’intervento delle forze NATO a Bala Morghab, secondo il comando del contingente italiano, si è concluso con ”la neutralizzazione della minaccia ed il completo sostegno della popolazione civile”: gli stessi responsabili delle forze di sicurezza del distretto ”hanno assistito dal posto comando ad ogni istante dell’operazione coadiuvandola molto attivamente”. Nel corso delle ‘shure’ che si sono tenute nei giorni delle operazioni militari – cui hanno preso parte, come di consueto, anche i comandanti italiani e americani – gli anziani del villaggio hanno manifestato il loro ”pieno appoggio all’intervento militare” ed hanno ringraziato i responsabili dei contingenti di ISAF impegnati nell’ovest dell’Afghanistan, ”a portare – ha detto il mullah più anziano del villaggio – sviluppo, assistenza e speranza”.
La situazione, dicono dal comando di Herat, ”è tuttora in bilico per il perdurare di pur minime reazioni da parte degli insorti ancora presenti nell’area”: quando si sarà stabilizzata del tutto, i militari di ISAF ”riprenderanno l’opera di ricostruzione e sviluppo garantendo, fra l’altro, la distribuzione di aiuti umanitari, l’assistenza medica alla popolazione e tutte quelle iniziative già intraprese, con successo, a novembre e dicembre”.
(ANSA*)

* in acerrima competizione con Rainews24 per la conquista del premio “Velina governativa”

Base operativa avanzata
Herat, 21 aprile 2010 – Razzi contro la base operativa avanzata di Bala Murghab, a nord di Herat. Sette in 48 ore, a cui ha fatto seguito la risposta dei militari italiani che, alle 12 ora locale, hanno sparato sei colpi di mortaio da 120mm contro il punto di lancio dei razzi, neutralizzando la minaccia.
Ne dà notizia il generale Claudio Berto, comandante della Brigata Taurinense e del Regional Command West di ISAF, la Regione Ovest dell’Afghanistan, posta sotto la responsabilità italiana. Nella base di Bala Murghab, sede della Task Force North, oltre alle forze italiane risiedono anche unità dell’esercito afghano e USA.
(Adnkronos)

“Bolla” di sicurezza
Roma, 26 maggio 2010 – Controffensiva italiana dalla base operativa avanzata di Bala Murghab. Nella mattinata di oggi, infatti, i mortai da 120 mm del 2° reggimento alpini inquadrati nella Task-Force North hanno sparato undici volte contro posizioni tenute da gruppi di insorti che avevano attaccato un avamposto delle forze afgane e del Regional Command West schierate a sud della base.
Al termine di scontri durati per diversi giorni, che hanno visto anche l’intervento ravvicinato da parte di velivoli ISAF, la minaccia sul versante meridionale di Bala Murghab, sostiene il Comando italiano, è stata neutralizzata e le forze di sicurezza afgane hanno consolidato la propria posizione avanzata, insieme ai militari alleati.
La zona è attualmente interessata dall’operazione denominata ‘Buongiorno’, che mira ad espandere la ‘bolla’ di sicurezza creata nelle precedenti settimane intorno alla base avanzata grazie all’avanzata del 2° kandak (battaglione) del 207° corpo dell’esercito afgano, sostenuto dagli alpini del 2° reggimento della Task Force North e dalla Task Force Fury statunitense.
(Adnkronos)

Roma, 22 giugno 2010 – L’elicottero ”Mangusta” supera quota 4000 ore di volo nei cieli dell’Afghanistan e riceve una ‘livrea’ speciale per l’occasione, festeggiata all’aeroporto di Herat dal colonnello Paolo Riccò e da tutti i militari dell’Aviation Battalion inquadrati nella Task-Force ‘Fenice’.
Queste le cifre che raccontano il Mangusta in azione nei cieli dell’Afghanistan dalla primavera del 2007 a oggi, in condizioni ambientali e climatiche molto severe per equipaggi e macchine: 3363 sortite di volo effettuate in più di 1336 missioni operative distinte, 40.000 ore di lavoro di manutenzione. L’A129 C, ha dato buona prova di sè in questi tre anni grazie anche a una manovrabilità fuori dal comune, una velocità massima di 156 nodi e una tecnologia che gli permette di sfruttare apparati di visione standard e all’infrarosso, entrambi collegati a un video registratore.
(ASCA)

“La dinamica degli eventi è al momento in via di chiarimento”
Roma, 16 luglio 2010 – Tre militari italiani sono stati feriti in uno scontro a fuoco in Afghanistan, nella regione a sud di Bala Morghab.
Il più grave dei tre, un ufficiale, “non versa in imminente pericolo di vita anche se la prognosi rimane riservata”, ha spiegato il ministro della Difesa Ignazio La Russa in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri.
Il militare è stato ferito “al torace, in particolare ai polmoni. Ora è ricoverato a Herat”, ha aggiunto La Russa.
Un altro militare ha riportato una lesione all’inguine e le sue condizioni sono considerate serie, mentre quelle del terzo non destano preoccupazioni.
Lo scontro a fuoco tra militari italiani e ribelli, in cui è rimasto lievemente danneggiato un elicottero, ha avuto luogo intorno alle 11 (le 8.30 in Italia) a sud di Bala Morghab.
“La dinamica degli eventi è al momento in via di chiarimento”, si legge in una nota del comando di Herat.
(Reuters)

La guerra nascosta degli italiani in Afghanistan secondo i rapporti di Wikileaks.
Di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi per L’espresso del 21 ottobre 2010, pp. 36-46.

Facce di bronzo
Roma, 4 novembre 2010 – Il 4 Novembre, ‘Giorno dell’Unità nazionale’ e ‘Giornata delle Forze Armate’ è stata l’occasione per le più alte autorità dello Stato per riaffermare la validità delle missioni di pace.
Napolitano, che ha aperto le celebrazioni con la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria, si è soffermato sul dovere delle autorità politiche e militari di proteggere i contingenti militari e le popolazioni civili coinvolte nelle missioni di pace. Ha poi ribadito che ”l’intervento italiano in Afghanistan si realizza nel pieno rispetto dei principi della nostra Costituzione”.
Anche il presidente del Senato Schifani, parlando alla cerimonia al Sacrario dei Caduti Oltremare di Bari, ha insistito sul fatto che ”le missioni devono continuare” e ha aggiunto: ”In giornata come queste, il paese non può che essere unito nel ricordare con commozione il prezzo che i nostri eroi militari caduti per la pace, in missione per assicurare la pace nel mondo, hanno tributato”.
Il presidente della Camera, Fini, ha deposto una corona d’alloro sulla tomba del Duca d’Aosta, nel sacrario di Redipuglia a ricordo dei Caduti di tutte le guerre.
”Nonostante i continui mutamenti strategici globali – ha detto invece il ministro della Difesa La Russa, nel suo intervento al Quirinale, durante la cerimonia di consegna delle decorazioni – alle nostre forze armate rimane comunque affidata la sicurezza del Paese. Una sicurezza che richiede la capacità di proiezione per assolvere compiti di stabilità internazionale, ovvero di operare in concorso alla comunità nazionale in caso di calamità naturali”.
(ANSA)

Roma, 13 dicembre 2010 – Un convoglio militare italiano è stato attaccato in Afghanistan a colpi di arma da fuoco: nessun ferito. Lo si apprende da fonti qualificate. Gli ‘insorti’ si sono allontanati anche per l’intervento di elicotteri Mangusta.
L’attacco, con armi leggere, è avvenuto a 6-7 km da Bala Murghab. I militari italiani, che hanno risposto al fuoco, sono stati supportati da due elicotteri italiani e da un aereo B1 USA. L’attacco mentre si cercava di allargare la ‘bolla di sicurezza’ attorno al villaggio.
(ANSA)

“Elementi ostili”
Roma, 18 dicembre 2010 – Scontri a fuoco oggi nell’area di Bala Murghab. Da settimane i militari italiani con i colleghi afghani stanno operando al fine di incrementare l’area sotto il controllo delle forze di sicurezza. L’azione congiunta degli alpini dell’ottavo e del 2* kandak dell’ANA si sta concentrando nell’area a nord della bolla di sicurezza che, nella provincia di Murghab, vede ormai migliaia di famiglie rientrare nelle proprie case.
In mattinata elementi ostili operanti in prossimità del margine settentrionale della bolla hanno cercato di contrastare l’azione delle forze della coalizione. Ne è nato uno scontro a fuoco che ha visto intervenire gli alpini, i militari afghani, ed elicotteri d’attacco. L’azione durata alcune ore, ha visto il ritiro degli elementi ostili.
L’operazione ”Bazar Arad” che da alcune settimane ha preso avvio in quell’area, prosegue in maniera congiunta, con diverse attività volte ad allargare verso nord la zona sicura per i civili.
(ASCA)

[E non finisce]

Pace e democrazia a colpi di Gatling

Nel filmato, la piattaforma da cui si spara con la Gatling è un elicottero AB-212, uno dei cinque in dotazione ad ISAF Italia in Afghanistan, con una capacità di fuoco inferiore ai Mangusta A-129 presenti a Camp Arena, che montano tubi di lancio per missili Hellfire e mitragliatrice a tre canne Gatling in calibro 20 mm, con un serbatoio da 500 proiettili e due mitragliatrici da 12.7 per complessivi 1.500 colpi.
La Gatling è una delle armi, meno sofisticate e distruttive, impiegate contro le abborracciate formazioni di guerriglieri afghani che tentano di difendersi con qualche fucile d’assalto AK-47. Tiro utile in altezza: 200 metri.
Napolitano & soci (del PD e del PdL) li chiamano terroristi.
Ignazio La Russa ha mandato da quelle parti anche quattro caccia Panavia Tornado armati di dispersori, di bombe a caduta libera e laser da 2.000 libbre per mettere nel mirino con più precisione dall’aria presunti terroristi.
I piloti da caccia dell’ Aeronautica Militare Italiana, dal canto loro, sganciano sui “bersagli” senza rischiare un graffio. Per ora su quel terreno non è arrivato a dorso di mulo o di cavallo niente di più sofisticato (missili antiaerei a spalla e controcarro) di qualche vecchio RPG.
Il West Rac di Herat a guida “tricolore”, dopo averli avvistati con gli UAV Predator mentre si spostano a piedi sui percorsi di montagna o si concentrano nel dopo marcia in qualche abitazione fatta di mattoni di fango dei fondovalle, dà l’ok per sbriciolare i “ribelli”, fornendo le coordinate in tempo reale ai Tornado IDS.
USA ed alleati della NATO, tra una strage e l’altra di anziani, di uomini, donne e bambini, stanno portando avanti una guerra di aggressione senza fine, sempre più sanguinosa e vigliacca.

Ecco un esempio di come l’Occidente esporta “pace e democrazia ” in Afghanistan.
Un immenso volume di fuoco su obbiettivi a terra da un AB-212 con una mitragliatrice Gatling.

NATO = $$$

sigo

La militarizzazione del territorio e le minacce alla sicurezza dei siciliani sono inesauribile fonte di guadagno per una delle principali aziende del comparto militare statunitense. Spacciato dal ministro La Russa come importante occasione di sviluppo economico ed occupazionale, il nuovo sistema AGS di sorveglianza terrestre della NATO che sta per essere realizzato nella base di Sigonella, è invece l’occasione per trasferire enormi risorse pubbliche nelle casse di un consorzio industriale che vede in posizione dominante le statunitensi Northrop Grumman e General Dynamics.
Secondo fonti atlantiche, il programma AGS (Alliance Ground Surveillance) sarà un sistema integrato che consisterà di un segmento aereo e di uno terrestre, gestito da un NATO Force Command di 800 uomini, basato a Sigonella. L’AGS permetterà alla NATO di “eseguire la continua sorveglianza di vaste aree di territorio”, grazie all’utilizzo dei velivoli senza pilota “Global Hawk”, dotati di elevata autonomia (superiore a 30 ore di volo) ed in grado di volare fino a 60.000 piedi di altezza ed in qualsiasi condizione meteorologica. Nello specifico, i velivoli della Northrop Grumman saranno del tipo “Block 40”, equipaggiati con un sensore radar di sorveglianza del suolo (MPRIP Multi-Platform Radar Insertion Program) ed un sistema di trasmissione dati a banda larga. Anche sensori e trasmettitori saranno di realizzazione statunitense e l’affidamento in regime di monopolio dell’AGS all’industria USA è stata la causa prima della diserzione dal programma dei maggiori paesi dell’Alleanza Atlantica.
(…)
Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio scorso, è stata formalizzata la scelta di Sigonella come “principale base operativa” del sistema di sorveglianza, ma il Memorandum of Understanding del programma AGS è stato sottoscritto solo da Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca ed Italia. Nonostante un notevole ridimensionamento del budget originario destinato a quello che è stato definito il “Grande Orecchio” della NATO in un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico, la diserzione in massa degli alleati ha comportato per il nostro paese l’assunzione di una maggiore spesa per le attrezzature e le infrastrutture dell’AGS, circa 150 milioni di euro, pari al 10% del piano finanziario generale del programma. Anche le industrie che si spartiranno il bottino di guerra si sono ridotte: oltre a Northrop Grumman, General Dynamics e Raytheon, compaiono nel ruolo di modestissime sub-appaltatrici l’EADS e l’italiana Selex Galileo, gruppo Finmeccanica.
Nel febbraio 2009, la supremazia dei contractor USA è stata ulteriormente rimarcata dal contratto di 79,4 milioni di dollari sottoscritto dall’US Air Force per installare la multi-piattaforma radar MP-RTIP a bordo dei Global Hawk per accrescerne operatività e potenza elettronica. Anche in questo caso la Northrop Grumman ha scelto come subappaltatrici solo imprese USA: Raytheon Space and Airborne Systems (California), Aurora Flight Sciences (Virginia), L-3 Communications (Salt Lake City), Raytheon Intelligence and Information Systems (Virginia), Rolls-Royce Corporation (Indianapolis) e Vought Aircraft Industries (Dallas).
Come se ciò non bastasse, sempre in febbraio il Pentagono ha affidato a Northrop Grumman un contratto di 276 milioni di dollari per le “operazioni di supporto e manutenzione” di tutti i velivoli “RQ-4 Global Hawk” dell’US Air Force, quattro dei quali stanno per essere installati in via definitiva a Sigonella in aggiunta ai velivoli senza pilota della NATO. Anche la NASA, l’agenzia spaziale USA, si è affidata ai velivoli senza pilota della Northrop Grumman per misteriose “attività sperimentali e di osservazione terrestre”. Due Global Hawk sono stati destinati al teatro mediterraneo ed uno di questi stazionerà stabilmente nell’aeroporto di Decimomannu, a pochi chilometri dalla Sardegna.
(…)
Da Madrid giungono nuovi intanto nuovi particolari sulle ragioni che avrebbero convinto l’esecutivo Zapatero a ritirarsi dall’AGS. Secondo il delegato del governo in Aragona, Javier Fernández, la Spagna aveva candidato in un primo tempo l’aeroporto di Zaragoza come principale base operativa del programma NATO, ma elementi di ordine economico-industriale e di sicurezza del traffico aereo hanno poi reso impraticabile l’opzione.
(…)
Il rappresentante del governo ha aggiunto che l’installazione a Zaragoza dei velivoli senza pilota presentava “molti inconvenienti” al normale funzionamento del vicino aeroporto della città. “Dato che le aeronavi della NATO voleranno continuamente per catturare le informazioni – ha spiegato Fernández – si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli. Proprio per questo l’uso di aerei senza pilota non è stato ancora regolato in Spagna”. Per la cronaca, la base di Sigonella sorge ad una decina di chilometri dallo scalo di Catania-Fontanarossa dove annualmente transitano più di due milioni di passeggeri.

Da Il grande affare USA dell’AGS di Sigonella, di Antonio Mazzeo.

Conto alla rovescia per l’F-35

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Per capire la sorprendente rapidità del declino economico-militare USA come effetto secondario dell’ingresso di Cina, Russia, India e America Latina sulla scena mondiale, può essere utile mettere sotto la lente di ingrandimento quello che potremmo definire uno dei fallimenti di portata storica per l’aeronautica militare a stelle e strisce: lo “stealth”.
Faccenda che ci riguarda molto da vicino perché l’F-35 della Lockheed Martin è un costosissimo bidone “invisibile” che gli USA si apprestano a rifilare all’Italia con la complicità, dalla XIII alla XVI legislatura, dei “rappresentanti” di Palazzo Madama e Montecitorio, di “maggioranza” e “opposizione”, con esecutivi di “sinistra” e di “destra”, dei CSD, delle Presidenze di Regione, delle banche, delle industrie private e pubbliche e, buon ultimi, i CSM di Aviazione, Esercito e Marina, dal 1995 al 2008. Personaggi “eccellenti” di cui abbiamo fatto, in più occasioni su Rinascita, nome e cognome e seguito in dettaglio gli spostamenti per “affari” a Washington.
Entro il 16 Aprile le Commissioni Difesa di Camera e Senato dovranno esprimersi (risate d’obbligo e vedremo qualche riga più avanti il perché) sull’Atto presentato dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa che prevede l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 Lightning II nell’arco dei prossimi 18 anni (!).
La spesa complessiva per Palazzo Baracchini andrà oltre i 13 miliardi di euro. Un dato elaborato da chissà chi e che a naso appare del tutto inattendibile, per difetto, anche alla luce del “profondo rosso” che investe l’economia planetaria e la volatilità di borse e valute, salvo – ma questo lo diciamo noi – un incremento finale, prevedibile, dei costi di produzione maggiorati nell’ordine di un 40-50 % ad F-35 prodotto nell’arco dei primi 5 anni a partire dal 2012.
La Lockheed Martin ha comunicato che nel mese di Marzo 2009 la produzione è di un F-35 al mese. Dimostrazione di una crescente sofferenza finanziaria, bancaria e industriale del sistema USA e del settore di punta della sua economia.
Si sussurra già da tempo ad Alenia e a Finmeccanica che gli aumenti di costo del progetto JSF saranno finalizzati a coprire la cessione “gratuita” ad Israele dei primi 75 F-35 A e B.
I sei Paesi, tra cui l’Italia, che attualmente partecipano al Consorzio in qualità di Aderenti di II° e III° Livello, riceveranno degli F-35 con capacità “degradate” di navigazione e di acquisizione bersagli.
USA, Inghilterra e Canada disporranno invece di un avionica al top delle specifiche di progetto e di contratto.
Sorvoleremo sui costi di progetto e di fattibilità e sulle tranche già versate per un corrispettivo di oltre 1,8 miliardi di euro come partner di II° livello dal 1995 al 2007, prima, durante e dopo la Presidenza del Consiglio affidata all’ On. D’Alema. Un “impegno” che sarà poi venerato come un totem dagli Esecutivi Prodi e Berlusconi.
Velivoli d’attacco “invisibili”, dunque, gli F-35?
Molto più realisticamente gli esperti indipendenti li definiscono “a scarsa risposta radar”, che è cosa molto, ma molto diversa. Il testo stesso dell’Atto presentato dal Governo alla 4a Commissione di Camera e Senato parla di “bassa visibilità”.
Si gioca sulle parole come Amato e Mammì a Report, si conta sulle sfumature semantiche, sulle accondiscendenze e sulle complicità dei Componenti delle Commissioni Difesa per dare il via libera con Camera e Senato ad “affari” miliardari che vanno contro gli interessi economici, politici e militari, presenti e futuri del nostro Paese, manovrando nelle Coalizioni di Partito le candidature di qualche peones da destinare a Presidente di Commissione.
Cacciabombardieri, gli F-35, che dovrebbero rimanere operativi almeno fino al 2050, quando non ci saranno più gli USA (e ci auguriamo anche l’Unione Europea di Solana, Barroso e Topolanek) almeno per come li conosciamo fino al 3° quadrimestre del 2008.
Rampini e Pirani su Repubblica fanno spesso il quadro di un America che va via via dissolvendosi, con perdite di occupazione stratosferiche in tutti i settori, dall’agricoltura ai servizi, che si attestano tra 700.000 e le 900.000 unità al mese.
Definito aereo di 5a generazione, ad altissimo contenuto tecnologico, in realtà l’F-35 nasce già obsoleto, out.
Lo vedono radar datatissimi e lo “sente” e lo triangola alla perfezione da terra, ad 800 km di distanza, il Kolchuga. Un apparato ESM, di scarsissimo ingombro, ad alta mobilità sul terreno, da 25 milioni di dollari, messo in piedi da ricercatori del bacino del Donetz, in Ucraina, durante la Presidenza Kuchma. Il Kolchuga della Topaz con i suoi algoritmi ha reso estremamente vulnerabile in un solo colpo tutta la forza d’attacco degli USA. Per attivare una ristrutturazione dell’Air Force, gli Stati Uniti sono precipitati in un pozzo senza fondo per centinaia di miliardi di dollari.
Su Pagine di Difesa si definisce l’F-35, per bene che gli vada, uno “scarronzone”, “una truffa”, una “Fiat Panda”, “un tentativo subdolo” di affossare l’EFA 2000. Elemento di per sé significativo.
L’F-35 ha tre predecessori, nel profilo “stealth” enormemente costosi sia nella costruzione che nella manutenzione in ordine di uscita dalle linee di montaggio USA: l’F-117, il B-2 e l’F-22.
L’F-117 si è portato via 135 milioni, il B-2 1.350 milioni, l’F-22 250 milioni di dollari… ad esemplare. Sono stati i jet tossici della US Air Force, la Lehman Brother’s del Pentagono.
Dell’F-117 (Grumman) ne sono stati assemblati 59, 10 sono stati “dismessi” (rottamati) nel dicembre 2006, 27 nei mesi seguenti, 11 gli esemplari perduti durante le prove di certificazione e in volo operativo (si sbriciolavano nei piani di coda) per l’uso nella costruzione di un’alta quantità di pellicole e materiali radar-assorbenti, 3 abbattuti nello spazio aereo della Serbia nel 1999, alla faccia dell’“invisibilità”, da batterie di Sam 3 GOA e contraerea da 35 mm.
Il numero restante (quanti, non si sa, per nascondere forse dati più agghiaccianti) è stato ricollocato sull’aereoporto di Toponah in Nevada per “prove di valutazione sui materiali compositi”. Il che dice tutto.
L’F-117 è lo “stealth” con il più breve servizio attivo nell’US Air Force. L’Italietta vuole ripetere l’esperienza della Us Air Force con l’F-35: un cacciabombardiere con prevalente capacità di attacco al suolo. Insomma, inquadrato nelle Forze NATO servirà per bombardare nuovi e vecchi “nemici” della NATO.
(…)
Il Typhoon 2000, invece, ha prevalenti capacità di “superiorità (di difesa) aerea” ed è un “prodotto” EADS interamente europeo. Basta e avanza perché venga messo da parte per acquistare un… bel bidone di 5a generazione come l’F-35 made in USA.
La Repubblica delle Banane di Napolitano & Soci, fatta di nani, ballerine, ruffiani e maniche di delinquenti, applaude.

Da L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!, di Giancarlo Chetoni.

“Mefistofele” e il MUOS

mefisto

I siciliani possono dormire tranquilli. Sono in buone mani: il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, loro conterraneo, giura sul suo onore che il terminal terrestre del sistema satellitare MUOS, in costruzione a Niscemi (Caltanissetta), non è pericoloso per l’uomo e per l’ambiente. Rispondendo ad un’interrogazione parlamentare di sette esponenti del Partito democratico, La Russa ha smentito tutte le ipotesi di rischio ambientale sollevate dal gruppo di opposizione e dal forte e variegato movimento “No MUOS”. Le smentite, però, sono dotate di gambe corte, anzi cortissime, e come un boomerang hanno già travolto la scarsa credibilità dell’esecutivo Berlusconi in tema di politica estera e di difesa.
“Con riferimento alle notizie in base alle quali l’installazione del sistema di telecomunicazioni satellitare “avrebbe dovuto… essere realizzata presso la base militare di Sigonella” – esordisce il ministro – si rappresenta che la stazione ricetrasmittente del sistema MUOS è stata localizzata, fin dalla richiesta degli USA, presso il sito telecomunicazioni di Niscemi. Tale sito, a diretto e funzionale servizio della US Naval Station di Sigonella, venne realizzato nel territorio comunale di Niscemi, in prossimità di un’area boschiva, ora protetta, fin dalla costituzione della stessa stazione di Sigonella, avvenuta alla fine degli anni ‘50”. Per il governo, dunque, mai e poi mai si sarebbe parlato di Sigonella quale base per i MUOS, mentre la base di telecomunicazioni per le operazioni dei sottomarini nucleari di Niscemi ha già superato da un pezzo i 50 anni di età.
(..)
A impedire l’installazione a Sigonella del programma di telecomunicazioni per le Star Wars, furono però le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne del MUOS, elaborato per conto della Marina Usa da AGI – Analytical Graphics, Inc., importante società con sede a Exton, Pennsylvania, in collaborazione con la Maxim Systems di San Diego, California. Lo studio, denominato “Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model”, è consistito nell’elaborazione di un modello di verifica dei rischi di irradiazione elettromagnetica sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi ospitati nello scalo aeronavale siciliano (“HERO – Hazards of Electromagnetic to Ordnance”).
“Il modello Radhaz Sicilia – si legge sul sito internet dell’AGI – è stato implementato con successo a Sigonella, giocando un ruolo significativo nella decisione di non usare il sito per il terminale terrestre MUOS e di trovare una nuova destinazione”. L’incompatibilità ambientale del sistema satellitare è stata poi suggellata dalla relazione firmata nel 2006 dall’ingegnere Nicholas Gavin di AGI-Maxim Systems. Anche Filippo Gemma, amministratore di Gmspazio Srl di Roma (società che rappresenta in Italia la statunitense AGI), ha confermato l’esito negativo dello studio sull’impatto elettromagnetico. Nel corso di un’intervista a RaiNews 24, trasmessa il 22 novembre 2007 durante lo speciale “Base Usa di Sigonella. Il pericolo annunciato”, Gemma ha dichiarato che “una delle raccomandazioni di AGI era che questo tipo di trasmettitore non dovesse essere installato in prossimità di velivoli dotati di armamento, i cui detonatori potessero essere influenzati dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore stesso”.
Il ministro La Russa ha poi dimostrato di sconoscere del tutto origini e tipologie delle principali basi USA ospitate in territorio italiano. I lavori per la realizzazione della Stazione di telecomunicazioni di Niscemi, iniziarono infatti a fine 1989, e la base divenne pienamente operativa solo nella primavera del 1991, quarant’anni dopo cioè della data indicata dal ministro. Ad onor di cronaca, nel 1995 il Dipartimento della Difesa USA restituì all’Italia 170 ettari occupati dalla base ma non utilizzati, e due anni più tardi fu istituita la Riserva Naturale Orientata “Sughereta di Niscemi” dove oggi gli USA vogliono installare le potentissime antenne satellitari del MUOS.
Si legge ancora nella risposta del ministro della difesa all’interrogazione del Pd: “Avuto riguardo invece, alle preoccupazioni espresse dalla popolazione locale “per le eventuali conseguenze sulla salute e sull’impatto ambientale” e, più in generale, sull’eventuale pericolosità del progetto in discussione, in applicazione delle procedure bilaterali vigenti in materia di progetti finanziati con fondi statunitensi in Italia – nel 2006, gli USA avevano presentato il progetto in parola per l’approvazione della Difesa, correlato di una relazione illustrativa e di uno specifico studio di impatto ambientale elettromagnetico, sul quale si erano espressi favorevolmente tutti i competenti organi dell’Amministrazione della Difesa e dal quale, testualmente, si evince “..il rischio dell’esposizione del personale… è minimo ed improbabile; …la distanza di sicurezza dall’emissione elettromagnetica … sarà imposta mediante l’installazione di una recinzione di sicurezza;… ai sensi del DM 381/98 … la misurazione dell’inquinamento da radiofrequenze… sarà eseguita appena i sistemi saranno installati e pronti ad operare”. Tranquilli, dunque, a fermare la penetrazione delle microonde ci penseranno le “recinzioni di sicurezza” (!?!), mentre l’inquinamento elettromagnetico sarà misurato solo quando il sistema sarà pienamente funzionante.
La Russa assicura comunque che – sempre a fine lavori – si verificherà “la compatibilità del sistema con le leggi nazionali ed, eventualmente, con le apparecchiature già operanti in sito” (quelle cioè operative dal 1991 e di cui nessuno ha mai monitorato la potenza delle onde emesse).
Il ministro della difesa conclude con un’ultima grossolana bugia: “In merito al livello di realizzazione del progetto, i lavori non sono ancora iniziati”. Come ci è stato confermato per iscritto dai responsabili del “Consorzio Team Muos Niscemi” (il nome prescelto non ammette dubbi di sorta), le rispettive aziende hanno avviato nel maggio 2008 i lavori di “realizzazione di una cabina di media tensione” presso la base USA. Sono poi seguiti quelli per la costruzione “di un’infrastruttura preparatoria all’installazione di 3 antenne satellitari, comprensiva di opere di fondazioni e basamenti speciali, impianti idrici, elettrici, fognari e antincendio”, nonché i lavori di “prevenzione per l’erosione superficiale e il drenaggio”, come si evince dalla pagine web di una delle due società componenti il Consorzio MUOS, la LAGECO (Lavori Generali Costruzioni) di Catania.
(…)

Per leggere il seguito, fatevi forza ed andate direttamente alla fonte:
Grandi Bugie sul MUOS di Niscemi del ministro La Russa, di Antonio Mazzeo.
[grassetti nostri]

La firma di Ignazio per l’AGS

cracovia

Cracovia, 20 febbraio – Al via il processo per la ratifica dell’accordo in base al quale Sigonella ospiterà la base dell’ ‘Ags’. E’ cominciato con la firma del ministro della Difesa Ignazio la Russa nella ministeriale NATO di Cracovia.
L’ ‘Ags’ e’ il nuovo sistema di sorveglianza della superficie terrestre dell’Alleanza Atlantica. Si tratta, in sostanza, di una base di intelligence aerea che sarà dotata di vari apparati terrestri e di aerei spia Global Hawk.
(ANSA)

L’Alliance Ground Surveillance (AGS) a Sigonella

ags

Ignazio La Russa ce l’ha fatta. Lo aveva promesso nel giugno 2008: “Faremo di Sigonella una delle più grandi base d’intelligence del mondo”. Adesso è certo: la stazione aeronavale in mano all’US Navy ospiterà il nuovo sistema AGS (Alliance Ground Surveillance) dell’Alleanza Atlantica per la sorveglianza della superficie terrestre e la raccolta e l’elaborazione d’informazioni strategiche. Il governo italiano ha sbaragliato un’agguerritissima concorrenza: a volere i sofisticati impianti di spionaggio c’erano Germania, Grecia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna e Turchia. Gli investimenti in infrastrutture per oltre un miliardo e 560 milioni di euro facevano gola a tutti. Gli Stati Uniti dovevano però ripagare in qualche modo l’incondizionata fedeltà dei governi d’Italia alle scelte più scellerate di questi ultimi anni (guerre in Afghanistan e Iraq, nuova base militare di Aviano, comandi AFRICOM a Napoli e Vicenza, stazione radar satellitare MUOS a Niscemi, interventi in Libano, Darfur, Somalia e adesso Gaza). Roma dovrà comunque sborsare 150 milioni di euro entro la fine del 2010, anno in cui l’AGS diventerà pienamente operativo. Ma gli affari per i soliti noti del settore costruzioni militari è assicurato.
(…)
L’elemento cardine del sistema sarà rappresentato da un modernissimo velivolo senza pilota equipaggiato con sistemi radar e sensori in grado di rilevare, seguire ed identificare con grande accuratezza e da grande distanza il movimento di qualsiasi veicolo sul terreno. Lo scorso anno, l’Alleanza Atlantica ha formalizzato la scelta per l’Euro Hawks UAV, una variante specifica dell’RQ-4B Global Hawk acquisito da US Air Force e US Navy, che offrirebbe “maggiori benefici in termini di supporto logistico, manutenzione ed addestramento”.
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Il primo prototipo di Euro Hawk diventerà operativo entro il 2009: due colossi del complesso militare industriale, Northrop Grumman ed EADS lo stanno costruendo dopo aver sottoscritto un contratto di 410 milioni di euro. I velivoli senza pilota della NATO destinati a Sigonella dovrebbero essere 6, a cui si aggiungeranno i 4 RQ-4B che l’US Air Force dislocherà in Sicilia quando saranno completati i lavori di realizzazione degli hangar di manutenzione degli aerei. “L’AGS è uno dei più costosi programmi di acquisizione intrapresi dall’Alleanza”, dicono a Bruxelles. Per l’intero sistema di rilevazione è infatti prevista una spesa che sfiora i 4 miliardi di euro. A beneficiarsene sarà un consorzio costruito ad hoc da imprese statunitensi ed europee: oltre a Northrop ed EADS ci sono pure General Dynamics, Thales e l’italiana Galileo Avionica, società del gruppo Finmeccanica. Se era ormai nota da tempo la notizia dell’arrivo a Sigonella di squadriglie di velivoli spia senza pilota, ha destato sorpresa l’accenno del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, all’“allestimento a Sigonella del sistema SIGINT” (acronimo di Signals Intelligence). Ha dichiarato Camporini: “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”. A Sigonella saranno dunque centralizzate le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere, trasformando la Sicilia in un’immensa centrale di spionaggio mondiale. Un “Grande Fratello” USA e NATO, insomma, ma non solo. I sistemi di Signals Intelligence hanno infatti una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Sono lo strumento chiave di ogni “guerra preventiva”. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto. Per il funzionamento di aerei senza pilota, AGS e centrali di spionaggio, il ministro della difesa ha preannunciato l’arrivo in Sicilia di “800 uomini della NATO, con le rispettive famiglie”. I solerti sindaci dei comuni di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) sono stati premiati. Ben quattro varianti ai piani regolatori approvate negli ultimi anni, consentiranno bibliche colate di cemento su terreni agricoli e aranceti: su di essi prolifereranno residence e villaggi per i militari nordamericani.

Da Il Grande Fratello di Sigonella, di Antonio Mazzeo.
[grassetti nostri]

agslogo

Secondo il governo Zapatero, con l’AGS a Zaragoza la Spagna avrebbe dovuto contribuire con 90 milioni di euro, il 5,8% del budget previsto per il sistema. Ignazio La Russa fa invece fa riferimento ad un contributo italiano per Sigonella di 150 milioni di euro, il 10% cioè del costo del programma. Come fa l’Italia a giudicare attrattivo l’AGS quando spenderà quasi il doppio di quanto avrebbe speso Madrid, che però si è ritirata per la scarsa sostenibilità di quell’investimento?
Ma non è ancora finita. Il rappresentante del governo, Javier Fernández, ha infatti spiegato ai giornalisti che l’AGS a Zaragoza “presentava molti inconvenienti perché, dovendo essere implementato nei pressi dell’aeroporto della città, poteva generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli. Proprio per questo l’uso di aerei senza pilota non è stato ancora regolato in Spagna”. Prima il governo Prodi, poi quello Berlusconi, devono probabilmente aver dimenticato che a Sigonella operano quotidianamente centinaia di cacciabombardieri, aerei cargo e cisterna di Stati Uniti, Italia e alleati NATO, e che a meno di una ventina di chilometri sorge lo scalo di Catania-Fontanarossa, più di due milioni di passeggeri all’anno, il cui traffico è regolato da due impianti radar di Sigonella, gestiti da personale dell’Aeronautica militare italiana.
A credere alle promesse di ricaduta economica e occupazionale dell’AGS c’è comunque il quotidiano La Sicilia di Catania che ha ottenuto dal ministro La Russa una lunga intervista. “Sigonella diventerà ancora di più un punto nevralgico della sicurezza dove si concentreranno le forze di intelligence dell’Italia e della NATO, e questo non solo aumenterà il ruolo italiano nella NATO, ma sul piano sociale darà posti di lavoro con l’arrivo di alcune migliaia di americani, cioè le 800 famiglie dei militari, che diventeranno piccoli ambasciatori della Sicilia”, ha spiegato La Russa. “Sigonella aveva il vantaggio di trovarsi geograficamente in posizione ottimale per il controllo sia dello spazio aereo europeo e sia di quello dell’Africa e del Medio Oriente, mentre se fosse stata scelta una base tedesca il controllo della zona sud sarebbe stato difficoltoso. Sono lieto di aver portato questa iniziativa nella mia Sicilia, contribuendo in questo modo anche allo sviluppo del territorio”.
Sarà opportuno non dimenticare che a capo dello storico quotidiano siciliano c’è l’editore-industriale-costruttore Mario Ciancio, proprietario di un immenso aranceto nel territorio di Lentini che, provvidenzialmente, l’amministrazione comunale ha autorizzato a variarne la destinazione d’uso. Vi potranno essere costruite più di mille villette unifamiliari per il personale USA di Sigonella. Per il progetto esecutivo e i futuri lavori esiste già una società, la Scirumi Srl. I soci? La Maltauro di Vicenza e la famiglia Ciancio, naturalmente.

Da Le beffe dell’AGS Nato che il ministro La Russa impone a Sigonella, di Antonio Mazzeo.
[grassetti nostri]

L’AFRICOM e “la portaerei nel Mediterraneo”

Dopo quattro anni in cui il Pentagono gli ha cercato una sede in giro per il continente ed in attesa di porlo nella base di Camp Lemonier a Gibuti, lo scorso 1 ottobre 2008 si è insediato AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, diretto dal generale William E. (Kip) Ward. Per ora a Stoccarda, città tedesca che ospita anche il comando per l’Europa, detto EUCOM. La centrale d’intelligence per le operazioni in Africa è tuttavia presente da cinque anni nella base aeronavale di Sigonella. Nel più assoluto segreto, stazioni di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion coordinano la “Guerra globale al Terrorismo” in un’area compresa tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa.
Il generale James L. Jones, comandante dell’EUCOM, in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato, l’1 marzo 2005, aveva dichiarato che “EUCOM ha istituito nel dicembre 2003 la Joint Task Force denominata Aztec Silence, ponendola sotto il comando della VI Flotta USA, per contrastare il terrorismo transnazionale nei Paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali”. Il generale statunitense si era poi soffermato sulle unità d’eccellenza prescelte per coordinarne le operazioni. “A sostegno di JTF Aztec Silence, le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della US Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali”.
Sino allo scorso anno, la “JTF Aztec Silence” si basava sullo sforzo operativo di differenti squadroni di pattugliamento aereo della US Navy che venivano trasferiti in Sicilia per periodi di circa sei mesi da basi aeronavali statunitensi. Il 7 dicembre 2007, tuttavia, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha istituito il “Patrol Squadron Sigonella (Patron Sig)”, assegnando in pianta stabile in Sicilia uomini e mezzi provenienti da tre differenti squadroni di pattugliamento aeronavale (il VP-5, il VP-8 e il VP-16), più il personale del “Consolidated Maintenance Organization” di Jacksonville (Virginia), addetto alla manutenzione dei velivoli.
Le operazioni del “Patron Sig” sono pianificate e dirette dal “Sigonella’s Tactical Support Center” (TSC), uno dei nodi a livello mondiale della Rete di comando e controllo della Marina USA. “TSC Sigonella – spiega il comando delle forze navali USA in Europa – fornisce 24 ore su 24 il supporto alle operazioni di comando, controllo, comunicazione, computer ed intelligence (C4I) per il pattugliamento aereo marittimo nel teatro europeo ed in buona parte del continente africano”.

Alla “JTF Aztec Silence” sono attribuite le missioni della “Operation Enduring Freedom – Trans Sahara” (OEF-TS), il complesso delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dai suoi partner africani nella vasta area del Sahara-Sahel. In OEF-TS le forze armate USA possono contare sulla collaborazione di ben undici Paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. Grazie ad OEF-TS, Washington addestra, equipaggia ed assiste gli Stati partner.
Più propriamente, OEF-TS è la componente militare della più ambiziosa “Trans Sahara Counter Initiative” (TSCTI), il piano a lungo termine degli Stati Uniti d’America per “prevenire i conflitti” nella regione, “attraverso un’ampia gamma di strumenti politici, economici e per la sicurezza”. Il TSCTI prevede al suo interno una “componente civile”, in cui è importantissimo il ruolo di USAID, l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo. All’iniziativa trans-sahariana sono stati destinati 31 milioni di dollari nel 2006, 82 milioni nel 2007 ed è prevista una spesa di circa 100 milioni all’anno dal 2008 al 2013. A ciò si aggiungono i 1.300 milioni di dollari già approvati dal Congresso per l’anno 2009 per l’esecuzione di “programmi militari bilaterali” con i Paesi africani e l’attivazione del nuovo comando AFRICOM a Stoccarda.

Se per le attività belliche nello scacchiere nord-occidentale EUCOM ha creato la “JTF Aztec Silence”, nel Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo di Aden opera dal 2002 la “Combined Joint Task Force – Horn of Africa” (CJTF-HOA). Della CJTF-HOA fanno parte oltre 1.800 militari di esercito, marina ed aeronautica USA, più i rappresentanti dei Paesi membri della coalizione (Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Uganda, Somalia, Sudan, Tanzania, Yemen, Seychelles, Isole Comore, Mauritius e Madagascar). I comandi ed i centri operativi della sono stati insediati a Camp Lemonier, dove sono in corso alcune delle opere infrastrutturali più costose delle forze armate USA (oltre 120 milioni di dollari nel 2007 per la realizzazione di piste e parcheggi aeroportuali, impianti elettrici e depositi carburanti). Ad esse non hanno fatto mancare il loro apporto i reparti di stanza a Sigonella, primi fra tutti i “Seabees” del Genio della Marina e l’“Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8” (EODMU8), il reparto speciale utilizzato per l’individuazione di esplosivi “nemici”, la manutenzione di mine, armi convenzionali, chimiche e nucleari e la loro installazione a bordo di portaerei e sottomarini.
EODMU8 opera senza interruzione a Gibuti dalla primavera del 2004 ed è intervenuto anche nell’addestramento di unità speciali “anti-terrorismo” dei Paesi alleati USA della regione. In particolare, il gruppo mobile di Sigonella ha operato a fianco delle forze armate di Etiopia e Kenya alla vigilia dell’attacco scatenato a fine 2006 contro le Corti Islamiche somale. Proprio in preparazione dell’intervento militare USA in Somalia, dal maggio al novembre 2006 furono trasferiti dalla Virginia in Sicilia i reparti di volo del “Patrol Squadron 16 VP-16” (oggi in buona parte confluiti nel “Patrol Squadron Sigonella”).

E sempre Sigonella pare destinata ad ospitare anche il nuovo sistema di sorveglianza Alliance Ground Surveillance (AGS), dopo che la candidatura avanzata dal ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ricevuto il gradimento da parte del suo omologo statunitense Robert Gates. E’ l’esito della visita ufficiale condotta oltre oceano dal titolare della Difesa alla fine di ottobre, che è così riuscito a superare la “concorrenza” dei tedeschi. L’AGS è un sistema finalizzato a potenziare la capacità di proiezione della NATO “fuori area”, rendendo più incisivo il ruolo svolto dalla forza di risposta rapida NRF. Che il costo di questo progetto sia sostenibile come auspicato da La Russa appare quantomeno improbabile, la NATO stessa definendolo come uno dei suoi programmi più costosi, per una spesa totale di almeno 4 miliardi di euro.

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“Stando a quanto preannunciato dal Comando dell’US Air Force in Germania, a Sigonella opererà uno squadrone con cinque velivoli. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota che US Air Force e US Navy schiereranno periodicamente per missioni di spionaggio e “anti-terrorismo” in Europa, Medio Oriente e continente africano.
I Global Hawk hanno assunto un ruolo determinante nelle strategie di guerra degli Stati Uniti d’America. Realizzati negli stabilimenti della Northrop Grumman di San Diego (California) e della Raytheon Systems di Falls Church, Virginia, possiedono grande autonomia di volo ed un estesissimo raggio di azione. I Global Hawk sono strumenti teleguidati con caratteristiche simili ai missili da crociera Cruise, poiché volano secondo mappe predeterminate che possono mutare in qualsiasi momento su ordine dei centri operativi terrestri.
Il nuovo velivolo senza pilota sarà il nucleo vitale del sistema AGS – Alliance Ground Surveillance (sorveglianza alleata terrestre), che la NATO prevede di rendere operativo sin dal prossimo anno. Il sistema diverrà lo strumento d’intelligence prioritario per gli interventi della Forza di Risposta Nato (NRF) attivata recentemente dall’Alleanza Atlantica. Il ministro della difesa La Russa vuole a tutti i costi che il Centro di comando AGS venga ospitato in Italia. Dove? Ma a Sigonella naturalmente.”
Tratto da È ufficiale: a Sigonella i Global Hawk dell’US Air Force, di Antonio Mazzeo.
(Dello stesso autore, di pochi giorni successivo, Dopo Sigonella, anche a Decimomannu i Global Hawk USA).

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“Era prevedibile che con l’istituzione del nuovo comando militare USA per le operazioni nel continente africano, AFRICOM, una parte delle attività di direzione, controllo ed intervento venissero ospitate dalle maggiori installazioni che le forze armate statunitensi possiedono in Italia. Dopo l’istituzione a Vicenza del Comando per le operazioni terrestri in Africa, e a Napoli di quello per le operazioni navali, gli Stati Uniti d’America puntano a trasformare la stazione aeronavale di Sigonella in uno dei principali scali europei dell’Air Mobility Command (AMC), il Comando unificato che sovrintende alle operazioni di trasporto aereo negli scacchieri di guerra internazionali.
“Con la piena operatività di AFRICOM, le accresciute necessità d’intervento nel continente africano richiedono lo spostamento del personale AMC dall’Inghilterra e dalla Germania verso il sud, in Spagna, Italia e Portogallo”, ha annunciato il colonnello Keith Keck, comandante della divisione di pianificazione strategica dell’Air Mobility Command, con sede presso la base aerea di Scott, Illinois. Le installazioni destinate alla dislocazione di uomini e mezzi? A rispondere è il comandante Stephen McAllister, dell’ufficio di pianificazione dell’Air Mobility Command: “Le basi che potrebbero ricevere un afflusso di uomini dell’AMC includono la stazione navale di Rota e l’aeroporto di Morón in Spagna, lo scalo di Lajes Field, nelle Azzorre (Portogallo) e la Naval Air Station di Sigonella, in Italia”.
L’uso del condizionale lascerebbe pensare ad una scelta non ancora definitiva, ma in un’intervista rilasciata al periodico statunitense Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore della mobilità e del trasporto aereo USA, ha dichiarato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command – ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.”

Da Prosegue la colonizzazione militare della Sicilia di Antonio Mazzeo.