Love me, I’m a liberal

İ cried when they shot Medgar Evers
Tears ran down my spine
I cried when they shot Mr. Kennedy
As though I’d lost a father of mine
But Malcolm X got what was coming
He got what he asked for this time
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I go to civil rights rallies
And I put down the old D.A.R.
I love Harry and Sidney and Sammy
I hope every colored boy becomes a star
But don’t talk about revolution
That’s going a little bit too far
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I cheered when Humphrey was chosen
My faith in the system restored
I’m glad the commies were thrown out
of the A.F.L. C.I.O. board
I love Puerto Ricans and Negros
as long as they don’t move next door
So love me, love me, love me, I’m a liberal

The people of old Mississippi
Should all hang their heads in shame
I can’t understand how their minds work
What’s the matter don’t they watch Les Crain?
But if you ask me to bus my children
I hope the cops take down your name
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I read New republic and Nation
I’ve learned to take every view
You know, I’ve memorized Lerner and Golden
I feel like I’m almost a Jew
But when it comes to times like Korea
There’s no one more red, white and blue
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I vote for the democratic party
They want the U.N. to be strong
I go to all the Pete Seeger concerts
He sure gets me singing those songs
I’ll send all the money you ask for
But don’t ask me to come on along
So love me, love me, love me, I’m a liberal

Once I was young and impulsive
I wore every conceivable pin
Even went to the socialist meetings
Learned all the old union hymns
But I’ve grown older and wiser
And that’s why I’m turning you in
So love me, love me, love me, I’m a liberal

Ora, nel ventesimo secolo, la nostra esperienza degli antagonismi imperialistici, della competizione internazionale per la conquista del mondo, e delle guerre globali, ci rende piuttosto difficile condividere la convinzione illuminista che il capitalismo possa promuovere la pace mondiale. L’ideale cosmopolita dell’Illuminismo, anche se resta un ingrediente fondamentale del liberalismo moderno, ci colpisce soprattutto per la sua arroganza, per il disprezzo che ostenta verso le masse non illuminate, e, allo stesso tempo, per la sua ingenuità. Inoltre la “benevolenza” – quell’amore per l’umanità che avrebbe dovuto imporsi con il superamento dei pregiudizi nazionali – ci appare come una forma di bontà piuttosto debole, fondata più sull’indifferenza che sulla dedizione. Possiamo apprezzare l’atteggiamento derisorio di Rousseau nei confronti di “quei pretesi cosmopoliti che nel giustificare l’amore per il genere umano, si vantano di amare tutto il mondo per godere del privilegio di non amare nessuno”.
Christopher Lasch

(da Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Feltrinelli, 1992; nuova edizione, Neri Pozza, 2016)

Sono pertante le esigenze stesse di una lotta coerente all’utopia liberale e al rafforzamento della società classista che essa genera invariabilmente (e con questo intendo semplicemente un tipo di società in cui la ricchezza e il potere indecenti degli uni hanno come condizione principale lo sfruttamento e il disprezzo degli altri) a rendere oggi politicamente necessaria una rottura radicale con l’immaginario intellettuale della sinistra. Capisco benissimo che l’idea di una rottura del genere ponga a molti seri problemi psicologici, perché la sinistra, da due secoli, ha soprattutto funzionato come un surrogato della religione (la religione del “progresso”); e si sa bene che qualsiasi religione ha come funzione principale quella di conferire un’identità ai suoi fedeli e di assicurare loro una pace interiore.
(…) Io credo invece che questo modo di vedere sia l’unico che dia un senso logico alla spirale di fallimenti e di sconfitte storiche a ripetizione che ha caratterizzato il secolo scorso, e la cui comprensione resta evidentemente oscura per molti nella strana situazione che è oggi la nostra. In ogni modo, è più o meno questa l’unica possibilità non esplorata che ci rimane, se vogliamo davvero aiutare l’umanità a uscire, finché siamo in tempo, dall'”impasse Adam Smith”, dal vicolo cieco dell’economia.
Jean-Claude Michéa

(da Il vicolo cieco dell’economia. Sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo, Elèuthera, 2012)

Pax romana o pax barbarica?

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Karl Marx al tempo della (declinante) egemonia globale USA

“Dal tempo di Agostino di Ippona, ma anche prima, il discorso della pax romana è sempre lo stesso. Certo, avevano ragione il cartaginese Asdrubale ed il celta Vercingetorige a difendere le loro comunità aggredite dai romani, ma alla fine l’impero è stato “provvidenziale” perché ha unificato il mondo (o almeno un pezzo di mondo che allora andava dalla Scozia al Golfo Persico). E su questa unificazione, sia pure conseguita con l’ingiustizia, le lacrime ed il sangue, può in un secondo momento innestarsi la rivelazione cristiana, che forse sarebbe stata impossibile in un mondo diviso fra Annibale, Vercingetorige, Mitridate, Porsenna, Pirro e Cleopatra.
La longue durée di questa concezione imperiale provvidenzialistica si chiama oggi americanismo, e nel nostro caso più esattamente “americanismo di sinistra”. Questa concezione ovviamente si presenta (apparentemente) divisa in molte varianti, unificate però tutte da un triplice codice teorico: approvazione della globalizzazione come possibile risorsa da rovesciare (e dunque New Global e non No Global), rifiuto della questione nazionale e confinamento della questione comunitaria a folklore protetto da ONG assistenziali di lingua rigorosamente inglese.
Su questa base ovviamente l’americanismo di sinistra confligge con quello di destra, e dunque Toni Negri confligge con Giuliano Ferrara. Ma si tratta a mio avviso di scontri tattici congiunturali all’interno di un’unica strategia storica. Bush può essere (ed è) un arrogante petroliere fondamentalista, ma se l’impero promuove la globalizzazione (e dunque distrugge le nazioni e le comunità) allora il suo ruolo resta contraddittoriamente provvidenziale. Qui le scuole operaiste del marxismo del general intellect, che per ragioni storiche ben ricostruibili hanno sempre trovato nell’Italia una terra di elezione particolare, possono incontrare la corrente culturale futurista e modernizzante di cui la “sinistra” è un vettore privilegiato. Questo marxismo-futurismo giocherà sulla pax americana, anche se ovviamente non cesserà mai di strillare sui suoi cosiddetti “eccessi”.
Voglio esprimermi in modo chiaro ed univoco. Marx è sopravvissuto a Kautsky, a Stalin, a Mao ed a Gorbaciov. Ma Marx potrebbe questa volta non sopravvivere alla sua incorporazione nel partito imperiale americano. Mi sembra chiaro come il sole che la classe operaia di fabbrica occidentale e le classi contadine povere orientali non erano, e non potevano essere, delle classi capaci di una transizione inter-modale strategica dal capitalismo al comunismo, e considero chi continua a sostenerlo non solo un Eremita, ma addirittura un Eremita Scemo. Dio ci guardi dagli ultimi uomini nichilisti e dagli uomini superiori radicalchic, ma ci guardi anche dagli eremiti scemi. Ma Marx può sopravvivere al ragionevole sbaglio dell’investimento metafisico in gruppi sociali magari simpatici ma subalterni come la classe operaia di fabbrica o la classe contadina povera, ma non potrebbe sopravvivere alla sua incorporazione nelle cosiddette moltitudini disobbedienti e desideranti, per il fatto che queste moltitudini sono già la forma antropologica assunta dall’impero, con la semplice differenza che queste moltitudini sognano di consumare senza pagare. Chi non ha ancora capito perché il New York Times, organo imperiale dell’alta finanza sionista, abbia prima giudicato il libro sull’impero di Negri e di Hardt come il punto più alto del marxismo del Terzo Millennio ed abbia poi definito il disordinato movimento pacifista la seconda superpotenza mondiale, deve essere giudicato un caso incurabile di scemenza teorica addirittura sublime.
Marx può sopravvivere a mio avviso solo se sapremo assumere la pax barbarica come il solo orizzonte praticabile dei prossimi decenni. Vi sarebbero centinaia di pagine in proposito da scrivere. Ma per ora, come dicevano i latini, intelligenti pauca.”

Da Marx e Nietzsche di Costanzo Preve, pp. 51-52.
Il saggio, edito nel 2004, può essere liberamente scaricato qui.

Se la lunga guerra fra Marx e Nietzsche è finita, e solo degli eremiti incorreggibili (peraltro largamente sostenuti dal circo identitario politico, universitario ed editoriale) vogliono continuare a combatterla, inizia invece l’epoca della resistenza. È una nuova guerra, veramente, ma data la sproporzione economica e militare essa si gioca per ora nei cuori e nelle menti. Si tratta dei cuori e delle menti che accettano l’impero americano, quasi sempre trasfigurato nell’immagine provvidenziale della pax romana, e delle menti e dei cuori che invece per ora avvertono in modo ancora confuso, ma sempre di più avvertiranno in modo chiaro e razionale, che l’accettazione dell’impero americano è semplicemente la morte di ogni civiltà.

Siria: lettera aperta ad Amnesty International

Con il vostro Comunicato CS 028 – 2017 diffuso il 1° marzo, dopo aver genericamente parlato di inchieste sull’uso di armi chimiche riguardanti “tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Siria”, rivelate, dalle parole della stessa Tadros, il vero scopo del comunicato: attaccare il governo siriano impegnato da 6 anni in un durissima battaglia contro orde di terroristi e mercenari etero diretti dall’esterno che hanno il compito di distruggere e smembrare quello sfortunato Paese; e attaccare nel contempo Russia e Cina colpevoli di volerlo salvare. Grazie ai loro veti infatti si è evitata la legittimazione di una ennesima aggressione “umanitaria” da parte della NATO contro un Paese sovrano, come successo nel marzo del 2011 contro la Libia, le cui conseguenze devastanti sono oggi sotto gli occhi di tutti!
Anche allora avete fornito al “mondo” utili coperture propagandistiche per giustificare bombardamenti e attacchi militari, accusando Gheddafi di orribili stragi di civili e stupri di massa ottenuti distribuendo fiumi di Viagra ai soldati governativi, salvo poi riconoscere, a distruzione del Paese avvenuta, che si trattava di fatti non provati o falsità evidenti.
Riguardo alla Siria, avete sponsorizzato una mostra fatta di foto di cadaveri torturati anonimi, di cui non era possibile accertare identità e circostanze della morte. Foto attribuite a un fantomatico agente siriano “Caesar” di cui non siete stati in grado di fornire né il nome né altre indicazioni, alimentando il generale sospetto che si tratti di pura invenzione.
In altra circostanza avete pubblicato dossier attribuibili all’opposizione armata terrorista e jihadista siriana, in cui si parla senza prove del fantomatico numero di 13.000 impiccati- tutti rigorosamente anonimi – nelle carceri siriane.
Siate certi che queste “informazioni”, prive di riscontri e caratterizzate da una evidente faziosità, sono accolte da un numero crescente di cittadini con sempre maggiore scetticismo, e sempre un maggior numero di persone apprezza il comportamento di Russia, Cina e altri Paesi. Grazie a loro la Siria, malgrado gli attacchi e la devastazione da parte di migliaia di mercenari armati, addestrati e finanziati dalle petromonarchie e dall’impero USA, è riuscita a difendere e mantenere la sua integrità e sovranità.
Ripensateci ed agite con maggiore responsabilità e dignità.
Cordiali saluti
Vincenzo Brandi, Stefania Russo della Rete No War Roma

Verso un mondo multipolare

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Siamo entrati in una nuova era? In poco più di un secolo, la popolazione planetaria è aumenta di quattro volte ed ancora aumenterà nell’immediato futuro. Solo negli ultimi sessanta anni anche il numero di Stati è quadruplicato. L’aumento di quantità ed intensità delle interrelazioni tra Stati, economie, culture e vari tipi di sistemi con cui si organizza la nostra convivenza planetaria è stato esponenziale. L’Occidente, in quel recente passato, era un terzo della popolazione e la quasi totalità della ricchezza, enorme la distanza in termini di capacità, tecnologia, potenza che permetteva alla nostra parte di mondo di dominare tutte le altre, dominio alla base della qualità del nostro modo di vivere. Oggi siamo diventati poco più di un decimo della popolazione mondiale, più o meno la metà in termini di ricchezza e si sta annullando quella grande differenza di potenza e quindi quella posizione di dominio che ci ha portato tanti vantaggi. Da tempo, la nostra parte di mondo decresce ed il resto del mondo cresce in un movimento che potremmo chiamare: la “grande convergenza”.
In tutto ciò, sia le nostre istituzioni sociali, le democrazie rappresentative tanto quanto la società ordinata dai fatti economici e da ultimo, da quelli finanziari, sia i sistemi di idee che riflettono quelle istituzioni e le élite che quei sistemi hanno espresso, mostrano vistosi segni di disadattamento. Il mondo è cambiato ma non i nostri modi di stare al mondo e neanche quelli di come lo pensiamo e lo giudichiamo. Brexit, bambini morti sulle spiagge, l’instabilità dei mercati, l’ipervolume finanziario sempre sul punto di collassare e le prospettive di stagnazione, il tentato colpo di stato in Turchia, il problema dei migranti, la triste parabola del’euro, la guerra siriana non meno dell’ISIS, di quella libica non meno di quella che sembrava una nuova guerra fredda con i Russi, financo gli annunci di una Terza guerra mondiale, Trump, la diatriba su populismi e globalizzazione, la comparsa di un sempre più chiaro fallimento delle élite politiche non meno di quelle economiche e culturali, per tacere del fondo problematico dell’ambiente, delle risorse, dell’impeto tecnologico divora lavoro, della tragedia etica, sono gli scarabocchi vistosi di un sismografo che rileva la dinamica della preoccupante geologia socio-politica mondiale. Geologia che di par suo, sta meditando anche lei se non rinominare la nostra era con termine Antropocene, l’era in cui l’uomo si è sostituto alla natura in maniera inconsapevole, ciecamente egoista, irresponsabile.
Poiché tutto il mondo sta sviluppando sistemi economici simili ai nostri, s’ingenera un nuovo livello competitivo tra civiltà, aree geo-storiche, Stati, sistemi economici. Tutti sono alla ricerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Gli Stati Uniti, forti di una vantaggiosa posizione che porta a meno di un ventesimo della popolazione un quarto della ricchezza mondiale, capeggiano la resistenza dell’Ancien Régime, spingendo Europei e Giapponesi alla difesa ad oltranza degli antichi privilegi. La Cina, a nome degli emergenti, capeggia la vociante folla che reclama il proprio legittimo posto al sole. Le élite che hanno finanziato e speculato su una crescita che ha divorato la classe media occidentale, sono in piena sindrome di Maria Antonietta e non capiscono perché nel “popolo” stia montando la rabbia. La Russia sogna di saldare Europa ed Asia per suo tramite nel famoso sistema euroasiatico che farebbe del macro-continente il vero centro del mondo. Ma data la nuova dimensione e varietà del mondo, i giochi sono anche più complessi. Mondo islamico e mondo arabo, Sud-est asiatico, Africa e Sud America, tutti vogliono giocare al gioco di tutti i giochi e la geopolitica sta diventando l’occhiale attraverso cui si scorge con più nitidezza la partita di tutte le partite. Tutti si apprestano a partecipare a modo loro alla contesa mentre gli Europei non sembrano aver capito molto di ciò che accade e rimbalzano tra gli imperativi di più crescita o più sovranità, senza neanche domandarsi se ciò che vogliono sia poi anche possibile ed a quali condizioni.
“Verso un mondo multipolare” attraverso le lenti della multidisciplinare cultura della complessità e della teoria dei sistemi, unitamente ad un sguardo critico su forme e contenuti della nostre immagini di mondo, credenze, ideologie, filosofie, cerca di ricostruire lo stato del mondo, la nostra posizione, i rischi a cui stiamo andando incontro. Alla fine, a noi antichi popoli europei in contrazione e declino demografico, si consigliano due prospettive: rivedere a fondo il modo con cui definiamo ed ordiniamo la nostra vita associata, rivedere ancora più a fondo i nostri sistemi di pensiero. Ne va delle nostre possibilità di adattamento alla nuova era complessa evitando guerre e collassi. Il tempo è poco ma in compenso la posta è tragicamente alta.

Pier Luigi Fagan, 1958, una compagna artista, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione per 22 anni. Da tredici anni ritirato a confuciana vita di studio, legge, studia, scrive come pensatore indipendente sul tema della complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica.

Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump,
di Pier Luigi Fagan
Fazi editore, Roma, 2017, pp. 350, € 25

Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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Monsignor Capucci e la pace, “ossigeno della vita”

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Monsignor Hilarion Capucci è morto a Roma il 1 gennaio 2017, dunque in occasione della cinquantesima giornata mondiale della pace (istituita da Paolo VI e celebrata per la prima volta il 1 gennaio 1968). E’ morto, a 95 anni, pochi giorni dopo la fine della battaglia di Aleppo, sua città natale. La guerra in Siria era stata fonte di grande dolore per lui, da decenni rifugiato in Italia con status sempre incerto a causa delle sue note vicissitudini come vicario di Gerusalemme…
A quante iniziative ha accettato di partecipare, con umile, naturale autorevolezza, esile e diritto nel suo pesante abito nero di rito orientale.
Il 23 giugno 2016, a Roma, egli svolgeva il saluto introduttivo al seminario «A fianco della Siria e del suo popolo. Oltre il muro della disinformazione», organizzato dal comitato «Per non dimenticare» (e in particolare da Maurizio Musolino, anch’egli scomparso). Dopo aver ringraziato organizzatori e partecipanti, «solidali con il popolo siriano sofferente e martoriato», monsignor Capucci diceva:
«La Siria era il cuore battente della nazione araba, ponte fra occidente e mondo arabo, modello di convivenza e fratellanza fra tutte le sue componenti. Oggi purtroppo, con la guerra infernale che subisce da quasi sei anni, con questo complotto diabolico, ben preparato, la nostra patria che era paradiso è diventata inferno. La salvezza della Siria, la sua prosperità, risiedono nel dialogo serio e sincero fra gli stessi Siriani, nel dialogo franco, il mezzo migliore, direi unico per la ricostruzione di uno Stato siriano, una Siria indipendente sovrana, prospera che superi tutti i complotti e le trappole. Ripristinare dunque la pace in Siria tramite il dialogo è indispensabile. Difatti la pace è l’ossigeno della vita, mentre la guerra è un disastro nel quale tutti sono perdenti. Non ci sono vincitori ma solo sconfitti. Avendo raggiunto i 95 anni, mi preparo all’incontro con il mio Signore pregando. Prego tanto per la pace, pace nel mondo, nel Medioriente, e innanzitutto nella carissima nostra Siria. Prego perché se Dio non costruisce la casa, inutilmente lavorano gli operai. Nel lavoro con la preghiera risiede la salvezza. Supplico dunque il Signore che finalmente si attui questa benedetta riconciliazione fra le diverse componenti siriane, affinché gli angeli nel cielo della Siria risorta cantino il loro bell’inno Gloria a Dio nell’alto del cielo siriano, pace sulla sua terra, gioia, serenità, prosperità per tutti i Siriani, e allo stesso modo per tutti i popoli».
Il 15 ottobre 2016, monsignore partecipava al presidio organizzato da Rete No War a Montecitorio per chiedere all’Italia di dissociarsi dalle sanzioni europee alla Siria e di non vendere più armi all’Arabia Saudita contro lo Yemen. In quell’occasione egli ripeté: «Siamo qui per dire no alla guerra, la guerra è una calamità, un disastro, nella guerra tutti sono perdenti».
Era sempre disponibile a incontrare attivisti e militanti. Con l’aiuto del suo angelo custode, Muntah, dava loro appuntamento all’ambasciata palestinese. Dove tutti gli dimostravano rispettoso amore.
Marinella Correggia

Fonte

L’Europa fino a Vladivostok – 3° parte

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La copertina della biografia di Jean Thiriart, recente pubblicazione in lingua francese

A seguire, la terza ed ultima parte dell’articolo di Jean Thiriart, la cui prima parte (corredata di nota biografica dell’autore) è qui e la seconda parte qui.

L’autarchia per 800 milioni
La complementarietà delle attuali economie dell’Europa dell’Ovest e dell’ex-URSS salta agli occhi.
Riserva inestinguibile di materie prime, il sottosuolo della Siberia è dieci volte più ricco di quello dell’Occidente americano (19).
Il generale De Gaulle – a cui nessuno contesta un carattere deciso – non ha mai brillato per la sua visione prospettica della Storia.
Era un dinosauro intellettuale del XIX secolo francese, cattolico, militare e maurrassiano.
E’ così che poté essere lanciata la frase antistorica del nostro generale di brigata: “L’Europa fino agli Urali”. Zero meno. Si ripresenti l’anno prossimo, direbbe l’esaminatore (20).
Niente di più idiota è stato pronunciato, da un uomo importante, da cento anni almeno. Chiunque abbia ricevuto una formazione economica da un lato e geopolitica dall’altro è accecato da questa evidenza, questa obbligatorietà, questo destino: l’Europa comincia in Groenlandia e finisce a Vladivostok.
Vladivostok costituisce per me un simbolo, un punto fermo sul quale non si dovrà né potrà mai esitare, mercanteggiare o transigere.
Sarebbe fatale per l’Impero europeo non avere i piedi ben piantati nell’Oceano Pacifico. La Siberia – il cui sfruttamento era stato sì pianificato dall’URSS, ma non mai pienamente compiuto a causa di una messa in atto astenica, asfittica, burocratica che l’ha in parte vanificato – deve domani, e non dopodomani, vedersi valorizzata appieno sul piano industriale e demografico; deve diventare la nostra California e il nostro Texas messi insieme.
I mezzi industriali, i mezzi finanziari esistono qui nell’Europa dell’Ovest. A Essen, a Liegi, a Torino, a Bilbao, a Birmingham centinaia d’industrie, migliaia di officine che girano attualmente a passo ridotto sono disponibili per l’espansione economica della Siberia.
Non è una Transiberiana che serve, ma cinque.
Non un Centro spaziale, ma parecchi.
Una Siberia dieci volte meglio sviluppata di adesso permetterà all’Impero europeo di praticare in caso di bisogno l’autarchia economica, industriale, militare, in gradi diversi a seconda delle circostanze.
Per il lettore russo di queste righe, e che non conosce i miei scritti precedenti, devo insistere una volta di più sul mio concetto di Nazione politica totalmente estraneo, totalmente opposto a quelli di nazione razziale, religiosa, linguistica. Ed etnica, per i vergognosi razzisti che usano ed abusano di questo eufemismo ipocrita.
Quando scrivo “Siberia”, semplificando, intendo proprio dire il Centro degli Imperi – per riprendere l’espressione di Cagnant e di Jan (21).
L’Impero Europeo è per postulato euroasiatico.
Pertanto, sempre per il lettore russo, insisto sul fatto che la nazione politica non tollera, nemmeno per un istante, una qualsivoglia discriminazione.
Lo scrivo senza mezzi termini: i Turchi, dovunque essi siano, sono sul territorio dell’Impero Europeo e nelle sue strutture politiche. Già nel 1987 avevo scritto con chiarezza e determinazione “Turchia provincia d’Europa”. A beneficio dei razzisti sentimentali dell’Europa occidentale, soprattutto tedeschi (22).
Ora che il capitolo dei Turchi dell’ex-URSS si è appena aggiunto alla storia, bisogna dirlo subito: non se ne parla nemmeno di escludere dall’Impero Europeo nemmeno uno solo dei 70 milioni di uomini appartenenti ai gruppi turco, afghano, mongolo.
La gente della CIA ha già pronta in mano tutta una serie di carte truccate da questo punto di vista.
12289695_576054219199866_6486232115058603906_nLa CIA non ha che da premere un bottone per scatenare domani un “turchismo” anti-russo, che preferisco definire anti-europeo.
La CIA tiene sempre di riserva, nel doppiofondo dei suoi cassetti, mucchi di soluzioni ciniche ed efficaci. Efficaci per gli Stati Uniti.
L’Afghanistan fa parte del nostro spazio geopolitico.
L’URSS ha dovuto abbandonarlo a causa della propria disgregazione.
Noi, gli Europei dell’Impero, ci torneremo.
Nell’Oceano Indiano, anche là, dobbiamo tenere i piedi ben saldi nell’acqua salata.
A questo riguardo non possiamo assolutamente tollerare nel nostro fianco iraniano un ascesso afghano o un cavallo di troia afghano.
L’Impero Europeo rivendica la totalità del retaggio sovietico. Dell’impero sovietico di un tempo e della sua maggiore estensione.
Durante la guerra ho sentito – e proprio di prima mano, visto che capitavo spesso a Berlino – la propaganda imbecille (dal punto di vista storico) di Goebbels, a beneficio del popolino, sul tema “Mongoli e Tartari come bolscevichi”.
Ai maniaci del razzismo, che ignorano tutto della storia dei Mongoli, ricordo che essi un tempo hanno perfino realizzato una vasta costruzione politica di tutto rispetto dal Dnepr all’Oceano Pacifico.
Duby e Mantran, nel loro notevole saggio su L’Eurasia dall’XI al XIII secolo (23) insistono sul fatto che l’Impero di Gengis Khan era assolutamente non razziale. E mettono in evidenza una nozione estremamente importante ai miei occhi. Vale a dire l’obbligazione di matrimoni esogamici per rafforzare il tessuto politico. I capi erano obbligati a sposare donne appartenenti ad altri clan, altre tribù, altre confederazioni (Duby-Mantran, op. cit., p. 504).
Se Goebbels batteva sul tasto “l’Europa senza Mongoli” (sic!), dunque, io faccio esattamente il contrario.
Henri Maspéro nota anche, nel suo ormai classico saggio Storia della Cina antica, che la regola fondamentale del matrimonio patrizio era l’obbligatorietà esogamica (24).
I miei lettori russi conoscono la storia delle steppe per averla vissuta. Per contro i miei lettori dell’Europa occidentale sanno generalmente poco e male di questa pagina affascinante della Storia. E’ per loro che ricordo il grande classico di René Grousset L’Empire des Steppes. Attila, Gengis Khan, Tamerlan (25).
Quasi un mezzo secolo più tardi, riapro il libro di Grousset, accuratamente annotato fra il 1946 e il 1947 – avevo il tempo di leggere – quando ero prigioniero politico, cella 417 della Caserma Penitenziaria del Petit-Château, istituzione celebre a Bruxelles.
Karl Haushofer, come ogni lettore istruito sa, è il padre del concetto geopolitico di un asse Berlino-Mosca-Tokyo (26). Rudolf Hess era intimamente legato ad Haushofer. Haushofer fu testimone alle nozze di Rudolf Hess.
Rudolf Hess faceva da tramite tra Haushofer e Hitler; il che non impedì al Cancelliere di attaccare in modo suicida l’URSS nel 1941.
Ci sono grandi debolezze concettuali in Haushofer. Disprezzo dei latini, nozione di “popoli ausiliari” (è chiaro quello che l’espressione significa), cecità nei confronti del concetto europeo, ignoranza totale del Mediterraneo e del suo concetto di Mare internum. Haushofer, assai erudito, aveva messo in evidenza il possibile ruolo della Russia, quello di unire l’Europa e l’Asia. Ed è ancora Haushofer che ricorda come degli uomini politici americani avessero già elaborato nel 1855 la formula cosiddetta della “politica dell’anaconda”.
Washington ha cominciato il lavoro dell’anaconda con Gorbaciov e lo porta ora a compimento con Eltsin.
Per vanificare la politica dell’anaconda (di mare…) Haushofer scrive: “(…) potrebbe essere creata una grande unità germanico-russa-asiatica orientale, la sola unità contro la quale qualunque tentativo di blocco britannico e di blocco americano, perfino congiunti, sarebbe impotente (…)”.
L’insegnamento di Haushofer deve essere riattualizzato, decantato degli stati d’animo tedeschi, del disprezzo razziale nei confronti dei latini. E allargato con la nozione di Mediterraneo come Mare internum.
Proprio su questo argomento tornerò prossimamente con un altro scritto.
us-encircles-russiaL’autarchia di 800 milioni di persone deve essere la nostra risposta alla politica dell’anaconda avanzata da Washington (27).
Roma non ha messo in ginocchio Cartagine al primo colpo. Ma poi ci è riuscita.
Roma ha avuto sul suo territorio Annibale, proprio come noi abbiamo oggi la NATO e i suoi senegalesi.
Nell’autunno 1940 un uomo geniale, Ribbentrop, aveva vagheggiato e concepito il progetto grandioso della spartizione dell’Impero Britannico. La responsabilità di Molotov nel fallimento di questo piano è pesante. E quella di Hitler lo è ancora di più (28).
La preda era immensa, a portata di mano.
La storia non si conclude mai. Il corpo sociale americano è patogeno e morboso (vedi le recenti sommosse di Los Angeles, primavera 1992). Niente è ancora perduto per noi.
All’imperialismo di sfruttamento americano bisogna opporre l’imperialismo di integrazione europeo. Opporre il nostro Impero continentale al loro impero talassocratico (29).

L’equilibrio dei blocchi continentali, la pace e gli ostaggi
Lascio ai letterati adolescenti di Parigi, avessero anche 50 anni, di scrivere delle stupidaggini irresponsabili sul guerriero… e il valore virile delle guerre.
Non esistono guerre pulite.
Ogni guerra prepara la seguente per il solo fatto che il vincitore è privo di nobiltà d’animo. E privo di senso politico. La generosità può essere anch’essa una politica.
Per noi Europei, divisi in grandi tribù cullate da giocondi ricordi – la francese, la tedesca, la russa, l’inglese – e in sottotribù agitate da fantasmi primitivi – croata, moldava, slovacca, basca, è giunto il momento di cambiar pelle.
Proprio come quando ci si arruola, bisognerà presentarsi all’Europa tutti nudi, lasciando in guardaroba coltelli e piume di pavone. Accettare di essere una sola immensa nazione, una Repubblica imperiale unita dal senso politico.
Accettare di parlare una sola lingua, l’inglese, e di portare sui nostri berretti (militari) una sola stella – non certo gialla, ma rossa.
A partire dall’atomica la guerra è divenuta una mossa totalmente suicida. La pace mondiale potrebbe essere concepibile nel rapporto di blocchi geopoliticamente uguali in potenza – blocco europeo, cinese (30), americano dall’Alaska alla Patagonia, indiano dal Pakistan a Ceylon.
La gravità e l’eventualità di una guerra atomica nel secolo a venire mi portano a rispolverare una vecchia ma efficace formula dell’Antichità, quello dello scambio degli ostaggi.
Ogni potenza detentrice di armi atomiche dovrebbe inviare alle altre potenze in possesso di analoghe armi totali decine di migliaia di studenti universitari scelti fra le classi dirigenti.
Si potrebbero così aprire delle università europee a fianco delle rampe di lancio americane e viceversa.
Ritengo che 4, 5 o 6 grandi insiemi continentali autosufficienti (almeno per superare i periodi di crisi) potrebbero ristabilire una sorta di equilibrio mondiale per domani, come noi abbiamo conosciuto un equilibrio europeo, certo imperfetto, ancora ieri, fra il 1650 e il 1913.
nation-europeenne-us-go-homeLa potenza talassocratica americana divenendo una potenza continentale estesa dall’Alaska alla Patagonia, i rischi di conflitto diminuirebbero considerevolmente.
Le flotte americane al largo di Formosa e nel nostro Mediterraneo costituiscono delle provocazioni intollerabili e pericolose. Pericolose per tutti, anche per gli stessi provocatori.
In altri articoli continuerò a descrivere la mia geometria planetaria ad uso e consumo del secolo a venire (31).
Occorre gestire il pianeta con intelligenza fredda e non più attraverso le passioni, i rancori, i fantasmi.
Chiuderò questo scritto con la descrizione esaustiva della differenza fra volontà di potenza e volontà di superiorità. Per l’Europa io scelgo la superiorità. Superiorità intellettuale.

Esotismo e politica: le anticaglie vanno di moda
E’ da diversi anni che subiamo la moda letteraria che porta ancora una volta l’esotismo alla ribalta.
Alla ribalta politica, dove non ha niente a che farci.
Si tenta di farci piangere sul “buon armeno” (non appena libera questa gente mette su famiglia e si riproduce bestialmente), il “buon curdo” (esistono due varietà di Curdi: il buon curdo e il cattivo curdo. Il buon curdo, nel 1992, è il curdo dell’Irak. E al tempo stesso il cattivo curdo è il curdo di Turchia. Il primo è un patriota, e il secondo un terrorista), il “buon basco”, il “buon moldavo”, il “buon croato”.
Già Montaigne, in questo caso mal ispirato, contrapponeva il “povero cannibale innocente e virtuoso al cattivo guerriero imbevuto di dottrine e proveniente dalla perniciosa Europa”.
Bernardin di Saint-Pierre e Chateaubriand collocano i loro eroi nell’Oceano Indiano (attualmente i voli charter vi riversano scapoli in cerca di femmine socialmente disponibili).
Montesquieu ci distrae col suo Persiano, Voltaire ci diverte col suo Urone.
Oggi i piccoli pedanti della “Nuova (sic!) Destra” coltivano il “buon croato” o il “buon slovacco” (32).
Questi monelli parigini, incontinenti del calamaio, ci avevano già sommerso di noia con le loro anticaglie neo-paganiste, Dioniso, l’Atlantide a Heligoland. Le anticaglie han preso piede, il mercato delle pulci intellettuale cerca di allargare la sua clientela di abbonati.
Dopo averci rifilato qualche filosofo tedesco senza troppa importanza storica, eccoli gettare sul mercato delle “idee e degli abbonamenti” le povere etnie oppresse. La faccenda si vende bene: proprio come gli oroscopi.
Si arriva a parlare della “croatità”.
Ci si ritroverà presto in qualche ospedale psichiatrico.
Mi corre l’obbligo di denunciare qui, vigorosamente e implacabilmente, queste mode esotiche che distolgono dall’azione politica e distraggono dalla realtà storica.
L’unità europea in formazione deve denunciare questi slittamenti letterari, queste derive pseudo-storiche. Il vero problema politico, oggettivo, storico si traduce nella domanda “siete vittime di una discriminazione?”. Se sì, parlate e giustizia vi sarà resa.
Sono vittima di una discriminazione i Palestinesi e gli Irlandesi – discriminazione e occupazione da parte di un esercito straniero. Se no, se non siete cioè vittime di una discriminazione, tacete e levatevi dalla scena politica, dove i vostri discorsi sono malaccetti e sconvenienti, se non addirittura bislacchi.
La Francia non ha mai impedito a nessuno che fosse nato in Corsica di diventare ministro, ammiraglio, perfino imperatore.
La Spagna non ha mai impedito a un catalano o a un basco di diventare generale, deputato, senatore, ministro.
Dove non c’è discriminazione non possono esservi rivendicazioni oggettive.
Lo Stato politico giacobino di cui mi dichiaro erede non conosce del resto alcuna di queste classificazioni zoologiche. Esso vuol riconoscere soltanto degli uomini, dei cittadini.
L’esotismo nella politica di basso profilo, politica elettorale, politica-spettacolo per la plebe, incontra un lusinghiero successo clientelare.
Un agitatore galileo, Gesù, aveva già preteso di moltiplicare i pani (sic!). Oggi si moltiplicano i formaggi, si moltiplicano le sinecure politiche come in altri tempi i benefici religiosi.
La scissione imbecille e criminale della Jugoslavia permette di moltiplicare per dieci il numero di deputati chiacchieroni, il numero di diplomatici, il numero di funzionari all’ONU.
Che manna! Miracolo. Meglio di Gesù.
La Vallonia si permette degli ambasciatori… Grottesco.
L’esotismo, nei fatti, ha anche il suo lato sordido, bestiale, primitivo.
Il terrorismo basco ha accumulato capitali considerevoli in Francia e in Svizzera (in seguito alle tasse obbligatorie e occulte imposte ai commercianti). Il terrorismo corso sogna una Corsica libera, centro della droga e della prostituzione.
Qualunque tassista, affiancato da venti compagni armati di fucili d’assalto, si crede un Lenin locale; qualunque padrone di bistrot circondato da venti clienti e provvisto di qualche panetto di plastico crede di essere Robin Hood.
Quello che vedevamo in Croazia, in Armenia, in Moldavia, in Libano ieri, e vedremo domani alla frontiera ungaro-slovacca, è l’irruzione di delinquenti comuni nella politica.
La cosa va denunciata a chiare lettere.
Nel 1943-44 la mafia siciliana, manovrata dai Servizi americani, sognava anch’essa una Sicilia indipendente… di già.
Ho detto e ripetuto molte volte che la lotta armata dev’essere per un rivoluzionario niente più che un’ipotesi virtualmente praticabile.
Non si può pretendere di essere un pensatore storico o un rivoluzionario storico se si scarta a priori l’ipotesi del terrorismo in un dato momento, in un dato luogo, contro un dato bersaglio ben definito.
Non si devono confondere i rivoluzionari con i gangsters mafiosi.
Soprattutto non li si deve mischiare.
In altri e prossimi articoli denuncerò anche quelle entità metafisiche – per dirla con Pareto – che sono i “popoli” virtuosi, coscienti, intelligenti, spontanei, i popoli escatologici.
Dopo la stupidità del proletariato escatologico venuto di moda con Proudhon e Marx, ci troviamo oggi a dover subire un’altra parodia, un’altra mistificazione – quella dei popoli escatologici ritenuti martiri, intelligenti, virtuosi.
Ci sarebbe cioè un popolo di volta in volta croato, basco, moldavo, fiammingo schiacciato dai cattivi Stati-nazione centralizzati.
In realtà questi popoli sognano birra, salsicce, calcio, sottane, corride, telenovelas.
Branchi di animali da macello strumentalizzati.

Conclusioni per il lettore russo
Il presente articolo essendo destinato soprattutto al lettore russo, devo di necessità concludere per quest’ultimo in modo più puntuale (33).
La vitalità del pensiero politico, in Russia, attualmente, è infinitamente più intensa di quella osservata nelle masse ingozzate dell’Europa estremo-occidentale.
La pancia vuota sembra essere più stimolante della pancia piena.
Nella stampa russa attuale si trovano il meglio e il peggio, certo. Ma c’è movimento, c’è curiosità – ciò che non esiste più, appunto, qui nella parte più occidentale dell’Europa.
14232551_1127103477335786_5925088972613407652_nQui in Francia, in Germania, la sazietà materiale corrisponde a un abbruttimento intellettuale terribile, totale, assoluto.
La pancia piena, il carrello del supermercato debordante di detersivo e salame, il plebeo accetta supinamente l’occupazione americana senza recalcitrare.
Dice: “Sono uno stupido e sono fiero di esserlo”.
George Orwell, nel suo ormai classico romanzo di anticipazione 1984 aveva descritto il totalitarismo crudele in un universo di miseria. Visione molto gauchiste. Orwell, il cui vero nome è Eric Blair, fu poliziotto in Birmania (l’impiccagione vi era molto in voga) e le sue ossessioni erano imperniate soprattutto sulla povertà e la miseria. Per comprendere le ossessioni e i fantasmi di Orwell bisogna conoscere la sua vita personale, grigia, scalcinata, recentemente descritta da Bernard Crick (34).
Al contrario Aldous Huxley ha descritto un mondo totalitario nell’abbondanza, nella sazietà, prima ne Il Mondo Nuovo (1931) e poi in Ritorno al Mondo Nuovo (1956).
Huxley, intellettuale, figlio della borghesia illuminata e scettica, aveva preannunciato il “Mondo Americano” che noi subiamo ora.
Questo mondo futuro, descritto da Huxley, è oggi impiantato da Londra a Francoforte e da Copenhagen a Roma. Ci si abboffa, si fa sesso liberamente, ci si istupidisce di finzioni televisive (perfino la storia è riscritta come finzione biblica), ci si annega nel calcio.
Io consiglio, io invito caldamente il mio lettore russo istruito a leggere e paragonare i mondi futuri di Orwell e di Huxley (35).
Vi si trova in abbondanza materia di riflessione per tutti coloro che vogliono esaminare, comprendere, padroneggiare la politica storica dei tempi che verranno.
Lo stomaco troppo vuoto impedisce di pensare bene. Anche lo stomaco troppo pieno. Allora, che fare?
Jean Thiriart

NOTE
(19) Alfred Max, Sibérie: ruée vers l’Est, Editions Gallimard, 1976.
(20) Jean Thiriart, L’Europe jusqu’à l’Oural: un suicide, “La Nation Européenne”, n. 14, mars 1967.
(21) René Cagnat e Michel Jan, Le milieu des empires: entre Chine, URSS et Islam le destine de l’Asie centrale, Robert Lafont, Paris 1981.
(22) Rivista “Conscience Européenne”, juillet 1987: Jean Thiriart, La Turquie, la Méditerranée et l’Europe; Luc Michel, La Turquie, province d’Europe.
(23) Georges Duby e Robert Mantran, L’Eurasie XIèem-XIIIème siécles, Presses Universitaires de France, 1982.
(24) Henri Maspéro, La Chine antique, Presses Universitaires de France, III edizione, 1985. Un eccellente passaggio sui legisti dell’Antichità Cinese si trova alle pp. 426-470. Curiose similitudini col pessimismo di Thomas Hobbes.
(25) René Grousset, L’Empire des Steppes, Payot, Paris 1939.
(26) Karl Haushofer, De la Géopolitique, Fayard, 1986.
Andreas Dorpalen, The World of general Haushofer, Kennikat Press, Port Washington N.Y., 1942.
Hans Adolf Jacobsen, Karl Haushofer: Leben und Werk, Schriften des Bundes Archiv Koblenz, Boppard am Rhein 1979.
(27) M.A. Heilperin, Le nationalism économique, Payot, 1963.
(28) The Department of State (Washington), La vérité sur les rapports germane-soviétiques del 1939 à 1941, pp. 255, edizione francesce 1948.
Valentin Beriejkov, J’étais l’interprête de Staline (Histoire diplomatique 1939-1945). Editions du Sorbier, Paris 1985; edizione russa Mejdounarddnye otnochenia-URSS, 1983.
Gabriel Louis Jaray, Tableau de la Russie jusqu’à la mort de Staline, Editions Plon, Paris 1954; cfr. Ch. XIII “La Russie et le Reich”, pp. 345-394.
Anthony Read e David Fischer, The Deadly Embrace. Hitler, Staline and the nazi-soviet Pact 1939-1941, W.W. Norton Cy, New York-London 1988.
(29) Nicholas John Spykman, Yale University, America’s Strategy in world politics, Ed. Harcourt, Brace Cy, New York 1942.
Albert K. Weinberg, Johns Hopkins University, Manifest Destiny. A study of nationalist expansionism in american history, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1935.
Robert Strausz-Hupe, Geopolitics: the struggle for Space and Power, G.P. Putnam’s Sons, New York 1942.
Pierre Naville, Mahan et la maîtrise des Mers, Editions Berger-Levrault 1981.
T.D. Allman, Un destin ambigu. Les illusions et les ravages de la politique étrangère américaine de Monroe à Reagan, Flammarion 1986; traduzione Americana Unmanifest Destiny, Doubleday & Cy, New York 1986. Libro d’importanza capitale, assolutamente obbligatorio.
(30) La quasi totalità delle persone vive nella temporalità dell’immediato, dell’attualità. Ben pochi pensano in termini di secoli. Anche oggi soltanto il Giappone meraviglia, affascina, inquieta. Nell’attualità il Giappone è l’Asia. Niente è più precario, nella dimensione prospettica, della temporalità. Demograficamente la Cina è cinque volte il Giappone, e territorialmente 20 volte. Nel XXI secolo la Cina potrebbe divenire lei sola e a buon diritto l’Asia. Il centro, la capitale geopolitica della Cina è Canton/Hong Kong, e non certo Pechino, capitale decentrata – se mai può esserlo una capitale.
In geopolitica dunque è alla Cina che appartiene la missione di prendere l’iniziativa di un blocco asiatico autoequilibrato, autosufficiente. Malesia, Thailandia, Borneo, Filippine sono le zone d’espansione indicate dalla geografia.
Abbiamo un problema in comune con la Cina. Essa non può tollerare a breve termine nei suoi mari l’arroganza e le provocazioni della flotta americana, proprio come noi non possiamo tollerare a medio, se non addirittura a breve termine, la lordura e la provocazione della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. Sotto la dinastia Ming e in particolare fra il 1405 e il 1433 l’espansione marittima cinese verso il sud è stata stupefacente.
(31) Gérard Chaliand e Jean-Pierre Rageau, Atlas Stratégique. Géopolitique des rapports de forces dans le Monde, Editions Fayard, 1983. Cartine eccellenti. Cenni laconici su Mackinder, Mahan, Ratzel, Haushofer. Gli autori riportano la celebre frase di Napoleone: “La politica di uno Stato è nella sua geografia”.
Cfr. ugualmente (cartine molto buone): General Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Kurt Vowinckel Verlag, 1979. Il generale von Lohausen è autore di una lunga analisi dei miei concetti, pubblicata dalla rivista tedesca “Nation Europa”, Coburg 1981.
Cfr. pure (cartine e statistiche): Michael Kidron e Ronald Segal, Atlas Encyclopédique du Monde, Calmann-Levy 1981 (stampato a Hong-Kong).
Claude Nicolet, L’Inventaire du Monde. Géographie et politique aux origines de l’Empire romain, Editions Fayard, 1988. Nicolet ci ricorda che il padre della geografia scientifica fu Eratostene di Cirene (273-192 prima della nostra èra). Nicolet ritiene che Strabone (-58/+21) fu il primo geografo politico; su di lui scrive (pp. 93-94): “(…) Ma questa geografia è propriamente politica: essa si indirizza in primo luogo ai governanti per permettere loro di governare meglio; ma – sia detto en passant – è ancora lei a determinare, almeno nella sua epoca, le forme di governo ed è sempre lei a spiegare la nascita dell’Impero”. Nicolet ricorda anche come le carte geografiche romane collocassero l’Est in alto e l’Ovest in basso, mentre nelle carte greche in alto figurava il Nord, e in basso il Sud. Ai nostri giorni abbiamo ripreso il sistema greco.
(32) Jean Thiriart, La balkanisation de l’Europe, “La Nation Européenne”, n. 26, avril 1968 (“La manipulation des particularismes”).
(33) José Cuadrado Costa, L’Union soviétique dans la pensée de Jean Thiriart (1960-1969), opuscolo di 25 pagine, 1983.
(34) Bernard Crick, George Orwell, a life, ed. Secker e Warburg, Londra 1980. Ne esiste una traduzione francese in edizione tascabile presso Balland-Seuil. Studente a Eaton, Orwell – il cui vero nome è Blair – ebbe per professore di francese Aldous Huxley.
(35) Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo; Ritorno al Mondo Nuovo. Huxley mostra la sua intima percezione dei valori ellenici antichi nel suo libro L’Angelo e la Bestia [ed. franc. La Jeune Parque, Paris 1951 – n.d.t.]. Nella sua opera L’animale più sciocco Huxley afferma che Vilfredo Pareto è l’autore al quale egli deve di più. Condivido. Huxley è lo scetticismo colto e raffinato. Il che ci compensa della pseudo-cultura attuale con i suoi filosofi a un tanto la dozzina e il suo bric-à-brac neo-paganista.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

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