L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!

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Andre Vltchek per rt.com

Sanzioni, guerra psicologica, propaganda, finanziamento delle opposizioni, sostegno ai vicini ostili – l’Occidente ha provato ogni cosa per colpire l’Eritrea. Ma è ancora qui, indefessa e orgogliosa, in marcia.
Qualcuno la chiama “Cuba d’Africa”, o potrebbe anche essere chiamata “Vietnam d’Africa”, ma la verità è che l’Eritrea è come nessun’altra nazione della Terra, ed è felice di rimanere così, unica.
“Non vogliamo essere etichettati” mi viene detto ripetutamente ogni volta che chiedo se l’Eritrea sia una nazione socialista.
“Guarda ad Amìlcar Cabral del Guinea Bissau”, mi dice Elias Amare, uno dei maggiori scrittori e pensatori in Eritrea che è anche Senior Fellow al “Centro per la costruzione della pace nel Corno d’Africa”. “Cabral diceva sempre: ‘Giudicateci per ciò che facciamo concretamente’. La stessa cosa può essere applicata per l’Eritrea.”
La maggioranza dei leader dell’Eritrea e la maggioranza dei suoi pensatori sono marxisti o almeno i loro cuori sono molto vicini agli ideali socialisti. Ma c’è molto poco da parlare di socialismo qui e non ci sono quasi bandiere rosse. La bandiera nazionale dell’Eritrea è al centro di tutto ciò che accade, mentre l’indipendenza, l’autosufficienza, la giustizia sociale e l’unità dovrebbero essere considerati come pilastri di base dell’ideologia nazionale.
Secondo Elias Amare:
“L’Eritrea ha registrato un successo, un obiettivo sostanziale, in ciò che le Nazioni Unite definiscono “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, in primo luogo garantendo a tutti un’educazione primaria; assicurando l’emancipazione femminile e l’eguaglianza delle donne in tutti i campi. Per quanto riguarda la sanità, è stata raggiunta una drastica diminuzione della mortalità materna. A riguardo l’Eritrea è considerata d’esempio in Africa; poche altre nazioni hanno ottenuto così tanto. Quindi, al di là di tutti gli ostacoli che la nazione incontra, il quadro generale è positivo”.
“L’Eritrea continua sul percorso dell’indipendenza nazionale. Ha una idea progressiva della costruzione della sua unità nazionale. L’Eritrea ha una società multietnica e multireligiosa. Al suon interno ha nove gruppi etnici e due religioni principali: cristianesimo e Islam. Le due religioni coesistono armoniosamente e ciò è principalmente dovuto alla cultura tollerante che la società ha costruito. Non ci sono conflitti o animosità fra i gruppi etnici o religiosi. Il governo e le persone vogliono mantenere questa unità nazionale”.
Ma è davvero l’Eritrea una nazione socialista? Lo voglio sapere e insisto. “Cercalo da te”, mi viene detto ripetutamente. Continua a leggere

Interventismo occidentale e mentalità coloniale

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Tim Anderson per telesurtv.net

L’eredità coloniale ancora presente nelle culture imperialiste ha portato a ribaltare il significato delle parole attraverso la colonizzazione del linguaggio progressista e la banalizzazione del ruolo degli altri popoli.

In questi tempi di ‘rivoluzioni colorate’ il linguaggio è stato ribaltato. Le banche sono diventate i protettori dell’ambiente naturale, i fanatici settari sono ora ‘attivisti’ e l’impero protegge il mondo dai più grandi crimini, di cui non è mai responsabile.
La colonizzazione della lingua è in atto in tutto il mondo, fra le popolazioni con alti livelli di istruzione, ma è particolarmente virulenta nella cultura coloniale. ‘L’Occidente’, l’autoproclamatasi epitome della civiltà avanzata, sta reinventando con vigore la propria storia, col fine di perpetuare la mentalità coloniale.
Scrittori come Fanon e Freire hanno notato che i popoli colonizzati hanno subito danni psicologici e che è necessario ‘decolonizzare’ le loro menti, al fine di renderli meno deferenti verso la cultura imperiale e di affermare i valori positivi delle loro culture. D’altra parte, l’eredità coloniale è ben evidente nelle culture imperiali. I popoli occidentali continuano a mettere la loro cultura al centro o a considerarla universale, e hanno difficoltà ad ascoltare o ad imparare dalle altre culture. La modifica di ciò richiede uno sforzo notevole.
Le potenti élites sono ben consapevoli di questo processo e cercano di cooptare le forze vitali all’interno delle loro società, colonizzando il linguaggio progressista e banalizzando il ruolo degli altri popoli. Per esempio, dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, venne promossa l’idea che le forze della NATO stessero proteggendo le donne afghane ed essa ottenne molta popolarità. A dispetto dell’ampia opposizione all’invasione e all’occupazione, questo fine umanitario faceva appello al sentimento missionario della cultura occidentale. Nel 2012, Amnesty International poteva innalzare cartelli che affermavano ‘NATO: sosteniamo il progresso’, in riferimento ai diritti delle donne in Afghanistan, mentre l’Istituto George W. Bush raccoglieva fondi per promuovere i diritti delle donne afghane.
Il bilancio della situazione, dopo tredici anni di occupazione NATO, non è però così incoraggiante. Il rapporto 2013 dell’UNDP mostra che solo il 5,8% delle donne afghane ha un’istruzione secondaria (la settima posizione più bassa al mondo), la donna afghana ha una media di 6 figli (un tasso pari al terzo più alto del mondo, e legato al basso livello d’istruzione), la mortalità materna è di 470 su 100,000 (pari alla nona-decima fra le più alte del mondo) e l’aspettativa di vita è di 49,1 anni (pari alla sesta più bassa del mondo). Questo ‘progresso’ non è di certo impressionante. Continua a leggere

Capire la Russia

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Allo stato attuale, la Russia è il Paese più demonizzato al mondo, inserito d’ufficio, a seguito degli sviluppi di situazione in Ucraina, nel particolarissimo elenco di “Stati canaglia” individuati dalle strategie obamiane di esportazione delle libertà americane (capitalismo consumistico e “senza frontiere”, individualismo, mercificazione, commercializzazione dell’esistenza dei singoli) in ogni angolo del Pianeta non ancora sottomesso ai dettami speculativi del Nuovo Ordine Mondiale.
Difendere la Russia, le sue ragioni in ambito geopolitico e culturale, è dunque un dovere da parte di chi, oggi come in passato, non accetta di deporre le armi della cultura, della conoscenza e della lotta per la dignità dei popoli e delle nazioni, contro l’imperialismo globalizzatore del Leviatano euro-atlantico.
Per difendere la Russia, occorre iniziare dal “Capire la Russia”.
(Dalla quarta di copertina)

Capire la Russia.
Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche
,
di Paolo Borgognone,
con prefazione di Giulietto Chiesa,
Zambon editore, 2015, € 25

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008.
Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia.
Per la casa editrice Zambon ha pubblicato Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latino-americano, eurasiatico-mediorientale e italiano.

Droni e discriminazione: diciamo basta

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Il 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, il Magistrato federale Matt Whitworth mi ha condannata a tre mesi di carcere per aver varcato il confine di una base militare che conduce la guerra coi droni. La punizione per il nostro tentativo di parlare in nome di gente disperata e intrappolata all’estero, sarà ora un’opportunità per parlare con la gente intrappolata dalle prigioni e dalla povertà qui negli Stati Uniti.
Il nostro processo si è basato sull’accusa di sconfinamento avvenuto il 1 giugno 2014.  Io e Georgia Walker siamo state immediatamente arrestate non appena abbiamo messo piede nella base dell’Air Force di Whiteman in Missouri, dove i piloti guidano i droni che vanno a colpire l’Afghanistan e altri Paesi.  Portavamo con noi una pagnotta di pane e una lettera per il generale di brigata Glen D. Van Herck.  In tribunale, abbiamo sostenuto di non aver agito con intenzioni criminali ma, al contrario, di aver esercitato il nostro diritto (e la responsabilità) sancito dal Primo Emendamento, quello cioè alla riunione pacifica allo scopo di ottenere giustizia.
Un gruppo di amici afghani mi aveva affidato un semplice messaggio di protesta, che loro non potevano consegnare personalmente: “Per favore, smettete di ucciderci”.
Sapevo che la gente con cui sono vissuta, nello sforzo di mettere fine alle guerre, anche perché le loro comunità subiscono i bombardamenti dei droni, avrebbero capito il simbolismo della richiesta di spezzare il pane con il comandante della base.
Il giudice Whitworth ha detto di comprendere la nostra opposizione alla guerra, ma che ci avrebbe potuto consigliare almeno cento altri modi per sostenere il nostro punto di vista senza infrangere la legge.
L’accusa aveva chiesto sei mesi di reclusione, il massimo della pena. “La signorina Kelly deve essere rieducata”, ha sostenuto uno zelante, giovane avvocato militare. Il giudice ha letto velocemente un riassunto di quattro pagine di accuse e ha convenuto che non avevo ancora imparato a non infrangere la legge.
Quello che ho imparato dalle esperienze del passato in carcere è che il sistema di giustizia penale utilizzata l’incarcerazione come arma contro imputati che spesso non hanno quasi alcun mezzo per difendersi. L’accusa può minacciare un imputato con un’onerosa sentenza di condanna a una lunga pena detentiva, accompagnata da pesanti multe se l’imputato rifiuta il patteggiamento.
Nel suo articolo “Perché gli innocenti si dichiarano colpevoli,” Jed S. Rakoff richiama l’attenzione sull’istituto del patteggiamento che fa sì che meno del 3% dei casi federali vada a processo. “Dei 2,2 milioni di cittadini statunitensi ora in carcere” scrive Rakoff, “più di 2 milioni sono quelli che hanno accettato il patteggiamento dettato dai pubblici ministeri del governo, che hanno in realtà anche dettato la sentenza.”
“Nel 2012, la condanna media degli imputati federali per reati di droga che accettavano un qualunque tipo di patteggiamento era di cinque anni e quattro mesi,” scrive Rakoff, “mentre la condanna media per gli accusati che andavano a processo era di sedici anni”.
Una cosa è leggere del razzismo vergognoso e della discriminazione del sistema di giustizia penale statunitense, un’altra è sedere accanto a una donna che si trova ad affrontare dieci o più anni di carcere, isolata dai bambini che non ha tenuto per anni, e sentire da lei le circostanze che l’hanno portata in prigione.
Molte donne detenute, impossibilitate a trovare un lavoro dignitoso nell’economia legale, si rivolgono all’economia sommersa. Molti miei lontani parenti, parecchie generazioni orsono, conoscevano molto bene quest’economia. Non riuscivano a trovare lavoro, come immigrati irlandesi, e così entravano nel business del contrabbando di alcolici in tempi in cui l’alcol era proibito. Ma, per dieci anni, nessuno li mandò in prigione quando venivano catturati.
Le donne detenute possono sentirsi attraversate da ondate di colpa, di rimorso, di sfida e di disperazione. Nonostante le dure punizioni che si trovano a fronteggiare, le emozioni forti e l’isolamento traumatico, la maggior parte delle donne che ho incontrato in carcere hanno mostrato una straordinaria forza di carattere.
Quando ero nel carcere “Pekin”, ero solita vedere uomini giovani, incatenati e ammanettati, scendere in massa dal bus per trascorrere il loro primo giorno nel carcere di medio-alta sicurezza della porta accanto. La sentenza media era di 27 anni. Sapevamo che sarebbero diventati vecchi, molti di loro nonni, prima di uscire di nuovo.
Gli USA sono il leader mondiale indiscusso della detenzione, così come sono il leader del dominio militare. Su 28 vittime dei droni, solo una è un obiettivo intenzionale, che sia colpevole o innocente. Un terzo delle donne detenute nelle prigioni di tutto il mondo si trovano, in questo momento, nelle prigioni statunitensi.  I reati che più minacciano la sicurezza e la vita della gente negli Stati Uniti restano, naturalmente, quelli dei potenti, delle corporazioni che sporcano i nostri cieli col carbone e le piogge acide, vendono armi in un globo già sofferente, distruggono fabbriche e intere economie alla ricerca di facile ricchezza, e mandano i nostri giovani in guerra.
Molto probabilmente gli amministratori delegati delle grandi aziende che producono prodotti dannosi per la sopravvivenza umana non saranno mai accusati né tanto meno condannati per alcun reato. Io non voglio vederli incarcerati. Voglio vederli rieducati.
Ogni volta che ho lasciato una prigione degli Stati Uniti, mi sono sentita come se stessi lasciando la scena di un crimine. Quando torno negli Stati Uniti da siti della nostra produzione di guerra all’estero, ho gli stessi sentimenti. Riemergere nel mondo normale sembra equivalere ad accettare un contratto, che ci impegna a dimenticare le punizioni che infliggiamo ai poveri. Sono invitata a dimenticare la gente ancora imprigionata dentro i mondi da incubo che abbiamo creato per loro.
Il 23 gennaio 2015, quando entrerò in una qualunque prigione il Bureau of Prisons scelga, avrò poco tempo per ristabilire il contatto con la realtà sopportata dalla gente incarcerata. Non si tratta della rieducazione come la intendono il giudice e il pubblico ministero, ma mi aiuterà a essere un’abolizionista più empatica e consapevole, con la volontà di metter fine a tutte le guerre.
Kathy Kelly

(Fonte – traduzione di M. Guidoni)

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Il torturatore è Obama

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Stati Uniti, Guerra Senza Politica e Ferguson Brucia,
di Piero Laporta

Nelle due colonne in fondo a questo testo si può leggere il testo originale e la traduzione della Risoluzione 758, votata il 4 Dicembre dal Congresso degli Stati Uniti e approvata a larga maggioranza, 411 sì e 10 no. Quando scoppierà la guerra tra Stati Uniti e Russia, ricorderemo il documento che proponiamo qui sotto.Questa risoluzione, a dispetto della vasta maggioranza bipartisan che l’ha votata, è un sintomo di pessima salute politica nella già traballante credibilità degli Stati Uniti di Obama, portatisi in una molteplicità di guerre, esigendo di esservi accompagnati dagli alleati, non di meno incapaci di un minimo controllo sui naturali sviluppi caotici dei conflitti e, soprattutto, di rispettare essi stessi i solenni principi evocati nella Risoluzione 758, come pure nei documenti politici posti a base degli interventi armati, che oramai spaziano da Gibilterra al Lontano Oriente, mentre le piazze di Ferguson e di di New York sembrano pentole a pressione con la valvola bloccata.
Le accuse di torture alla CIA sono puerili (ma non meno gravi) nel loro scoperto tentativo di restringere le responsabilità morali, giuridiche e civili a una burocrazia, la quale, come tutte le burocrazie, è collegata con una solida e inarrestabile cinghia di trasmissione col potere politico centrale. In altre parole, non c’è funzionario della CIA – come di qualunque servizio segreto al mondo – che possa agire di testa sua, senza la benedizione del potere politico, coi relativi appoggi più o meno clandestini. Il torturatore è Obama, molte spanne prima della CIA.
In questo quadro, esigere che la Russia rinunci a compiere le azioni che gli USA e i loro alleati hanno commesso nei Balcani, in Asia, nel Vicino e nel Lontano Oriente, come in Africa e in America Latina, prima che sbagliato è stupido. E la politica non perdona la stupidità.
Un trattato, una legge, una qualsiasi norma devono seguire le decisioni politiche e rispecchiarne i rapporti di forza conseguenti. È, questo, un principio fondamentale, impossibile da aggirare se non si vuole scoperchiare di volta in volta un vaso di Pandora che puntualmente si rivela alquanto difficile da richiudere, se non a prezzo di innumerevoli vite umane e costi materiali insostenibili. Chi dubiti osservi gli ultimi venti anni.
È una lezione che dovrebbe imparare anche quel Benjamin Netanyahu, per fortuna dimissionario, la cui proposta di legge governativa sulla costituzione di uno “Stato ebraico” rispecchia l’imbecillità, di volta in volta profonda o superficiale, che sembra destinata a governare i tempi correnti.
Illudersi infatti di ottenere un riconoscimento della “patria ebraica” attraverso una legge, dimenticando lo sconquasso politico irrisolto che v’è a tergo, è solo un modo per gettare benzina su un fuoco divampante di suo. È la comunità internazionale che deve trovare una soluzione alla convivenza pacifica di ebrei e mussulmani palestinesi. Nulla può al riguardo una legge della Knesset. D’altrone e analogamente, una Risoluzione del Congresso NON può rimediare alla stupidità con la quale si è dissipato il patrimonio di pace offerto dalla caduta del Muro di Berlino, svilito nel tentativo di trasformarlo in un disegno di governo globale, con la UE sottomessa agli USA, l’Europa genuflessa alla Germania e tutto il mondo piegato alle brame d’una dozzina di vecchi stupidi banchieri, taluni dei quali blasfemi in privato e con la kippa, con lo scapolare o col fez in pubblico.
In questa risoluzione 758 del Congresso si scopre un’altra stupidaggine: vi è la dichiarata volontà di far pagare alla NATO, cioè anche a ciascuno di noi, le navi da guerra classe Mistral che la Francia non ha più consegnato alla Russia su ordine di Washington. Troppo comodo, specialmente di questi tempi, scaricare sugli alleati i costi d’una politica estera senza capo né coda, ma velleitaria come mai si è visto nella storia.
C’è un tonfo alle viste, ma non è quello della Russia. Se ne rendano conto i cosiddetti strateghi, che non videro la crisi di Mosca e ora non avvertono gli scricchiolii assordanti dalle piazze statunitensi, ma anche il Congresso non scherza, come si può leggere qui sotto.

Quello che gli ipocriti vogliono far dimenticare a proposito di Mandela

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Nel primo anniversario della scomparsa di Nelson Mandela

“Erano ormai 17 mesi che Mandela viveva in clandestinità. Una notte, il 5 agosto del 1962, stava attraversando in auto Howick, una cittadina del Natal, quando venne fermato da una pattuglia della polizia. Fu arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati per incitamento alla dissidenza e per aver compiuto viaggi illegali all’estero. Due anni più tardi sarà accusato anche di sabotaggio e tradimento e condannato all’ergastolo.
Come fece la polizia a catturare Nelson Mandela? La vicenda rimase oscura per oltre venti anni. Solo nel luglio del 1986, tre giornali sudafricani, ripresi dalla stampa inglese e dalla CBS, spiegarono l’accaduto. Negli articoli veniva chiarito, con dovizia di particolari, che un agente della CIA, Donald C. Rickard, aveva fornito ai servizi segreti sudafricani tutti i dettagli per catturare Mandela, cosa avrebbe indossato, a che ora si sarebbe mosso, dove si sarebbe trovato. Fu così che lo presero.
Mandela rimase in prigione fino al 1990, quando venne liberato grazie a una grande mobilitazione internazionale.
Mandela per il regime razzista sudafricano era un terrorista. Ma era un terrorista anche per alcuni dei più importanti governi del mondo. Per l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher e per il presidente statunitense Ronald Reagan era qualcosa di peggio: un terrorista comunista. I governi di Londra e di Washington hanno a lungo considerato il regime di Pretoria un importante baluardo contro i movimenti di liberazione anticoloniale del continente africano e gli hanno fornito sempre il loro sostegno. Alle Nazioni Unite, questi due Paesi hanno sempre manifestato la propria opposizione alle risoluzioni dell’Assemblea Generale che miravano a contrastare l’apartheid, proprio la stessa politica che stanno a tutt’oggi attuando sulle azioni illegali di Israele nei confronti dei palestinesi. Mandela era ormai una delle più grandi personalità del Pianeta ma, fino al 2008, cioè dopo che gli era stato concesso il premio Nobel per la Pace e aveva già ricoperto la carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, il suo nome e quello dell’African National Congress erano ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal governo statunitense.
nelson fidelNei lunghi anni della prigionia, pochi furono coloro che veramente lo sostennero, non solo verbalmente, ma materialmente, e fra essi ci furono alcuni leader che oggi la stampa addomesticata dell’Occidente, impegnata a riscrivere un’altra storia di Mandela, accuratamente occulta. Ma Mandela, che il sentimento di lealtà non perdette mai, non se ne dimenticò. «Ho tre amici nel mondo», soleva dire, «e sono Yasser Arafat, Muammar Gheddafi e Fidel Castro». Molto stretta e profonda fu, in particolare, l’amicizia con Muammar Gheddafi, che Mandela visitò in Libia soltanto tre mesi dopo la sua scarcerazione. Molti criticarono in quell’occasione la sua visita al leader libico, primo fra tutti Bill Clinton, il Presidente di quello stesso Paese i cui servizi segreti avevano contribuito a incarcerare Mandela ed a fornire il maggior sostegno politico, militare ed economico al regime razzista sudafricano. Ma Mandela, anche in quell’occasione, non mancò di rispondere: «Nessun Paese può arrogarsi il diritto di essere il poliziotto del mondo. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno oggi la faccia tosta di venirmi a dire di non visitare il mio fratello Gheddafi. Essi ci stanno consigliando di essere ingrati e di dimenticare i nostri amici del passato».
Stessa stima e amicizia mostrò nei confronti di Fidel Castro e del popolo cubano. Lo testimoniano le parole che pronunciò il 26 luglio del 1991, quando Mandela visitò il leader cubano in occasione della celebrazione del trentottesimo anniversario della presa della Moncada: «Fin dai suoi primi giorni la rivoluzione cubana è stata fonte di ispirazione per tutte le persone che amano la libertà. Noi ammiriamo i sacrifici del popolo cubano che cerca di mantenere la sua indipendenza e sovranità davanti alla feroce campagna orchestrata dagli imperialisti, che vogliono distruggere gli impressionanti risultati ottenuti grazie alla rivoluzione cubana».
nelson arafatLe parole di elogio pronunciate dal presidente statunitense Barack Obama il giorno della morte del leader sudafricano stridono fortemente col pensiero che Mandela aveva espresso in più occasioni sulla politica USA: «Se c’è un Paese che ha commesso atrocità inenarrabili nel mondo, questi sono gli Stati Uniti. A loro non interessa nulla degli esseri umani». Sono parole che Madiba pronunciò al Forum Internazionale delle Donne a Johannesburg, quando gli USA si preparavano a invadere l’Iraq.
Chiare sono anche le parole riguardanti il conflitto israelo-palestinese, riferite da Suzanne Belling dell’agenzia Jewish Telegraph: «Israele deve ritirarsi da tutti i territori che ha preso dagli Arabi nel 1967 e, in particolare, Israele dovrebbe ritirarsi completamente dalle Alture del Golan, dal sud del Libano e dalla Cisgiordania».
Che fare di fronte alla realtà di parole così chiare? Ai media dell’Occidente libero e democratico non resta che un’unica via: quella della censura e della falsificazione della storia.”

Da La memoria nascosta di Nelson Mandela, di Marcella Guidoni.

Anche se noi ci crediamo assolti…

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“Com’è potuto accadere che tanta indifferenza, tanto silenzio, tanta volontaria o inconsapevole “ignoranza” abbiano pervaso la società da quando, negli anni ‘60 e ‘70, si radunavano folle di persone indignate per manifestare contro i crimini commessi in Vietnam, in Sud America, nei campi profughi palestinesi o contro il licenziamento di alcuni operai in FIAT? Di quali subdole armi ha potuto disporre il potere per stendere una spessa coltre sulla sensibilità e sulla capacità reattiva delle coscienze?
Privato della possibilità di immaginare il suo futuro prossimo e del senso di appartenenza al gruppo sociale, il comune cittadino, senza più riferimenti e impegnato in una lotta solitaria per una sopravvivenza dignitosa, si trasforma in facile preda del potere attraverso la manipolazione dell’informazione e la rappresentazione di una realtà spacciata per “obiettiva” e inconfutabile. Persino la storia può essere riscritta e i carnefici possono diventare le vittime. Impoverito nel suo senso critico e ricattato dal sistema economico globale, il singolo individuo diventa indifferente ai drammi e ai conflitti che lo circondano. Il suo silenzio, però, è un tacito consenso.
Il caso della Palestina è emblematico. La storia del dramma di quella terra è stata negata e stravolta. Da decenni, abdicando al suo ruolo, la cosiddetta “comunità internazionale” si è resa complice, se non parte attiva, dei crimini commessi. Chi ne ha riscritto la storia? E chi sono i complici?
Ho cominciato a scrivere le prime riflessioni per questo libro un anno dopo l’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’: si trattava, fino ad allora, di uno dei più atroci casi di sterminio di palestinesi, in grandissima parte civili, nella Striscia di Gaza, sostenuto da una massiccia campagna mediatica di capovolgimento della realtà. Nel contempo si stava avviando a conclusione una fase, iniziata nei primi anni ’90, in cui il cosiddetto terrorismo internazionale, di matrice mediorientale, prendeva a pieno titolo il posto dell’ ex Unione Sovietica nella casella del Male, del nemico n. 1 del mondo occidentale, una fase, anche qui, sostenuta da un’operazione globale mediatica di demonizzazione di una civiltà e dal conseguente dilagare di una islamofobia diffusa capillarmente.
La storia a volte si ripete. Un altro sterminio a Gaza, più devastante del precedente, con analoghe manovre di capovolgimento tra causa ed effetto e l’avvio di una nuova fase di campagna mediatica islamofobica, che si preannuncia meno semplice della prima, ma la cui funzione è sempre la stessa: legittimazione per nuove aggressioni militari.
Comprendere i meccanismi di manipolazione delle informazioni finalizzati a ottenere un consenso omologato, legato a quegli eventi e a quella fase storica, consente di riconoscere le stesse strategie di fondo messe in atto dal potere oggi.”
(Nota a cura dell’autore)

Anche se noi ci crediamo assolti…,
di Enrico Contenti
Zambon editore, pp. 336, € 12