Nuovo attacco a Byoblu ed alla libertà di informazione

Per la terza volta consecutiva nell’ultimo mese un video di Byoblu viene oscurato, senza avere apparentemente violato alcuna norma. Questo avviene per fantomatiche “segnalazioni”. Da dove arrivano queste segnalazioni? Non esiste democrazia senza la possibilità di confrontare idee e opinioni diverse. Noi andiamo avanti, come dev’essere e come sempre sarà. Ma chiediamo con forza che il Governo relazioni sull’attività della cosiddetta Task Force contro le Fake News: cosa stanno facendo? Esiste un report delle loro attività? Sono loro che segnalano a Youtube i contenuti da rimuovere? Come cittadini di una democrazia nella quale esiste un Governo che dispone della libera circolazione delle opinioni, crediamo di avere il diritto (visto che i processi equi non vanno più di moda) di sapere se c’è qualcuno che emette sentenze di condanna e poi ne dispone l’esecuzione.
Claudio Messora

Dalle mascherine si passa alle museruole

“Esci di casa e, se hai ancora gli occhi collegati al cervello, ti è tutto chiaro. All’angolo, la coda per entrare al supermercato, gente rassegnata, silenziosa e distanziata; un incaricato della catena di distribuzione fa il caporale di giornata, allontana chi si approssima e impedisce, inflessibile, l’accesso. Si gode il suo grottesco potere, come in un vecchio film di Totò, Siamo uomini o caporali. Caporali, principe De Curtis, non dubiti. Tra la gente, prevalgono i volti coperti da mascherine; più in là, una signora di cui si distinguono solo i capelli, tra maschera e occhialoni, porta in giro il cane con guinzaglio e museruola. Mascherine e museruole, ecco l’immagine, unita a quella degli sgherri felici di poter, finalmente, mettere in fila i loro simili. Fai qualche altro metro, e una pattuglia di vigili urbani chiede con fiero cipiglio a un vecchio dove stia andando. Ha due sacchetti dell’immondizia, scuote la testa e con ammirevole presenza di spirito propone ai cantonieri di gettare essi stessi la spazzatura nei vicini cassonetti, badando a separare i rifiuti misti da quelli di carta e cartone.
A questo è ridotto l’orgoglioso homo sapiens, con tutta la sua scienza, la supponenza e l’immensa superiorità che ostentava sino un mese e mezzo fa. Accetta di non vivere – qui e adesso – per non morire (forse). Tutta colpa di un virus, certo, ma le cose sono un po’ più complicate. Maschere che diventano museruole, caporali che impartiscono ordini, città spettrali, la paura, uomini e topi, e il sorriso amaro di chi, invecchiato, canticchia come all’asilo: casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. Non mettiamo in dubbio la necessità dell’attuale serrata generale: da che mondo è mondo, davanti alle malattie contagiose, i sani si rinserrano, rinchiudono i contagiati, costruiscono muri. Un amico ci ha mostrato un avviso relativo alla tragica “grippe” del 1918, che sterminò più europei della guerra in corso. Le stesse prescrizioni, i medesimi consigli con un secolo di anticipo, meno la chiusura del mondo.
Sarebbe uno spettacolo istruttivo, se non ci fossero i lutti e le sofferenze al tempo del moto perpetuo, dei ponti da costruire e dei muri da abbattere, della retorica cosmopolita e della libera circolazione obbligatoria, metafora della felice condizione del migliore dei mondi possibili. Puff, tutto svanito, una gigantesca bolla di sapone, il virus corre a 5G e non esiste comando della Matrix globale in grado di bloccarlo. Si aspetta il miracolo: habemus vaccinum, presto qualcuno, un nome a caso, Bill Gates, darà l’annuncio. Chissà quali sostanze, quali intrugli con effetti a lungo termine sui popoli aggiungeranno alla prodigiosa pozione. Ma che importa, tutti in fila a braccio scoperto in attesa della siringa liberatrice, meglio se accompagnata da qualche chip a radiofrequenza, così, tanto per monitorare, verbo passepartout, parolina magica che apre ogni porta e cela indicibili verità.”

Mascherine, museruole e post verità di Roberto Pecchioli continua qui.

Uscire dal circolo compulsivo del Sistema

Una lettura non breve ma consigliatissima

“Poi, in questo mondo abituato a relazionarsi ad ogni realtà in forma di negoziazione, dove tutto ha il suo prezzo, è emerso un soggetto dalle preferenze non negoziabili: un virus.
Non era naturalmente la prima volta che il sistema mostrava paurosi scricchiolii. Erano passati poco più di dieci anni dalla più grave crisi finanziaria del dopoguerra. Ma si trattava appunto di una crisi finanziaria, dunque di qualcosa che rientrava per definizione sul piano della ‘negoziabilità’. Si era intervenuti quel tanto che bastava per un ritorno in grande stile al business as usual. Dopo aver cullato per qualche settimana l’idea che ‘non si potesse andare più avanti così’, una volta passata la paura ai vertici della catena alimentare, tutto è andato avanti esattamente come prima, solo con qualcuno più povero e qualcuno più ricco.
Così, una crisi che era nata da decisioni politiche americane, dall’azzardo morale di istituti di credito multinazionali, e dalla più sordida speculazione finanziaria è stata trasferita in un batter d’occhio in debito pubblico degli Stati democratici e in colpevolizzazione dei popoli, chiamati a ripianarli. Il tutto senza colpo ferire. Le servitù mediatiche di tutto il mondo si sono affaticate nello spiegare ai propri cittadini come dovessero farsi carico di quell’onere, come dovessero portare quelle catene, perché se le erano meritate. La complessità dei meccanismi finanziari, la loro natura remota ed arcana ai più aveva fatto il resto, permettendo di convincere i popoli, un po’ ovunque nel mondo, che quei debiti, contratti per tenere in vita istituti finanziari ‘too big to fail’ e per contrastare ondate speculative di squali di professione, erano colpa di Mario il barista, di Emma la parrucchiera, di Giacomo il maestro elementare, tutti vissuti al di sopra delle proprie possibilità.
E questi hanno annuito e si sono chinati a portare il basto, che neanche i ‘cafoni’ di Fontamara.
Poi l’imprevisto. Un’epidemia, anzi una pandemia.
E questa volta non sembra così facile spiegare a Mario, Emma e Giacomo che è colpa loro.
Ma comunque ci proveranno, anzi ci stanno già provando. Sentiamo già mormorare, a seconda delle situazioni, che la colpa è/sarà dei debiti pregressi (come quelli della crisi subprime), o dei sistemi sanitari meno efficienti (quelli stroncati a colpi di privatizzazioni e tagli), o di strategie di contenimento meno efficienti (capita a chi si perde tra donne e vino, come usuale tra i PIGS, secondo il presidente Dijsselbloem). E col tempo certamente verranno fuori altri ingegnosi capi di imputazione, cui la servitù mediatica darà giusta eco.
(…) Oggi, tuttavia, le dimensioni colossali della crisi, la sua origine naturale e il suo carattere globale, limitano la capacità di ricorrere a espedienti che ne camuffino la natura.
Accade, perciò che si comincino a fare alcune scoperte.
Si è scoperto d’un tratto che gli Stati nazionali, quegli ‘orpelli inutili e superati dai tempi’, sono proprio l’unica cosa che può proteggere le popolazioni davanti a problemi non negoziabili privatamente sul mercato e non trasferibili a terzi con un magheggio finanziario. Per decenni quando alcuni facevano sommessamente notare che non esistevano altri ordinamenti rispetto agli Stati nazione che rispondessero al popolo, e che potessero aiutarlo in una situazione di necessità, frotte di astuti progressisti ribattevano sprezzanti con accuse di arretratezza culturale, oscurantismo, populismo.
Si è scoperto, di passaggio, che quei famosi Stati, fino a ieri obsoleti, inutili e impotenti di fronte allo strapotere dei mercati, possono con una parola bloccare le merci in transito destinate ad altri Paesi, chiudere le frontiere, convertire produzioni private a finalità socialmente utili, e chiudere in casa 4 miliardi di persone sul pianeta. Basta siano motivati a farlo.
Si sta scoprendo (qui con qualche fatica in più) che il denaro è uno strumento, prodotto e messo a disposizione come medio di scambio e riserva di valore dagli Stati. E che perciò esso può essere messo a disposizione a costo zero nella quantità ritenuta utile alle operazioni economiche correnti. Questa scoperta è quella che viene più duramente ostacolata, perché una volta che l’idea fosse passata, milioni di persone che hanno vissuto per anni impiccate ad un raffreddore dei mercati, potrebbero reagire con le immortali parole del ragionier Fantozzi Ugo, illuminato da letture eversive nel suo sottoscala: “Ma allora m’han sempre preso per il culo.”
Già. Perché per anni hanno tagliato l’istruzione, il welfare, la sanità pubblica, la ricerca, le pensioni, hanno lasciato in strada lavoratori e piccoli imprenditori, hanno distrutto il tessuto produttivo, hanno costretto all’emigrazione centinaia di migliaia di persone, il tutto per la semplice ragione, si diceva, che non c’era alternativa: non c’erano soldi. E guai ad alzare la testa a chiederli. Perché allora ti spiegavano che i mercati (cioè i detentori di grandi capitali privati) avrebbero perso fiducia in noi, e sarebbero saliti gli interessi su debito. E oggi si inizia a scoprire, così, di passaggio, come fosse un dettaglio, che sia l’erogazione di credito che lo spread sono controllati dalle Banche Centrali. E quelli che per anni hanno sostenuto menzogne, muti. Ora si occupano di altro.
Ma non solo.
Si sta scoprendo che scommettere le carte della propria economia su filiere produttive lunghissime e fortemente internazionalizzate è un fattore di fragilità. A chi in passato lo faceva notare si rispondeva con la retorica di: “Allora vuoi l’autarchia?” Come se la scelta fosse tra far cucire palloni a bambini pakistani con pelli importate dall’Argentina per risparmiare un centesimo, o sigillare i confini versione Corea del Nord.
Si sta scoprendo che scommettere le proprie carte migliori sulle esportazioni, sacrificando i mercati interni espone a paurosi contraccolpi ad ogni crisi internazionale. Finora, infatti, figuravano come Paesi ‘virtuosi’ quelli che erano disposti a contrarre i salari all’interno per far guadagnare competitività alle proprie esportazioni. Era un dettaglio, naturalmente, che tale virtù, quando universalizzata, comportasse semplicemente una compressione di tutti i salari a livelli di sussistenza e generasse crisi di sottoconsumo, da far scontare di nuovo ai lavoratori, licenziandoli.
Si sta scoprendo che l’unica ricchezza reale è il lavoro della gente, il loro ingegno, la loro volontà, e che il denaro è solo un mezzo per agevolare il funzionamento della divisione del lavoro, ma che senza poggiare sul lavoro umano è letteralmente nulla, un numero su un conto, un pezzo di carta. Se non hai medici e infermieri non li puoi comprare. Se non hai scoperto una cura, non la trovi sul mercato. Se la gente fosse quella che gli economisti pensano sia, invece di avere medici in pensione che tornano al lavoro rischiando la vita, avresti medici in servizio che si danno malati in massa.
E infine si sta scoprendo qualcosa di semplice, impalpabile, ma forse decisivo: si sta scoprendo che quello che sembrava un meccanismo universale capace di triturare ogni cosa, un destino inciso nell’acciaio di immensi ingranaggi storici, può essere spazzato via in un momento. Nonostante l’immane tragedia, nonostante gli angoscianti pronostici sulle ristrettezze future, nonostante la condanna agli arresti domiciliari, circola in queste terribili settimane una atmosfera vitale. Dopo tanto tanto tempo in cui vigeva solo la cappa di un sistema senza alternative o vie di fuga, dove potevi anche sapere che stavi devastando il pianeta e la salute dei tuoi figli, ma non importava, perché l’inesorabilità del meccanismo non poteva essere messa in discussione. Questa crisi forza gran parte del mondo ad una pausa di riflessione. E nelle pause di riflessione accade che molte persone che di solito non hanno modo per farlo, inizino a pensare. E non c’è cosa più minacciosa per un’organizzazione sociale ed economica come quella del capitalismo avanzato di una popolazione che esca dal circolo compulsivo delle richieste di sistema e si dia il tempo di guardare sentieri laterali.”

Da Scenari della “grande frattura”, di Andrea Zhok

Cambiare strategia, subito!

La drammaticità della situazione italiana richiede un cambio di rotta drastico nella strategia di contrasto del coronavirus

In questa drammatica evenienza non c’è stato praticamente modo di esprimere opinioni diverse da quelle espresse a suon di decreti dal Governo e dagli interventi dei virologi che hanno invaso tutto quel che era possibile invadere manifestando una unanimità di pareri tale da risultare inquietante. In questa unanimità ha operato sia una autocensura a livello individuale, per cui chi aveva un’opinione diversa ha tutto sommato preferito tenersela per sé per paura di essere attaccato e isolato dalla comunità scientifica, sia una censura a livello di giornali e televisione che non hanno lasciato alcuno spazio a posizioni di dissenso.
Paradossale situazione sia perché posizioni di dissenso mai come in questo frangente erano e sono lecite, e perfino ovvie, sia perché l’espressione di esso avrebbe fornito indicazioni che sarebbero potute tornare utili. Perché, c’è poco da girarci attorno, la linea che è stata sin qui seguita dal Governo, in accordo con le autorità di sanitarie e pressoché al gran completo la comunità degli “esperti” (virologi, biologi, medici e via e via), ha portato ai risultati che sono di gran lunga i peggiori del mondo e che metteranno capo a non meno di 60 mila morti a epidemia conclusa.
Il punto di fondo che viene regolarmente ignorato da tutti, autorità ed esperti, è il rapporto tra guariti e deceduti. Al 27 marzo di 86.498 contagiati i guariti erano solo 10.950, i morti 9.134: pochissimi i guariti e moltissimi i morti. Infatti di quanti sono fin ora usciti dallo stato di contagiosità il 45,5 per cento è deceduto, mentre il 54,5 per cento è guarito; con queste proporzioni, che non mostrano di modificarsi nel tempo, dei 66.414 contagiati in essere al 27 marzo ne moriranno altri 30 mila che, aggiunti ai già deceduti, porteranno il totale a quasi 40 mila. Ma l’epidemia continua a un ritmo ch’è perfino aumentato e che del tutto verosimilmente porterà ad almeno altri 50.000 contagiati e, dunque, ad altri 23.000 morti che faranno salire il totale, a fine epidemia, ben oltre i 60.000. (calcolo fatto considerando che resti invariata al 45,5 per cento la percentuale dei morti,)
Ecco dove sta la drammaticità della situazione italiana.
Ma cosa ci dice, questa drammaticità? forse che il problema sta in qualche ciclista che scivola di soppiatto, qualche podista improprio, qualche passeggiatore clandestino? Siamo seri! Ci dice che il sistema che abbiamo messo in piedi per contrastare l’epidemia non funziona!
Non funziona nei due punti decisivi:
(1) perché dopo ben oltre due settimane di zona rossa totale i contagi non mostrano di scendere
(2) perché non sa prendersi cura dei contagiati con una efficacia appena accettabile.
Che di due contagiati uno guarisca e l’altro muoia – e si è visto a un dipresso che è così – è qualcosa che non è degno di un Paese avanzato come l’Italia. Qualcosa che davvero richiama i tempi della grande peste, ma qui siamo di fronte a un coronavirus, non al bacillo della peste. Se poi si pensa che si infettano e muoiono medici e infermieri coraggiosi in proporzioni abnormi non possiamo esimerci dal chiederci come sia stato possibile tutto questo, come siamo finiti in questo drammatico, letale, vicolo cieco.
Abbiamo fatto due errori decisivi, che invece di correggere continuiamo imperterriti a perseguire:
1. inseguire nella strategia di contenimento del virus la Cina senza esserlo; senza essere uno Stato di polizia (ma una qualche attenzione al riguardo non guasterebbe perché stiamo pericolosamente scivolando in quella direzione), senza essere confuciani, senza avere uno stile di vita – e un ambiente di vita – essenziale come quello cinese, senza essere una popolazione relativamente giovane come quella cinese.
2. seguire un modello di cura pressoché totalmente ospedaliero – e qui la spinta l’ha data la Lombardia, anche per questo motivo la più tragicamente colpita dal virus – che ha del tutto isolato gli ammalati rendendoli più deboli ed esposti; ha ingolfato i nodi nevralgici dell’organizzazione ospedaliera, dai Pronto Soccorso ai reparti di Terapia Intensiva; ha infettato il personale sanitario in proporzioni mai viste, creato gli ambienti favorevoli alla proliferazione di un virus che lo stesso Istituto Superiore di Sanità definisce “un patogeno dall’elevato potere di trasmissione in ambito assistenziale”.
Il virus poteva essere controllato isolando la fascia a rischio degli anziani problematici e lasciandolo libero di circolare in situazione controllata (vietando, ad esempio, i ritrovi a più intenso e prolungato addensamento). Il fatto che si manifesti a un’età media letteralmente impossibile per un nuovo virus (63 anni) significa che alle età minori colpisce senza dar luogo ad alcun sintomo, cosicché una immunità di gregge si sarebbe potuta ottenere senza conseguenze davvero importanti. Ma i virologi, troppo presi dai virus, ignorano gli umani cosicché non considerano a sufficienza la formidabile resistenza organica di popolazioni, come quella attuale italiana, capace di smorzare e attutire l’impatto dei virus. Più alta è questa resistenza più alta è la proporzione dei positivi asintomatici prodotti da una epidemia ed anche il coronavirus, se lasciato circolare nei modi che si è detto, avrebbe agito dando tantissimi asintomatici e risparmiando i vecchi, nel frattempo protetti.
Cambiare dunque, ecco ciò che si deve fare e bisogna farlo alla svelta.
Coloro che prendono assai meno pedissequamente il modello cinese e distribuiscono più consapevolmente i contagiati tra domicilio, strutture territoriali intermedie e ospedali ottengono risultati assai migliori.
Si può discutere più approfonditamente delle misure più specifiche da prendere ma intanto è doveroso e urgente cambiare rotta e correggere con decisione e coraggio gli errori fatti. Lo dobbiamo agli Italiani che, sprangati in casa e ligi a regole che si sforzano di seguire, aspettano di vedere, è proprio il caso di dirlo, una luce in fondo al tunnel dell’epidemia.
Roberto Volpi

(Fonte)

Come le agenzie di stampa globali e i media occidentali parlano di geopolitica

“Ciò che il pubblico non iniziato percepisce come frutto del lavoro dei giornalisti nel proprio Paese, sono solo una copia dei dispacci da New York, Londra e Parigi.
Alcuni media vanno ancora oltre e, per mancanza di risorse, esternalizzano tutti gli affari internazionali a un’agenzia. È anche noto che molti siti web pubblicano solo lanci di agenzie.
Alla fine, questa dipendenza dalle agenzie globali crea una sorprendente somiglianza nel trattamento delle notizie internazionali: da Vienna a Washington, i media trattano gli stessi argomenti, con le stesse parole – un fenomeno che tendiamo ad associare con il “controllo dei media” degli Stati totalitari.
(…) “Più l’agenzia di stampa o il giornale sono rispettati, più il senso critico si affievolisce. Se qualcuno vuole diffondere informazioni discutibili sulla stampa mondiale, è sufficiente che vengano divulgate da un’agenzia rispettabile per essere sicuri di vederle raccolte subito dopo da altri. A volte le informazioni false vanno di agenzia in agenzia, diventano sempre più credibili”. (Steffens 1969, p. 234)
(…) Attraverso questo “moltiplicatore della propaganda”, le notizie dubbie di esperti di comunicazione che lavorano per governi o agenzie di intelligence possono raggiungere il pubblico senza verifica o filtro. I giornalisti si riferiscono alle agenzie e le agenzie si riferiscono alle loro fonti. Anche se lasciano spazio al dubbio (e si tutelano) con termini come “apparentemente” e altri, la voce si diffonde molto rapidamente in tutto il mondo e l’effetto si riproduce.”

La prima parte de Il moltiplicatore di propaganda. Come le agenzie di stampa globali e i media occidentali parlano di geopolitica, studio a cura dello Swiss Propaganda Research, è qui.
Continua…