Lo sprezzo del ridicolo

I sefarditi de Il Corriere della sera, quando non si occupano di propagandare la Shoah, le imprese israeliane contro il popolo palestinese, le grottesche iniziative dell’italo-israeliano Emanuele Fiano, si calano nelle vesti di agenti dell’Interpol e danno la caccia ai “terroristi” di quasi mezzo secolo fa.
Oggi esultano perchè, dopo aver dato per morto un certo Maurizio Baldasseroni, classe 1950, scoprono che è vivo e, come lui, lo è anche un suo complice, tale Oscar Tagliaferri, entrambi di “Prima linea”.
I due, in realtà, dopo aver inutilmente ucciso tre clienti in un bar di via Adige, a Milano, il 1° dicembre 1978, vennero espulsi dall’organizzazione e, quindi, classificarli come “sanguinari terroristi” è fuori luogo, anzi dichiaratamente falso.
Si sono dati alla fuga e sono scomparsi in Sud America senza che nessuno li abbia mai realmente ricercati. Ora, vogliono ritrovarli e riportarli in Italia come Cesare Battisti.
I toni dei sefarditi del Corriere sono truci: dargli la caccia “ad ogni costo”, perbacco!
Peccato che qualche giorno prima avevano parlato di Alessio Casimirri, condannato all’ergastolo per concorso nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta e da sempre rifugiato in Nicaragua non clandestinamente ma alla luce del sole.
In questo caso, il Corriere della Sera racconta che, forse, Casimirri era stato arrestato dai carabinieri ma misteriosamente rilasciato, fatto che alimenta il dubbio che il “terrorista” sia stato in realtà un “infiltrato” dei servizi segreti nelle Brigate Rosse.
Sospetto avvalorato dalla circostanza che nessuno governo italiano, prima di quello presieduto da Matteo Renzi, abbia mai richiesto la sua estradizione al Nicaragua.
Manco a dirlo, nell’articolo mancano i toni truculenti, sono assenti i riferimenti all’ansia di giustizia dei familiari di Aldo Moro e degli uomini della scorta, non si chiede che venga riportato “ad ogni costo” in Italia perché “giustizia” sia fatta.
Siamo abituati da una vita all’ipocrisia, alla falsità, alla menzogna di troppi italici pennivendoli ma dovrebbero avvertire costoro almeno il senso del ridicolo.
Stanno facendo, difatti, una caciara per una nullità come Cesare Battisti al quale ora vogliono aggiungere altri due signor nessuno come Baldasseroni e Tagliaferri e si “dimenticano” con senso di opportunità di parlare di Giorgio Pietrostefani.
Perché non c’è solo il latitante di Stato Alessio Casimirri, rifugiato in Nicaragua, ma anche il “lottatore continuo” e figlio del prefetto di Arezzo Giorgio Pietrostefani, fuggito in Francia con l’autorizzazione del Ministero degli Interni.
Insomma, la “giustizia” dei sefarditi del Corriere della Sera è a corrente alternata: si accende solo quando i “terroristi” sono inoffensivi per lo Stato, per il regime e per gli “amici degli amici”, in questo caso la faccia diventa feroce e si chiede che “paghino” all’interno di una casa di riposo carceraria perché l’età di costoro è ormai sui 70 anni più o meno, quella giusta per iniziare a scontare ergastoli con fine pena mai.
Quando, invece, si tratta dei Casimirri e dei Pietrostefani la sete di giustizia si estingue, la corrente si spegne, neanche osano balbettare, stanno zitti proprio.
Uno Stato che ha fomentato una guerra civile per gli interessi propri e dei propri alleati, non ha il diritto di mettere in galera qualcuno, e tantomeno di selezionare quelli che ci devono andare e gli altri che devono evitarla ad ogni costo.
Quanti sono stati salvati dallo Stato italiano?
Tanti, dai latitanti ai quali è stata garantita la liberta, agli assolti per insufficienza di prove, sono una legione i “terroristi” veri o, più spesso, presunti che nessuno ha mai chiamato a “pagare” alla faccia dei familiari delle vittime.
Questo revival di una inesistente giustizia ha scopi diversi e non dichiarati.
I “pregiudicati” di ieri servono forse a distrarre l’attenzione pubblica dai pregiudicati di oggi che dirigono partiti politici, sostengono il governo, si propongono come persone in grado di ridare agli Italiani sicurezza e giustizia.
Quella che un tempo fu una tragedia, l’hanno trasformata oggi in una farsa nella quale tutti sono chiamati a recitare la loro parte fingendo di volere giustizia e di voler evitare la cancellazione della memoria, quando viceversa l’obiettivo è quello di evitare che da quella memoria emergano le responsabilità dello Stato e del regime, per questa ragione Cesare Battisti sì, Alessio Casimirri no, Baldasseroni e Tagliaferri sì, Pietrostefani no.
È la memoria mafiosa che ricorda i delitti degli altri ma non i propri.
È così difficile comprenderlo? Crediamo di no.
Vincenzo Vinciguerra

Fonte

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“Una strategia fallita ma che ha lasciato un effetto duraturo”

L’intervento del dott. Guido Salvini, magistrato presso il Tribunale di Milano, presentato al convegno “La rete eversiva di estrema destra in Italia e in Europa (1964-1980)”, svoltosi a Padova l’11 novembre 2016.

“Il quinquennio 1969-1974 rappresenta il periodo cruciale e più sanguinoso, l’apice di quella che è stata chiamata la strategia della tensione: in Italia si verificano ben cinque stragi, un’altra mezza dozzina di stragi almeno, soprattutto su linee ferroviarie, falliscono per motivi tecnici perché l’ordigno non esplode o il convoglio riesce a superare il tratto di binario divelto, vi è il tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese seguito da altri progetti che durano fino al 1974, vi è infine un attentato in danno dei Carabinieri quello di Peteano, con tre vittime, del maggio ‘72 caratterizzato, come vedremo, da una propria specificità.
Già l’anno 1969 in Italia anno è denso di avvenimenti politici.
In quel momento il governo è un debole monocolore guidato dall’on. Rumor che si muove in una situazione incandescente per il rinnovo dei più importanti contratti e la mobilitazione quindi di centinaia di migliaia di operai; inizia la protesta studentesca nei licei e nelle università con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese. Sono poi in discussione in quella fase politica riforme decisive sul piano strutturale e culturale come lo Statuto dei Lavoratori, l’approvazione del sistema delle Regioni, la legge sul divorzio.
Nixon è presidente gli Stati Uniti e sono gli anni della dottrina Kissinger, quella secondo cui i governi italiani e i partiti politici di centro dovevano respingere ogni ipotesi di accordo e di compromesso con il PCI e le forze di sinistra, scelta facilitata in passato, come ha ricordato anche Aldo Moro nel suo memoriale scritto dalla prigionia, da continui flussi di finanziamenti distribuiti nascostamente dall’amministrazione americana a partiti e organizzazioni di centrodestra talvolta tramite il SID del gen. Miceli. Il 27 febbraio 1969 il presidente della Repubblica americano fa una visita in Italia ed incontra al Quirinale il presidente Saragat. Vi è stata da poco la scissione del PSI e attorno al PSDI, cui Saragat appartiene, si radunano le correnti più determinate in senso filo-atlantico e più contrarie al mantenimento dell’esperienza di centro-sinistra.
Secondo un dossier contenuto negli archivi di Washington e desecretato il Presidente italiano concorda con quello americano sul “pericolo comunista” e afferma che agli occhi degli italiani il PCI si fa passare per un partito rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino.
Il giorno della visita del presidente Nixon a Roma la città è blindata e scoppiano gravissimi incidenti tra la polizia ed extraparlamentari di sinistra cui seguono nell’Università scontri tra questi ultimi e militanti dell’estrema destra: vi è la prima vittima di quell’anno Domenico Congedo, uno studente anarchico, Congedo che durante un attacco dei fascisti alla facoltà di Magistero precipita da una finestra.
Del resto a livello internazionale la situazione è critica per il blocco occidentale in quanto molti Paesi afro-asiatici sotto la spinta della decolonizzazione entrano nell’orbita dei Paesi socialisti e alcuni passaggi di campo vengono impediti solo attraverso guerre civili o colpi di Stato molto sanguinosi da quello in Indonesia nel 1965 a quello in Cile nel 1973.
Non sembra un caso che la stagione delle stragi si collochi all’interno di questo quadro internazionale e coincida quasi perfettamente con la durata della presidenza Nixon e declini nel 1974 dopo la crisi del Watergate e lo sfaldarsi dei regimi dittatoriali in Europa, la Grecia, la Spagna, il Portogallo con il conseguente venir meno dell’ipotesi di un colpo di Stato anche in Italia che s’ispiri a quelle esperienze.”

Gli anni 1969-1974 in Italia: stragi, golpismo, risposta giudiziaria continua qui.

Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere

Portella della Ginestra strage fascista?

“La riflessione prende spunto da un articolo di Simona Zecchi, nel quale la bravissima giornalista ricorda con lucidità e aderenza alla verità la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947.
Simona Zecchi, nel suo articolo, denuncia che a distanza di 70 anni dal fatto, lo Stato italiano non ha ancora reso pubblici tutti i documenti che ad esso si riferiscono.
C’è da aggiungere che è stato un governo italiano di centrosinistra a chiedere a quello americano di non rendere pubblici i documenti della CIA di quel periodo, in particolare quelli riferiti alle elezioni politiche del 1948.
Si devono piangere i morti ma non si deve dire perché sono morti e, soprattutto, chi li ha fatti morire.
La storia di Salvatore Giuliano è quella di un giovane mafioso che è stato usato dalla politica e dalle forze di sicurezza dell’epoca (servizi segreti, carabinieri e polizia) per contenere l’avanzata elettorale dei Partiti comunista e socialista.
La Sicilia e la Sardegna, difatti, dovevano servire come base per l’eventuale riconquista del territorio peninsulare se fosse caduto nelle mani dei comunisti sostenuti dall’Unione Sovietica e dalla Jugoslavia.
Bloccare i comunisti e i socialisti loro alleati in Sicilia non era, quindi, solo un problema politico ma anche militare.
Il compito di controllare il territorio, mantenere l’ordine pubblico, contrastare il comunismo, Alcide De Gasperi in nome dello Stato italiano lo ha affidato, con la benedizione del Vaticano, alla mafia.
Non a caso la prima base della cosiddetta “Gladio” in Sicilia è stata costituita nel 1987. A svolgere il ruolo ed assolvere i compiti dei “gladiatori” in Sicilia fino a quel momento era stato la mafia.
Portella della Ginestra è stata, di conseguenza, la prima strage di Stato compiuta per finalità esclusivamente politiche, a vantaggio della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati.
Questa è la verità.
Non bisogna farsi confondere dal numero degli attori che hanno partecipato ai fatti, perché si rischia di attribuire ad altri le responsabilità che sono esclusivamente governative.
L’ispettore generale di PS Ciro Verdiani, che è stato in contatto con Salvatore Giuliano fino al giorno primo della sua morte per indurlo ad abbandonare la Sicilia e rifugiarsi all’estero, al processo di Viterbo ha dichiarato di aver sempre tenuto informato l’allora ministro degli Interni Mario Scelba.
Non è stato smentito.
Il libro di Casarrubea e Cereghino, giustamente citato da Simone Zecchi, è però fuorviante anche nel titolo, “Lupara nera”, perché attribuisce agli uomini della Decima Mas, considerati “neofascisti”, un ruolo che, se ricoperto, rispondeva alle esigenze di un regime e di uno Stato che erano ormai antifascisti.
È sbagliato considerare tutti coloro che hanno aderito alla Repubblica Sociale Italiana come “fascisti”.
Tanti vi hanno aderito solo perché si trovavano al di qua della Linea Gotica, tanti per opportunismo, tanti per condurre il doppio-gioco, tanti hanno trovato comodo tradire man mano che si delineava la vittoria alleata.
Il reparto della divisione “Decima”, preposto all’addestramento dei sabotatori ed al loro invio dietro le linee alleate, quello di cui avrebbero fatto parte i “gladiatori” ante litteram della Decima, il battaglione “Vega”, era diretto dal capitano di vascello Mario Rossi, imposto al comando dal principe Junio Valerio Borghese, che lavorava per l’OSS e per James Jesus Angleton.
Il 25 aprile 1945, Mario Rossi se ne andò a casa propria, e Genova, e nessuno è mai andato a cercarlo.
Decima o non Decima, lupara rimane bianca, se si vuole affermare la verità.
Spacciare Portella della Ginestra come strage “fascista” vuole dire favorire l’impunità dei mandanti che fascisti non erano.
Prova ne sia che la verità ancora non si conosce per scelta di governi di centro, di centro-destra, di centro-sinistra all’interno dei quali non risulta che abbiano mai ricoperto incarichi fascisti o presunti tali.
Se leggiamo i fatti per come si sono svolti, la tattica tanto cara ai politici italiani dei “chiagne e fotte” non darà più risultati.
E sarà un bene, per i vivi e per i morti.”

Da “Chiagne e fotte” di Vincenzo Vinciguerra.

Segreti (di Pulcinella) nella Repubblica antifascista

“La strage compiuta da uomini dello Stato all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, non è stata la prima, anzi è lunga la lista dei massacri di Stato iniziati con la caduta del regime fascista.
Il ritorno alla democrazia aveva illuso molti italiani sulla possibilità di manifestare liberamente il loro pensiero scendendo nelle piazze e nelle strade.
Illusione stroncata dalle pallottole dei reparti militari e di polizia che, senza alcuna provocazione o necessità, hanno aperto il fuoco sui manifestanti a Bari, il 28 luglio 1943, uccidendone 19, e a Reggio Emilia, lo stesso giorno, falciandone altri 9.
Per queste due stragi nessuno invocherà un processo a carico dei responsabili per crimini contro l’umanità, perché la democrazia rivendica il diritto di massacrare in nome degli ideali di libertà e dei valori dell’antifascismo.
(…)
Ci sono operazioni repressive che lo Stato compie in prima persona con il pretesto di mantenere l’ordine pubblico ed altre che, per i fini politici che si propongono e per gli effetti che producono, devono necessariamente essere affidate a forze irregolari a disposizione degli apparati segreti dello Stato.
Non è certo un caso che sia la mafia ad aprire la stagione delle stragi politiche con Portella della Ginestra, e a chiuderla con quelle del 1993, nel segno di una continuità di rapporti e di subalternità al potere che dura ancora oggi.
In attesa che si ripresenti la necessità di riprendere le stragi politiche, proseguono quelle compiute dalle forze di polizia.
Il 30 ottobre 1949, a Melissa (Catanzaro), sono in tre i cittadini a cadere sotto le fucilate dei rappresentanti in divisa dello Stato.
Il 9 gennaio 1950, tocca ad altri sei a Modena, tutti operai, tutti “rossi”.
Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni, dal 1° gennaio 1948 al 30 giugno 1950, sono 34 i cittadini italiani uccisi dalle forze di polizia in servizio di ordine pubblico.
Altri continueranno a morire come a Mussomeli (Caltanissetta), il 17 febbraio 1954, saranno in quattro i manifestanti a restare sul terreno. E a Barletta, il 14 marzo 1956, cadranno in tre sotto il fuoco delle forze di polizia. Mentre moriranno in cinque a Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, e tre a Palermo l’8 luglio successivo.
Il reato di strage si configura quando il numero dei morti può essere indeterminato, come accade quando poliziotti e carabinieri sparano su folle disarmate, ed e molto lungo l’elenco delle stragi di Stato compiute in servizio di ordine pubblico senza che mai uno dei responsabili sia stato chiamato a rispondere del suo operato.
Ammazzare innocenti dalla parte “giusta”, quella di chi comanda, non è reato.
Un convincimento che ispira quanti irregolari, al servizio occulto dello Stato, cercheranno di facilitare un golpe di Stato istituzionale compiendo alcune stragi a partire dal 12 dicembre 1969, che rimangono misteriose solo per gli imbecilli e i disonesti.
Con buona pace di quanti, sul piano propagandistico, si affannano ancora oggi ad attribuire la responsabilità di quelle stragi alla “destra eversiva”, non uno solo degli inquisiti, diversi dei quali condannati con sentenze passate in giudicato, è risultato immune da rapporti con i servizi segreti civili e militari.
Tutti, cioè, erano collegati e dipendenti delle strutture segrete dello Stato: un verità che non riesce a travalicare il muro eretto dal potere politico e mediatico per riversarsi sull’opinione pubblica che deve essere ingannata anche dagli eredi dei mandanti non solo politici di quelle stragi.
Se lo Stato fascista è stato certamente autoritario, quello democratico e antifascista è stato stragista e può ancora esserlo se la verità sul suo conto continuerà ad essere negata.
Il senso di una battaglia politica è proprio quello di far conoscere la verità perché quanto accaduto non si ripeta.”

Da Stragi di Stato, di Vincenzo Vinciguerra.

Terrore Rosso colpisce ancora? Gli USA impongono la designazione di agenti stranieri sui media russi come ai tempi della seconda guerra mondiale

Di Robert Bridge per rt.com

Il McCarthyismo dell’epoca sovietica che ha imperversato in America alla metà del XX secolo è stato un semplice gioco da bambini rispetto all’isteria russofobica che ora sta attraversando gli USA, dove i media russi devono persino identificarsi con una designazione tipica dell’era nazista.

L’aspetto più inquietante della spettacolare esplosione delle relazioni USA-Russia nell’ultimo anno non è necessariamente la velocità fulminea con la quale si è verificata, ma che si tratta di un atto deliberato e premeditato di violenza politica assolutamente evitabile.
La massiccia campagna anti-Russia è arrivata con una ferocia così rapida e ingiustificata che nemmeno l’ultimo senatore americano Joseph McCarthy, il cui nome è praticamente sinonimo di caccia alle streghe, sarebbe arrivato a tanto. E proprio quando pensi di aver toccato il fondo nelle relazioni bilaterali, una botola si apre sotto i piedi, svelando un’altra caduta precipitosa.
In quello che sembra essere il motivo principale nelle relazioni mediatiche tra Stati Uniti e Russia, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha fatto al ramo americano di RT [Russia Today] la richiesta oltraggiosa di registrarsi come “agente straniero” per continuare ad operare sul suolo statunitense.
Ciò che rende la richiesta degli USA particolarmente inaccettabile, se non del tutto ripugnante, è la storia dietro la Legge per la registrazione degli agenti stranieri del 1938, o FARA, creata per contrastare l’agitazione filo-nazista. Poche persone avrebbero potuto dimenticare quanto sangue, sudore e lacrime costarono alla Russia nel suo straordinario sforzo per respingere l’armata di Hitler dal suo territorio. Infatti, senza il sacrificio incomparabile della Russia, che ha spezzato la schiena della macchina da guerra nazista, sarebbe assolutamente inutile parlare oggi di “libertà mediatica”. Continua a leggere

“Make the economy scream!”

Ordinava Richard Nixon alla CIA per piegare il Cile di Salvador Allende.
Lo stesso scenario si ripete in Venezuela, per ora non con i risultati attesi.

“Il 18 gennaio 2013, mentre l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (in inglese FAO) ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale, il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall’allora vicepresidente Nicolás Maduro. “Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo – dichiara. Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America Latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata”.
Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) El País intona tutta un’altra canzone: “La penuria mette in difficoltà Maduro”.
Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice El País, si aggiunge a “un’assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati”
Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà “la peggiore crisi economica” conosciuta da questo Paese, “potenzialmente uno dei più ricchi al mondo”, a causa della sua “dipendenza dall’oro nero”, del “calo del prezzo del barile di petrolio” e dello “sperpero del governo”. Mentre i portavoce dell’opposizione incolpano di ciò l’eccessivo intervento dello Stato, la regolazione “autoritaria” dei prezzi, l’impossibilità che ne consegue per l’impresa privata di coprire i suoi costi di produzione, la mancanza di valute concesse dal potere per importare materie prime e prodotti finiti, la penuria diventa cronica, i reparti dei supermercati desolatamente vuoti, le file in attesa interminabili, il “mercato nero” onnipresente. “In Venezuela, il ribasso del petrolio fa divampare i prezzi dei preservativi” potrà ben presto titolare Le Figaro (17 febbraio 2015). Anche i medicinali diventano introvabili, attizzando l’angoscia e le sofferenze della popolazione.
Una tale situazione ha di che commuovere gli umanitaristi del mondo intero. “Se c’è una crisi umanitaria importante, ovvero un cedimento dell’economia, al punto che loro [i Venezuelani] abbiano disperatamente bisogno di alimenti, di acqua e di cose simili, allora potremmo reagire”, annuncia alla CNN, il 28 ottobre 2015, il capo del Comando sud dell’esercito degli Stati Uniti , (Southern Command), il generale John Kelly, in risposta agli appelli “disperati” della “società civile” venezuelana. Fin da 2014, mentre il Tavolo di unità democratica (MUD) chiamava al rovesciamento del capo dello Stato, lanciando l’operazione “La Salida” (“l’uscita”), una delle sue dirigenti, María Corina Machado, aveva tracciato la via: “Certi dicono che dobbiamo aspettare le elezioni fra qualche anno. Ma chi non riesce a dar da mangiare ai suoi bambini può aspettare? (…) Il Venezuela non può più aspettare!”. La violenta sequenza sovversiva fallisce, ma si chiude con 43 morti e oltre 800 feriti. Ed i Venezuelani continuarono a trovare ogni giorno difficoltà sempre più insopportabili per rifornirsi.
Il 6 dicembre 2015, al momento delle elezioni legislative, avendo le preoccupazioni, le privazioni e il malcontento eroso il morale dei cittadini di ogni parte, il chavismo perde 1.900.000 voti e diventa minoritario in parlamento. Invertendo i termini dell’equazione, la grande internazionale neoliberale celebra questo trionfo della “democrazia” sul “caos”. Sottomessi a un’informazione scelta e raccolta per rinforzare questa visione a priori, ben pochi, in particolare all’estero, hanno consapevolezza che questa vittoria si è fondamentalmente adagiata sul torpore della “rivoluzione bolivariana”, con una destabilizzazione economica simile a quella utilizzata negli anni 1970 in Cile contro Salvador Allende. Denunciata a suo tempo dai progressisti (più organizzati, lucidi e coraggiosi all’epoca rispetto a oggi) quest’ultima fu confermata ufficialmente, trentacinque anni più tardi, dalla declassificazione di ventimila documenti provenienti dagli archivi segreti del governo degli Stati Uniti. Per la “crisi venezuelana”, si può sperare quindi di vedere cessato lo scollamento tra discorso mediatico e realtà tra circa tre decenni. Cosa che, purtroppo, arriverà un po’ tardi per la comprensione degli avvenimenti e la difesa urgente, sulla terra di Bolivar, di una democrazia particolarmente minacciata. Ma permetterà probabilmente a quelli che oggi, per vendere giornali, chiudono intenzionalmente gli occhi o deviano vilmente lo sguardo, di pubblicare e commentare con indignazione queste “stupefacenti rivelazioni”.”

La guerra economica spiegata ai principianti (e ai giornalisti), di Maurice Lemoine continua qui, nella sua prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
Quarta ed ultima parte.