Il significato della guerra informatica

“Non stiamo semplicemente assistendo a un fiorire di leggende urbane, dietrologia e paranoia; il punto è che in guerra è la verità stessa a costituire oggetto di contesa. Le fonti di informazione filo-americane cercano di distrarre l’opinione pubblica dalle responsabilità della NSA. Governi seri dovrebbero chiedere i danni agli USA; conviene pertanto incriminare i malvagi Russi, i Siriani e i Nord Coreani. Dall’altra parte del fronte, le fonti di informazione di parte avversa sottolineano come gli USA impieghino comunemente queste armi per colpire i Paesi non sottomessi e mantenere gli alleati sotto ricatto. Si veda il caso di Stuxnet, un virus informatico creato dagli USA e da Israele nel 2010 per colpire la centrale nucleare iraniana di Natanz, e altri ben noti casi rivelati dall’ex collaboratore della CIA Edward Snowden. Da un punto di vista semiotico, non vi è differenza tra guerra e comunicazione sulla guerra: in guerra gli enunciati sono armi e le armi sono enunciati. La propaganda è un’arma più potente di un bombardamento, in grado com’è di inventare o di occultare uno sterminio; d’altro canto, anche la così detta “madre di tutte le bombe” è un messaggio eloquente. Non senza ragione Bill Gates, nel denunciare le responsabilità dell’amministrazione USA, ha paragonato il furto di questi programmi allo smarrimento di un missile tomahawk. Occorre un “cambio di analogia”: nell’immaginario giornalistico e di massa le attività di hacking sono considerate alla stregua di un furto, mentre sono una vera e propria guerra, condotta tra governi, tra governo e multinazionali, tra governo e gruppi politici.
Si tratta peraltro di armi estremamente economiche da sviluppare. E’ certamente più semplice scrivere un’applicazione che arricchire l’uranio. Una parte crescente dell’economia degli Stati emergenti, dall’India a Israele (da cui provengono le chiavette USB), è legata all’informatica e alla programmazione. I computer sono tecnologie piuttosto economiche, e i giovani di quei Paesi sono concorrenziali sul mercato mondiale. Occorrerebbe sbarazzarsi anche dell’illusione per cui i Paesi occidentali sono i detentori di ogni segreto o innovazione tecnologica. E’ un fatto: la guerra informatica riporta in equilibrio la balance of power a favore degli Stati più poveri, comunque essi siano schierati.
(…)
Come abbiamo visto, la cyber-guerra in corso può essere interpretata in termini di politiche internazionali. Da un lato abbiamo un attore, gli USA, che impiega queste armi per colpire i Paesi avversari e i loro popoli, “spegnendo” una rete di centrali elettriche o infiltrandosi in un sistema bancario. Dall’altro le stesse armi possono essere impiegate contro gli USA da quei Paesi che ne contendono la supremazia, perché sono economiche e semplici da sviluppare. La competizione si sposta allora sulla potenza di calcolo e sullo sviluppo di nuovi sistemi. Tale guerra coinvolge multinazionali americane, europee, cinesi, e si estende ad ogni campo: Google sviluppa sistemi quantistici di intelligenza artificiale in modo che le macchine possano apprendere più in fretta e con risultati migliori; la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha erogato un prestito di 25 milioni di euro a Qwant, il motore di ricerca europeo che rispetta la privacy degli utenti, per impedire che ogni giorno esabyte di dati sui cittadini europei finiscano nei server degli alleati statunitensi.
D’altro canto, la vicenda della cyber-sicurezza si presta a una lettura in termini di disuguaglianza. Malwaretech, eroe per caso, è un giovane disoccupato, un perdente come tanti altri. Al contrario, gli amministratori di società private e pubbliche colpite dal virus non sembrano avere competenze nell’ambito della sicurezza. Nessuno di noi lascia la porta aperta, nell’uscire di casa; il dirigente d’azienda medio non si rende neppure conto che il portone è spalancato. Dieci anni di crisi economica in Occidente hanno avuto per effetto un mancato ricambio generazionale: tassi di disoccupazione giovanile alle stelle, precariato, impossibilità per un’intera generazione di accedere a ruoli dirigenziali. In questo modo si è ostacolata anche la diffusione di competenze fondamentali, data l’onnipervasività dell’informazione nella società tardocapitalistica. Inoltre, chi vive una condizione di esclusione non deve nulla allo Stato o a aziende che limitano creatività e libertà. Il risultato non può che essere una sorta di vendetta pre-politica: ecco che nascono gruppi dediti a pratiche illegali, legittimati dal fatto che il web è terreno di guerra tra grandi agenzie e organizzazioni pubbliche e private: un campo di battaglia in cui uno Stato può sabotare una centrale nucleare mettendo a rischio l’ambiente di una regione, e allo stesso modo un magnate può boicottare l’economia di una nazione speculando contro una certa moneta. In questo ritorno a uno stato di natura hobbesiano non c’è diritto che tenga. I gruppi di pirati adottano le giustificazioni ideologiche più varie, anarchiche, libertarie, o al contrario nazionaliste o religiose, ma sono ugualmente il frutto di due condizioni: (1) vivono in un territorio in guerra, il web; (2) sono il prodotto di un’economia criminogena, il capitalismo.”

Da Attacchi informatici e guerra planetaria, di Francesco Galofaro.

Il filo dei giorni

Dal maggio del 1992 alla fine del 1993 l’Italia è insanguinata da una decina di attentati firmati dal gruppo terroristico che si fa chiamare Falange Armata. Sono numerosi i morti che provocano in tutto il Paese. Un ispettore della Digos, che conosce bene gli ambienti dell’eversione neofascista, capisce in poco tempo cosa si muove dietro l’ambigua sigla che dice di aver scatenato l’ondata di bombe e terrore, ma non viene ascoltato. Un ambasciatore del nostro Paese consegna al capo dell’Arma dei Carabinieri una lista di sedici persone che dovranno essere indagate nell’eventualità che venga ammazzato. Una giovane giornalista, grazie al suo intuito spregiudicato e alla sua ferrea logica, ricostruisce pezzo per pezzo quello che solo in apparenza è impossibile vedere.
La rivelazione di Gladio, gli omicidi della Uno Bianca, le bombe davanti alle chiese e ai musei; ma anche la trattativa con Cosa Nostra, i tentativi di golpe, i segreti di Stato. È una partita a scacchi, giocata senza esclusione di colpi, che finisce in stallo. I testimoni che raccontano la verità vengono fatti sparire, quelli che accettano di mentire vengono premiati. Tutto torna normale. Può nascere la Seconda Repubblica.
E i morti? Danni collaterali. È un romanzo, ovviamente…

Il filo dei giorni. 1991-1995: la resa dei conti
di Maurizio Torrealta
Imprimatur, pp. 252, € 16.50

Chi è Stato?

“Il 2 marzo 1994, l’elicottero A-109 della Guardia di Finanza, nome in codice Volpe 132, decolla dall’aeroporto di Elmas, per una «missione di ricognizione costiera notturna per la repressione di traffici illeciti via mare nel tratto Elmas-Poetto-Capo Carbonara-Capo Spartivento-Elmas», con a bordo il maresciallo Gianfranco Deriu e il brigadiere Fabrizio Sedda. La motovedetta G-63 Colombina è l’unità «cooperante». Alle 19,15 c’è l’ultimo contatto radio con l’elicottero. Deriu comunica: «Ci dirigiamo sugli obiettivi segnalati sul radar». Poi più nulla, e solo alle 19,52, dopo un lunghissimo e inspiegabile silenzio, la sala operativa cerca di mettersi in contatto con l’elicottero. Ma Volpe 132 è svanito nel nulla. L’elicottero precipitò in mare per cause mai accertate, svanendo nel nulla, e i due finanzieri morirono, ma i loro corpi non sono mai stati ritrovati insieme al relitto dell’Augusta A-109. La tragedia si consumò di fronte alla costa sud-orientale della Sardegna, tra Capo Carbonara e Capo Ferrato. In seguito, nel 2005 la commissione parlamentare di inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (presieduta da Carlo Taormina) ha acquisito e segretato questo fascicolo di indagine.”

Volpe 132: un altro segreto di Stato di Gianni Lannes continua qui.

La Svezia si arrende a USA/NATO

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Sottomarini fantasma sono impiegati per spingere alla resa della pacifica neutralità

Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel 2005, il drammaturgo Harold Pinter stronco l’impero USA e notò che esso “ora occupa 702 installazioni militari in 132 Paesi di tutto il mondo – con l’onorevole eccezione della Svezia, certamente”.
Da allora, la presenza militare globale degli Stati Uniti ha continuato a crescere; ma il premiato scrittore era disinformato circa l’onorevole eccezionalismo della Svezia. Circa nello stesso momento in cui il mortalmente malato Pinter stava registrando il suo discorso, un funzionario del Ministero della Difesa svedese osservava che il Paese era già così profondamente coinvolto nel dispositivo USA/NATO che avrebbe costituito una piccola trascurabile differenza se ne fosse diventato formalmente membro.
Ciò era vero nel 2005, e lo è ancora di più dieci anni dopo. Benché la Svezia non sia ancora ufficialmente un Paese membro, le sue forze armate sono ora quasi completamente incorporate nel sistema USA/NATO. Truppe svedesi hanno partecipato alle guerre di aggressione ed occupazione degli USA e dei suoi alleati in Afghanistan, Libia e nei Balcani. Un gruppo segreto dei reparti speciali ha combattuto a fianco delle truppe USA/NATO in luoghi lontani come il Ciad e il Congo, ed è rappresentato al quartier generale delle forze speciali statunitensi in Florida.
Esercitazioni militari congiunte sono svolte con crescente frequenza nei cieli, in terra e nelle acque territoriali della Svezia. A partire da aprile dell’anno scorso [2014 – ndt], ad USA/NATO è stato garantito libero accesso allo spazio aereo svedese al fine di spiare la Russia mediante i suoi velivoli di sorveglianza AWACS.
Lo scorso agosto, il governo ha firmato un accordo cosiddetto di nazione ospitante che aumenta grandemente l’accesso USA/NATO al territorio svedese in caso di guerra e, come al tempo attuale, per i preparativi bellici. L’accordo – che deve ancora essere ratificato dal parlamento svedese – sembra inoltre violare il rifiuto svedese di lunga data degli armamenti atomici e le politiche connesse. E proprio recentemente, USA/NATO ha condotto l’esercitazione aerea più grande al mondo sul terzo più settentrionale del territorio svedese. Parte della sempre più intensa lotta con la Russia per il controllo dell’Artico in via di scioglimento, “Arctic Challenge Exercise” ha coinvolto 100 velivoli militari da 10 Paesi, inclusi gli USA, Germania, Francia e Inghilterra. Continua a leggere

Mario Ciancarella, l’ufficiale radiato con la firma falsa di Pertini

Ciancarella, Pinotti sa tutto ma non muove un dito

Giura la ministra Pinotti nel question time alla Camera, che è «interessata a rimuovere qualsiasi ostacolo», che il 16 novembre ha chiesto «elementi all’Avvocatura distrettuale di Firenze», che «seguirà con particolare attenzione…». A quattro mesi dalla scoperta della falsa firma del presidente Pertini, siamo ancora allo stesso punto nella vicenda di Mario Ciancarella, il capitano pilota radiato dall’Aeronautica Militare nel 1983 perché ficcava il naso nelle vicende collaterali alla strage di Ustica. E fu radiato falsificando la firma del Presidente della Repubblica. Il Tribunale di Firenze, a ottobre, ha detto chiaro e tondo che quella radiazione è carta straccia. Il 10 novembre, due parlamentari, Fava e Mattiello, avevano annunciato un question time imminente, nel corso di una conferenza stampa promossa dall’associazione antimafia Rita Atria, ma solo oggi, 69 giorni dopo, ha avuto luogo a Montecitorio, senza soddisfare Claudio Fava, che resta «preoccupato» per la mancanza di «concretezza» in una storia di «onore e dignità violati». Se per Dreyfuss “bastarono” 12 anni per vedersi riconoscere la dignità, per Mario Ciancarella, attivo all’epoca nel movimento degli ufficiali democratici, non ne sono stati sufficienti 33.
Il termine per il reintegro, stabilito dal ministero, è scaduto il 7 novembre. Pochi giorni dopo, l’ufficio stampa della ministra aveva dichiarato al settimanale Left: «La pratica è negli uffici competenti per una valutazione ma non ci sarà reintegro, la sentenza di Firenze dice solo che bisogna risarcire le spese legali», 5.800 euro più i bolli eccetera eccetera. Il motivo? Sembrerebbe, sempre stando all’ufficio stampa del ministero, l’età avanzata del militare, 65 anni. A chiarire i dettagli della vicenda doveva servire proprio il question time annunciato da Fava e Mattiello.
La vicenda, raccontata nel numero 43 di Left, si configura come una sorta di caso Dreyfus italiano e, se l’ufficiale francese radiato nel 1894, aveva la colpa di essere ebreo, Ciancarella quella di essere “comunista”, così apparivano agli occhi dell’apparato politico-militare italiano, all’epoca della Guerra Fredda, gli ufficiali fedeli alla Costituzione. La guerra ai rossi giustificava ogni menzogna e ogni misfatto, com’è possibile ricavare dalla lettura degli atti della lunghissima Commissione Stragi, così si evince dalle parole del Capo di Stato Maggiore del ’95, generale Arpino, che ammise le bugie ufficiali sul MIG libico rinvenuto sulla Sila nei giorni successivi alla strage di Ustica: dovete capirci, disse più o meno nell’audizione, ma per noi il 30% del Parlamento rappresentava il nemico. «Noi chi?», si domanda ancora Ciancarella che, proprio sul MIG raccolse la testimonianza di un maresciallo, Alberto Dettori, che poco dopo fu trovato morto. Era l’87. La versione ufficiale confezionò alla bell’e meglio una tesi sul suicidio, ma la famiglia e Mario Ciancarella non ci hanno mai creduto.
«Sono ovviamente interessata a rimuovere qualsiasi ostacolo, qualora ci fosse, per il perseguimento della giustizia. La Difesa quale organo istituzionale in caso di contenzioso non può che perseguire fini di giustizia e correttezza», si legge nel resoconto del question time della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. «In merito al quesito posto, non esistono ostacoli a una corretta valutazione della documentazione che in data 12 ottobre 2016 l’avvocato del signor Ciancarella ha fatto pervenire al ministero della Difesa. A dimostrazione di ciò – ha ricordato il ministro – in data 16 novembre 2016 la Direzione generale del personale militare, cui compete l’azione amministrativa in materia, ha chiesto all’Avvocatura distrettuale di Firenze elementi caratterizzanti la vicenda processuale al fine di valutare compiutamente gli atti e le conseguenti determinazioni in merito. Di questo passo è stata fornita informazione in data 17 novembre 2016 all’avvocato di parte».
Ciancarella era Capitano Pilota dell’A.M. nonché leader del Movimento Democratico dei militari (che nasceva dalla contaminazione delle Forze Armate con la cultura sociale e democratica). Convocato e ricevuto, nel 1979, al Quirinale dal Presidente Pertini, insieme a Sandro Marcucci (ucciso anche lui in circostanze da chiarire nel 1982) e Lino Totaro, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobiltà che si compivano nel mondo militare.
In questo contesto, anche il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista a Poggio Ballone la notte di Ustica, decise di fidarsi di lui e di confidargli: «Capitano siamo stati noi…», «Capitano dopo questa puttanata del MIG libico…». Una pista, tralasciata dalle indagini ufficiali, ma ripresa, nel 1999 da una lunga inchiesta del quotidiano Liberazione grazie proprio alla collaborazione di Ciancarella. Mario Alberto Dettori verrà trovato impiccato nel 1987. Un “suicidio impossibile” ma, sbrigativamente chiuderanno la questione. Una delle tante vittime della Strage dopo la Strage.
Per questo suo ruolo di esponente di punta Ciancarella divenne talmente scomodo da indurre “qualcuno molto in alto” a falsificare, nell’ottobre 1983, la firma del Presidente Pertini nel Decreto Presidenziale di radiazione. Un vero e proprio colpo di Stato. La copia del decreto di radiazione gli verrà consegnata, su sua richiesta, solo 9 anni più tardi e dopo la morte di Pertini. E’ lì che partì la lunghissima battaglia di Ciancarella per la restituzione della propria dignità e per la verità su Ustica e dintorni.
Checchino Antonini

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Il presidente “buono” e quello “cattivo”

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Barack Obama fu «santo subito»: appena entrato alla Casa Bianca fu insignito preventivamente nel 2009 del Premio Nobel per la pace grazie ai «suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Mentre la sua amministrazione già preparava segretamente, tramite la Segretaria di Stato Hillary Clinton, la guerra che due anni dopo avrebbe demolito lo Stato libico, estendendosi poi alla Siria e all’Iraq tramite gruppi terroristici funzionali alla strategia USA/NATO.
Donald Trump è invece «demone subito», ancor prima di entrare alla Casa Bianca. Viene accusato di aver usurpato il posto destinato a Hillary Clinton, grazie a una malefica operazione ordinata dal Presidente russo Putin.
Le «prove» sono fornite dalla CIA, la più esperta in materia di infiltrazioni e colpi di stato. Basti ricordare le sue operazioni per provocare e condurre le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria; i suoi colpi di Stato in Indonesia, El Salvador, Brasile, Cile, Argentina, Grecia. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise; milioni sradicate dalle loro terre, trasformate in profughi oggetto di una vera e propria tratta degli schiavi. Soprattutto bambine e giovani donne, schiavizzate, violentate, costrette a prostituirsi.
Tutto questo dovrebbe essere ricordato da chi, negli USA e in Europa, organizza il 21 gennaio la Marcia delle donne per difendere giustamente quella parità di genere conquistata con dure lotte, continuamente messa in discussione da posizioni sessiste come quelle espresse da Trump.
Non è però questa la ragione per cui Trump è messo sotto accusa in una campagna che costituisce un fatto nuovo nella procedura di avvicendamento alla Casa Bianca: questa volta la parte perdente non riconosce la legittimità del presidente neoeletto, ma tenta un impeachment preventivo.
Trump viene presentato come una sorta di «Manchurian Candidate» che, infiltrato alla Casa Bianca, verrebbe controllato da Putin, nemico degli Stati Uniti. Gli strateghi neocon, artefici della campagna, cercano in tal modo di impedire un cambio di rotta nelle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, che l’amministrazione Obama ha riportato a livello di Guerra Fredda.
Trump è un «trader» che, continuando a basare la politica statunitense sulla forza militare, intende aprire un negoziato con la Russia, possibilmente anche per indebolire l’alleanza di Mosca con Pechino. In Europa temono un allentamento della tensione con la Russia anzitutto i vertici NATO, cresciuti d’importanza con l’escalation militare della nuova Guerra Gredda, e i gruppi di potere dei paesi dell’Est – in particolare Ucraina, Polonia e Paesi baltici – che puntano sull’ostilità alla Russia per avere un crescente appoggio militare ed economico da parte della NATO e della UE.
In tale quadro, non possono essere taciute nelle manifestazioni del 21 gennaio le responsabilità di quanti hanno trasformato l’Europa in prima linea del confronto, anche nucleare, con la Russia.
Dovremmo manifestare non come sudditi statunitensi che non vogliono un presidente «cattivo» e ne chiedono uno «buono», ma per liberarci dalla sudditanza verso gli Stati Uniti che, indipendentemente da chi ne sia Presidente, esercitano la loro influenza in Europa tramite la Nato; per uscire da questa alleanza di guerra, per pretendere la rimozione delle armi nucleari USA dai nostri Paesi.
Dovremmo manifestare per avere voce, come cittadine e cittadini, nelle scelte di politica estera che, indissolubilmente legate a quelle economiche e politiche interne, determinano le nostre condizioni di vita e il nostro futuro.
Manlio Dinucci

Fonte

L’omicidio di Olof Palme

Mentre in Svezia la stampa formula accuse circostanziate all’apparato di sicurezza nazionale, riproponiamo al riguardo il video dell’inchiesta datata 1990 dell’allora giornalista RAI Ennio Remondino (come riproposta da Maurizio Torrealta) e un recente articolo di remocontro.it, nella cui redazione figura lo stesso Remondino.

Svezia, nuova inchiesta omicidio Palme e ancora P2

La Svezia si prepara a riaprire l’inchiesta sull’assassinio irrisolto del carismatico premier Olof Palme, avvenuto 30 anni fa. Il procuratore capo di Stoccolma, Krister Petersson, sarà a capo della nuova indagine. Palme fu colpito nel 1986 da un ignoto sparatore mentre usciva da un cinema di Stoccolma con la moglie e morì dissanguato sul marciapiede. A seguito dell’assassinio del leader socialdemocratico furono interrogate 10mila persone. In 134 sostennero di aver ucciso Palme. Il compito di Petersson si preannuncia erculeo: il dossier Palme occupa 250 metri di scaffale. L’inchiesta sull’omicidio Palme riaprirà a febbraio [2017 – ndc] e Petersson ha dichiarato alla stampa svedese che tenterà di risolvere l’omicidio e che è ottimista. “Mi sento onorato e accetto la missione con grande energia” ha detto in una nota.

La pista italiana, 1990
“L’ ipotesi di un coinvolgimento di Licio Gelli nell’ omicidio di Olof Palme, il premier svedese assassinato a Stoccolma alcuni anni fa, è stata avanzata dal quotidiano Dagens Nyheter. Nell’ articolo, firmato da un giornalista molto noto in Svezia, Olle Alsén, si ricorda l’ esistenza di un telegramma che parrebbe compromettere il capo della P2. Alsen riferisce, inoltre, che l’ FBI starebbe indagando sull’ omicidio Palme e attribuisce l’ informazione ad una ex collaboratrice di Ronald Reagan, Barbara Honegger. Nel suo articolo, Alsen ricorda che la Honegger ha scritto, in un libro intitolato ‘October Surprise’, di avere saputo che Gelli il 28 febbraio 1986, tre giorni prima dell’ assassinio, aveva inviato un telegramma a un esponente dell’ amministrazione americana in cui si affermava: “Dite al vostro amico che l’ albero svedese sarà abbattuto”. Un portavoce della commissione d’inchiesta ha commentato che la pista italiana è di estrema rilevanza”.

Olof Palme, un caso ancora aperto
La ricostruzione su ‘Il Fatto’ del 27 febbraio 2013, di Enrico Fedrighini. «Washington, 25 febbraio 1986, martedì. Philip Guarino, esponente del Partito Repubblicano molto vicino a George Bush senior, rilegge il messaggio che gli è stato appena recapitato; un telegramma inviato da una località remota del Sud America, una sorta di codice cifrato: «Tell our friend the Swedish palm will be felled». La firma è di un italiano, Licio Gelli, vecchia conoscenza di Guarino; alcuni anni prima, avevano entrambi sottoscritto un affidavit a favore di un finanziere, Michele Sindona. “Informa i nostri amici che la palma svedese verrà abbattuta”. Curioso: in Svezia non crescono le palme». Il telegramma attribuito a Gelli sarebbe stato in realtà inviato dal Sud America da Umberto Ortolani anche al gran Maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli. Il testo parla di ‘palme’, che è una dizione popolare di ‘albero’, con un possibile doppio significato evidente.

‘L’albero svedese sarà abbattuto’
In quel 1986 l’ONU aveva affidato a Olof Palme il delicato incarico di arbitrato internazionale fra Iraq e Iran, in guerra da sei anni. Una guerra sanguinosa e sporca, un crocevia di traffico d’armi e operazioni coperte. l’Iran sta ricevendo segretamente forniture di armi attraverso una rete formata da pezzi dell’apparato politico/militare USA; i proventi servono anche a finanziare l’opposizione dei Contras in Nicaragua. Ma c’è qualcosa di più grave che sta emergendo, di più spaventoso: la rete che fornisce armi all’Iran sembra agire ed avere strutture operative ramificate all’interno di diversi Paesi dell’Europa Occidentale. Anche nella civilissima Scandinavia. Quella sera del 28 febbraio 1986, Palme è a Stoccolma, all’uscita dei cinema dove era andato con la moglie, quando un’ombra nel buio si avvicina alla coppia e spara due colpi alla schiena dell’ex primo ministro.

Il colpevole che non convince
Per l’omicidio Palme viene condannato in primo grado nel 1988 un pregiudicato, Christer Petterson, prosciolto poi in appello del 1989 per mancanza di prove. Il 15 settembre 2004, Petterson contatta Marten Palme, il figlio dell’ex premier ucciso: desidera incontrarlo, ha qualcosa di importante da confidargli sulla morte del padre. Il giorno dopo, Petterson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital con gravi ematomi alla testa. Muore il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza. Nell’aprile 1990 il quotidiano svedese Dagens Nyheter rivela la notizia del telegramma inviato da Licio Gelli a Guarino nel 1986, tre giorni prima dell’omicidio Palme. Tante, troppe vicende oscure attorno a quel delitto che aveva colpito il mondo.

L’inchiesta CIA-P2 del TG1
Ancora Enrico Fedrighini. «Contattando i colleghi svedesi un giornalista del TG1, Ennio Remondino, rintraccia e intervista le fonti, due agenti della CIA che confermano la notizia del telegramma, rivelando anche l’esistenza di una struttura segreta operante in diversi Paesi dell’Europa occidentale denominata Stay Behind (nella versione italiana, Gladio), coinvolta da decenni in traffici d’armi ed azioni finalizzate a “stabilizzare per destabilizzare” (la ‘strategia della tensione’ detta in linguaggio più elaborato). L’intervista con uno dei due, Dick Brenneke, viene trasmessa dal TG1 nell’estate 1990 e provoca la reazione furibonda di Cossiga, il licenziamento in tronco del direttore del TG1 Nuccio Fava e il trasferimento di Remondino all’estero come inviato sui principali fronti di guerra».

Quella dannata estate 1990
Fonte, Repubblica luglio 1990. «I carabinieri nella redazione del TG1 in via Teulada non c’erano mai stati. Sono arrivati alle 13,30 di ieri. Accompagnavano l’ inviato speciale del telegiornale Ennio Remondino. Il giornalista stringeva nelle mani un decreto di sequestro, appena firmato dal giudice istruttore Francesco Monastero, per la documentazione raccolta in un secondo viaggio negli Stati Uniti. Per tutto il pomeriggio il giornalista ha svuotato i suoi armadi, firmato uno ad uno, i fogli (circa un migliaio) che, secondo l’ ex-agente della Central Intelligence Agency Richard A. Brenneke, dovrebbero confermare quel che ha dichiarato proprio a Remondino in un’ inchiesta del TG1 sull’ omicidio di Olof Palme».

Cossiga – Andreotti
Sempre Repubblica. «Fin da venerdì, con una telefonata di un ufficiale dei carabinieri del Nucleo antiterrorismo, il magistrato aveva convocato a Palazzo di Giustizia il giornalista. Alle 10,30 in punto, Remondino era nell’ ufficio del giudice istruttore, dove, alla presenza del pubblico ministero Elisabetta Cesqui, è stato interrogato per tre ore. Ha spiegato tutti i passaggi, gli incontri, i contatti avuti negli Stati Uniti in un secondo viaggio che doveva ulteriormente confermare le conclusioni delle prime quattro puntate dell’ inchiesta del TG1 mandata in onda tra gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio. Una inchiesta che è diventata arroventato terreno di una polemica politica che ha visto scendere in campo adirittura il presidente della Repubblica. Cossiga, in una lettera ad Andreotti, ha chiesto o l’accertamento di verità così clamorose o la punizione dei responsabili di un’informazione intemerata».

Fonte

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