ISIS

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Terrorismo e ISIS: da tempo sui mezzi d’informazione non si parla d’altro, anche in seguito agli ultimi attentati in alcune capitali europee. Concetti declinati in tutte le maniere possibili e immaginabili, soprattutto riferendosi alle guerre combattute nel Vicino e Medio Oriente.
Ma conosciamo tutta la verità? Abbiamo davvero tutte le informazioni per esprimere un giudizio preciso? Quelle che leggiamo sui giornali o ascoltiamo in tv corrispondono alla realtà dei fatti oppure sono menzogne? È possibile che gli uomini di governo dell’Occidente stiano sfruttando il terrorismo, che non cessano di calunniare come se fosse l’origine di tutti i mali, per ottenere un potere straordinario nei confronti della società?
Che cos’è dunque il cosiddetto terrorismo internazionale (Al-Qa’ida, ISIS, Jabhat al-Nusra, Boko Haram, al-Shabaab, etc.)?
Ma, soprattutto, chi ne trae beneficio?
Sono queste le domande fondamentali a cui il libro di Paolo Sensini, dopo aver vagliato un’imponente mole di materiali e documenti originali, risponde per la prima volta in maniera esaustiva e completa.
E lo fa mettendo finalmente in luce la totalità degli aspetti che riguardano i mandanti, i registi, gli attori e le pratiche di quella che definisce come strategia del caos.
In questo scenario anche l’Islam e le sue centrali ideologiche, su cui si sono versati fiumi di parole senza mai toccare il cuore del problema, assumono un significato e dei contorni molto più chiari e definiti. Ne emerge così un quadro sconvolgente, ma allo stesso tempo necessario, per capire e orientarsi nel mare tempestoso in cui ci troviamo a vivere.

Isis. Mandanti, registi e attori del “terrorismo” internazionale,
di Paolo Sensini
Arianna Editrice, 2016, € 14,50

Paolo Sensini, storico ed esperto di geopolitica, è autore di numerosi libri tra cui Il «dissenso» nella sinistra extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010), Libia 2011 (Jaca Book, Milano 2011), Divide et Impera, Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (Mimesis, Milano 2013) e Sowing Chaos. Libya in the Wake of Humanitarian Intervention (Clarity Press, Atlanta 2016). Suoi scritti sono apparsi su varie riviste italiane ed estere.

Italiani in cerca di guai

71feqh-vn1l“Le principali agenzie di stampa diffondono oggi la notizia (lanciata da un sito giornalistico che sembra avere come fonti servizi segreti e comandi militari) che i terroristi dell’ISIS starebbero preparando un attacco alla diga di Mosul dove per folle e illegale decisione del governo italiano sembra prosegua il dispiegamento di centinaia di soldati del nostro Paese.
Ignoriamo ovviamente quale sia il livello di attendibilità della notizia, e quali siano i fini di coloro che dall’interno delle forze armate e/o dei servizi segreti l’hanno diffusa ai mass-media con molti dettagli – veri o falsi che siano -.”
Così ci scrive il “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo, alla cui seconda domanda è davvero difficile replicare.
Proviamo quantomeno ad indagare l’attendibilità della notizia, non prima di ricapitolare i presupposti, e cioé l’aggiudicazione al Gruppo Trevi, fondato nel 1957 a Cesena, dei lavori di consolidamento della strategica diga di Mosul in Irak, avvenuta lo scorso febbraio, e la contestuale decisione governativa di stanziare un contingente militare a difesa e protezione dei civili ivi impegnati.
“Per la prima volta una missione militare italiana nasce per fronteggiare una potenziale crisi umanitaria che però sarà una ditta civile a risolvere.” Così precisava l’inviato de La Stampa a luglio, prevedendo che dopo due mesi ci sarebbe stata una città con casette prefabbricate per ospitare fino a millecinquecento persone, un quadrato grande come venti campi di calcio, circondato da un reticolato, una trincea, un muro di cemento alto tre metri. A soli venti chilometri di distanza dai luoghi dove Curdi irakeni e i militanti dello Stato Islamico si fronteggiano.
Dunque, fonte della notizia secondo cui sarebbe in preparazione un vero e proprio attacco all’infrastruttura, dove sono presenti solo i primi cento di un contingente da 500 Bersaglieri che terranno la posizione per i prossimi sei mesi, è la misconosciuta Wikilao. La quale, buffamente, sul proprio sito riporta la notizia pubblicando il lancio dell’ANSA di ieri 7 settembre.
Direttore di Wikilao risulta essere Lao Petrilli, il che lascerebbe intuire si tratti di una iniziativa di carattere personale. Non ci è risultato difficile individuare le credenziali del Petrilli, il cui stringato curriculum vitae è reperibile qui. A noi piace solamente evidenziare come egli sia autore di un testo che lascia pochi dubbi, e del quale potete ammirare la copertina. Opera che si avvale della prefazione scritta da Ronald Spogli, ambasciatore statunitense in Italia fino al 2009, alla cui azione dedicammo una breve nota che vale la pena rileggere.
Federico Roberti

Gli scherzi di Putin

Con una particolare dedica a chi alimenta quotidianamente la russofobia nel mondo, accusando la Russia di condurre una campagna diffamatoria “ambiziosa”, progettata anche per contrastare l’egemonia e l’influenza degli Stati Uniti negli affari internazionali, finalizzata a seminare sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche americane ed a interferire nelle prossime elezioni presidenziali.

La guerra è pace, la libertà è schiavitù – le operazioni informative della NATO

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Operazioni psicologiche o PSYOP sono operazioni programmate per trasmettere informazioni e indicatori selezionati per il pubblico al fine di influenzare le sue emozioni, motivazioni, ragionamento obiettivo, e in ultima analisi il comportamento di organizzazioni, gruppi e individui.

Scritto e prodotto dal gruppo di Southfront: J.Hawk, Daniel Deiss, Edwin Watson

L’inizio di interesse nelle operazioni di informazione del post-Guerra Fredda può essere fatto risalire all’intervento delle Nazioni Unite in Somalia e al genocidio in Ruanda. I rapporti relativamente onesti e diretti da queste zone di guerra hanno fatto sì che l’opinione pubblica dei Paesi occidentali sia stata un fattore che doveva essere considerato dalle classi politiche. Da qui la protesta al momento circa il cosiddetto “effetto CNN”, che indusse i politici a inviare e/o ritirare le truppe a prescindere da ciò che le élite in realtà volevano accadesse nello stesso tempo. I primi metodi per influenzare l’opinione pubblica manipolando i media, anche se ragionevolmente efficaci, non erano sufficienti. Abbiamo visto i loro punti di forza e limiti durante entrambe le guerre contro l’Irak, in cui la maggior parte dei mezzi di comunicazione è stata effettivamente cooptata attraverso il processo di frequenti conferenze stampa (con abbondanza di video che mostravano le bombe della NATO cadere infallibilmente sui loro ovviamente malvagi obiettivi) e più tardi con “l’arruolamento” di giornalisti per lo più di sesso maschile in unità militari, che naturalmente ha avuto il duplice effetto di compiacere i loro ego e adottare il punto di vista dei militari.
Eppure, nonostante tutto questo, non è stato possibile controllare la narrazione, e il sostegno pubblico per le varie guerre degli Stati Uniti e della NATO è crollato sotto la pressione di notizie scomode provenienti anche da media mainstream che chiaramente hanno mantenuto un certo grado di indipendenza. Ma se corriamo in avanti di un decennio, alle guerre in corso in Libia, Siria, Yemen, Irak, Ucraina, e altre, è chiaro che qualcosa è cambiato. C’è una narrativa dominante che viene spinta da letteralmente ogni fonte dei media mainstream, a prescindere dal loro apparente orientamento ideologico. Ovunque ci si gira, si legge o sente parlare di “barili bomba” di Assad, “massacri” di Gheddafi, o “aggressione russa”. Questi rapporti rappresentano sempre un punto di vista che non è solo del tutto unilaterale, ma anche di fatto sbagliato, pure sulle questioni più fondamentali. Gli USA e la NATO come sono riusciti a raggiungere una tale stupefacente disciplina all’interno dei media occidentali apparentemente liberi e indipendenti? Continua a leggere

Né non-governative né caritatevoli

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“Dato il grande successo delle rivoluzioni colorate negli anni 2000 in diversi Paesi in Europa orientale o repubbliche ex-sovietiche, sono state identificate le missioni politiche di molte ONG (Organizzazioni Non Governative). Sotto il falso pretesto di esportare democrazia, diritti umani e libertà di espressione, tali organizzazioni, in sostanza delle GO (organizzazioni governative), seguono gli ordini degli strateghi della politica estera dei Paesi occidentali. In quest’ambito, il premio va sicuramente agli Stati Uniti per l’elevata potenza assoluta, difficile da eguagliare. In effetti, il Paese dello Zio Sam ha un’ampia gamma di organizzazioni politiche e di beneficenza specializzate nella destabilizzazione non violenta dei Paesi considerati “non-friendly” o “non-vassalli”. Tali organizzazioni hanno quadri politici prescelti, risorse materiali colossali e finanziamenti regolari. Agendo metodicamente, le tecniche utilizzate sono estremamente efficaci soprattutto contro Paesi autocratici o con gravi problemi socio-economici. Le agenzie d’esportazione della democrazia più note sono USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), NED (National Endowment for Democracy), IRI (International Republican Institute), NDI (National Democratic Institute), Freedom House e OSI (Open Society Institute). Tranne l’ultima, tali organizzazioni sono finanziate dal governo degli Stati Uniti. L’OSI, nel frattempo, fa parte della Fondazione Soros, dal nome del fondatore George Soros, miliardario e illustre speculatore finanziario statunitense. Inutile dire che Soros e la sua fondazione collaborano con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti per la “promozione della democrazia”. E la lista delle conquiste è eloquente: Serbia (2000), Georgia (2003), Ucraina (2004), Kirghizistan (2005) e Libano (2005). Nonostante certi gravi errori, Venezuela (2007) e Iran (2009), il successo è stato ancora una volta raggiunto con l’impropriamente denominata “primavera” araba (2011). Il coinvolgimento delle agenzie degli Stati Uniti nell’”esportare” la democrazia è stata chiaramente dimostrata nelle rivolte che hanno scosso i Paesi arabi “prioritari”, Tunisia ed Egitto, e quelli con una guerra civile ancora in corso, Libia, Siria e Yemen. L’efficienza relativa con cui furono destabilizzati e l’apparente spontaneità riflettono il ruolo di cavallo di Troia di tali “ONG”, sostenute da una rete di attivisti indigeni adeguatamente addestrati da enti specializzati.”

ONG: Organizzazione Non Grata di Ahmed Bensaada continua qui.

Strategia segreta del terrore

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«Il nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della terra» (come lo definì nel 2001 il presidente Bush) continua a mietere vittime, le ultime a Bruxelles e a Lahore. È il terrorismo, un «nemico differente da quello finora affrontato», che si rivelò in mondovisione l’11 settembre con l’immagine apocalittica delle Torri che crollavano. Per eliminarlo, è ancora in corso quella che Bush definì «la colossale lotta del Bene contro il Male». Ma ogni volta che si taglia una testa dell’Idra del terrore, se ne formano altre.
Che dobbiamo fare? Anzitutto non credere a ciò che ci hanno raccontato per quasi quindici anni. A partire dalla versione ufficiale dell’11 settembre, crollata sotto il peso delle prove tecnico-scientifiche, che Washington, non riuscendo a confutare, liquida come «complottismo».
I maggiori attacchi terroristici in Occidente hanno tre connotati. Primo, la puntualità. L’attacco dell’11 settembre avviene nel momento in cui gli USA hanno già deciso (come riportava il New York Times il 31 agosto 2001) di spostare in Asia il centro focale della loro strategia per contrastare il riavvicinamento tra Russia e Cina: nemmeno un mese dopo, il 7 ottobre 2001, con la motivazione di dare la caccia a Osama bin Laden mandante dell’11 settembre, gli USA iniziano la guerra in Afghanistan, la prima di una nuova escalation bellica. L’attacco terroristico a Bruxelles avviene quando USA e NATO si preparano a occupare la Libia, con la motivazione di eliminare l’ISIS che minaccia l’Europa.
Secondo, l’effetto terrore: la strage, le cui immagini scorrono ripetutamente davanti ai nostri occhi, crea una vasta opinione pubblica favorevole all’intervento armato per eliminare la minaccia. Stragi terroristiche peggiori, come a Damasco due mesi fa, passano invece quasi inosservate.
Terzo, la firma: paradossalmente «il nemico oscuro» firma sempre gli attacchi terroristici. Nel 2001, quando New York è ancora avvolta dal fumo delle Torri crollate, vengono diffuse le foto e biografie dei 19 dirottatori membri di al Qaeda, parecchi già noti all’FBI e alla CIA.
Lo stesso a Bruxelles nel 2016: prima di identificare tutte le vittime, si identificano gli attentatori già noti ai servizi segreti.
È possibile che i servizi segreti, a partire dalla tentacolare «comunità di intelligence» USA formata da 17 organizzazioni federali con agenti in tutto il mondo, siano talmente inefficienti? O sono invece efficientissime macchine della strategia del terrore? La manovalanza non manca: è quella dei movimenti terroristi di marca islamica, armati e addestrati dalla CIA e finanziati dall’Arabia Saudita, per demolire lo Stato libico e frammentare quello siriano col sostegno della Turchia e di 5mila foreign fighters europei affluiti in Siria con la complicità dei loro governi.
In questo grande bacino si può reclutare sia l’attentatore suicida, convinto di immolarsi per una santa causa, sia il professionista della guerra o il piccolo delinquente che nell’azione viene «suicidato», facendo trovare la sua carta di identità (come nell’attacco a Charlie Hebdo) o facendo esplodere la carica prima che si sia allontanato.
Si può anche facilitare la formazione di cellule terroristiche, che autonomamente alimentano la strategia del terrore creando un clima da stato di assedio, tipo quello odierno nei Paesi europei della NATO, che giustifichi nuove guerre sotto comando USA.
Oppure si può ricorrere al falso, come le «prove» sulle armi di distruzione di massa irachene mostrate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 febbraio 2003. Prove poi risultate false, fabbricate dalla CIA per giustificare la «guerra preventiva» contro l’Iraq.
Manlio Dinucci

Fonte

I buchi neri del terrorismo sotto falsa bandiera

PARIS 14 NOVEMBER

“Ora possiamo affermare che l’intera narrazione ufficiale degli eventi del Charlie Hebdo – insieme alle sterminate narrazioni “derivate” che la stampa e tutti gli organi del mainstream hanno prodotto – sono opera di disinformazione, di manipolazione, di distrazione di massa. Il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve, dopo adeguata meditazione, ha infatti deciso che l’indagine in corso per accertare tutte le responsabilità di quella strage doveva essere fermata, chiusa a chiave, archiviata. La motivazione? “Segreto militare”. È del tutto evidente che il segreto militare serve, per l’appunto, a coprire delle responsabilità. Ovvio che non si tratta delle responsabilità dei “terroristi” che hanno fisicamente preso parte all’azione delittuosa. Il termine “preso parte” è sufficientemente indistinto e tale da consentire interpretazioni molto diverse l’una dall’altra. Può voler dire: partecipazione consapevole, attiva, progettuale, ecc; può anche voler dire partecipazione inconsapevole, involontaria, “colposa”; può voler dire partecipazione coatta. Tutte queste possibili – ed eventuali – forme di partecipazione devono essere indagate, chiarite, scoperte. È la sostanza dell’indagine: quella che può consentire di risalire alle motivazioni, alle complicità, ai mandanti, a coloro che hanno tramato. Il “segreto militare” non può essere invocato in alcun caso tra quelli sopra elencati. Esso viene invocato perché serve a coprire responsabilità delle autorità, degli organi di polizia, dei servizi segreti. Non serve di certo agl’interessi della democrazia. Dunque la decisione di Cazeneuve è la prova che in una qualche fase del massacro dei giornalisti di Charlie Hebdo, e dell’assalto al grande magazzino casher, vi sono state complicità, mancanze, errori da parte di organi dello Stato o di altri Stati. Ma, le mancanze e gli errori dovrebbero – una volta individuati – non solo essere perseguiti con il massimo rigore, ma anche resi pubblici per evitare che si ripetano, per essere corretti, eliminati. Le indagini si fanno per questo. Dunque anche in questi casi non è concepibile il ricorso al “segreto militare” per fermare l’indagine. Restano le complicità. Ma questo significa qualche cosa che non ha più nulla a che vedere con un attentato terroristico “islamico”. Significa che uno o più organi di Stato sono stati complici, o hanno costruito essi stessi l’attentato terroristico. Cioè hanno attentato alla vita dei propri cittadini, li hanno uccisi. Non si commette un tale crimine se non per sovvertire, per dirottare il corso della politica interna, o estera, o entrambe, o l’assetto costituzionale. Gli autori hanno dunque fatto uso della presenza di capri espiatori di religione islamica per creare un clima di odio contro gli stranieri o gl’immigrati. Ma la restrizione delle libertà e dei diritti, ottenuta in questo modo, può essere indirizzata contro i lavoratori, o i cittadini che protestano per le loro condizioni di vita. In Italia questo modo di operare è stato battezzato da gran tempo con il nome di “strategia della tensione”. Negli Stati Uniti ha preso il nome di “false flag operation” (operazione sotto falsa bandiera). Dunque Charlie Hebdo è qualcosa di simile a un buco nero nel quale è ormai impossibile guardare in profondità. E c’è più d’un motivo, come vedremo, per pensare che anche la mattanza del 13 novembre 2015 sia un altro buco nero nel quale non potremo guardare perché ce lo impediranno. Anzi ce lo hanno già impedito, come accade in tutte le false flag operations, creando un’ondata emotiva gigantesca, non più soverchiabile mediante il ragionamento, l’analisi, il ricorso ai fatti realmente accaduti. Tra i due buchi neri esiste una relazione? Cercheremo di capirla, se esiste, dissipando le ombre che li circondano e che si stanno già dilatando fino a oscurare tutto il panorama europeo.”

I misteri dell’attentato di Parigi del 13 novembre 2015. E non solo, di Giulietto Chiesa continua qui.