Soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli

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Che cosa potrebbe fare una povera ex superpotenza fallita?

“Quello di cui il Presidente-eletto Trump ha bisogno è un progetto pronto all’uso, con cui trasferire in patria un quantitativo significativo di bottino imperiale, abbastanza fronzoli e carabattole da mostrare alla gente come simboli di una ritrovata grandezza. Ma il problema è: che cosa c’è rimasto da saccheggiare? I rapporto globale debito/PIL è attorno al 300%, e una nazione fallita che derubi un’altra nazione fallita non ha molte speranze di fare bottino. Le nazioni non in bancarotta, che hanno un debito basso e forti riserve di valuta pregiata e di oro (Russia e Cina) non sono esattamente dei bersagli facili. Attacca la Russia e ti ritrovi a terra, senza neanche sapere che cosa è successo. Attacca la Cina e ti becchi dieci anni di agopuntura, molto cara ed estremamente dolorosa. L’Iran potrebbe sembrare un bersaglio più facile, e Trump ha lanciato qualche grido di guerra più o meno in quella direzione, ma anche i Persiani sono molto insidiosi, e sono ormai quasi 26 secoli che stanno perfezionando l’arte dell’insidia. In più, Cina, Russia ed Iran capiscono benissimo il gioco, e vanno tutti mano nella mano, sfidando gli Stati Uniti a fare qualcosa di nuovo. Contro di loro, gli uomini di Trump sarebbero come bambini sperduti nel bosco.
E così, tramite un processo di eliminazione, arriviamo all’unica, ovvia, possibilità: le monarchie del Golfo Persico, con l’Arabia Saudita che fa da primo premio. Naturalmente, l’Arabia Saudita è un protettorato americano e deve la sua esistenza ad un accordo siglato nel 1945 fra Re Abdulaziz ibn Saud e il Presidente Franklin D. Roosevelt. Ma questo non è certo un problema: il sud di prima della guerra era America in tutto e per tutto, ma questo non ha impedito al nord di attaccarlo. Tutto quello che ci vorrebbe è l’annuncio di un drammatico cambio di politica estera: “L’Arabia Saudita si sta comportando male. Il Presidente Trump è molto deluso”.
Perché un cambio di politica? Perché è indispensabile e il tempo stringe. L’Arabia Saudita ha ancora riserve finanziarie in abbondanza, ma si stanno assottigliando rapidamente, dal momento che la nazione dissipa tutti i suoi averi nel tentativo di mantenere in un relativo benessere la sua popolazione di mangiapane a tradimento. Ha riserve petrolifere in quantità (anche se gradualmente diminuisce la qualità e aumentano i costi di estrazione, a causa della mancanza d’acqua e di altri problemi), ma le sta dilapidando molto più in fretta del dovuto. Vedete, l’Arabia Saudita è (come se fosse) un pusher di petrolio, ma è anche drogata di petrolio, e, gradualmente, ne sta consumando sempre di più. Questo fenomeno è conosciuto come Export Land Effect: le nazioni produttrici di petrolio tendono ad investire i ricavi petroliferi all’interno, creando una crescita economica che, a sua volta, fa aumentare i consumi energetici. Distruggere l’economia saudita, salvaguardando allo stesso tempo la sua industria petrolifera, renderebbe nuovamente disponibili per l’esportazione notevoli quantitativi di petrolio.
Ciò che rende questo progetto pronto all’uso è il fatto che l’Arabia Saudita è un bersaglio molto facile. Prima di tutto, è piena di imbecilli. Gente che per tutto il tempo non fa altro che sposarsi fra cugini, e dopo qualche generazione di simili incroci fra consanguinei il suo QI si può contare con le dita delle mani (pollici compresi, se è un numero veramente alto). Neanche il sistema educativo saudita è di molto aiuto: si basa sopratutto sulla ripetizione a memoria del Corano e dei testi ad esso correlati, e non tiene in nessuna considerazione il pensiero critico ed indipendente e quella forte voglia di rivolta che rendono le nazioni difficili da conquistare e da controllare. L’economia dipende quasi completamente dai lavoratori stranieri, dal momento che gli stessi Sauditi non amano lavorare troppo, e questa comunità di lavoratori provenienti dall’estero può essere facilmente intimorita e costretta a fare le valige. Infine, i Sauditi sono estremamente inconsistenti dal punto vista militare, come si è visto nell’attuale assenza di progressi nello Yemen (crisi umanitaria a parte). Tutti i loro sistemi d’arma sono realizzati negli Stati Uniti, e possono essere disabilitati con breve preavviso bloccando l’invio di mercenari, istruttori e pezzi di ricambio. (A differenza del materiale di fabbricazione russa, che può funzionare in maniera autonoma per decenni e che normalmente si riesce a riparare con martello e cacciavite, gli armamenti americani tendono ad essere complessi e necessitano di manutenzione specialistica continua).
(…)
La prima bordata potrebbe essere una serie di poche, semplici richieste. L’Arabia Saudita dovrebbe unirsi alla comunità delle nazioni civili e garantire gli stessi diritti alle donne ed alle minoranze sessuali, la libertà di culto per i non-Mussulmani e gli atei, il diritto al matrimonio fra persone appartenenti a gruppi religiosi diversi, una tabella di marcia verso il raggiungimento di un ordine costituzionale, una democrazia rappresentativa e la rinuncia all’applicazione della dottrina religiosa alle questioni civili. Da qui la situazione potrebbe facilmente degenerare, una bomba qui, un po’ di disordini laggiù e, dopo un po’, tutti i lavoratori stranieri se ne tornano a casa, i consumi petroliferi interni crollano e l’industria petrolifera ritorna sotto il controllo straniero, la ricchezza viene espropriata e utilizzata per “rendere nuovamente grande l’America”. Quest’ultima parte potrebbe non andare a genio a tutti, ma il piano generale ha così tanti aspetti positivi che la maggioranza lo accetterebbe comunque. Specialmente gli Europei, che si lamentano della marea di migranti islamici, molti dei quali radicalizzati dagli insegnamenti sauditi, accoglierebbero a braccia aperte un modo per rendere innocuo e socializzare l’Islam, trasformandolo così in un’altra religione, i cui praticanti evitino di usare la parola “infedele” come un pugno in faccia e non siano così stupidi da cercare di imporre gli atavici dettami della loro religione alla comunità, in gran parte secolare, che li circonda.
Se Trump non romperà quell’uovo di cioccolato che è l’Arabia Saudita e non scapperà con la sorpresa che contiene, allora lo farà qualcun’altro. I giorni dell’Arabia Saudita sono contati. Per adesso è ancora ricca di soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli, ma sta consumando sempre più rapidamente i primi due. Aspettate solo una dozzina d’anni o giù di lì, e tutto quello che sarà rimasto saranno sabbia ed imbecilli. Ben prima di allora, qualcuno cercherà di arrivare fino a loro e di portar via quello che rimane del tesoretto. Potrebbero anche essere gli Americani: sono stati loro a dare il via a questo caotico regno nel deserto, potrebbero anche essere quelli che gli daranno il colpo di grazia.”

Da Come rendere nuovamente grande l’America con i soldi degli altri, di Dmitry Orlov.

Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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La più grande balla del Solstizio

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Francia, gennaio 2015…

La più grande stronzata del 21 dicembre, solstizio d’inverno (ci torno dopo), la spara la TV a mezzogiorno.
Livorno, pausa pranzo in trattoria. Operai e camionisti. Silenzio e TV in attesa del pasto.
Faccia da giornalista RAI, la tettona deturpata dai lifting marci spara dal TG
SCOPERTA L’IDENTITA’ DELL’ATTENTATORE DI BERLINO: TROVATI I SUOI DOCUMENTI SOTTO IL SEDILE DEL CAMION NERO!
Notare NERO, così già ci subliminano ISIS. Bravi.
Silenzio in sala, e quindi sbotto con gran voce e risata: ma che cazzo, prima corrono dietro al musulmano sbagliato e poi, DOPO DUE GIORNI che hanno in mano il camion della strage finalmente la GRANDE POLIZIA TEDESCA guarda sotto al sedile e risolve il gran mistero?
Ci si guarda e i volti cambiano espressione, si comincia a parlarsi e qualcuno ridacchia pure. Ma che cazzo…
Vedo gente andar via discutendo.
Al mio tavolo rincaro con l’LSD: se l’inghippo è vero, e la logica dice che è vero, o la Merkel sapeva oppure ha subito. E se è vero, come la logica dice, che il tutto è servito per coprire l’omicidio di Ankara, vuol dire che la Germania è dentro la faccenda fino al collo, sia a Berlino che ad Ankara. E vuol dire che pure la Germania, come già gli USA dal Tonkino all’11/9, e l’Italia delle stragi ecc. ecc., non ha alcun riguardo a far fuori propri cittadini ignari per Ragioni di Stato.
Un mio collega si alza, vado fuori a fumare dice. Torna un po’ pallido, e mi fa: ma che cazzo… E’ uno che parla solo di calcio e di lavoro. Si è presa la legnata, e l’ha sentita bene. E approfitto per aggiornare il tavolo sulle ultime faccende internazionali…
Lavoro di base.
Ovvio che ragionare su questo, degli storici legami turco germanici, della sempiterna ricerca tedesca del petrolio che non ha mai raggiunto nè via Stalingrado nè prima via Bassora, della sua odierna possibilità di affrancarsi militarmente dagli USA in crisi e ridiventare il pivot for Asia in Europa, e di affrontare un nuovo confronto-conflitto in Medio Oriente e Caspio con la Russia, a me fa turbinare le sinapsi e tremare il resto. Scaviamo in Germania oltre la Merkel, e troviamo Bayer-Monsanto e la siderurgia, la cantieristica e il marittimo, e parecchio altro.
Andiamo sul leggero ora, così vi faccio gli auguri per il solstizio d’inverno, il senso cui diamo nella mia piccola famiglia di mangiapreti alle feste di dicembre, da santalucia del tramonto più anticipato del 13 dicembre, alla risalita del sole all’alba della Befana, il 6 gennaio. Giusto a metà ci sta il 25 dicembre, guarda caso usurpato dalla Croce e dalla Coca Cola a propri fini entrambi socio-commerciali. L’astronomia è una scienza esatta, pone dati e chiodi inconfutabili, un problema per chi pone l’uomo e le sue elucubrazioni , in epoca storica, per dolo o colpa, a guida e motivo dell’esistenza dell’universo, i cazzaroli del principio antropico. L’astronomia, e il cosmo suo oggetto di studio, è suo malgrado immutabile, in rapporto ai tempi della civiltà umanoide, e proprio per questo degna di antico rispetto. Perchè supera l’uomo in costanza e determinazione. Questo gli antichi rispettavano, rispettando prima la natura e poi, per discendenza, l’umanità. L’uomo sa, l’albero sa di più, la pietra sa quasi tutto: è stata fusa dal sole. Buon solstizio a tutti, specie alla Siria e al suo popolo, e altrettanto alla Russia e al popolo russo che oggi è sotto attacco e con forza e orgoglio, giustamente, si difende.
Un abbraccio a tutti voi, simpatici o antipatici. Ma compagni.
Jure Ellero

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Sotto l’albero spento

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Le istituzioni bolognesi celebrano l’aggressione alla Siria

Vedere anche se non si vuol credere.
Sabato scorso il primo cittadino Merola, il vescovo Zuppi e il rampollo emiliano stile Fratelli Musulmani Lafram tutti insieme sotto l’albero di Piazza Maggiore.
L’albero, come per magia lacrimatoria mediaticamente orientata, viene al click appositamente spento, mentre i tre oscuri alfieri petroniani vanno a reggere il vessillo dell’aggressione occidentale alla Siria.
Immortalati non a caso dietro la stessa bandiera imposta al Paese durante il “protettorato” coloniale francese, lorda di sangue dei bambini siriani da ben prima che qualche scellerato sinistrato cominciasse ad esporre cartelli post orwelliani con la scritta Save Aleppo.
La cornice è quella di Bologna, città la cui amministrazione propone come fiore all’occhiello per il triennio prossimo il progetto della Disneyland del cibo fra i compagni di merende renziani e il prode dei magnamagna italidiotati, Oscar Farinetti.
Qualche decina di persone a prendersi un gran freddo che parte dalla mente, ma è il dato di pura propaganda che conta di più.
Al confronto, le armi di stordimento e di fabbricazione degli eventi-notizia sperimentate in Jugoslavia impallidiscono: Aleppo è ben peggio dell’invenzione del massacro di Srebrenica, e lo storytelling dura in questo caso da almeno quattro anni. Merola e Zuppi non possono non saper mentre recitano sotto stretto controllo dei rispettivi spin doctors (peraltro affiliati, come si è saputo, alla stessa casa-madre).
Nell’occasione, la variabile depistante ma non troppo è l’italiota islamista Yassine Lafram, giovane aspirante “uomo delle istituzioni” che puzza di settarismo trasformista da un miglio di distanza, con l’eloquenza torbida infarcita di espressioni da gnomo generazione Erasmus e predicatore in pectore di Al Jazeera.
Ora, che costui non sia in grado di rappresentare alcunché di solido e di popolare dentro la cosiddetta “comunità islamica” bolognese lo dicono a mezza voce i suoi stessi correligionari, ma questa palese mancanza di investitura dal basso pare invece costituire il pivot decisivo per accreditarsi presso le autorità cittadine così riunite.
Nulla importa, invero, all’establishment bolognese se questi personaggi da anni, mantenuti da reti di fondi che provengono dai petrodollari sauditi o qatarioti, rimestano il brodo di coltura degli sfigati inviati ad ingrossare le bande mercenarie a cui i servizi occidentali affibbiano di tanto in tanto nomi differenti (da Al Qaeda all’ISIS). Va bene così: perché anche loro, come si vede mirabilmente nel quadretto sotto l’albero di Piazza Maggiore, sono (o stanno diventando) establishment.
Figuriamoci poi se un qualsiasi intimo dubbio o rimorso può venire a gente come Merola e Zuppi, ferventi servitori autoproiettati e convinti nel ruolo di fiancheggiatori di un’aggressione che rientra nei piani ormai storici per il Nuovo Medio Oriente: loro eseguono solo gli ordini e glorificano lo script occidentale a dominanza statunitense.
Ma quello che han fatto sotto l’albero spento “per Aleppo” è il loro minimo sindacale: il resto dell’aggressione, la parte di gran lunga preponderante e “scientifica”, la fanno quotidianamente ai danni dei loro concittadini e del loro stesso Paese.
Sonia Ardizzoni

Ai tre sotto l’albero spento

Usi coprir menzogna con menzogna
come tempo non avete a comprender nel labirinto
che il vento può mutare o è già mutato
così niun dei vostri fedeli d’oggi si garberà al dunque
di farvi intonar l’appello ai vostri padroni

so’ fratell’ a noi
ce vengono a liberà

nel labirinto che s’apre
grande e complicato
non mancheranno i cessi
attesa è la vostra mano d’opera
onde nettarli

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Le prime luci dell’alba?

aa_mainstream-media-lies-23-things-that-are-not-what-they-seem-to-be-on-television“Come dicevo all’inizio, osservando il decorso dell’anno sembrerebbe innegabile che questo 2016 sia stato per l’umanità un anno davvero infernale, un annus horribilis.
Eppure…
Eppure ci sono dei segnali decisamente emblematici che forse ci permetteranno di riconsiderare questa conclusione.
In primo luogo prendiamo in esame i media; questo è stato l’anno in cui il potere manipolatore dei media ha mostrato per la prima volta i suoi limiti.
Brexit era stata considerata non realistica e tutta la stampa aveva suonato all’unisono la grancassa della permanenza del Regno Unito in Europa; per meglio ‘convincere’ l’opinione pubblica si era addirittura ricorsi all’omicidio politico della parlamentare laburista Jo Cox, esponente del fronte Remain.
Stesso discorso per le elezioni USA, nel corso delle quali i mezzi d’informazione, i politici e Hollywood avevano ripetuto ossessivamente il mantra della ormai certa elezione della Clinton.
La cosa si è ripetuta, in piccolo, a casa nostra, dove la vittoria del Sì al referendum era data per scontata sulla base di poco affidabili indagini di mercato.
Dunque i media, il principale strumento della manipolazione dei popoli inizia a perdere la sua presa sul mondo reale e questo è un elemento che non può non preoccupare le élite che governano il mondo. Tanto da costringerle a spingere sul pedale dell’acceleratore in modo piuttosto pesante per spostare la direzione dei pensieri e delle emozioni della gente nelle direzioni volute.
Ecco allora l’intensificazione dei tentativi di denigrare, irridere o addirittura proibire pensieri che non siano politically correct, tendendo a realizzare sulla Terra un global thinking, un pensiero unico, il vero obiettivo della globalizzazione mondiale.
Se tali interventi tendono a paralizzare il pensare, l bombardamento di immagini di eventi sanguinosi e catastrofici sono intesi a depotenziare il sentire ed il volere delle masse, paralizzandole con progressive ondate di ansia, angoscia e paura ed inibendone le possibili reazioni.
Così determinate forze – chiamatele fratellanze oscure o élite mondialiste o piramidi di potere neo-oligarchiche, come preferite – lavorano per paralizzare pensare, sentire e volere in modo da creare l’uomo nuovo, totalmente asservito alla realtà virtuale, sul sentiero dell’uomo-macchina che, grazie alla totale immersione nel mondo irreale delle immagini virtuali, dei chip impiantati sottopelle, dell’incremento esponenziale delle ludopatie e dell’addiction ai dispositivi digitali può facilmente venir manipolato socialmente da chi esercita la governance mondiale.
Questo progetto globale – ormai da anni evidente a chi osservi la realtà dei fatti in modo disincantato – potrebbe, tuttavia, aver mostrato per la prima volta, quest’anno, una vulnerabilità rilevante.
Forse, allora, il 2016 potrebbe rappresentare, sì, un annus horribilis, ma non per l’umanità nel suo complesso, bensì per quell’establishment che ormai, in maniera sempre più scoperta, più parossistica, sta cercando di mettere a segno dei successi, costi quel che costi.
Il crescendo di ferocia e di efferatezza degli eventi di questi ultimi mesi indica – se ce ne fosse ancora bisogno – insomma, la debolezza e la rabbia impotente delle oligarchie dominanti, che vedono allontanarsi il loro obiettivo, pazientemente perseguito in questi ultimi decenni.
Ciò è particolarmente evidente osservando da una parte la sempre maggiore approssimazione e spudoratezza di certi attentati e dall’altra la studiata ricerca del massimo effetto possibile sull’opinione pubblica grazie a una spettacolarizzazione della morte e della paura in diretta grazie a sapienti messinscena e a media compiacenti.
Se coloro che lavorano nella e per la verità – ciascuno nella sua realtà interiore e nel suo ambito sociale – sapranno cogliere questa opportunità, la notte oscura di questo mondo crepuscolare e disumano verrà presto rischiarata dalle prime luci dell’alba.”

Da 2016, annus horribilis? O no?, di Piero Cammerinesi.

Gli interventi del professor Paolo Becchi e di Paolo Borgognone, alla conferenza “Come i media e la cultura dominante alterano le coscienze, nascondendo il rischio di guerra nucleare”, svoltasi a Genova lo scorso 17 dicembre.

Medio Oriente, Siria, ISIS: la verità mistificata

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Molto, molto pericoloso

moscow-weather“L’intervento della Russia nel conflitto siriano, a partire da settembre 2015 (esattamente un anno dopo che gli Stati Uniti avevano iniziato a bombardare obiettivi ISIL nel paese), destinato a puntellare lo Stato siriano contro un’opposizione intessuta di ciò che gli Stati Uniti ritengono la “opposizione moderata”, è stato un cambio di gioco. L’entrata in campo, su richiesta del governo siriano (che, bisogna ripeterlo, è il governo di una repubblica laica, costituzionale riconosciuta diplomaticamente dalle Nazioni Unite e ha rapporti cordiali con la Russia, l’Iran, la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, le Filippine, Argentina, Tanzania, Cuba, Egitto, Iraq, Algeria, Oman e molti altri Paesi, nonostante gli sforzi di Washington per isolarla e rovesciarla), questo intervento è legale, mentre quello degli Stati Uniti non lo è.
La stampa statunitense ha praticamente ignorato i successi russi nel favorire l’esercito siriano distruggendo i convogli di petrolio che si dirigevano dal territorio controllato dai terroristi in Turchia per la vendita illegale e per aver sottratto Palmira alla crudeltà dell’ISIL che aveva distrutto il Tempio di Bel. Invece, facendo eco al Dipartimento di Stato, semplicemente si accusava Mosca di sostenere il governo riconosciuto a livello internazionale contro i ribelli che gli Stati Uniti vogliono far vincere.
Le azioni russe, rafforzando ulteriormente la posizione del regime e indebolendo quelli ufficialmente considerati da Washington e Mosca come terroristi, costrinsero gli Stati Uniti a rispondere positivamente agli appelli russi per un’azione comune contro questi ultimi. Il 9 settembre Kerry e Lavrov concordarono un piano per un cessate il fuoco di una settimana (che il governo siriano ha accettato) tra le forze di Stato e l’opposizione “legittima” (appoggiata dagli Stati Uniti). Durante questo periodo, questi ultimi si sarebbero separati da al-Nusra per evitare di essere essi stessi bombardati.
Queste misure dovevano essere seguite da azioni russo-americane coordinate contro i terroristi, mentre i colloqui di pace riprendevano a Ginevra. Purtroppo gli Stati Uniti sono stati incapaci o riluttanti a convincere i suoi numerosi protetti nel conflitto a separarsi da al-Nusra. (Questo è ciò che veramente ha condannato la trattativa, l’incapacità degli Stati Uniti di riconoscere la propria fine.) Alcuni clienti con rabbia rifiutarono e si rivolsero ai loro consulenti statunitensi. Il 16 settembre (presumibilmente per errore) gli Stati Uniti e parecchi suoi alleati hanno bombardato una base dell’esercito siriano uccidendo 62 soldati impegnati in combattimenti con l’ISIL. Infuriata, la Siria ha ripreso il bombardamento di Aleppo est, che è controllata da al-Nusra (Fatah al-Sham). Gli americani hanno accusato la Siria o la Russia per il bombardamento, ancora inspiegabile, di un convoglio di aiuti delle Nazioni Unite, facendo 20 morti tre giorni dopo, e ha sospeso i negoziati con la Russia.
In altre parole, avendo temporaneamente ammesso la necessità di cooperare con la Russia alleata della Siria per risolvere un conflitto che gli Stati Uniti avevano deliberatamente aggravato, con risultati terribili, gli Stati Uniti hanno sabotato i colloqui. E dopo averlo fatto, improvvisamente sono scivolati in una condotta al vetriolo senza precedenti; osservate le prestazioni dell’ambasciatrice alle Nazioni Unite Samantha Power il 18 settembre, dove lei con rabbia ha respinto la morte dei soldati siriani come un dettaglio minore in una guerra, e rimproverò l’ambasciatore russo per aver chiamato una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere sulla Siria una “bravata”. ( Lei, ovviamente, era stanca dell’ostinato rifiuto della Russia di concedere alla “nazione eccezionale” il futuro del suo alleato.)
Intanto Hillary Clinton di recente, il 9 ottobre, ha ribadito nel “dibattito” con Trump che (ancora) sostiene una no-fly zone. Anche se i suoi pezzi grossi le hanno detto che questo significherebbe lo spiegamento di decine di migliaia di soldati degli Stati Uniti in una guerra con la Siria e la Russia. Lei è tenuta a galla da quel molto insolito promemoria di dissenso firmato lo scorso giugno da 51 attuali funzionari del Dipartimento di Stato che non considerano l’ISIL l’epicentro ed esigono un cambio immediato di regime in Siria. Lei sa che il Dipartimento di Stato è più aggressivo rispetto al Pentagono, ma che il Pentagono è anche sospettoso di ogni cooperazione con la Russia, dovunque, come ad esempio Lavrov ha più volte proposto. Lei sa che i mezzi di informazione in questo Paese hanno fatto credere che la Russia, attraverso il suo sostegno a un brutale dittatore, è responsabile per il genocidio in Aleppo est, mentre gli Stati Uniti si siedono in disparte e non fanno nulla!
Lei è ansiosa di nominare Michèle Flournoy (precedentemente il civile situato al terzo livello del Pentagono sotto Obama) come suo Segretario della Difesa. Flournoy ha anche chiesto una “no-fly zone” sulla Siria e “una coercizione militare limitata” per rimuovere Assad dal potere. Lei ha effettivamente proposto il dispiegamento di truppe di terra statunitensi contro l’esercito arabo siriano.
L’8 ottobre la Francia ha proposto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che vieta il bombardamento siriano o russo di Aleppo est controllato da al-Nusra, mentre tace sul bombardamento illegale della Siria condotto dagli USA e dai suoi alleati. Una barzelletta assurda, contrastata da Cina e Russia, che hanno posto subito il veto. Lo scopo era diffamare ulteriormente il governo siriano e la Russia.
Non è ovvio? L’opinione pubblica si sta preparando per un’altra guerra per il cambio di un regime. La più alta posta in gioco questa fino ad oggi, perché potrebbe portare alla terza guerra mondiale.
Ed è appena anche un argomento di conversazione in questa elezione truccata, che sembra progettato per non solo presentare un guerrafondaio, ma per sfruttare al massimo la rozza russofobia in corso. Il punto per Hillary non è solo salire al potere, a qualunque costo, ma preparare il popolo per altri Afghanistan, Iraq e Libia. Il punto è quello di cullare il popolo nell’amnesia storica, impedirgli di vedere il primato di Hillary nel militarismo spericolato alla maniera di Goldwater, sfruttare la mentalità da Guerra Fredda persistente tra i più arretrati e ignoranti, e assicurare che l’elettorato il quale, mentre in genere deplora il risultato delle elezioni truccate nel mese di novembre, si radunerà ben presto dietro la corrotta Hillary non appena lei troverà un pretesto per fare la guerra.
Molto, molto pericoloso.”

Da Un’informazione urgente sulla Siria, di Gary Leupp (docente di Storia presso la Tufts University).