L'”approccio olistico” della NATO

Tranquilli, non ci siamo fatto suggestionare dalla New Age.
Parliamo piuttosto delle risultanze del ”convegno di studio” Eagle Eye 2011, tenutosi ad inizio settimana presso la caserma ”Ugo Mara” di Solbiate Olona, sede del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO (NRF), che nelle parole del generale Gian Marco Chiarini “è servito per ricevere un apporto qualitativamente elevato da esperti del settore sulle novità scaturite dall’ultimo summit della NATO tenutosi il 19 e 20 Novembre scorso a Lisbona”.
In quell’occasione, l’Alleanza Atlantica aveva formalmente adottato il suo nuovo Concetto Strategico, circa cui alla Ugo Mara hanno discettato “esperti studiosi di problematiche geo-strategiche” quali l’Ambasciatore Istvan Gyarmati, Presidente del Centro Internazionale per la Transizione Democratica con sede a Budapest in Ungheria; il professore Massimo de Leonardis, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università del Sacro Cuore di Milano; il generale di Corpo d’Armata Carlo Bellinzona; il professor Sten Rynning, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università della Sud Danimarca; il professore Andrea Margelletti, Presidente del Centro di Studi Internazionali (Ce.S.I.).
Gli interventi hanno analizzato il nuovo approccio che la NATO intende adottare per la pianificazione e la condotta delle operazioni militari, il cosiddetto ”approccio olistico” od ”onnicomprensivo”. I conflitti e le crisi presenti sull’attuale scenario mondiale sono così variegati ed asimmetrici che si rende necessario, secondo la nuova ortodossia atlantica, condurre le operazioni non solo con l’uso della componente militare convenzionale ma coinvolgendo tutte le organizzazioni a qualunque titolo impegnate nella risoluzione della crisi.
Insomma, quella commistione fra sfere militare e civile utile a rendere più digeribile la politica di penetrazione strategica USA/NATO, come puntualmente segnalato da Antonio Mazzeo a riguardo del continente africano.
Una prassi analoga è applicata da tempo, come in un laboratorio, anche in Afghanistan senza che i risultati, in termini di riduzione della conflittualità sul terreno militare e della povertà endemica che affligge la popolazione nonostante i miliardi di dollari (e di euro…) riversati in loco, possano deporre a favore dei suoi sostenitori.
I quali, del resto, a partire dall’Italia, non paiono neanche turbati dal crescente drenaggio finanziario che tali scelte comportano ai danni dei sistemi di welfare dei propri Paesi.