Verità e sovranità

Da quando Donald Trump è divenuto presidente degli Stati Uniti, la destra italiana si è riscoperta «sovranista», facendo intendere che vuole difendere la sovranità nazionale senza, però, specificare da chi.
Non lo può dire perché il «sovranismo» è la mera reiterazione dello slogan di Donald Trump, è quindi l’ennesima dimostrazione di sudditanza psicologica e politica della destra nei confronti dell’alleato-padrone.
Invece, la sovranità nazionale è l’obiettivo primo di quanti si propongono di restituire l’Italia agli Italiani è per raggiungerlo l’ostacolo primo da rimuovere è rappresentato dalla politica coloniale degli Stati Uniti nei nostri confronti.
Come può l’Italia riacquistare la propria sovranità nazionale?
In un modo solo: uscire dopo 73 anni dal tunnel della sconfitta militare del 1945.
Sul finire del 2018, possiamo prendere atto che la classe politica dirigente imposta dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale all’Italia sconfitta è quasi scomparsa per un fisiologico ricambio generazionale, così che diviene possibile confrontarsi con la storia nazionale post-bellica.
Non sarà agevole perché non ci sono segnali da parte della classe politica italiana della volontà di percorrere a ritroso il cammino fatto dall’Italia sotto il dominio assoluto degli Stati Uniti per comprendere che siamo ancora una colonia americana.
Si può prendere coscienza di questa amara realtà ristabilendo la verità storica su quanto è accaduto nel nostro Paese perché è dalla sua affermazione che sarà possibile, per tutti gli Italiani, riconoscere che la prima conseguenza della sconfitta militare è stata proprio la perdita della sovranità nazionale, della dignità nazionale, della libertà di tutti e di ognuno a prescindere dallo schieramento ideologico nel quale si sono trovati a militare.
La verità è una sola, senza aggettivi, perché non può esistere una verità giudiziaria, una storica, una politica.
La verità si può raggiungere sia attraverso le indagini su episodi specifici svolte dalla magistratura, sia per mezzo delle ricerche fatte dagli storici ma tocca ai dirigenti politici – i soli che ne hanno i mezzi – la decisione di aprire gli archivi segreti dello Stato e di imporre a ufficiali, funzionari, dirigenti dei vari ministeri chiave (Esteri, Difesa, Interni) e della presidenza del Consiglio di dire quello che sanno.
In questo modo si potrà leggere la storia italiana senza ricorrere ai «distinguo» che la costellano per mantenere separati i fatti come se fossero avulsi dal loro contesto.
Non si possono, difatti, presentare le stragi di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 e quella di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, come ispirate a una logica diversa da quella di un anticomunismo che si era preposto di utilizzare ogni mezzo per bloccare la lenta ma inesorabile avanzata elettorale del PCI, ritenuto nel 1947 e nel 1974 la «quinta colonna sovietica» in Italia.
Non sarà più possibile non collegare il piano predisposto nel giugno del 1964 per una manifestazione indetta a Roma dalle forze anticomuniste, primo il Movimento Sociale Italiano, destinata a degenerare in sanguinosi incidenti per fornire ai politici del tempo il pretesto per far intervenire le Forze armate e i Carabinieri, con quello poi attuato nel mese di dicembre del 1969 che prevedeva, dopo le stragi del 12 dicembre, una manifestazione missina a Roma con l’identico fine del giugno 1964.
Sappiamo che nell’estate del 1964 fu il generale Giovanni De Lorenzo a opporsi al piano che trova implicita ma chiara conferma nelle parole dette alla moglie al rientro a casa dopo la riunione presso l’abitazione del senatore Tommaso Morlino: «Volevano fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno».
Nel mese di dicembre del 1969 non sappiamo se, viceversa, c’era un «nuovo» Bava Beccaris perché a vietare le manifestazioni sul territorio nazionale, compresa quella indetta a Roma il 14 dicembre dal MSI, fu il presidente del Consiglio Mariano Rumor.
Sarà anche possibile, finalmente, chiedere conto all’alleato-padrone della morte del presidente dell’ENI Enrico Mattei, del sabotaggio dell’aereo «Argo 16», della morte del generale Enrico Mino, del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, fine all’uccisione del questore Nicola Calipari.
L’affermazione della verità, pertanto, non è fine a se stessa, non è circoscritta alla conoscenza dei nomi di esecutori e mandanti, viceversa è il mezzo più idoneo per riconquistare la sovranità nazionale.
Nelle tragiche pagine della storia italiana post-bellica, difatti, non ci sono responsabilità esclusivamente nazionali ma anche – e soprattutto – internazionali.
L’adesione alla NATO è stata un’operazione liberticida e suicida da parte della classe politica dirigente perché ha vincolato il Paese a una guerra alla quale, restando neutrale, poteva evitare di prendere parte.
Non conosciamo i protocolli segreti, le intese multilaterali e bilaterali stipulate con la potenza egemone e i suoi alleati, ma sappiamo con certezza assoluta che in questo Paese hanno agito con libertà d’azione e con totale impunità tutti i servizi segreti dei Paesi occidentali e che i servizi di sicurezza italiani sono ancora mero strumento di quelli americani.
Una condizione di servaggio che nessuno osa denunciare, che nessuno chiede di modificare perché nessuno osa scrivere la storia per quella che essa è stata.
La storia in Italia non rappresenta un problema politico, non è oggetto di dibattiti parlamentari né di esami sul piano governativo che dovrebbero concludersi con provvedimenti legislativi finalizzati a rivendicare l’indipendenza del Paese.
Nell’Italia dei rinnegati al potere, abbiamo assistito perfino alla richiesta, avanzata dal governo diretto dall’ex comunista Massimo D’Alema a quello americano, di non rendere pubblici i documenti desecretati della CIA sulle elezioni politiche del 1948.
Non risulta che i governi successivi abbiano revocato la richiesta perché temono che emerga la verità sui fatti che risalgono a 70 anni fa.
Non è che un esempio, questo, di tutto quello che hanno fatto nel tempo i governi italiani contro la verità.
Non si può sperare, oggi, che si possa invertire la tendenza quando al governo siedono i rinnegati della Lega Nord complici da un trentennio di ogni infamia perpetrata contro la verità e chi se ne è fatto portatore.
I Salvini passano, l’Italia resta.
Quando l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, le campane di tutte le chiese suonarono a morto per segnalare che era un giorno di lutto nazionale.
Può ancora arrivare il giorno in cui potranno suonare a festa per dire agli italiani che hanno ritrovato libertà, indipendenza e sovranità.
Il mezzo c’è e ha un nome breve: verità.
Vincenzo Vinciguerra

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Italia e UE votano per i missili USA in Europa

Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia.
Fu donata dall’URSS nel 1990 per celebrare il Trattato INF stipulato con gli USA nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in URSS).
Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri Paesi dell’Unione Europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato INF», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni.
L‘Unione Europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della NATO (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla UE) – si è così totalmente uniformata alla posizione della NATO, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati Uniti.
Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato INF.
Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina.
Il rappresentante russo all’ONU ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti». In altre parole ha avvertito che, se gli USA installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati Uniti).
Ignorando tutto questo, il rappresentante UE all’ONU ha accusato la Russia di minare il Trattato INF e ha annunciato il voto contrario di tutti i Paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo». Nella sostanza, quindi, l’Unione Europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari USA in Europa, Italia compresa.
Su una questione di tale importanza, il governo Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla UE che a sua volta si è accodata alla NATO sotto comando USA.
E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’ONU. Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di Non-Proliferazione, imponendo agli USA di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12.
Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli Italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati.
O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti.
Manlio Dinucci

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Un appello al presidente Mattarella

“2mila ettari, il poligono militare più grande d’Europa. Ufficialmente doveva essere un campo di addestramento reclute. Nella realtà, una terra di nessuno dove per almeno dieci anni l’esercito italiano e la NATO hanno testato e fatto brillare migliaia di ordigni, rilasciando in aria, nel terreno e nel mare tonnellate e tonnellate di inquinanti.
Una storia molto italiana, perché sarebbe potuta passare sotto silenzio per sempre se non fosse stato per l’impegno della Procura di Lanusei che, con estrema fatica, da otto anni cerca di dare giustizia a un territorio martoriato. E alle vittime, tra i civili come tra i soldati.
Una storia europea, perché mai in nessun paese del nostro continente dei militari sono finiti sotto processo per la gestione di una base militare.
Una base, quella del Salto di Quirra sorta in un territorio selvaggio e bellissimo: siamo nel comune di Perdasdefogu, nella Sardegna centro-orientale, a cavallo tra le province di Nuoro e Cagliari, appena sotto l’Ogliastra. Una terra unica e splendida, carsica, con un incredibile sistema di grotte, gole, anfratti; una macchia mediterranea , coste a picco sul mare cristallino. Siamo in una delle zone del pianeta dove si vive di più in assoluto: qui i centenari non sono una eccezione. Un territorio un tempo incontaminato, ricco di sorgenti, con pascoli verdissimi e dal 1956 in poi, con l’apertura del Comando Interforze, devastato per sempre e avvelenato per secoli.
Il caso Quirra e il relativo processo a carico di otto comandanti del poligono e del distaccamento (sul mare) di Capo San Lorenzo, quindi, è unico al mondo.
Ma i tempi della giustizia italiana, si sa, sono lunghi, specialmente in certi casi. Così questo processo va avanti ormai da otto anni e la prescrizione è sempre più vicina. Anzi: il primo tra i rinviati a giudizio, il Comandante Paolo Ricci, è già formalmente assolto per prescrizione. Per una seconda assoluzione è solo questione di settimane.
Perché il reato contestato è il 437 del codice penale [omissione e rimozione di cautele contro infortuni sul lavoro – n.d.c.], tempo di prescrizione: 10 anni.
(…) È il primo e unico processo di questo tipo in Italia, la prima volta che le Forze Armate vengono messe sotto accusa per aver provocato vittime e danni a civili e militari. Gli imputati rischiano pene fino a dieci anni di reclusione.
Il Giudice monocratico Nicole Serra potrebbe però, viste le evidenze che il processo sta raccogliendo, riconoscere anche l’articolo 434: disastro ambientale. In quel caso i tempi di prescrizione si allungherebbero di due anni. Ma la lista dei testimoni della difesa è lunga, sono più di 20. C’è poi un aspetto fondamentale: cosa accadrebbe se i comandanti dicessero di aver semplicemente obbedito a degli ordini, se si difendessero sostenendo che non potevano essere a conoscenza della tossicità degli elementi contenuti nelle bombe e nei missili (non sono tenuti a saperlo) se insomma le responsabilità venissero rimandate ai più alti gradi in comando? Ecco perché diventa cruciale il ruolo dell’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiamato a testimoniare dall’avvocato di parte civile Gianfranco Sollai. Una testimonianza che potrebbe svolgersi a inizio dell’anno prossimo.
Spiega Sollai a EC: ”Mattarella è stato Ministro della Difesa dal 1999 al 2001. Ovvero nel periodo per noi cruciale per capire quale fosse la catena di comando, quali gli ordini, quali le procedure che si dovevano seguire nel Poligono. Ma non solo. Mattarella faceva anche parte dell’assemblea NATO. Quindi, solo lui può dirci che tipo di missili sono arrivati in Sardegna. Sappiamo che sono stati fatti esplodere più di 1.800 missili classe Milan. Ma cos’altro? E fino a quando? Anche questo non è chiaro. Qualche comandante dice che gli ultimi test missilistici sono stati nel 2003, altri nel 2008. Fino a quando a Quirra sono stati provati missili NATO? E chi, meglio dell’attuale Capo delle Forze Armate, può saperlo e può avere le chiavi per avere queste informazioni? La testimonianza di Mattarella è per noi cruciale, perché aprirebbe le porte alla verità dei fatti e ci permetterebbe anche di velocizzare i tempi del processo, rinunciando a tanti altri testimoni. È davvero l’occasione per dimostrare di essere a fianco degli Italiani e in particolare di noi Sardi che per decenni in questa isola abbiamo subito di tutto. Il Presidente Mattarella è garante sotto tutti i punti di vista. Può dare una svolta a questo processo e aiutarci nella ricerca della giustizia”.”

Da Testimone chiave, di Daniele De Luca.

Lo Stato confiscato e la riconquista della sovranità

Il paradosso del Robin Hood trasposto e l’egemonia finanziaria

La cosa veramente bizzarra, ma che bizzarra non è solo se ci soffermiamo un secondo, é quella di chiederci come mai i paladini dell’austerità e del rigore, i seguaci fedeli dello spread, gli ossessionati del debito pubblico e dall’inflazione, quelli del contenimento e della parsimonia, sono gli stessi che vivono in una condizione non di semplice agio, ma in uno sfarzo sfrenato senza pudore, senza uguali in nessuna corte d’altri secoli.
Ci viene detto che manca il lavoro, anzi no, é che manca il denaro e quindi di conseguenza il lavoro.
E sì, perché il lavoro a guardarci intorno ce ne sarebbe d’ogni tipo e in gran misura. Pubblico o privato, hai voglia a faticare, ma come dice una pubblicità di prestiti “senza lillari non si lallera” e noi siamo in deflazione.
Mentre non si ha più rispetto per il lavoro e per chi lavora, diritti deregolamentati e salario di sussistenza, al denaro oramai ci approcciamo in modo dogmatico e riverente, quasi fosse una manna dal cielo che cade a volte sì e a volte no, per ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere. Il suo comparire è come se dipendesse solo dal potere di un dio onnipotente e capriccioso che ne sfarina una manciata a suo gradimento.
Ma il denaro un tempo non era un elemento neutro, senza alcun valore naturale? Una misura equivalente al valore di un bene? La sua esistenza e dignità non dipendeva forse dal nostro saperlo riconoscere e accettarlo come tale misura? Ed ancora, la sua massa non era la rappresentazione fenomenica solo del nostro creare che si ottiene con il lavoro?
Immaginiamo un naufrago, il buon Crusoe su di un isola deserta, che abbia con sé tutte le sue carte di credito e un baule di banconote. Come potrà usarle al fine della sua sopravvivenza? Nella migliore delle ipotesi, le carte di credito potrebbero essere utili per raschiare pelli da concia e le banconote per avviare il fuoco.
Il denaro è solo una convenzione accettata che trasporta in sé un valore convenzionale e nient’altro, questo dovremmo tenerlo sempre bene a mente.
Con queste riflessioni, Ezra Pound ebbe a dire che la mancanza di denaro è una follia perché è come dire che non si possono costruire le strade perché mancano i chilometri.
L’economia, quella fondata sul lavoro, che ebbe già antichi nemici e approfittatori nei seguaci della crematistica, é stata ora completamente disumanizzata avendo rimosso per intero l’uomo e le sue attività. La disciplina economica della finanza ha preso il suo posto, ed il monetarismo espressione del tutto e del niente, novello apeiron, governa. Il denaro, cartaceo o anche di più il virtuale, esiste prima di tutto, a prescindere, addirittura senza lavoro. Non serve più il controvalore aureo, neanche più la carta per la sua stampa. La massa monetaria nella sua totalità non ha limiti ma neanche più pudori.
La ricchezza non ha più il senso della misura, ma di rimando neanche la povertà; come scrive il professor Fusaro, il nostro è un tempo in cui abbiamo perso il “metro”.
La distribuzione della ricchezza mai come in questi ultimi anni ha visto una polarizzazione così sfrenata, mai come in questi tempi l’indice di Gini tende in modo crescente verso l’unità. Alla concentrazione della ricchezza segue la concentrazione del potere nelle stesse poche mani. Malgrado tutto, alla violenza economica viene risparmiata ogni critica, perché ci viene detto che il problema non è in questo sistema imposto e fallimentare, ma in noi che lo subiamo. Una crisi dettata da quel famoso debito pubblico che grava come un senso di colpa già dalla nascita, una colpa da espiare ed espiabile solo tendenzialmente, perché il debito oltre ad appartenere a tutti come l’aria che respiriamo, si é eternizzato con gli interessi, pertanto ripianarlo è impossibile. Abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità e la stretta é una condizione dovuta, necessaria e riparatoria. Se prima lavorando onestamente potevamo vivere permettendoci di acquistare una casa e far studiare i figli, ora lavorando di più, magari in due, non basta, dobbiamo avere meno per restituire di più, riconsegnare il maltolto ai legittimi proprietari, fosse anche solo per gli interessi. Dobbiamo imparare a vivere facendo sacrifici perché il denaro è poco e il rimedio al problema é proprio permanere nella sua rarità; questo è ciò a cui l’establishment ci ha educato, insieme alla funzione pedagogica del mercato.
Certamente una disaffezione dal denaro è un nobile principio quando è un’aspirazione morale ed etica, e fintantoché le condizioni di contorno sono tali da limitarne il bisogno.
Ma qui si apre una voragine pericolosissima perché ciò che un tempo era garantito da uno Stato Sociale, oggi con la spending review e il pareggio di bilancio, viene messo tutto in discussione, quando non soppresso, quindi ci troviamo nella contraddizione fatale di non aver più disponibilità economica da un lato, mentre dall’altro siamo costretti a pagare servizi o diritti.
Questa doppia tenaglia, scarsità di reddito da una parte e rimozione di una rete pubblica di protezione dall’altra, produce un processo di polarizzazione agli estremi. Ulteriore aggravio é il fatto che l’ascensore sociale è bloccato, il sistema é rigido e monolitico, castale e fortemente impersonale, non facilmente identificabile ma blindato.
Mentre il mantra ossessivamente ci ricorda che i debiti vanno onorati, chi ha meno deve far sacrifici per chi ha di più.
Anche lo Stato non deve fare eccezioni.
L’abominio più grande é il declassamento dello Stato. Il confronto e il contrasto tra pubblico e privato non viene risolto in modo armonico: quando i ruoli non sono deliberatamente invertiti – il privato che si appropria di ciò che é pubblico, mentre al pubblico viene lasciata la sola intimità morbosa del privato – l’aporia viene rimossa con la soppressione del primo termine. Ciò coincide con il derubricare lo Stato a soggetto privato, svuotandolo del suo aspetto costitutivo, quello pubblico. Lo Stato confiscato, trattato come un qualunque privato, deve rimettere i suoi debiti senza eccezioni, pena il fallimento, piani di risanamento e il commissariamento più forte di ogni democrazia.
Cosi come Marx nella critica agli economisti classici, Smith e Ricardo, intravvede come questi, nel riconoscere nel capitale circolante il giusto recupero del capitale anticipato, nascondano invece come il valore, cioé il plusvalore, nasca dal lavoro non retribuito, dallo sfruttamento, allo stesso modo possiamo ritenere come oggi le Banche Centrali, il FMI, le agenzie di rating, nella loro narrazione di rigore monetario, indicando nel debito il giusto dovuto, nascondano l’espropriazione ai danni degli Stati e dei popoli di ogni libertà politica e civile.
Anche se la conseguenza antropologica della finanziarizzazione dell’economia é stata quella del funambolo, l’uomo sospeso che ha perso ogni sua certezza se non la sua condizione precaria, avanza gradatamente la percezione dell’inganno paradossale e il desiderio per l’uomo di riconquistare la sua centralità e sovranità, così come per lo Stato la sua Res-Pubblica, ma questa è già storia dei nostri giorni.
Lorenzo Chialastri

Aggiornato il 14/12/2018

Un susseguirsi di “misteri” e depistaggi

“Dall’«oro di Dongo» alla strage di via D’Amelio, a Palermo, la storia italiana è un susseguirsi di «misteri» e depistaggi.
Anche gli storici più onesti hanno cercato di dare spiegazione a ognuno di essi senza mai riuscirci appieno, perché tutti sono incorsi nell’errore di valutarli al di fuori del loro contesto reale.
Hanno, cioè, questi storici, inquadrato i fatti come se fossero allegati l’uno dell’altro, attribuendoli a singole persone o gruppi che, nella più ardita delle ipotesi, erano collegati a personaggi politici anche di primo piano o a centri di potere genericamente definiti «occulti».
Il risultato è sotto i nostri occhi: abbiamo la storia della «banda Giuliano», della mafia «buona» di Calogero Vizzini e, poi, di Stefano Bontate, quella «cattiva» di Salvatore Riina, la «Gladio rossa» e quella bianca, l’«eversione nera» e quella «rossa», la banda della Magliana e «Mafia Capitale», la corruzione politica, Andreotti e Lima, Berlusconi e Dell’Utri, la P2 e la massoneria «deviata», i servizi segreti «deviati», la democrazia sotto attacco, lo Stato debole e incapace.
Una frammentazione di fatti ed episodi che ha permesso sempre ai responsabili, che si sono alternati ai vertici nel corso degli anni, di creare uno scudo difensivo che nessuno, fino a oggi, è riuscito a infrangere.
Se, per ipotesi, si riuscisse ad avere la verità su tutti gli episodi «misteriosi» che costellano la storia dell’Italia del dopoguerra, non si avrebbe comunque la verità assoluta, la sola in grado di cambiare le sorti e il destino di questa Nazione.”

Una visione unitaria, di Vincenzo Vinciguerra continua qui.

Chiamati a scegliere tra due gang

“Per sovranità si intende correntemente la qualità giuridica pertinente allo Stato considerato come potere originario e indipendente da qualunque altro potere, cosicché uno Stato può dirsi sovrano solo se è indipendente rispetto agli altri Stati ed è in grado di determinare la propria politica estera in maniera autonoma.
Quanto alle condizioni oggettive che al di là dei formalismi giuridici permettono ad uno Stato di essere realmente sovrano, ce n’è una che non può essere elusa, perché concerne il “livello critico in materia di dimensioni d’uno Stato”: si tratta della “soglia critica quantitativa” necessaria affinché lo Stato disponga della potenza sufficiente ad agire in maniera autonoma nelle relazioni internazionali, le quali sono sostanzialmente regolate da rapporti di forza. Orbene, tale “soglia critica quantitativa” non corrisponde più, nell’epoca attuale, alla ridotta dimensione dello Stato nazionale, ma alla dimensione di un “grande spazio”.
In un mondo che come l’attuale è dominato da due tendenze contrapposte – quella perseguita dagli Stati Uniti, favorevoli alla frammentazione dei grandi spazi, e quella che invece mira alle integrazioni continentali – un piccolo Stato nazionale è dunque condannato a svolgere un ruolo subalterno, se non trova il modo di integrarsi in una più ampia unità territoriale.
Perciò non è un caso che a favorire l’illusione sovranista siano gli strateghi dell’imperialismo statunitense, i quali hanno individuato nel sovranismo, variante aggiornata del piccolo nazionalismo, uno strumento ideologico idoneo a destabilizzare ulteriormente l’Europa e ad allontanare da essa qualunque prospettiva di unità, perfino quella che è rappresentata dalla miserabile costruzione denominata Unione Europea.
Ciò che in Europa preoccupa il potere statunitense, al di là delle laceranti controversie tra le fazioni in cui esso è diviso, è il “problema tedesco”, costituito dall’eccedenza commerciale della Germania e dagli accordi che quest’ultima ha stabilito con la Russia e con la Cina. D’altra parte la diffusa insofferenza nei confronti della Germania, causata dalla politica di austerità imposta da Berlino, agevola il disegno del potere statunitense, che intende utilizzare come proprie pedine le forze politiche euroscettiche, populiste e sovraniste.
Il compito di coordinare tali pedine sulla scacchiera europea è stato assunto dallo stratega ufficioso di Donald Trump: l’uomo d’affari, produttore cinematografico e giornalista Steve Bannon.
(…) L’offensiva di Steve Bannon nella politica italiana è stata immediatamente seguita dallo speculare intervento di un suo connazionale, finanziatore a sua volta della campagna elettorale di Hillary Clinton: George Soros. Dopo avere elargito i propri consigli all’Europa, il noto “filantropo” ha parlato dalla tribuna del Festival dell’Economia di Trento, dicendosi “molto preoccupato” per il fatto che i due partiti che sostengono il nuovo esecutivo hanno chiesto l’abolizione delle sanzioni contro la Russia. Preoccupazione eccessiva quella del “filantropo”, perché il governo giallo-verde, con la massima nonchalance, ha dato il proprio beneplacito all’Unione Europea quando si è trattato di prorogare di altri sei mesi le sanzioni antirusse.
Comunque sia, la simultanea ingerenza dei due grandi manipolatori statunitensi negli affari politici italiani costituisce un simbolo eloquente della tragica situazione in cui si trovano attualmente l’Italia e con essa l’Europa intera, chiamate a scegliere tra la gang di Hymie Weiss e quella di Al Capone.”

Da La geopolitica giallo-verde, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 4/2018.