Di chi è la colpa dell’invasione?

Lettera aperta ai Senatori e Deputati per la convocazione di un dibattito parlamentare per verificare le responsabilità di Napolitano e Berlusconi

Ci sono, e vanno indagate e dibattute, le grandi cause e responsabilità internazionali e storiche dell’immigrazione di massa e di una presente (e futura) invasione del nostro territorio nazionale che il governo non riesce né a pensare, né tanto meno a controllare.
Ma per avere il diritto di indagare e dibattere le grandi cause e responsabilità storiche, bisogna meritarselo, e prima indagare e dibattere le cause e responsabilità italiane di questa sciagura che ricade sul capo nostro, dei nostri figli e degli immigrati. Farlo è facile, perché la responsabilità politica e giuridica diretta dell’invasione è ascrivibile a due colpevoli italiani, entrambi viventi e operanti sulla scena politica, che hanno nome, cognome e indirizzo.
I due colpevoli italiani dell’invasione sono:
1) Giorgio Napolitano, nato a Napoli il 29 giugno 1925, Senatore di diritto e a vita quale Presidente Emerito della Repubblica.
2) Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, Presidente di Forza Italia.
Nel 2011 Giorgio Napolitano era Presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio del Ministri. Tre anni prima, entrambi avevano firmato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, stipulato a Bengasi il 30 agosto 2008, che contiene il solenne divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori, e in cui ciascuna parte si impegna a non compiere atti ostili nei confronti dell’altra e a non consentire l’uso del proprio territorio da parte di altri (Stati o attori non statali) per la commissione di tali atti.
Nel 2011, Francia e Gran Bretagna aggrediscono la Libia, ne rovesciano il governo, e bande criminali da esse sostenute e finanziate massacrano il Capo dello Stato Muhammar Gheddafi.
Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi non soltanto non muovono un dito per opporsi con tutti i mezzi disponibili a questa aggressione, ma consentono agli aggressori l’utilizzo dello spazio aereo e delle infrastrutture militari italiane, e addirittura si accodano all’aggressione, partecipandovi tardivamente, in ruolo subalterno.
Così facendo, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi si rendono colpevoli di quanto segue:
– Violazione patente e ingiustificata del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, con grave offesa all’onore della Repubblica Italiana e alla sua reputazione internazionale.
– Grave danno a un interesse nazionale vitale: perché tale era, per l’Italia, la stabilità del governo libico. Come largamente prevedibile e previsto, infatti, la destabilizzazione del governo libico e l’anarchia sanguinosa che ha provocato è la causa prossima immediata dell’invasione incontrollata di immigrati sul territorio nazionale italiano.
Chiediamo dunque che si tenga al più presto un dibattito parlamentare avente per tema: “Responsabilità politiche italiane dell’invasione incontrollata di immigrati sul suolo nazionale”, nel quale si discutano le responsabilità politiche e giuridiche di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi. In questo dibattito parlamentare si valuterà:
a) se deferire Silvio Berlusconi al Tribunale dei Ministri per la violazione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia (v. la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, 1969, in specie artt. 26 e 31. Dal preambolo: “I principi del libero consenso e della buona fede e la norma pacta sunt servanda sono universalmente riconosciuti”. Dall’allegato: “Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere eseguito da esse in buona fede”);
b) se deferire Giorgio Napolitano alla Corte Costituzionale per il reato di alto tradimento, in quanto colpevole di comportamento doloso che, offendendo la personalità interna ed internazionale dello Stato, ha costituito una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica.
Che cosa potevano fare Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano nel 2011?
Appena saputo che Francia e Gran Bretagna intendevano aggredire la Libia, Paese amico e garante di un interesse nazionale vitale, Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano potevano e dovevano, subito:
a) denunciare pubblicamente e in tutte le sedi diplomatiche opportune – anzitutto UE, NATO e ONU – l’iniziativa illegale delle due potenze (alleate NATO), e manifestare inequivocabilmente che l’Italia aveva l’obbligo, l’interesse e la volontà di opporvisi con tutti i mezzi a sua disposizione;
b) offrire collaborazione militare al legittimo governo libico, e, se accettata, schierare truppe italiane sul suolo libico a protezione del Capo dello Stato e delle infrastrutture più rilevanti, inviando in appoggio alle truppe di terra le navi della Marina militare italiana.
Questo si poteva e si doveva fare, e Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano non lo hanno fatto, pur conoscendo molto bene le gravi conseguenze, per l’Italia e la Libia, della loro inazione.
La distruzione dello Stato libico ha aperto le porte all’immigrazione di massa e a chi ci lucra sopra: mercanti di carne umana e jihadisti.
La controprova è la Spagna che, sebbene molto più vicina al continente africano delle coste italiane, non è investita da un’immigrazione paragonabile a quella che interessa noi: perché di fronte alla Spagna c’è il Marocco, che può controllare il proprio territorio.
La soluzione della crisi migratoria passa per il recupero della dignità e della volontà dell’Italia di ammettere i propri errori, a partire dalla nostra complicità nella destituzione violenta di Gheddafi. Forte della ritrovata legittimità, l’Italia potrà decidere i provvedimenti necessari a fronteggiare l’emergenza e prospettare nelle sedi internazionali una soluzione che tenga conto di tutte le cause del fenomeno. Quanto all’Unione Europea, appare sempre più chiaro, anche in questo frangente, che o l’Unione cambia, o si deve uscire dall’Unione.

Firme:
Ugo Boghetta
Roberto Buffagni
Tito Casali
Pier Paolo Dal Monte
Andrea Magoni

Per aderire come firmatari si prega di inviare un’email ai seguenti indirizzi:
indipendenzaecostituzione@yandex.com
costituzionelasoluzione@gmail.com

Fonte

Paolo Villaggio anti-americano

Film commedia di Nanni Loy.
Con Paolo Villaggio, Christa Linder, Rita Savagnone, Sterling St Jacques.
Italia, 1974

N.B.: la versione del film qui presentata è tagliata di circa 30 minuti rispetto a quella cinematografica. Trattandosi di una delle pochissime critiche circostanziate al “sogno americano” provenienti dall’Italia, le sforbiciature alle battute più incisive abbondano.

Intelligence USA, la Sicilia è la sua culla

Il Presidente D. Trump parla ai militari USA durante la sua recente visita a Sigonella

La Sicilia è il centro focale della Intelligence USA non solo per il MUOS, ma anche (e soprattutto) per quel mega hub di connessioni, cuore di Internet per vastissima parte del pianeta, chiamato Sicily Hub.
Che l’isola sia da sempre considerata una base essenziale per gli interessi degli Stati Uniti e per il suo braccio operativo euro-atlantico, la NATO, è storia antica: le antenne del MUOS completano uno scenario che comprende fra l’altro Sigonella, divenuta la più importante base dello Zio Sam nel Mediterraneo allargato, il porto di Augusta, l’aeroporto di Birgi, le assai poco conosciute stazioni radar a Lampedusa e nelle Eolie e molto altro ancora. La sterminata serie di installazioni disseminate ovunque fanno della Sicilia un territorio a sovranità ancor più limitata di quanto non lo sia già l’Italia nel suo complesso.
Una situazione di completo asservimento vecchia ormai di oltre settant’anni; per descriverla, la vicenda del MUOS è esemplare: a Niscemi un radar c’è stato da sempre, ma come noto il Pentagono ha pensato di basarvi una stazione della rete satellitare in uht (ad altissima frequenza) per mantenere in costante collegamento i centri di comando e controllo dello Zio Sam (comandi, centri logistici, gruppi operativi in combattimento, cruise, droni e i suoi circa 18mila terminali militari al momento in funzione, oltre alle ovvie ricadute per la Intelligence USA). Abbiamo detto dello Zio Sam perché la NATO, sempre invocata per giustificare ogni ingerenza, non c’entra.
È nota la strenua opposizione opposta dalle popolazioni (le amministrazioni isolane, come sempre, si sono inchinate ai desideri del “padrone”), ma in barba a ricorsi, sentenze e tribunali, la fine della vicenda è stata comunicata nel marzo scorso, quando il console statunitense a Palermo, Shawn Baxter, nell’ambito di una cerimonia per presentare la nuova sede consolare, si è limitato a pronunciare 5 parole: “Il MUOS è pienamente operativo” per liquidare la faccenda. Notizia che, come tutte quelle importanti, ha avuto scarsa o nulla risonanza sui media tradizionali.
Ma a parte le infrastrutture visibili, la Sicilia è il fulcro di un enorme Internet exchange point, il Sicily Hub, che ha i propri centri operativi a Palermo e Catania; un hub di straordinario quanto poco conosciuto peso realizzato essenzialmente da Sparkle, società controllata al 100% da Telecom Italia, che si aggiunge alla ristretta cerchia di exchange point esistenti a Francoforte, Londra, Amsterdam e Marsiglia.
La scelta della Sicilia non è casuale, perché è da qui che passano i cavi del traffico generato in Africa, Medio Oriente ed Asia. Un traffico che già in passato vi transitava ma che adesso viene gestito dalla Sparkle tramite le infrastrutture create appositamente, a cui s’aggiunge il sistema di connessione operato da Fastweb, che sta realizzando un altro mega-hub.
Attraverso questo apparato logistico passa una mole immensa di informazioni, dai social media ai motori di ricerca, dalle informazioni finanziarie a quelle commerciali ed economiche: una miniera preziosa quanto inesauribile per la Intelligence USA, che con l’eterna scusa delle attività antiterroristiche vi guazza dentro a piacimento, realizzando un vantaggio strategico incalcolabile per lo Zio Sam e gli interessi del sistema a stelle e strisce.
Dai nodi di Palermo, Catania, Trapani e Mazara si diramano 16 cavi transcontinentali che raggiungono gli Stati Uniti, l’Africa, il Mediterraneo Orientale e l’Asia fino all’Estremo Oriente, tutte aree sensibili di enorme valore. E di enorme valore è la rete che attraversa la Sicilia, un’infrastruttura d’incalcolabile interesse strategico che è alla base dell’offensiva della francese Vivendi per assicurarsi il controllo di Telecom, che come detto controlla la Sparkle.
Il motivo è che il Sicily Hub nasce come diretto competitor dell’hub di Marsiglia, per contendergli una torta economica stimata in 142 mld di dollari, ma d’inestimabile valore per il controllo su quei flussi, non mediato da Parigi, esercitato dalla Intelligence USA. Attualmente il 90% di quella torta è in mani francesi ma, secondo stime prudenziali, entro due anni sarà la metà di essa a passare dalle reti siciliane, con la prospettiva di notevoli incrementi nel futuro.
Insomma, per la Intelligence USA è una guerra per il power control dell’informazione vinta in partenza sul territorio siciliano, un vantaggio enorme che spazia dall’area miliare (vedi MUOS) al business ed al commercio. Ma, come sempre, di quell’immenso tesoro nulla rimarrà in Sicilia, al più qualche scarso impiego secondario, meno che briciole per compensare una sudditanza che dura da oltre settant’anni. Insomma, un paradiso offerto ancora e sempre gratis alla Intelligence USA e allo Zio Sam.
Salvo Ardizzone

Fonte

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

Il pericolo rosso

Questo lavoro cerca di ricostruire la storia del nostro Paese nel periodo compreso fra la guerra civile del 1943-45 e il 1969, inizio della strategia della tensione, avendo come filo conduttore i rapporti fra DC, PCI, MSI e i loro referenti internazionali, alla luce dell’attività “coperta” delle organizzazioni paramilitari clandestine. Questi partiti ideologicamente forti disponevano di apparati di sicurezza e sistemi logistici attivabili in situazioni di emergenza; ciò pone problemi di enorme rilievo in merito al punto centrale, in uno Stato democratico, relativo all’esercizio del monopolio della forza. Pone anche il problema dello “spazio” reale in cui si esercita la sovranità dei cittadini, laddove l’esistenza di strutture paramilitari clandestine pone dei limiti che nemmeno l’esercizio del diritto di voto può far superare.
Da un lato i comunisti, con i loro apparati paramilitari riorganizzati con l’aiuto di Mosca, nati dalle costole del combattentismo partigiano, protetti e finanziati dall’URSS. Dall’altro il variegato e contraddittorio fronte anticomunista, con le sue strutture ricostituite sotto la supervisione degli anglo-americani: la Gladio quale evoluzione delle formazioni partigiane cattoliche e la rete di strutture a essa collegate; la “Gladio nera”, sofisticata evoluzione del radicalismo fascista “utilizzata” dall’anticomunismo di marca atlantica per operazioni illegittime e illegali: nel loro insieme, esse hanno tenuto in stallo la democrazia italiana per mezzo secolo.

Pietro Neglie è professore associato di Storia contemporanea all’Università di Trieste, corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia. Studioso del movimento sindacale, del fascismo e del comunismo, si è occupato a lungo dei complessi rapporti tra fascisti e comunisti. Direttore della Fondazione Giuseppe Di Vittorio dal 1992 al 2002, è attualmente consigliere di amministrazione della Fondazione Bruno Buozzi.
Fra le opere più significative: Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL 1928-1948, il Mulino, Bologna, 1996; Un secolo di Anti-Europa. Classe, nazione e razza: la sfida totalitaria, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2003; La stagione del disgelo. Il Vaticano, l’Unione Sovietica e la politica di centro sinistra in Italia (1958-1963), Cantagalli, Siena, 2009.

Il pericolo rosso. Comunisti, cattolici e fascisti fra legalità ed eversione 1943 – 1969,
di Pietro Neglie
Luni Editrice, pp. 384, € 25

Siria e terrorismo

Se l’Occidente persevera nei suoi errori, il nostro futuro è tragico…

Mentre scriviamo, nel sud della Siria, presso Al Zagif (tra Al Tanf e il fiume Eufrate), forze speciali USA e britanniche mettono a punto un campo di addestramento avanzato per le cosiddette Guardie Rivoluzionarie, un gruppo islamista nato sulle ceneri del disciolto New Syrian Army, ex perla della CIA. I due gruppi, nati ufficialmente per combattere l’ISIS, in realtà sono stati istituiti con l’obiettivo di sottrarre ad Assad i confini tra Siria e Iraq, di cui il valico di Al Tanf è uno dei perni principali.
In queste ore, i ribelli, equipaggiati dagli USA con gli stessi materiali forniti agli arabo-curdi delle Syrian Democratic Forces, contrastano l’avanzata dell’esercito siriano che con l’aiuto di Russi e filoiraniani cerca di riprendere il controllo delle frontiere meridionali. I recenti raid aerei della Coalizione anti-ISIS, parlano chiaro (leggi articolo 1 e articolo 2).
Sempre mentre scriviamo, persiste l’abominevole campagna mediatica mainstream che davanti agli attentati di Londra e a decine di morti innocenti, continua a mascherare l’unica scomoda realtà: la jihad sunnita che alimenta il terrorismo internazionale è stata creata dall’Occidente (USA e UE con l’occhiolino di Israele), a cui è poi sfuggita di mano. Anziché colpire i responsabili e arginare il flusso che li foraggia, si continua a contrastare gli unici che combattono lo Stato Islamico, cioè il governo siriano e i suoi alleati. L’obiettivo principale è assecondare l’Arabia Saudita, proprietaria di molti assets finanziari in USA ed Europa, nel suo gioco di opposizione all’Iran sciita, unica potenza regionale “fuori controllo”.
Chiariamo alcuni aspetti.
Piuttosto che dibattere sulle ragioni di Assad, pedina di un gioco evidentemente più grande, o quelle di un Iran comunque non immune da responsabilità politiche e storiche, sembra più opportuno non perdere il lume della ragione, ormai sfuggito a molti.
Andiamo per passi.
Su queste pagine, da anni ricordiamo che lo Stato Islamico è nato dalle macerie del regime sunnita iracheno di Saddam Hussein. La geniale mossa americana del 2003 di sciogliere gli apparati politici e militari di un Paese a maggioranza sciita ma governato da un clan sunnita, è stato il primo passo; il secondo è stato approfittare del caos post-bellico per favorire una struttura parastatale (lo Stato Islamico appunto), che arginasse la crescita dell’Iran, unico vero incubo di Israele e dei suoi partner arabi (Arabia Saudita e Paesi del Golfo). La principale conseguenza dell’anarchia seguita a Iraqi Freedom è stata proprio il ritorno in cattedra degli sciiti arabi, maggioranza in Iraq ma abbastanza forti anche in Arabia Saudita, Bahrein e Yemen.
Ecco quindi il punto. Se comprendiamo che dietro lo sciismo incombe l’ombra della Persia, spauracchio di tutti i seguaci della Sunna, allora ne deriviamo una realtà incontrovertibile: la Seconda guerra del Golfo si è dimostrata un errore di calcolo di portata secolare dell’amministrazione Bush.
A quanto pare però, gli errori sono come le ciliegie: l’uno chiama l’altro. La violenza incontrollata della jihad sunnita, sfociata in atti di terrorismo inaccettabili per l’opinione pubblica globale, ha costretto l’Occidente a prendere le armi contro l’ISIS nel 2014. Inherent Resolve, l’armata dei buoni arrivata a togliere le castagne dal fuoco in Iraq, è nata però come un salto nel buio che ha indotto generali e politici in un inevitabile cul de sac: la crociata internazionale contro il terrorismo islamico in Iraq e Siria, prima o poi si sarebbe rivelato un boomerang.
Per capire meglio il perché, offriamo ai lettori uno spunto di riflessione: perché non si parla più della liberazione di Mosul in Iraq da parte della Coalizione anti-ISIS? La grande copertura mediatica e il rullo di tamburi scattati a ottobre 2016 sono improvvisamente cessati… Facendo una rassegna stampa di quei giorni, sembrava che il giudizio universale fosse prossimo e che il mondo libero avesse ormai in pugno i cattivi tagliagole di turno; passati sei mesi, le notizie di Mosul ormai liberata arrivano col contagocce.
Un caso? Niente affatto. La ragione è evidente.
Il grosso dello sforzo militare nell’Iraq nordoccidentale non lo fanno più le truppe irachene a guida americana, ma le PMU, le milizie sciite equipaggiate e controllate direttamente dall’Iran, con l’appoggio ambiguo del governo iracheno, il cui premier Al Abadi è sciita. Le milizie sciite hanno già raggiunto il confine tra Iraq e Siria all’altezza del territorio controllato dai curdi del Rojava (Kurdistan siriano). L’intenzione di scacciare l’ISIS per controllare i valichi fra i due Paesi con l’aiuto diretto iraniano, non è più un tabù. La presenza di alti ufficiali di Teheran al fronte per ispezionare le linee dei miliziani, è stata segnalata più volte nelle ultime settimane.
I nodi a quanto pare, sono arrivati al pettine. Non si potrà sfuggire per molto tempo ancora alla domanda cardine: per l’Occidente è più importante distruggere l’ISIS e il terrorismo islamista o arginare l’Iran e i suoi alleati?
La risposta nemmeno troppo maliziosa è semplice: se noi occidentali avessimo voluto chiudere la partita con lo Stato Islamico, lo avremmo fatto in due settimane al massimo.
Chiudiamo l’articolo mentre da Deir Ezzor, in Siria, arrivano notizie di una controffensiva jhadista contro le forze di Assad. La guerra non si fa solo con miliziani drogati e fucili: ci vogliono mezzi, equipaggiamenti, intelligence, esperienza, infrastrutture e soprattutto tanti, tantissimi soldi. Gli aiuti al Califfato continuano a piovere dal Governatorato iracheno di Anbar che arriva fino ai confini dell’Arabia Saudita. Lo sappiamo tutti, ma fingiamo che non sia così. Nel festival dell’ipocrisia non poteva mancare la notizia bomba dell’ultim’ora: Riad accusa il Qatar di finanziare Al Qaeda, l’ISIS e la jihad in genere. Si parla addirittura di rottura diplomatica con Doha. La corsa al capro espitario evidentemente è iniziata…
Il punto di non ritorno sembra dunque arrivato. Mentre a Londra si piange per gli attentati, una politica estera suicida continua in silenzio nella stessa direzione di sempre. Il fronte atlantista, pur nelle sfumature e nelle diversità che lo caratterizzano, insiste a trafficare con i Paesi che finanziano nemmeno troppo in sordina l’estremismo islamico. Per pura etica umana, sarebbe il caso di raccontarlo, cercando di spiegarlo magari alle famiglie di decine di innocenti che in Europa continuano a morire secondo un rituale macabro ormai passivamente accettato da tutti. Rinnoviamo le sanzioni alla Russia e bombardiamo Assad; seguiamo come un gregge intontito delle linee che ci portano verso non si sa quali interessi.
La nostra ipocrisia è più colpevole di mille bombe; i tramonti di morte della nostra civiltà hanno sempre più il colore rosso della vergogna.
Giampiero Venturi

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