Ci stanno mettendo gli uni contro gli altri

Con l’inizio della pandemia c’è stato un vertiginoso aumento delle polarizzazione sociale, polarizzazione calata dall’alto ovviamente. La questione non è più di natura sanitaria, infatti il “lasciapassare” (definizione corretta di “green pass”) è il fine, non il mezzo. E’ stato creato il conflitto orizzontale definitivo che serve a mettere al riparo da quello verticale.

Il commento di Gilberto Trombetta, giornalista economico.

Il capro espiatorio

La cosa più palese è che la campagna in corso NON mira ad aumentare i vaccinati, ma solo a trovare un capro espiatorio su cui catalizzare l’odio delle masse.
Se l’obiettivo fosse veramente vaccinare tutti, lo Stato imporrebbe l’obbligo (con conseguente assunzione di responsabilità giuridica per ogni effetto negativo) oppure investirebbe in una campagna di comunicazione e incentivi positivi.
Davvero questi sono così scemi da pensare che possa funzionare la campagna d’odio cieco che hanno lanciato?
Uno che è scettico sul vaccino anti-covid perché, magari, i dati ISS e AIFA dicono che per sua fascia di età rischia di più dal vaccino che dal virus, dovrebbe convincersi perché Draghi – quello che gli intima di vaccinarsi – mostra ignoranza assoluta di come funzionino sia il vaccino sia la malattia?
Dovrebbe sentirsi rassicurato leggendo Burioni che fa i commenti da 14enne frustrato, paragonando le persone ai ratti? Cioè: se Burioni è il “volto” ufficioso dei vaccini in Italia, uno che mostra un odio viscerale verso di loro dovrebbe tranquilizzarli che la loro salute è tenuta in conto dai medici?
Dovrebbero sentirsi rassicurati dal Bassetti che ormai è ridotto a un ridicolo clone della Ferragni in Instagram? O da Galli per cui la pandemia è la continuazione della “lotta di classe” con altri mezzi?
Se uno ha preoccupazioni per la sua salute, perché mai dovrebbe fidarsi della parola di una miriade di giornalisti, virologi, politici, nani, ballerine e puttane (spesso le categorie si sovrappongono), da giorni impegnato a dirgli quanto lo odia e disprezza e che se solo potesse lo ammazzerebbe a calci in bocca: questi dovrebbero essere i garanti che “il vaccino è perfettamente sicuro per lui”.
Lo stesso invito a “farlo per gli altri”, che prima poteva smuovere l’altruismo del non vaccinato, ora perde forza: perché se “gli altri” sono quelli che vorrebbero rinchiuderti, sequestrarti i beni, lasciarti morire se hai bisogno d’aiuto, privarti d’ogni diritto, rinchiuderti in un lager (tutta roba letta sui social o sentita in giro), be’, viene voglia di dire che a questi “altri” non daresti mai una mano, figurati una spalla.
Il risultato, infatti, è ovvio. Tutti i non vaccinati che conosco, spesso solo tiepidamente scettici e comunque possibilisti, ora sono diventati radicalmente ostili all’idea di vaccinarsi. Com’era piuttosto evidente che sarebbe successo. E come sapevano, quegli altri là, che sarebbe successo. Perché nei prossimi mesi servirà qualcuno su cui scaricare la rabbia della plebaglia mentre lo stato di emergenza va estendendosi all’infinito.

Daniele Scalea

Fonte

La roulette italiana

Forse qualcuno aveva erroneamente creduto che una parte degli Italiani fosse afflitta, se non proprio da una viltà disgustosa, almeno da una certa, come dire, timorosità esagerata. Lo aveva erroneamente creduto quando li aveva visti, dopo aver ascoltato le fiabe mediatiche su un virus incoronato vagolante nel paese con lo scopo di uccidere i già moribondi, rintanarsi come topolini minacciati da un gatto mammone. Quando li aveva visti rinunciare a incontrare e abbracciare i propri cari, sempre per timore del virus mammone; rinunciare a uscire di casa, passeggiare, conversare, far festa con gli amici, darsi la mano, baciare i figli o i nipotini, i fidanzati o gli amanti. Rinunciare alla vita politica e sociale, a portare i bambini al parco, a una passeggiata tra i boschi, al lavoro e agli svaghi, sempre per paura del virus mammone.

In una parola, rinunciare a vivere per paura di morire. Perdipiù, di una morte fiabesca, fantasiosa, perché gli stessi spauracchiatori, che dicevano “Se esci, guarda che ti prende il babauvirus”, dicevano anche che i morti con coronavirus (e non per coronavirus) avevano una media di 3,6 patologie pregresse e un’età media di 86 anni.

Ma questo nessuno lo sa, perché gli ipnotizzatori-media non lo sbandierano certo. Lo dice l’Istituto Superiore della Sanità ma sottovoce, un bisbiglio colpevole e gaglioffo mentre grida forte forte “Al virus, al virus!”.

Tenuto poi conto che, tra i morti con coronavirus sono stati conteggiati tutti i morti tamponati post mortem con tampone farlocco, compresi quelli arrotati dai camion, sembrava che si dovessero temere più i camion che non il diffamato coronavirus.

Però qualcuno, come al solito, moriva, dato che quella di morire è un’inveterata e radicata abitudine da cui gli esseri umani non riescono a liberarsi (se ne facciano persuasi, una volta per tutte, i pazzi deliranti del Forum Economico Mondiale, e comincino a pensare alle proprie anime e al proprio testamento, invece di pensare sempre a noi), e questo fatto che si morisse, in epoca di fiabe sul virusmammone, sembrava la scoperta di qualcosa di inaudito e intollerabile.

“I morti ci sono!” ripetevano storditi una parte degli Italiani, accorgendosi finalmente che la morte esiste, dopo decenni in cui ne avevano rimosso la realtà, confinando i moribondi in ospedale e facendo l’ultima, speranzosa chemio quando le metastasi avevano ormai raggiunto anche le sopracciglia. Con l’aiuto di un ceto tecnico-farmaceutico (erroneamente detto “medico”) che ha anch’esso rimosso la morte, non essendo fonte di profitto per il suddetto ceto. Mentre, essendo fonte di profitto la malattia, la cerca alacremente in ognuno di noi, dall’alba al tramonto della nostra vita. In alcuni casi, guidato e spalleggiato dalle multinazionali della dittatura mondiale, la inventa, decidendo che le fasi e le particolarità della vita umana (pubertà, gravidanza, menopausa, vecchiaia, vivacità infantile, tristezza, ansietà) sono malattie da curare, benché evidentemente incurabili, però felicemente “medicabili”. In altri casi la procura, rimpinzando i cosiddetti “pazienti” (e mai definizione fu più appropriata) di prodotti biochimicosintetici che, a lungo andare, sono in grado di far ammalare anche chi è sano e robusto come il proverbiale cavallo.

Ma non divaghiamo, torniamo all’errata impressione sulla “timorosità” di una parte dell’italico popolo. Che viene imprevedibilmente smentita dalla temerarietà dimostrata nel cimentarsi in quella che si potrebbe chiamare la “roulette italiana”.

Avete presente la “roulette russa”? Una sfida alla sorte e alla morte che veniva praticata in Russia in tempi ormai lontani, perlopiù da giovani ufficiali dello zar in periodi di pace, quando erano in preda alla noia e a una sufficiente quantità di vodka. Consisteva nel piazzare una sola pallottola in una pistola a sette colpi, far ruotare il tamburo, puntarsela alla tempia e tirare il grilletto. Dopotutto, c’erano sei probabilità su sette di scamparla, tuttavia persone prudenti e sobrie si sarebbero ben guardate dal giocare a quel gioco.

Ebbene, milioni di italiani, benché accuratamente imbavagliati per difendersi da un virus del moccio al naso (“i coronavirus furono scoperti negli anni ’60 nelle cavità nasali di persone affette da comuni raffreddori”), e apparentemente non in preda ai fumi dell’alcool, sono corsi a farsi iniettare delle sostanze biochimicosintetiche di nuova e azzardata invenzione, intese a sperimentare cosa succeda al sistema immunitario umano aggredito da virus geneticamente modificati, cioè virus sintetici, oppure, a seconda del tipo di farmaco sperimentato, cosa succeda al sistema immunitario umano, modificandolo attraverso una cellula genetica sintetica mandata a interferire con il suo funzionamento naturale.

I TEMERARI! E questo benché molti di loro, una volta sperimentati, siano morti di trombosi diffuse, altri siano rimasti per un tempo più o meno lungo semiparalizzati, altri siano morti di infarto, altri abbiano avuto tremori e brividi incontrollabili e via così per 423 morti ufficiali e 76.206 “feriti” ufficiali fino al 26 giugno, come dichiara l’AIFA. Ciononostante la roulette italica continua.

Presi da straordinaria esaltazione, da uno sventato e furioso ma elettrizzante desiderio di rischio e di avventura alcuni vantano, esaltano, mostrano il proprio sfrenato coraggio e sbeffeggiano la prudenza di chi non vuole giocare a questa nuova, potenzialmente mortale, roulette.

Salve o patria immortale
salve, o popolo d’eroi,
son rinati i figli tuoi
con la fede e l’ideale
il valore dei guerrieri…

Così declamava qualcuno che aveva sopravvalutato il “valore” dei propri seguaci e millantato il proprio a sproposito.

E anche adesso, sembra che non tutti agiscano per sprezzo del pericolo. Dato che c’è chi dice di aver paura dello pseudovaccino e tuttavia se lo fa iniettare; c’è chi, dopo esserselo fatto iniettare, dice “speriamo bene”, e “siamo obbligati” dicono.

Siccome invece, escludendo i ricattati medici e infermieri, nessuno è obbligato, che cosa li obbliga?

Ma, perbacco, la voce del pastore! Che risuona tutt’intorno assieme all’abbaio dei mediatici cani. E si sa che la paura più grande di un qualsiasi membro di un gregge è di restare isolato dal resto del gregge. E, allora, avanti!

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrait
tante infamie e tanti guai
che succedono ner monno…
Fa la ninna, cocco bello
finché dura sto macello:
fa la ninna che i sovrani
te la cantano e te la sonano
e riuniti fra de loro
senza l’ombra de un rimorso
ce faranno un ber discorso
sulla salute e sul ristoro
per quer popolo cojone
risparmiato dar siringone.

Grazie, Trilussa, e perdonami la libertà: i tempi sono cambiati ma non abbastanza.

Sonia Savioli

(Fonte)

Veni, vidi, ENI…

Enrico Mattei e il sovranismo energetico.
Vol. 1: La «lunga marcia» dall’AGIP all’ENI (cliccare sull’immagine per visionare la presentazione da parte dell’autore)

 

Cittadini di seconda classe

Come avviene ogni volta che si istaura un regime dispotico di emergenza e le garanzie costituzionali vengono sospese, il risultato è, come è avvenuto per gli Ebrei sotto il fascismo, la discriminazione di una categoria di uomini, che diventano automaticamente cittadini di seconda classe. A questo mira la creazione del cosiddetto green pass. Che si tratti di una discriminazione secondo le convinzioni personali e non di una certezza scientifica oggettiva è provato dal fatto che in ambito scientifico il dibattito è tuttora in corso sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, che, secondo il parere di medici e scienziati che non c’è ragione di ignorare, sono stati prodotti in fretta e senza un’adeguata sperimentazione.
Malgrado questo, coloro che si attengono alla propria libera e fondata convinzione e rifiutano di vaccinarsi verranno esclusi dalla vita sociale. Che il vaccino si trasformi così in una sorta di simbolo politico-religioso volto a creare una discriminazione fra i cittadini è evidente nella dichiarazione irresponsabile di un uomo politico, che, riferendosi a coloro che non si vaccinano, ha detto, senza accorgersi di usare un gergo fascista: “Li purgheremo con il green pass”. La “tessera verde” costituisce coloro che ne sono privi in portatori di una stella gialla virtuale.
Si tratta di un fatto la cui gravità politica non potrebbe essere sopravvalutata. Che cosa diventa un Paese al cui interno viene creata una classe discriminata? Come si può accettare di convivere con dei cittadini di seconda classe? Il bisogno di discriminare è antico quanto la società e certamente forme di discriminazione erano presenti anche nelle nostre società cosiddette democratiche; ma che queste discriminazione fattuali siano sanzionate dalla legge è una barbarie che non possiamo accettare.

Giorgio Agamben

Fonte

Lascienzah

In questa ennesima emergenza, che ha sempre più le sembianze della hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere” in cui la scissione dalla realtà si mostra davvero delirante, ci viene chiesto di avere fiducia nella scienza e di difenderla. Tuttavia, chiedere di riporre fiducia nella scienza prescindendo del tutto dal contesto storico-sociale nella quale essa è prodotta, significa non cogliere l’estrema complessità del problema. Si è già approfondito l’argomento in apposita sede e non si vuole certo riproporne in questa l’intero ragionamento che lo supporta, bensì ribadire soltanto che la SCIENZA È UNA CATEGORIA STORICA e che, come tale, sconta tutto il condizionamento dei rapporti di produzione e di forza storicamente costituiti, nonché gli scopi delle forze sociali egemoni di volta in volta considerate. Perciò, in un contesto socio-economico globalizzato e capitalistico-finanziarizzato che “si esprime … nella subordinazione di ogni aspetto della vita sociale a vantaggio del profitto” [sono parole di A. BARBERA, Commento all’art. 2, in Commentario della Costituzione, a cura di G. Branca, Principi fondamentali (art. 1‐ 12), Bologna, 1975, 112] chiedere di difendere questa scienza, più che un atto di fiducia, equivale a pretendere l’adorazione di un feticcio. 

Francesco Maimone

Fonte

Il virus è politico

Introdotto l’apartheid nel Paese dei diritti dell’Uomo. L’Italia seguirà. Ricordiamo che i regolamenti dell’Unione Europea vietano discriminazioni dirette o indirette per chi non desidera farsi benedire. Tuttavia, ciò sembrerebbe non interessare a Macron, Draghi, Figliuolo e CTS. Mi auguro che ci siano fior di avvocati che inondino di ricorsi e denunce le procure di tutti i Paesi coinvolti in queste politiche discriminatorie. L’azione legale è importantissima. P.S.: l’apartheid viene introdotto da quelle stesse classi dominanti che per 30 anni ci hanno spaccato i coglioni con la litania “mai più discriminazioni”. Curioso assai ma bbono a sapesse…

Paolo Borgognone

Ce lo chiede l’America

Manlio Dinucci, analista geopolitico ed esperto di questioni militari, ricorda come nel silenzio assoluto del nostro sistema informativo si stiano svolgendo adesso esercitazioni militari internazionali a guida statunitense a ridosso del territorio russo: “In Italia non esiste un dibattito degno di questo nome intorno a questioni decisive che riguardano la sicurezza di tutti noi”.

Governo virale

È uscito da pochi giorni per i tipi di Arianna Editrice il mio terzo libro, Governo Virale. Dalla polis all’ovile, scritto a sei mani con Pier Paolo Dal Monte e Francesco Maimone. Siccome nessuno lo ha ancora recensito, lo faccio io [Stefano Mantegazza, alias Il Pedante – n.d.c.] qui.

Nella prima parte, di cui sono autore, ho riorganizzato, sviluppato e ampliato le riflessioni già anticipate in questo blog sull’esperienza del «lockdown» sanitario, nella sua duplice dimensione fattuale e simbolica. Ne è uscita una monografia in itinere con cui ho cercato di mostrare nelle trame delle misure traumatiche inflitte al nostro e ad altri Paesi, per quanto inedite nei moventi e nelle proporzioni, una visione esistenziale e sociale già ampiamente sperimentata negli anni delle «emergenze» continue che hanno scandito il nuovo millennio. Se il virus è nuovo, nulla di ciò che ha cagionato lo è. Come scrivo, c’è infatti

una simmetria perfetta tra l’illusione che i fatti plasmino le civiltà e la realtà, che siano invece le civiltà a produrre i fatti e che li digeriscano e li raccontino, li invochino e persino li fabbrichino per vestire le proprie visioni. Che, in breve, gli avvenimenti siano «epocali» se esaudiscono le aspettative di un’epoca.

A corredo di queste considerazioni mi sono concesso anche alcune brevi incursioni statistiche, con il solo obiettivo di inquadrare il suicidio collettivo degli ultimi mesi nell’ambito di uno stravolgimento razionale che arriva fino all’inversione e si riverbera sulla tenuta degli argini giuridici, politici e intellettuali che con sempre più fatica ci separano dalla barbarie. Conclude il testo una riflessione sul mito biblico della torre di Babele in cui auspico che il disordine logico e morale degli ultimi mesi rappresenti l’apice di una hybris globale destinata a crollare sotto il peso delle proprie enormità.

Nella seconda parte firmata da Pier Paolo Dal Monte l’analisi si spinge ulteriormente fin nelle radici storiche e culturali della patologia sociale apparentemente innescata da quella virale, ma in realtà propria di una struttura di pensiero che informa tutta l’era moderna e capitalistica. L’autore si sofferma in particolare sullo scardinamento dei nessi empirici e cognitivi che hanno caratterizzato lo story-telling pandemico. Il «mondo fantasma» è la strategia estrema con cui un modello antropologico esausto e disfunzionale cerca di preservare le proprie menzogne. Nell’appendice di Francesco Maimone si affronta infine il tema della vaccinazione con cui si inscena l’atto sinora ultimo della «crisi pandemica» e che con ogni probabilità ne ha rappresentato fin dall’inizio lo sbocco previsto, come avevamo anche pronosticato in Immunità di legge. L’avvocato Maimone non si concentra sul farmaco, ma sulla sua obbligatorietà e quindi sul suo essere requisito per godere di un’ampia gamma di diritti fondamentali, agendo così come una micidiale leva scardinatrice del modello di civiltà architettato dai padri costituenti.

Abbiamo scelto di rispondere alle sollecitazioni dell’editore e di pubblicare queste pagine pur consapevoli della loro contingenza, nel pieno di una vicenda che quasi certamente deve ancora produrre i suoi frutti peggiori. La nostra speranza è di avere fissato nelle sabbie mobili di questo divenire qualche riferimento a cui aggrapparsi per non farsi trascinare dagli impulsi del governo emergenziale, per non finire come falene cieche nella sua fiamma.

Fonte

Vae victis

L’Italia e la Germania hanno perso la guerra.
Negli ultimi settant’anni ogni tanto si sono presi la briga di ricordarcelo, ma non hanno potuto calcare troppo la mano altrimenti si sarebbe potuta spezzare la corda.
Ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità perchè era il modo più intelligente per controllarci e perchè dovevamo fungere da vetrinetta per far schiattare d’invidia i cittadini del Patto di Varsavia e facilitare l’inoculazione di quel sentimento anti-russo che tanto utile sta tornando in questi tempi per tenere lontana l’Europa Occidentale dall’unica possibilità che ha per affrancarsi dal giogo imperiale: un’alleanza strategica con la Russia (il nostro posto nel frattempo è stato preso dai Polacchi, dai Baltici, dai Cechi, che ora vivono nell’illusione che ha caratterizzato i nostri anni più belli).
Caduto il Muro, hanno polverizzato un’intera classe dirigente ambigua (per loro) e fatto avanzare le quinte colonne storiche (Napolitano in primis) e le seconde linee preventivamente indottrinate all’atlantismo, al neoliberismo, al carrierismo (in Germania con la Baerbock addirittura stanno per promuovere le seste linee: ma è gggiovane, è donna, è “green”, cosa si può voler di più dalla vita ? Forse si accorgeranno tra una decina d’anni del calibro che hanno usato per spararsi nelle mutande; del resto noi ancora non l’abbiamo capito).
Nel momento stesso in cui hanno rimosso la minaccia del socialismo reale, hanno iniziato a richiedere indietro, un poco alla volta, tutti i fringe benefit che avevano concesso per rammollire la popolazione, nascondere lo status di Paesi occupati, disinnescare la resistenza e per marcare la differenza con l’Impero del Male (diritti sociali, garanzie costituzionali, standard di vita tra i più alti al mondo) e sono gradualmente passati, modello rana bollita, dal soft power (cit. Joseph Samuel Nye) allo hard power che stiamo vivendo in questi giorni.
Questo cambio di paradigma nei Paesi sotto occupazione mascherata è estremamente pericoloso visto che non può essere indolore e pertanto necessita di provvedimenti da Paese sotto controllo militare: sistemi di sorveglianza di massa, coprifuoco, Stato di polizia, chiusura delle frontiere, check point, pass sul modello dell’ahnenpass nazista, amministrazione controllata dell’economia con particolare riferimento alla libera impresa, normalizzazione dell’autoritarismo a partire dalle scuole, criminalizzazione del dissenso, propaganda sfrenata, promozione sociale dei collaborazionisti, apartheid…
Il passaggio dal soft allo hard power richiede un periodo di transizione, necessario per riprogrammare attraverso la propaganda e la manipolazione occulta le menti dei popoli sotto occupazione e per costruire le infrastrutture necessarie per l’esercizio del governo autoritario.
E questo è esattamente il momento che stiamo vivendo: il Sistema sta velocemente abbandonando la vecchia pelle democratica, ormai troppo stretta e lacerata, e sta consolidando all’aria la nuova, più robusta e adatta a contenere un corpo sociale non ancora pronto per la svolta autoritaria.
Questa è l’ultima occasione che abbiamo, dobbiamo agire mentre sono in muta, è l’unico momento di vulnerabilità del Sistema; una volta cambiata la pelle, inizierà l’epoca della repressione manu militari del dissenso oppure, in caso estremo, la guerra civile.
E’ chiaro che per uscirne non c’è altra via che una guerra di liberazione, prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.
Bisogna spiegarlo anche ai nostri fratelli oltre le Alpi e oltre cortina sanitaria, perchè una cosa sola è certa, da soli non ne usciremo liberi.
Giorgio Bianchi

L’abbraccio mortale di scienze e politica

“Non smette mai di sorprendere il modo in cui le scienze naturali, dacché le si è imbracciate per imporre i provvedimenti più radicali mai osati in tempo di pace, stanno fornendo non solo il combustibile del rogo su cui bruciano intere pagine della nostra carta costituzionale, ma anche i loro stessi statuti, le basi cognitive che le rende praticabili. È, quello tra scienze e politica, l’abbraccio reciprocamente mortale di due naufraghi che si avvinghiano, si intralciano e si trascinano insieme negli abissi, come dimostra l’ultimo anno trascorso nel segno della «crisi pandemica».

Consideriamo le chiusure, i coprifuoco e le restrizioni. Ne è valsa la pena? Ci stanno proteggendo dai danni della nuova malattia? Non potendosi fare una contro-osservazione in laboratorio sarebbe impossibile dare una risposta apodittica, ma è onesto riconoscere che le prove analogiche accumulatesi dall’esordio dell’emergenza sono molto lontane dal promuoverli in modo statisticamente solido. Sui mezzi di informazione si è parlato del paradosso svedese, di praticare un lockdown leggero senza perciò patire conseguenze peggiori di altri Paesi che hanno chiuso con più rigore. Ma senza piluccare nei casi particolari, la generale assenza di correlazioni significative tra intensità delle restrizioni e impatto clinico della malattia non è un segreto: ribadita fin dall’inizio da numerosi studi (qui l’ultimo in ordine di tempo), è approdata anche in televisione. È toccato pochi giorni fa al giornalista Federico Rampini rivelare in prima serata che «quei Paesi che sono praticamente usciti indenni, con dei numeri della mortalità microscopici, non hanno usato lockdown a tappeto». Lo stesso dato è accessibile a chiunque incollasse su un foglio elettronico i numeri sulla pandemia nel mondo diffusi quotidianamente dall’Università di Oxford. L’ho fatto anch’io nel mio piccolo e ho scoperto che la correlazione tra la severità media dei lockdown e i decessi totali attribuiti al SARS-Cov-2 per milione di abitanti è addirittura positiva (cioè all’aumentare dell’una aumentano i secondi), anche se in modo scarsamente significativo (R2 = 3%).

Pur con ogni eccezione e cautela, come si può continuare a subordinare con certezza redditi, sussistenza e benessere a nessi di questa qualità? Quale consolatio scientiae si può rivolgere ai ristoratori senza clienti, agli albergatori senza lavoro e agli adolescenti reclusi, a quali dure leggi naturali dovrebbero rassegnarsi i nostri lavoratori della neve costretti alla disoccupazione mentre, pochi chilometri più a nord, i loro colleghi svizzeri facevano correre gli skilift pur contando quest’anno meno della metà dei nostri decessi attribuiti SARS-Cov-2 (377 vs 804 su milione di abitanti)? Che cosa sono allora questi sacrifici se non scongiuri o fioretti pasquali, digiuni propiziatori fatti con la pancia degli altri? È questa la società che ascolta solo il nudo verbo della scienza?

Ora però qualcuno alza voce e dice: basta con le chiusure, avanti con le vaccinazioni, perché non c’è altro modo di «venirne fuori». Ma la musica non cambia. Come già i chiusuristi, anche i vaccinisti comprimono la complessità e le incognite del nuovo scenario in una manciata di slogan che tutti devono ripetere. Bisogna perciò parlar piano quando si ricorda che i nuovi farmaci sono soggetti a un’autorizzazione condizionata (conditional marketing authorisation) che ne consente l’uso pur mancando al regolatore tutti i dati necessari alla loro piena valutazione. E che nelle more di questi studi si è sinora stabilito che possono sì scongiurare gli esiti gravi della malattia, ma «gli studi per stabilire se le persone vaccinate, infettate in modo asintomatico, possano contagiare altre persone sono in corso», sicché «le persone vaccinate e quelle che sono in contatto con loro devono continuare ad adottare le misure di protezione anti COVID-19» (dalle FAQ Aifa). Nel frattempo si indaga anche sulla durata dell’immunizzazione, sull’efficacia protettiva verso le mutazioni del patogeno, sull’eventuale ruolo della profilassi nello sviluppo di nuove varianti per pressione selettiva, sul perché «aumentano i casi di operatori sanitari vaccinati che si ricontagiano», anche in modo sintomatico, sulla frequenza e le caratteristiche degli effetti collaterali non rilevati dai primi studi, sull’opportunità di ripetere le somministrazioni e altro.

Globalmente, i dati sugli effetti della campagna di immunizzazione in corso non possono dirsi conclusivi. Se è vero che in Inghilterra e Israele, dove più della metà della popolazione ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, i decessi giornalieri sono crollati dalla fine di gennaio ad oggi, dinamiche simili si osservano però anche in Albania con lo 0,2% di vaccinati, o in Sud Africa con lo 0,6%. Altri Paesi come Giappone (2,2%), Thailandia (1,6%) e Taiwan (0,14%) hanno registrato fin dall’inizio dell’anno tassi di mortalità da SARS-Cov-2 uguali o inferiori a quelli raggiunti da inglesi e israeliani, pur con coperture vaccinali prossime allo zero. All’opposto, alcune delle nazioni più vaccinate hanno invece visto crescere in modo preoccupante i decessi, come ad esempio il Cile (43%), l’Uruguay (35%) e l’Ungheria (43%), che è anche il Paese oggi più colpito dalle morti associate alla malattia. Estendendo l’analisi, non si riscontra fino a questo momento una correlazione significativa tra i tassi di vaccinazione e i decessi attribuiti a livello globale.”

Superior stabat lupus, de Il Pedante continua qui.

Il complottista

“Appiccicare l’etichetta di complottista a qualcuno serve, più che altro, a evitare un confronto: “sei solo un complottista” diventa una frase magica che annulla la possibilità di interlocuzione del destinatario.”

“La scienza o è complottista o è qualcosa di diverso dalla scienza.”

“Spesso glossato come “paranoico”, il complottista ha in realtà in sé la vocazione anti-seriale a voler vagliare le informazioni, e questo si mostra tanto più vero in questi mesi nei quali la pandemia è, a ben guardare, soprattutto una pandeMedia: lo è in quanto una crisi, per sua natura complessa, può diventare un’isteria collettiva attraverso una semplificazione narrativa sistemica. Il complottista diffida proprio di questo: egli diffida della narrativa sistemica.”

“Il complottista sceglie di continuo di non sentirsi suddito di un’ideologia autoritaria dominante e di farsi portavoce di un colpevole dissenso. Il complottista, insomma, è il più feroce nemico del negazionismo autoritario.”

Brani liberamente tratti da…

Inno dei vaccinisti

Francesco Benozzo e Fabio Bonvicini colpiscono ancora… la narrazione mediatica della cosiddetta emergenza sanitaria.

“Andarsi a vaccinar, con Astra, Pfizer, forse Sputnik o Moderna!

Sperare di campar

Per inseguire il sogno della vita eterna.

Ecco qui il dono che verrà, un vaccino qui ed un altro là;

Per la vita finché durerà, ogni anno un vaccin ci salverà!”

Prigionieri della caverna mediatica

Da più di un anno la popolazione occidentale è costretta a vivere sotto ad un regime autoritario che sfrutta la pandemia per abolire i diritti umani più elementari, impoverire le masse per asservirle ulteriormente, concentrare il potere politico-finanziario in circoli sempre più ristretti per sostenere il costo di un’escalation del conflitto con Cina e Russia.
L’asservimento dei media è pressoché totale, chiunque osi mettere in discussione la loro narrazione viene imbavagliato o messo alla gogna. I cittadini europei devono restare prigionieri nella caverna platonica mediatica che ormai ha sostituito la loro esperienza della realtà.
In un rovesciamento che ha tutte le caratteristiche di una proiezione, Cina e Russia vengono dipinti come Paesi autoritari che violano i diritti umani, quando in Europa i diritti costituzionali sono stati di fatto aboliti con la scusa della pandemia. Quello che i cittadini europei non devono sapere è che la vita in Cina e Russia (come in gran parte del mondo) è tornata alla normalità da mesi, e non certo a causa dei vaccini, visto che solo una percentuale minima della popolazione è stata vaccinata. Mentre i democratici nostrani si riempiono la bocca di libertà, democrazia e diritti umani, questi stessi “valori” sono calpestati quotidianamente in Europa.

Laura Ruggeri

A chi diamo i nostri dati sensibili?

“Dareste mai il consenso al trattamento dei vostri dati personali “sensibili” ad una società per azioni che ha come scopo sociale l’attrazione di capitali e lo sviluppo d’impresa? E lo fareste lo stesso se il suo amministratore delegato fosse stato rimosso dall’incarico di commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus e il presidente della suddetta società sedesse pure alla guida di aziende del complesso militare-industriale che esportano armi e tecnologie a regimi e dittature? Ebbene, lo avete fatto se in queste settimane avete deciso di vaccinarvi contro il Covid-19. Sì, perché avete firmato e consegnato un modulo (perlomeno in Calabria e in Sicilia) con cui avete acconsentito che un bel po’ dei vostri dati personali vengano “trattati in modalità informatica” per tracciare l’avvenuta somministrazione del vaccino e che gli stessi “potranno essere/saranno comunicati al Servizio Sanitario Nazionale e al Ministero della Salute” (potranno o saranno?), mentre i dati sanitari “potranno essere trattati da centri medici specializzati nel valutare l’idoneità alla vaccinazione”.

Quali siano questi centri medici specializzati e in che modo saranno fornite e impiegate le delicate informazioni non è dato sapere. Quello che si spiega invece è che il “trattamento riguarderà anche dati personali rientranti nel novero dei dati sensibili, vale a dire dati idonei a rivelare lo stato di salute del soggetto vaccinato” e che il responsabile del trattamento è INVITALIA S.p.A., cioè l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, società partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Certo, in teoria, si può sempre rifiutare di dare il proprio consenso ma – si sottolinea in calce – “il conferimento dei dati è OBBLIGATORIO per registrare l’avvenuta somministrazione del vaccino Anti-Covid 19 verso il Sistema Sanitario Nazionale e che l’eventuale rifiuto di fornire tali dati comporterebbe la mancata prosecuzione del rapporto”. Insomma se vuoi il vaccino dacci i dati! E si tratta davvero di una mole notevole nel caso in cui venissero utilizzate pure le schede anamnestiche compilate prima della somministrazione del vaccino: ovviamente oltre alle informazioni anagrafiche e quelle relative alla professione svolta, vengono richieste le condizioni di salute odierne e le eventuali malattie pregresse (patologie cardiocircolatorie e respiratorie, condizioni di compromissione del sistema umanitario – cancro, leucemia, linfoma, HIV/AIDS, trapianto); se si ha avuto attacchi di convulsioni o qualche problema al cervello o al sistema nervoso; l’esistenza di allergie; la tipologia dei farmaci, integratori naturali, vitamine, minerali o eventuali medicinali alternativi utilizzati; l’effettuazione di trasfusioni nell’ultimo anno; eventuali gravidanze in corso o se si sta pensando di rimanere incinta nel mese successivo alla prima o alla seconda somministrazione; la convivenza con soggetto ad alto rischio, contagi e/o risultati di eventuali test anti-Covid; finanche i viaggi internazionali effettuati nell’ultimo mese e la possibile frequenza di comunità…

Ci si aspetterebbe che il trattamento dei dati sensibili e il loro eventuale trasferimento a soggetti terzi per fini di ricerca venga attribuito al Sistema Sanitario Nazionale e invece proprio no. Il soggetto responsabile è INVITALIA S.p.A. (già Sviluppo Italia), istituita con decreto legislativo n. 1 del 9 gennaio 1999 (governo con premier Massimo D’Alema) per promuovere l’imprenditorialità giovanile e lo sviluppo di imprese turistiche e termali, “risanare” le industrie agro-alimentari e riassorbire le funzioni dell’ex Cassa del Mezzogiorno. Alla società a capitale pubblico è stata attribuita anche l’attrazione di investimenti esteri in Italia, la gestione di quasi tutte le agevolazioni dello Stato alle imprese e alle startup innovative, l’attuazione degli accordi di programma dei progetti finanziati dall’Unione Europea, il rilancio delle aree industriali in crisi (Napoli-Bagnoli, Taranto, Termini Imerese, ecc.), la valorizzazione dei beni culturali (area archeologica di Pompei).”

Invitalia, il grande fratello dei vaccini?, di Antonio Mazzeo continua qui.

Lo spettro di una guerra nucleare

“Quando circa sei anni fa titolammo sul Manifesto (9 giugno 2015) «Ritornano i missili a Comiso?», la nostra ipotesi che gli USA volessero riportare i loro missili nucleari in Europa fu ignorata dall’intero arco politico-mediatico. Gli avvenimenti successivi hanno dimostrato che l’allarme, purtroppo, era fondato. Ora, per la prima volta, abbiamo la conferma ufficiale. L’ha data pochi giorni fa, l’11 marzo, una delle massime autorità militari USA, il generale James C. McConville, capo di stato maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti. Non in un’intervista alla CNN, ma in un intervento – di cui abbiamo la trascrizione ufficiale – a un meeting di esperti alla George Washington School of Media and Public Affairs. Il generale McConville non solo comunica che lo US Army si sta preparando a installare nuovi missili in Europa, evidentemente diretti contro la Russia, ma rivela che saranno missili ipersonici, un nuovo sistema d’arma di estrema pericolosità. Ciò crea una situazione ad altissimo rischio, analoga o peggiore di quella in cui si trovava l’Europa durante la Guerra Fredda, quale prima linea del confronto nucleare tra USA e URSS.

I missili ipersonici – con velocità superiore a 5 volte quella del suono (Mach 5), ossia più di 6.000 km/h – costituiscono un nuovo sistema d’arma con capacità di attacco nucleare superiore a quella dei missili balistici. Mentre questi seguono una traiettoria ad arco per la maggior parte al di sopra dell’atmosfera, i missili ipersonici seguono invece una traiettoria a bassa altitudine nell’atmosfera direttamente verso l’obiettivo, che raggiungono in minor tempo penetrando le difese nemiche.

Nel suo intervento alla George Washington School of Media and Public Affairs, il generale McConville rivela che lo US Army sta preparando una «task force» dotata di «capacità di fuoco di precisione a lungo raggio che può arrivare ovunque, composta da missili ipersonici, missili a medio raggio, missili per attacchi di precisione» e che «questi sistemi sono in grado di penetrare lo spazio dello sbarramento anti-aereo». Il generale precisa che «prevediamo di schierare una di queste task force in Europa e probabilmente due nel Pacifico» (evidentemente dirette contro la Cina). Sottolinea quindi che «le stiamo costruendo in questo momento, mentre stiamo parlando».

Ciò viene confermato dalla Darpa (Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa). In un comunicato ufficiale informa di aver incaricato la Lockheed Martin di fabbricare «un sistema missilistico ipersonico a raggio intermedio con lancio da terra», ossia missili con gittata tra 500 e 5500 km della categoria che era stata proibita dal Trattato sulle forze nucleari intermedie firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, stracciato dal presidente Trump nel 2019. Secondo le specifiche tecniche fornite dalla Darpa, «il nuovo sistema permette ad armi ipersoniche glide con propulsione a razzo di colpire con rapidità e precisione bersagli di importanza critica e prioritaria, penetrando moderne difese aeree nemiche. L’avanzata propulsione a razzo può trasportare vari carichi bellici a più distanze ed è compatibile con piattaforme terrestri di lancio mobili, che possono essere dispiegate rapidamente».

Il capo di stato maggiore dell’Esercito e l’Agenzia di ricerca del Pentagono informano dunque che tra non molto gli Stati Uniti schiereranno in Europa (si parla di una probabile prima base in Polonia o Romania) missili ipersonici armati di  «vari carichi bellici», ossia di testate nucleari e convenzionali. I missili ipersonici nucleari a raggio intermedio installati su «piattaforme terrestri mobili», ossia su speciali veicoli, potranno essere rapidamente dispiegati nei paesi NATO più vicini alla Russia (ad esempio le repubbliche baltiche). Avendo già oggi la capacità di volare a circa 10.000 km/h, i missili ipersonici saranno in grado di raggiungere Mosca in circa 5 minuti.

Anche la Russia sta realizzando missili ipersonici a raggio intermedio ma, lanciandoli dal proprio territorio, non può colpire Washington. I missili ipersonici russi potranno però raggiungere in pochi minuti le basi USA, anzitutto quelle nucleari come le basi di Ghedi e Aviano, e altri obiettivi in Europa. La Russia, come gli Stati Uniti e altri, sta schierando nuovi missili intercontinentali: l’Avangard è un veicolo ipersonico con raggio di 11.000 km e armato di più testate nucleari che, dopo una traiettoria balistica, plana per oltre 6.000 km alla velocità di quasi 25.000 km/h. Missili ipersonici li sta realizzando anche la Cina. Poiché i missili ipersonici sono guidati dai sistemi satellitari, il confronto si svolge sempre più nello spazio: a tale scopo è stata creata nel 2019 dall’amministrazione Trump la Forza Spaziale USA.   

Le armi ipersoniche, di cui vengono dotate anche le forze aeree e navali che hanno maggiore mobilità, aprono una nuova fase della corsa agli armamenti nucleari, rendendo in gran parte superato il trattato New Start appena rinnovato da USA e Russia. La corsa passa sempre più dal piano quantitativo (numero e potenza delle testate nucleari) a quello qualitativo (velocità, capacità penetrante e dislocazione geografica dei vettori nucleari).

La risposta, in caso di attacco o presunto tale, viene sempre più affidata all’intelligenza artificiale, che deve decidere il lancio dei missili nucleari in pochi secondi o frazioni di secondo. Aumenta in modo esponenziale la possibilità di una guerra nucleare per errore, rischiata più volte durante la Guerra Fredda. Il «Dottor Stranamore» non sarà un generale pazzo, ma un supercomputer impazzito. Mancando l’intelligenza umana per fermare questa folle corsa alla catastrofe, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza, risvegliatosi finora solo per il Covid-19.”

Da Missili ipersonici USA In Europa a 5 minuti da Mosca, di Manlio Dinucci.

La cura batte la paura

Uccisi da malattie non trasmissibili. È il paradosso di questa pandemia

La storia del primo anno d’età del Covid19 in Italia è una dimostrazione dei guai che affliggono l’uomo moderno, spesso fino a farlo morire, e non solo di coronavirus. Il fenomeno principale è stato, anche quest’anno come negli ultimi trenta, il fatto che i grandi killer dei nostri tempi non sono più le infezioni, con i loro virus e batteri, ma le Malattie Non Comunicabili (NCD, Non-Communicable Disease) che indebolendo l’organismo consentono la diffusione di batteri e virus. Sono queste malattie la prima causa del 70% delle morti, e non vengono trasmesse attraverso infezioni ma siamo noi a svilupparle nel nostro corpo, indebolendo così la forza del nostro sistema immunitario. Ciò avviene con l’attenta e interessata assistenza del sistema dei consumi, che influenzando gli orientamenti culturali, politici e economici determina gran parte della nostra vita, dai comportamenti alimentari all’uso di sostanze e droghe, alla sedentarietà, alle convinzioni morali, sessualità e tutto il resto. Sono state infatti le malattie indotte da questi comportamenti distruttivi che hanno indebolito e intossicato gravemente nel corso dei decenni anche l’organismo della gran parte dei morti “di Covid”. I quali, prima di venire a contatto con il virus, erano nella stragrande maggioranza dei casi ammalati dell’una o l’altra delle micidiali NCD: il diabete, i disturbi cardiovascolari, le malattie polmonari croniche (asma compresa), i tumori, le malattie degenerative. Sono loro, le NCD, a produrre, ogni anno, la grande maggioranza dei decessi per malattia in tutto il mondo sviluppato. Come sono state loro ad aver minato l’organismo delle vittime del Covid, generalmente anziane (ma a volte anche giovani). Lo fanno lentamente, attraverso le semplici scelte della vita quotidiana: quanto mangiamo, quanto stiamo fermi invece di muoverci, quante fatiche fisiche ci evitiamo, quante porcherie inaliamo nei polmoni, e così via. (L’ho raccontato in: Sazi da morire; San Paolo, 2016).

Da allora la situazione non ha fatto che peggiorare, e il Covid19 è, per ora, l’ultima di queste stragi seriali, già segnalate da anni, con ampie documentazioni, dal Council on Foreign Relations americano. Il Coronavirus sars-covid-19 è stato l’ultimo attore in scena, ma il fenomeno clinico cui è dovuto il disastro è molto più antico, ha già fatto enormi danni, ed è destinato a durare. Si tratta dell’estrema debolezza delle difese immunitarie dell’uomo contemporaneo e dei comportamenti che la provocano. Un fenomeno visibile almeno già dalla fine degli anni ’80, e annunciato dall’epidemia dell’AIDS fra le minoranze sessuali e dei tossicodipendenti per via iniettiva. Col Covid19 ci si sarebbe dunque potuto aspettare che nella prevenzione e gestione dell’epidemia venisse affrontata la causa, i comportamenti all’origine della debolezza del corpo di fronte al virus: la sedentarietà, l’eccesso di zuccheri, la povertà dell’alimentazione industriale, le intossicazioni da sostanze, i comportamenti a rischio. (Anche questo sarebbe: Transizione ecologica). Ma di tutto ciò le Autorità sanitarie, dal ministro della Salute in giù, non hanno fatto parola, pretendendo di curare il fenomeno senza occuparsi della sua causa. Non l’hanno fatto perché sono essi stessi aspetti del problema, con la loro cultura burocratica e opportunistica, i loro ridicoli consulenti, la loro lontananza stellare dal mondo della cura individuale e dalla conoscenza di cosa provochi la salute e la malattia nella persona umana. Il tutto goffamente compensato dalla retorica guerresca e dal parlar di battaglie quando poi l’unica proposta, ripetuta fino alla nausea, è il confinamento, il lockdown, la ritirata incondizionata.

Per fortuna c’erano, e ci sono ancora in giro per l’Italia, sempre più riconosciuti da pazienti grati, anche migliaia di medici (molti dei quali anche intervenuti più volte su questo giornale), che non si formano solo sui bollettini o viaggi premio dei Big Pharma, ma leggono, studiano, verificano, si confrontano tra loro. Questi medici sapevano dalla loro esperienza clinica che il vero killer non era il virus ma le malattie su cui si appoggiava nel suo diffondersi, e che decisivi erano quindi i rimedi per sostenere gli organi vitali deboli, e ripristinare uno stile di vita sano: il cibo naturale, il movimento, l’aria fresca, le relazioni affettive positive. Servono non confinamenti, ma depuratori dell’aria: ma su quello (guarda caso) non una parola. Il “nemico” vero, di cui scrupolosamente tacevano i bollettini di guerra dei commentatori ufficiali, erano appunto le grandi malattie intossicanti e croniche di cui muore il 70% delle persone. Però riconoscerlo, oltre a comportare precise terapie mediche, ignote ai burocrati politici, implicava la diagnosi di quale sia il male della società che esprime quei ministri, e quei “tecnici”. L’origine del male era (è) infatti la depressione, l’antico “tedium vitae” di cui parlavano già i grandi medici e filosofi latini a incominciare da Seneca. La malattia delle società ricche, come già la Roma tardo imperiale, che smarriscono nelle gratificazioni materiali i valori profondi, le forze e gli affetti duraturi, indebolendo con l’anima anche il corpo, che era stato prima lo strumento del guerriero. Perdono così anche la voglia di vivere, e quel tanto di aggressività indispensabile a combattere davvero e non solo a parole, o per finta. La soppressione di ogni spinta aggressiva è stata infatti decisiva, come sempre accade, anche nella pessima gestione dell’epidemia. Come ci ricorda Konrad Lorenz: “Se si elimina la pulsione aggressiva sparisce dalla vita umana il comando ‘attacca!’ (nel senso più originario e vasto) non spingendoci più ad affrontare un compito o un problema, fino alla creazione artistica o scientifica”.

Sono invece state le anticonformiste e operose legioni di medici bravi e appassionati a curare con discrezione e abnegazione un popolo di “infetti” come li chiamavano spregiativamente i media del potere. Lo hanno fatto aiutandoli a non avere paura, a rafforzare il corpo con buone pratiche, trattandolo bene, usando rimedi a volte tradizionali ma efficacissimi. Ma soprattutto muovendosi, respirando (possibilmente aria buona), e amando generosamente vecchi e bambini. I confinamenti, corredati dalle minacce governative e funzionariali, e accompagnati dalla proibizione delle relazioni e del movimento fisico, furono il contrario della cura, e il teatro delle depressioni (a quel punto difficilmente evitabili), spesso accompagnate dal rimpinzarsi di zuccheri, cibo e alcol, con grande gioia delle nefaste Malattie Non Comunicabili, già apripista al Covid19 (come documentato da Lancet e Nature).Certo, è difficile spiegare che il tuo stile di vita rischia di ucciderti più che il virus, soprattutto quando ci si racconta che basta un vaccino per far fuori il secondo. Ma, come sanno i medici che hanno trattato anche il Covid19: basta dire la verità. Accompagnata dai rimedi giusti.

Claudio Risé

[Fonte]

L’uscita da questa situazione non sarà indolore


Molti ingenui attendono l’arrivo del vaccino pur di uscire da questa situazione, illudendosi che questo comporti la fine di tutto quello che da un anno stiamo vivendo.
Ora, io ho subito l’esperienza del racket e ho sempre rifiutato massicciamente di pagare. Ne ho subito gravi conseguenze, mi hanno incendiato due automobili, mi hanno tagliato i cavi della fibra ottica su cui si reggevano i server del mio lavoro, arrivai a subire danni attorno ai 30.000 euro e conseguenze di non poco conto che si riverberarono anche sulla mia famiglia. Si può dire che mia madre si sia ammalata proprio per colpa di quello stress. Per non parlare di chi, attorno a me, mi dava del pazzo perché rifiutavo di pagare. Per anni ho girato con una pistola in tasca, timoroso che da un momento all’altro qualcuno mi venisse incontro e mi sparasse, ben consapevole che se questo fosse accaduto, manco la pistola mi sarebbe servita.
Ne sono uscito in una maniera che qui in pubblico non posso scrivere, per varie ragioni.
Perché ho tenuto dritta la barra? Non perché io sia un cuor di leone ma perché se si paga il prepotente, questi si sente autorizzato ad alzare il prezzo.
Noi tutti dobbiamo convincerci che l’uscita da questa situazione non sarà indolore e soprattutto non potrà avvenire rispettando le regole dell’attuale democrazia perché sono proprio queste regole ad aver consentito questa situazione.
Poi non capisco, volete l’autorizzazione a vaccinarvi da me? Ma vaccinatevi! Chi vi trattiene. Siete sicuri che una volta vaccinati, poi non alzeranno il prezzo?
Queste sono cose che ho già visto e che mi hanno insegnato, una volta e per tutte, che quando qualcuno ci minaccia, mostrare debolezza è il modo migliore non per rabbonirlo ma al contrario incattivirlo.
Di fronte ai prepotenti esiste un unico atteggiamento: un fermo e deciso no, anche a costo di rischiare la vita.
Chi di fronte al prepotente sceglie la strada di piegarsi, illudendosi che tra il disonore e la guerra si possa scegliere, scegliendo il disonore avrà lo stesso la guerra.
E’ questo quello che nessuno ha ancora capito di tutta questa storia.
Voi vi illudete che una volta vaccinati finirà tutto? Siete dei poveri fessi. Il vaccino sarà la resa che li ecciterà ancora di più e li convincerà che ci potranno fare cose ancora peggiori.
Io non dico no al vaccino perché sono un irresponsabile o un antivaccinista. Ma perché non ho nessuna fiducia in questa classe politica. Perché in primo luogo non mi fido di ciò che c’è nel vaccino e in secondo luogo so che non finirà qui la faccenda.
E la fiducia nella popolazione, in una democrazia, non si conquista col ricatto, con la violenza ma con la forza della persuasione, la cui radice etimologica è, non a caso, derivante da “soave”. Perché è con la pazienza, la calma, la dolcezza che si convincono le persone, non intimorendole, facendo valere il proprio potere.
Questo se voi ambite ad una civiltà in cui valgano le regole democratiche e non la violenza.
Fidatevi di uno che i prepotenti li ha conosciuti. E fidatevi anche del fatto che quelli che ci governano sono molto peggiori dei prepotenti che mi hanno reso la vita impossibile per anni.
Non esistono sottili strategie politiche, non esistono piani elaborati che farebbero pensare a strappi futuri.
Questa è gente che deve andarsene via, a calci, dalle istituzioni, che va arrestata e processata in massa come a Norimberga.
PUNTO E BASTA.
Franco Marino

Quel che Pasolini sapeva e perché fu ucciso

La verità ha un suono speciale.
Pier Paolo Pasolini (24/9/1975)

Pasolini scrittore, Pasolini poeta, regista, linguista, sceneggiatore. Meno nota e meno compresa è da sempre però la figura del Pasolini-Giornalista, che il Centro Studi ha pensato bene di approfondire lungo il corso di una serie di incontri svoltisi nel novembre 2017 e nell’aprile 2018 presso la sala consiliare del Municipio di Casarsa della Delizia e che ha visto gli interventi di diversi studiosi e giornalisti su quest’aspetto della professione intellettuale del Nostro, prolifica soprattutto, ma non soltanto, negli ultimi periodi della sua vita. Quegli incontri da noi organizzati si sono poi trasferiti in forma scritta in un volume edito nel 2019 e distribuito da Marsilio Gettiamo il nostro corpo nella lotta. Il giornalismo di Pier Paolo Pasolini (a cura di Luciano De Giusti e della compianta Angela Felice).
Uno degli interventi della giornalista Simona Zecchi L’ultimo linguaggio del poeta massacrato è parte di questa raccolta di saggi. L’autrice nel 2020 ha dato poi alle stampe per i tipi di Ponte alle Grazie il suo secondo libro-inchiesta sulla morte dello scrittore L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini, e proprio la figura del Pasolini-giornalista è quanto più emerge da questo lavoro nuovo e complesso. L’autrice nel 2018 ha anche dato alle stampe per la nave di Teseo il libro-inchiesta La Criminalità servente nel Caso Moro. Per la precisione ciò che emerge nettamente da L’inchiesta spezzata è la figura del giornalista d’inchiesta, un’altra branca del giornalismo se vogliamo più nobile, che collega fatti apparentemente lontani tra loro, va alla ricerca di fonti (persone o documenti) e che non si limita nel passare in rassegna le carte giudiziarie o investigative che eventualmente caratterizzano una vicenda. Insomma il giornalista d’inchiesta cerca elementi o prove nuove, altre che possano svelare verità nascoste o mistificate.
Pasolini sapeva e ha ottenuto le prove secondo le indagini di Simona Zecchi.
A 45 anni dal suo omicidio, la sua inchiesta riapre di fatto il dibattito sul movente che condusse lo scrittore e il regista alla violenta morte quel 2 novembre del 1975 e svela ciò che sin qui era rimasto celato. Un dibattito da sempre incastrato tra due opposti: la versione ufficiale dell’omicidio maturato all’interno di un contesto di prostituzione maschile e quella tutta stretta dentro l’ambito del complotto (nello specifico nella sparizione dell’Appunto 21, capitolo a cui Pasolini in Petrolio rimanda, ma che non si è mai trovato, o che forse non è mai stato scritto).
Il libro L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini, invece, porta, a sostegno della nuova tesi che ne risulta, una vasta serie di documenti, testimonianze, carteggi, storie ed analisi nuove che indicano come l’espediente utilizzato per condurlo al massacro (le bobine di Salò sottratte nell’agosto del 1975 e da lui tenacemente ricercate) avesse il preciso intento di spegnere definitivamente la sua voce e ancor di più la ricerca della verità sulle stragi, su tutte la strage di Piazza Fontana (1969). L’autrice, dopo aver mostrato nel libro Pasolini, massacro di un Poeta edito nel 2015 dallo stesso editore, come e da chi è stato ucciso l’intellettuale, cancellando per sempre la pista a sfondo sessuale riconosciuta dall’unico processo, ha qui ricucito le parti spezzate di una indagine che si scopre Pasolini stava svolgendo.
L’inchiesta spezzata…, dunque, ci accompagna fuori dal campetto di Ostia e dal «complotto» fine a sé stesso. È una indagine complessa e doppia questa, perché affronta sì il movente dell’omicidio ma ne sviluppa anche i contenuti, inoltrandosi nel territorio della strategia della tensione in modo inedito e inserendo al suo interno la figura del poeta-giornalista che negli anni invece è sempre stata sottratta dalle ricostruzioni di un periodo per certi versi ancora oscuro. Negli ultimi mesi della sua vita Pasolini indossa i panni dell’investigatore preferendoli a quelli dello scrittore per «ragioni pratiche», come scrisse già dal 1971, e arriva dritto al cuore politico e finanziario delle stragi: dove DC, Vaticano e CIA si incontrano.

(Fonte)

La militarizzazione della pandemia

Leggi emergenziali, limitazioni delle libertà costituzionali e militarizzazione delle strade e delle corsie degli ospedali consentono un colpo d’acceleratore del processo di militarizzazione e sicurizzazione della società e dell’economia come non sarebbe mai stato possibile in tempi di “normalità”. Se poi a questo processo si accompagna l’attacco globale alla politica e agli spazi di aggregazione sociale appare ancora più evidente che il creare le condizioni e utilizzare il linguaggio e le narrazioni di “guerra” consente un attacco mortale alle sempre più ridotte forme di partecipazione e lotta democratica. E, come dicevo prima, la militarizzazione dell’intervento sanitario anti-Covid, (invece della scelta di interventi di compartecipazione democratica, decentramento e potenziamento dei centri per la salute e la prevenzione distribuiti e/o prossimi territorialmente), assicura il ruolo “imprescindibile” e “insostituibile” delle forze armate nella gestione della crisi-conflitto. Siamo di fronte a un modello culturale, ben costruito soprattutto in ambito mediatico, del tutto opposto a quanto accadde 40 anni fa con il terremoto in Irpinia, quando l’associazionismo di base, il volontariato e le forze sociali e politiche vive del paese ebbero la capacità di denunciare e documentare l’assoluta inefficienza delle forze armate nelle fasi post-sisma e di ricostruzione e dunque di proporre modelli del tutto differenti di gestione di emergenze naturali-ambientali e sanitarie. L’Irpinia impose il dibattito sulla de-militarizzazione delle crisi e di una protezione civile democratica, diffusa, partecipata e decentrata. Oggi sembrano passati millenni da quella importante fase di confronto politico generale su diritti ed “emergenze”. E così le forze armate e il complesso militare-industriale e finanziario possono oggi “battere cassa” con più arroganza di prima, imponendo schemi e linee di spesa pubblica ancora più insostenibili.
Antonio Mazzeo

(Fonte)

“Col sangue l’Italia è stata avvertita”


“Ci hanno avvertito, ci hanno mandato a dire con la strage che l’Italia deve stare al suo posto sulla scena internazionale. Un posto di comparsa, di aiutante. Ci hanno fatto sapere col sangue che il nostro Paese non può pensare di muoversi da solo nel Mediterraneo. Ci hanno ricordato che siamo e dobbiamo restare subalterni. E noi non abbiamo un sistema di sicurezza nazionale capace di opporsi a questi avvertimenti. I nostri servizi di sicurezza sono inefficienti perché così li hanno voluti gli accordi internazionali. Non difendono l’Italia perché non debbono difenderla. Sono funzionali alla nostra condizione di inferiorità. Altro che strage fascista: è accaduto qualcosa di totalmente nuovo, qualcosa che pone il problema della nostra autonomia internazionale”.
Rino Formica è capogruppo dei deputati del PSI, il partito del Presidente del Consiglio. E’ stato commissario nell’indagine parlamentare sulla P2. Sa quello che il Parlamento conosce dell’ attività dei nostri servizi segreti. Sa quello che il governo davvero temeva prima della strage e soprattutto quello che il governo teme oggi. Ragiona sul macello del treno 904 e arriva a una conclusione che gli appare ferrea: “La strage è un avvertimento venuto da fuori ma questo non assolve nessuno. Anzi, evidenzia drammaticamente la debolezza del nostro Stato, la precarietà della nostra democrazia, la pigrizia mentale delle nostre forze politiche. Ci hanno avvertito e facciamo finta di non capire”.
Un momento, onorevole, chi ci ha avvertito?
“Da due anni abbiamo una presenza internazionale più autonoma. Con un atto di guerra ci hanno detto di smetterla”.
E’ solo una mezza risposta la sua. Le chiedo: anche lei parla di pista internazionale. Si riferisce alle minacce di vendetta degli estremisti islamici, a Paesi spesso tirati in ballo per atti di terrorismo come la Libia?
“Per carità, le vendette internazionali si consumano in modo mirato. Se qualcuno vuole che l’ Italia liberi i Libanesi che ha messo in carcere sequestra degli Italiani. Se qualcuno volesse punirci per fatti specifici fa presto a far fuori tecnici o diplomatici italiani. La pista internazionale di cui parlo io non è il folklore sui cattivi nel mondo. E’ purtroppo una cosa più seria”.
E allora ci dica dove porta questa pista.
“Voglio partire da quanto ho visto l’altro giorno in Parlamento, mentre si discuteva della strage: uno spettacolo desolante, un’assemblea stordita. Tutti contenti nel dire fascismo contro antifascismo, rifacciamo l’unità e stiamo a posto. Che pochezza emiliana. E allora io provo a ragionare. Abbiamo avuto due fenomeni terroristici: uno rosso che nasce dalla costola dell’ estremismo marxista e cattolico e che è stato qualcosa di carattere sostanzialmente nazionale, un terrorismo che mirava ai simboli, un terrorismo logico. L’altro crea paura di massa. Ma ci domandiamo cosa vuol dire: significa che non dobbiamo compiere passi azzardati, non dobbiamo andare oltre certi confini. Questo è il senso delle stragi. La strage è una decimazione indiscriminata. Può venire dall’interno se si è in presenza di una guerra civile. Altrimenti appartiene a una logica esterna, anche se può trovare pali, manovalanza e supporti in sede locale”.
Questa, onorevole, è la premessa di un ragionamento. Dove sta la conclusione?
“Ci arrivo, ci arrivo. Ma ancora qualche considerazione: la strage di Natale è così perfettamente copiata su quella dell’Italicus da avere dentro di sé le caratteristiche del depistaggio. Ce la prendiamo col fascista assassino così come abbiamo fatto per le altre stragi. E non a caso non abbiamo mai trovato nessun colpevole. Tranne in un caso: il 17 maggio del 1973 in via Fatebenefratelli Gianfranco Bertoli, ex informatore del SIFAR, lancia una bomba contro il presidente del Consiglio Rumor. Quattro morti, decine di feriti. Sedicente anarchico veniva da un kibbutz israeliano. Se lo sono dimenticato tutti, eppure è l’unico filo, l’ unico nome che abbiamo in materia di stragi”.
E allora?
“Allora vuol dire che non sappiamo o non vogliamo indagare e ragionare sulle stragi. Le voglio ricordare un’altra cosa: il 5 novembre del 1972 Forlani, il cauto Forlani, parlava della Rosa dei venti come del tentativo più pericoloso della destra italiana dal dopoguerra e aggiungeva: un tentativo ancora in corso. Un tentativo con collegamenti internazionali. Da allora Forlani non ne ha parlato più. Di Bertoli nessuno ha parlato più”.
E quale sarebbe la verità che nessuno in fondo vuol conoscere?
“Quella per cui le stragi servono per introdurre avvertimenti a fini interni e quella per cui il nostro Paese è troppo debole per difendersi”.
Torniamo alla domanda originaria. Difendersi da chi?
“Non puoi crescere in democrazia, non puoi accettare sfide mondiali, stare al centro di un’area di guerra come il Mediterraneo e avere dei servizi di sicurezza funzionali, nati e cresciuti per la subalternità internazionale. Non puoi essere fino in fondo autonomo all’interno delle alleanze se i nostri servizi di sicurezza nemmeno hanno la parità dei flussi d’informazione con quelli alleati”.
Insomma, qualcuno ci ha avvertito, dall’estero e col sangue, che stavamo diventando troppo autonomi. E i nostri servizi di sicurezza non sono serviti a nulla. E’ così?
“E’ così e io credo che vada rinegoziata l’integrazione dei sistemi di sicurezza con i servizi analoghi dei Paesi alleati”.
Onorevole Formica, l’avvertimento di cui lei parla, la richiesta che i nostri servizi di sicurezza siano messi su un piano di parità con quelli alleati, vogliono dire che quella bomba sul treno è stata messa per iniziativa di qualche servizio segreto straniero. Qualcosa che i nostri avrebbero potuto sapere e non hanno saputo.
“E’ plausibile che sia andata così”.
E quale servizio è plausibile che sia l’ organizzatore dell’ avvertimento?
“Forse l’ uno, forse l’ altro. A certi livelli si scambiano favori. Io questo non lo so ma so che i nostri non funzionano”.
Già, se non sanno quello che fa il KGB o la CIA o altri che ci stanno a fare?
“Le racconterò tra un attimo dei servizi. Ma prima voglio spiegare meglio perché ci mandano questi avvertimenti. A metà e alla fine degli anni Settanta ci dissero che non potevamo procedere speditamente ad un’evoluzione democratica perché questo metteva in circolo forze politiche di cui era discutibile la fedeltà internazionale”.
Si riferisce a quello che fu il tentativo di Moro?
“Anche. Quello che di Moro all’estero non potevano accettare era la sua disponibilità a stare con i comunisti. Potevano accettare dei comunisti al governo, come poi accadrà in Francia. Non potevano accettare una sorta di democrazia popolare in Occidente”.
E anche la morte di Moro fu un avvertimento?
“Questo non posso dirlo. Non posso stabilire rapporti di causa ed effetto. Posso dire che quel tentativo in parte ambiguo di autonomia nazionale fu osteggiato. Oggi però il problema è diverso”.
Oggi per che cosa ci hanno avvertiti?
“Perché stavamo diventando un Paese che cominciava a dire la sua. In campo economico, sullo scacchiere del Mediterraneo. Perché stavamo diventando nazione all’interno delle alleanze. E invece ci ricordano che al massimo possiamo mandare qualche corvetta da qualche parte. Oggi non è problema di questa o quella forza politica al governo. Chiunque comandi in Italia deve ricordarsi di stare al suo posto”.
E deve smettere di far girare ministri degli Esteri e presidenti del Consiglio nel Mediterraneo?
“Deve ricordarsi delle nostre dipendenze internazionali. Questo è l’avvertimento. In quest’area un’Italia protagonista dà fastidio sia ad Est che ad Ovest”.
Dicevamo dei nostri servizi segreti…
“Il giorno 20 dicembre viene Scalfaro in Parlamento. Dice: l’ Italia è un Paese senza frontiere, entra ed esce chi vuole, il libanese ammazzato a Roma non sappiamo come si chiama, come è venuto. Promette: metterò ordine negli stranieri all’Università di Perugia. Gli dico: bravo, ma ricordati che perfino i finti studenti di Perugia sono stati contrattati internazionalmente. Voglio dire che nei nostri servizi la devianza è certamente rilevante ma peggio è la loro inefficienza. Inefficienza voluta al loro atto di nascita sancita negli accordi. E nel buco nero dell’inefficienza nasce la devianza: Non potendo, non dovendo difendere il Paese, s’industriano a spiare i politici, a stendere dossier”.
Che vuol dire inefficienza?
“Vuol dire che quando gli Americani hanno deciso tempo fa di sospendere il flusso delle informazioni in loro possesso, siamo rimasti ad aspettare che cambiassero idea. Vuol dire che i sistemi di reclutamento sono incredibili. Poiché i servizi sono segreti, una delle garanzie di riservatezza è che ognuno tira dentro un parente. Vuol dire che riciclano le informazioni delle Questure. Vuol dire, un esempio: dieci anni fa segnalano Freda in Grecia. Si discute come andarlo a prendere. Si decide: lo rapiamo. Si appalta l’ operazione al camorrista Zaza in cambio di denaro e impunità. Zaza subappalta il rapimento. Il rapimento fallisce. Freda resta libero. Zaza vola via con i soldi. Ecco i nostri servizi”.
Ma non sono gli stessi servizi che avevano detto a Craxi che “signori con la valigia giravano per l’ Italia”?
“Ma quelle sono soffiate che arrivano a centinaia. Col senno di poi ci si ripensa. Ma se volessimo ascoltarle i treni bisognerebbe fermarli tutti ogni giorno. Quando ero ministro dei Trasporti il direttore generale mi diceva: fermiamo solo quando la telefonata arriva ai Carabinieri perché i Carabinieri si presentano in stazione, altrimenti potremmo chiudere tutte le linee per sempre”.
Craxi, perché non è andato a Bologna?
“Sbaglia chi critica la sua assenza. Non ha potuto, ma sarebbe stata una risposta vecchia. Altre sono le risposte: non smettere una politica di pace nel Mediterraneo…”.
Ignorare l’avvertimento?
“Possiamo fare solo due cose: o rientrare nei ranghi o dotare il Paese di sistemi di difesa e di sicurezza adeguati alle nostri ambizioni. Ci sarebbe una terza cosa da fare: diventare una democrazia compiuta, ma altri ci hanno messo secoli, noi ci proviamo da appena due generazioni. E purtroppo, nel dopoguerra si è scelta una democrazia del compromesso, una democrazia lenta”.
Onorevole, che vuol dire non smettere una politica di pace nel Mediterraneo?
“Vuol dire che una volta si sta con Israele e una volta no”.
E che vuol dire capire l’avvertimento senza subirlo?
“Vuol dire sofferenza per tutti i partiti. Perché significa imparare a discriminare il bene e il male sullo schieramento internazionale senza garanzie e certezze. Vuol dire diventare nazione. L’unità antifascista, purtroppo, non basta più né per capire né per fermare le stragi. E’ questo il dramma della pista internazionale, quella vera”.

Intervista di Mino Fuccillo, 29 dicembre 1984

Lode alla crisi

“Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.
Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.
Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.
Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.
Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:
«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».
Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.”

Da La sfida dell’avvenire, di Moreno Pasquinelli.

Cultura e Covideologia: la necessità di una contro-narrazione

A fianco delle misure sanitarie e di distanziamento sociale, stiamo assistendo allo sviluppo di una narrazione ideologica intorno all’emergenza Covid-19, che utilizza i linguaggi artistico-culturali. Grandi aziende come Coca-Cola, Amazon o Lavazza, infatti, stanno producendo spot finalizzati a promuovere non già il proprio prodotto, bensì un nuovo stile di vita conseguente all’emergenza pandemica. Il tratto comune a questi spot, è l’enunciazione del fatto che il distanziamento sociale sia destinato a rimanere per sempre e che il nuovo stile di vita che ne deriverà sia da abbracciare con entusiasmo. È singolare assistere all’allineamento della stragrande maggioranza degli artisti alla narrazione dominante, soprattutto se si considera il fatto che le arti sono, dal punto di vista professionale e occupazionale, uno dei settori maggiormente colpiti dalle norme di distanziamento.
In quest’incontro due operatori del settore teatrale e musicale, Riccardo Paccosi (attore e regista) ed Antonello Cresti (saggista e musicologo), analizzano come stiano funzionando le strategie culturali delle covideologia, quale funzione strategica ricoprano i linguaggi culturali nel nuovo ordine sociale che si sta creando, in che modo si possa costituire un fronte autonomo dell’ambito artistico-culturale, che sia in grado di mettere in campo una contro-narrazione.

Il paziente inglese

In amore non ci sono confini, recitava quella vecchia locandina che sembra anticipare l’attualità su un altro piano.
E nella frode medica non ci sono limiti, se non quelli che porremo con un vigoroso esercizio delle nostra libera e consapevole scelta.

Siamo in piena fraudocrazia: dove chi comanda inganna i sudditi, a fini di sfruttamento. La medicina, l’appello alla tutela della salute e alla ”scienza” ne sono lo strumento. Che viene usato in due modi:
a) come mascheramento per una tirannia politica. Sospensione della Costituzione, limitazioni della libertà personale, rimaneggiamento economico, sociale, culturale, demografico. In nome della salute, presentando un quadro apocalittico con inganni amplificati a catena: il bombardamento mediatico diffonde statistiche ad effetto, costruite su manipolazioni materiali e false interpretazioni, come i tamponi PCR tarati sulla falsa positività, la positività in asintomatici fatta passare per pericolo grave, il falsificare le cause di morte attribuendole al Covid.
b) per lo sfruttamento, incrementando, con la paura e la coercizione, le grandi frodi strutturali della medicina, dotate ormai del potere dello Stato. Come la vaccinazione di massa con preparati tirati fuori dal cilindro, dalla appropriatezza, efficacia e sicurezza proclamate ma non adeguatamente verificate, o la pressione per la telemedicina, la medicina a distanza, che abbatte i costi e aumenta le entrate – e le occasioni di frode – a danno del paziente.
I due modi sono connessi e interagiscono. Es. le misure costrittive e i loro giri di vite, o di corda, spingono le persone ad accettare le vaccinazioni nel tentativo di liberarsi dall’incubo. La forma punitiva che in Italia è stata data al Natale trova le sue motivazioni anche nell’incipiente campagna vaccinatoria.
Francesco Pansera

(Fonte)

Sinistre, Covid, una storia che parte da lontano

…una conversazione tra gli stessi conduttori di Byoblu, Marco Rizzo, segretario di uno dei Partiti Comunisti e il sottoscritto, sui destini e caratteri attuali della sedicente “sinistra”, diventata staffiere della cavalleria di destra, nel momento in cui è lanciata all’attacco.
Le cose che ci siamo detti, da sponde in parte divergenti, su una sinistra che, dal 1943, non ha nemmeno il bisogno del masso di Sisifo (intendendo per Sisifo le masse ed essendo le sinistrocrati il masso) per tornare, sistematicamente, a precipitare verso il basso, o l’opposto. Nel ruolo neanche di protagonista, ma di riserva in panchina, cui concedere un attimo di soddisfazione, quando il gioco è ormai fatto. E’ il momento di gloria dei conigli.
Fulvio Grimaldi

(Fonte)