“In Russia siamo abituati a giudicare in base ai fatti”

Lettera aperta dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Sergey Razov, al Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto
Ambasciata della Federazione Russa in Italia, 31 gennaio 2023

Egregio signor Ministro,
Il 30 gennaio di quest’anno Lei ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui, tra l’altro, ha affermato che l’Europa non deve chiudere le porte ai russi e percepire il popolo russo come un nemico. “Non ho mai condiviso chiusure verso gli artisti, gli sportivi, la popolazione civile. Dobbiamo lasciare dei canali di dialogo aperti” – ha detto. E ha aggiunto: “Perché negare i visti ai cittadini russi? Sarebbe meglio che le persone venissero in Europa anche per ascoltare una voce diversa”.
Concordiamo di rado con le Sue dichiarazioni e azioni soprattutto per quanto riguarda la fornitura di armi italiane all’Ucraina, ma credo che quasi tutti i cittadini russi sottoscriverebbero senza esitazione queste parole. E lo stesso farebbero, suppongo, anche in Italia. Ma in che misura tali parole corrispondono alla realtà? Esaminiamo i fatti concreti. Chi è che sta riducendo le opportunità di contatto e di dialogo tra i popoli dei nostri paesi?
La Russia, fondamentalmente per iniziativa del precedente governo italiano, è stata privata dell’accesso a 300 miliardi di dollari delle proprie riserve valutarie. Ora si discute della possibilità di uno scippo definitivo. E stiamo parlando dei soldi dei contribuenti russi.
L’Italia continua a sequestrare immobili, proprietà e altri beni di uomini d’affari russi dichiarati “oligarchi”. Su questa base, giuridicamente traballante, viene discriminata un’intera categoria di cittadini del nostro Paese che ha investito i propri capitali nello sviluppo dell’Italia.
Con pretesti inverosimili e con la scusa della “solidarietà”, sono stati ingiustificatamente espulsi dall’Italia 30 dipendenti dell’ambasciata russa a Roma (con i familiari: 72 in totale), persone che tanto si erano adoperate per sviluppare e rafforzare le relazioni bilaterali. Tra questi, anche coloro che, nel periodo più difficile della pandemia di coronavirus, hanno contribuito a organizzare l’operazione militare-umanitaria russa svoltasi in Italia nel marzo-maggio 2020 per aiutare le popolazioni colpite del Paese amico. In segno di “gratitudine”, l’Italia ha riconosciuto ai nostri diplomatici lo status di “persona non grata”.
Su impulso degli allora vertici del Ministero degli Esteri italiano, membri di spicco della società civile russa sono stati privati dei riconoscimenti statali italiani. Molti di loro erano stati premiati, tra l’altro, per la loro assistenza disinteressata nella ricostruzione della città dell’Aquila, colpita da un devastante terremoto nel 2009.
Su iniziativa della parte italiana, sono stati interrotti i collegamenti aerei diretti tra i nostri Paesi, riducendo così al minimo il turismo russo in Italia. I nostri connazionali che riescono a raggiungere il Belpaese devono affrontare complicate procedure di rilascio dei visti, il cui costo è più che raddoppiato, e una volta in Italia si scontrano con il rifiuto, da parte di alcune aziende, di vendere loro merci per un valore superiore ai 300 euro.
Il reale atteggiamento nei confronti degli esponenti del mondo culturale russo risulta evidente dai casi di annullamento delle esibizioni in Italia del direttore d’orchestra di fama mondiale V.Gergiev, della pianista V.Lisitza o del ballerino S.Polunin, annullamento determinato unicamente dalla loro posizione politica.
L’atteggiamento nei confronti dei contatti nel campo dello sport è illustrato in modo eloquente dal rifiuto delle autorità italiane, nel marzo 2022, di consentire l’organizzazione di un volo umanitario per trasportare una squadra di atleti paralimpici russi con disabilità, bloccati dalla chiusura dello spazio aereo.
Servizi bancari rifiutati senza motivo, chiusure forzate di conti correnti e altre restrizioni discriminatorie legate al possesso di passaporto russo o semplicemente all’indicazione sui documenti della Russia come luogo di nascita, sono diventati un fenomeno comune nella vita dei nostri connazionali presenti in Italia.
E questo non è assolutamente un elenco esaustivo dei passi compiuti dall’anno scorso da parte italiana per impedire unilateralmente i contatti, distruggere i canali di dialogo bilaterale attivi in precedenza. E qui, signor Ministro, sono sicuro che troverebbe molto difficile citare una qualsiasi iniziativa adottata nella stessa direzione da parte russa.
In Russia siamo abituati a giudicare in base ai fatti piuttosto che alle parole. E i fatti sono molto lontani dalle Sue parole, alla cui sincerità, pur volendolo, è difficile credere.
Rispettosamente,
S. Razov

(Fonte)

Sovranismi strabici

“All’interno di quello che “The Economist” definisce il nascente ‘ordine mondiale alternativo’ è utile interrogarsi a quali degli attori della sfida globale giovi maggiormente il sovranismo o meglio i diversi sovranismi nazionalisti, quello anti-UE e filo-NATO e quello anti-UE e anti-NATO. Il primo, il sovranismo di destra ed estrema destra che esercita una richiesta di riappropriazione di sovranità nei confronti dell’UE ed evidenzia un posizionamento geopolitico atlantista, risulta funzionale al completo assoggettamento dell’Europa agli Stati Uniti ed è, pertanto, un fattore di mantenimento dell’ordine mondiale unipolare a guida americana. Il sovranismo nazionale anti-UE e anti-NATO si colloca in una prospettiva che mira a distaccare la nazione dai legami istituzionali con l’UE e dalla sudditanza geopolitica agli Stati Uniti. Anche questo ramo del sovranismo resta meramente nazionalista e non si attiva in senso europeista, in quanto identifica l’Europa con l’UE che considera lo strumento istituzionale e burocratico del globalismo.
Non è questa la sede per approfondire le diverse anime interne alle istituzioni europee, specie in materia di difesa comune, e il dibattito tra una minoranza che richiede autonomia strategica ed una maggioranza che concepisce l’Europa come parte dell’universo euro-americano; ciò che è rilevante in questa sede è che il sovranismo anti-UE e anti-NATO percepisce l’UE come irriformabile. Se nell’attuale scenario di guerra la presa di distanza e la critica serrata alla NATO, accusata, secondo una prospettiva mearsheimeriana, di aver accerchiato la Russia con una vera e propria minaccia militare, si traduce in una richiesta di rottura della sudditanza nazionale verso Stati Uniti, la mancanza di una proposta aggregativa europeista rischia di lasciare tale approccio in una situazione di fragilità e irrealizzabilità rispetto alla forza cultural-mediatica euro-atlantista e alla vasta presenza dell’atlantismo a livello parlamentare.
A parte la Germania che, col suo piano di riarmo da decifrare in termini geopolitici (riarmo autonomo, europeo collaborato o legato all’industria bellica americana?), preoccupa gli Stati Uniti, molte nazioni, anche qualora la prospettiva sovranista anti-UE e anti-NATO riscuotesse un elevato, ma ad oggi alquanto improbabile, successo elettorale, finirebbero per trovarsi in una condizione di fragilità rispetto al dominus americano. Se, dunque il sovranismo anti-UE e filo-NATO è direttamente funzionale all’unipolarismo americano, il sovranismo anti-UE e anti-NATO non sembra potersi attivare in proposte geopolitiche alternative all’unipolarismo e potrebbe condurre piuttosto all’isolamento tipico dei sovranismi nazionali.
Per i sostenitori dell’unipolarismo a guida americana il sovranismo nazionalista di matrice atlantista è ovviamente un alleato e/o uno strumento al tempo stesso, mentre il sovranismo anti-UE e anti-NATO, qualora non riscuotesse maggiori consensi elettorali, potrebbe anche essere lasciato prosperare come accettabile avversario incapace di proporre una strategia geopolitica alternativa.
Ciò che minerebbe o rappresenterebbe una minaccia per l’unipolarismo americano e le sue certezze di controllo geopolitico del continente europeo sarebbe, invece, un sovranismo europeista che reclami un’autonomia geopolitica, di difesa e di relazioni internazionali e proponga una riforma dell’UE su basi europeiste e un distacco dalla dominante prospettiva euro-americana. Le leve cardine a disposizione degli Stati Uniti per procrastinare l’unipolarismo a guida americana e impedire l’autonomia strategica europea sono fondamentalmente due. Il congelamento delle istituzioni europee all’attuale condizione di euro-americanismo e lo stimolo dei sovranismi nazionali che reiterino le divisioni del continente e le conflittualità nazionalistiche. Si può, pertanto, asserire che nell’attuale quadro geopolitico, caratterizzato dal passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo e dal riemergere di una guerra fredda Ovest-Est, il sovranismo nazionalista può rappresentare uno degli strumenti della geopolitica statunitense, anche accettando un comodo avversario come il sovranismo anti-UE e anti-NATO che, pur criticando gli Stati Uniti e il loro imperialismo, mantiene una prospettiva dividente per il quadrante europeo e quindi a suo modo funzionale a frammentazione e depotenziamento dell’Europa.”

Da I sovranismi alla prova della guerra in Ucraina, di Nicola Guerra, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2023, pp. 42-44.

Il Ponte sullo Stretto come il MUOS di Niscemi e Sigonella

Non prova neanche a mimetizzarlo il suo punto vista, Lucio Caracciolo, sul ponte sullo Stretto. Ne ha parlato in un pezzo scritto per La Stampa il 7 dicembre scorso. Per lui sono secondari gli argomenti, e gli scontri, sugli aspetti ingegneristici, economici, ambientali dell’infrastruttura d’attraversamento. Ciò che conta è la sua valenza strategica, geopolitica, militare. Per questa ragione assimila il ponte sullo Stretto al MUOS di Niscemi, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA per governare i conflitti globali del XXI secolo, “senza dimenticare le strutture di Sigonella e Pantelleria”. Perché ciò che conta è il valore strategico della Sicilia, il suo collocarsi in un’area che Limes chiama Caoslandia, nel Mediterraneo “allargato” che è tornato ad essere centrale per i flussi commerciali provenienti da Oriente e per l’intervento politico, militare, economico di Cina, Russia e Turchia.
Limes aveva già insistito in altre occasioni su questo tema. Proprio un anno fa la rivista di geopolitica, i cui redattori, dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, sono stabilmente sui canali tv nazionali, aveva pubblicato un numero speciale sulla Sicilia. “L’Italia senza la Sicilia non esiste”, questo era l’argomento. Per questa ragione la Sicilia non può “annegare” nel Mediterraneo. E nel pezzo pubblicato su La Stampa Caracciolo è esplicito fino al didascalico. “Se non lo volete capire la Sicilia è la Frontiera e senza la difesa della Frontiera gli Stati periscono”, sembra dire, perché dallo Stretto di Sicilia (così quelli di Limes chiamano il Canale di Sicilia per sottolineare la esigua distanza che separa l’Isola dall’Africa) passa la principale rotta migratoria, perché da lì passa la via della seta cinese, perché “i turchi e i russi della Wagner si sono acquartierati sul lato africano dello Stretto”, perché quel tratto di mare è attraversato dai cavi sottomarini transcontinentali della Rete.
Caracciolo ci ricorda che la Sicilia fu il luogo dell’invasione alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella volta gli invasori erano i “liberatori americani” e ce la cavammo, ma stavolta chi potrebbe essere il nuovo invasore? Per questo l’Italia (ma a questo punto perché non l’Europa o l’Occidente?) senza la Sicilia non esiste. Perché la Sicilia deve essere la piattaforma militare nel Mediterraneo, la difesa dell’Occidente dalle armate dei Bruti o degli Extranei. Noi siamo la Barriera costruita a difesa. Questo è il nostro destino. Lucio Caracciolo si spinge fino a lamentare la scarsa presenza militare nell’area” e ad auspicare una “più incisiva presenza della Marina e delle altre Forze armate nelle acque” di quello che insiste a chiamare il “mare nostro”. L’ennesima ode al militarismo e al riarmo a cui gli analisti mainstream ci hanno abituato nell’ultimo anno di fratricida guerra in Ucraina. Ipocrita narrazione di una “Isola indifesa” quando è sotto gli occhi di tutti il devastante e invasivo processo di militarizzazione che ha investito ogni angolo della Sicilia e delle sue isole minori e l’abnorme presenza statunitense nella stazione aeronavale di Sigonella, “capitale mondiale dei droni”. Per questo il ponte serve, per Caracciolo: per la sicurezza, per stabilizzare le aree di frontiera e per collegare militarmente l’Italia, l’Europa, l’Occidente alla Sicilia, non viceversa.
In passato avevamo già invitato a guardare ai rischi che il ponte portava con sé anche sotto questo profilo. Ci avevano guardati un po’ perplessi. Il ponte ci metterebbe in pericolo, farebbe da traino ad una ulteriore forte militarizzazione e ad un più asfissiante controllo del territorio proprio perché naturale obbiettivo strategico in caso di conflitto. Eccoci serviti. Lucio Caracciolo ce lo sbatte in faccia senza neanche prepararci con parole di circostanza. E a chi pensa che con il ponte i propri figli non emigrerebbero più potremmo consigliare di arruolarli, che forse lì di lavoro ne troverebbero.
Ciò che è incredibile è che il ritorno del Mediterraneo come luogo centrale e l’importanza della Sicilia per la sua collocazione geografica debba essere necessariamente declinato sotto il profilo della guerra. La Sicilia, che nelle vecchie carte appariva più estesa di quanto lo fosse proprio per l’importanza che assumeva nei commerci mondiali, la Sicilia raccontata da sempre dai viaggiatori, deve essere piattaforma di guerra? E perché, invece, non potrebbe essere piattaforma di pace? Perché gli abitanti dell’isola non potrebbero trarre “vantaggio” dall’affacciarsi della propria terra su un continente africano in crescita? Perché non possiamo pensare di crescere insieme con le popolazioni africane che lavorano, viaggiano, portano avanti le loro famiglie, socializzano e trasferiscono risorse e conoscenza? Il nostro No al ponte è anche questo. Un No alle logiche di guerra, alle militarizzazioni dei territori e del mare, ai muri armati innalzati tra Nord e Sud. E’ il nostro Sì, forte, per la Pace, il Disarmo e la Giustizia tra i Popoli.
Antonio Mazzeo e Luigi Sturniolo

(Fonte – il collegamento inserito nel testo è a cura della redazione)

NewsGuard e la censura dell’informazione politicamente scorretta


“Un’agenzia creata negli Stati Uniti da uno dei personaggi più potenti della Borsa di Wall Street, come espressione diretta dei gangli del potere USA e con riferimenti diretti a NSA, CIA e Council of Foreign Relations, ha il potere di dare bollini di “verità” a chi fa informazione in Italia. Questa agenzia, NewsGuard, lavora a stretto contatto con la Commissione europea, con il gruppo mediatico Gedi della Famiglia Agnelli-Elkann, con browser, motori di ricerca e social che filtrano l’informazione, può indirizzare i proventi della pubblicità online e riceve “autopremi” da un Consolato USA.
Non si tratta di presunti hacker russi da San Pietroburgo o fantasmagoriche interferenze cinesi secondo fonti che vogliono restare anonime del Dipartimento di Stato USA. Stiamo parlando di un’agenzia statunitense reale alla quale, nei fatti, è stato impunemente dato il potere di bloccare chi porta avanti una visione di mondo diversa da quella decisa a Washington. Il suo operato è chiaramente inconciliabile con i dettami della nostra Costituzione.
Vi abbiamo scritto come uno dei campioni della propaganda atlantista, Open, ha il potere di censurare direttamente (non passando per gli algoritmi) le pagine Facebook di giornali regolarmente registrati come quella de l’AntiDiplomatico. Pensate – e noi abbiamo dovuto rileggerlo varie volte per crederci – che nonostante questo record in materia di fake news, per il Caronte (USA) delle notizie il giornale di Mentana non solo è da “bollino verde”, è il “sito più attendibile in Italia”. Ci sarebbe da ridere per ore se non fosse tutto così tragico.
Nell’assordante, religioso e coloniale silenzio di tutti i partiti del Parlamento italiano, anche questo articolo subirà la censura di browser, motori di ricerca e social, grazie al “filtro” di un’agenzia che lavora da e per conto di Washington.”

Alessandro Bianchi, presidente della “L.A.D. Gruppo Editoriale ETS” e direttore editoriale de l’AntiDiplomatico, descrive le modalità della censura esercitata ai danni della sua testata.
Qui l’articolo completo.

Dis-servizi discreti

Questo libro tenta di ricostruire l’evoluzione del sistema criminale integrato e di offrire al lettore la possibilità di studiare i meccanismi fondamentali sui quali si basa oggi il mondo delle relazioni internazionali.
L’Italia è un narcostato deviazionista, governato da un sistema illecito di potere che prende il nome di ”sistema criminale integrato”. Detto sistema è composto da servizi segreti, massoneria e criminalità organizzata.
Dagli omicidi di Falcone e Borsellino, il ”sistema Italia”, concernente finanza e mega aziende di Stato (al tempo ENI, Telecom e Finmeccanica), ha utilizzato le mafie, in primis la ‘Ndrangheta, per espandere la propria egemonia e rafforzare i rispettivi mercati, in un contesto di competizione atlantico e globalista.
La ‘Ndrangheta, così come i vari associazionismi criminali, è diventata massoneria oltre che proiezione della nostra intelligence, arrivando a conquistare competenze in materia d’antiterrorismo, di gestione delle emergenze sanitarie e della vita pubblica.
Le istituzioni e la politica hanno ceduto il passo al sistema criminale integrato, allo stesso modo dei principali Paesi europei appartenenti al blocco atlantico. L’Italia, tuttavia, conserva (per ora) una peculiarità: la ”Cosa Nuova”, l’entità criminale risultante dall’unione di tutti gli associazionismi per delinquere nostrani, è autonoma ed è gelosa delle sue prerogative, tanto da scontrarsi apertamente con l’intelligence degli Stati Uniti.

***

A seguire, un’estratto dall’intervista introduttiva all’autore Chris Barlati, contenuta nel testo.

Perché hai deciso di scrivere questo libro?
Sono oramai diversi anni che raccolgo informazioni. Forse quattro, non ricordo bene. Ho seguito da vicino le vicende di mafia, nello specifico di Cosa Nostra. Il primo lavoro è stato una tesi di laurea, in cui ho trattato la transizione della Prima Repubblica verso la Seconda, con un focus specifico su Mani Pulite e Tangentopoli. Ho potuto conoscere tanta gente e ascoltare tanti politici oltre che agenti speciali, giornalisti e massoni.
Col tempo ho iniziato a indagare per conto mio. Volevo scoprire chi avesse ucciso Falcone e
Borsellino, e credo di essere arrivato a una conclusione. Nomi e cognomi dei colpevoli sono tanti, poiché parliamo di una decisione imposta dall’alto, inevitabile, di cui erano consapevoli le stesse vittime, e che ha conosciuto l’approvazione, o meglio la tacita accettazione, di un numero incalcolabile di individui.

Chi sono i principali responsabili?
I colpevoli non sono solo gli apparati dei Servizi italiani, quelli che hanno premuto il bottone del dispositivo che fece saltare in aria, nei pressi di Capaci, un pezzo dell’autostrada A29. E non sono nemmeno gli ”utili idioti” dei corleonesi, un branco di esaltati ignoranti, manipolati a piacimento dalla massoneria angloamericana. I veri colpevoli sono gli Stati Uniti, che hanno preso accordi con l’intelligence italiana.
Più che intelligence, è corretto utilizzare la definizione di sistema criminale integrato (abbreviato SCI), poiché l’attentato vide il coinvolgimento delle imprese di Stato, del mondo della finanza, della politica e dell’economia (il famoso filone del Gruppo Ferruzzi). Anche la definizione di ”Servizi Segreti” non è corretta, poiché parliamo di una sezione maggioritaria che prese il nome di Falange Armata, e che agì di concerto con la criminalità organizzata e la massoneria ai danni dello Stato della Prima Repubblica, e per mero tornaconto corporativo/personale.

Insomma, un ”deep state” italiano?
Esatto.

Che ruolo ebbero Berlusconi e Andreotti?
Berlusconi poco c’entra in tutta questa faccenda, poiché il Cavaliere venne obbligato da Craxi a
”scendere in campo” per arrestare le rivendicazioni autonomiste della Falange. I politici della Prima Repubblica, in primis Andreotti, tentarono di mediare, di rimanere al potere, di impedire alla finanza statunitense ed alla CIA di imporre i propri uomini.
Inizialmente, dopo la caduta del muro di Berlino e l’inizio di Mani Pulite, i politici della Prima
Repubblica tentarono di eliminare l’apparato atlantico-mafioso, di smobilizzarlo, per ricostruirsi una verginità mai posseduta, ma quest’ultimo reagì. Andreotti si servì di Falcone, e Falcone ne era consapevole. Il sistema criminale integrato italiano era troppo grande, e non voleva farsi da parte, e contrattaccò imponendosi come potere decisionale, sentendosi tradito sia dalla propria classe politica che dall’intelligence statunitense (per le quali il Sistema criminale aveva trafficato). Vi sono anche ragioni storico-politiche internazionali che favorirono l’ascesa al potere non solo dell’intelligence italiana, ma di una sezione ben specifica che io chiamo Disservizio.
Il piano originario della massoneria, di cui faceva parte Cosa Nostra, prevedeva l’indipendenza del Sud Italia. Un piano del genere non poteva avvenire senza un consenso d’oltreoceano, essendo le basi NATO del nostro Meridione le più importanti del bacino Mediterraneo.
L’accordo tra Falange e massoneria statunitense (democratica e repubblicana) avrebbe previsto la divisione in due dell’Italia:
• Al Nord la finanza (massoneria democratica) avrebbe privatizzato le imprese e conquistato il
territorio sino a Roma.
• Al Sud l’apparato criminale (massoneria conservatrice), il Disservizio, avrebbe trasformato la
base dello Stivale nell’oasi della criminalità internazionale. Un piccola Svizzera, con paradisi
fiscali e assenza di qualsiasi codice punitivo antimafia.
Andreotti cercò di mettere insieme ciò che rimaneva della Prima Repubblica e di salvarne l’eredità (la politica dell’amante araba e dell’ipocrisia di Stato). Fu così che i vecchi dinosauri della Prima ora occuparono i ruoli ”strategici” nella gestione dei relativi mercati ”strategici”: Cossiga, D’Alema, De Gennaro, Violante, Scotti, ecc… . Ritroviamo detti personaggi alla guida delle mega aziende di Stato (Violante), nella vendita di armamenti e tecnologie ai paesi in via di sviluppo (D’Alema), e nella formazione universitaria del personale d’intelligence (Scotti).
Quelli che furono, e che per certi aspetti rimasero, alla guida del Paese, subito dopo Mani Pulite,
possiamo oggi definirli come i ”sopravvissuti”. Costoro, nonostante le passate differenze ideologiche, lavorarono armonicamente per garantire, nei limiti del possibile, l’interesse dei grandi marchi italiani e lo sviluppo della grande finanza di Stato, seppur in un marco chiaramente di matrice democratica, europeista ed atlantista.
Per ritornare al nostro discorso, il Divo Giulio tentò di resistere e di mitigare il trapasso verso un mundus novus; seppure Mani Pulite e Tangentopoli spazzarono via, senza alcuna pietà, DC e PSI. La politica della Prima Repubblica, nella sua componente fondamentale, dovette forzosamente scendere a compromesso con la Falange. Gli uomini di Andreotti, come il noto faccia da mostro, giocarono un ruolo prioritario nell’omicidio di Falcone e Borsellino, e non per chissà quale trama andreottiana, ma perché i due giudici eroi dovevano morire, proprio come Aldo Moro, per ordine d’oltreoceano.
I Servizi e gli USA avevano già deciso l’eliminazione di Falcone, e Andreotti dovette dar prova di
fiducia, crudeltà ed efficienza, così da spaventare e allo stesso tempo compiacere gli Stati Uniti. La bomba di Capaci manifestò la potenza che avrebbe potuto scatenare la Falange, la quale avrebbe potuto colpire, all’occorrenza, anche le basi NATO presenti in Sicilia e nel resto d’Italia.
Fu così che venne sancita la triangolazione tra Servizi Segreti italiani, la Seconda Repubblica e gli Stati Uniti d’America, suggellata con il sangue del giudice e della sua scorta.
Quello stato di deterrenza si mantiene ancor oggi. Più o meno.

Perché questo titolo? Cos’è il Disservizio di cui parli?
Dis-Servizio discreto fa riferimento a due concetti: il primo è quello di ”Servizio”. Il secondo è quello di ”segreto” (nel senso generico di segretezza).
Un Servizio è tale se agisce unicamente in funzione dello Stato. Poniamo un esempio.
Un uomo delle istituzioni, al pari di un pompiere, un carabiniere o un medico, attua, il più delle volte, con azioni violente per proteggere l’individuo e la collettività:
• In caso di incendio, un pompiere può e deve abbattere la porta di ingresso di una casa per
salvare il proprietario dalle fiamme e da morte certa.
• Un medico, nell’operare in condizioni di urgenza, deve lacerare le carni del paziente, strapparne gli indumenti, dunque danneggiare irreversibilmente la proprietà, l’estetica e l’integrità dei tessuti per evitarne il decesso.
• Un carabiniere, in caso di indiscutibile pericolosità, deve poter aprire il fuoco ed uccidere un
pericoloso delinquente.
Nessuno mai oserebbe denunciare un pompiere o un medico per avergli arrecato un ”danno”. A morte certa viene sempre preferito il male minore, sia esso una porta, una cicatrice o l’eliminazione di un pericoloso criminale.
La necessità muove l’azione di suddetti organismi dello Stato, e lo stesso vale per i Servizi. Non è la legalità, pertanto, il fondamento che giustifica l’operato dell’intelligence, ma la necessità che molto spesso, o quasi sempre, travalica i confini del legale, con omicidi, traffici e depistaggi di varia natura.
Qualora simili interventi vengano compiuti per il bene dell’Italia, si può parlare di Servizio vero e proprio, nel senso anche letterale di prestazione offerta nei riguardi del singolo e della collettività (appunto, servizio di pubblico interesse). Laddove le menzionate gesta danneggino la sovranità, l’autonomia e gli interessi dello Stato, non possiamo definire l’organismo in questione come un Servizio, ma l’opposto: un Disservizio. Un tumore, che divora dall’interno il Paese e le istituzioni al pari di un parassita.
Per quanto concerne il secondo punto, il concetto di segreto, dobbiamo dichiarare che un Servizio, in quanto tale, non può essere completamente ”segreto”. Se così fosse, sarebbe pericoloso, inservibile e alienato da ogni realtà. Un Servizio deve godere di canali di comunicazione con la politica, la società e il mondo esterno, poiché il suo compito principale è la raccolta informazioni, che consente l’intervento tempestivo delle autorità in caso di immediato pericolo.
Un certo grado di riservatezza è, quindi, necessario per la sicurezza dell’Istituzione e il benessere dei cittadini. In virtù di ciò, si giustificata l’apposizione del segreto di Stato.
Se non assolutamente occulto, un Servizio, per prestare un efficace ed efficiente ‘servizio’ alla
comunità, deve essere ”discreto”, in altre parole contenuto, moderato, conoscitore dei limiti, non invadente, presente e attivo nella prevenzione delle catastrofi.

E con rispetto a quanto accaduto in Italia?
Il Disservizio italiano, per dirla in breve, è il contrario del Servizio Segreto. E’ la parte militare del sistema criminale integrato, ed agisce non per la tutela dello Stato ma per la sua distruzione.
Arrivati a questo punto, dobbiamo introdurre il concetto di sistema criminale integrale di cui è parte il Disservizio, e che è composto da criminalità organizzata, massoneria ed intelligence. Detto così può sembrare strano, ma bisogna analizzare le tre componenti per capire di cosa si tratti.

Prego.
Nel libro inizio parlando del processo ‘Ndrangheta Stragista, nello specifico del primo grado di
giudizio, con alcuni brevi riferimenti ad altri processi ed inchieste. La storia della ‘Ndrangheta è esemplificativa di come un’organizzazione criminale organizzata raggiunga lo status di massoneria e poi, legalizzandosi, di potere decisionale. Per molti aspetti, la storia dell’Onorata Società è analoga a quella di Cosa Nostra statunitense che, da organizzazione malavitosa partita dalla Sicilia, arrivò negli Stati Uniti divenendo il fulcro della finanza criminale occidentale di Wall Street.

Cosa c’entra la criminalità organizzata calabrese con il Disservizio italiano?
Nella prima parte di questo libro parlerò del ruolo assunto dalla ‘Ndrangheta dopo gli anni della guerra allo Stato (guerra mossa dalla Falange contro la morente Prima Repubblica). Perdonerai la pretesa di verità delle mie affermazioni, ma vi sono circa 400 pagine per convincersi della validità delle argomentazioni a supporto delle mie tesi.
Dopo che Cosa Nostra agì per destabilizzare ciò che rimaneva della Prima Repubblica, la ‘Ndrangheta acquisì poco a poco il ruolo della Mano Nera. L’organizzazione calabrese venne iniziata nella massoneria democratica di stampo europeista e si trasformò in una mafia finanziaria legata alle grandi imprese di Stato quali Telecom, Finmeccanica ed Eni. La ‘Ndrangheta, in poche parole, seguendo una tendenza internazionale, si trasformò nel braccio armato dello Stato; di quello Stato oggi espressione dei granchi marchi privati, anima e corpo dei mercati strategici: petrolio, armi e telecomunicazioni.
Con la caduta del muro di Berlino, cambiò il paradigma della gestione della vita. La politica fu
sostituita dall’economia e con essa i principi condizionanti della società. Si inaugurò l’avvento di un mundus novus che avrebbe dovuto unire non solo la Germania, ma l’intera Europa sotto il comando di una finanza statunitense ed un esercito a stelle e strisce.

(…)

Ritorniamo al discorso ‘Ndrangheta e intelligence.
Nel secondo dopoguerra, Cosa Nostra gradualmente assunse funzioni di intelligence, trafficando uranio ed equipaggiamenti per conto dei Democristiani in Medio Oriente o nei paesi sotto embargo come l’Iran. Attualmente, la ‘Ndrangheta è una sezione autonoma, parte integrante del sistema criminale integrato italiano, che vede la partecipazione delle aziende di Stato e delle sezioni di intelligence ”formali”. Ritroviamo la ‘Ndrangheta nelle truffe Telecom, in Africa nelle miniere di uranio, diamanti e nei pozzi petroliferi dell’Eni, sino ad arrivare al finanziamento dei guerriglieri nel Continente nero per sottrarre risorse ad Inglesi e Francesi (i peggiori terroristi di sempre).
La notizia più sconcertante degli ultimi mesi ha riguardato il boss ”Brendo”, narcotrafficante bulgaro legato alla ‘Ndrangheta, condannato a 20 anni di carcere in Italia. Il criminale in questione ha ricevuto da Zelensky la cittadinanza ucraina, che gli ha garantito la mancata estradizione e la latitanza.

Spero di aver capito bene. La ‘Ndrangheta è una sezione dei nostri Servizi Segreti che agisce con funzioni di politica estera?
Assolutamente, sì. Oltre ad essere anche massoneria europeista e democratica (in buona parte), la ‘Ndrangheta condivide affiliazioni, addestramento e modus operandi delle associazioni Stay Behind. Le consorterie criminali da tempo si sono unite in un’unica entità, e ciò non è passato inosservato. Non si parla più da decenni di singole organizzazioni siciliane o calabresi, ma di una Cosa Nuova: un livello unicamente massonico.
Seppur formata da correnti alla volte in conflitto, la Cosa Nuova è viva e uno dei suoi capi dovrebbe essere Matteo Messina Denaro.

(…)

Il Disservizio è una realtà prettamente italiana?
Il Disservizio e il sistema criminale integrato esistono in tutti i maggiori paesi atlantici. In Italia, Stato e Sistema criminale sono due entità diverse, nei paesi del Nord Europea, invece, sono una cosa sola (notiamo una comprovata tendenza verso la reductio ad unum). Germania, Olanda e Belgio sono narcostati privi di definizioni antimafia, dove i loro servizi segreti si occupano, alla luce del sole, dei traffici internazionali di droga ed armi. A differenza di casa nostra, la loro classe politica evita direttamente di parlarne, la magistratura non procede a giudizio per mancanza di leggi, e i loro corpi di polizia ne sono consapevoli ma non si oppongono.
E’ possibile constatare le mie affermazione in vecchi giornali e articoli in lingua olandese e francese, ovviamente riportati a mo’ di fonte nelle pagine del libro, caduti nel dimenticatoio.
Molti credono che l’Italia sia un paese di fessi. Non lo dubito. Ma nulla da togliere alle popolazioni del Nord, rovinate da molti più anni e in modo irreversibile.
La loro popolazione non reagisce, poiché totalmente inebetita dalla televisione, da un’inesistente educazione e da costumi sociali volti all’utilizzo di droghe ed alcol. Mi spingo oltre: nemmeno conoscono cosa sia la mafia. La degenerazione raggiunta in termini di sviluppo dell’intelletto è
devastante. Malgrado studi e statistiche manipolate (prive di fondamento), basta dare una rapida lettura alle cronache di questi paesi per fasi un’idea della follia raggiunta. Succedono cose allucinanti, da ”favela” dell’America Latina.
Lo stesso copione si sta attuando anche qui in Italia, e sta funzionando alla grande.

Alcuni esempi concreti?
In Francia non esiste la definizione di mafia o di associazione per delinquere organizzato. Lì troviamo l’espressione ”banditismo”, che fa riferimento a sodalizi dis-organizzati accomunati esclusivamente dalla caratteristica di commettere una serie di reati in quanto tali. Per i francesi la mafia è tale solo in Italia, poiché in Francia i diversi gruppi criminali (stando alla loro opinione) sarebbero privi di coordinazione. Chi conosce un minimo le cronache d’oltralpe sa che tutto ciò non è vero, poiché la storia dei marsigliesi, della criminalità parigina e della Corsica lo dimostra.
La classe dirigente francese è riuscita ad eliminare dalla memoria e dalla coscienza dei cittadini le menzionate vicissitudini, con un lavoro di manipolazione del pensiero devastante.
Dal punto di vista istituzionale, la Francia scende quotidianamente a patti con la criminalità africana e marocchina. Non esistono corpi speciali antimafia e le relazioni documentali dei rispettivi corpi di intelligence sono riservati (le relazioni, invece, della nostra DIA sono pubbliche). Qualora qualche giornalista insorga, si nega prontamente l’evidenza, si accusa di complottismo, si cambia discorso, o si denuncia l’autore ribelle. Eppure, non mancano inchieste di corruzione che investono l’Eliseo ed i corpi di polizia.
In Germania le istituzioni denunciano e condannano per calunnia chi osa parlare di mafia, e si è arrivati, nientemeno, a negare la Strage di Duisburg, eseguita dalla ‘Ndrangheta nel 2007, definita a più riprese come una mera fantasia della stampa italiana. La Germania ha un patto con la ‘Ndrangheta, e poco a poco anche i giornalisti antimafia tedeschi hanno iniziato a capirlo.
Nel Regno Unito, in termini antimafia e di prevenzione degli illeciti, siamo ai limiti del ridicolo. Bambini di due anni aprono aziende che sono intestate a loro volta a persone che ancora non sono nate. ”Alì Babà”, ”Il ladro di galline”, ”truffatore” sono solo alcuni dei nominativi che ritroviamo nelle documentazioni ufficiali, necessarie per aprire un’impresa e riciclare denaro. Documentazioni che, badiamo bene, non vengono passate al vaglio dei controllori poiché fondate sulla ”buona fede”.
In Olanda e Belgio non ne parliamo. Meglio leggere direttamente quello che è riportato nei capitoli del mio libro, sennò non mi credete.

Ci sono prove di tutto ciò?
Assolutamente, sì. Vi sono autori che ne parlano da decenni, collaboratori di giustizia e una pletora di prove, documenti, testimonianze ed inchieste internazionali, che coinvolgono diversi Paesi e istituzioni. Il problema è un altro: se non esistono leggi e qualsiasi condotta viene permessa, come si può combattere il fenomeno mafioso?
In Belgio e Olanda non si contano gli scandali di corruzione concernenti le autorità di intelligence; e la parola mafia non viene mai citata. Quando si indaga su di un presunto associazionismo mafioso, arriva il fermo dagli uffici centrali con la giustificazione istituzionale di ”mancanza di interesse nazionale”. Te lo dicono pure in faccia che a loro la mafia non interessa. Anzi, le conviene. Poiché sono soldi che vengono investiti nelle loro banche e nelle loro economie.
Una piccola puntualizzazione. All’estero vengono preferiti gli immigrati agli autoctoni, poiché
facilmente manipolabili. E se si parla di organizzazioni criminali, ecco che si viene accusati di
razzismo.
Vi sono casi di minacce, censure e licenziamenti che hanno riguardato politici e giornalisti che hanno osato denunciare summenzionato degrado. Parliamo di esponenti politici di sesso femminile e di fede musulmana che sono stati accusati, in Olanda, di razzismo, e che sono state costrette a lasciare il Paese a causa di un accanimento delle istituzioni, che ha messo più volte a repentaglio la loro vita.
In Italia il modus operandi degli Stati del Nord si sta implementando inesorabilmente. Anche con la costituzione di una legione straniera di criminali provenienti prevalentemente dalla Nigeria.

E meno male che eravamo noi i mafiosi. In questo libro, comunque, sembra che tu prenda in
analisi solo la parte berlusconiana, per così dire, del sistema criminale integrato. Per quale
motivo?
La vera mafia oramai gravita attorno a ciò che si definisce erroneamente ”la sinistra”. Il Partito Democratico, Magistratura Democratica, ONG immigrazioniste, stampa e comunicazione de
benedettiana: sono loro il vero sistema criminale integrato proiezione degli Stati Uniti. Sono loro, o meglio i loro precedessori, che hanno ammazzato Falcone e Borsellino. Proiezione di questa corrente è Giorgio Napolitano, il nuovo referente del patto transatlantico tra Italia e Stati Uniti, uomo della CIA in Italia e primo massone comunista a volare negli USA con il visto presidenziale.
Non è un caso che, in materia di patto tra Stato e Mafia, Berlusconi e Napolitano siano alleati nella contro i giudici del processo sulla ”trattativa”; ed efferati nemici in politica nazionale.

Come te lo spieghi?
Ala conservatrice e ala progressista hanno pattato con i Disservizi italiani. Se uno dei due parla troppo e non sta ai patti, iniziano gli attentati. Il caso italiano andrebbe studiato bene, poiché permette di desumere delle leggi universali inerenti l’utilizzo di determinati mercati illeciti per l’avallo di operazioni parastatali. Berlusconi e la sua squadra sono partiti dal basso, per poi ascendere poco a poco competendo con un altro sistema criminale integrato, quello che direzionò gli omicidi di Falcone e Borsellino, e che possiamo ricollegare all’espressione democratica e sionista di Carlo De Bendetti, la tessera numero uno del Partito Democratico (la sigla ”democratico” ricorre sempre come definizione distintiva).
Il primo sistema criminale integrato in quanto tale, di natura finanziaria, è stato quello della mafia italoamericana. I mafiosi degli anni ’70 avevano raggiunto la perfezione: avevano legalizzato le loro strutture ed erano entrati nelle amministrazioni presidenziali passando per Wall Street. Le famiglie italoamericano agivano come veri e propri istituti di credito, ed avevano un potere lobbystico impressionante.
Cosa Nostra italiana, invece, raggiunse il livello finanziario grazie al mafioso e massone Stefano
Bontade, che venne ucciso da Totò Riina quando quest’ultimo decise di rubargli i contatti di cui
disponeva all’interno della massoneria. Un’informazione che pochi conoscono è che i vertici della ‘Ndrangheta appartenevano a Cosa Nostra, come quelli della Camorra, i particolare i casalesi, i cui massimi esponenti erano tutti membri di logge massoniche coperte.
Berlusconi fa la sua comparsa quando questo sistema misto di criminalità decide di prendere il potere, tradito sia dagli Stati Uniti che dai politici della Prima Repubblica.

Ci si attiva per l’indipendenza del Sud Italia, ma ecco che si arriva ad un accordo.
Piano originario della CIA era l’eliminazione del sistema criminale italiano, da sempre troppo
autonomo e imprevedibile, ma Cosa Nostra seppe giocare la carta della destabilizzazione delle basi NATO, che avevano il loro centro nevralgico in Sicilia, hot spot delle comunicazioni di tutto il
Mediterraneo. Alla Falange, pertanto, venne affidato lo status di curare l’intelligence, la futura
protezione dal terrorismo, nonché i mercati della droga e dell’immigrazione.
Berlusconi ebbe il compito di mediare tra la Falange Armata e la politica della Prima Repubblica, e ci riuscì, diventandone il referente. Ecco il famoso patto tra Stato e Mafia, meglio noto come ”accordo tra sistema criminale integrato, intelligence panmediterranea e statunitensi”.

(…)

Qual è la situazione attuale?
L’Italia è un narcostato e il Disservizio non sembra molto felice di muover guerra alla Russia.
Esistono legami tra il Disservizio e i mercati strategici russi (come per tutti del resto), ma, allo stesso modo, dalla guerra e dall’impoverimento del nostro Paese la super struttura criminale ha solo da guadagnarci, come dal contrabbando di armi che vengono inviate da Mario Draghi in Ucraina.
Concludendo, alcuni autori locali siciliani si sono attivati nel denunciare una presunta e remota
possibilità che gli abitanti/criminalità dell’Isola, a causa delle alte temperature e del cambio climatico, potrebbero perdere la testa, chiedere armi a Putin ed iniziare un conflitto per l’indipendenza della Sicilia.
Quanto enunciato può sembrare un sintomo inequivocabile di pazzia, ma ci sono articoli consultabili in internet che riportano esattamente ciò che vi sto raccontando. Dette ”pazzie” altro non sono, stando a scienza d’intelligence e antimafia, che un messaggio rivolto alle organizzazioni criminali; messaggio che le intima ad occuparsi solo ed esclusivamente di contrabbandare armi in un’unica direzione, pena nuove confessioni di collaboratori di giustizia, blitz ed arresti improvvisi. Personalmente, interpreto il tutto come un avvertimento diretto a Cosa Nostra più che a Cosa Nuova nella sua totalità, considerate le passate distensioni del Movimento 5 Stelle nei confronti di Matteo Messina Denaro e del sistema criminale integrato.

Pronostici per il futuro?
L’Italia è condannata ad essere un narcostato per colpa degli Stati Uniti, che hanno creato e finanziato dalla Seconda guerra mondiale ad oggi una contraddizione di per sé già esistente, per limitare la sovranità italiana e la realizzazione di una vera democrazia (i numerosi patti tra USA e mafia).
In questi ultimi anni, il governo 5 Stelle ha stipulato da qui al prossimo futuro l’acquisto di numerosi aerei spia statunitensi, dotati di programmi di spionaggio israeliani, che dovrebbero viaggiare ininterrottamente 24 ore al giorno per intercettare e decriptare informazioni di natura digitale al fine di prevenire eventuali minacce terroristiche. Allo stesso tempo, i 5 Stelle sono stati i primi ad aprire le porte al 5G cinese.
Ex esponenti dei mondi massonici conservatori li ritroviamo a scrivere articoli contro succitata totale acquisizione dei mercati di intelligence da parte degli israeliani, ma non per ciò che attiene il 5G, attaccato da altri schieramenti (un assurdo controsenso).
L’Italia sarebbe dovuta diventare il punto di equilibrio iperbolico delle relazioni internazionali in termini di spionaggio tra Oriente e Occidente, come dimostra il livello estremo di contraddizioni raggiunto tra strutture democratiche e conservatrici, amiche e nemiche, a seconda delle circostanze, di Russia e Cina.
Questo bilanciarsi venne meno con Mario Draghi, che impose di fatto l’esclusivo controllo degli
apparati italici in direzione della sezione democratica statunitense.
Non vedo futuro, a meno che non si decida di occupare le basi NATO. Ma credo che prima salteranno in aria il Colosseo e la Torre di Pisa. Vox populi sostiene che i missili nucleari israeliani siano puntati sui nostri patrimoni storici e artistici. Che speranza possiamo mai avere di essere liberi?
Solo con la conquista dell’Europa e del mondo da parte di Cina e Russia potremmo sperare nella costituzione di un governo sovrano e indipendente. O almeno, nel peggiore dei casi, in una condizione di dignitosa sottomissione.

La Russia ci minaccia!

“Oh, la Russia ci minaccia, urlano all’unisono gli organi del Minculpop! Non ci vuole più dare il gas e il petrolio, su cui noi, uomini giusti, per altro sputiamo tutti i giorni.
Noi riforniamo di armi i fascistoidi di Kiev per ammazzare i soldati russi e più che altro i civili russofili o solamente russofoni (nella sola DNR, che ha meno abitanti di Roma, in 200 giorni sono stati uccisi dai bombardamenti ucraini 369 civili di cui 19 bambini), e Putin ci taglia il gas. Cattivo, cattivo, cattivo.
In realtà il Cremlino sa che le forniture di armi della NATO all’Ucraina da un lato impoveriscono l’Occidente e dall’altro non possono spostare di una virgola l’esito della guerra: Donbass conquistato/liberato assieme a Odessa. Punto. Quel che rimarrà dell’Ucraina non avrà più sbocchi sul Mar Nero e sul mare di Azov e non avrà più risorse industriali e minerarie. Sarà un Paese dimezzato, quasi solo agricolo e per giunta con le terre arabili in mano alle multinazionali americane ed europee. Un Paese fallito.
Eppure c’era un modo per Kiev di evitare questa catastrofe. Bastava rinunciare ad entrare nella NATO e mettere in galera i caporioni nazisti. Ma questo era proprio quanto Washington gli impediva di fare, usando, per l’appunto, i nazisti come pretoriani.
Poi, ovviamente, siete liberi di pensare che Azov, Settore Destro, la Legione Bianca eccetera, non sono affatto nazisti ma combattenti per la libertà, che non leggono Hitler ma Kant (come riferisce la Repubblica) e che la svastica è solo un simbolo solare (come riferisce il Corriere della Sera).
Prima ancora, la UE avrebbe potuto evitare di esigere dall’Ucraina, per l’associazione, lacrime e sangue, i sempiterni e odiosi “aggiustamenti strutturali” che arricchiscono le élite finanziarie e impoveriscono la società tutta. Il presidente Janukovich avrebbe così potuto accettare di entrare nella UE e il pretesto per la Maidan non ci sarebbe stato. Ma tutto si tiene, volontà di potenza economica e volontà di potenza politica. I loro meccanismi si intrecciano, le cose vanno come vanno e i grandi commentatori, i grandi economisti, i grandi politologi, i grandi giornalisti fanno la figura dei cioccolatai quando non dei propagandisti e basta.
(…) L’altro giorno Maria Zacharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che gli USA stanno spingendo l’Italia al suicidio economico: E’ una cosa che tutti sanno perché si vede a occhio nudo, ma la compagnia di giro di politici e media ha dichiarato che è “una provocazione”. Anzi, qualcuno si è spinto ad affermare che l’unica possibilità per il “disperato Putin” è spaventare l’Europa.
Perché “disperato”? Perché il Rublo è ai massimi storici? Perché il saldo commerciale è ai massimi storici? Perché la stragrande maggioranza delle nazioni del mondo, tra cui le due più grandi e in ascesa, non applica le sanzioni e ha rapporti amichevoli con Mosca? Perché ha le armi più potenti del mondo? Perché col 10% delle sue forze armate sta sconfiggendo un esercito tre volte più numeroso e sostenuto da tutta la NATO?
Sono dati di fatto, sia che Putin piaccia o non piaccia. Io penso che se fossi Russo non voterei per Putin. Ma per questo devo mettermi le fette di salame sugli occhi?
Perché “disperato”? Può essere, ma vorrei vedere le motivazioni e i dati che sostengono le motivazioni. Non le urla tribali.
Ma no, non c’è niente da fare: Maria Zacharova è solo una provocatrice! Stiamo andando a gonfie vele con solo qualche difficoltà (come dice Draghi). E avremo ancor più il vento in poppa.
Come no? Già dall’autunno si vedranno sequenze drammatiche (e si capirà che tutte le rassicurazioni del governo in scadenza sono fandonie).
Il futuro governo di centrodestra se la vedrà molto brutta. La Meloni, che è la più sveglia – e anche la più seria – dei tre leader della coalizione, è preoccupata fin da adesso. Sa che avrà grossi problemi, anche interni, perché dovrà gestire un’enorme e devastante crisi e non lo potrà fare nei termini che la sua ideologia – e quella dei suoi – vorrebbe (sovranità, tradizione, ordine sociale), ma nei termini che vorranno i signori della guerra e della finanza anglosassoni e nelle circostanze sociali che si produrranno. Che saranno circostanze di duri conflitti.
Si badi bene che a causa dell’abbandono della sinistra della conflittualità sociale per sposare gli interessi dei più forti, questi conflitti avranno delle caratterizzazioni politiche inedite, non ben definite, così come inedite e non ben definite saranno le loro cause: si sta andando verso la crisi di un sistema che è stato da una parte mitizzato da cialtroni e dall’altro scarsamente analizzato in modo serio nelle sue implicazioni economiche, sociali e ideologiche.
Potremo vedere nella stessa piazza chi è incazzato perché è stato licenziato dalla fabbrica o la sta perdendo a maggior gloria della concentrazione e centralizzazione del capitale e chi è incazzato perché non può più farsi l’happy hour quotidiano. Lo si è già visto durante la pandemia. Si mischieranno ideologie e persino etiche, con quella del lavoro che rischia di essere marginalizzata.
Grande confusione, quindi, in cui si spera che qualcuno a sinistra cerchi di capire prima di proferire anatemi.
Posso anche ipotizzare che l’incarico a Giorgia Meloni sia come la briscola chiamata. Si faranno alcuni giri di prova, magari una mano, ma alla fine salterà fuori una sorta di ammucchiata Draghi allargata. Che ovviamente peggiorerà ancor di più la situazione. Ma cosa importa? A quel punto saremo bene allenati a cascare dal peskov.”

Da Cadere dal peskov, di Piero Pagliani.

“L’incredibile è diventato possibile!”

“Blindati acquistati in Italia da un controverso oligarca che finiscono nelle mani dei reparti d’assalto ucraini per la sporca guerra in Donbass. Alla vigilia di ferragosto, undici veicoli MLS Shield prodotti dall’azienda abruzzese Tekne SpA sono stati consegnati ai paracadutisti della 79^ Brigata Aerea d’Assalto, il reparto d’élite delle forze armate ucraine con quartier generale a Mykolaiv, impiegato a partire del 2014 contro le autoproclamate repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk e, dopo l’invasione del 24 febbraio, per la controffensiva anti-Russia nella tormentata regione sudorientale del Donbass. Ad acquistare i blindati l’“organizzazione non governativa” Sprava Hromad e la Poroshenko Foundation, la fondazione del magnate ed ex presidente della repubblica ucraina Petro Oleksijovyc Poroshenko, presente alla cerimonia di consegna dei veicoli da guerra.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso Poroshenko, “per gli undici blindati italiani sono stati versati più di 3 milioni di euro e sono in grado di equipaggiare un intero battaglione anfibio”. “Sono stati necessari tre mesi e mezzo perché questi veicoli giungessero alle forze armate ucraine dopo una serie di negoziati per ottenere le licenze di esportazione”, ha aggiunto l’ex presidente. “L’unicità di questo progetto è che l’equipaggiamento NATO viene acquistato non attraverso un programma di appalti statali, ma grazie a contributi privati. Intense trattative e così abbiamo ottenuto che il governo italiano autorizzasse la vendita di attrezzature militari ad un’organizzazione non governativa fuori dall’UE”.
“Per la prima volta nella storia, veicoli blindati da combattimento sono stati venduti a un fondo di solidarietà e ai volontari dell’Ucraina”, conclude enfaticamente Petro Poroshenko. “L’incredibile è diventato possibile! Ringraziamo quindi per l’aiuto i funzionari italiani, gli ambasciatori, l’addetto militare dell’Italia in Ucraina e quello ucraino in Italia, il Ministero della Difesa e lo Stato maggiore delle Forze Armate”.”

Draghi & C. ultimo atto: vendita blindati a oligarca per armare milizie e truppe speciali ucraine,
di Antonio Mazzeo continua qui.

Colonizzatori e colonizzati


“Noi, come Italiani, o Mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli Angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).
Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.
Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.
In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in Inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.
Come Paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.
In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.
Oggi che gli interessi della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.
Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.”

Da La falsa coscienza di un Paese colonizzato, di Andrea Zhok.

Sono uno stregone putinista


Il vuoto della ragione genera spettri

No: non mi degno di pugnar teco” (Mozart, Don Giovanni, Atto primo)
Dal tempo dei philosophes in poi la massima “Il sonno della Ragione genera mostri” è diventato il motto di tutti i razionalisti: lo amava molto anche Goya, ossessionato dalla tarda inquisizione spagnola. Ma oggi, in tempo di Dilettanti Inquisitori allo Sbaraglio che imperversano impuniti sui media e a quanto pare perfino in parlamento, bravissimi nel condannare e nell’additare al pubblico ludibrio senza però curarsi di argomentare la ragione dei loro autos de fe e che quindi – a dirla ancora secondo il linguaggio inquisitoriale – sono abituati a promuovere la combustione, ma molto meno a sostenere la confutazione che dovrebbe precederla, bisogna avere il coraggio di obiettare, parafrasando la celebre apocope, che “Il vuoto della Ragione genera spettri”. E se c’è uno spettro che si aggira per l’Europa, a somiglianza di quello che oltre un secolo e mezzo fa veniva denunziato da Marx e da Engels, esso è il “putinismo”: parola terribile ma contenuto labile, evanescente. Come un sudario svolazzante in sogno, appunto. D’altronde, appunto per queste caratteristiche, buono per tutte le stagioni.
Bene. Sono uno stregone putinista, un eretico russofilo, un necromante antidemocratico ed eurasiatista. Mi hanno perfino denunziato in parlamento. E sai la novità. Era già successo nell’81, quando insieme con una banda di ragazzacci che stampavano pagando di tasca loro “La Voce della Fogna”, giornaletto ciclostilato, fui additato da un gruppo di sussiegosi seguaci di Norberto Bobbio come un pericolo per la democrazia; e poi nel 2001-2003, allorché con un gruppo di scellerati guidati da Giulietto Chiesa affermai anch’io che sull’11 settembre non ce la contavano giusta e che l’aggressione all’Iraq (già: l’aggressione a uno stato sovrano, la coda della quale oggi tutti si riempiono la bocca) era una gran porcata e un maledetto imbroglio. E i parlamenti di quaranta o di venti anni fa, con tutto che non erano un granché, erano certo più decorosi dell’attuale.
Sarei quindi un “putinista”, quindi un “filorusso”, cioè in prospettiva un “traditore della patria” dal momento che lorsignori hanno deciso che siamo in guerra per quanto non osino ammetterlo, da quei pacifisti-guerrafondai che sono. Hanno scomodato i parlamentari per presentare un dossier nel quale non c’è un filo di prova, non c’è una briciola di ragionamento. Solo un collage di delazioni, d’illazioni, d’insinuazioni. Dovrei dire roba da inquisitori, roba da nazisti. Ma non lo dico. Ho troppa stima degli inquisitori e perfino dei nazisti per affermare una cosa del genere. Quest’ultimo atto di disinformazione, di teppismo politico e mediatico, di violazione del sacrosanto principio del rispetto tra membri di una stessa società civile, è un atto di vigliaccheria e infamia che non merita nemmeno commenti. Come dice fra Cristoforo a don Rodrigo: “Hai passato la misura; e non ti temo più”.
Putinista, io? Andatevi a rileggere quel che scrivevo del boia Putin al tempo della Cecenia e del massacro di Grozny. Non è colpa mia se quel gelido sanguinario poliziotto con gli anni è riuscito a diventare un prudente ed equilibrato statista, un gigante se paragonato ai nani e alla ballerine che oggi popolano poltrone, poltroncine e sgabelli a Washington, all’ONU, alla NATO, a Strasburgo, a Bruxelles oltre che naturalmente anche a Roma. Lo hanno spinto nella “trappola di Tucidide”, lo hanno fatto scivolare: ma da trent’anni provocavano il suo Paese dopo averlo illuso e ingannato, e già nel febbraio 2014 avevano compiuto in Ucraina il passo decisivo con il colpo di mano travestito da rivoluzione democratica che aveva rovesciato il legittimo presidente ucraino Viktor Janukovyč sostituendogli Petro Oleksijovyč Porošenko incaricato di spostare il suo Paese dal rapporto amichevole con la Russia – che per quest’ultima era una questione di stabilità e di sicurezza – all’ingresso nell’Unione Europea e quindi ai prodromi dell’alleanza con la NATO. La guerra era cominciata da allora ed era stata seguita da atti atroci, come il massacro di Odessa nel palazzo dei sindacati attribuito ad agenti russi e poi risultato frutto di una combine fra i nazionalisti ucraini e un pugno di terroristi georgiani specializzati in provocazioni e massacri. Se Putin ha davvero commesso uno sbaglio, è quello di aver aspettato otto anni prima di rispondere. Dal momento che l’azione in Crimea, evidentemente necessaria per tutelare Russi e filorussi dalle violenze nazionaliste, si era resa necessaria e inevitabile ma con ogni evidenza non sufficiente. Così è, se Vi pare, Domini Inquisitores. Perché non ne avete fatto parola nel vostro tanto rigoroso quanto laconico Atto d’Accusa? Pessima Taciturnitas, avrebbero commentato i vostri predecessori di qualche secolo fa, ben più attenti ed accorti.
Da alcune settimane dico e scrivo, diciamo e scriviamo queste cose: e le diremmo anche in TV, se solo ci lasciassero il tempo di parlare le rare volte in cui hanno la longanimità di “invitarci”. Diciamo e scriviamo non già che Putin ha ragione, ma che lui e il suo Paese hanno delle ragioni e che bisogna ascoltarli, tenerne conto; che se ha sbagliato il fatto è che ce lo hanno tirato per i capelli; e che chi lo ha spinto a tanto è ben riconoscibile e denunziabile, e noi nel libro Ucraina 2022 (edizioni La Vela, uscito già un mese fa, inviato gratis a decine di quotidiani ed emittenti televisive: solo “Avvenire” e “il manifesto” hanno risposto accusando ricezione) lo abbiamo denunziato. Ucraina 2022 è misteriosamente introvabile nelle librerie: eppure alcuni dei suoi coautori vengono ufficialmente accusati di “putinismo”, senza tuttavia che si citi quello che scrivono. A giusto titolo, peraltro: quegli scritti potrebbero influenzare qualcuno. Non si sa mai.
Ma torniamo a quanto mi riguarda. Russofilo, io? Certo che sì: mi piacciono la storia russa, la cultura russa, la musica russa, lo spirito profondo del popolo russo del quale hanno parlato Propp e Afanasiev e Florenskij. Sono istituzionalmente un cittadino italiano, ho inappuntabilmente lavorato quasi mezzo secolo (dal 1966 al 2012) nel pubblico impiego, faccio sostegno al volontariato, ho la fedina pulita e pago le tasse fino all’ultimo centesimo (vorrei sapere quanti fanno altrettanto); ma spiritualmente sono cittadino del mondo, amo la Russia come amo la Francia, la Spagna, la Germania, l’Inghilterra, l’Irlanda, la Scozia, la Cina, il mondo arabo, l’Iran, il Giappone e perfino (tanto!) l’America, dove ho lavorato e perfino lasciato un pezzo del mio cuore. Se adesso ho preso le posizioni che hanno spinto il parlamento a occuparsi del mio nome da mettere in lista (ma non di me, né di quello che penso), tanto meglio: o tanto peggio.
Perché insomma, diciamolo, questa è una “prova d’orchestra” annunziatrice di un conato d’instaurazione di regime. I mezzi, se li usano tecnicamente bene, ce li hanno; l’opinione pubblica è in parte già appecorata, quindi il momento è propizio. Ci provino. On line è già comparso un imbecille che ha invocato contro i “putinisti” revoca di stipendio e confino di polizia: sono tutti così i paladini della Libertà che starnazzano contro il despota Putin? Quanto a me, qualche amico parlamentare (ho anch’io la mia “Quinta Colonna”) mi suggerisce denunzie, querele e ricorsi. Non ci penso nemmeno: non ho né tempo né soldi da buttare. Facciano e dicano Lorsignori quello che vogliono: dal canto mio, respingo le provocazioni. Io incrocio la mia spada solo con i miei pari: come avrebbe detto don Juan Tenorio, el Burlador de Sevilla.
Franco Cardini

[Fonte]

Varate nuove sanzioni contro di noi

Draghi è quel signore che distrugge un Paese e poi dice che è colpa di altri.
In ogni scelta antepone interessi estranei e stranieri a quelli degli Italiani. Nessun Paese europeo è così privo di senso dell’interesse nazionale.
Anche quando i governi devono capitolare di fronte alla prepotenza USA, poi fanno in modo di dilazionare.
Così, i Tedeschi promettono, ma poi abbozzano. Gli Ungheresi mettono le cose in chiaro. I Serbi acquistano petrolio russo a prezzi di favore. La Turchia, Paese NATO, chiarisce che non intraprenderà azioni economicamente ostili verso la Russia, perché la danneggerebbero. Persino il Belgio ha chiaro che così non va.
A tutti è evidente che queste sanzioni sono sanzioni contro di noi, vessazioni verso i cittadini europei, sottrazione di potere d’acquisto, distruzione del nostro futuro, perché stiamo preparando una recessione coi fiocchi, certificata da Bankitalia. Che significa disoccupazione.
E per il migliore le sanzioni devono proseguire a lungo, forse per sempre. Cioè dobbiamo distruggere del tutto l’economia del Paese e i risparmi degli Italiani.
Si copre dietro cose ridicole. Dice che la colpa è di Putin. Ma lucidissimo soggetto, le sanzioni le ha decise Putin?
Hai suggerito un blocco che doveva portare al default l’economia russa. Che doveva portare i russi alla fame.
E invece lo spread cresce qui, l’inflazione cresce qui. La disoccupazione cresce qui.
Ma questo è così coglione da non capire la posta in gioco o è solo un traditore del suo Paese?
Parla di dittatori. Ma Putin, piaccia o non piaccia, ha l’80 % di consenso.
Draghi governa non solo senza essere stato eletto, ma con una stragrande maggioranza di Italiani che sono contrari alle sue politiche.
Governa senza consenso.
È costui osa parlare di difesa della democrazia? Ma si sciacqui la bocca prima di parlare. Se c’è un dittatore, non eletto, non voluto, che se ne frega del consenso, è lui.
Ormai la scelta è semplice: o il Paese si libera di lui o è destinato a soccombere.
Vincenzo Costa

La lezione francese

Conoscere è distinguere.
(H. von Foerster)

L’opposizione fittizia e il nuovo soggetto politico in Italia

La recente rielezione politica di Emmanuel Macron a presidente della Francia (con un 28% circa di astenuti tra gli aventi diritto al voto), se da un lato ci dimostra l’enorme e incontrastato (finora) potere dei media, nel manipolare l’opinione pubblica a favore dell’élite al governo (cosa resa possibile dal loro monopolio dell’informazione e della disinformazione, quest’ultima particolarmente grave in Italia), dall’altro porta nuovamente alla ribalta anche un fenomeno relativamente recente, che conviene prendere in considerazione.
Mai come oggi, infatti, l’opposizione fittizia (d’ora in poi: OFI) ha fatto così tanti danni come la, e anzi più della, grandine. Milioni di persone per mesi e mesi nelle strade e nelle piazze di Francia e nessuna formazione, spontanea o organizzata, di un nuovo soggetto politico: un partito, un movimento di massa, una coalizione, un fronte unito ecc. Come è stato possibile? Un recente articolo di Claude Janvier ci aiuta a capire meglio la realtà .
A dispetto del fatto che la politica economico-sociale di Macron sia stata, nei passati 5 anni della sua presidenza, dice Janvier, «una catastrofe» per i suoi effetti sulla popolazione civile (aumento della disoccupazione, diminuzione del PIL, aumento dell’inflazione, crisi degli alloggi ecc.), una parte consistente dell’elettorato ha votato per lui. Come si spiega questo fatto? Continua a leggere

D.I.A.N.A. è un fantasma che si aggira a Torino

“Il nome Diana evoca di primo acchito l’immagine della dea della caccia, col suo contorno di foreste e di cervi (e di armi, anche se fortunatamente limitate ad arco e frecce).
Ma D.I.A.N.A. è anche l’acronimo di Defence Innovation Accelerator for North Atlantic, che si può tradurre più o meno come “Acceleratore di innovazione destinata alla Difesa per il Nord Atlantico”.
D.I.A.N.A. è un fantasma che si aggira da qualche mese per la città di Torino. I mezzi di informazione tacciono, nemmeno il Presidente del Consiglio Mario Draghi, nella sua visita lampo dello scorso 5 aprile, ne ha parlato. Così come alla chetichella il Presidente della Regione Cirio e il Sindaco di Torino Lo Russo, in un rinnovato afflato by partisan, si sono presentati, lo scorso 20 gennaio, ad un vertice con le autorità militari della NATO, e hanno candidato Torino come sede di D.I.A.N.A..
Ma, infine, di che si tratta?”

La guerra in casa di Fausto Cristofari continua qui.

“La nostra bandiera”


Un commento pubblicato a margine di un mio recente post sul 25 aprile “ucro-atlantista” mi offre lo spunto per una considerazione sul “tricolore” italiano.
Partiamo da un’esperienza personale. Circa vent’anni fa, il Campo Antimperialista (qualcuno se lo ricorda?) organizzò alcune iniziative per “l’Iraq che resiste”. Si era alle porte dell’invasione americana dell’Iraq e questo piccolo gruppo “trozkista”, capeggiato da Moreno Pasquinelli, ebbe l’ardire di aprire le porte a chiunque, senza alcuna “pregiudiziale”. Una delle teste pensanti che si associò a quell’operazione politico-culturale fu Costanzo Preve, col quale, all’epoca, mi sentivo abbastanza spesso.
Se qualcuno si ricorda bene, quell’iniziativa dette parecchio fastidio ai piani alti che comandano nella colonia Italia, perché in un certo senso era “avanti” rispetto al sentire medio degli “antagonisti” di ogni risma. Era stata violata, nei fatti, quella muraglia innanzitutto mentale tra “destra” e “sinistra”, tra “fascismo” e “antifascismo”. Le accuse di “leso antifascismo”, rivolte da “sinistra” ai promotori del Campo Antimperialista, piovvero come chicchi di grandine. Dalle illazioni sui “fascisti infiltrati” di anonimi “commissari telematici” (termine che coniai all’epoca) su Indymedia (anche di questa si ricorda qualcuno?) alla pubblicazione, all’unisono, su tutti i quotidiani, alla vigilia della marcia sull’ambasciata americana di Via Vittorio Veneto, dei nomi dei “fascisti” che, “scandalosamente”, avevano firmato, insieme a nomi importanti della cultura italiana (ricordo tra gli altri Franco Cardini e Angelo Del Boca) l’appello del Campo (a “sinistra” c’è la mania degli “appelli da firmare”, ma quello, con tutti quei nomi così disomogenei per cultura politica, aveva comunque un suo perché). Leggere “Il Manifesto” e il “Corriere” che si ponevano la medesima domanda (“che ci fanno i fascisti in un’iniziativa di sinistra”?) fu l’ennesima conferma che questo è un regime dove le differenze sono pura facciata. Intendiamoci bene: non si trattò di un’alleanza di questo movimento “trozkista” con qualche partitino della cosiddetta “estrema destra”, ma solo dell’adesione di singole individualità che il regime (da Indymedia al “Corriere”) aveva l’interesse a dipingere come il Male con l’etichetta infamante di “fascisti”. Di lì a breve, scatenato l’inferno mediatico scattarono pure degli arresti per tre esponenti di punta del Campo, tanto per far capire chi comanda in Italyland.
Ma dopo questa lunga premessa veniamo al punto. Sempre se qualcuno ricorda bene, quella volta, alla viglia dell’invasione americana dell’Iraq (20 marzo 2003), a Roma venne organizzata una manifestazione oceanica di protesta (alcuni parlarono di un milione di persone!). Sui balconi e alle finestre delle case comparvero tantissime “bandiere della pace”. Sì, quelle arcobaleno che lasciano il tempo che trovano. Ad ogni modo, erano indice di un sentimento diffuso contro quella guerra (di fatto una strage a senso unico). Altri tempi rispetto ad oggi, quando dopo vent’anni di ulteriore istupidimento dell’italiano medio troviamo una maggioranza di persone pronte ad andare al macello per l’Ucraina testa di ponte della NATO.
Dicevo della “bandiera della pace”. Bene, in alcune conversazioni con Costanzo Preve, che era ascoltato a volte sì a volte no dal Pasquinelli (sono le classiche dinamiche tra “il braccio” e “la mente”), mi trovai a perorare la necessità, per dare un segnale forte, di mettere il tricolore italiano al tavolo degli oratori nelle varie iniziative. La cosa, detta oggi, sembra di nessuna importanza, ma vent’anni fa – lo ricordo ai più giovani – era considerato “scandaloso” per un gruppo comunque “di sinistra” adottare la bandiera nazionale, storicamente appannaggio delle destre d’ogni tipo. Con quel tricolore, a mio avviso, si sarebbe data plastica rappresentazione al superamento delle obsolete categorie politiche che tanto male hanno fatto, a danno del popolo. E così effettivamente fu fatto, perché – anche se in questo momento la memoria mi tradisce – a Roma, anche se il corteo non venne fatto arrivare all’ambasciata americana benché fosse del tutto pacifico, sventolarono anche dei tricolori.
Ma oggi, dopo altri vent’anni di scatafascio (penso al tradimento dell’alleato libico, ad oltre dieci anni di “governi tecnici” blindati dal Quirinale, alla follia del covid governata in senso pseudo-patriottico), mi chiedo: ha ancora senso il “tricolore” come simbolo dell’unità della Nazione? La mia risposta è no, e qui mi aggancio al mio post dell’atro giorno in cui, “provocatoriamente” ma non troppo, mi definivo “etrusco” e “italico”. La risposta è no perché quel tricolore è ormai completamente squalificato, in quanto, anche facendo la tara alle sue origini “giacobine”, è la bandiera di una massa di abbrutiti, di gente senza cervello che specialmente in questi ultimi due anni ha dato prova di non avere alcuna consistenza. Ed anche se s’è convinta – come lo è stato – di essere in guerra (in “guerra contro il covid”), ‘stringendosi a coorte’ attorno al governo, alle virostar e alle guardie che multavano per una mascherina abbassata, ciò non cambia d’un millimetro la mia convinzione che quel “tricolore” sia da lasciare a tutti costoro: a quelli che seguono ancora lo sport dei triplodosati, dei bollettini farlocchi sulla “pandemia” e le relative assurde “regole”, fino a quest’ultima pagliacciata di una Nazione che dovrebbe, sempre per chissà quale “patriottismo” (“atlantico”) andare al sacrificio estremo per salvare una banda di marionette e accodarsi alla russofobia di regime.
Enrico Galoppini

A proposito di censura…

“Il mio contratto rescisso con la Rai”, di Michelangelo Severgnini

Il professore Alessandro Orsini si vede sfumare un contratto con la RAI per le partecipazioni al programma televisivo “Carta Bianca”, in seguito alle pressioni esercitate dal Partito Democratico.
Durante il programma avrebbe offerto al pubblico italiano le sue oneste analisi geopolitiche da fedele atlantista e convinto europeista.
E’ comunque uno scandalo.
Il servizio pubblico. La mancanza di pluralità. La censura anche nei confronti di chi ha visioni simili.
Sconcertante. Proteste (sempre più sparute) e indignazione (sempre più inconcludente).
Bene.
Voglio fare anch’io “outing”, come dicono gli anglosassoni: voglio confessare.
Nell’aprile 2019, come da foto, avevo firmato un pre-contratto per la RAI (certamente non il lauto contratto offerto al professor Orsini, ma vuoi mettere per le mie finanze?).
Il feldmaresciallo Khalifa Haftar aveva appena lanciato la campagna militare “Operazione Diluvio di Dignità” e aveva mosso le sue truppe verso Tripoli
Nella morsa si erano trovati decine di migliaia di migranti-schiavi ostaggio delle milizie in Tripolitania.
A me denunciavano di essere usati come scudi umani dalle milizie, non da Haftar. E la quasi totalità di coloro con cui parlavo in quelle settimane (diverse decine di loro) chiedeva di essere rimpatriata. Chiedeva di essere tirata fuori da una zona di guerra ed essere riportata a casa. Non c’era un minuto da perdere: rischiavano la vita in ogni momento, ancora più di quanto normalmente non sia per loro.
Il programma della RAI (di cui per riservatezza non faccio il nome) mi aveva chiesto l’acquisto di un’ora di messaggi vocali ricevuti via internet da migranti-schiavi in Libia. In quest’ora c’erano moltissimi messaggi che chiedevano, imploravano, il rimpatrio immediato, così come la denuncia delle milizie di Tripoli responsabili delle stragi poi attribuite ad Haftar.
Dopo alcune settimane di contatti di circostanza con gli autori del programma, spesi da parte loro a giustificare inspiegabili ritardi, scomparvero e non se ne fece più nulla.
Gli autori del programma sono di area piddina, altre volte avevano lavorato a stretto contatto con le ONG.
Se ci sono state pressioni, e ci sono state, io non lo saprò mai. O meglio: lo so che ci sono state ma non avrò mai il piacere di vederle confessate.
Né nessun parlamentare farà un’interrogazione sul mio caso.
Né nessun cittadino-spettatore si indignerà per ciò che il servizio pubblico gli ha negato.
Per me “L’Urlo” significa questo.
Quando nel tuo Paese, nel tuo continente, nella tua società, l’informazione è diventata narrazione al punto da trasformare i carnefici in salvatori umanitari di fronte a fenomeni disumani come la schiavitù, la tortura e la tratta di esseri umani, allora è finita.
Allora la sola libertà che mi resta è quella di urlare al cielo.
Perché non ho altro potere. Non tanto di fronte alla menzogna, di fronte alla menzogna posso usare la Parrhesia. Quanto di fronte allo stato di ipnosi collettiva in cui è caduta la mia gente.
Quella in Libia era una guerra nostra, combattuta con le nostre armi, vendute alle milizie libiche in cambio del petrolio saccheggiato allo Stato libico e inviato sotto banco all’Europa. Ma l’errore prospettico mostrava la campagna militare di Haftar come un’aggressione, non come una liberazione, così come invece la definivano i Libici di Tripoli.
Anni di soldi inviati alla Libia per fermare i migranti, dicevano. No signori, quei soldi servivano per armare le milizie libiche e difendere Tripoli dalla legittima richiesta di sovranità libica, dando mano libera alle bande armate che trafugavano il petrolio per conto nostro, dopo aver ridotto in schiavitù decine di migliaia di Africani.
Ancora oggi ti raccontano che i Libici non riescono a mettersi d’accordo, ora ci sono persino 2 premier! Come il compianto Edward Said ci aveva insegnato, il mito del mediorientale litigioso è da sempre stato uno strumento retorico per giustificare il colonialismo occidentale.
Infatti ora ci sono 2 premier perché uno è il premier legittimo votato dal parlamento (Fathi Bashagha) e l’altro è il Guaidò della Libia (Abdelhamid Dabaiba), quello riconosciuto solo dalla NATO.
Non sono i Libici a litigare. E’ la NATO a umiliare la sovranità libica e a coltivare il caos, per poterne saccheggiare le risorse.
Ma forse il paradigma in Libia sta cambiando. I cavalli della NATO sono zoppi. Se i Libici chiudono i rubinetti all’Europa ci sarà un’altra guerra. Diranno che il processo democratico è in pericolo e la dittatura sta tornando in Libia.
Haftar, definito oggi come allora “signore della guerra” dalla NATO, era ed è niente meno che la figura militare più legittima che si potesse trovare in Libia, a capo dell’Esercito Nazionale Libico istituito con voto del Parlamento nel marzo del 2015.
Gli esperti europei hanno studiato sui libri delle fiabe, non sul libro della realtà.
La realtà era che i migranti-schiavi nell’aprile del 2019 (come in qualsiasi altro momento) volevano tornare a casa. Quella era informazione, quella che volevo fare io.
Queste voci e molte altre stanno nel film “L’Urlo” che nessuno vuole trasmettere o distribuire. Questo è il trailer.
Ma in RAI gli elementi piddini si potevano permettere di fare informazione. Dovevano puntellare la narrazione della NATO.
Come fanno oggi: Putin ha sostituito Haftar nello schema e ciò che davvero succede sul campo è lavoro di fantasia, è prodotto di narrazione fiabesca, oggi in Ucraina come allora in Libia.
Giù la saracinesca. Niente contratto. Per altro io non fornivo analisi politiche, io fornivo fonti dirette sul campo che parlavano liberamente in forma anonima con la loro voce.
Tu da che parte stai? Io sto dalla parte della verità. La verità è rivoluzionaria. “Quasi tutte le guerre iniziate negli ultimi 50 anni sono state il risultato di bugie dei media” ci dice Julian Assange.
Non c’è altro interesse da difendere. Le notizie vanno date.
La censura di guerra è partita da molto lontano ed è da più di un decennio, dalla sbornia colorata del 2011, che siamo abbondantemente sotta la linea di galleggiamento. Dirottare l’opinione pubblica di un intero continente in queste forme significa una sola cosa: preparare la guerra.
La menzogna ha intaccato in profondità ogni nostro ragionamento sull’esistente.
Quando chiudi entrambi gli occhi puoi solo andare a sbattere.
Io ho urlato più che ho potuto.
Ora teniamoci forte prima dello schianto.

Michelangelo Severgnini è un regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto “Exodus” in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film “L’Urlo”.

(Fonte)

Dalla pandemia alla guerra

La crisi raccontata dal professor Fabio Vighi (Cardiff University)

Dalla “guerra al Virus” alla “guerra di Putin”. Dal rischio di vivere in uno stato d’emergenza permanente alla “demolizione controllata” dell’economia reale, attraverso strumenti di controllo biopolitico, quali il Green Pass. Partendo dal periodo pre-pandemico il professor Fabio Vighi ripercorre la crisi strutturale in cui siamo piombati e dalla quale sembra quasi impossibile uscire. Codirettore, unitamente ad Heiko Feldner, dell’Ideology Critique and Žižek Studies (centro che promuove la ricerca nell’ambito della teoria critica e politica), Fabio Vighi è professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University. Vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000, dove studia l’ideologia del “capitalismo di emergenza”. Ha pubblicato numerosi volumi in lingua inglese, tra cui Critical Theory and the Crisis of Contemporary Capitalism (2015) e Unworkable: Delusions of an Imploding Civilization (2022). Gli scenari prospettati dal docente non sono rassicuranti. Sui problemi dell’Italia e degli Italiani il professore si rifà a un’affermazione lucida e impietosa di Pier Paolo Pasolini: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”.

Professore, con la guerra tra Russia e Ucraina sembra sia iniziato il secondo tempo dello stesso, macabro film. La sceneggiatura è simile a quella utilizzata per la pandemia, di cui ormai non parla più nessuno: fino a poco tempo fa i nemici erano i no-vax, ora sono i Russi e, in particolare, Putin. Dove si può collocare la verità?

“Credo che la verità si debba collocare a livello sistemico. Il capitalismo globalizzato a trazione finanziaria, per come ci si presenta dalla crisi del 2008, ha un disperato bisogno di continue emergenze per giustificare manovre monetarie espansive sempre più grottesche, che dividono il mondo tra una sparuta élite di ultra ricchi (il cosiddetto 0,01%) e masse sempre più impoverite e disorientate”.

Più precisamente…

“La necessità di creare emergenzialismo a getto continuo ha due motivazioni principali: 1) giustificare la creazione di montagne di debito a basso costo da parte delle banche centrali (Federal Reserve in primis) – debito che viene perlopiù investito in altro debito nei mercati finanziari; 2) permettere di scaricare la responsabilità della crisi economica reale sulla figura del Mostro, come si sta facendo ora, per esempio, con l’inflazione attribuita a Putin. Attraverso la produzione seriale di emergenze si cerca dunque di nascondere una crisi strutturale di valorizzazione. Ciò significa che il sistema capitalistico ha raggiunto il suo limite espansivo e non è più in grado di generare sufficiente ricchezza per la riproduzione sociale. Questa impotenza lo rende totalmente dipendente dall’ideologia dell’emergenzialismo. Da qui la transizione fluida da Virus a Putin, che assolvono praticamente lo stesso ruolo di “garanti” di un sistema ormai senescente trainato da denaro creato artificialmente con il click del mouse di un computer. Il gigantismo del capitalismo finanziario è la tragica conseguenza del sopravvenuto nanismo dell’economia capitalistica reale – una situazione ormai irreversibile”.

Il virus esisteva davvero e, talora, uccideva veramente. Pure le bombe ammazzano, ma perché l’Italiano medio deve fare sempre il “tifoso”, accettando la costruzione di un nemico? All’Italia non conveniva rimanere neutrale, anziché fornire armi ed equipaggiamenti all’Ucraina? L’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra…

“Non scopriamo nulla di nuovo nel dire che l’Italia è eterodiretta, non solo culturalmente ma anche perché piena zeppa di basi militari USA. Siamo ridotti allo stato di colonia e da colonia veniamo trattati, con il consenso di una classe politica sempre più ignorante e opportunistica. In più possiamo vantare una situazione economica disastrosa (debito pubblico) che non ci lascia molto spazio di manovra a livello negoziale. Purtroppo, la logica dello stato di emergenza (se non di eccezione), che ormai è strutturale, vince a mani basse sulla Costituzione. Lo stato di emergenza viene trattato come merce di scambio rispetto ad aiuti economici, nella fattispecie (per l’Italia) dalla BCE – aiuti che ovviamente comportano ulteriore indebitamento nonché l’imposizione delle famigerate riforme. Insomma un cappio al collo che si stringe lentamente fino a soffocarci. Le sembra un caso che lo stato di emergenza per Covid, imposto dal governo Draghi, scada il 31 marzo, proprio in concomitanza con la scadenza del PEPP (programma di sostegno pandemico della BCE)? Le pare che questa scadenza sia motivata da ragioni sanitarie?”.

Cosa accadrebbe se la BCE smettesse di acquistare il nostro debito?

“Se la BCE dovesse smettere di acquistare il nostro debito piomberemmo subito in recessione. Le ultime dichiarazioni della Lagarde in merito alla riduzione dell’APP (che andrà a sostituire gli aiuti emergenziali del PEPP) avevano indotto a ipotizzare un rapido ritorno alla fine del 2011, quando i rendimenti sui BTP a 10 anni s’impennarono oltre il 7%, sdoganando le cosiddette ‘riforme strutturali’. Se non fosse che proprio ieri (17 marzo) la Lagarde ha fatto retromarcia: dopo appena una settimana, alla luce degli eventi in Ucraina, si dice già pronta a frenare sulla stretta monetaria. Tutto come ampiamente previsto. La guerra di Putin sarà spremuta oltre l’immaginabile per giustificare la creazione di denaro (debito) dal nulla – esattamente come successo con Covid-19. Quanto agli italiani, così li descriveva Pasolini negli anni ’60: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. Dopo oltre mezzo secolo, la situazione è addirittura peggiorata. Il cosiddetto “popolo italiano” tende a rispondere direttamente agli algoritmi del sistema di dominio tecnocratico, mentre le classi medie sono in preda a un irrigidimento conformistico sempre più cieco e disperato, la cui funzione è negare ostinatamente il loro graduale ma inesorabile impoverimento, la loro perdita di status. Non che vada meglio altrove, ma forse non è un caso che l’Italia sembri essere il terreno ideale su cui testare i programmi distopici del futuro (il famoso ‘laboratorio sociale’)”.

Parliamo delle sanzioni comminate alla Russia e delle loro possibili ripercussioni economiche. Alcune banche russe, ad esempio, sono fuori da Swift: chi si farà più male? La Russia o l’Europa? L’Italia rischia la bancarotta?

“Quello delle sanzioni è un argomento delicato, perché non si capisce a chi possano giovare. Se la Russia dovesse crollare, come ci raccontano i media, credo abbia risorse per riprendersi abbastanza velocemente, anche grazie allo spostamento dell’asse commerciale verso la Cina, che è già in cantiere da tempo. D’altra parte, molte banche d’investimento occidentali sono pesantemente esposte al debito russo, quindi rischiano contraccolpi molto dolorosi. Senza contare il danno economico diretto che le sanzioni avranno soprattutto sull’Europa, vista la sua dipendenza dalla Russia, non solo energetica ma riguardante tutta la filiera alimentare, a partire dai fertilizzanti. Credo per altro che vi sia un’ipocrisia di fondo nell’imposizione di queste sanzioni, che si misura sul semplice fatto che Gazprombank ne è rimasta esclusa, proprio perché responsabile del commercio del gas russo con l’Europa. Come ha sintetizzato Wolfgang Munchau (ex Financial Times): “L’UE fa il tifo per l’Ucraina da una comoda distanza di sicurezza, osservando il conflitto da salotti riscaldati dal gas russo.” Se le cose stanno così, cioè se le sanzioni si riveleranno non un bazooka ma una pistola ad acqua, se non addirittura un boomerang, allora la spiegazione dev’essere ricercata a un livello di analisi più profondo”.

Quale?

“In primo luogo sono ingrediente fondamentale nella narrazione di quella che potremmo chiamare la Putin-pandemia: facilitano cioè la “mostrificazione” di Putin, la sua elevazione a nemico pubblico numero uno, che d’incanto ci mette dalla parte giusta della storia – la parte del Bene. Noi infatti siamo gli occidentali virtuosi che non bombardano popoli biondi e dagli occhi azzurri, ma solo popoli evidentemente meno degni di commozione umanitaria (iracheni, libici, afgani, siriani, somali, etc.); che sono, come purtroppo si sente dire sui media, meno civilizzati, meno simili a noi. È evidente che questa strategia servirà a scaricare su Putin e la Russia sia la colpa di un’inflazione in realtà strutturale, che la responsabilità di tutte le misure emergenziali che dovremo continuare a sciropparci per motivi che non hanno nulla a che vedere con Putin. In ultima istanza questo atteggiamento servirà a giustificare quella che ho chiamato la ‘demolizione controllata’ dell’economia reale, sia in Italia che altrove”.

I principali esportatori di gas verso l’Italia sono Russia (pari al 46% circa) e, in misura inferiore, Algeria, Qatar, Norvegia e Libia. A chi ci rivolgeremo, qualora Putin decidesse di chiudere il “rubinetto” e quale prezzo dovremo pagare? Ci “salverà” forse lo Zio Sam?

“Un prezzo molto alto, letteralmente. Se Putin dovesse chiudere il rubinetto (ma non credo lo farà), sarebbero guai seri – almeno nell’immediato. Il costo del gas liquido USA è molto alto rispetto a quello del gas naturale russo, con tutto ciò che ne consegue. Oltre al fatto che la domanda di gas europeo è molto superiore alla capacità di esportazione del gas liquido americano. Tutto ciò però non è affatto casuale, ma il frutto di un cambio di paradigma interno al ciclo di accumulazione capitalistica.”

Può chiarirci il concetto?

“Questo cambio di paradigma prevede il potenziamento del settore finanziario (ovvero la creazione di bolle strutturali), a cui giocoforza corrisponde la demolizione controllata dell’economia reale. Dopo più di quarant’anni di neoliberismo, siamo giunti a un vero e proprio capovolgimento della ricetta capitalistica originale: il valore, cioè la ricchezza economica, non si crea più attraverso investimento nel lavoro umano, ma attraverso sempre più audaci speculazioni finanziarie (dove è il denaro stesso che viene messo al lavoro). La finanza non è più appendice dell’economia reale, ma quest’ultima è appendice della finanza. Basti pensare che il valore della bolla dei derivati oggi è almeno dieci volte quello del PIL globale. Questa situazione capovolta è ormai parossistica, e produce una serie di violente, assurde e criminose contraddizioni (dalla ‘guerra al Virus’ alla ‘guerra di Putin’) che credo possano essere contenute solo attraverso l’irrigidimento autoritario (o totalitario) del capitalismo stesso”.

I mercati sono in subbuglio: dove conviene investire? C’è chi è tentato dall’oro, il cui prezzo però è salito alle stelle…

“Prima o poi è evidente che le attuali “bolle di tutto” scoppieranno, perché gonfiate all’inverosimile dalle banche centrali, e dunque in massima parte artificiali, cioè dissociate rispetto al valore generato nell’economia reale (che infatti è in caduta libera, mentre i mercati continuano a salire, pur con le consuete correzioni di rito). Tuttavia, con nemici di questo calibro (Virus, Putin, poi Clima e probabilmente una riedizione pandemica, o chissà cos’altro) il redde rationem continua a essere rimandato. Il campanello d’allarme sarà, credo, il mercato del debito, nella fattispecie i rendimenti sulle obbligazioni USA (Treasuries) a 10 anni. Qualora questi rendimenti dovessero salire improvvisamente e sproporzionatamente sarà segno che ingenti masse di denaro stanno uscendo dal mercato del debito, il che porterebbe a un effetto domino su tutti gli altri mercati, che dipendono appunto dalla leva a debito. I mercati finanziari sono specie di derivati del mercato del debito. Per chi ha la possibilità di investire, credo che oro e metalli preziosi in generale rimangano il bene rifugio più sicuro rispetto alla volatilità economico-finanziaria e all’inflazione. Nelle ultime settimane hanno subito alti e bassi abbastanza clamorosi, ma alla lunga sono tra gli investimenti più sicuri”.

Entriamo nel tema della finanza decentralizzata (DeFi): le criptovalute e la tecnologia blockchain potrebbero rivelarsi utili per “uscire” dal sistema finanziario attuale oppure esse presentano dei rischi?

“Dobbiamo sempre partire dal presupposto fondamentale, e cioè che l’economia capitalistica crea ricchezza reale attraverso investimento nel lavoro produttivo di valore. Quando però il lavoro viene estromesso dalla logica stessa del capitale, che utilizza tecnologia per risparmiare sui costi di produzione e garantirsi competitività, allora si crea un corto circuito da cui non si può pensare di uscire con le criptovalute, che rimangono strumenti finanziari. Il corto circuito di cui parlo è iniziato più di quarant’anni fa, quando la terza rivoluzione industriale (microelettronica) ha cominciato ad automatizzare la produzione industriale a un livello tale che più lavoro umano veniva estromesso di quanto ne venisse riassorbito. Questo processo di svalorizzazione dell’economia attraverso automazione tecnologica è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, da qui la precarizzazione ormai strutturale del lavoro. In ultima istanza, per quanto mi riguarda, i rischi della finanza decentralizzata sono quelli di un modello capitalistico senescente, che ha abbandonato la sua formula fondativa ed è sempre più in balìa di una deriva iper-finanziaria destinata al collasso. La criptovalute possono essere una soluzione parziale, ma non credo possano dare vita a un tipo di capitalismo virtuoso perché decentralizzato. Il fatto poi che dipendano da tecnologia blockchain significa che possono essere semplicemente spente da chi controlla tale tecnologia. Non dimentichiamo che ormai tutte le maggiori banche centrali stanno sperimentando l’utilizzo di valute digitali basate proprio su tecnologia blockchain”.

Torniamo al virus. È ormai evidente a tutte le persone di buonsenso l’inutilità del Green Pass sotto l’aspetto sanitario. Qual è, in realtà, il fine del lasciapassare? Potrebbe rimanere per sempre oppure trasformarsi in qualcos’altro?

“Il Green Pass è uno strumento di controllo biopolitico che serve (e servirà sempre più) a chi detiene il monopolio del potere economico in un contesto di contrazione strutturale. La digitalizzazione della vita è fondamentale per il controllo monetario dall’alto, cioè da parte di quelle banche centrali che, nelle loro intenzioni, si faranno garanti della nostra sopravvivenza tramite appunto sottomissione a una sorta di schiavitù monetaria. Agustin Carstens, capo della Banca dei Regolamenti Internazionali (la ‘banca centrale di tutte le banche centrali’) lo ha detto senza peli sulla lingua: “Tramite CBDC (central bank digital currencies) vogliamo poter controllare capillarmente l’utilizzo del denaro!”. Per far questo sarà necessaria sia la digitalizzazione completa delle valute che la loro centralizzazione attraverso tecnologia blockchain. Il Green Pass è un passo in questa direzione distopica. Certo rimane ancora molto lavoro da fare rispetto all’installazione dell’infrastruttura tecnologica, e questo è fonte di speranza. Ma bisogna esserne consapevoli”.

Lei ha scritto che “la finanza non è crollata perché è stato necessario imporre i lockdown; piuttosto, è stato necessario imporre i lockdown perché la finanza stava crollando”. Tuttavia numerose attività sono fallite o comunque andate in crisi a causa delle restrizioni. Può descriverci quanto è avvenuto?

“Tornando al periodo immediatamente pre-pandemico, la mia analisi sviluppa le conseguenze di un’osservazione elementare. Dopo un decennio di QE strutturale (Quantitative Easing, cioè acquisti di asset finanziari da parte delle banche centrali), nel settembre 2019 il mercato dei prestiti interbancari di Wall Street (cosiddetto ‘repo’), che fornisce liquidità immediata a tutti i principali speculatori e in particolare alle quattro maggiori megabanche americane (JP Morgan, Citibank, Bank of America e Goldman Sachs), si è improvvisamente congelato, spedendo i tassi d’interesse sui prestiti dal 2% al 10%. Si erano formate le condizioni per una trappola di liquidità in grado di contagiare tutti i principali mercati, e dunque di scatenare uno tsunami finanziario di tali dimensioni da far impallidire quello del 2008. A quel punto, per salvare sia le banche che il Tesoro USA, la Federal Reserve ha attivato la stampante (in realtà, creando dollari al computer), che ha permesso di aumentare vertiginosamente il gettito rispetto ai QE precedenti. Si è trattato di un’espansione monetaria assolutamente straordinaria: trilioni di dollari partoriti dal nulla e messi direttamente a disposizione dei cosiddetti primary dealers (operatori primari) della Fed: sia le megabanche USA che quelle internazionali come Deutsche Bank, la giapponese Nomura Securities, Barclays Finance, PNB Paribas, ecc. Nell’ultimo trimestre del 2019, dunque ben prima dell’arrivo di Virus, il bilancio della Fed è cresciuto di 4,5 trilioni di dollari, destinati a salvare le banche e i mercati dal collasso. Un’operazione poi continuata durante la ‘pandemia’, quando lo stimolo emergenziale fu mobilitato su scala globale. Sebbene oggi, a distanza di più di due anni, comincino a uscire i dettagli del salvataggio del settembre 2019, la notizia continua a essere censurata da tutti i maggiori organi di stampa. È in questo contesto che a inizio 2020 interviene, molto tempestivamente, Virus, impedendo a una parte dell’enorme massa monetaria creata dal nulla di mettersi in moto come domanda reale potenzialmente iper-inflattiva. Volente o nolente, il raffreddamento dell’economia globale dovuto a Covid-19 ha consentito di riassestare un settore finanziario di nuovo giunto sull’orlo del precipizio, rimandando le magagne dell’inflazione e del rialzo dei tassi alle prime timide riaperture ‘da variante’”.

E cosa c’entrano i lockdown?

“Allo stesso tempo, i lockdown hanno permesso l’ulteriore rafforzamento dei capitali a più alto market cap, da Big Tech a Big Pharma e alle megabanche. In effetti, negli ultimi due anni abbiamo assistito a un fenomeno che la dice lunga sulla presunta sostenibilità del nostro modello socio-economico: da una parte gli indici finanziari sono in costante crescita, dall’altra un’economia globale in caduta libera. Basti pensare che Apple, l’azienda con più alto market cap al mondo (2,8 trilioni abbondanti, dunque superiore al PIL di quasi tutti i paesi al mondo, inclusi Gran Bretagna, Francia e Italia) impiega circa 100.000 lavoratori. Penso che questo sia solo l’inizio di un nuovo modello di capitalismo autoritario di tipo neo-feudale, in cui i grandi monopoli tendono a esercitare signoraggio monetario sulle grandi masse impoverite”.

Le autorità sanitarie hanno sempre sostenuto che solo i vaccini ci avrebbero condotto fuori dall’emergenza. Perché le cure domiciliari precoci sono state snobbate e i medici che si sono discostati dai protocolli ufficiali hanno subito spesso insulti e procedimenti disciplinari? Chi avrebbe avuto interesse ad ostacolare le cure?

“Rispondo con una domanda: com’è potuto succedere tutto ciò se non attraverso un’operazione coordinata dall’alto? Non dev’essere stato neppure troppo difficile, considerando sia gli intrecci di interessi tra economia, politica e sanità, che il potere esercitato da organismi transnazionali già esistenti e operativi. Una volta partito l’ordine dall’alto, per esempio rispetto alla sospensione delle cure domiciliari, si dev’essere avviato un passaggio di consegne verso il basso che ha garantito la riuscita dell’operazione. Chi non è stato al gioco è stato, molto semplicemente, fatto fuori – cioè escluso dalla possibilità di dissociarsi dai protocolli ufficiali. Come nel caso della ‘guerra di Putin’, l’obiettivo era alimentare il terrore per garantire stato di emergenza e chiusura della società (modello lockdown), e di conseguenza l’attuazione di politiche monetarie straordinarie – cosa che solo un’emergenza globale poteva legittimare”.

È guerra anche tra i colossi farmaceutici. Il vaccino russo Sputnik (somministrato ad esempio a San Marino) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione da EMA, tant’è che solo recentemente è stato riconosciuto dall’Italia ai fini del Pass. Nel frattempo, l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha dichiarato: “Sospendiamo la cooperazione per Sputnik, perché la scienza deve essere al servizio della pace e non della guerra, come ha ricordato il Papa”. Esiste quindi un vaccino dei “giusti”, “timorati di Dio”?

“Ciò dimostra quanto tutto ciò che ci sta accadendo sia conseguenza dell’unica ‘scienza’ che conta, quella economica. Perché il vero malato terminale qui è il capitalismo in versione turbo-finanziaria, che allo stesso tempo è anche il virus che ci sta distruggendo”.

Stiamo vivendo un’emergenza permanente: prima la pandemia, ora la guerra. Quando i diritti inderogabili dell’uomo saranno restituiti alla loro originaria natura? Ci attende una realtà distopica, caratterizzata da lockdown a intermittenza, coprifuochi preventivi e nuovi strumenti per congelare e trasformare l’economia?

“Purtroppo credo di sì. Al momento non si vede altro all’orizzonte. Serve una presa di coscienza collettiva che possa portarci sia a resistere che a tentare di sovvertire questa logica economica cieca e pulsionale, che ci sta trascinando verso una nuova frontiera di totalitarismo. Il capitalismo che ci attende è quello del lockdown più o meno permanente, cioè della regimentazione forzata della vita, che ci verrà venduto come soluzione dolorosa ma necessaria (il “sacrificio” di cui già parla apertamente Biden) per salvaguardare la nostra libertà, la nostra democrazia, e soprattutto la nostra vita, da minacce esterne. In realtà è l’esatto contrario: le minacce esterne, cioè la produzione industriale di emergenzialismo, rappresentano la strategia, disperata e insieme criminosa, con cui il nostro sistema capitalistico ha scelto di negare l’evidenza della propria involuzione implosiva, prolungando dunque la propria agonia”.

(Fonte)

Anime belle

Una risposta data sui social a un pacifista dell’ultim’ora.

Peccato che tutte queste belle anime non l’abbia mai viste quando andavamo a protestare a Camp Darby contro le ingerenze USA e contro le atomiche stivate nella loro base, sotto i nostri piedi; peccato non aver visto queste anime belle strapparsi i capelli quando siamo andati ad Aviano a protestare contro i bombardamenti sui civili indifesi in Jugoslavia; peccato non abbia visto nessuna di queste anime pure in Iraq, quando, nel 2003, ci siamo offerti come scudi umani per difendere un Paese aggredito con false accuse (Colin Power docet) e una popolazione decimata da 15 anni di embargo.

Peccato che non abbia incontrato nessuno di queste belle anime quando, nel 2007, abbiamo cercato di entrare a Gaza da Eretz, per forzare il criminale assedio imposto ai Palestinesi. Peccato che non ho sentito nemmeno una di queste belle anime quando i francesi hanno bombardato la Libia e ucciso Gheddafi perché voleva una moneta africana, che portasse i giusti guadagni agli Africani nella vendita dei loro prodotti e che avrebbe distrutto quella francese. Peccato che non abbia sentito un gemito, provenire da tutte queste belle anime a sostegno della Siria, aggredita dai tagliagole al soldo USA.

Peccato non aver udito lo sdegno, di queste anime candide, contro i bombardamenti dello Yemen, da parte degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita. Peccato che in otto anni, non abbia mai sentito dire, da queste anime innocenti, una parola sui civili del Donbass, aggrediti da nazifascisti, torturati, bruciati e vessati.

E non ho mai sentito nessuna, di queste anime belle, dire una parola a favore di Assange, imprigionato come un criminale per aver fatto seriamente il suo lavoro di giornalista ed aver scoperto le bugie statunitensi dietro alle loro aggressioni. Le sento tutte ora, questa miriade di belle anime, che si straccia le vesti, i capelli, che compete su chi è più pacifista, naturalmente facendo collette e avallando un governo che invia armi in territorio di guerra. Ma vi rendete conto, anime belle, di quanto fate vomitare con la vostra infame retorica?

Maria Grazia Da Costa

(Fonte)

Donetsk, 14 marzo 2022

Bisogna avere la forza della critica totale

“Non è vero che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che le società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti. E’ cioè il contrario di un ragionamento, anche se spesso, linguisticamente, ha l’aria di un ragionamento.

La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile.

Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne e ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te.”

Da Sei un realista? Allora sei disonesto, di Pier Paolo Pasolini, “Il Mondo”, 27 marzo 1975.

Il vero terreno di scontro è il futuro

Ogni tanto mi si accusa di riportare le opinioni di personaggi che non hanno la visione generale della situazione e che pertanto dicono una cosa buona in un senso e cento sbagliate nell’altro.
Partite da un presupposto: non esiste e non esisterà mai un opinion leader che frequenti i palinsesti TV e che quindi influisca sulle masse, che possa permettersi una visione d’insieme, altrimenti non sarebbe lì. Freccero ci ha provato ed è stato subito screditato ed “evaporato”.

La visibilità, e quindi la possibilità di influire sulle coscienze, viene concessa soltanto a personaggi limitati, divisivi, per fare in modo che i seguaci si scannino sulle questioni secondarie e non ci sia accordo sull’esistenza di un progetto a lungo termine.
Da quando è iniziata l’escalation in Ucraina, ci ritroviamo d’accordo con soggetti che hanno sposato in toto la narrazione pandemica, ma che stanno rifiutando quella del Putin impazzito. Non vedono il nesso tra le due cose, per questo stanno in televisione. Non generano unione, scoraggiano la convergenza.
Il problema sorge quando qualcuno comincia ad unire i puntini e a mettere insieme, in una narrazione coerente, fatti apparentemente sconnessi.
Se il pubblico capisce il disegno finale, in un attimo crolla tutto il vantaggio che le élite hanno accumulato nei nostri confronti in decenni. Se si capisce dove vogliono arrivare tutto si incastra improvvisamente in un quadro coerente e risulta più difficile scatenare guerre civili a bassa intensità tra fazioni artatamente contrapposte.

Il nostro obiettivo pertanto deve essere quello di porci al di sopra, soprattutto rispetto ai suddetti personaggi, e di utilizzarli come fa il sistema, alla bisogna, per parlare alle masse, quelle che non hanno la più pallida idea del quadro generale.
Dobbiamo convincere le masse, anche quelle che non credono alla visione d’insieme, a combattere le singole battaglie al nostro fianco.
Se Vauro sostiene le ragioni della Russia io lo sostengo.
Se Vauro sposa la causa pandemica io lo attacco.
Noi siamo al di sopra della sua visione limitata e sfruttiamo la sua credibilità per parlare al suo potenziale pubblico di quello che ci interessa.
Strategia, utilitarismo, pragmaticità.
Se Vauro, per suoi limiti ideologici e strutturali, non riesce ad andare oltre il contingente, non è un nostro problema. Noi facciamo bricolage, non siamo dei designer, dobbiamo cavarcela con i materiali che abbiamo disposizione, a volte anche quelli di scarto possono tornare utili.

Noi portiamo avanti la nostra la nostra “guerra”, coltiviamo e approfondiamo la nostra visione generale, che è perfettamente chiara, e di volta in volta utilizziamo questi personaggetti per quello che ci occorre, salvo poi scaricarli quando si impantanano di nuovo nei loro limiti strutturali e nella necessità di essere accettati dal loro ambito di riferimento.
In questo noi agiremmo esattamente come fa l’over state: si muove con i suoi apparati e i suoi capitali dall’alto e di volta in volta sostiene una parte contro l’altra, in modo tale che ciascuna delle due fazioni porti avanti un pezzo del progetto compatibile con la propria base ideologica.

Il Sistema ha la sua visione, i suoi obiettivi, e se ne frega delle bagatelle locali.
Mi serve, lo uso; non mi serve più, lo scarico.
L’importante è evitare di dare visibilità e quindi far crescere, i soggetti che hanno una visione di insieme, gli strateghi, i deideologizzati, i pragmatici.
Quelli creano problemi seri, perché rompono lo schema binario e conducono alla formazione del polo che potrebbe opporsi allo schema generale.

Oggi serve un nucleo culturale che accetti come elemento costitutivo una visione generale di azione del potere, che la faccia comprendere e che la combatta in ogni suo aspetto, alla radice.
I soggetti inferiori, le menti deboli, i personaggi ancorati alle ideologie e alle categorie ingegnerizzate dal potere, sono parte del problema, ma possono essere utilizzate a nostro vantaggio, anche se con ogni probabilità non potranno fare parte del nucleo che porta avanti una visione generale.
Noi dobbiamo puntare agli obiettivi finali del potere e trovare soluzioni per contrastarli.
Il primo passo è convincere le masse del fatto che le élite stanno demolendo la vecchia architettura socio economica, sempre disegnata e edificata da loro, perché hanno bisogno di sostituirla con una nuova, più funzionale al mantenimento della piramide del potere nelle condizioni che nel frattempo si sono venute a creare.

Faccio un esempio concreto.
Oggi vado a vedere una scuola materna per mio figlio.
Una scuola privata di élite: struttura formidabile, insegnanti all’avanguardia, livello sociale degli utenti medio-alto.
La prima cosa che mi sorprende è che non ci sia il liceo classico.
Da un certo punto del corso di studi subentrano i tablet.
La manualità è presente così come le arti.
Ma non l’artigianato, non la calligrafia.
L’arte è la sublimazione dell’artigianato.
Una società senza artigiani è una società che rinuncia all’arte.
Si insegnano tante discipline, ma non l’artigianato, non la manualità pratica.
Mentre la guida parla mi guardo intorno, osservo i ragazzi.
Le mascherine sono onnipresenti, sia tra gli alunni che tra gli insegnati. I più piccoli non le portano, ma ci sono delle eccezioni.
Intravedo il figlio di un mio amico. Ha sette anni. Siamo all’aperto. Lo chiamo. Lui si gira. Gli chiedo di abbassarsi la FFP2. La abbassa un secondo e poi mi rimprovera per la richiesta.

Qual è il succo del discorso?
Il sistema vuole delle masse irreggimentate, obbedienti, non autosufficienti, deboli dal punto di vista del pensiero e dello spirito, inclini alla tecnologia e alle discipline scientifiche.
Devono osservare le regole, introiettare l’autoritarismo. Possedere nozioni e non saperi, intelligenza emotiva ridotta ai minimi termini, scarsa manualità, che poi è alla base del rapporto genitore figli (fare le cose assieme).

Gli adulti di domani, frutto di questo modello di scuola, non potranno vivere senza società, non metteranno in discussione le regole, non capiranno che esiste un albero dialettico alla base della gabbia mentale che gli hanno costruito attorno.
Saranno ingranaggi di una macchina, non individui che contribuiscono con la loro specificità ad una società plurale, impermeabile ai processi di omologazione.

Ecco, se non si capisce che bisogna combattere questo, che tecnologia, condizionamento, manipolazione, irreggimentazione, mancanza di alternative, finalizzazione della cultura sono parte di un progetto più ampio che mira al controllo del presente ma alla preventiva conquista del futuro, allora lasciamo perdere, perché abbiamo perso in partenza.

Giorgio Bianchi

(Fonte)

Le democrazie non fanno le guerre

“La principale delle vostre tesi è che le democrazie, come voi le chiamate, non fanno le guerre.

Ma, signori, per chi ci prendete? Credete veramente che non abbiamo un minimo di cultura politica e storica? Non è vero che le democrazie non facciano guerre: tutte le guerre coloniali del XIX e XX secolo sono state fatte da regimi che si qualificavano democratici. Così gli Stati Uniti fecero una guerra di aggressione contro la Spagna per stabilire il loro dominio in una parte del mondo che li interessava; fecero la guerra contro il Messico per conquistarsi determinate regioni dove vi erano sorgenti notevoli di materie prime; fecero la guerra per alcuni decenni contro le tribù indigene delle Pellirosse, per distruggerle, dando uno dei primi esempi di quel crimine di genocidio che oggi è stato giuridicamente qualificato e dovrebbe in avvenire essere perseguito legalmente. Della Inghilterra basti ricordare la guerra contro i Boeri, che venne fatta quando l’Inghilterra si diceva paese democratico ed era in effetti una democrazia parlamentare borghese.

Lascio da parte il 1914, perché riconosco che nel 1914 vi fu una responsabilità prevalente, ma non esclusiva, degli Imperi centrali, retti da regimi autoritari. Tutte le indagini storiche hanno però portato alla conclusione che una parte almeno della responsabilità di quel conflitto ricade pure sulle democrazie, in quanto anche nei paesi retti a regime democratico vi erano gruppi aggressivi, gruppi di capitalisti monopolisti, gruppi imperialisti i quali spingevano alla guerra.

Dopo il 1918 si viene al tema di oggi, cioè alla guerra contro l’Unione Sovietica. Chi ha fatto la guerra all’Unione Sovietica dopo il 1918? Chi ha lanciato la parola d’ordine dell’attacco alla giovane Repubblica Sovietica se non l’Inghilterra e la Francia democratiche, se non il Giappone – allora considerato esso pure democratico – se non gli Stati Uniti? Persino l’Italia nostra si sarebbe messa su quella strada se non ci fosse stato un uomo politico saggio e prudente, che al momento opportuno fermò la mano dei criminali che volevano trascinarci a quella guerra. La “Crociata delle 19 nazioni”, come venne chiamata allora da Churchill, chi l’ha organizzata? L’hanno organizzata dei governi democratici. Non crediate quindi di aver convinto l’opinione pubblica col vostro argomento, secondo il quale le democrazie non farebbero guerre, perché il passato ci dice esattamente il contrario. E nemmeno serve il richiamo patetico alla situazione attuale della “povera Olanda”, della “povera Inghilterra”, della “povera Francia”! Ma no: questa “povera” Olanda, il paese dei formaggi e delle regine grasse, sta facendo la guerra in Indonesia a un popolo che, con le armi alla mano, combatte per difendere la propria libertà.

La “povera” Francia sta facendo la guerra al popolo del Vietnam, per impedirgli di organizzare un proprio Stato autonomo e indipendente, anche se – come i Capi di quel popolo avevano ammesso – nell’ambito di una Unione francese.

L’Inghilterra sta facendo la guerra ai popoli della Birmania e difende con le unghie e con i denti l’ultimo brandello di territorio che le rimane attorno alla capitale di Rangoon. Tutto il resto del territorio di quella colonia è ormai governato da un popolo che ha deciso di mettersi sulla via della libertà e dell’indipendenza e che non è nemmeno diretto da comunisti, ma da democratici sinceri, i quali difendono l’indipendenza del loro paese contro lo sfruttamento degli oppressori coloniali.

Quanto agli Stati Uniti, essi hanno fatto fino a ieri la guerra in Cina, e se ne sono ritirati solo perché sono stati battuti dal popolo cinese; oggi stanno facendo la guerra contro il popolo greco e noi auguriamo che presto giunga il momento che anche di lì si ritirino perché battuti dalle valorose truppe della Libera Grecia!

Non crediate, quindi, che il vostro argomento serva. Esso non ha, alle prove dei fatti, nessuna consistenza.”

Dal discorso tenuto alla Camera dei Deputati dall’on. Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, nella seduta pomeridiana di martedì 15 marzo 1949, estratto da Il Patto Atlantico al Parlamento italiano. Le dichiarazioni del Governo e i discorsi dell’Opposizione (11-18 marzo 1949), a cura del Centro Diffusione Stampa del P.C.I., 30 giugno 1949, e ripubblicato in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 1/2022, pp. 163-4.

La pretesa di neutralizzare il conflitto

“L’irresistibile pulsione a discriminare, a creare capri espiatori – riemersa ferocemente nel seno di ordinamenti sulla carta costituzionali – è il segno di una crisi antropologica radicale, che è al contempo la vera origine e la posta in gioco dei governi dei sepolcri imbiancati che imperversano in molti paesi occidentali. Liberarsene, di tali sinedri farisaici, comprenderne e superarne le cause, è dunque una questione, oltre che politica, spirituale e antropologica.  Per venirne a capo, occorre un lavoro di fondo.  

La libertà costituisce, insieme al principio repubblicano, a quello democratico e all’eguaglianza (formale e sostanziale) dei cittadini, uno dei cardini dell’orizzonte simbolico nel quale vale ancora la pena riconoscersi, sebbene sia stato rimosso da chi doveva custodirlo. Come il lavoro è il fondamento sociale della Repubblica, così si potrebbe dire che la libertà ne costituisca il fondamento etico. Il rispetto e la tutela della persona umana ispirano e permeano di sé l’intera trama assiologica della nostra Carta costituzionale. Del resto, quale valore aveva conculcato prioritariamente il fascismo? La libertà, nelle sue plurime configurazioni: personale, spirituale, associativa, politica. A quale modello si contrappone la Costituzione, rovesciandone la logica? All’autoritarismo fascista.  La valorizzazione del concetto di “persona”, sulla quale hanno trovato una preziosa convergenza le forze del cattolicesimo sociale (da cui la nozione originariamente proviene) e quelle di ispirazione socialista, ha consentito di assumere l’eredità più significativa della tradizione liberale (il suo nucleo umanistico, non economicistico, che ha un valore generale), e di corroborarlo di una visione concreta, incarnata e relazionale del soggetto di diritti.

Siamo qui in presenza di un principio fondamentale del costituzionalismo: l’intangibilità fisica e morale della persona, la cui antica origine è l’Habeas corpus: concepito come scudo rispetto agli arbitri coercitivi del potere che dispone della forza pubblica, si estende oggi al rispetto della dignità della persona nel suo complesso, della sua integrità psico-fisica.  Nessuno può coartare senza limiti, manipolare indiscriminatamente il corpo e la mente di un altro, neppure il potere legittimo, neppure a fini (veri o presunti) di pubblica utilità. La libertà può conoscere delle restrizioni, ma solo entro precisi binari e sulla base di inderogabili garanzie.  Certo non in virtù di una condizione di gruppo, e in assenza di precisi obblighi, divieti, sanzioni. In ogni caso, le restrizioni della libertà (la più pesante delle quali è il carcere) non possono mai oltrepassare il limite del rispetto della persona umana e della sua dignità.  Pur su un altro piano, emerge qui la logica costitutiva dell’età dei diritti, che ispira ad esempio il divieto di torturare e schiavizzare: il presupposto dei diritti è il soggetto libero. Esso non è un’astrazione formale, che può occultare discriminazioni ed esclusioni di fatto, ma l’individuo in carne e ossa, concretamente considerato nella rete delle sue relazioni sociali. Il diritto a non essere torturato e quello a non essere reso schiavo debbono essere considerati “assoluti” o “privilegiati” (Bobbio), e pertanto non bilanciabili con altri diritti o interessi, perché la loro violazione significherebbe transitare dalla sfera della libertà a quella della manipolabilità, della strumentalizzazione del soggetto. Pertanto tortura e schiavitù non sono mai ammissibili, neppure in parte e a buon fine (ammesso che possa mai esistere un “buon fine” nel torturare, magari per estorcere una confessione coatta). Ora, indurre surrettiziamente a scelte non dovute che incidono in modo pesante sulla dignità, la vita sociale e il lavoro, come accade con il green pass più che saudita adottato in Italia, rientra nell’ambito della manipolazione arbitraria della soggettività, significa trattare la persona (anzi, peggio, un’intera “classe” di persone, individuate come categoria da sottoporre a un regime speciale) come un mezzo e non come un fine. Con il mega, super, ultra green pass, il cittadino non vaccinato viene considerato dalle istituzioni un soggetto di diritti perlomeno dimezzato, da espellere ai margini della comunità degli auto-investitesi Eletti. Facile che divenga oggetto di stigmatizzazione e campagne d’odio, peraltro fondate sulla menzogna.

Secondo la logica ferrea che lega tutti i diritti fondamentali l’uno all’altro, se si attaccano le libertà civili, in particolar modo in un regime politico di massa che ambisca a definirsi costituzionale e democratico e non plebiscitario (magari di un nuovo plebiscitarismo tecnocratico), è facile che anche la libertà politica sia a rischio: nel “trentennio inglorioso” del neoliberismo e del globalismo si è cominciato con l’attacco ai diritti sociali, al Welfare e al lavoro, si è proseguito con la messa fra parentesi della sovranità democratica in nome delle emergenze (prima finanziaria, oggi sanitaria), per arrivare alla messa in questione dei diritti di libertà. Tra cui, oltre a quelli civili, tradizionalmente liberali, figurano anche quelli di partecipazione politica, associazione ed espressione del dissenso.

(..)  La pretesa di neutralizzare definitivamente il conflitto – pretesa che è la vera ratio dell’emergenzialismo e della tecnopolitica – , è in sé eversiva e antidemocratica. Il primo pericolo per la democrazia proviene oggi dall’alto, dai poteri costituiti. Un capitolo estremo di quello che Gramsci chiamava il sovversivismo dall’alto delle classi dirigenti: le attuali élites neoliberali, alle strette per la crisi del paradigma antipopolare e antisociale che hanno perseguito pervicacemente da almeno un trentennio e perciò incattivite, sembrano pronte a tutto. Gli apprendisti stregoni dell’emergenza permanente e della prevenzione assoluta rischiano di evocare, con l’uso disinvolto dello stato di necessità come eccezione giustificata, potenze incontrollabili, alimentando il caos, producendo anomia. Che forze le quali dicono di ispirarsi a un ormai vago “progressismo” si rendano disponibili per tali operazioni, e anzi ne siano le mosche cocchiere, è triste ma del tutto coerente con le scelte e l’impostazione culturale della ex-sinistra nell’ultimo trentennio.”

Da Fuga dalla libertà, di Geminello Preterossi.

Goodbye Globalism!

La globalizzazione che pure invade le nostre vite è un morto che cammina? Mentre troppe voci ancora ne celebrano i trionfi, riprendendo la tesi della “fine della storia” di F. Fukuyama, questa nuovissima ed approfondita ricerca di Paolo Borgognone, condotta su un’immensa documentazione internazionale, ci dimostra il contrario.

La pretesa di costruire un mondo “globalizzato”, in cui domina il modello di sviluppo occidentale e la “modernità liquida” sta arretrando in molte parti del mondo. In Italia, grazie alla cosiddetta “emergenza sanitaria” sembra il contrario ma quello che appare un dominio sempre più stringente di tecnici, virologi, algoritmi e potentati economici multinazionali oramai fatica a nascondere una crisi sempre più drammatica.

Un invito a ripensare il nostro futuro. Un invito alla speranza.

Paolo Borgognone è uno storico e saggista. Tra le sue opere vale la pena di menzionare: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche (Zambon, 2015); L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale (Zambon, 2016); Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo (Oaks Editrice, 2017); Storia alternativa dell’Iran Islamico. Dalla Rivoluzione di Khomeini ai giorni nostri 1979-2019 (Oaks Editrice, 2019), Covid-19. A cosa serve, come ce lo raccontano, a chi giova (Il Cerchio 2020).

L’infinitizzazione del Bene e del Male

Di legami e convergenze tra il covid e la mafia ce ne sono diversi. Uno è l’illimitatezza. Le epidemie vere si esauriscono spontaneamente, ma qui avremmo una inedita epidemia a sorgente stazionaria, che come una guerra può perdurare a seconda di come si comportano gli uomini. Anche la mafia, “fenomeno umano che avrà una fine” (Falcone; che forse divenne bersaglio anche per la sua inclinazione a capire troppo) è stata resa sorgente stazionaria, illimitata, di Male. Il male assoluto consente misure assolute; nel caso del covid, quelle legibus solutus. Nel caso della mafia, consente di mostrare solo questa e praticare indisturbati dietro alla perenne lotta alla mafia altre forme di grande predazione. Fino a questo golpe camuffato da lotta al covid, dove il potere sembra potere fare a meno, per il momento, del paravento della lotta alla mafia. Le sorgenti di male infinito – soprattutto se appaiono coltivate, come è sia per il covid che per la mafia – andrebbero riconosciute come possibili coperture per delitti di massima scala, favorendo in vario modo l’esercizio predatorio del potere. Una terza illimitatezza che consente il male in nome del bene è quella del bene agli altri, che nella realtà può essere esercitato in via diretta solo verso il prossimo, cioè per un raggio limitato a piccoli gruppi; mentre si vuole che abbia portata infinita, per giustificare una “accoglienza” forzosa dei migranti economici che di etico non ha nulla.

Francesco Pansera

(Fonte)

La geopolitica vaccinale strumento di controllo USA sull’Europa

“La geopolitica vaccinale, con il dominio semi-monopolistico del gruppo Pfizer (amministrato da un “good friend” di Joe Biden, l’ebreo “greco” Albert Bourla) sull’Occidente, al pari del colpo di Stato atlantista in Ucraina nel 2014, si è dimostrata uno strumento assai efficace per riaffermare il controllo nordamericano sull’Europa. E lo stesso avvento al potere in Italia (tra il giubilo della quasi totalità della classe politica e del mondo dell’informazione generalista) dell’ex banchiere di Goldman Sachs Mario Draghi (già in ottimi rapporti con l’avanguardia politico-economica dell’atlantismo, il Gruppo Bilderberg creato da CIA ed MI6) deve necessariamente essere interpretato alla luce di questi fatti. Il suo ruolo è sì quello di “curatore fallimentare” di uno Stato in evidente sfacelo socioeconomico ed ormai privo di qualsiasi autonomia strategica. Tuttavia, allo stesso tempo, questo “curatore” deve fare in modo che le rimanenti risorse italiane vengano (s)vendute in modo corretto; e che tale (s)vendita avvenga in modo controllato e concentrando l’attenzione dell’opinione pubblica sull’invasività dell’evento pandemico con tutte le sue sfaccettature: dal certificato verde al corollario di scienziati (o pseudo tali) che dicono tutto ed il contrario di tutto, fino alla sterilissima polemica novax/provax che evita scientemente di rimarcare il portato geopolitico dell’affermazione di un modello di capitalismo della sorveglianza che si presenta come naturale evoluzione del modello occidentale (quello impiantato in Europa dopo il 1945) e non come instaurazione di un qualcosa ad esso estraneo.

Non sorprende che, dal momento del suo insediamento, il governo Draghi (spinto anche dal ministro ultratlantista della Lega Giancarlo Giorgetti) abbia utilizzato lo strumento del Golden Power ben tre volte per evitare l’acquisizione da parte di gruppi cinesi di aziende italiane che operano in specifici settori. L’ultimo caso è quello della Zhejiang Jingsheng Mechanical, alla quale è stato impedito di acquisire il ramo italiano di Applied Materials, azienda che opera nel settore dei semiconduttori. Nel marzo del 2021, sempre nel settore dei microchip, aveva impedito l’acquisizione del 70% di Lpe da parte del gruppo Shenzen Invenland Holding, mentre ad ottobre il Golden Power era stato esercitato per impedire gli sforzi del colosso agrochimico Syngenta per assumere la guida del gruppo agroalimentare romagnolo Verisem.

Al contempo, il governo italiano non ha palesato nessuna particolare preoccupazione di fronte al tentativo di acquisizione di TIM da parte del fondo nordamericano KKR & Co. Cofondatore del gruppo è l’ebreo statunitense Henry Kravis, ben inserito nel già citato Gruppo Bilderberg (insieme ai proprietari dell’importante gruppo editoriale italiano GEDI). Non c’è da stupirsi se al KKR fa riferimento anche l’Axel Springer Group, che possiede i giornali tedeschi (apertamente anticinesi) Die Welt e Bild. Inoltre, non è da dimenticare il ruolo che all’interno dello stesso KKR ha avuto l’ex generale e direttore della CIA David Petraeus e la partecipazione del gruppo al programma Timber Sycamore di finanziamento e assistenza logistica dei “ribelli” siriani.

Così come non vi è stato nessun particolare sussulto di orgoglio nel momento in cui Fincantieri, fermata da un patto anglo-australiano che ha fatto da apripista al più celebre (ed allargato agli USA) AUKUS, ha perso una commessa di 23 miliardi per la fornitura di fregate Fremm alla Royal Australian Navy.

Il ruolo di Draghi come agente degli interessi atlantisti in Europa è di lunga data. Quando era guida della BCE, il suo compito fu quello di contrastare la potenza della più grande banca centrale europea, la Bundesbank. L’obiettivo, neanche troppo velato, era quello di porre un freno al “problema” del surplus commerciale tedesco che costituiva un fattore indesiderato di non poco rilievo nel progetto di riaffermazione dell’egemonia nordamericana sull’Europa. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’appoggio statunitense alla creazione di una moneta unica europea venne garantito proprio dalla speranza che costringere la Germania a rinunciare al Marco potesse impedirne un eccessivo rafforzamento. Al contrario, Berlino è stata comunque capace di creare un enorme ed integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali vicine ai confini tedeschi. Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi rispetto all’Euro vigenti nei Paesi dell’est ed ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica, favorendo al contempo le esportazioni tedesche.

In questa operazione di controllo della Germania (sia in termini di eccessivo potere all’interno dell’Europa che in termini di aspirazioni alla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia) deve essere inserito anche il recente Trattato del Quirinale tra Francia e Italia sotto la supervisione del Segretario di Stato USA Antony Blinken. A questo proposito è bene sottolineare il fatto che il ruolo di ago della bilancia tra Germania e Francia era stato storicamente riservato alla Gran Bretagna. Nel corso dei secoli, il Regno Unito si è alleato a seconda della propria convenienza con l’una o l’altra sempre al preciso scopo di impedire una reale unificazione continentale: ciò che le potenze talassocratiche (Regno Unito prima e Stati Uniti poi) hanno sempre considerato come una minaccia esistenziale nei confronti dei rispettivi disegni egemonici.

Oggi, dopo la Brexit (nonostante la Gran Bretagna continui ad esercitare il suo nefasto ruolo in diversi teatri, dalla Polonia all’Ucraina), si è voluto attribuire questo compito all’Italia di Mario Draghi, che, assieme alla Francia, eserciterà anche un ruolo di controllo all’interno del Mediterraneo per fare in modo che l’egemone reale possa concentrare i propri sforzi nel contenimento della Cina (sempre più capace di intervenire anche nel “cortile interno” degli USA, come dimostrato dall’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Taiwan e Nicaragua). Nell’articolo 2 del Trattato si legge: “le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ogni qual volta i loro interessi strategici coincidano. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO”.

Di fatto, il Trattato del Quirinale altro non è che l’ennesima biforcazione interna alle strutture di potere dell’atlantismo.”

Da Geopolitica del draghismo, di Daniele Perra.