Marcello Foa e “La fabbrica della menzogna”

Il ritorno in Eritrea di Fulvio Grimaldi

Un altro sguardo sull’Africa

Non esistono studi esaustivi sull’impatto della storia coloniale nella formazione dell’immaginario che certamente ha condizionato la visione del popolo italiano del continente africano e, in particolare, delle nostre ex colonie. Al crollo del cosiddetto impero è seguita la più completa rimozione ed oggi non molti Italiani saprebbero ritrovare l’Eritrea o l’Etiopia su un planisfero. Eppure per più di cinquant’anni, almeno dalla sconfitta di Dogali nel 1887 a quella di Keren del 1941, questo Paese è stato al centro del dibattito culturale, giornalistico, politico e persino scientifico in Italia. In particolare durante il ventennio fascista l’Africa riempiva pagine e pagine di giornali e riviste, trasmissioni radiofoniche, discorsi ufficiali e manifesti pubblicitari.
Al di là delle ricerche scientifiche se proviamo a usare come indicatore della coscienza nazionale un evento recente, e decisamente eclatante, il risultato è sorprendente. Nel 2011 l’Italia ha partecipato all’aggressione di uno Stato indipendente con il quale vigeva sino al giorno prima un trattato di amicizia. Questo Stato, oggi ridotto ad un cumulo di macerie, era una nostra ex colonia: la Libia. La reazione a questo delitto è stata debolissima persino all’interno di settori, peraltro ormai limitati, che si battono per la difesa della pace. Naturalmente ciò è dovuto anche alle feroci campagne mediatiche e di demonizzazione che ormai in modo sempre più scientifico preparano, prima, e sostengono, poi, tutte le “nostre” guerre. Credo però che vi sia anche dell’altro. Credo cioè che queste campagne di disinformazione strategica poggino su immaginari e rappresentazioni mai demoliti che continuiamo a portarci dietro, pur senza saperlo. E si tratta di immaginari pericolosi: in definitiva il diritto (o addirittura il dovere) all’ingerenza umanitaria si basa sullo stesso concetto di supremazia (nostra) e di minorità (loro) che è il portato del colonialismo.
Forse per questo nella visione dell’ultimo documentario autoprodotto di Fulvio Grimaldi, “Eritrea. Una stella nella notte dell’Africa” ciò che prima di tutto colpisce è lo sguardo.
Non è lo sguardo cui siamo abituati. Quello paternalista ed eurocentrico. Quello degli spot delle ONG che espongono bambini malnutriti e pretendono di ripulirci la coscienza con un detersivo chimico che non fa altro che renderla ancora più sporca.
Non è neppure lo sguardo di chi contempla soddisfatto “i successi” o “la rinascita” di qualche Paese africano quando il modello copiato è palesemente quello occidentale senza indagare poi su quali siano le ricadute sociali ed ambientali sulla vita del popolo.
Lo sguardo di Grimaldi è all’opposto.
E’ lo sguardo di un compagno che ha ritrovato i guerriglieri già conosciuti negli anni ’70, quando era un giovane inviato di guerra e, dopo aver visto sul campo cosa stava succedendo, sosteneva in Europa una lotta di liberazione ignorata da quasi tutti. E ritrovando i vecchi compagni divenuti dirigenti di uno Stato finalmente indipendente li lascia raccontare, ma anche mostrare in presa diretta, la loro nuova casa. Non deve stupire quindi che il proprio Paese, costruito dall’indipendenza del 1991, sia mostrato con orgoglio.
Anche perché, a dispetto delle campagne stampa demonizzanti (che anche qui si sprecano), di motivi per essere orgogliosi ce ne sono. E peraltro spesso è proprio per quegli stessi motivi che il Paese è demonizzato. Ad esempio l’Eritrea ha sempre rifiutato basi e collaborazione militare alla NATO e non ha accettato prestiti, e conseguente cessione di ogni sovranità, dalla Banca Mondiale.
Il documentario di Grimaldi non rinuncia a fare il punto su un contesto internazionale dominato ancora dall’imperialismo e sul perseverare di una politica neocoloniale e predatoria portata avanti dagli Stati occidentali verso l’Africa. Né fa sconti al “nostro” vecchio colonialismo ancora da molti considerato da “Italiani brava gente” che pure è costato la vita a 500.000 Africani e l’imposizione in Africa di un regime di apartheid.
Ma ben presto ci si immerge nella bellezza della terra eritrea.
Nella guerra di liberazione dall’Etiopia durata 30 anni. Nella lotta per l’indipendenza che continua ancora oggi. Una lotta fatta anche con le dighe, le scuole, gli ospedali e con un programma politico che pone al centro la giustizia sociale. Una lotta che deve però sempre confrontarsi con i gendarmi americani sempre pronti con le loro basi in Etiopia.
In conclusione il documentario è un lavoro essenziale per la documentazione storica e politica che propone. Indispensabile per comprendere una nazione poco conosciuta e per rispondere alle campagne di demonizzazione cui l’Eritrea è sottoposta.
Occorre anche dire però che l’immersione di cui abbiamo parlato è anche un’esperienza piacevole e rigenerante. Come un bel bagno tra i coralli e i mille pesci colorati del Mar Rosso.
Mattia Gatti

Eritrea. Una stella nella notte dell’Africa (90’),
di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini.
Per informazioni e acquisti scrivere a visionando@virgilio.it

Il Libro (del golpe) Bianco

ospedali in difesa
Mentre i riflettori mediatici erano puntati su Sanremo, dove si è esibita anche la ministra della Difesa Roberta Pinotti cantando le lodi delle missioni militari che «riportano la pace», il Consiglio dei Ministri ha approvato il 10 febbraio il disegno di legge che consentirà l’implementazione del «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, delegando al governo «la revisione del modello operativo delle Forze Armate».
Revisione, in senso «migliorativo», di quello attuato nelle guerre cui l’Italia ha partecipato dal 1991, violando la propria Costituzione. Dopo essere passato per 25 anni da un governo all’altro, con la complicità di un parlamento quasi del tutto acconsenziente o inerte che non lo mai discusso in quanto tale, ora sta per diventare legge dello Stato. Un golpe bianco, che sta passando sotto silenzio.
Alle Forze Armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese».
Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale».
Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo – Nordafrica, Medioriente, Balcani – a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla NATO sotto comando degli Stati Uniti.
Funzionale a tutto questo è la Legge quadro entrata in vigore nel 2016, che istituzionalizza le missioni militari all’estero, costituendo per il loro finanziamento un fondo specifico presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Infine, come quarta missione, si affida alle Forze Armate sul piano interno la «salvaguardia delle libere istituzioni», con «compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza», formula vaga che si presta a misure autoritarie e a strategie eversive.
Il nuovo modello accresce fortemente i poteri del Capo di Stato Maggiore della Difesa anche sotto il profilo tecnico-amministrativo e, allo stesso tempo, apre le porte delle Forze Armate a «dirigenti provenienti dal settore privato» che potranno ricoprire gli incarichi di Segretario Generale, responsabile dell’area tecnico-amministrativa della Difesa, e di Direttore nazionale degli armamenti. Incarichi chiave che permetteranno ai potenti gruppi dell’industria militare di entrare con funzioni dirigenti nelle Forze Armate e di pilotarle secondo i loro interessi legati alla guerra.
L’industria militare viene definita nel Libro Bianco «pilastro del Sistema Paese» poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».
Non resta che riscrivere l’Art. 1 della Costituzione, precisando che la nostra è una Repubblica, un tempo democratica, fondata sul lavoro dell’industria bellica.
Manlio Dinucci

Fonte

Militari all’uranio

16508234_1021376044673550_5673244068808297614_n

“In amore e in guerra tutto è permesso”. È ciò che deve aver pensato il Ministero della Difesa quando ha mandato i nostri inconsapevoli militari italiani alle missioni “di pace” all’estero: Bosnia Erzegovina, Serbia, Kosovo, Eritrea, Afghanistan, Iraq e Gibuti senza avvisarli delle giuste precauzioni da prendere contro un nemico subdolo e all’apparenza innocuo come l’U235. Parliamo di uranio impoverito. Parliamo di 7.678 militari malati, 333 morti e di 72 sentenze di risarcimento vinte.

Da quando l’uranio impoverito ha fatto la sua comparsa nelle cronache italiane, si è detto e (soprattutto) non detto di tutto. In questo libro, la giornalista d’inchiesta Mary Tagliazucchi e Domenico Leggiero, ex pilota militare, ispettore agli armamenti C.F.E, coordinatore dell’Osservatorio Militare e consulente dell’attuale Commissione Parlamentare, cercano di spiegare cosa vi sia davvero dietro l’inspiegabile e impenetrabile muro di omertà, costruito sia da parte delle autorità militari che di quelle politiche.
Una “guerra silenziosa” fra chi tace la verità e chi la grida a gran voce. In questo libro si raccolgono non solo le tragiche storie, vicende e ingiustizie subite dai militari che ancora oggi non smettono di ammalarsi e morire ma anche alcuni importanti retroscena politici che, di fatto, hanno contribuito ad allungare i tempi di questo caso che non sembra conoscere fine.
Un “conflitto” che dura ormai da quasi sedici anni e in cui l’uranio impoverito non è l’unica minaccia. Attraverso il racconto dei due autori, senza zone d’ombra o reticenze, pian piano si arriva a capire più di una verità, che gli stessi consegnano al lettore senza alcuna presunzione. A parlare per loro sono i fatti e i documenti riportati.

Mary Tagliazucchi, nata a Roma nel 1975, è giornalista freelance e fotoreporter. Collabora con La Stampa, Ofcs.report e altre testate giornalistiche. Da sempre si occupa di cronaca e giornalismo d’inchiesta.
Domenico Leggiero nasce a Capua (CE) nel 1964. Arruolatosi nell’esercito nel 1985, diventa pilota militare nel 1988 e, dopo oltre 1000 ore di volo, viene qualificato Ispettore C.F.E. (Control Force Europe) e inserito nei pool internazionali per il controllo degli armamenti, attuazione e rispetto dei trattati internazionali per la riduzione degli armamenti. Consulente in tre commissioni parlamentari d’inchiesta sul fenomeno dell’uranio impoverito, dal 2005 continua la battaglia per i militari malati come Responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio Militare Centro Studi di cui lui stesso fu cofondatore nel 1999.

Militari all’uranio,
di Mary Tagliazucchi e Domenico Leggiero
David and Matthaus, € 14,90

In memoria di Pietro Golia

c3l8yrfwcamu1uy
“La scomparsa di Pietro Golia, che va ad aggiungersi a quella di Gerardo Marotta pochi giorni fa, è una grave perdita per il patrimonio culturale napoletano e meridionale, soprattutto per la sua voglia di essere, come la casa editrice da lui stesso fondata, “Controcorrente”, su temi, storici, politici, economici e culturali.
Proprio la sua casa editrice diede voce ad un intellettuale dissidente come Aleksandr Solgenitsin, che nel suo “Due secoli insieme” raccontò del ruolo che ebbe la comunità ebraica russa nella repressione stalinista e nella costruzione dell’apparato dei gulag, un tema come si può immaginare molto scottante soprattutto per i tempi, così come anche fu il primo ad affrontare temi economici come quello del signoraggio (Beppe Grillo, che ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia nella fase embrionale, fece riferimento all’opera del Prof. Giacinto Auriti pubblicata proprio da Controcorrente) e del ruolo delle banche centrali, o anche della decrescita (allora non ancora “felice”) come naturalmente il tema dell’unificazione italiana, che nei titoli di Controcorrente assumeva i connotati di un conflitto tra massonerie (quella britannica contro quella francese, a cui evidentemente uno Stato italiano a guida sabauda faceva paura, mentre al contrario Garibaldi come anche Mazzini furono accolti a Londra dalla Regina Vittoria come dei veri e propri eroi) così come assumeva sul piano militare quello di una vera e propria annessione allo Stato sabaudo, con la conseguenza che quelli che venivano chiamati “briganti” in realtà erano semplicemente resistenti all’invasore.
Il filone prominente di Controcorrente era però quella sulla storia antica e moderna di Napoli, per Controcorrente uscirono i primi lavori di Maurizio Ponticello, come “Napoli, città velata”.
Quale miglior modo per ricordare una figura come Pietro Golia di ripubblicare un’intervista che chi scrive realizzò nel 2008, ai tavolini del Gran Caffè Gambrinus.
Ritroverete molti temi ancora attuali, nel pensiero e nel mondo della vita di un intellettuale controcorrente, perchè ha sempre preferito il sentimento alla ragione.”

Pietro Golia, una vita Controcorrente, il sentimento prima della ragione di Pietro Pizzolla continua qui.

putinxsito1

dussouy-1

copertina-palestina1-533x600

lager

comunitarismo

robincopertinaxsito1-300x423

Saker Italia sotto attacco

Esprimete il vostro sostegno!

La moneta-debito

Periodicamente, qualche liberale dal cuore buono ci rammenta che l’aumento del debito generato da una maggiore spesa pubblica andrà a pesare sulle giovani generazioni.
Ieri, ad esempio, è stato il turno di Tito Boeri, presidente dell’INPS, l’ente sempre più traballante da quando ha dovuto farsi carico delle posizioni pensionistiche dei lavoratori pubblici, i cui contributi vengono pagati dallo Stato soltanto in maniera figurativa, cioé con un tratto di penna sui registri contabili.
A costoro andrebbe dunque ricordato che “L’unico modo per arrestare il declino dell’Italia è decidere di non far pagare solo i cittadini, ma anche i creditori. Il popolo italiano ha l’obbligo di restituire solo quella parte di debito che è stata utilizzata per il bene comune. Tutto il resto -dovuto a tassi eccessivi, indebitamento per interessi, ruberie, sprechi, corruzione, etc.- può (e deve!) essere ripudiato perché illegittimo.
La prima cosa da fare è quindi aggredire gli interessi, che ci salassano e alimentano la crescita del debito. Tre le iniziative possibili: vietare qualsiasi forma di speculazione sui titoli del debito pubblico, l’autoriduzione dei tassi di interesse, la sospensione dei pagamenti delle quote impossibili da coprire.
Risolta finalmente l’emergenza, bisognerà poi mettere ordine nei conti pubblici per liberarci definitivamente del debito e non ricadere mai più nella sua mortifera spirale.
Rammentando che il debito pubblico italiano non avrebbe avuto un epilogo così drammatico se avessimo conservato la sovranità monetaria di cui godevamo prima del 1981, quando si verificò il cosiddetto “divorzio” fra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro.” [Fonte]

Con sottotitoli

Con doppiaggio