Campioni dell’informazione atlanticamente corretta

I firmaioli di Ventotene

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La distruzione dello Stato nazione cominciata a Ventotene è la radice del male che ci assale.
Definire “nazionalismo” la sana difesa degli interessi nazionali – per delegittimarla – è la pozione drogata per il popolo, servita dai firmaioli di Ventotene e dai loro complici, al fine di dotarsi d’una doppia via d’uscita.
Chiunque avesse vinto – comunismo sovietico o capitalismo occidentale – si sarebbe potuto dire “io sono nemico del nazionalismo”. E così si disse.
D’altronde, le carezze sotto al tavolo fra partiti italiani – tutti – e il Dipartimento di Stato cominciarono prima e con l’8 Settembre, andarono al primo visibile effetto con l’assassinio di Aldo Moro e poi con la demolizione controllata della mafia corleonese, fino a momenti prima collaborazionista a geometria variabile di tutti gli schieramenti politici e di tutti gli aggregati di potere, nazionali e non.
Finito il comunismo sovietico, i nipotini dei firmaioli di Ventotene, tutto l’ex PCI e i graziati ricattabili d’ogni colore scampati a Tangentopoli, accucciatisi sotto la tavola atlantica, raccolgono i bocconi scartati dai padroni, a loro volta inebriati da un delirio d’onnipotenza, smentito tuttavia dalla dura realtà dei fatti: la raffinatissima tecnologia militare non garantisce la supremazia militare e tanto meno quella politica. Questo ha un effetto terribile e inaspettato, per la prima volta nella storia: la forza militare è agli occhi di tutti uno strumento di terrore esattamente come il tritolo dei combattenti suicidi.
La crisi dello Stato, il veleno iniettato dai firmaioli di Ventotene, ha lasciato lo Stato privo di credibilità, spoglio d’ogni capacità coesiva fra i propri i cittadini – gli autoctoni come gli allogeni.
Non stupisce che il simulacro di Stato italiano non trovi altra via per manifestarsi che un crescente carico fiscale, contraltare della endemica corruzione a ogni livello.
I due fenomeni sono incontrollabili, interconnessi e privi d’ogni possibilità di emendarsi se tutto quanto è intervenuto da Ventotene a oggi non venga cancellato a qualunque sia pure drammatico costo.
Non per caso si ritrova, in questo momento storico, un nuovo equilibrio nei rapporti Stato-Mafia, tentando di far sopravvivere lo Stato alla sua crisi, mentre persino nelle istituzioni della Capitale si constata una sovrapposizione fra malavita e politica, nell’illusione di rieditare situazioni oramai insostenibili.
Lo scontro con la dura realtà non lascia tuttavia scampo neppure negli scenari internazionali.
Lo Stato, inutile quanto insopportabilmente costoso, non è in grado di reagire credibilmente, privato com’è delle sue prerogative di politica economica e ancor più profondamente di quelle di politica di sicurezza, mentre le strutture sovranazionali che avrebbero dovuto surrogarne le funzioni di applicazione della forza, tutt’al più possono apporre etichette su zucchine, banane e cosce di pollo, oppure esibirsi in esibizioni muscolari che sarebbero grottesche se non fossero tragicamente, inutilmente e ottusamente stragiste.
Il sogno d’un “governo mondiale”, coltivato dai firmaioli di Ventotene, da prelati traditori, da ascari della UE, s’infrange contro l’incontrovertibile realtà del fallimento sempre più evidente delle nazioni autocandidatesi alla guida del Pianeta.
Gli Stati Uniti non sono in grado di mandare un brigata contro ISIS, loro creatura, tanto meno lo possono Francia e Gran Bretagna e Germania. La NATO ha perso tutte le sue guerre contro il terrore e ha finito per sposarne i metodi illudendosi di dissimularlo con hitech militare.
Le pattuglie musulmane, prive d’alcuna sofisticazione hitech, spargendo terrore nelle sofisticate capitali dell’Occidente, marcano un successo strategico che non potrà essere cancellato da qualunque successo tattico tromboneggiato, come avviene, dopo la cattura o l’uccisione dei commandos.
Gli Stati nazione, impegnati a distruggere gli altrui assetti nazionali per perseguire propri inconfessabili obiettivi egemonici, sono delle tigri di carta: solo gli stolti non se ne rendono conto.
Moriranno molti innocenti – civili e in uniforme – in questa carneficina inutile e annunciata, e li piangiamo. Non chiedeteci tuttavia di rattristarci per la morte di quanti – giovani e anziani – sono al servizio del disegno dei padroni dei firmaioli di Ventotene.
In Italia non c’è finora un solo partito politico affrancato da tali responsabilità.
Piero Laporta

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Questa retorica in merito alla Brexit non vi ha tremendamente rotto i coglioni?

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Dunque, andando sempre con un certo disordine che con l’ordine sono bravi tutti, il trauma è cominciato quando andando a prendere un caro Negroni venerdì pomeriggio dopo l’ufficio, il barista mi sorprende econfidandomi che era molto preoccupato per la Brexit.
Paro paro quegli anziani che non hanno nulla in banca, figurarsi titoli o btp ttp fff ggg + vari, ma che si deprimono quando le borse sono –quanto orrore in questa espressione – “depresse o sottotono”.
Per paura della crisi faccio diventare il Negroni un Americano, togliendo il gin che potrebbe essere di provenienza britannica, quindi extracomunitaria, quindi nemica, oggigiorno.
Mi dice il mio caro barista che la sera prima Monti – che a suo dire non avrebbe mai ragione quando apre bocca, ma questa volta sì, sì sìsì (e a stento trattiene l’entusiasmo, manco fosse Eszter) – ha detto che l’UE serviva per non farci fare guerra tra noi Stati europei, mentre adesso…
E questa silenziosa sospensione delle parole suona più minacciosa del cristoforesco “Verrà un giorno…”.
E poi mi chiede: “Tu che sei (cosa?)… un po’ mitteleuropeo (sic!), cosa ne pensi di questa Brexit”?
Vorrei ricordargli che Pescara non è Trieste e che più che mitteleuropeo posso essere del Regno delle Due Sicilie – che so terroneuropeo – e che l’unico Ferdinando dal quale posso avere qualche lontana origine è quello di Borbone non di Asburgo, ma più che altro mi preme tranquillizzarlo del fatto che non c’è nessuna guerra imminente con i Britannici, che al massimo ci possono mandare gli amici uligani per qualche partita, ma dopo le botte che hanno preso dai Russi a Marsiglia, non so se usciranno ancora di casa così tranquilli e giulivi. Ma non me ne da il tempo, perché come cerco di parlare del mio non-catastrofismo mi comincia a parlare di tutti gli Italiani che sono lì, che adesso cosa gli succederà, dovranno tornare qui etcetcetc. Fortuna vuole che mi chiami mio padre che si dice preoccupato, non per la Brexit, come me non crede nell’immediatezza degli effetti negli eventi della storia, ma per il mio colesterolo, uscito dalle analisi del sangue. Continua a leggere

NATO/Exit, obiettivo vitale

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Mentre l’attenzione politico-mediatica è concentrata sulla Brexit e su possibili altri scollamenti della UE, la NATO, nella generale disattenzione, accresce la sua presenza e influenza in Europa. Il segretario generale Stoltenberg, preso atto che «il popolo britannico ha deciso di lasciare l’Unione Europea», assicura che «il Regno Unito continuerà a svolgere il suo ruolo dirigente nella NATO». Sottolinea quindi che, di fronte alla crescente instabilità e incertezza, «la NATO è più importante che mai quale base della cooperazione tra gli alleati europei e tra l’Europa e il Nordamerica».
Nel momento in cui la UE si incrina e perde pezzi, per la ribellione di vasti settori popolari danneggiati dalle politiche «comunitarie» e per effetto delle sue stesse rivalità interne, la NATO si pone, in modo più esplicito che mai, quale base di unione tra gli Stati europei. Essi vengono in tal modo agganciati e subordinati ancor più agli Stati Uniti d’America, i quali rafforzano la loro leadership in questa alleanza. Il Summit NATO dei capi di Stato e di governo, che si terrà a Varsavia l’8-9 luglio, è stato preparato da un incontro (13-14 giugno) tra i ministri della difesa, allargato all’Ucraina pur non facendo essa parte ufficialmente della NATO. Nell’incontro è stato deciso di accrescere la «presenza avanzata» nell’Europa orientale, a ridosso della Russia, schierando a rotazione quattro battaglioni multinazionali negli Stati baltici e in Polonia.
Tale schieramento può essere rapidamente rafforzato, come ha dimostrato una esercitazione della «Forza di punta» durante la quale un migliaio di soldati e 400 veicoli militari sono stati trasferiti in quattro giorni dalla Spagna alla Polonia. Per lo stesso fine è stato deciso di accrescere la presenza navale NATO nel Baltico e nel Mar Nero, ai limiti delle acque territoriali russe. Contemporaneamente la NATO proietterà più forze militari, compresi aerei radar Awacs, nel Mediterraneo, in Medioriente e Africa. Nella stessa riunione, i ministri della difesa si sono impegnati ad aumentare nel 2016 di oltre 3 miliardi di dollari la spesa militare NATO (che, stando ai soli bilanci della difesa, ammonta a oltre la metà di quella mondiale), e a continuare ad accrescerla nei prossimi anni. Queste sono le premesse dell’imminente Summit di Varsavia, che si pone tre obiettivi chiave: «rafforzare la deterrenza» (ossia le forze nucleari NATO in Europa); «proiettare stabilità al di là dei confini dell’Alleanza» (ossia proiettare forze militari in Medioriente, Africa e Asia, anche oltre l’Afghanistan); «allargare la cooperazione con la UE» (ossia integrare ancor più le forze europee nella NATO sotto comando USA).
La crisi della UE, emersa con la Brexit, facilita il progetto di Washington: portare la NATO a un livello superiore, creando un blocco militare, politico ed economico (tramite il TTIP) USA-UE, sempre sotto comando USA, contrapposto all’area eurasiatica in ascesa, basata sull’alleanza Russia-Cina. In tale quadro, l’affermazione del premier Renzi al forum di San Pietroburgo, «la parola Guerra Fredda è fuori dalla storia e dalla realtà, UE e Russia tornino ad essere ottimi vicini di casa», è tragicamente grottesca. L’affossamento del gasdotto South Stream Russia-Italia e le sanzioni contro la Russia, ambedue per ordine di Washington, hanno già fatto perdere all’Italia miliardi di euro. E i nuovi contratti firmati a San Pietroburgo possono saltare in qualsiasi momento sul terreno minato della escalation NATO contro la Russia. Alla quale partecipa il governo Renzi che, mentre dichiara la Guerra Fredda fuori dalla realtà, collabora allo schieramento in Italia delle nuove bombe nucleari USA per l’attacco alla Russia.
Manlio Dinucci

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Perché e quando votare, perché e quando astenersi

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La retorica di questa “democrazia” – accettata acriticamente dal comune senso politico – dice che quello del voto è il momento in cui ognuno di noi può decidere e, perfino, scegliere chi deve rappresentare le nostre idee e i nostri interessi nelle istituzioni. Il risultato di queste libere elezioni darà alla maggioranza il potere di decidere e di governare.
Questa “democrazia”, dunque, si compendia 1) nella libertà di scegliere, 2) nel principio che è la maggioranza a decidere.
La realtà è stata sempre molto diversa, e oggi questa diversità è assolutamente evidente.
In questo momento abbiamo di fronte due scadenze in cui siamo chiamati ad esprimere il nostro voto: tra qualche mese, a ottobre, per il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e sulla nuova legge-truffa elettorale e, a breve, tra qualche giorno, per le elezioni amministrative.
Si tratta, però, di due cose molto diverse tra loro.
Vediamole una per volta. Continua a leggere

Proclama

Nella notte, le truppe anti-insurrezionali agli ordini del Feldmaresciallo Roberta Pinotti hanno condotto operazioni di rastrellamento nelle zone montuose del centro-nord Italia.
Individuati ed immediatamente neutralizzati diversi nuclei di attivisti referendari.
I loro covi, dove si progettava di stampare clandestinamente ingenti quantità di materiale propagandistico, sono stati smantellati; le strumentazioni tipografiche, ivi ritrovate, messe in condizione di non più funzionare.
Raggiunto dalla notizia, il Comandante Supremo Giorgio Napolitano ha fatto pervenire le proprie felicitazioni al Gauleiter Matteo Renzi, attraverso i microfoni di Radio Liberalismo Radicale.

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Se lo dice Tricarico…

fbe137ef-c974-41c8-bb24-c3b6c06c752d“Se non sapessimo davvero quali e dove sono le vere minacce alla sicurezza e alla stabilità dell’area euro-atlantica, ci sarebbe da sorridere. È uno strano comportamento quello tenuto dagli USA negli ultimi sei o sette anni.
Da un lato – osserva Tricarico nella sua analisi per Askanews – non perdono occasione per manifestare fin troppo esplicitamente insofferenza per l’iniqua ripartizione degli oneri nella NATO, che secondo loro graverebbe sulle spalle del contribuente statunitense in misura sproporzionata.
Ma dall’altro accentuano, in maniera ormai inaccettabile, le pressioni sugli alleati affinché siano strumento di una politica che odora di stantio: scenari da Guerra Fredda di volta in volta riproposti facendo ricorso a una posizione dominante ancora indiscussa”. Quindi, una NATO che resta ancorata a uno scenario da Guerra Fredda?
“Si tratta solo dell’ultima puntata di un copione che viene da lontano, una sorta di sordo richiamo della foresta in cui l’orso russo è il nemico numero uno, verso cui va non va mai abbassata la guardia. Una politica che trova orecchie particolarmente sensibili (o forse origina?) nei Paesi già appartenuti all’Unione Sovietica e ancora sospettosi, quando non ostili, nei confronti di Mosca.
In questo quadro nascono vere e proprie provocazioni, che solo per fortuna non hanno ancora innescato una vera escalation ma che hanno gravi conseguenze nel confuso, e quello sì serio, scenario internazionale”. Con quali ricadute? “In primo luogo, la NATO presta scarsa attenzione al terrorismo. Eppure non avevano gli USA aderito al Consiglio NATO-Russia di Pratica di Mare (nel 2002), istituito proprio per combattere insieme il terrorismo?
Oggi, evidentemente lontani dal 2001 non solo in senso cronologico, – prosegue Tricarico – fanno di tutto per irritare il partner russo, del quale hanno disperato bisogno su altri tavoli negoziali tanto da dovervisi ultimamente rivolgere ingoiando giganteschi rospi”.
“Di fronte a tutto questo – osserva Tricarico – viene da chiedersi quale sia la politica italiana all’interno dell’Alleanza. Il silenzio di fronte alle ultime sortite statunitensi parrebbe un assenso alla linea da essi indicata, imperniata sul rafforzamento del fianco nord-occidentale a contenimento di un Putin sempre più minaccioso.
Ma davvero questa è la visione italiana? O non bisogna dire agli USA, una volta per tutte, che se vogliono dislocare loro truppe in un Paese nordico impaurito e compiacente cerchino le risorse a casa propria senza mettere in mezzo la NATO? Non è l’ora di chiudere le porte a nuove iniziative soprattutto quelle che Putin percepisce come una minaccia alla sua sicurezza?”.
“Non è giunta l’ora che la NATO cominci a pensare seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo, a mettersi a disposizione della comunità internazionale per frenare la follia stragista anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia? Salvo poi vedere il suo membro più influente, gli USA, costretto a chiedere aiuto per togliere dal fuoco le castagne più scottanti, come è già più volte successo?
Questa volta non serve una politica europea per fare inceppare il meccanismo di un’Europa del nord a influenza statunitense e di un dialogo nord-sud dell’Alleanza sempre inascoltato.
Basterebbe che alla prossima ministeriale NATO un solo Paese chiedesse ad alta voce di ristabilire gli equilibri in un’Europa che, anche se disunita, non ha bisogno di condizionamenti esterni né di relegare in un angolo la Russia, con la quale vogliamo misurarci con le nostre forze, le nostre valutazioni ed i nostri interessi.
È troppo sperare che l’Italia lo faccia con lo stesso vigore con cui si sta battendo per cause altrettanto importanti come l’emergenza immigrazione e gli investimenti per l’occupazione?”

Così afferma il generale Leonardo Tricarico, in una analisi sul futuro della NATO.
Egli è stato comandante della Quinta Forza Aerea Tattica Alleata della NATO di stanza a Vicenza e durante la guerra in Kosovo del 1999 ha assunto gli incarichi di comandante operativo delle Forze Aeree Italiane e di Vice Comandante della Forza Multinazionale impiegata nel conflitto. Già Consigliere Militare di tre presidenti del Consiglio (D’Alema, Amato e Berlusconi), Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare dal 2004 al 2006, è l’attuale presidente della Fondazione ICSA.

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