Le mire della Turchia e le molte anime dei Kurdi

12304164_10153735740586678_7771739654668076414_oPersino ai nostri “mass media” più o meno “embedded” non è sfuggita l’importanza della notizia: il governo iracheno ha vivamente protestato per l’invasione effettuata da parte dell’esercito turco di una zona dell’Iraq settentrionale non lontana dalle grande città di Mosul tuttora nelle mani dell’ISIS (o DAESH, come lo chiamano gli Arabi) ed ha chiesto il ritiro immediato delle truppe fedeli al Presidente-mafioso Erdogan (circa 1.200 soldati con 25 carriarmati).
Il govero turco ha risposto che quei militari sono in Iraq per “addestrare” i “Peshmerga” kurdi fedeli al governo regionale kurdo del Nord-Iraq, cioè alla fazione kurda fedele al clan tribale di Masoud Barzani ed al partito PDK di cui Barzani è leader (oltre che Presidente dello stesso governo regionale).
Barzani, i cui stretti rapporti con gli USA, con Israele e con i Turchi sono ben noti da tempo (fin da quando i suoi “Peshmerga” hanno contribuito attivamente allo sfascio dell’Iraq), non ha smentito. Anzi, correndo in soccorso all’amico Erdogan, ha fatto dichiarare ad un suo portavoce che le foto pubblicate dai Russi, in cui si vedono enormi file di autobotti che portano in Turchia il petrolio depredato dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, ritrarrebbero in realtà autobotti che portano in Turchia petrolio venduto ai Turchi dallo stesso governo regionale kurdo del Nord-Iraq.
In queste dichiarazioni c’è qualcosa di ironico: in pratica Barzani ammette che il suo Stato semi-indipendente formatosi nel Nord-Iraq (con la copertura degli USA, della Turchia, ed Israele) vende alla Turchia petrolio che apparterrebbe allo Stato iracheno. La conquista da parte dei “Peshmerga” della zona petrolifera di Kirkuk, profittando del caos in cui si trova l’Iraq nella stretta dello Stato Islamico, ha dato ai Kurdi di Barzani un’enorme disponibilità di petrolio. Né si può escludere che il governo regionale chiuda un occhio sul contrabbando di petrolio proveniente dalle zone controllate dall’ISIS, molto richiesto in Turchia per il suo basso prezzo, e poi smerciato a vari Paesi occidentali, al Giappone, ed ad Israele.
Queste vicende, da un lato, confermano l’ignobile strategia dell’imperialismo e del neo-colonialismo, consistente nello sfruttare tutte le divisioni etniche e religiose per creare il caos nelle aree di cui si cerca di impedire uno sviluppo indipendente ed autonomo (come in Iraq, Siria, Libia, Jugoslavia, ed altre aree del Vicino Oriente, Africa ed Europa centro-orientale); dall’altro lato attirano l’attenzione sulle varie anime e fazioni, spesso anche in lotta tra di loro, in cui sono divisi i Kurdi, spesso considerati da molti attivisti occidentali come un mitico e quasi “angelico” tutt’unico.
In realtà nel Kurdistan convivono realtà politiche di orientamento molto diverso. Tra i Kurdi della Turchia una posizione di grande rilievo ha assunto il PKK, partito di ispirazione marxista-leninista fondato da Abdullah Ocalan, duramente represso dal governo turco, e che da oltre 30 anni conduce una lotta armata di liberazione nella Turchia sud-orientale (o Kurdistan del Nord, secondo i Kurdi) ed ha forti agganci nella società civile kurda della Turchia e nei partiti legali che partecipano alle elezioni in Turchia. Il PKK ha le sue basi in alcune zone dell’estremo Nord dell’Iraq (o Kurdistan del Sud nella versione kurda), che vengono regolarmente bombardate dai Turchi nell’ambito della particolare versione turca di “lotta al terrorismo”. I combattenti del PKK, oltre che difendere la popolazione kurda della Turchia dagli attacchi dell’esercito di Erdogan, hanno dato un contributo decisivo anche alla lotta contro l’ISIS (o DAESH) in Iraq, ben più incisivo di quello dato dai “Peshmerga” di Barzani, con cui spesso sono confusi dalla disattenta (o maliziosa?) stampa occidentale. Nello stesso Iraq altri partiti e movimenti kurdi (ad esempio quelli legati al clan dell’ex vicepresidente dell’Iraq Talabani, con centro in Suleymania) contestano il predomino e la politica di Barzani.
Legati al PKK sono anche i combattenti kurdi della Siria settentrionale (o Kurdistan dell’Ovest, secondo i Kurdi) organizzati nelle formazioni femminili JPG e maschili YPG, e nel partito PYD. Questi combattenti da circa 4 anni hanno raggiunto una tregua di fatto con l’esercito siriano, con cui hanno anzi collaborato nella battaglia di Hassaka, durante la quale l’ISIS è stato scacciato lontano da questa importante città della Siria nord-orientale. I rapporti con la Turchia sono pessimi, in quanto i Turchi, dopo che i combattenti kurdi si erano impossessati di gran parte della frontiera tra Siria e Turchia dopo la battaglia di Kobani, hanno minacciato ripetutamente un intervento militare se i Kurdi avessero superato il fiume Eufrate e avessero chiuso gli ultimi 90 Km di frontiera ancora controllati dall’esercito turco e dall’ISIS, congiungendosi con il cantone kurdo isolato di Efrin. Questo tratto di 90 Km di frontiera, controllato a Nord dall’esercito turco e a Sud da DAESH, è quello attraverso cui passa verso Nord la maggior parte del petrolio contrabbandato dallo Stato Islamico e, verso Sud, il flusso di armi e combattenti islamici fanatici e mercenari provenienti da 90 Paesi, che attraversano la Turchia con l’appoggio del governo turco.
Ma ora anche i Kurdi siriani del PYD sono corteggiati dagli USA che se ne vogliono servire come truppe di terra, e domani magari contro il governo di Bashar Al-Assad. Contemporaneamente però anche i Russi, la cui azione in Siria si fa sempre più oculata ed efficace, hanno offerto supporto alle azioni dei Kurdi locali, che si barcamenano.
Come si vede la situazione sul campo è complicata e l’imperialismo non ha rinunciato ai suoi piani di divisione, mentre i suoi infidi alleati (come Turchia ed Arabia Saudita) continuano i loro giochi di ingerenza e sopraffazione, a volte anche autonomamente dalle direttive emanate dal sempre più debole Obama, contestato anche dai “falchi” statunitensi. Gli Europei che contano (Francia, Gran Bretagna, Germania) da parte loro hanno deciso di intervenire, ma senza il consenso del governo siriano, e senza coordinarsi con l’esercito siriano, per cui la loro reale strategia non è affatto chiara e le loro azioni militari alimentano i peggiori sospetti.
L’intervento russo ha cambiato i giochi nel Vicino Oriente, ma la strada verso la piena sovranità di Paesi come l’Iraq e la Siria è ancora lunga ed irta di ostacoli.
Vincenzo Brandi

“Essere chiamati terroristi dagli USA è un onore”

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Eisa Alì per rt.com

Diario irakeno 10° giorno

Il decimo e ultimo giorno in Irak, vado a parlare con il portavoce di Harakat Nujaba, Sayid Hashim Al Mousawi. Nujaba è guidato da Akram Al Kabi, che gli USA considerano un terrorista per il suo ruolo nella lotta contro le truppe statunitensi e britanniche durante otto anni di occupazione.
Vengo condotto in diversi luoghi e mi viene chiesto di cambiare automobile ogni volta, prima di raggiungere infine un complesso immobiliare a Baghdad, dopo vari posti di controllo presidiati da giovani combattenti, che non avranno più di 21 o 22 anni.
Entriamo e aspettiamo che arrivi Mousawi. Lui arriva dopo circa 10 minuti e si scusa perfino di averci fatto aspettare.
Mousawi è un giovane di circa trent’anni. I suoi occhi rivelano la sua giovinezza ed è gioviale e accogliente. Ѐ una delle persone più interessanti che ho incontrato durante il mio viaggio. Ѐ un uomo colto e istruito, che cita il primo leader sciita Imam Ali (“Le persone sono sia i tuoi fratelli in religione che i tuoi simili in umanità”), insieme a Gandhi (“Ho imparato da Hussain come raggiungere la vittoria pur essendo oppresso”) e anche, mentre si lamentava amaramente per i guai della sua squadra del cuore, il Real Madrid, José Mourinho (“Una squadra con Lionel Messi è inarrestabile”).
Mi dice anche della sua ammirazione per Che Guevara: “Mi piace perché era un ribelle. Mi piace la gente ribelle”.
Sollevo la questione degli USA che considerano il leader del suo gruppo un terrorista.
“Un onore! Se difendere il proprio Paese da un’occupazione è terrorismo, allora è un onore essere chiamati così. Non abbiamo alcun problema con il popolo americano, ma il loro governo non ha portato altro che miseria in Irak.”
Gli ho anche chiesto delle ripetute accuse secondo le quali i gruppi che combattono i militanti dello Stato Islamico (IS, ex ISIS/ISIL) sarebbero settari.
“Abu Bakr Baghdadi dice che dopo Ramadi arriverà a Baghdad e a Karbala. Avremo decine di migliaia di combattenti ad aspettare la sua banda. Abbiamo quattro divisioni di soli combattenti sunniti.”
Una di queste divisioni viene dalla tribù Albu Fahad, la cui opposizione allo Stato Islamico li ha fatti individuare come bersagli. Lo Stato Islamico si riferisce ad essi ed a tutti i sunniti che a loro si oppongono definendoli ‘murtadeen’ (apostati).
“Consegneremo la terra al popolo cui appartiene, i figli sunniti di Anbar,” conferma Mousawi.
Ѐ il mio ultimo giorno in Irak. Ho un’ultima possibilità di incontrare i combattenti Hashd Shabi che si stanno dirigendo verso Ramadi. Anche in questo caso sono giovani e desiderosi di unirsi alla lotta contro il cosiddetto Stato Islamico.
“Non stiamo facendo questo per il governo allo scopo di sedere sulle loro poltrone,” dice un giovane combattente che afferma di venire da Diyala. “Stiamo facendo questo per fermare DAESH (acronimo arabo per IS) prima che sia troppo tardi”.
Questo sentimento nei confronti del governo non è così raro. Possiamo individuare interi quartieri a Baghdad, che sono feudi dei diversi blocchi politici in parlamento e il fenomeno attraversa le divisioni etniche e settarie. Come si guida fuori della Zona Verde, dove hanno sede gli uffici del governo, si incontra una foto di Jalal Talabani (l’ex presidente curdo dell’Irak) da un lato e Ammar Al-Hakim (leader del blocco sciita ISCI) dall’altro. Ogni membro di partito possiede terreni, proprietà ed altri interessi economici.
Trattano anche i portafogli ministeriali del governo come loro proprietà personale. Questo spiega perché il governo iracheno è così diviso e incapace di funzionare in modo coerente.
Partiti diversi con programmi completamente diversi hanno il controllo di interi ministeri e danno lavoro ai loro sostenitori a discapito delle persone più capaci. Ѐ il sistema imposto all’Irak dalle autorità di occupazione con il pretesto di ‘condividere il potere’ ed è stato rafforzato ancor più lo scorso anno, quando il nuovo Primo Ministro Haidar Abadi è stato spinto ad essere più “inclusivo”.
Al mio ritorno a Londra, arriva la notizia di una bomba che ha sventrato alcuni alberghi di Baghdad. Dieci persone, che stavano solo cercando di godersi la serata con la famiglia e gli amici, con le loro speranze e i loro sogni, vengono spazzate via, le loro vite tragicamente stroncate.
Mentre lascio l’Irak, penso a tutti i personaggi che ho incontrato, a tutte le persone che lavorano per aiutare l’Irak a rimettersi in piedi e a tutte le speranze che esprimono. Alcune persone hanno rinunciato a questo bel Paese, dichiarandolo una causa persa, ma il popolo dell’Irak ha ancora una possibilità, nonostante tutti i gravi problemi che affliggono il Paese.
Chiudo con il desiderio di tornare un giorno per continuare a raccontare di questo luogo enigmatico, che viene chiamato ‘la culla della civiltà’.

Traduzione di M. Guidoni

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