Martedì 2 giugno a Novara contro gli F-35

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L’iter parlamentare per l’approvazione dell’insediamento, a Cameri (NO), della fabbrica per l’assemblaggio degli F-35 è ormai definito.
A partire dal 2010 inizierà la costruzione del capannone. Tale impresa industriale-militare viene condotta, con ampio dispendio di denaro pubblico, dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin in associazione con l’italiana Alenia Aeronautica (del gruppo Finmeccanica) e coinvolgerà una serie numerosa di aziende.
Il riarmo come via d’uscita dalla crisi economica, come con la Grande Crisi degli anni ‘30 e con la Grande Depressione di fine ‘800. Peccato che in entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo, l’impiego dei nuovi bombardieri nelle “missioni di pace” produrrà distruzione, morte e sofferenza…. Gli F-35 sono i perfetti strumenti operativi di una sorta di gendarmeria mondiale in via di perfezionamento: una volta costruiti non faranno certo la ruggine in qualche hangar italiano od olandese.
Gli F-35 costeranno un sacco di soldi: più di 600 milioni di euro per costruire la fabbrica di Cameri, circa 13 miliardi (a rate, fino al 2026) per l’acquisto dei 131 aerei che l’Italia vuole acquisire. Nessuno può ignorare che, con una spesa di questa entità, si potrebbero senza alcun dubbio creare ben più dei miseri seicento posti di lavoro promessi all’interno dello stabilimento di Cameri. Si potrebbe altresì intervenire in vario modo per migliorare le condizioni di vita di tutti, ampliando e migliorando la qualità della spesa sociale, tutelando davvero territori e città, investendo in fonti energetiche rinnovabili e ridistribuendo reddito.
E poi vogliono costruire gli F-35 proprio ai confini del parco naturale del Ticino, che dovrebbe quindi sopportare l’impatto dei collaudi di centinaia e centinaia di aerei rumorosissimi ed inquinanti, con le relative gravi conseguenze per la salute e la qualità della vita degli abitanti della zona.

L’Assemblea Permanente No F-35 dà appuntamento a Novara, il 2 giugno alle ore 15.00, davanti alla stazione ferroviaria di piazza Garibaldi.
Da lì si snoderà un corteo attraverso le strade della città per gridare forte l’opposizione a quest’ennesimo progetto di militarizzazione del territorio.

Campagna di Indignazione Nazionale contro l’F-35

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Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Ai Presidenti di Camera e Senato
Ai Ministri della Repubblica italiana
Ai Gruppi parlamentari di Camera e Senato
Ai Presidenti delle Regioni

Per conoscenza: ai mass-media italiani

Il 7 e 8 aprile 2009 le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno espresso parere favorevole al “Programma pluriennale relativo all’acquisizione del sistema d’arma Joint Strike Fighter JSF”, il faraonico progetto che il Governo intende finanziare per la produzione e acquisizione di 131 cacciabombardieri JSF completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico e basi operative. Costo stimato: oltre 13 miliardi di euro, nel periodo 2009-2026.
Con queste righe desideriamo esprimervi la nostra indignazione. Che diventa ancora più grande di fronte alla preoccupante crisi economica che influisce nella vita di milioni di cittadini che vivono in Italia, e alle altrettanto preoccupanti calamità naturali che hanno colpito una parte del nostro Paese.
Sappiate che riteniamo inammissibile e immorale che il Governo si impegni ad investire decine di miliardi di euro per l’acquisizione di cacciabombardieri. Per questo ci impegniamo a far sì che questo grido di indignazione giunga in ogni luogo d’Italia, nella speranza che il suddetto “Programma pluriennale” venga fermato.

Per aggiungere la propria firma all’appello, cliccare qui.

Via libera per l’F-35

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Niente di nuovo sotto il sole.
Ossia: tutto come previsto nell’ambito delle Commissioni Difesa di Camera e Senato chiamate ad esprimere il proprio parere sul “Programma pluriennale di A/R n. SMD 02/2009, relativo all’acquisizione del sistema d’arma Joint Strike Fighter e realizzazione dell’associata linea FACO/MRO&U (Final assembly and check out/Maintenance, repair, overhaul&upgrade) nazionale. (Atto n. 65)”.
Lo scorso 8 aprile, in perfetta tempistica, le Commissioni hanno rilasciato parere favorevole, aggiungendo due condizioni la Camera ed una osservazione il Senato. Qui ci limitiamo a spendere qualche parola circa il provvedimento emanato a Montecitorio, l’unico che per ora sia stato reso noto.
“Dalla documentazione trasmessa dal Governo e dagli ulteriori elementi di informazione resi da quest’ultimo” emergono alcuni interessanti dettagli.
Primo. Rispetto ai 131 velivoli F-35 che si dice di voler acquistare, si afferma che “l’Aeronautica militare necessita di sostituire 250 velivoli e la Marina militare ha l’esigenza di sostituire 18 Harrier AV8B-Plus a decollo verticale, che saranno eliminati gradualmente a partire dal 2014”.
I conti non tornano.
Secondo. La scelta dell’aeroporto militare di Cameri in provincia di Novara quale sede della FACO/MRO&U è stata determinata “dalla richiesta del Governo statunitense di realizzare, per ragioni di sicurezza, la linea di assemblaggio finale e di verifica su un’area militare”.
Casomai qualcuno pensasse di rompere le scatole.
Terzo. “Non è ravvisabile una sovrapposizione tra programma JSF e programma Eurofighter né dal punto di vista produttivo, né sotto il profilo operativo, in quanto, da un lato, l’inizio della produzione dei velivoli JSF dovrebbe coincidere con il termine della produzione dei velivoli Eurofighter, dall’altro lato, il velivolo oggetto del programma in esame presenta caratteristiche tali che lo rendono adatto ad una maggiore articolazione di impieghi rispetto all’Eurofighter”.
Sì, missioni all’estero con spiccata vocazione d’attacco al suolo.
“Tenuto conto comunque della particolare complessità del programma in oggetto, la cui completa realizzazione richiede un notevole periodo di tempo nel corso del quale potrebbero verosimilmente verificarsi scostamenti, anche significativi, rispetto alle previsioni effettuate”, la Commissione Difesa della Camera ha stabilito che “la prosecuzione del programma in oggetto sia subordinata alla conclusione di accordi industriali e governativi che consentano (…) un ritorno industriale per l’Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria al programma stesso, anche al fine di tutelare i livelli occupazionali”.
Poco più di un auspicio, come dire: “Vedete come ci adoperiamo per assicurarvi un lavoro in questi tempi di vacche magre?”.
Infine, per mettersi il cuore in pace, si è deciso che “il Governo renda comunicazioni alla Commissione Difesa, con cadenza annuale, e in ogni caso in cui si manifestino scostamenti significativi rispetto alle previsioni effettuate, in ordine all’evoluzione del programma in oggetto”.

Il testo integrale del parere è qui (“allegato 2”).

Aggiornamento
Disponibile anche il parere rilasciato dalla corrispondente Commissione presso il Senato.
Dal testo, che trovate qui (cliccate poi su “allegato” in alto a sinistra), stralciamo quest’unica perla: magnificando l’F-35, se ne parla quale un velivolo con “capacità offensive di precisione anche in condizioni meteo avverse”.
Il re è completamente nudo.

Conto alla rovescia per l’F-35

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Per capire la sorprendente rapidità del declino economico-militare USA come effetto secondario dell’ingresso di Cina, Russia, India e America Latina sulla scena mondiale, può essere utile mettere sotto la lente di ingrandimento quello che potremmo definire uno dei fallimenti di portata storica per l’aeronautica militare a stelle e strisce: lo “stealth”.
Faccenda che ci riguarda molto da vicino perché l’F-35 della Lockheed Martin è un costosissimo bidone “invisibile” che gli USA si apprestano a rifilare all’Italia con la complicità, dalla XIII alla XVI legislatura, dei “rappresentanti” di Palazzo Madama e Montecitorio, di “maggioranza” e “opposizione”, con esecutivi di “sinistra” e di “destra”, dei CSD, delle Presidenze di Regione, delle banche, delle industrie private e pubbliche e, buon ultimi, i CSM di Aviazione, Esercito e Marina, dal 1995 al 2008. Personaggi “eccellenti” di cui abbiamo fatto, in più occasioni su Rinascita, nome e cognome e seguito in dettaglio gli spostamenti per “affari” a Washington.
Entro il 16 Aprile le Commissioni Difesa di Camera e Senato dovranno esprimersi (risate d’obbligo e vedremo qualche riga più avanti il perché) sull’Atto presentato dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa che prevede l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 Lightning II nell’arco dei prossimi 18 anni (!).
La spesa complessiva per Palazzo Baracchini andrà oltre i 13 miliardi di euro. Un dato elaborato da chissà chi e che a naso appare del tutto inattendibile, per difetto, anche alla luce del “profondo rosso” che investe l’economia planetaria e la volatilità di borse e valute, salvo – ma questo lo diciamo noi – un incremento finale, prevedibile, dei costi di produzione maggiorati nell’ordine di un 40-50 % ad F-35 prodotto nell’arco dei primi 5 anni a partire dal 2012.
La Lockheed Martin ha comunicato che nel mese di Marzo 2009 la produzione è di un F-35 al mese. Dimostrazione di una crescente sofferenza finanziaria, bancaria e industriale del sistema USA e del settore di punta della sua economia.
Si sussurra già da tempo ad Alenia e a Finmeccanica che gli aumenti di costo del progetto JSF saranno finalizzati a coprire la cessione “gratuita” ad Israele dei primi 75 F-35 A e B.
I sei Paesi, tra cui l’Italia, che attualmente partecipano al Consorzio in qualità di Aderenti di II° e III° Livello, riceveranno degli F-35 con capacità “degradate” di navigazione e di acquisizione bersagli.
USA, Inghilterra e Canada disporranno invece di un avionica al top delle specifiche di progetto e di contratto.
Sorvoleremo sui costi di progetto e di fattibilità e sulle tranche già versate per un corrispettivo di oltre 1,8 miliardi di euro come partner di II° livello dal 1995 al 2007, prima, durante e dopo la Presidenza del Consiglio affidata all’ On. D’Alema. Un “impegno” che sarà poi venerato come un totem dagli Esecutivi Prodi e Berlusconi.
Velivoli d’attacco “invisibili”, dunque, gli F-35?
Molto più realisticamente gli esperti indipendenti li definiscono “a scarsa risposta radar”, che è cosa molto, ma molto diversa. Il testo stesso dell’Atto presentato dal Governo alla 4a Commissione di Camera e Senato parla di “bassa visibilità”.
Si gioca sulle parole come Amato e Mammì a Report, si conta sulle sfumature semantiche, sulle accondiscendenze e sulle complicità dei Componenti delle Commissioni Difesa per dare il via libera con Camera e Senato ad “affari” miliardari che vanno contro gli interessi economici, politici e militari, presenti e futuri del nostro Paese, manovrando nelle Coalizioni di Partito le candidature di qualche peones da destinare a Presidente di Commissione.
Cacciabombardieri, gli F-35, che dovrebbero rimanere operativi almeno fino al 2050, quando non ci saranno più gli USA (e ci auguriamo anche l’Unione Europea di Solana, Barroso e Topolanek) almeno per come li conosciamo fino al 3° quadrimestre del 2008.
Rampini e Pirani su Repubblica fanno spesso il quadro di un America che va via via dissolvendosi, con perdite di occupazione stratosferiche in tutti i settori, dall’agricoltura ai servizi, che si attestano tra 700.000 e le 900.000 unità al mese.
Definito aereo di 5a generazione, ad altissimo contenuto tecnologico, in realtà l’F-35 nasce già obsoleto, out.
Lo vedono radar datatissimi e lo “sente” e lo triangola alla perfezione da terra, ad 800 km di distanza, il Kolchuga. Un apparato ESM, di scarsissimo ingombro, ad alta mobilità sul terreno, da 25 milioni di dollari, messo in piedi da ricercatori del bacino del Donetz, in Ucraina, durante la Presidenza Kuchma. Il Kolchuga della Topaz con i suoi algoritmi ha reso estremamente vulnerabile in un solo colpo tutta la forza d’attacco degli USA. Per attivare una ristrutturazione dell’Air Force, gli Stati Uniti sono precipitati in un pozzo senza fondo per centinaia di miliardi di dollari.
Su Pagine di Difesa si definisce l’F-35, per bene che gli vada, uno “scarronzone”, “una truffa”, una “Fiat Panda”, “un tentativo subdolo” di affossare l’EFA 2000. Elemento di per sé significativo.
L’F-35 ha tre predecessori, nel profilo “stealth” enormemente costosi sia nella costruzione che nella manutenzione in ordine di uscita dalle linee di montaggio USA: l’F-117, il B-2 e l’F-22.
L’F-117 si è portato via 135 milioni, il B-2 1.350 milioni, l’F-22 250 milioni di dollari… ad esemplare. Sono stati i jet tossici della US Air Force, la Lehman Brother’s del Pentagono.
Dell’F-117 (Grumman) ne sono stati assemblati 59, 10 sono stati “dismessi” (rottamati) nel dicembre 2006, 27 nei mesi seguenti, 11 gli esemplari perduti durante le prove di certificazione e in volo operativo (si sbriciolavano nei piani di coda) per l’uso nella costruzione di un’alta quantità di pellicole e materiali radar-assorbenti, 3 abbattuti nello spazio aereo della Serbia nel 1999, alla faccia dell’“invisibilità”, da batterie di Sam 3 GOA e contraerea da 35 mm.
Il numero restante (quanti, non si sa, per nascondere forse dati più agghiaccianti) è stato ricollocato sull’aereoporto di Toponah in Nevada per “prove di valutazione sui materiali compositi”. Il che dice tutto.
L’F-117 è lo “stealth” con il più breve servizio attivo nell’US Air Force. L’Italietta vuole ripetere l’esperienza della Us Air Force con l’F-35: un cacciabombardiere con prevalente capacità di attacco al suolo. Insomma, inquadrato nelle Forze NATO servirà per bombardare nuovi e vecchi “nemici” della NATO.
(…)
Il Typhoon 2000, invece, ha prevalenti capacità di “superiorità (di difesa) aerea” ed è un “prodotto” EADS interamente europeo. Basta e avanza perché venga messo da parte per acquistare un… bel bidone di 5a generazione come l’F-35 made in USA.
La Repubblica delle Banane di Napolitano & Soci, fatta di nani, ballerine, ruffiani e maniche di delinquenti, applaude.

Da L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!, di Giancarlo Chetoni.

Generale di quale Paese?

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Scrivevamo:
“Il Generale di S.A. Vincenzo Camporini, nominato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica dal Consiglio dei Ministri del governo Prodi il 20 Settembre 2006, per una rotazione prevista tra Aviazione, Marina ed Esercito, è attualmente Capo di Stato Maggiore della Difesa e quindi ai vertici di comando delle Forze Armate. Il suo curriculum dice che a parte un breve periodo di frequenza ad un corso NATO, lontano negli anni, è il primo alto ufficiale italiano che non abbia certificazioni atlantiche, che non ha fatto registrare frequentazioni imbarazzanti e, elemento di per sé significativo, non è stato pataccato, almeno per ora, né dal Congresso né dalle Amministrazioni USA con la “Legion of Merit”, la più alta onorificenza offerta ai militari appartenenti alla NATO. Camporini, quindi, ha alle spalle uno stato di servizio, almeno dal nostro punto di vista, decente. Naturalmente esegue gli ordini che gli impartisce il Ministero della Difesa e perciò lunedì 24 novembre ha fatto partire per l’Afghanistan, delegando l’atto formale al Generale S.A. Daniele Tei, i quattro Tornado del 6° Stormo di Ghedi (…)”.

A proposito di caccia(bombardieri). Ad inizio ottobre, è stata presentata a Roma una ricerca condotta dall’Istituto Affari Internazionali sul programma F-35 Joint Strike Fighter, giusto in tempo per contribuire a spiegare la portata delle scelte che l’Italia è chiamata a compiere nei prossimi mesi. Un caccia strategico per affrontare le sfide di sicurezza del 21° secolo ed un’occasione da non sprecare, con qualche incognita per la sovranità operativa, l’eccessiva protezione del know-how statunitense e la burocrazia italiana. Questo il ritratto che esce dalla ricerca. “Mi sorprende che sia stato necessario produrre questo studio”, ha ironizzato nell’occasione il generale Camporini, tanto è “lampante” l’esigenza di questo “programma assolutamente vitale per la difesa”. Né esiste la possibilità concreta, ha aggiunto Camporini, di sviluppare un’alternativa che non potrebbe arrivare prima di una ventina d’anni. Alla mancanza di alternative contribuirebbero anche il costo di un eventuale nuovo programma ed il fatto che “qualsiasi ritiro sembrerebbe una follia: abbiamo già speso due miliardi sugli 11 previsti“, ha osservato Edmondo Cirielli, presidente della commissione Difesa della Camera. “Non vedo competizione o conflitto tra JSF ed Eurofighter. Questo è stato chiaro per noi sin dall’inizio,” ha infine chiosato Camporini in termini operativi. “L’Eurofighter è concepito per la difesa aerea, compito che svolge benissimo, ma non può svolgere il ruolo di attacco in maniera economicamente sostenibile.
Attacco. Avete capito bene.

Frattanto, dall’altra parte dell’Atlantico, gli analisti militari più avvertiti hanno iniziato a paragonare l’F-35 JSF all’F-22. Lo sviluppo di quest’ultimo è iniziato nel 1986, originalmente con l’idea di produrne più di 700 esemplari per sostituire i vecchi F-15 e F-16. Nel 2000, l’incremento dei costi aveva convinto il Pentagono a ridurre le sue esigenze a 346 velivoli. Ma nel 2005, quasi venti anni e 40 miliardi di dollari più tardi, la richiesta era ulteriormente scesa a 180 unità, come conseguenza dei lunghi ritardi e dell’imprevisto incremento dei costi che hanno fatto lievitare il prezzo per singolo aereo da un’iniziale proiezione di 184 milioni di dollari ad una di 355. Per colmare il vuoto, l’USAF ha quindi iniziato a sviluppare l’F-35 Joint Strike Fighter, che secondo i più critici promette di ripetere il fiasco del F-22. A parere di Winslow Wheeler, direttore del Straus Military Reform Project al Washington’s Center for Defense Information e curatore del testo di prossima uscita America’s Defense Meltdown: Pentagon Reform for President Obama and the New Congress, l’F-22 – descritto come più fragile e meno manovrabile rispetto ai caccia dei tempi della guerra in Vietnam –  “è ridicolmente costoso, ed il suo enorme prezzo impedisce di acquistarne una quantità apprezzabile”.

Che dire? Evidentemente anche Camporini spera di essere nominato a fine mandato presidente di una consociata di Finmeccanica, come succede a tutti i Capi di Stato Maggiore che hanno favorito le lobbies del complesso militar-industriale.

Il primo contratto per l’F-35

Il primo contratto per la produzione delle ali del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter (JSF), firmato da Robert Bolz per Lockheed Martin e Giancarlo Anselmino per Alenia Aeronautica, vale 15 milioni di dollari, mentre nessun dettaglio è giunto finora sugli altri sviluppi italiani del programma.
L’aeronautica e la marina italiane pianificano al momento l’acquisto di 74 F-35A convenzionali e 57 F-35B a decollo corto/atterraggio verticale, destinati a sostituire dal 2013-2014 gli AMX del 32° Stormo e gli AV-8B imbarcati.
Il contratto siglato alla fine di settembre è il primo di una serie che gradualmente, attraverso i lotti Low Rate Initial Production (LRIP) da 2 a 6, porterà l’azienda torinese a diventare la seconda fonte di produzione per le ali del JSF: un ruolo che allo stato attuale potrebbe raggiungere le 1.200 serie per un valore di sei miliardi di dollari nell’arco di venticinque anni. Nella LRIP 2 saranno coinvolti gli stabilimenti Alenia di Nola (NA) e Foggia, quelle successive coinvolgerà anche Caselle (TO) e Casoria (NA). Dalla fase LRIP 3 partiranno anche i contratti per i sottosistemi, nella quale saranno coinvolte aziende italiane quali Selex Galileo, Selex Comms, Sirio Panel e Aerea.
Dal proprio canto Alenia continua a quantificare l’impatto occupazionale in Italia del programma JSF a pieno regime in 10.000 persone. Per realizzare invece la Final Assembly and Check Out (FACO) presso l’aeroporto militare “Natale e Silvio Palli” di Cameri, in provincia di Novara – una struttura di 60.000 mq coperti e 500 persone specializzate sulla quale il governo italiano dovrà decidere entro fine anno per consentire l’avvio dei lavori nei primi mesi del 2009 e le prime consegne di aerei completi a fine 2013 – si parla di un investimento di ben un miliardo di dollari.
Dal punto di vista della produzione, la FACO consentirebbe di svolgere in Italia il montaggio delle sezioni costruite in USA, Gran Bretagna e Italia, ma anche l’applicazione dei delicatissimi trattamenti esterni che conferiscono al JSF le sue caratteristiche di bassa osservabilità. La FACO, che al momento lavorerebbe per Italia e Olanda, potrebbe poi diventare il polo manutentivo e logistico europeo.

Nel frattempo, oltre oceano si sprizza ottimismo da tutti i pori.
Lockheed Martin ci fa sapere che il primo F-35 ha ultimato tutti i test pianificati nella base aerea di Edwards, in California, dimostrando che il velivolo, l’equipaggio di supporto ed il personale militare e civile sono pronti per ulteriori e più approfonditi collaudi di volo che si prevedono nell’immediato futuro.
“Questa fase iniziale di collaudi nella base è solo l’inizio”, ha detto Doug Pearson, vice presidente dell’F-35 Integrated Test Force della Lockheed Martin. “L’eccezionale performance del velivolo e di quelli che lo supportano dimostra che la squadra è pronta per le attività dei test di volo – che stanno progredendo a grandi passi – programmate presso la base aerea di Edwards e presso la stazione aerea navale di Patuxent River nel Maryland”. Entro la fine del 2009, tutti i 19 velivoli F-35 da collaudo saranno completati e le attività per testare i voli si intensificheranno nel periodo 2013-2014, nel rispetto dei tempi previsti.

Per “festeggiare” il centenario dell’aeroporto di Cameri (e la relativa base NATO ivi ospitata), iniziativa a Novara il prossimo sabato 1 novembre.

In Olanda tanti dubbi sul JSF

La Corte dei Conti olandese, in un rapporto reso pubblico nel dicembre 2007, ha esposto le proprie osservazioni riguardo la partecipazione del ministero della Difesa al progetto di sviluppo del nuovo caccia F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter, acronimo JSF).
Il governo olandese ha deciso di partecipare al progetto in questione avendo identificato l’F-35 come il velivolo più adatto a succedere agli F-16 di cui è dotata l’aviazione nazionale, sebbene la decisione definitiva sulla loro sostituzione non arriverà prima del 2010.
Il punto di dissenso più fortemente espresso dalla Corte dei Conti olandese concerne l’impossibilità di stabilire con esattezza il costo del progetto (e quindi il costo di ciascun velivolo, se e quando il governo olandese decidesse di procedere all’acquisto), per diverse ragioni. In primo luogo, i ministeri della Difesa e degli Affari Economici hanno un accesso limitato ai dati finanziari elaborati dalla Lockheed Martin, l’azienda risultata vincitrice della relativa gara di appalto. In secondo luogo, alcuni dei costi del progetto ricadono al di fuori di quello che il ministero della Difesa ha chiamato “programma per la sostituzione del F-16”. In terzo luogo, i costi non possono essere comparati in quanto i due ministeri, nelle rispettive rilevazioni, hanno utilizzato diversi indici dei prezzi e diverse valute. Conseguenza di tutto ciò è che il Parlamento olandese non ha attualmente a disposizione una valutazione precisa dei costi complessivi dell’operazione, ed anzi esiste il rischio che tale mancanza perduri anche quando esso dovrà decidere se acquistare o meno il velivolo: probabilmente, il costo unitario reale sarà noto con precisione solo quando ne terminerà la produzione (sembra nel 2052…).
Nel frattempo, i dati disponibili segnalano un aumento del costo unitario dai circa 37 milioni di dollari dell’ottobre 2001 ai quasi 48 milioni nel dicembre 2006. Il ministero della Difesa ha previsto invece di pagare 5,5 miliardi di euro per l’acquisto di 85 velivoli, il che comporterebbe un costo unitario di 65 milioni.
Per quanto riguarda invece la partecipazione delle aziende olandesi al programma di sviluppo del JSF, uno studio ha rilevato che essa costerebbe più dell’acquisto “diretto”. I costruttori olandesi hanno acconsentito quindi a colmare questo divario rimettendo una certa percentuale del fatturato che realizzano con il programma JSF allo Stato. Fino al 30 giugno 2008 la percentuale devoluta allo Stato è stata del 3,5%. Il caso dovrebbe essere riesaminato nel mese in corso e la percentuale ristabilita, probabilmente ad un livello superiore al 5%. Tra il 2002 ed il 2012, si prevede che l’Olanda investirà 800 milioni di dollari nel programma di sviluppo del JSF ed ulteriori 359 milioni durante la fase produttiva. A fronte di tali investimenti, le previsioni di contratti per le aziende olandesi coinvolte nel progetto assommerebbero a circa 800 milioni di dollari, di cui effettivamente 679 milioni sono stati firmati alla data del dicembre 2006.

In Italia convergenza bipartisan sul JSF

Il primo venne firmato nel dicembre 1998, durante il governo D’Alema; il secondo nel giugno 2002, con Berlusconi capo dell’esecutivo; il terzo nel febbraio 2007, da parte dell’immarcescibile Lorenzo Forcieri, sottosegretario alla Difesa del governo Prodi, contestualmente all’assunzione di ulteriori impegni anche per quanto riguarda lo scudo antimissilistico voluto dagli Stati Uniti.
Sono tre i memorandum d’intesa siglati dall’Italia quale socia nel progetto per lo sviluppo del nuovo cacciabombardiere F-35 Lighting II (Joint Strike Fighter). L’Italia – la cui intenzione è quella di sostituire entro la metà del prossimo decennio Harrier, AMX e Tornado in dotazione all’Aeronautica Militare – ha già speso nel progetto 638 milioni di dollari per la prima fase di sviluppo (che costerà complessivamente oltre un miliardo di dollari), ai quali vanno aggiunti altri 900 milioni per la successiva fase di implementazione e produzione. Inizialmente era stata ipotizzata una ricaduta sulla nostra economia molto positiva, diecimila occupati per un periodo di quasi cinquanta anni, in quanto un nutrito gruppo di aziende italiane (capeggiate da Alenia e Fiat Avio) partecipa al progetto come subcontrattista per la progettazione e la realizzazione delle ali. Le ultime stime prevederebbero invece non più di un migliaio di occupati, di cui solo duecento diretti e gli altri nell’indotto, per dieci anni; ritorni solamente “attesi” in quanto si concretizzeranno eventualmente con l’assemblaggio dei velivoli – che dovrebbe avvenire nella base militare di Cameri, in provincia di Novara – e con il successivo acquisto dei 131 modelli previsti, per un impegno economico stimato in circa 11 miliardi di dollari (e con un costo unitario di 84 milioni di dollari, se le stime dovessero essere confermate, ma si sa come vanno le cose in questi casi…).
Poca roba, si dirà, rispetto ai 2.500 velivoli che Stati Uniti e Regno Unito si sono impegnati ad acquistare, ed ai complessivi 4.500 che la Lockheed Martin, capofila del gruppo di aziende statunitensi che rappresenta il primary contractor, vorrebbe produrre. Fatto sta che i quasi due miliardi di dollari stanziati per il JSF sono fondi pubblici, mentre i contratti spuntati dalle aziende italiane, ammontanti a non più di un miliardo, produrranno utili privati, destinati comunque ad avverarsi solamente quando lo Stato effettivamente acquistasse i velivoli.
Si aggiunga che il JSF è concorrenziale all’Eurofighter Typhoon, il caccia che l’Italia sta costruendo insieme a Regno Unito, Germania e Spagna, e di cui si è riservata di acquisire 121 modelli (con una spesa totale di circa 7 miliardi di euro ed un costo unitario di 58 milioni). Secondo alcuni commentatori, la scelta del JSF mette in crisi l’evoluzione delle strategie europee nel campo della difesa e sottrae preziose risorse alle ulteriori tranche dell’Eurofighter. Altri parlano di una vera e propria dipendenza industriale strategica, originata dalla riluttanza statunitense a trasferire tecnologia ed informazioni per salvaguardare la propria superiorità tecnologica nel settore.
La discussione parlamentare ed a mezzo stampa riguardo il progetto di sviluppo del JSF, è avvenuta con una certa eco solo in Norvegia, Danimarca ed Olanda, mentre in Italia è stata praticamente nulla. Secondo il sito Dedefensa, che ha intervistato una anonima fonte italiana di alto livello vicina all’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi, il nostro governo avrebbe ricevuto fortissime pressioni da Washington per perseverare nel progetto JSF. Testualmente, essa avrebbe riferito: “Non potevamo fare niente, c’è stata una tale pressione, una tale costanza nella pressione, che ha impegnato tutto il nostro sistema politico. Siamo letteralmente prigionieri. E’ molto più che una normale situazione di “influenza”. E’ una situazione che è insita nella psicologia e nella stessa sostanza del nostro sistema politico”. Decennale subordinazione che non è causata dalla sua ormai declinante potenza ma dalla “psicologia e sostanza stessa del nostro sistema politico”. Un’assuefazione alla sudditanza che non si immagina nemmeno lontanamente di scrollarsi di dosso perché bisognerebbe ripensare in termini di strategia e di geopolitica, materie delle quali i nostri governanti spesso ignorano persino l’esistenza.

English version

“Bipartisan” concurrence on the JSF in Italy

translation: L. Bionda

The first memorandum was signed in December 1998, during D’Alema’s government; the second one followed in June 2002, with Berlusconi at the head of the government; the third one was signed in February 2007 by Lorenzo Forcieri, Deputy Minister of Defense during Prodi’s government, and included further engagements regarding the antimissile shield imposed by the United States.
These are the three agreements signed by Italy as partner in the project for the development of the new strike fighter plane “F-35 Lighting II (Joint Strike Fighter)”. Italy – whose intention is to replace by 2015 the Harrier, AMX and Tornado fighter jets used by the Italian Air Force – has already spent 638,000,000 USD in the first step of the project development (which is expected to cost more than one billion dollars), but we have to add other 900 million dollars more for the following step of implementation and production of the aircraft.
At the beginning a very positive spin-off on our economy was expected, with a workforce of ten thousand people employed for almost fifty years, as a large group of Italian companies (lead by Alenia and Fiat Avio) takes part to the project with subcontracts for designing and constructing the fighters’ wings.
According to the last estimate, howewer, no more than a thousand people would be employed, two hundred of them directly and the others in the allied industries, for ten years; these are the “expected” results, since they will come true only with the assemblage of the aircrafts, to be completed in a military base near Cameri, in the province of Novara (North-Western Italy), and with the subsequent purchase of 131 strike fighters, as planned, for an economic pledge of 11 billions USD approximately (and with a cost of 84 million USD each, if the estimate will be confirmed, but who knows …).
Small things, we could say, if compared with the 2,500 strike fighters that the United States and the United Kingdom have planned to purchase, and with the 4,500 strike fighters that the Lockheed Martin company, leader of the American companies’ group that represents the primary contractor, would like to produce.
But the nearly two billion dollars spent in the JSF project are public funds, and the deals signed by the Italian companies, for less than a billion dollars, will produce private profits; however, everything will become reality only when the government effectively acquires the aircraft.
Moreover, the JSF plan is in direct competition with the Eurofighter “Typhoon”, the strike fighter that Italy is building with the United Kingdom, Germany, and Spain; Italy would purchase 121 of these planes (at 58 million euros each, for a total spending of almost 7 billion euros ).
According to some experts, the choice of JSF interferes with the evolution of the European defense strategies and distracts resources away from the Eurofighter project. Others point at a strategic industrial dependence, arising from the United States’ unwillingness to share technology and information in order to protect their technological superiority in that field.
The discussion in our Parliament and on the media regarding the JSF project had good impact in Norway, Denmark and Holland only, while in Italy it was almost ignored.
According to the website “Dedefensa”, citing an anonymous Italian official linked with our former Prime Minister, Romano Prodi, the Italian government was very much pressed by Washington to go on with the JSF project.
The Italian official declared: “We couldn’t do anything, there has been such a pressure, such a great and continuous pressure that totally absorbed our political system. We are captives, literally. This goes beyond a common situation of political ‘influence’. This situation lies deep into the psychology and the very essence of our political system”.
Decades of subjection not caused by weakness and declining power, but by “the psychology and the very essence of our political system”. A habit to subsiervience so rooted that we don’t even think of shaking it off, because that woul mean rethinking our strategy and geopolitics. And our politicians and lawmakers often don’t even know that such issues exist.

Italian version

F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter)

Trattasi di un cacciabombardiere supersonico multiruolo di 5° generazione ad alto contenuto tecnologico, contraddistinto da bassa osservabilità radar-termica-acustica-visiva (stealthness). Verrà prodotto in tre versioni ad alta comunanza di componenti:
F-35A, versione per le piste convenzionali;
F-35B, versione a decollo corto ed atterraggio verticale;
F-35C, per decolli a catapulta ed atterraggi col gancio sulle grandi portaerei della US Navy.
Il programma si articola in quattro fasi:
System Development and Demonstration (SDD), della durata di dieci anni, con completamento entro il 2012, durante i quali verrà portato avanti sia lo sviluppo dei sistemi del velivolo che i relativi test, condotti tramite 19 esemplari già in linea di volo od in fase di produzione;
Production, Sustainment and Follow-on Development (PSFD) in cui vengono delineate le partecipazioni industriali, l’impegno economico ed i requisiti dei singoli partner del progetto complessivo;
Low-Rate Initial Production (LRIP), con inizio nel 2009 e conclusione indicativamente nel 2015, in cui avverrà una produzione a basso ritmo (poco più di venti velivoli al mese);
Full Rate Production (FRIP), cioé la produzione a pieno regime.
Il programma trae beneficio da una serie di studi condotti negli Stati Uniti negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, nell’ambito del Joint Advanced Strike Technology riguardo nuove tecnologie in grado di essere applicate su un futuro aereo d’attacco comune a US Air Force, US Navy e US Marines. Nel 1997 fu definito Joint Strike Fighter (JSF) il requisito per un velivolo in grado di soddisfare tale scopo e due consorzi concorrenti guidati da Lockheed Martin e Boeing vinsero la gara per la definizione e realizzazione del primo prototipo, che si concretizzò nel 2000.
Venne quindi selezionato il prototipo della statunitense Lockheed Martin, con quartier generale a Bethesda, Maryland e fatturato di 42 miliardi di dollari nel 2007 (che è il primary contractor, affiancata da Northrop Grumman, BAE Systems, Pratt & Whitney, General Electric e Rolls Royce quali principali subcontractors) come vincitore della competizione ed il gruppo ottenne un contratto da 19 miliardi di dollari per lo sviluppo e la produzione del JSF. BAE System è invece capo commessa per le due nuove portaerei della Royal Navy sulle quali opereranno i 138 F-35B britannici.
Il programma ha assunto una significativa dimensione internazionale con la firma di un accordo di cooperazione fra Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Turchia, Canada, Australia, Danimarca e Norvegia avvenuta nel 2002, che ha fatto del JSF il più grande programma aeronautico internazionale dell’era moderna.
Il 15 dicembre 2006 ha avuto luogo il primo volo di un F-35A, mentre l’F-35B ha fatto il suo esordio lo scorso 10 giugno sui cieli del Texas, guidato dall’ex pilota RAF Graham Tomlinson, compiendo la prima delle 5.000 uscite previste nei prossimi cinque anni.
All’inizio del 2007, le nove nazioni partner hanno firmato – dopo numerose discussioni sulle partecipazioni industriali ed i trasferimenti di tecnologia – l’accordo di prosecuzione per la fase successiva di PSFD.
L’F-35B sarà la prima delle tre varianti del Lightning II a ottenere l’Ioc (Initial operational capability), con l’entrata in servizio, in dotazione ai Marines, nel 2012. La capacità operativa iniziale verrà poi raggiunta dagli F-35A e, nel 2014, dagli F-35C.

NO F-35: manifestazione a Novara

19 MAGGIO 2008, ore 15.00
Piazza G. Matteotti – Novara

Presidio in prefettura contro la costruzione, l’assemblaggio e la
commercializzazione dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter (JSF) presso la base di Cameri (NO).

Organizza: ASSEMBLEA PERMANENTE NO F-35

L’Europa e l’Italia sotto lo scudo

Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere