Le rivelazioni di un ufficiale turco in congedo su operazioni sovversive dell’agenzia turca di intelligence MIT contro la Siria

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Attualmente in fuga dal sistema carcerario turco, l’ex ufficiale Önder Sığırcıkoğlu sostiene di non essere motivato dal denaro: “Sto agendo per salvare la mia identità, il mio onore e la mia coscienza”.

“Ho sequestrato l’omicida di massa Colonnello Harmoush e l’ho riportato in Siria”.

Il Tenente Colonnello Hussein al-Harmoush era il disertore di più alto grado dell’Esercito Siriano all’inizio del conflitto. E’ scappato in Turchia nel giugno 2011 dove ha fondato un sedicente “Movimento degli Ufficiali Liberi” con lo scopo di rovesciare il governo siriano. Le sue ambizioni hanno avuto vita breve. E’ scomparso dal campo Altınözü di Hatay  il 29 agosto insieme a Mustafa Kassoum, un istruttore di palestra che si faceva passare per un Maggiore dell’Esercito. Due settimane dopo Harmoush appariva alla televisione siriana, confessando i suoi crimini e la complicità della Turchia.
Dopo una frenetica investigazione, i servizi di sicurezza turca hanno indagato diverse persone, e in sette sono stati accusati per il “crimine” di aver rimpatriato Harmoush in Siria. Il più esperto tra loro, Önder Sığırcıkoğlu, un veterano con 19 anni di servizio presso l’agenzia turca di intelligence MIT, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Dopo 32 mesi di incarcerazione presso il carcere di Osmaniye, Sığırcıkoğlu è fuggito durante un trasferimento verso un’altra prigione ed è stato in grado di lasciare la Turchia clandestinamente. Quella che segue è la prima parte delle sue rivelazioni a Ömer Ödemiş per il primario sito turco di informazione OdaTV.

Önder Sığırcıkoğlu ha parole molto dure per la politica della Turchia nei confronti della Siria. Era stato incaricato dal MIT di filtrare e controllare gli arrivi durante la prima invasione di rifugiati.
“Ne ho intervistati a migliaia durante i primi giorni. Il primo gruppo era composto da circa 250 rifugiati che avevano attraversato il confine turco ad Altınözü. I loro responsabili erano lo studente di legge Seri Hammodi e il tassista Abdusselam Sadiq. Questi erano in costante contatto con i media internazionali, Al Jazeera e altri, propagandando il fatto che i rifugiati erano stati costretti a scappare dalla Siria a causa di una violenta oppressione. Le storie che raccontavano erano delle costruzioni, ma loro agivano per smuovere la pubblica opinione e assicurarsi fondi dalla Turchia, le Nazioni Unite, i Paesi del Golfo e le istituzioni internazionali.” Continua a leggere

Un 5 per mille ben devoluto

Il contribuente italiano può destinare la quota del 5 per mille della sua imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), firmando in uno dei sei appositi riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione (Modello Unico PF, Modello 730, ovvero apposita scheda allegata al CUD per tutti coloro che sono dispensati dall’ obbligo di presentare la dichiarazione). È consentita una sola scelta di destinazione. Oltre alla firma, il contribuente indica il codice fiscale del singolo soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille.

Volti del Donbass e Bye Bye Uncle Sam segnalano ai loro lettori due Onlus di provata serietà che da oltre dieci anni costruiscono ponti di solidarietà fra l’Italia e due Paesi vittime dell’imperialismo occidentale: la ex Repubblica Federale di Jugoslavia (oggi Serbia) e la Russia. Queste associazioni sono Aiutateci a Salvare i Bambini e SOS Yugoslavia.
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Vi invitiamo a visitare i siti di queste associazioni per saperne di più, anticipandovi qui solo una breve descrizione delle loro attività:

SOS Yugoslavia: L’Associazione “SOS Yugoslavia” nasce durante i bombardamenti della NATO sul territorio della Repubblica Federale Jugoslava, in occasione dell’ultimo conflitto balcanico, la cosiddetta guerra del Kosovo; era la primavera del 1999, in continuità con la precedente esperienza del Comitato di Solidarietà con i popoli della ex Jugoslavia, attivo fin dall’ inizio delle guerre balcaniche dal 1992, su un terreno informativo. A fronte di quest’ennesima tragedia, la scelta solidaristica e di lavoro per la pace e contro le guerre, di un gruppo di persone già impegnate su tematiche sensibili, si unifica con una parte della Comunità slava della città, sviluppando un progetto d’aiuto concreto che ha per obiettivo l’invio di denaro e/o materiali umanitari nelle zone colpite, oltre ad un livello di produzione di materiali informativi, sia di attualità che storici e culturali. Segue

Aiutateci a Salvare i Bambini: L’Associazione “Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus” opera dal 2001 nella Federazione Russa in aiuto all’infanzia in difficoltà. L’Associazione, a carattere nazionale, ha sede a Rovereto (TN). E’ presente a Mosca presso la più importante clinica pediatrica federale RDKB – in partenariato con il Gruppo di Volontariato Padre Aleksandr Men’ -, nella città di Beslan, nella Regione di Archangel’sk ed in altre regioni della Federazione Russa. L’Associazione ha sviluppato innumerevoli iniziative che hanno aiutato l’infanzia russa in particolare difficoltà nei seguenti ambiti di intervento. SANITARIO PEDIATRICO: in molti ospedali pediatrici della Federazione Russa ed in particolare nei reparti oncologici; SOCIALE PSICOLOGICO: in favore delle vittime del terrorismo (Beslan) e delle guerre (Ucraina); IN FAVORE DEGLI ORFANI: dal 2005 opera il Progetto “Tu non sei solo! Orfani di Russia” programma di aiuto agli orfani. Il Bilancio economico finanziario dell’Associazione, anche se in regime di non obbligo, è sottoposto a revisione e certificazione da parte di un Revisore dei Conti iscritto all’Albo dei Revisori Contabili. Le spese per l’attività dell’Associazione mediamente non hanno mai superato il 6% del totale degli introiti. Il Presidente dell’Associazione è stato insignito del titolo “Operatore onorario della Clinica pediatrica RDKB di Mosca” e “Cittadino onorario della Città di Beslan”.

“USA e getta”, di Jimmie Moglia

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“Mi sembra giusto finire questa carrellata sulla storia dell’America rifacendomi ancora una volta al dilemma iniziale. Di cos’è fatta la storia, di fatti o d’interpretazioni? Alla domanda risponde il silenzio, ma una cosa è certa, la storia non si fa cancellandone le piaghe.
Riferendosi all’Italia, il diplomatico francese Henry Bayle diceva che “Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati…”.
Mutatis mutandis, se si vuole conoscere la Storia degli Stati Uniti bisogna cominciare dal convincersi che l’associato mito storico è falso. L’importanza della menzogna non sta nel fatto che lo sia, ma nelle sue conseguenze. Specialmente quando l’America è il Paese più forte del pianeta e si assume (o arroga) il diritto di imporre al mondo la propria ideologia.
Sulla forza dell’America non c’è alcun dubbio. E guai a chi si permette di bucare il castello di carta fatto di fandonie millantate in nome di “libertà e democrazia”. Milosevic è morto in galera, Saddam Hussein impiccato e Muammar Gheddafi mitragliato in un bunker. Mentre la Libia era bombardata dagli aerei della NATO.
Una volta c’erano i comunisti, poi son venuti i terroristi, oggi è caduta l’ultima maschera. “Gli USA – parole di Obama – possono “intervenire” (eufemismo per invadere, ammazzare e distruggere) dovunque gli interessi americani sono ostacolati.” Vedi l’Irak (un milione e trecentomila morti… and counting), e le (probabili) centinaia di migliaia di vittime in Afghanistan e in altri Paesi. Senza contare la gente del posto e i civili che dell’America se ne fregano, ma che vengono ammazzati lo stesso – vittime senza nome del “danno collaterale”, lugubre eufemismo bernaysiano.
Nella sola Italia, gli USA hanno 113 installazioni militari, tra basi, uffici e centri d’ascolto.
Non molto tempo fa, scoprire che il governo americano teneva sotto controllo assoluto tutte le comunicazioni di un governo straniero averebbe perlomeno portato al richiamo degli ambasciatori. Oggi, il primo ministro del Paese spiato, e spiato lui stesso, appena bofonchia.
Niente dimostra lo strapotere americano più dell’episodio dell’estate 2013 – quando è bastato un cenno della CIA perché quattro grandi Nazioni europee si calassero le metaforiche braghe per dire, “Ecco il culo, obbedisco”. Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno impedito il passaggio all’aereo del presidente della Bolivia, Evo Morales, costringendolo a un atterraggio forzato in Austria. L’immagine del presidente Morales, seduto su un bancone dell’aeroporto, in attesa per ore prima che la CIA lo lasci ripartire, è testimonianza e simbolo del livello a cui è caduto il cosiddetto mondo “libero”.
E tutto perché la CIA sospettava che a bordo ci fosse non un assassino, non un ladro, non un criminale, ma un giovane americano che, anche lui, aveva avuto l’ardire di bucare il castello di carta delle fandonie. E rivelare, prove alla mano, nero su bianco, che l’America spia su tutti e su tutto il mondo.
L’America ha instaurato una rete globale di lacchè al suo servizio. E i lacchè, a volte, non si rendono neanche conto del disprezzo in cui sono tenuti dai loro padroni.
Emblematico un rapporto dell’ambasciatore americano a Roma, quando l’Italia inviò i suoi soldati in Afghanistan a far parte della “coalizione dei disponibili” (coalition of the willing), altro eufemismo dai connotati postribolari. L’originale si trova tra i documenti divulgati da Julian Assange, attraverso Wikileaks.
“A Berlusconi – dice il rapporto – fa piacere sentirsi importante. Quando gli ho chiesto di inviare duemila soldati in Afghanistan, me ne ha subito offerti quattromila.”
Alla faccia dell’Italia che potrebbe utilizzare molto meglio i soldi spesi per spedire e mantenere quattromila soldati, più armamenti, in un Paese dove, probabilmente, la maggioranza degli abitanti l’Italia non sa neanche dove sia.
Ma ritorniamo all’ideologia. La questione non è accademica. Molti intellettuali del momento (italiani e non solo), si sono verniciati da economisti e disquisiscono ad infinitum su formule, più o meno matematiche, più o meno statistiche. Grazie alle quali si potrebbe influire sul “prodotto interno lordo”, sulle “aspettative adattate”, sulle politiche micro e macro economiche, sulla “curva di Lorenz”, sul distributismo, l’elasticità di scala, l’inflazione, la deflazione e, naturalmente, sul “debito sovrano”, molto più importante del debito plebeo.
Intanto, nell’uomo qualunque e nel cittadino pensante sta nascendo il sentimento e si sta formando la percezione che, rapportate al disastro ecologico, al mutamento del clima, alla pressione demografica, alla (purtroppo ancora auspicata) “crescita”, le formule economico-accademiche siano le quisquilie e pinzillacchere immortalate da Totò. Nel caso, funzionano da patetiche maschere dell’ideologia dominante – creando tuttavia l’illusione che le quisquilie possano in qualche modo addolcirla. Ma non è così. Un’ideologia per cui il privato è tutto e il sociale niente, non ammette modifiche. “La società non esiste” disse la malanima Thatcher, con ammirevole sincerità.
Quando Don Abbondio si è chiesto chi era Carneade, la sua curiosità era ammirevole, ma le istanze dei bravi (come si direbbe oggi), erano un problema più pressante.
Oggi di Carneade ce ne sono centinaia, anzi migliaia. Lo sport, il calcio, giocatori, cantanti, attori, attrici, comparse, re, regine, duchesse, contesse, principesse, nobildonne più o meno tali, celebrità e i loro amorazzi, paparazzi che immortalano gli amorazzi… La lista è lunga e non ho neanche messo in conta gli intellettual-economisti di cui sopra. Potremmo chiamare il tutto una forma di neo-carneadismo.
E forse, chissà, il neo-carneadismo è più attraente che preoccuparsi di cosa vogliono i bravi. Anche perché i bravi di oggi sono più sofisticati. Invece di schioppi portano magliette con la scritta “Libertà e Democrazia”, invece di bloccare la strada a Don Abbondio, lo incanalano verso un’altra. E’ a senso unico e si chiama “Via del Neoliberismo a Stelle e Strisce”.
La strada non ha deviazioni, non ha parcheggi, non ha possibilità di uscita e nemmeno di sosta. L’involontario viandante – neo Don Abbondio a sua insaputa – non può cambiare il passo, è spinto da quelli dietro e bloccato da quelli davanti. In compenso, può comprare e consumare in fretta e furia un hamburgher ai numerosissimi McDonalds distribuiti lungo il percorso (non per niente si chiamano fast-food). O acquistare – in altrettanto numerosi centri commerciali – una miriade di aggeggi e marchingegni di dubbia utilità (non per niente si chiama acquisto per impulso, “impulse buying”).
E mentre ogni ulteriore aggeggio aumenta il peso del bagaglio e la fatica del viaggio, il pellegrino non trova mai silenzio. Catene di altoparlanti e schermi televisivi lo invitano a consumare ancora più hamburghers e a comprare ancora più aggeggi.
Il neo Don Abbondio crede di avere la possibilità d’innumerevoli scelte tra gli aggeggi o tra i cinquanta tipi di ciambelle col buco di McDonald. Ma per quanto siano numerose, le opzioni possibili restano sempre sotto controllo. Il problema (di cui il neo Don Abbondio è costretto a non accorgersene) è se un simulacro di scelta sia preferibile a un’assenza di scelta, a cui è più facile opporre un rifiuto.
Con ogni mezzo si vuole convincere il neo Don Abbondio che sta vivendo nel Paese di Bengodi, mentre si tratta soltanto di un edonismo straccione e di massa.
La tecnologia della propaganda è sofisticata, ma il messaggio è di una semplicità leibniziana: “Questo è il migliore di tutti i mondi possibili” – con il necessario corollario, “Non c’è altro modo (di vivere)”.
E allora, la nostra carrellata sulla storia dell’America, madre, motrice e motore del neocarneadismo e del neoliberismo come stili di vita, si conclude non con un messaggio ma con un invito.
Proviamo a credere che sia possibile un altro modo di vivere.”

Dalle Conclusioni di USA e getta, di Jimmie Moglia.
Il testo integrale può essere liberamente scaricato qui.

“Gli USA uccisero Saddam Hussein solo per trarne profitto”

L’ex leader iracheno Saddam Hussein non fu giustiziato per i crimini commessi, ma per la sua opposizione a Wall Street, ha detto l’analista politico Caleb Maupin a RT. La messa all’asta del pezzo di corda con cui venne giustiziato ne è la prova, dice Maupin.

RT: La corda è attualmente in possesso dell’ex consigliere alla sicurezza nazionale; potrebbe dirci come sia arrivata nelle sue mani?
Caleb Maupin: Il modo in cui venne attuata l’esecuzione di Saddam Hussein è un modo pensato per fomentare la violenza settaria. Si trattò di un’esecuzione, messa in scena in modo formale. Somigliava quasi al linciaggio attuato da persone di gruppi etnici ostili che gli urlavano contro. E il fatto che la corda sia ora in vendita è proprio un’ulteriore conferma del fatto che l’esecuzione di Saddam Hussein non aveva niente a che fare con la giustizia quanto piuttosto col profitto.
L’Irak fu invaso perché aveva una compagnia petrolifera statale che faceva concorrenza alle banche e alle compagnie petrolifere di Wall Street. E Saddam Hussein fu giustiziato non per le atrocità che avrebbe commesso nel corso della guerra Irak-Iran, e nemmeno per altre atrocità attribuitegli. Egli venne ucciso per aver tenuto testa a Wall Street e per aver sfidato le forze che stanno attualmente governando il mondo, cioè le forze del denaro e del potere.

RT: Secondo i rapporti, vari richiedenti da Iran, Israele e Kuwait hanno offerto grosse somme di denaro per entrare in possesso della corda; quali sono le loro motivazioni?
CM: Quando Saddam Hussein era alleato degli USA durante la guerra Irak-Iran, almeno un milione di Iraniani perirono come risultato delle sue azioni. Ma allora era alleato degli USA. Questo è qualcosa che spesso i media USA non riportano, cioè che in un certo momento gli Stati Uniti erano vicini a Saddam Hussein ed erano alleati con lui.
Tuttavia, è importante rilevare come questo dimostri quanto la giustizia sia diventata a buon mercato, se hanno messo in offerta gli strumenti dell’esecuzione, per venderli. Il profitto domina su tutto – non c’è nulla di veramente sacro. Guardate tutti i paesi invasi dagli USA, che siano l’Irak o l’Afghanistan, la Libia, o la Jugoslavia, che hanno sofferto per i bombardamenti USA. Mai vi hanno portato stabilità, mai vi hanno portato pace, essi hanno solo aumentato il caos e la distruzione. La guerra è veramente motivata dal profitto e questo fatto ne è un’ulteriore dimostrazione.
Il popolo iracheno oggi vive in miseria; c’è una crisi di rifugiati. Almeno un milione di persone sono diventate profughi. Centinaia di migliaia sono morti. Questo è il risultato dell’invasione statunitense. E adesso il governo insediato dall’invasione USA è così corrotto da mettere addirittura in vendita su internet gli strumenti utilizzati per giustiziare Saddam Hussein.

RT: Alcuni attivisti dicono che quest’asta è disumana e che il denaro raccolto dovrebbe andare in beneficenza in Irak. Qual è la sua opinione?
CM: Tutta la faccenda di mettere all’asta gli strumenti di esecuzione è veramente perversa e illustra ciò di cui sono veramente capaci il neoliberismo e il capitalismo. Gli USA hanno detto che stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia. In realtà non stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia; essi stavano invadendo l’Irak per imporre il capitalismo occidentale e per imporre il ruolo delle banche occidentali al popolo iracheno. E questo è ciò che stiamo vedendo qui nel mondo occidentale: il mondo neoliberista; tutto è in vendita, tutto è in funzione del profitto. Ci sono prigioni per fare profitti, ci sono forze di polizia private, ci sono masse di poveri e senzatetto. Questa è la realtà, questo è il sistema che gli USA stavano esportando in Irak, e questo è solo un chiaro esempio di questo sistema.

Fonte – Traduzione di M. Guidoni

Perché dobbiamo uscire dalla NATO

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Questo blog ha aderito alla “Campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO”.
A seguire, il relativo appello che invitiamo i lettori a sottoscrivere.

L’Italia, facendo parte della NATO, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa NATO, cifra in realtà superiore che il SIPRI quantifica in 72 milioni di euro al giorno.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.
È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, che potrebbe essere fortemente ridotto se l’Italia uscisse dalla NATO.
L’Alleanza Atlantica persegue una strategia espansionistica e aggressiva.
Dopo la fine della guerra fredda, ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava; ha inglobato tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex URSS e due della ex Jugoslavia; ha occupato militarmente l’Afghanistan; ha demolito con la guerra la Libia e tentato di fare lo stesso con la Siria.
Ha addestrato forze neofasciste e neonaziste ucraine, organizzando il putsch di piazza Maidan che ha riportato l’Europa a una situazione analoga a quella della Guerra Fredda, provocando un nuovo pericoloso confronto con la Russia.
Ha iniziato a proiettare le sue forze militari nell’Oceano Indiano nel quadro di una strategia che mira alla regione Asia-Pacifico, provocando un confronto militare con la Cina.
In tale quadro, le forze armate italiane vengono proiettate in Paesi esterni all’area dell’Alleanza, per missioni internazionali che, anche quando vengono definite di «peacekeeping», sono guerre finalizzate alla demolizione di interi Stati (come già avvenuto con la Federazione Jugoslava e la Libia).
Uscendo dalla NATO, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’Art. 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.
L’appartenenza alla NATO priva la Repubblica Italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.
La più alta carica militare della NATO, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati Uniti. E anche gli altri comandi chiave della NATO sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La NATO è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati Uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.
L’appartenenza alla NATO rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari USA/NATO sul nostro territorio che ha trasformato il nostro Paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla NATO, riacquisterebbe la piena sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
Sostieni la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO.
La pace ha bisogno anche di te.

Inviare le adesioni a: comitatononato@gmail.com

(Fonte)

Il terrorismo atlantista e il concetto di “danni collaterali”

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Qualche giorno fa Noam Chomsky riportava uno studio della CIA pubblicato il 14 ottobre dal New York Times dal quale si evince che gli Stati Uniti sono ufficialmente il primo Stato terrorista del mondo. L’intellettuale americano evidenziava la naturalezza con cui nel mondo occidentale si accetta che la guida del ‘mondo libero’ possa essere uno Stato canaglia terrorista e che il suo Presidente premio Nobel per la pace possa preoccuparsi di come svolgere in maniera più efficace tali operazioni criminali. L’articolo citato da Chomsky riporta gli esempi dell’Angola, del Nicaragua e di Cuba. [1]
Quello del Nicaragua, in particolare, è stato un caso unico, perché la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò gli USA colpevoli di «uso illegale della forza», cioè di terrorismo, e ordinò a Washington di pagare ingenti risarcimenti. Gli Stati Uniti risposero respingendo con disprezzo la sentenza della Corte e, con l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici, intensificarono gli attacchi terroristici degli squadroni della morte chiamati Contras.
Le aggressioni compiute dagli USA in altri Paesi dell’America Centrale, come El Salvador e il Guatemala, condotte con indicibile brutalità, lasciarono sul campo «duecentomila morti e milioni di profughi e orfani in paesi devastati». [2]
Questi sono solo pochissimi esempi della enorme casistica che mostra il diretto coinvolgimento degli USA nel terrorismo internazionale. Ciò che è più scioccante è la totale indifferenza dei politici atlantisti di ogni formazione politica e di tutta la stampa di corte di fronte a una questione di così grande importanza. Essi accettano tacitamente che gli USA, loro padroni, presentati come paladini della libertà e della lotta al terrorismo, siano una superpotenza terroristica, al di sopra delle leggi internazionali, che si può permettere di fare stragi, torturare e devastare interi Paesi. Nessuna reazione, quindi, da parte di servi fedeli, occupati a diffondere un chiaro messaggio: nessuno ha il diritto di difendersi dalle aggressioni degli Stati Uniti, che sono, per usare ancora le parole di Noam Chomsky, «uno Stato terrorista di diritto».
Ma se i media atlantisti accettano senz’alcuna discussione la dottrina dello “Stato terrorista di diritto”, dandola per scontata, non così la pensano in tutto il mondo. Il Presidente della Bolivia Evo Morales, per esempio, due anni fa, aveva avuto il coraggio di affermare davanti all’Assemblea Generale dell’ONU che «il Governo statunitense è il primo terrorista del mondo» e aveva parlato apertamente di «terrorismo di Stato». Queste le sue parole: «Che autorità ha il governo degli USA di menzionare o mettere nelle liste Paesi che sono ritenuti terroristi? Cari delegati e delegate, forse il mondo non si rende conto che il primo Paese terrorista che pratica il terrorismo di Stato sono proprio gli USA. Tanti interventi, tanti morti e feriti per il pretesto di difendere la democrazia. E cosa è accaduto in Libia? Si è detto che in Libia si è intervenuti per recuperare la democrazia. E’ una bugia. In Libia si è intervenuti per recuperare il petrolio libico per le potenze internazionali a svantaggio del popolo libico. Dobbiamo essere sinceri davanti all’umanità». [3]
Anche le popolazioni di gran parte del mondo sembrano non condividere la dottrina tacitamente accettata dalla stampa atlantista. Un sondaggio internazionale reso noto l’anno scorso dal Worldwide Independent Network/Gallup International Association (WIN/GIA) poneva gli USA in testa alla classifica come «l’attuale più grande minaccia per la pace nel mondo». [4]
Proponiamo, sullo stesso tema, un testo dell’autore francese Guillaume de Rouville, curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie, del quale recentemente abbiamo pubblicato la traduzione di L’Atlantismo è un totalitarismo (in tre parti: 1, 2 e 3),

[1] Noam Chomsky, Ѐ ufficiale: gli USA sono il principale Stato terrorista
[2] Noam Chomsky, Pirati e imperatori, Marco Tropea Editore, 2004, pag. 19
[3] Il discorso di Evo Morales è qui
[4] Paul Street, Zio Sam: la più grande minaccia per la pace

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Danni collaterali: il volto nascosto di un terrorismo di Stato

Durante le guerre condotte dagli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino in nome della loro idea di potere, è apparso un nuovo concetto, quello di «danni collaterali», che è stato usato dagli organi addetti alle pubbliche relazioni del Pentagono per giustificare e rendere accettabili da parte delle pubbliche opinioni occidentali le azioni di guerra che provocano vittime civili. Questi danni collaterali non sarebbero voluti dalla potenza militare, che mostra di deplorarli come tragici errori, presentandoli come frutto di errori di informazione o di una tecnologia difettosa.
Ma a un’osservazione più attenta, ci si rende conto che la maggior parte di questi atti di guerra, che hanno distrutto la vita di migliaia di civili in Afghanistan, in Irak, in Libia questi ultimi anni [1], non sono errori, danni collaterali di un’azione militare che avrebbe come obiettivo solo soldati in uniforme appartenenti alla parte avversa, ma veri e propri atti deliberati volti a uccidere donne, bambini e uomini indifesi.
Ci si potrebbe chiedere per quali scopi sarebbero intrapresi orrori del genere. La dottrina militare dà una chiara risposta: per imporre il terrore, che è fonte di ogni obbedienza.
La dottrina militare nega senza mezzi termini la propaganda politica: far soffrire le popolazioni civili è uno dei modi per vincere la guerra; torturare è uno dei modi per annientarle; raggiungere la loro coscienza è uno dei modi per conquistare la loro anima (i bombardamenti degli Alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale lo attestano ampiamente – la questione di sapere se il fine giustifica i mezzi è un altro discorso).
Forse ancora dubitate e pensate che tali mezzi non faranno che spingere dei non combattenti a prendere le armi e a rafforzare l’esercito delle ombre [2]. Ma i soldati di tutto il mondo lo sanno bene e rispondono con grande chiarezza: le vittime del terrore umano non si vendicano; esse soffrono in silenzio e non sognano altro che la pace per seppellire i loro morti. Non solo: le vittime innocenti finiscono spesso per chiedere protezione ai loro aguzzini. Infine, demoralizzate da tanta sofferenza e da tanta violenza, finiscono per accettare la mano che il nemico tende loro dall’altro lato della pistola.
Durante la guerra d’Algeria, i militari francesi (soprattutto i Colonnelli Trinquier e Lacheroy) hanno elaborato una dottrina che mette al centro dei conflitti armati le popolazioni civili [3] (gli Inglesi avevano già avuto un approccio simile in Kenya all’inizio degli anni ’50, dove avevano volontariamente massacrato interi villaggi di non combattenti, ma non avevano ancora pensato di farne una dottrina degna di essere insegnata nelle scuole militari).
Non più obiettivi involontari di una guerra brutale, le popolazioni civili diventano invece l’obiettivo militare da conquistare e da distruggere in nome di obiettivi umani, troppo umani. La tortura, le esecuzioni sommarie, i bombardamenti di civili non sono più solo crimini di guerra, ma parte di una strategia militare al servizio di una causa politica. I Colonnelli Trinquier e Lacheroy esporteranno questa dottrina nelle scuole militari americane che sapranno farne buon uso nei paesi dell’America Latina, soprattutto in America Centrale, nei cinquant’anni che seguirono la guerra d’Algeria [4].
bombe democraticheLe legioni atlantiste che, sotto l’egida della NATO, sono partite all’attacco della l’ex Jugoslavia, dell’Afghanistan e della Libia hanno ugualmente applicato questa dottrina per tentare d’imporre l’American Way of Life e il liberismo trionfante alle popolazioni refrattarie. La dottrina militare dello shock and awe (colpisci e terrorizza) applicata dagli Stati Uniti durante l’invasione dell’Irak nel 2003 non è che la riattivazione di questa dottrina da parte di teorici interessati ad aggiornare il corpus dottrinario militare americano. Gli autori di questo rimaneggiamento, Harlan Ullman e James Wade [5], prendono come esempio i bombardamenti di Hiroshima e di Nagasaki da parte degli Stati Uniti nell’agosto del 1945 e descrivono senza mezzi termini l’effetto desiderato: si tratta di infliggere distruzioni di massa, di natura umana o materiale, al fine d’influenzare una società nella direzione desiderata da parte di chi attua l’operazione colpisci e terrorizza, anziché attaccare direttamente obiettivi puramente militari [6].
Come si vede, questa nozione di «danni collaterali» nasconde in realtà un terrorismo di Stato [7], un terrorismo di massa, un terrorismo occidentale al quale i media occidentali si adattano facilmente poiché esso è opera dei loro padroni atlantisti. In verità, fanno qualcosa di più che adattarvisi: essi commettono un crimine mediatico quando usano il termine «danni collaterali» per mascherare le azioni terroristiche dei loro leader dalle mani lorde di sangue.
Ѐ interessante osservare che questo terrorismo di Stato occidentale è, preso nel suo insieme, più assassino del terrorismo islamico (che ai nostri occhi non ha maggiori giustificazioni), terrorismo islamico che può essere, inoltre, come nel caso della Libia e della Siria, un prezioso strumento degli obiettivi geostrategici degli Occidentali e delle loro élites.
Pertanto, il terrorismo sembra essere il cuore della dottrina e delle strategie militari delle democrazie occidentali. Per lottare con efficacia contro il terrorismo, cosa che i nostri dirigenti affermano di fare con tanta energia, bisognerebbe avere il coraggio di intraprendere un duro combattimento contro noi stessi. In caso contrario, la morte della democrazia sarà (se non è già avvenuta) il danno collaterale del nostro cinismo e della nostra ipocrisia.

[1] Esattamente come in Vietnam, in Cambogia, in America Centrale e in ex Jugoslavia, per citare solo qualche altro esempio
[2] ‘L’Armée des Ombres’, titolo di un romanzo di Joseph Kessel sulla Resistenza, è un’espressione che utilizziamo per indicare le varie forme di resistenza civile all’oppressione
[3] Per uno studio generale sul tema degli squadroni della morte, leggere il libro di Marie-Monique Robin, «Les escadrons de la mort. L’école française», 2004, La Découverte
[4] Vedere, per un’analisi di questa dottrina militare: «De la guerre coloniale au terrorisme d’État», di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique, novembre 2004
[5] Harlan K. Ullman, James P. Wade, «Shock And Awe: Achieving Rapid Dominance» (National Defense University, 1996)
[6] «The second example is “Hiroshima and Nagasaki” noted earlier. The intent here is to impose a regime of Shock and Awe through delivery of instant, nearly incomprehensible levels of massive destruction directed at influencing society writ large, meaning its leadership and public, rather than targeting directly against military or strategic objectives even with relatively few numbers or systems. The employment of this capability against society and its values, called “counter-value” in the nuclear deterrent jargon, is massively destructive, strikes directly at the public will of the adversary to resist, and ideally or theoretically, would instantly or quickly incapacitate that will over the space of a few hours or days». Op. Cit., capitolo 2, pagina 23
[7] Il terrorismo in quanto uso di mezzi violenti miranti a terrorizzare una popolazione a fini politici

(Fonte – traduzione e introduzione di M. Guidoni)

La falsità è il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense

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“La falsità è allora il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense.
L’attuale impero USA è un progetto più subdolo dell’impero britannico – perché almeno allora i Britannici riconoscevano apertamente di avere un impero.
Ma gli Stati Uniti non riconoscono mai la costruzione del proprio impero – non solo ciò, i propagandisti imperiali hanno la faccia tosta di accusare falsamente altri di espansionismo territoriale e di cercare di costruire i loro propri imperi – ad esempio sostenendo che il leader jugoslavo Slobodan Milosevic voleva costruire una “Grande Serbia” o che la Russia ha “invaso” l’Ucraina.
E’ chiaro, da qualsiasi valutazione oggettiva, che l’imperialismo USA è la principale causa di instabilità nel mondo di oggi e lo è da molti anni. La più grave minaccia alla pace globale certamente non era Milosevic, Ahmadinejad, Assad, o uno qualsiasi degli altri “Nuovi Hitler” emersi negli ultimi trenta anni – ma l’aggressore seriale che mette nel mirino i loro Paesi.
Il sorgere dello Stato Islamico (IS) e la crescita di gruppi jihadisti in generale è direttamente causata dalle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti in Medio Oriente – e la loro decisione di colpire i governi secolari, dalla mentalità indipendente come quelli in Irak e Siria, che erano baluardi contro il fondamentalismo islamico.
Mentre in Europa, la sponsorizzazione USA di un “cambio di regime” in Ucraina – al ritmo di 5 miliardi di dollari – e i tentativi di portare il Paese nel suo impero, ha contribuito a causare una crisi umanitaria, in cui più di 2.000 persone hanno perso la vita e oltre 100.000 sono diventate profughi, secondo le Nazioni Unite.
“I nostri Paesi”, allora. Quanto sangue ancora verrà versato nei piani espansionistici di Washington? Quanti Paesi saranno ancora distrutti? E per quanto tempo ancora ci dovremo aspettare che l’esistenza stessa dell’Impero USA venga negata?”

Da “I nostri Paesi” – il piccolo lapsus così rivelatore, di Neil Clark (traduzione nostra).