Sesso, droga e Afghanistan

parolisi

La droga afghana uccise Melania Rea. Un libro choc riapre il caso Parolisi,
di Alberto Berlini

Carmela Melania Rea il 18 aprile 2011 era uscita gioiosa con figlioletta e marito per una gita sul pianoro di Colle San Marco, una collina alta 600 metri che sovrasta Ascoli Piceno. Il suo cadavere, straziato, viene ritrovato 48 ore dopo sul lato opposto del pianoro. Per la morte della giovane donna, il 26 ottobre del 2012 viene condannato all’ergastolo il marito, il caporal maggiore capo degli Alpini, Salvatore Parolisi. Ma sul caso restano dubbi e teorie che raccontano un’altra verità.
Se il Parolisi è personaggio che, come ampiamente dimostrato, è stato traditore dell’amore coniugale, questo non vuol dire che sia automaticamente l’assassino della moglie. Nella fase iniziale delle indagini sono state sondate numerose piste, da quella sessuale dei festini organizzati con le allieve della caserma Clementi, alla pista camorristica e delle infiltrazioni nelle nostre strutture militari, fino a quella dei traffici di droga che vedrebbero coinvolti, a causa del problema “ambientale endemico” dell’eroina afgana raccontato nelle pagine del libro di Alessandro De Pascale e Antonio Parisi “Il caso Parolisi, sesso droga e Afghanistan” in uscita per Imprimatur editore.
È ormai un fatto assodato, ad esempio, il massiccio uso di droga e psicofarmaci da parte delle truppe impegnate in Afghanistan, un Paese che produce oltre il 90 per cento di tutto l’oppio e l’eroina mondiali. E dove si è registrato un vertiginoso aumento negli ultimi due anni proprio nelle province sotto il controllo italiano, nelle quali aveva operato lo stesso Parolisi.
Un sottile filo rosso che lega Parolisi ai campi di papavero afgani: non ci sono prove definitive, ma Melania Rea potrebbe essere stata uccisa non perché il marito vistosi negare da lei un rapporto sessuale, l’abbia massacrata a coltellate, ma perché qualcuno o qualche organizzazione criminale ha voluto vendicarsi o punire più o meno gravi “leggerezze” del marito. Se così fosse rimane da chiedersi quali siano le motivazioni del silenzio di Parolisi e perché preferisca beccarsi una condanna così pesante. Apparentemente, questa, può sembrare una scelta folle, senza senso. Ma nel caso quei segni sul corpo della povera Melania, la siringa nel petto e il laccio emostatico, siano un messaggio destinato alle altre persone a conoscenza di questi inconfessabili segreti, questo sarebbe immediatamente stato compreso da chi doveva capire.
Alle ore nove del 25 settembre, presso la Corte d’appello de L’Aquila si aprirà il processo di secondo grado per la morte di Melania. Parolisi, ormai dietro le sbarre da due anni, ha già fatto sapere, tramite il suo avvocato, che sarà presente in aula e che stavolta vuole un processo vero, le cui porte dovranno essere aperte anche alla stampa.
La polvere del deserto afgano finiranno forse per invadere le aule dei tribunali. A Kabul c’è chi gioca sporco. Ne sono convinti i due autori del libro che contiene una inchiesta giornalistica che conduce dritto dritto in Asia e nel pantano della missione ISAF-NATO. C’è poi la criminalità organizzata italiana, segnatamente la camorra, come sempre insuperabile quando si tratta di fiutare e intuire ogni possibilità di lucro, che si sarebbe già bellamente installata nel Paese asiatico, mettendosi persino a raffinare eroina sul posto. L’anarchia data da questi 12 anni e mezzo di guerra ha portato l’Afghanistan a produrre nel 2006 un terzo in più di tutto l’oppio usato nel mondo, le narcomafie a trasformare la Russia putiniana nel primo consumatore mondiale di eroina, i signori della droga a fare affari d’oro, anche grazie agli stessi militari.

[I collegamenti inseriti sono nostri – ndr]

Operazione Rottamazione

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Come risolvere il problema logistico costituito dai veicoli e dagli altri equipaggiamenti militari accumulati, in dodici anni di presenza in Afghanistan?
Nel momento in cui gli Stati Uniti si preparano a ritirarsi dal Paese centroasiatico, invece di donare tale materiale alle forze armate afghane che dovrebbero mantenere la sicurezza dopo la partenza dei soldati a stelle e strisce, o magari venderlo ad altre nazioni, essi stanno deliberatamente distruggendo sofisticate strumentazioni per il valore di miliardi di dollari, in uno sforzo così massiccio da non avere precedenti.
In totale, verranno distrutti oltre 7 miliardi di dollari di equipaggiamenti, corrispondenti a circa il 20% di quanto gli Stati Uniti detengono in Afghanistan, in quanto sarebbe troppo costoso organizzarne il rientro in patria.
Allo stato attuale, sono già stati demoliti più di 77.000 tonnellate di equipaggiamenti militari.
Le alternative considerate, quella di lasciarli alle forze afghane o venderli a qualche Paese alleato, sarebbero state abbandonate nel primo caso a causa dell’inesperienza dei soldati locali che finirebbero per spararsi addosso a vicenda, nel secondo caso per il timore che il Paese acquirente non sia poi in grado di ritirarli da quella che ancora viene considerata una zona di guerra.
L’unica possibilità rimane quindi quella di rottamare tutti i materiali considerati in eccesso, e successivamente provare a venderli a peso sul mercato afghano dei rottami.
Ciò non riesce comunque a tacitare i maligni, i quali suggeriscono che piuttosto che alla fine di un lungo periodo di conflitti sul terreno, si sia di fronte all’inizio di nuovi costosi acquisti di armamenti a favore delle industrie del complesso militare americano.
Secondo una diversa interpretazione, la rottamazione di tutti questi equipaggiamenti destinati alle operazioni di terra -fra cui ben 2.000 degli 11.000 veicoli blindati antimine che il Pentagono ha acquistato a partire dal 2007- potrebbe giustificarsi con l’ulteriore sviluppo delle “guerre dei droni”, che già rivestono una grande importanza nella strategia bellica statunitense in terra di Afghanistan (e Pakistan).
Ad ogni modo, nonostante da lunghi anni Karzai e soci siano a libro paga USA, non si può che concludere che i loro padrini non hanno mai imparato a fidarsene completamente.
Tanto che, in questo delicato frangente, preferiscono dare il via libera a uno spreco di risorse così ingente piuttosto che lasciarle nelle mani dei presunti alleati.
Episodi come quello accaduto ieri, con un commando talebano che per diverse ore ha tenuto in scacco i Palazzi del potere a Kabul, faranno loro mutare idea?
Federico Roberti

Omicidi mirati per la Task Force 45

Abbandonare Kabul – la dichiarazione è arrivata da Rasmussen, il Segretario Generale della NATO al summit dei 28 ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica che si è tenuto a Bratislava il 22 Ottobre 2009 – avrebbe, a suo dire, costi altissimi e catastrofiche conseguenze per l’Europa.
“A quelli che ci chiedono se il costo del nostro impegno non sia troppo elevato, io rispondo – ha continuato – che il costo della mancata azione sarebbe molto più grande ed il Paese (l’Afghanistan – ndr) ridiventerebbe terreno di addestramento di Al Qaeda”.
Mentre salta immediatamente agli occhi la colossale menzogna di queste affermazioni e la pagliaccesca strumentalità delle motivazioni, traspare tra le righe una paura folle: la necessità di tenere ancora aggregata la partecipazione militare dei Paesi del vecchio e del nuovo Continente (per dirla alla Rumsfeld) al traballante apparato militare degli USA, a corto anche di elicotteri da trasporto medi e pesanti, nonostante un’immissione di 100 nuovi CH-47 per posizionare e rifornire sul campo il contingente aggiuntivo di 39.000 marines e rangers arrivati a scaglioni dall’Iraq nell’arco degli ultimi sei mesi.
Ad ISAF NATO aderisce anche personale militare appartenente a Stati falliti (Polonia, Estonia, Lituania) e Stati falliti e criminali (Georgia e Kosovo). Rasmussen dai singoli governi dell’Europa ha preteso ed ottenuto nel corso del 2009 complessivamente 7.000 unità aggiuntive.
USA e NATO hanno chiesto aiuto alla Russia per poter disporre entro il 2011 di altri 56 elicotteri da trasporto MI-8 dopo i 16 già arrivati a Kabul.
Mosca ha risposto affermativamente alla richiesta avanzata dal Pentagono, mettendo inoltre a disposizione di Washington nuovi corridoi aerei e le tratte ferrate della Russia per il trasporto del materiale militare. Esamineremo i perché in altra occasione.
Da Bratislava ad oggi per bocca di Frattini e La Russa, su decisione di Napolitano e dei soci del Consiglio Supremo (!) di Difesa, l’Italia senza badare a spese ha contribuito alle nuove necessità operative della “missione di pace” con l’invio in Afghanistan di altri 1.450 militari, con larga dotazione di mezzi blindati e rifornimenti logistici. L’impegno assunto dalla Repubblica delle Banane sfiora da solo il 20% della richiesta fatta all’intera Europa.
Altri 200 “istruttori” dell’Arma dei Carabinieri destinati ad affiancare formazioni dell’esercito afghano raggiungeranno Herat entro Dicembre.
Decisione resa nota da Ignazio La Russa a distanza di ventiquattro ore dalla visita mattutina di Rasmussen al Quirinale, alla presenza del ministro degli Esteri Frattini, ed a Palazzo Chigi nel primo pomeriggio del 17 Settembre. Visita che ha come al solito fatto registrare sorrisi larghi e convinte strette di mano, e messo in risalto il clima di solida, perdurante amicizia esistente tra le parti.
Sul nuovo oneroso impegno dei 200 Carabinieri da sbattere nella regione Ovest, l'”opposizione” ha pensato bene di fare, ancora una volta, l’usuale scena muta. Continua a leggere

Morti a Kabul

Sono passati quattro anni da quando Stefano Siringo e Iendi Iannelli sono stati trovati senza vita a Kabul, ma tutto questo tempo non è bastato per stabilire con certezza perché i due giovani cooperanti, di 32 e 26 anni, sono morti. Al punto che, stando a una ricostruzione di quanto accaduto fatta dalla famiglia di Siringo, perfino la data del decesso riportata sul certificato di morte sarebbe sbagliata. «Come giorno della morte si indica il 16 febbraio del 2006, ma noi siamo in grado di dimostrare che Stefano e Iendi sono stati uccisi il giorno prima, tra le 20,15 e le 21,33 del 15 febbraio» spiega Barbara, la sorella di Stefano che insieme al padre Giuseppe chiede da tempo giustizia per il fratello.
«Uccisi» sì, perché Barbara – come spiega in una memoria preparata insieme al legale della famiglia – è convinta che i due ragazzi siano morti dopo che Iannelli, impiegato come responsabile della logistica presso l’IDLO (International Development Law Organization) avrebbe scoperto un presunto traffico di false fatturazioni tra agenzie ONU operanti in Afghanistan. Uno scenario molto differente da quello ufficiale, che invece vuole Stefano e Iendi morti per overdose dopo aver assunto eroina pura all’89%. Una ricostruzione che appare ancora più assurda se si considera che non si sta parlando di due tossicodipendenti, visto che né Stefano né Iendi avevano mai fatto uso di sostanze stupefacenti.
(…)
Di certo sono numerosi gli aspetti pochi chiari che ancora circondano la morte dei due giovani romani. E che rischiano di restare tali visto che oggi il pubblico ministero di Roma Luca Palamara chiederà al gip Rosalba Liso l’archiviazione delle indagini.
I corpi di Stefano e Iendi vennero ritrovati la mattina del 16 febbraio 2006 nella stanza che Iannelli aveva in dotazione presso la guesthouse dell’IDLO a Kabul. Pur essendosi conosciuti da poco tempo i due erano molto amici, al punto che capitava spesso che Siringo, in Afghanistan per conto del ministero degli Esteri, passasse la notte nella guesthouse. A ritrovarli furono alcuni colleghi dello stesso Iannelli, preoccupati per la sua assenza al lavoro. La scena che si presenta agli occhi dei soccorritori è a dir poco strana, al punto da sembrare costruita ad arte.
(…)
Se la versione che vuole Siringo e Iannelli morti in seguito a un’overdose fosse vera, lo scenario che si verrebbe a creare sarebbe a dir poco inusuale. I due cooperanti – come ricorda l’avvocato Tonietti nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione – avevano infatti fisici notevolmente differenti tra loro, e di conseguenza la loro reazione a un’iniezione di eroina così pura sarebbe stata differente. Siringo era esile, come si intuisce dalle fotografie, tutto l’opposto di Iannelli che invece era una ragazzone alto e forte, ex giocatore di rugby. Eroina a un livello di purezza come quello riscontrato nei due cooperanti uccide praticamente all’istante ed è difficile pensare che i due ragazzi, vista anche la differenza di corporatura, abbiano avuto il tempo di stendersi tranquillamente su letto come invece sono stati ritrovati. Ancora più difficile immaginare che uno dei due, una volta accortosi che l’amico stava male, abbia a sua volta assunto l’eroina.
Dubbi che quattro anni di inchieste non sono riusciti a sciogliere. Soprattutto non è stato possibile accertare se le cose scoperte da Iannelli siano reali o meno. In particolare le presunte doppie fatturazioni tra IDLO e l’UNOPS – l’organismo dell’ONU che si occupa dell’organizzazione logistica degli occidentali Kabul – per migliaia e migliaia di euro. Iannelli avrebbe scoperto queste presunte truffe proprio grazie al suo lavoro di contabile presso l’IDLO e, oltre che a Stefano, ne aveva parlato anche con altri colleghi di lavoro. Magistrati, funzionari, persone che hanno come compito quello di addestrare i giudici del futuro Afghanistan e quindi bene in grado di comprendere la gravità delle affermazioni di Iannelli. Un resoconto di questi racconti risulta nei verbali raccolti dai carabinieri durante gli interrogatori svolti a Roma.
(…)
Un aiuto prezioso all’accertamento della verità potrebbe fornirlo l’IDLO, accettando di mostrare i bilanci alla magistratura. Fino a oggi, però, ogni richiesta in tal senso avanzata dalla procura di Roma è stata respinta dall’organizzazione, che prima si è detta disposta a presentare i bilanci poi, si è avvalsa dell’immunità diplomatica. A una richiesta di intervista da parte del manifesto, la risposta dell’ufficio stampa dell’organizzazione è stata netta: «IDLO non ha nessun commento da fare sulle vicenda oltre a confermare che ha risposto e continuerà a rispondere a ogni richiesta pertinente che provenga dalle autorità competenti». A novembre dell’anno scorso, dopo che alcuni articoli di stampa erano tornati a parlare della strana morte di Siringo e Iendi, da parte dell’IDLO c’è stata infatti una nuova disponibilità a fornire la documentazione richiesta al magistrato, a cui però ha fatto seguito un ripensamento. «Fino a data odierna», scrivono l’11 marzo scorso i carabinieri del Nucleo investigativo al pm Palamara, non è stata ricevuta alcuna comunicazione/documentazione né direttamente dall’IDLO, né per il tramite del Ministero Affari Esteri, nonostante le reiterate richieste effettuate per le vie brevi presso gli uffici preposti».

Da Mistero afgano, di Carlo Lania e Giuliana Sgrena.
[grassetti nostri]

Riconciliazione nazionale in Afghanistan

Così riportano le agenzie in riferimento alla conferenza svoltasi a Londra, accennando anche ad un ulteriore sostegno finanziario per il sottobosco paragovernativo.
Sul luogo, invece…

Kabul, 28 gennaio – Soldati dell’ISAF hanno aperto il fuoco questa mattina e ucciso un imam che si trovava in auto con i suoi figli nei pressi di Camp Phoenix, non lontano da Kabul.
Secondo quanto scrive il “Washington Post”, la nazionalità dei soldati che hanno sparato non è al momento chiara, ma ufficiali americani hanno espresso rammarico per quello che hanno definito “uno sfortunato incidente”, sostenendo che i militari che facevano parte di un convoglio “hanno sparato contro quello che sembrava essere un veicolo minaccioso”.
(Adnkronos/Washington Post)

“Purtroppo un civile è morto”
Kabul, 28 gennaio – La NATO ha ammesso di aver ucciso a Kabul, per errore, un imam e ha presentato le sue ‘scuse’, assicurando che verrà aperta un’inchiesta. Un convoglio della Forza internazionale della NATO (ISAF) ha aperto il fuoco ‘contro una vettura che era apparsa come una minaccia – si legge nel comunicato – e purtroppo un civile è morto. Abbiamo appreso più tardi che il civile era l’imam di una moschea’.
(ANSA)

Ancora tu, Lince

Roma, 17 settembre – Sarebbero sei gli italiani rimasti uccisi nell’attentato kamikaze a Kabul. Altre due vittime civili sarebbero invece afghane. Tra i feriti altri tre militari del contingente italiano.
Tutti si trovavano a bordo di un blindato Lince.
(AGI)

Vedi anche Scarronzoni per…

Roma, 17 settembre – Sono sei i morti fra i militari italiani, tutti del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore, provocati dall’attentato a Kabul che ha investito alle 12 ora locale, le 9.30 in Italia, due mezzi di scorta ad una colonna di personale diretta all’aeroporto, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti della Difesa. Altri tre militari italiani, sempre della Folgore, sono rimasti feriti e, per ora, non vi sono indicazioni sulle loro condizioni.
(Adnkronos)

Orgoglio?!?
Roma, 17 settembre -‘I soldati italiani hanno pagato un prezzo alto per la libertà e la sicurezza dell’Afghanistan, dell’Italia e dell’Europa’, commenta Frattini. In ogni caso, per il ministro degli Esteri bisogna ‘restare per dimostrare che l’orgoglio dell’Italia è sempre alto.
(ANSA)

mini-kfor

Roma, 17 settembre – ”La strada su cui è avvenuto l’attentato ai militari italiani si trova in una zona oggettivamente molto pericolosa. E’ un tratto conteso tra varie fazioni proprio per attaccare i convogli di passaggio, indipendentemente dalla loro nazionalità. Tanto che nel novembre 2005, al mio arrivo all’aeroporto di Kabul, per evitare di percorrere quei quattro chilometri che portano direttamente alla base ISAF nel centro della capitale, facemmo un’altra strada assieme al convoglio di scorta: un aggiramento di 35 chilometri”. A dirlo è il generale Fabio Mini, ex comandante della missione NATO in Kosovo, in un’intervista che sarà pubblicata domani sul quotidiano ecologista Terra.
”Le missioni sul terreno, Enduring Freedom prima e ISAF poi – dice Mini – hanno avuto la pretesa di bloccare completamente le frontiere. Una cosa che non è possibile fare da nessuna parte. In Kosovo, un Paese più piccolo dell’Abruzzo, non ci riuscivamo, figuriamoci in Afghanistan che è quattro volte l’Italia”. Nell’intervista, il generale spiega che in Afghanistan ”non è un problema di uomini. E’ necessario un maggiore impegno economico e civile. Finché la popolazione afghana resta in uno stato di disperazione, senza niente da perdere, nemmeno la vita (l’aspettativa media è di 40 anni), non avrà paura della morte”. ‘‘Per garantire la sicurezza – conclude Mini – bisogna prima conquistare la fiducia e la collaborazione della popolazione. In Afghanistan invece si sta facendo l’esatto contrario. Il risultato è che ora, rispetto al 2003, ci odiano molto di più. Alla fine della guerra, quando gli americani cercavano Bin Laden a Tora Bora, i talebani erano 7.000. Oggi gli insorti sono oltre 10mila”.
(ASCA)

Silenzio assordante che copre il silenzio degli innocenti
I paracadutisti italiani caduti a Kabul in un attacco kamikaze sono le vittime sacrificali della politica imposta dagli USA ed accettata servilmente dai loro camerieri atlantici in servizio permanente effettivo dal 1945. Noi non accettiamo né il vittimismo cialtronesco delle Istituzioni né lo sciacallaggio usato per fini di bassa politica dalla sedicente opposizione. Quella che, tanto per esser chiari, con il governo D’Alema partecipò ai bombardamenti su Belgrado e che mai ha rifiutato il suo appoggio agli USA in lotta contro i “Popoli Canaglia”. Kabul come Nassirya: sangue versato dai nostri parà, ridotti ad essere esportatori di “libertà” e “democrazia” lungo la via del petrolio e quella del papavero e nella previsione di una non ancora dichiarata guerra contro l’Iran. Ascari costretti a combattere sul territorio afghano per far passare gli oleodotti della multinazionale Unocal, in quella che è legittimo chiamare la IV Guerra dell’Oppio.
Tutti tacciono, tutti si guardano bene dallo spiegare agli Italiani i veri motivi della nostra presenza in Medio Oriente.
E nessuno parla dei “Lince”, i corazzati-bidone che rappresentano un pericolo per l’incolumità dei nostri militari (ed oggi se ne è avuta la drammatica conferma) ma che costituiscono una colossale speculazione da parte della Fiat-Iveco della famiglia Elkann. Come abbiamo dimostrato e documentato sull’ultimo numero di “Giustizia Giusta”.
Comunicato stampa dell’Associazione per la Giustizia e il Diritto “Enzo Tortora” – Redazione di Giustizia Giusta, V.le Giulio Cesare – 00192 Roma

carabinieri

Ritiro? Macché, più carabinieri!
Roma, 18 settembre – L’impegno italiano nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane aumenterà e sta già aumentando in questi ultimi mesi dell’anno. Secondo il capo ufficio stampa della Farnesina, Maurizio Massari, infatti, ”raggiungeremo il numero di 200 carabinieri formatori, tra settembre e novembre, che si aggiungono alle oltre 15 unità della Guardia di Finanza impegnate nell’addestramento della polizia di frontiera afghana a Herat”.
Massari, nel corso di un briefing con la stampa, ha affermato che ”il ruolo dell’Italia è effettivamente di primissimo piano nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane” e che questo ”si è concretizzato il 14 agosto scorso, quando è stata riconosciuta all’Italia la posizione di coordinatore responsabile della formazione della polizia afghana”.
(ASCA)

Guerra e/o cooperazione
Roma, 18 settembre – ”Rivolgendoci ai ministri e ai parlamentari che continuano a ripetere che i problemi dell’Afghanistan, dell’Africa, delle guerre e dell’immigrazione si risolvono con la cooperazione, diciamo di essere coerenti, di dar seguito alle promesse con impegni reali sia a livello di finanziamenti che di risorse e di strumenti. Per questi motivi aderiamo all’iniziativa della Tavola della Pace del 3 ottobre. Perchè pace e informazione sono due beni fondamentali a rischio. Perchè senza un’informazione di pace non c’è neanche una politica di pace”. Così Guido Barbera, presidente del Cipsi – coordinamento di 42 Ong e associazioni di solidarietà internazionale in riferimento alla strage degli italiani a Kabul.
”Innanzitutto – afferma Barbera – esprimiamo la nostra vicinanza, solidarietà e cordoglio ai familiari dei soldati italiani vittime della strage, ai feriti e a tutti i civili coinvolti, compresi quelli colpiti la scorsa settimana da un bombardamento della NATO. Ma non possiamo tacere. Il problema è politico: qual’è il ruolo e la politica internazionale dell’Italia, dell’Europa, degli USA, della NATO, nello scenario afghano? E’ necessario fare un’analisi storica e politica di cosa è accaduto in Afghanistan, soprattutto negli ultimi otto anni di guerra, e del disastro che è stato provocato; attraverso un dibattito in Parlamento, decisioni del Governo, un conferenza che porti a un accordo della comunità internazionale”.
”Non è solo con i militari che si potrà risolvere la situazione afghana. Non si risolvono i conflitti con la forza, ma con il dialogo. Noi – conclude Barbera – associazioni del Cipsi e della società civile crediamo che sia necessario invertire la tendenza delle scelte di politica internazionale in Afghanistan. La risposta è incrementare in modo decisivo la cooperazione internazionale nel paese, per contribuire al processo di pace: che siano visibili interventi e relazioni solidali, scuole, salute, istruzione, alimentazione e difesa dei diritti di tutti. Sono l’antidoto alla guerra e al terrorismo. Condanniamo la violenza sui civili”.
(ASCA)
Esternazioni largamente condivisibili, ma vorremmo chiedere al loro autore: nella pratica, come è possibile svolgere attività di cooperazione civile in un ambiente di guerra non dichiarata ma aperta e dirompente?
Non bisognerebbe piuttosto aspettare una avvenuta pacificazione e solo al termine del conflitto investire risorse (e sì, perché qui servono tanti denari e tanti ne sono già stati spesi, spesso a vanvera…) per una ricostruzione che sia effettivamente tale e duratura?

soldati

Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.
Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.
Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel Paese.
Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.
Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per odiare e attaccare l’Occidente e anche il nostro Paese.
E allora per cosa sono morti?
La risposta l’ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente NATO in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull’Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da Peacereporter:
“Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della NATO in un momento di crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione ISAF. La NATO è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme. Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L’importante è che nessuno si sottragga a un impegno NATO. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati”.
“Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo”, avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
E’ stravagante definire ‘vigliacchi’ uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.
Anche chiamare ‘aggressori’ i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d’occupazione NATO è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.

“Non ci fermeremo”, conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la cronaca, le truppe italiane hanno “neutralizzato” almeno cinquecento “nemici” nelle battaglie combattute nell’ovest dell’Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.
Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna “conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi”.
Ma finché l’occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del “nemico”. Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.

Per cosa sono morti?, di Enrico Piovesana.
[grassetti nostri]

talebani

Il Ministro della Difesa, dal canto suo, ha dato un’altra dimostrazione di sconcertante prevedibilità. La sua performance in seconda serata a “Porta a Porta” il 17 Settembre sui caduti della Folgore a Kabul ha ripetuto per filo e per segno, a beneficio di un pugno di ascoltatori (lo share è stato un autentico flop) e del pubblico presente nello studio, la ormai famosissima lezioncina-Napolitano.
Accantonata, alla svelta, la farsa della “missione di pace”, il titolare di Palazzo Baracchini nel corso della trasmissione ha continuato a sostenere che il Belpaese è in Afghanistan per fermare sul terreno il “terrorismo di al-Qa’ida”. Un terrorismo che altrimenti dilagherebbe in Occidente e ci colpirebbe a casa nostra come è successo a New York l’11 Settembre del 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle e alla stazione di Atocha a Madrid nel Marzo del 2004.
Due attentati, servirà ricordarlo, oggetto di clamorosi depistaggi politici e istituzionali, di indagini pilotate e di sentenze che non sono mai riuscite ad individuare né mandanti né esecutori che non uscissero dai data base di Langley.
Un’aggiunta che il Ministro della Difesa ha intenzionalmente evocato, da gran furbo, per allargare anche all’Europa la minaccia “reale” portata dal fondamentalismo islamico all’Occidente.
La recitazione della manfrina di La Russa è scivolata via senza sollevare un battito di ciglio in sala. L’apatia, l’indifferenza che sta risucchiando nel baratro il Paese si vede anche dalle reazioni degli spettatori seduti sulle poltroncine bianche della Rai in occasione di un evento luttuoso come quello di Kabul.
L’Italia, partendo da Kost, dalla base “Salerno” partecipa dal 2002 alla guerra degli USA in Afghanistan, ma fino ad oggi, se la memoria non ci inganna, il Sisde o il Sismi, prima, o l’Aisi e l’Aise, fino ad oggi, non hanno mai lanciato allarmi specificatamente provenienti da quel Paese che possano aver interessato la sicurezza del territorio nazionale, né se ne trova traccia su Gnosis o nelle relazioni che semestralmente vengono inviate semestralmente dal Cesis a Camera e Senato.
Non risulta inoltre che i Ministri degli Interni e della Difesa che si sono succeduti dalla data citata abbiamo mai denunciato pubblicamente l’esistenza di minacce specifiche per il territorio metropolitano ad opera di elementi “qaedisti” di nazionalità afghana presenti in Italia in contatto o collegamento con organizzazioni “terroristiche” operanti nei territori dell’Af-Pak.
L’attenzione dei Ros del Generale Ganzer si è invece concentrata più volte su nuclei o cellule salafite come “ Predicazione e Combattimento” presuntamente organizzate da elementi originari del Maghreb a cui sono stati spesso addebitati già nel corso degli accertamenti di polizia reati gravissimi che non hanno mai retto di fronte alle successive verifiche della Magistratura Inquirente, toccando punte paradossali che hanno fatto ridere l’“intelligence mondiale”, come nel caso della Chiesa di S. Petronio a Bologna e degli “attentati” alla Metropolitana di Milano.
Quando ci sono stati provvedimenti restrittivi, in ogni caso, i “wahhabiti del Mediterraneo” sono giudicati per reati minori come il favoreggiamento dell’ingresso clandestino, la raccolta di fondi, il possesso di materiale illecito di propaganda.
Insomma, in Italia non ci sono mai stati potenziali terroristi di intransigente fede sunnita provenienti dal Paese delle Montagne che prendano ordini dal nebuloso e famigerato Mullah Omar né strutture “organizzate” di sostegno ai combattenti usciti dalle madrase di Peshawar o di Islamabad; non c’è inoltre università o scuola superiore pubblica o privata, centro di aggregazione religiosa, culturale e sociale, dove possa addensarsi un nucleo di studenti, aderenti o simpatizzanti “coranici” in combutta con i combattenti pashtun.
Gli unici afghani presenti nella Repubblica delle Banane sono quelli che l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu ha fatto uscire dal Pakistan dopo un accurato check-in.

Priva perciò di qualunque credibilità, per insussistenza di motivazioni reali, la puntuale manfrina, con imitatori di “alto livello” recitata a beneficio (?) dell’opinione pubblica italiana dall’Inquilino del Quirinale.

Da Afghanistan: quando i nodi vengono al pettine, di Giancarlo Chetoni.
[grassetti nostri]

I cowboys di Kabul

eagle USPI

Come una coppia di nonni texani falliti ha tratta guadagno dalla miniera degli appalti in Afghanistan.
Di Daniel Schulman, per Mother Jones.

Era il marzo del 2002, e Del e Barbara Spier erano completamente al verde. La coppia texana, nonni di cinque nipoti e proprietari di una piccola ditta di investigazioni private con sede a Houston, si ritrovava con un debito superiore ai 260.000 dollari. Avevano esposizioni fino a 18.600 dollari su oltre una dozzina di carte di credito ed erano zavorrati di scoperti su prestiti bancari per 80.000 dollari e su mutui per altri 95.000. Nella pratica di fallimento, la ditta degli Spier, fondata nel 1987 e denominata “Agenzia per Servizi di Investigazione e di Protezione”, veniva giudicata di “nessun valore di mercato”.
Benché le circostanze apparissero disastrose, gli Spier erano in procinto di diventare milionari. A maggio, Barbara Spier aveva svolto le pratiche per costituire una nuova azienda chiamata US Protection and Investigations (USPI). Presto, grazie alla fonte inesauribile di contratti che era la guerra in Afghanistan, ella stava firmando un accordo di 8,4 milioni di dollari con il Louis Berger Group. La società multinazionale di costruzione e progettazione aveva ottenuto un contratto di 214 milioni per ricostruire le infrastrutture dell’Afghanistan – strade, impianti idrici e di depurazione, centrali elettriche e dighe – dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale statunitense (USAID). Il compito dell’USPI era quello di fornire sicurezza ai lavoratori che riparavano una strada di 300 miglia che collega Kabul a Kandahar.
Molto del lavoro doveva essere svolto in un territorio remoto e pericoloso, soggetto a sporadici attacchi dei Talebani ed afflitto dalla presenza di bombe e mine inesplose risalenti all’epoca dell’invasione sovietica. “Alcuni tratti della strada sono soggetti a sequestri, rapine ed assassinii” riconosceva il Berger nei termini contrattuali. “Gruppi terroristici organizzati operano nei dintorni del corridoio stradale, ed alcuni stranieri sono stati intenzionalmente presi di mira in recenti incidenti”. Salvaguardare le centinaia di lavoratori all’opera lungo la strada, avvertiva il gruppo costruttore, sarebbe stato “una sfida”.
Dati i rischi del progetto – importante nello sforzo di stabilizzare l’Afghanistan – l’USPI rappresentava una strana scelta. Il Berger avrebbe potuto rivolgersi ad un agenzia per la sicurezza consolidata con forte esperienza nelle zone di conflitto. Invece, affidò un contratto senza bando di gara ad una ditta con nessuna reputazione sulla piazza e con un gruppo dirigente di fresca bancarotta.
Per gli Spier, il colpo di fortuna con il Berger rappresentò una svolta nella loro vita. Ed essi, da allora, avrebbero potuto vivere felicemente per sempre, eccetto per una cosa: stavano truffando il governo, secondo il Dipartimento di Giustizia, emettendo ricevute fasulle e fatturando per impiegati fantasma al fine di frodare milioni di dollari dai programmi finalizzati alla ricostruzione dell’infrastruttura afghana distrutta dalla guerra. Le loro presunte imprese, molto delle quali non sono mai state precedentemente descritte, offrono una delle più vivide immagini mai emerse della miniera degli appalti nel Selvaggio West afghano. Continua a leggere

Le spesucce tricolori per “la ricostruzione“ dell’Afghanistan… ed il resto

coop ital afgh

Nel quanto ci costa la “missione di pace“ c’è un capitolo uscite a fondo perduto per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan da far paura.
Dal 2002, nelle mani del pagliaccesco sindaco di Kabul, Karzai, e del suo gabinetto di trafficanti di droga e criminali di guerra sono finiti centinaia e centinaia di milioni di euro sottratti alle tasche dei contribuenti italiani dagli esecutivi Berlusconi, Prodi, Berlusconi.
Al Palazzo di Vetro ci siamo conquistati da un bel po’ di anni la medaglia di Paese donatore di primo livello. Un biglietto da visita, lo sostiene Frattini, di cui l’Italia può essere giustamente orgogliosa.
Insomma paghiamo molto, bene e senza fiatare tenendo peraltro la bocca rigorosamente chiusa sugli affari sporchi organizzati dai Segretari Generali delle Nazioni Unite.
Se le ricerche che abbiamo fatto sono corrette, sono già quattro gli appuntamenti internazionali organizzati dal Palazzo di Vetro durante le gestioni Kofi Annan e Ban Ki Moon che ci hanno visto tra i più affezionati contribuenti-protagonisti per la “ricostruzione“ del Paese delle Montagne: Tokio 2002, Berlino 2004, Londra 2006, Parigi 2008.
Il 29 Giugno scorso, un comunicato molto ma molto fumoso dell’Ansa ci ha fatto sapere che questa volta il 5° raduno della “Spectre“ si terrà in Afghanistan, lontano da occhi indiscreti e, come ampiamente prevedibile, tra ingenti misure di sicurezza, arrivi e trasferimenti a “sorpresa“, stile zona verde di Baghdad.
Parteciperanno al summit di Kabul prima della fine del 2009 – dopo le elezioni farsa che incoroneranno l’ex Presidente della Unocal – i Ministri degli Esteri dell’Occidente ed un numero non precisato di misteriosissime fondazioni private.
Con tutta evidenza, sotto la spinta di sempre più pressanti esigenze economiche e militari, i tempi dei “rifinanziamenti“ organizzati dall’ONU per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan si stanno pericolosamente accorciando. Gli scarponi di Enduring Freedom ed ISAF-NATO in Afghanistan, in soli 450 giorni, sono lievitati da 67.000 a 118.000.
Nei prossimi 4 anni, l’Italia aumenterà il proprio contingente dagli attuali 3.250 militari a più di 6.000, con il via libera, già esecutivo, del Consiglio Supremo di Difesa che vede al vertice, come Capo delle Forze Armate, un sempre più invadente ed aggressivo Giorgio Napolitano. Il padre-padrone della Repubblica Italiana delle Banane che sponsorizza improponibili delfini per la prossima occupazione del Quirinale. Continua a leggere

Informazione atlanticamente corretta, 2° puntata

logocaffe

Proprio il giorno in cui una pattuglia di parà della Folgore, 183° Reggimento Nembo, veniva attaccata dagli “insorti” nei pressi di Bala Morghab – una località nell’ovest dell’Afghanistan – il direttore di Rainews24, l’ineffabile Corradino Mineo ci riprova ed il 29 maggio u.s. va in onda da Kabul con una puntata speciale de Il Caffé.
Qui il relativo video, in due parti.

Un’Apache a stelle e strisce

L’ AH-64 Apache è la versione a stelle e strisce più vicina per profilo all’elicottero d’attacco “tricolore” A-129 Mangusta, che supera in potenza di fuoco.
In tandem si stanno lavorando per conto di Enduring Freedom/ISAF – con “intensi cicli operativi” sia in perlustrazione che in attacco – le provincie di Herat e di Farah, dove le popolazioni sedentarie e nomadi locali parlano il farsi e hanno radicate tradizioni culturali e religiose in comune con l’Iran.
L’ambasciatore di Teheran in Italia, Mustafà Doolatyr, ha dichiarato il 27 Febbraio u.s. a La Repubblica che in sette anni il traffico d’oppio che passa per il suo Paese, nonostante la deterrenza della pena capitale per i trasportatori, è aumentato da 200 kg ad 8 tonnellate e che i profughi assistiti dal governo iraniano sono attualmente più di 2 milioni, per lo più provenienti dalle aree di confine dell’Afghanistan. Numero in vertiginosa crescita anche per i ripetuti attacchi aerei che USA/NATO effettuano sugli insediamenti locali per “desertificare” il territorio e provocare un esodo di massa verso l’Iran.
Il dott. Ishaqzai, che collabora con la Croce Rossa Internazionale, lo scorso 5 maggio ha riferito all’agenzia Pajhook Afghan News che nel suo villaggio una sola famiglia ha perso sotto i bombardamenti 23 componenti mentre 65 perdite sono state registrate tra anziani, donne, uomini e bambini ad Agha Saiban. Imprecisato il numero dei feriti e degli amputati.
Al contrario del Mangusta impiegato anche in missioni di appoggio tattico (scorta armata a pattuglie blindate di polizia ed esercito di Kabul) anche nelle provincie di Bagdis e Ghor, l’ AH-64 è il perno del dispositivo militare integrato di Enduring Freedom che copre Kabul e l’intero Paese delle Montagne, con un impiego particolarmente esasperato nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan.
Gli A-129 presenti in cinque unità presso l’aereoporto del West Rac di Herat, inquadrati in ISAF, integrano su richiesta del Comando USA le operazioni “attacca e distruggi” condotte dagli AH-64, dalle cannoniere volanti C-130, dagli A-10 e dai cacciabombardieri F-15 e F-16 contro formazioni di nuclei “ribelli”.
Oltre agli attacchi intenzionali su obiettivi valutati di prioritario interesse militare, molti raids vengono effettuati il più delle volte in condizioni di visibilità gravemente insufficienti per repentini cambiamenti luce-ombra-nuvole, vento, sabbia e polvere in sospensione in zone collinari, portando a ripetute e gravi perdite anche tra gli abitanti dei villaggi di fondovalle.
In varie occasioni, il comando italiano ha confermato la pertecipazione degli A-129 Mangusta ad “azioni di fuoco” USA contro formazioni di “terroristi” nell’area di Herat e Farah, senza accennare alle perdite inflitte al “nemico” che si suppone ingenti.
La spaventosa cadenza di fuoco e la potenza delle mitragliatrici in calibro 7, 62, 12.7 e 20 mm in dotazione sia agli AH-64 che agli A-129 dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che USA e NATO non sono in Afghanistan per portare pace e piani di ricostruzione ma la guerra.
Una guerra di lunga durata che ha per obiettivo strategico l’ annientamento di qualsiasi opposizione politica e militare organizzata.

ISAF

L’assunzione, da parte della NATO, del comando dell’International Security and Assistance Force (ISAF) in Afghanistan nell’agosto 2003, rappresenta uno spartiacque nella storia dell’Alleanza Atlantica. Si tratta infatti della prima operazione mai condotta dalla NATO fuori dall’area euro-atlantica, tale che da molti è stata percepita come la nascita di una NATO veramente globale.
La missione ISAF era stata lanciata diciotto mesi prima a seguito della conferenza di Bonn durante la quale, sotto gli auspici delle Nazioni Unite (risoluzione 1386), si era deciso di dispiegare una forza militare di 5.000 unità volta a stabilizzare il Paese dopo la cacciata del regime talebano.
L’11 agosto 2003, dunque, l’ISAF si è trasformata in una missione di responsabilità della NATO ed ha iniziato ad espandere la sua area operativa a tutto l’Afghanistan. Nel giugno 2004, autorizzata dalla risoluzione ONU 1510, essa si è estesa comprendendo le province occidentali e settentrionali; nel luglio 2006, è stata la volta delle province meridionali, con 12.000 soldati statunitensi precedentemente inquadrati nell’operazione Enduring Freedom che sono stati messi sotto il comando della NATO; infine, nel successivo ottobre 2006, la risoluzione ONU 1707 ha allargato i compiti dell’ISAF anche alle rimanenti province orientali, in modo che tutto l’Afghanistan ora si trova sotto l’autorità della NATO.
Secondo i dati aggiornati a settembre 2008, in Afghanistan sono presenti circa 47.600 soldati – quasi dieci volte la cifra iniziale! – provenienti da 40 Paesi, inclusi tutti i 26 membri della NATO. La componente maggiore è quella statunitense, con poco meno di 18.000 unità sotto il comando ISAF oltre alle 31.000 dispiegate nel quadro di Enduring Freedom (dato, quest’ultimo, aggiornato a marzo 2008). Il secondo maggior contingente è quello britannico, pari a quasi 8.400 uomini. L’Italia si piazza al sesto posto, con un totale di 2.350 soldati, preceduta dalla Germania (3.200), dalla Francia (2.700) ed appena dopo il Canada (2.500).
Qui la descrizione grafica di come sono dispiegati i maggiori contingenti.
Il comando della missione, stabilito nella capitale Kabul, è affidato al generale dell’US Army David McKiernan; vi sono poi quattro comandi decentrati a livello regionale per ciascuna zona territoriale (Nord, Est, Sud ed Ovest). La direzione politica ed il coordinamento delle operazioni sono forniti dal Consiglio Nord Atlantico, il principale organo decisionale della NATO; il comando strategico è invece nelle mani del Supremo Comando Alleato in Europa, lo SHAPE di Mons in Belgio.
Ultima “pensata” dei vertici della NATO, annunciata a Bucarest lo scorso aprile, è la creazione di NATOChannel, emittente televisiva diffusa esclusivamente in rete che punta a recuperare terreno sul fronte della propaganda contrastando l’attivismo mediatico dei gruppi della guerriglia talebana, anche se il promotore dell’iniziativa, il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, ne assicura la “provata imparzialità”. Affermazione che, in quanto ad attendibilità, potrebbe fare il paio con quella di un piano segreto di “exit strategy” nel tempo massimo di 5 anni, rivelato dal quotidiano tedesco Der Spiegel.

Dispiegamento truppe aggiornato.

Che Tornado quel ministro!

La visita di Bush a Roma un primo risultato l’ha ottenuto. Ce lo ha fatto sapere l’Ansa con un stringatissimo comunicato uscito il 18 giugno alle ore 18.30: “Kabul. Tornado allo studio del governo”.
La faccenda dei cacciabombardieri Panavia Tornado sarà affrontata dallo stesso Berlusconi con il Segretario Generale della NATO De Sheffer entro il mese corrente, con un esito largamente scontato date le pregresse e pressanti richieste piovute a Roma da Bruxelles di aumentare il numero degli scarponi sul terreno del contingente italiano in Afghanistan e le sue dotazioni “militari” fin dall’aprile 2008.
Una tabella sulla “par condicio” in leccaculismo tra PDL e PD obbliga a ricordare che la troika Prodi – D’Alema – Parisi dal maggio 2006 al marzo 2008 ha fatto lievitare l’impegno dell’Italia in Afghanistan da 1.526 a 2.853 militari dotando, tra l’altro, il cosiddetto P.R.T di Herat di nuovi strumenti di sorveglianza, di attacco aereo e terrestre come UAV Predator, elicotteri A 129 Mangusta e corazzati Dardo con cannoni a tiro rapido da 25 mm. Seguendo una strategia di annunci, con tutta evidenza concordati tra Quartier Generale della NATO e la Repubblica Italiana delle Banane, a distanza di meno di 12 ore il Ministro della Difesa La Russa è andato un po’ più in là del suo collega della Farnesina Frattini precisando che “se dagli Alleati arriverà una richiesta (ma guarda un po’ che capacità di preveggenza!) si potrebbe inviare a Kabul 4-5 Tornado che in ogni caso (ecco la solita, ributtante ipocrisia!) avrebbero compiti di perlustrazione e mai di bombardamento”.
Una proprietà di linguaggio quella messa fin qui messa in evidenza dal Titolare di Via XX Settembre che non può non lasciare di sasso. Perlustrazione è un termine adatto ad indicare personale militare da impiegare in pattuglia a piedi o su mezzi di trasporto scoperti o protetti, ruotati o cingolati in territorio “amico” o “nemico”. A La Russa è evidentemente molto più familiare il lessico che gira nei salotti e nei clubs esclusivi di Milano, dove si incontra “tanta bella gente”… Ma torniamo a bomba.
Il Panavia Tornado IDS è un sofisticato aereo da attacco al suolo a lungo raggio, capace di imbarcare anche GBU 24 a guida laser “Paveway” con una testata di guerra di 1.066 Kg, che in tutta la sua lunga vita operativa non ha mai svolto una sola missione di “perlustrazione” essendo completamente inadatto allo scopo. Le Caste ed i Palazzi del Potere l’hanno usato, su input di D’Alema, nel 1999 su Serbia e Kosovo e, con effetti di ritorno di immagine devastanti, sugli aeroporti dell’Irak nel 1991. L’allora maggiore pilota Bellini ed il capitano navigatore Cocciolone furono abbattuti da un missile Crotale in fase di avvicinamento all’obbiettivo che prevedeva uno “strike” con bombe a caduta libera Mk 82 -83 sulle piste di volo. Un attacco programmato a “sciame” con altri Tornado IDS di Sua Maestà Britannica dopo il primo passaggio di “bombing” effettuato da F-117, F-16 e F-15 statunitensi quando le difese contraeree erano ormai in pieno allarme. Mentre gli “yankee” per il fattore sorpresa se la cavarono alla grande senza abbattimento, i cacciabombardieri di Gran Bretagna ed Italia andarono incontro a perdite rovinose.
Le immagini della cattura dell’equipaggio “made in Italy ” e le loro dichiarazioni di pentimento vennero diffuse dalle Televisioni di tutto il mondo. Bellini, psicologicamente meno fragile e ben più avveduto del Cocciolone, si limitò a fare il canarino negli uffici della Guardia Repubblicana.
L’ex capitano navigatore del Panavia Tornado IDS è tornato in Afghanistan da tenente colonnello alla guida della missione Aquila nel 2006 e nel 2007 da “ispettore” dell’Aeronautica Militare Italiana. Per farci cosa? L’organizzatore logistico per conto di un CSM dell’Aeronautica con tante brutte storie alle spalle e con pessime frequentazioni sulle coste del Mediterraneo Centrale. Semplici coincidenze? Tutt’altro.
Che lasciano aperto uno scenario da “guerra totale” nella Regione del Golfo Persico e del Medio Oriente. Il mefisto di Via della Scrofa ha precisato inoltre che “se gli italiani utilizzano per la copertura delle missioni cacciabombardieri della Gran Bretagna e della Germania non sarebbe irragionevole fare altrettanto con mezzi nostri (cioè del contribuente – ndr)”. Quello di La Russa potrebbe sembrare un tentativo maldestro di recupero di dignità “nazionale” per ritagliarsi qualche spazio di credibilità tra i grintosi e, ancora una volta, perdentissimi Alleati; in realtà non è nient’altro che un “servizietto” da lacchè alle guerre infinite dei massacratori planetari.
La Russa aggiornerà il comunicato del giorno precedente con una nota rilasciata all’AGI dove “perlustrazioni” diventa “copertura missioni”, per nascondere ad un’opinione pubblica trasversalmente e massicciamente schierata contro le “operazioni di pace” del Bel Paese – che costano miliardi di dollari ogni anno – l’appoggio strategico che i Tornado IDS porteranno sul campo di battaglia per la distruzione dei “target” da inserire, via via, nella lista di Enduring Freedom. Se poi tra qualche morto di fame ma dignitosissimo ribelle pashtun che imbraccia l’AK 47 ci saranno bambini, donne e anziani, la cosa non avrà molta risonanza. Le voci del massacro non andranno al là di qualche decina di chilometri .
In Afghanistan i cacciabombardieri d’attacco in forza a ISAF ed Enduring Freedom sono oltre 70. Con il contributo dell’Italietta il conto, per ora, arriverebbe a 74-75. Un po’ troppi e un po’ troppo sofisticati per dare la caccia ai Waziri o ai Beluchi che si infiltrano, in primavera ed in estate, dal confine pakistano a Kabul ed a Kandahar per raggiungere poi il sud-ovest del Paese delle Montagne.

Guantanamo si è spostata in Afghanistan

Mentre il famigerato “Camp Delta” di Guantanamo Bay, a Cuba, è ormai destinato alla chiusura e viene oggi progressivamente svuotato dai suoi – cosiddetti – “ospiti”, il Pentagono ha nel frattempo ampliato quella che si può a buon titolo definire la madre di tutte le prigioni statunitensi della vergogna: il centro di detenzione militare presso l’aeroporto di Bagram, a nord di Kabul, dove nel 2002 vennero sperimentate le tecniche d’interrogatorio successivamente esportate – vista la loro “efficacia” –ad Abu Ghraib e nella stessa Guantanamo.
Bagram, con la progressiva dismissione della prigione cubana, ha di fatto preso il suo posto come centro di detenzione in via definitiva: mentre a Guantanamo oggi rimangono 275 degli iniziali 775 detenuti, a Bagram essi sono cresciuti fino agli attuali 630. L’unica organizzazione che abbia un accesso – limitato – a Bagram, la Croce Rossa Internazionale, ha già denunciato che nella “nuova Guantanamo” i detenuti vengono trattati peggio che nella vecchia, sottoposti a “trattamenti crudeli contrari alla Convenzione di Ginevra”.
Ad ideare questi sistemi di interrogatorio fu il capitano Carolyn Wood, una soldatessa di trentaquattro anni, comandante del plotone di interrogazione, che nel 2003 venne pure premiata con una medaglia al valore per il suo “servizio eccezionalmente meritevole”. Nell’estate di quell’anno, la signora – che, a dire il vero, si fa fatica a chiamarla tale – Wood e la sua squadra vennero trasferiti in Irak con il compito di insegnare i loro metodi ai carcerieri di Abu Ghraib. Lì, ella fece affiggere un cartellone d’istruzioni che prevedeva in maniera dettagliata il ricorso alle tecniche sperimentate a Bagram, compresi la sospensione al soffitto e l’utilizzo dei cani. Il fatto che nell’estate del 2007 gli statunitensi abbiano lasciato la gestione di Abu Ghraib in mano agli irakeni, non rassicura comunque sulla sorte di coloro che continuano ad esservi detenuti.

Operazione Sarissa

Ovverosia la guerra segreta degli italiani in Afghanistan.
Il 2007, chiusosi con oltre settemila morti di cui almeno 1.400 civili uccisi in gran parte dai bombardamenti aerei della NATO, è stato l’anno più sanguinoso dalla caduta dei Talebani, anche per la stessa Alleanza Atlantica, che avrebbe perso 232 militi. Secondo un recente rapporto del Senlis Council, i Talebani oggi controllano il 54% del territorio, sono attivi in un altro 38% e minacciano ormai la stessa capitale Kabul, la cui difesa è ora responsabilità delle truppe italiane.
Seppure in maniera limitata ed all’insaputa dei loro connazionali, esse partecipano ad operazioni di guerra ormai da quasi due anni, esattamente dall’estate del 2006. Da quella data, infatti, è operativa nell’ovest del Paese la Task Force 45, “la più grande unità di forze speciali mai messa in campo dall’Italia dai tempi dell’operazione Ibis in Somalia” secondo un esperto militare. In tutto circa 200 uomini che, in flagrante violazione della Costituzione italiana, sono impegnati nell’operazione Sarissa, volta a combattere i Talebani a fianco delle Delta Force statunitense e delle Sas britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah.
Durante il governo Prodi, l’impegno militare in Afghanistan è costantemente aumentato sia dal punto di vista quantitativo (oggi l’Italia mantiene in loco 2.350 soldati, 550 in più di quelli schierati dall’esecutivo Berlusconi) sia, soprattutto, da quello qualitativo, con un dispiegamento di mezzi davvero impressionante (si citino, ad esempio, gli elicotteri da combattimento A-129 Mangusta ed i cingolati Vcc-80 Dardo in dotazione ai bersaglieri della Brigata Garibaldi, oppure gli aerei spia Predator e gli elicotteri da trasporto Sh-3d che appoggiano la Task Force 45). Il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri ha avvertito tutti di non illudersi, ché “dovremo restare in Afghanistan molto a lungo”. Considerato lo stanziamento di circa 338 milioni per il 2008, la previsione di dover spendere qualche altro miliardo di euro, oltre a quelli già spesi nei passati cinque anni, non rassicura di certo. E fa coppia con le dichiarazioni del titolare della Difesa, onorevole Parisi, di stupefacente intelligenza e destrezza nel segnalare profonde analogie tra l’Italia e l’Afghanistan: “Non possiamo abbandonare Herat e Kabul perché è come se le forze dell’ordine lasciassero nelle mani della delinquenza la Sicilia e la Campania”.
Insomma, l’Afghanistan come un problema di ordine pubblico da risolvere con qualche retata.
In primavera è prevista un offensiva talebana senza precedenti. Cosa risponderà l’Italia alle richieste statunitensi-NATO di un coinvolgimento ancora maggiore?

English version

Operation Sarissa

Or, in other words, the Italians’ secret war in Afghanistan.

translation: L. Bionda

The year 2007, ended with more than 7.000 casualties including at least 1.400 civilians mostly killed by NATO air bombings, has been the bloodiest since the Talibans’ defeat, also for the Atlantic Alliance, which has reportedly lost 232 soldiers. According to a recent statement from Senlis Council, Talibans control nowadays about 54% of the afghan soil, they are active in another 38% and threaten also Kabul, the defence of which is now the responsibility of the Italian troops.

Although in a limited way and largely without their fellow countrymen knowing it, the Italian troops have been taking part to military operations for nearly two years, precisely since the summer of 2006. From that period the Task Force 45 has been operating in the Western part of the country: it is “the largest special forces unit ever deployed by Italy since the so-called ‘Operation Ibis’ in Somalia” explained a military advisor. About 200 troops who, openly violating the Italian Constitution, are involved in the Operation Sarissa, fighting the Talibans jointly with the American Delta Force and the British Sas, especially in the Farah Western province.

During the Prodi administration, the Italian military units in Afghanistan have constantly increased in quantity (today Italy keeps there 2.350 soldiers, 550 more than those sent during the previous Berlusconi’s administration) and, most of all, in quality, with a really impressive deployment of equipment (for example, assault helicopters ‘A-129 Mangusta’, tanks ‘Vcc-80 Dardo’ used by Bersaglieri from Garibaldi Brigade, surveillance aircraft ‘Predator’ or transport helicopters SH-3d supporting Task Force 45). The Deputy Secretary of Defence Lorenzo Forcieri invited everyone not to be deceived, as “we will have to stay remain in Afghanistan for a very long period”. Thinking about the allocation of nearly 338 millions Euro during 2008, the idea of spending some other billions more than those already paid in the last five years does not reassure anybody.

We also want to underline the statement made by Italian Former Defence Minister, Hon. Parisi; with ‘astonishing’ insight and knowledge he remarked clear analogies between Italy and Afghanistan: “we cannot leave Herat and Kabul because it would be like our Police leaving Sicily and Campania in the hands of criminal gangs”.

That’s to say, Afghanistan like a security issue, to be solved with the help of some raids.

During this spring a very harsh Taliban assault is expected. What will Italy reply to USA/NATO demands for a still larger military involvement?

Italian version