Guai a spostare l’asse geopolitico dello sport dal continente euro-atlantico!

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“Correva l’anno 2006 quando lo scandalo legato al medico spagnolo Eufemiano Fuentes sconvolse il gotha del ciclismo mondiale e, secondo alcune ricostruzioni sottaciute, gran parte dello sport spagnolo (ma il Barcellona, grande accusata dai rumors, con le lacrime di Messi al Muro del Pianto si è garantito l’immunità per qualche secolo). Ma la complicità nel sotterrare tutte le inchieste indipendenti e la scarsa chiarezza da parte delle autorità spagnole (come ad esempio la distruzione di 200 sacche di sangue anonime custodite nell’ufficio di Fuentes) non è, di fatto, “doping di stato”?
L’Operación Puerto aveva un vincitore, visto che tra i grandissimi del ciclismo uscì pulito come un agnellino lo statunitense Lance Armstrong. Il ciclista inoltre rivestiva un ruolo simbolico, quasi “mitico”: superato il cancro ai testicoli era tornato in bicicletta e aveva ripreso a vincere e faceva beneficenza. Tanta beneficenza. Il non plus ultra del “sogno americano”, della “ferma volontà yankee”, dello “spirito della vittoria americano”. Ma anche l’eroe cadde in uno scandalo doping che lo ha coinvolto nell’ottobre 2012. Tutte le vittorie vennero cancellate. Ma nessuno si è sognato di accusare “il sistema”, nonostante un suo ex-compagno di squadra Tyler Hamilton, ha chiaramente parlato di “doping sistemico”. Quindi nonostante sia uno degli sportivi più importanti degli Stati Uniti e che la sua squadra fosse sponsorizzata direttamente da un’agenzia governativa, la US Postal, con il chiaro intento di portare ad alto livello il ciclismo statunitense, non possiamo parlare di “doping di stato”? Cosa sarebbe successo se lo sponsor fosse stato la China Post?
Recentemente un altro “scandalo doping” ha coinvolto il “mondo libero”: secondo un’inchiesta commissionata dalla BISP, istituto federale della scienza applicata allo sport, e pubblicata dalla Süddeutsche Zeitung a partire dagli anni’50 e con un piano perfezionato negli anni ’70 e avvallato pure dal governo di Bonn, la Germania Ovest, il paese che rappresentava l’avanguardia democratica nei confronti dell’Impero del Male sovietico e di quei “dopati” della DDR, faceva ampiamente ricorso alle pratiche dopanti in numerosi eventi sportivi di altissimo livello, due finali dei mondiali di calcio incluse. Anche in questo caso i pennivendoli avranno coraggio di non parlare di “doping di stato”?”

Da “Doping di Stato” o propaganda?, di Marco Bagozzi.

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Mukhtar Abljazov, “perseguitato politico”

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“Invece, un incidente ci sarebbe stato se Roma non avesse risposto alle richieste di Astana, poiché il ‘perseguitato politico’ in questione, appunto Mukhtar Abljazov, è sì ben perseguitato in Kazakhstan, Paese da cui è fuggito. Ma è fuggito nel Regno Unito dopo aver sottratto diversi miliardi di dollari della BTA Bank, la banca che aveva contribuito a fondare in Kazakhstan grazie alla privatizzazione di una ex-banca pubblica. In sostanza, Abljazov è l’ennesimo speculatore che ha saccheggiato l’economia di una delle Repubbliche dell’ex-URSS. Ed infatti, per far comprendere chi detta i toni di quest’ennesima storielletta sui ‘diritti umani violati’, ecco Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), la radio gestita dalla CIA e da George Soros, elogiare l’eroica figura di Abljazov, ex-tecnocrate del processo avviato da Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakhstan, per modernizzare la nazione: “Abljazov a gli altri avevano rotto i ranghi, adducendo a motivo il disincanto per la corruzione endemica che prosperava nelle cerchie che si muovevano attorno a Nazarbaev”. Va ricordato che Nazarbaev, una decina di anni fa, espulse tutte le ONG legate agli USA e allo speculatore miliardario statunitense George Soros, da cui l’acrimonia di questi paladini della ‘democracy&liberty’ e dei relativi dipendenti verso Nazarbaev e il Kazakhstan.
Nel novembre 2001, Abljazov e altri suoi colleghi banchieri fondarono la Democratic Choice of Kazakhstan (DCK), movimento di opposizione al governo Nazarbaev. La DCK era composta da boss politici e ricchi affaristi che rivendicavano soprattutto il ‘decentramento del potere politico’, ovvero la balcanizzazione del Kazakhstan. Nel luglio 2002, Abljazov fu dichiarato colpevole di “abuso di potere compiuto in qualità di ministro” (accusa più che fondata, vista la carriera successiva di questo ennesimo eroe di cartone della democracy-export) e condannato a sei anni di prigione. Ovviamente i soliti Parlamento europeo e Amnesty International si mobilitarono, su ordine di Soros, per salvare la quinta colonna statunitense in Kazakhstan. Comunque, il ‘perseguitato politico’ Abljazov, già nel 2003 era a Mosca, e nel periodo 2005-2009 fu il presidente del consiglio di amministrazione della BTA Bank. Insomma, contrariamente a quello che ci raccontano e ci racconteranno le varie agenzie di propaganda atlantiste, Abljazov non è mai stato in carcere; anzi Abljazov avrebbe speso “milioni di dollari per finanziare gruppi di opposizione e mass media indipendenti” in Kazakhstan, secondo un altro agente d’influenza al servizio di Washington, Evgenij Zhovtis, capo del Kazakhstan International Bureau for Human Rights and Rule of Law.
Con Abljazov, i prestiti effettuati dalla BTA Bank dal 2005 al 2009 crebbero rapidamente, ma non altrettanto i depositi bancari, trascinando la banca nell’insolvenza. Tra il 2003 e il 2007, i crediti insoluti della BTA Bank crebbero del 1.100%.
(…)
Ma nonostante tutto, e forse grazie al fatto di aver formulato accuse indimostrate contro Nazarbaev, Abljazov si vide attribuire l’asilo politico nel Regno Unito. La richiesta di estradizione proveniente dal Kazakhstan fu quindi ignorata. Nel novembre 2012, una corte britannica ingiunse ad Abljazov di versare 1,63 miliardi di dollari e relativi interessi, disponendo “contro Abljazov nuovi blocchi giudiziari dei beni per un ammontare illimitato e nuovi ordini di blocco in relazione ad alcuni altri imputati“. Difatti Abljazov vive a Londra in una casa di lusso, protetto dall’imperialismo inglese in vista di future possibili rivoluzioni colorate in Asia centrale. In effetti, la vicenda del rimpatrio da Roma della moglie e della figlia del bancarottiere ‘democratico’, non a caso viene collegata, proprio dalla stampa inglese, ai buoni rapporti economico-commerciali che l’Italia ha stabilito con il Kazakhstan. Un nuovo tentativo di far subire all’Italia un’altra debacle strategica, e questa volta mortale, poiché dopo la Libia, restano all’Italia quali fonti energetiche disponibili l’Algeria e il Kazakhstan, appunto. L’inconsistenza di questo governo, pieno di anime belle e guidato da una nullità come Enrico Letta, nipotino di suo zio Gianni, non promettono nulla di buono per il Paese.
Abljazov, infatti, attraverso un’intervista a La Stampa del 5 luglio 2013, ha chiesto ad Enrico Letta di far luce sull’episodio. Il servizievole Presidente del Consiglio dei ministri non si è fatto attendere nel rispondere positivamente alle pretese del criminale protetto da Londra. Il premier ha dichiarato di aver chiesto privatamente delucidazioni al ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano. Non avendo ottenuto risposta, Letta ha reiterato la richiesta pubblicamente. Emma Bonino, ministro degli Esteri, ha definito la vicenda una “figura miserabile” per l’Italia, opportunamente dimentica la figura miserabile racimolata da lei e dal suo governo con il Presidente boliviano Evo Morales, al cui velivolo hanno negato il passaggio nello spazio aereo italiano. Ma si sa, nel canile italiano i cagnetti dirittumanitaristi vengono addestrati ad eseguire gli ordini del padrone e a ringhiare contro i suoi nemici. Compiti in cui eccellono i meticci di sinistra.”

Da L’oligarca processato, i noti amici e Letta di Alessandro Lattanzio.

La Gabanelli come Montanelli

“Ritardi con ENI”? Specula su ENI, semmai!, di Filippo Bovo

La puntata di Report andata in onda su Rai Tre domenica scorsa, il 16 dicembre, avente il titolo “Ritardi con ENI”, ha tutta l’aria d’essere l’ennesimo programma dai contenuti speculatori e denigratori nei confronti di quella che è una delle più importanti multinazionali italiane, azienda strategica per il nostro paese e che certamente fa gola alla concorrenza, esattamente come sempre alla concorrenza fanno imbestialire i suoi noti successi in campo internazionale.
Guardando una puntata come quella di domenica scorsa, dovremmo prima di tutto domandarci a chi possano giovare i risultati che essa finisce per avere sull’opinione pubblica italiana. Cui prodest? Come recita il blog “Petrolio”: “Non mi fido più del programma Report. Ho la sensazione che stia usando la sua credibilità acquisita in anni di approfondimento di scandali, per far passare la linea del governo Monti/troika presso il pubblico televisivo più accorto e più informato. Pubblico che berrà come vangelo ciò che viene affermato a Report e lascerà così orientare le proprie opinioni” e ancora: “Ora, sia ben chiaro: so perfettamente che l’ENI, come tutte le compagnie petrolifere, ha più scheletri di un cimitero; ne ho parlato varie volte, beccandomi anche richieste di smentita dai dirigenti. Anni fa questo blog era persino censurato negli uffici ENI. Ma usare i vergognosi rapporti USA usciti via Wikileaks (di cui ho parlato qui), per attaccare l’ENI in un momento in cui mille avvoltoi puntano ad acquisire la nostra compagnia nazionale, è quantomeno sospetto”.
Ed infatti, partendo proprio da un cable dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli, ecco subito venir messi sotto la lente i rapporti tra Italia e Russia al tempo del governo Berlusconi, rapporti che avevano ed hanno proprio nell’ENI il loro fulcro principale. Si parla di Antonio Fallico, di Marcello Dell’Utri (in questo caso con una frecciatina diretta anche al Venezuela chavista e alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA: dopotutto anche loro sono sgraditi, sgraditissimi ai nostri padroni d’Oltre Oceano e all’intellighenzia liberal nostrana) e dei contratti “take or pay”, giudicati troppo onerosi per il nostro paese e scandalosamente vantaggiosi per russi e kazaki. Andando avanti, Report non può non citare la vicenda di Kodorkowsky e della sua Yukos, che Gazprom ed ENI si spartiscono mentre l’oligarca evasore fiscale, presentato come “oppositore di Putin”, finisce giustamente in galera.
Non manca neppure l’intervista al solito analista della solita banca d’affari, che mette in guardia i paesi europei dal fare affari con la Russia e dipendere da essa per i propri bisogni energetici: un pericolo, una minaccia. Meglio, è sottointeso, andare a scortare inglesi e americani nelle loro guerre di rapina coloniale in Iraq, in Libia, e prossimamente, chissà, anche in Iran e chi più ne più ne metta.
Insomma, la solfa è sempre la solita: l’ENI ha la colpa d’avere una vera politica estera, quella politica estera che nella loro storia i governi italiani non sempre sono riusciti ad avere. E’ una politica estera indipendente dagli interessi di Washington e di Bruxelles e per questo da punire, impedire e scoraggiare. Non sono ammissibili rapporti con paesi come la Russia, il Kazakistan, la Libia pre 2011 e così via. Non è nemmeno ammissibile che lo Stato continui a possedere il 30% delle azioni dell’ENI: meglio sarebbe svenderle alla concorrenza, per esempio alla Total o a qualcun altro del genere.
Insomma, l’Italia dev’essere una colonia: per chi la pensa diversamente ci sono le forche caudine di Report.

Fonte

[Sugli attacchi atlantisti all’ENI e al suo fondatore Enrico Mattei, si veda qui]

Yes we can!

Poca risonanza nella grande stampa alla denuncia del sindaco di L’Aquila, Cialente, intervistato da Radio 24 a proposito della destinazione dei fondi raccolti per il terremoto del 2009.
Alcune promesse – ha sottolineato Cialente – sono state mantenute: è il caso, ad esempio, della Russia, che ha finanziato la ricostruzione del palazzo Ardinghelli e di un altro edificio per un importo di sei milioni di euri, del Kazakistan, che ha subito inviato il suo ambasciatore con un contributo di un milione e settecentomila euri, del Giappone, intervenuto generosamente per costruire l’Auditorium e ora impegnato anche per il Palazzetto dello Sport.
Cialente ha voluto evidenziare che non un centesimo, invece, è arrivato da Stati Uniti e Gran Bretagna.
“Con Obama (recatosi a L’Aquila dopo il cataclisma e ripreso fra le macerie da tutte le televisioni, ndr) parlai cinque minuti, mi assicurò che avrebbe pensato alle università, ai giovani studenti – ha spiegato il primo cittadino della capitale abruzzese – Non hanno fatto niente, alla conta finale i soldi non sono mai arrivati”. Nemmeno i quattro milioni e mezzo di dollari esplicitamente promessi dal Presidente americano per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Paganica.
Quanto alla Gran Bretagna, per la verità, non si può nemmeno parlare di impegni non mantenuti:
“Il governo britannico – ha chiarito Cialente – non si è mai impegnato alla destinazione di fondi pubblici per la ricostruzione dell’Aquila”.
Aldo Braccio

Fonte

La fine di quella cooperazione, un fatto gravissimo

Dalla rubrica “Diario Strategico”, riportiamo integralmente l’articolo del generale Fabio Mini – apparso su la Repubblica di sabato 23 agosto – sulla fine della cooperazione fra la Russia e la NATO.

“La decisione della Russia di interrompere la cooperazione con la NATO è un evento gravissimo. Nell’ambito dell’Alleanza Atlantica soltanto il nostro ministero degli Esteri sembra aver colto la dimensione del dramma e giustamente auspica una riflessione russa. Tutti gli altri e soprattutto quei Paesi come la Polonia e le repubbliche baltiche ormai designati dagli USA a rompere la NATO e l’Europa dall’interno, sono rimasti alla dimensione della commedia. Stati Uniti e NATO sono riusciti a convincere l’Occidente che la Russia ha aggredito la Georgia, che la sua azione militare è stata sproporzionata e che la Georgia deve mantenere la sua integrità territoriale nonostante le spinte separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. Tutti sembrano aver dimenticato i fatti dell’8 agosto, i cannoneggiamenti georgiani di edifici civili, le loro colonne di corazzati addestrati da americani, ucraini ed israeliani, le migliaia di vittime e gli attacchi alle forze russe che comunque presidiavano legalmente l’Ossezia del Sud. La Georgia ora passa per aver condotto un’azione legittima su una parte del suo territorio.
Quando Milosevic fece la stessa cosa in Kosovo fu identificato come criminale di guerra. Molti nella NATO dimenticano che quando la Serbia volle ribadire la propria sovranità fu bombardata per 78 giorni, poi il Kosovo le fu sottratto per 9 anni ed infine venne dichiarato indipendente. Nella vicenda georgiana la Russia ha commesso molti errori, speculari alle azioni che l’Occidente va conducendo da anni con l’etichetta della legalità. E oggi è ritenuto deprecabile che la Russia ripensi alla cooperazione con la NATO quando da essa riceve solo cattivi esempi, ultimatum ed insulti, specie all’intelligenza. Il dramma si consuma perché quella parvenza di cooperazione che la NATO aveva instaurato con la Russia negli ultimi dieci anni era l’unica cosa seria che avesse resistito alla paranoia neocon. Da oggi si dovranno rivedere i programmi di studio, gli scambi culturali, le riunioni congiunte, ma anche la limitazione degli armamenti e la stessa definizione del terrorismo. Si ripristineranno le sfere d’influenza non tanto in funzione di un mutato rapporto di forze, ma di un crollato rapporto di fiducia. I piani pacifici di allargamento della NATO e le operazioni in Afghanistan sono compromessi. Il ruolo in Medio Oriente e nei riguardi dell’Iran diventa velleitario. Al vertice di Bucarest la Russia aveva autorizzato il transito dei carburanti e viveri destinati alle truppe NATO in Afghanistan per i corridoi della Russia, del Kazakhistan e dell’Uzbekistan molto più sicuri di quelli pakistani normalmente usati e regolarmente attaccati dai taliban o dai predoni. Forse anche questo accordo simbolico salterà e sarà il fallimento politico e strategico di quella NATO che per il suo futuro aveva sognato un ruolo di stabilizzazione globale.”

(Grassetto nostro)

Quello scudo spaziale a forma di lancia

Gli Stati Uniti hanno deciso di installare dieci missili intercettori in Polonia ed un radar nella Repubblica Ceca come primi elementi di uno scudo spaziale per difendersi da attacchi dei cosidd etti “Stati canaglia”. L’accordo è stato fatto direttamente con i due Paesi senza coinvolgere la NATO né, tanto meno, l’Unione Europea.
Le proteste delle popolazioni ceca e polacca non sembrano fermare il progetto, e nemmeno le forti proteste russe. E se l’obiettivo di questi missili non fossero in effetti i missili iraniani ma quelli russi, potrebbero dieci missili contrastare le migliaia di testate atomiche russe? Gli ex generali intervistati formulano un’altra spiegazione: “Questi missili polacchi – dice Vladimir Dvorkin, ex Generale Maggiore – sono programmati per colpire apparati spaziali lanciati dal Kazakhistan o da altri cosmodromi. Non fa differenza da dove sono lanciati perché li possono colpire sulle orbite basse e medie”.
Secondo i militari russi, i missili dislocati in Polonia potrebbero appunto servire a distruggere i satelliti, sia russi e cinesi, che verranno lanciati nello spazio con finalità strategiche. In conformità alla politica spaziale dell’amministrazione Bush che non permette ad altri paesi, al di fuori degli Stati Uniti, l’uso strategico dello spazio.

Il collegamento al video è alla seguente pagina:
http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/17052007_scudospaziale/

A Bucarest ha vinto il perdente

 

Secondo alcuni commentatori, in particolare russi, Mosca avrebbe “perso” il vertice NATO di Bucarest. In effetti, la delegazione statunitense non ha concesso nulla alla Russia. L’ingresso di Georgia ed Ucraina nel processo di adesione alla NATO (Membership Action Plan) è stato solo rinviato, al prossimo dicembre, mentre il successo più evidente della diplomazia a stelle e strisce parrebbe consistere nell’aver convinto gli altri Paesi membri della NATO a costituire un sistema di raccordo con lo scudo antimissile che gli Stati Uniti vogliono installare in Polonia e Repubblica Ceca, estendendo la protezione di tale strumento a tutto il territorio NATO, anche quello che l’originale progetto statunitense avrebbe lasciato scoperto. I risultati del relativo studio di fattibilità dovrebbero essere presentati al prossimo vertice in programma nell’aprile 2009, che celebrerà anche il sessantesimo della nascita dell’Alleanza Atlantica.
La Russia, attraverso le parole del ministro degli esteri Sergej Lavrov, rimane convinta del fatto che la NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella altrui e si è detta pronta ad affrontare vari scenari promettendo una risposta “pragmatica” (neanche tanto velata allusione al sostegno di un’eventuale dichiarazione d’indipendenza dalla Georgia delle repubbliche secessioniste di Abkhazia ed Ossezia del Sud).
Dato però l’evidente scontento della parte russa, è stato lo stesso presidente Putin – al suo ultimo discorso importante prima di cedere il testimone al neoeletto Medvedev – a voler fare qualcosa per controbilanciare la situazione, avanzando alcune concrete proposte sulle future relazioni fra i due interlocutori. Il senso di tutto questo è probabilmente da cercare sui monti impervi del lontano Afghanistan, dove la NATO – a detta di tanti (fra cui Paddy Ashdown, ex-leader del Partito Liberal Democratico britannico e già rappresentante dell’Unione Europa in Bosnia) – è ad un passo dal perdere il controllo della situazione.
La Russia, come avevamo anticipato alcuni giorni fà, ha gettato una corda alla quale l’Alleanza Atlantica si è aggrappata fingendo di non accorgersi di nulla: si tratta dell’accordo che autorizza il transito attraverso il territorio della stessa Russia (e di Kazakhistan ed Uzbekistan) di approvvigionamenti alimentari e di “alcuni tipi di equipaggiamento militare non letale” diretti ai contingenti ISAF in Afghanistan. Il fatto che la Russia si sia mossa in sintonia con e per conto degli altri Paesi membri della Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (OTSC, che comprende anche Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e Tagikistan) ha implicazioni rilevanti, non soltanto relative a ragioni geografiche. Lavrov a tal proposito ha dichiarato: “Se fingiamo di offenderci e blocchiamo il transito, (…) l’unico risultato sarà che in assenza di un fattore limitante tutti questi trafficanti di droga e terroristi si sentiranno più liberi di agire in Asia Centrale ed in Russia”.
Ma c’è anche di più. L’ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov, ha sottolineato che più a lungo la NATO rimarrà in Afghanistan, peggio sarà per essa. E che la Russia non la lascerà uscire finché non avrà risolto i problemi che ha creato, fra cui la crescita incontrollata del traffico di droga. Vale a dire che la Russia fornirà tutto il supporto logistico necessario alla NATO perché essa possa svenarsi in Afghanistan.
Premesso che è ancora tutta da verificare la propensione del nuovo governo pakistano ad essere un alleato fedele nella “Guerra al Terrore”, l’accordo sul transito fornisce alla Russia un ruolo nelle operazioni NATO che è destinato a diventare vitale qualora il passaggio attraverso il Pakistan – nella misura in cui si svolge oggi, più del 70% del totale – divenga insostenibile. Segnali in tal senso giungono dalle ultime azioni dei Talebani, giunti ormai a prendere di mira la postazione di Torkham sul confine tra Afghanistan e Pakistan, principale punto di ingresso per i rifornimenti alle forze NATO, dove il 20 marzo u.s. sono state fatte esplodere quaranta autocisterne di carburante. Da ultimo ma non ultimo vi è l’aspetto economico, un vero e proprio salasso per le sempre più sconnesse finanze statunitensi (100 milioni di dollari al giorno ovverosia 36 miliardi l’anno, 127 già spesi dal 2001 a questa parte).
Se sono rose, fioriranno.