“Per osservazione, non per bombardamento”

Ne avevamo parlato qua, spiegando come il Panavia Tornado IDS in tutta la sua lunga vita operativa non abbia mai svolto una sola missione di “perlustrazione”.
Ora è diventato realtà.
 

Palidoro (Roma), 23 settembre – Saranno operativi entro la metà di ottobre i 4 aerei Tornado che l’Italia ha messo a disposizione della NATO per le operazioni di ricognizione in Afghanistan. Lo ha confermato il Capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini, a margine della cerimonia dedicata a Salvo D’Acquisto. Gli aerei faranno un volo senza scali dall’Italia fino all’Afghanistan facendo numerosi rifornimenti in volo. Saranno inoltre dotati di un particolare ‘pod’ che consentirà agli aerei di trasmettere le immagini riprese dalle telecamere direttamente a terra senza bisogno di rientrare in aeroporto per guardare le riprese. La missione dei Tornado per tre mesi costerà 13 milioni di euro.
(AGI)

Roma, 23 settembre – L’Italia invia in Afghanistan 4 aerei Tornado “per osservazione, non per bombardamento”. Lo rende noto il ministro della Difesa La Russa. “Finora questo lavoro – aggiunge La Russa – è stato svolto solo dai Tornado tedeschi. Ora ci saranno anche i Tornado italiani”.
(AGI)

Che Tornado quel ministro!

La visita di Bush a Roma un primo risultato l’ha ottenuto. Ce lo ha fatto sapere l’Ansa con un stringatissimo comunicato uscito il 18 giugno alle ore 18.30: “Kabul. Tornado allo studio del governo”.
La faccenda dei cacciabombardieri Panavia Tornado sarà affrontata dallo stesso Berlusconi con il Segretario Generale della NATO De Sheffer entro il mese corrente, con un esito largamente scontato date le pregresse e pressanti richieste piovute a Roma da Bruxelles di aumentare il numero degli scarponi sul terreno del contingente italiano in Afghanistan e le sue dotazioni “militari” fin dall’aprile 2008.
Una tabella sulla “par condicio” in leccaculismo tra PDL e PD obbliga a ricordare che la troika Prodi – D’Alema – Parisi dal maggio 2006 al marzo 2008 ha fatto lievitare l’impegno dell’Italia in Afghanistan da 1.526 a 2.853 militari dotando, tra l’altro, il cosiddetto P.R.T di Herat di nuovi strumenti di sorveglianza, di attacco aereo e terrestre come UAV Predator, elicotteri A 129 Mangusta e corazzati Dardo con cannoni a tiro rapido da 25 mm. Seguendo una strategia di annunci, con tutta evidenza concordati tra Quartier Generale della NATO e la Repubblica Italiana delle Banane, a distanza di meno di 12 ore il Ministro della Difesa La Russa è andato un po’ più in là del suo collega della Farnesina Frattini precisando che “se dagli Alleati arriverà una richiesta (ma guarda un po’ che capacità di preveggenza!) si potrebbe inviare a Kabul 4-5 Tornado che in ogni caso (ecco la solita, ributtante ipocrisia!) avrebbero compiti di perlustrazione e mai di bombardamento”.
Una proprietà di linguaggio quella messa fin qui messa in evidenza dal Titolare di Via XX Settembre che non può non lasciare di sasso. Perlustrazione è un termine adatto ad indicare personale militare da impiegare in pattuglia a piedi o su mezzi di trasporto scoperti o protetti, ruotati o cingolati in territorio “amico” o “nemico”. A La Russa è evidentemente molto più familiare il lessico che gira nei salotti e nei clubs esclusivi di Milano, dove si incontra “tanta bella gente”… Ma torniamo a bomba.
Il Panavia Tornado IDS è un sofisticato aereo da attacco al suolo a lungo raggio, capace di imbarcare anche GBU 24 a guida laser “Paveway” con una testata di guerra di 1.066 Kg, che in tutta la sua lunga vita operativa non ha mai svolto una sola missione di “perlustrazione” essendo completamente inadatto allo scopo. Le Caste ed i Palazzi del Potere l’hanno usato, su input di D’Alema, nel 1999 su Serbia e Kosovo e, con effetti di ritorno di immagine devastanti, sugli aeroporti dell’Irak nel 1991. L’allora maggiore pilota Bellini ed il capitano navigatore Cocciolone furono abbattuti da un missile Crotale in fase di avvicinamento all’obbiettivo che prevedeva uno “strike” con bombe a caduta libera Mk 82 -83 sulle piste di volo. Un attacco programmato a “sciame” con altri Tornado IDS di Sua Maestà Britannica dopo il primo passaggio di “bombing” effettuato da F-117, F-16 e F-15 statunitensi quando le difese contraeree erano ormai in pieno allarme. Mentre gli “yankee” per il fattore sorpresa se la cavarono alla grande senza abbattimento, i cacciabombardieri di Gran Bretagna ed Italia andarono incontro a perdite rovinose.
Le immagini della cattura dell’equipaggio “made in Italy ” e le loro dichiarazioni di pentimento vennero diffuse dalle Televisioni di tutto il mondo. Bellini, psicologicamente meno fragile e ben più avveduto del Cocciolone, si limitò a fare il canarino negli uffici della Guardia Repubblicana.
L’ex capitano navigatore del Panavia Tornado IDS è tornato in Afghanistan da tenente colonnello alla guida della missione Aquila nel 2006 e nel 2007 da “ispettore” dell’Aeronautica Militare Italiana. Per farci cosa? L’organizzatore logistico per conto di un CSM dell’Aeronautica con tante brutte storie alle spalle e con pessime frequentazioni sulle coste del Mediterraneo Centrale. Semplici coincidenze? Tutt’altro.
Che lasciano aperto uno scenario da “guerra totale” nella Regione del Golfo Persico e del Medio Oriente. Il mefisto di Via della Scrofa ha precisato inoltre che “se gli italiani utilizzano per la copertura delle missioni cacciabombardieri della Gran Bretagna e della Germania non sarebbe irragionevole fare altrettanto con mezzi nostri (cioè del contribuente – ndr)”. Quello di La Russa potrebbe sembrare un tentativo maldestro di recupero di dignità “nazionale” per ritagliarsi qualche spazio di credibilità tra i grintosi e, ancora una volta, perdentissimi Alleati; in realtà non è nient’altro che un “servizietto” da lacchè alle guerre infinite dei massacratori planetari.
La Russa aggiornerà il comunicato del giorno precedente con una nota rilasciata all’AGI dove “perlustrazioni” diventa “copertura missioni”, per nascondere ad un’opinione pubblica trasversalmente e massicciamente schierata contro le “operazioni di pace” del Bel Paese – che costano miliardi di dollari ogni anno – l’appoggio strategico che i Tornado IDS porteranno sul campo di battaglia per la distruzione dei “target” da inserire, via via, nella lista di Enduring Freedom. Se poi tra qualche morto di fame ma dignitosissimo ribelle pashtun che imbraccia l’AK 47 ci saranno bambini, donne e anziani, la cosa non avrà molta risonanza. Le voci del massacro non andranno al là di qualche decina di chilometri .
In Afghanistan i cacciabombardieri d’attacco in forza a ISAF ed Enduring Freedom sono oltre 70. Con il contributo dell’Italietta il conto, per ora, arriverebbe a 74-75. Un po’ troppi e un po’ troppo sofisticati per dare la caccia ai Waziri o ai Beluchi che si infiltrano, in primavera ed in estate, dal confine pakistano a Kabul ed a Kandahar per raggiungere poi il sud-ovest del Paese delle Montagne.

Pentiti, incazzati e speranzosi a Vicenza

Pentiti.
Claudio Cicero, esponente della maggioranza durante la giunta Hullweck, ora consigliere comunale dell’opposizione, il quale ha inviato un conciso telegramma al ministro della Difesa Ignazio La Russa per denunciare “le cose turche” che stanno avvenendo presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Cicero non ci sta alla chiusura dello scalo berico e si scaglia in primo luogo contro il Commissario governativo Paolo Costa, “che ha fatto chiudere l’aeroporto e chissà per conto di chi ha agito”. Ultima fra le “maialate”, l’asportazione del monumento dedicato ad Arturo Ferrarin, gloria dell’aviazione italiana, protagonista del raid Roma-Tokio nel 1920, personaggio-simbolo della città.
Cicero annuncia di essere addirittura disposto a schierarsi contro la costruzione della base statunitense, qualificando ciò che sta succedendo a Vicenza come un fatto gravissimo e vergognoso: un ordine del giorno approvato dall’amministrazione comunale il 26 ottobre 2006 ancora in vigore e che non è stato mai rispettato. Testuali parole: “Si rischia di consegnare l’area agli americani senza alcuna condizione rispettata. Nessuno dei patti chiesti è stato portato a buon fine. (…) Se questo è lo stato delle cose, allora sarò io per primo a diventare uno dei più duri oppositori della base USA”.
Incazzati.
Statunitensi a cui, a rigore, le chiavi dell’aeroporto Dal Molin – ormai sgomberato dall’Aeronautica Militare Italiana e chiuso al traffico civile – dovrebbero essere consegnate il prossimo 1 luglio. Lo scorso 15 giugno giunge però al Gazzettino una lettera di un dipendente dell’Aeronautica Militare il quale denuncia che non è vero che gli americani entreranno al Dal Molin solo dopo la costruzione della nuova base, anzi ormai vanno e vengono tutti i giorni come se di fatto ne fossero già i padroni. Dopo il 1 luglio, poi, entreranno nelle palazzine già dell’Aeronautica ed in particolare in quelle ancora per poco occupate dal 27° Genio campale. Lo sfogo prosegue ricordando le dichiarazioni del Commissario Costa che gli statunitensi avrebbero regalato la bonifica dei terreni sia sul lato ovest, quello che dovrebbe ospitare la base, che su quello est, che dovrebbe essere vincolato a parco. Ebbene, il contratto di bonifica sarebbe già stato ridotto alla sola parte ovest: qui sono a rischio il museo dell’Aeronautica, smembrato ed oggi giacente a pezzi in uno degli hangar, ed i quasi mille alberi di alto fusto lì presenti. Ciliegina sulla torta la cosiddetta rototraslazione della pista promessa da Costa, definita come “impossibile pena la riduzione drastica della lunghezza della pista e di conseguenza della sua funzionalità”.
Speranzosi.
Mentre dagli Stati Uniti giungono notizie di stanziamenti per il completamento-rinnovamento di infrastrutture militari a Vicenza, richiesti nell’ordine di oltre 100 milioni di dollari per il 2009, – quindi aggiuntivi all’appalto per la Dal Molin – il neosindaco Achille Variati ha messo a punto il testo della delibera che sarà portata in Consiglio comunale il prossimo 26 giugno, propedeutica ad una consultazione popolare da tenersi in autunno, probabilmente il 5 ottobre. I vicentini saranno interrogati se siano o meno favorevoli all’avvio di un procedimento di acquisizione al patrimonio comunale dell’area aeroportuale Dal Molin, da destinare ad usi di interesse collettivo. Un eventuale esito positivo prevede la partecipazione di non meno di 35.000 elettori, la metà più uno dei votanti alle recenti elezioni comunali. Una volta approvata, la delibera sarà trasmessa al Governo, alla Regione Veneto ed all’ambasciatore statunitense, con la richiesta di sospendere i lavori per la costruzione della nuova base – attualmente concentrati sulla bonifica dei terreni – fino all’espletamento della consultazione.
Variati è stato però anticipato dal TAR Veneto, che lo scorso 20 giugno ha reso note le motivazioni che lo hanno spinto ad accogliere il ricorso presentato dall’associazione dei consumatori Codacons per la sospensione dei lavori alla Dal Molin. I magistrati amministrativi affermano che nessuna traccia documentale di supporto e’ stata riscontrata sull’”atto di consenso prestato dal Governo italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali’. ”Tale atto di consenso, che pertanto risulta espresso soltanto oralmente – sottolineano i giudici – appare estraneo ad ogni regola inerente all’attività amministrativa e assolutamente extra ordinem, tale da non essere assolutamente compatibile con l’importanza della materia trattata e con i principi tradizionali del diritto amministrativo e delle norme sul procedimento, in base ai quali ogni determinazione deve essere emanata con atto formale e comunque per iscritto”.
Il TAR rileva poi che l’assenso del Governo italiano “risulta essere stato formulato, del tutto impropriamente, da un dirigente del Ministero della Difesa, al di fuori di qualsiasi possibile imputazione di competenze e di responsabilità ad esso ascrivibili in relazione all’altissimo rilievo della materia”.
“Rilevato altresì che è stata contestualmente autorizzata la pubblicazione del bando di gara (…) senza che consti il rispetto delle normative europee ed italiane in materia di procedure ad evidenza pubblica per la assegnazione di commesse pubbliche”, il TAR ha ritenuto di “sospendere l’efficacia dei provvedimenti impugnati, inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento e ciò sotto il controllo degli organi del Comune di Vicenza competenti in materia di edilizia ed urbanistica”.

Il testo completo della sentenza è qui.

Più USA a Sigonella

L’Italia ha candidato ufficialmente la base siciliana di Sigonella per ospitare il primo sistema integrato NATO per la sorveglianza del territorio dei 26 Stati membri (AGS), che si avvarrà di radar e velivoli, sia con che senza piloti (droni). Lo ha fatto ieri durante la ministeriale Difesa dell’Alleanza a Bruxelles. Il ministro La Russa ha detto di avere sollecitato il sostegno degli americani nel corso di un incontro con il segretario USA alla Difesa Robert Gates. Questi, da parte sua, ha ringraziato l’Italia per la decisione di rivedere i caveat che limitano l’uso delle truppe in Afghanistan, definendola «un grande passo». Per ospitare il quartiere generale delle attività di AGS sono in lizza anche Germania, Spagna, Turchia e Polonia, ma la scelta finale dovrebbe essere tra Sigonella e una località tedesca. «Abbiamo sottolineato che, rispetto ad altre candidature, Sigonella si presta sia come luogo, sia come efficienza, sia come costi ridotti», ha affermato La Russa.
(IL MANIFESTO)

Attenti a quei due

In un articolo apparso su La Repubblica lo scorso 27 maggio, il generale Fabio Mini commenta le novità che i neoministri degli Esteri Frattini e della Difesa La Russa vorrebbero introdurre sull’impiego del contingente italiano in Afghanistan.

Entrambi (…) invocano la flessibilità cercando di dimostrare che essa non comporta né cambiamenti, né maggiori rischi. Sbagliato. Tradotta in termini militari la flessibilità a cui fanno riferimento comporta invece più rischi, una gamma di operazioni più ampia, forze più mobili, più versatili e più integrabili in contesti multinazionali. In soldoni, più carri armati, missili, elicotteri, aerei, intelligence, più combattenti e barelle.
Il ministro La Russa ritiene di poter ottenere maggiore flessibilità incidendo sul fattore tempo. Secondo lui essere più flessibili significa non avere 76 ore di tempo per rispondere alle richieste Nato ma soltanto sei. Operativamente sei ore sono una eternità identica alle 76. In realtà non servono più di sei minuti per dare una risposta politica ad una richiesta militare della Nato. E se l’intervento è necessario e urgente, il caveat non si applica. Dal punto di vista operativo, il caveat temporale (massimo e non minimo) serve perciò da alibi per l’indecisione. Dal punto di vista politico serviva invece ad un governo diviso e traballante a prevenire e vagliare le richieste, a decantarle e a frenare le pulsioni omicide o le frustrazioni di gente che non faceva differenza nell’ammazzare dei civili o dei terroristi.
Quel tempo era una prova di profonda sfiducia nelle regole, nella politica e nella strategia dei maggiori alleati che, mescolando la missione di assistenza con la guerra di Enduring Freedom, le avevano rese inefficaci e inutilmente vessatorie nei riguardi del popolo afgano. Nulla è cambiato nell’atteggiamento, nelle strategie o nei risultati dei nostri alleati perché questa sfiducia possa essere rimossa. Semmai, proprio perché tira un vento di allineamento acritico, il tempo di decantazione e riflessione è più necessario che mai.
Il ministro Frattini insiste sull’aspetto geografico della flessibilità: bisogna rimuovere i limiti ai nostri interventi in aree diverse da quelle assegnate. Anche questo è un caveat teorico che non ha mai impedito ai nostri di fare il loro dovere e più del loro dovere. È un caveat che tutte le nazioni hanno e che i cosiddetti alleati maggiori impongono in maniera feroce. Cattiveria, miopia? No, è una questione di autonomia di comando e controllo. La flessibilità geografica e l’allineamento di Frattini possono includere operazioni che destabilizzano gli equilibri locali che altri hanno faticosamente costruito, e comunque comportano l’impiego delle nostre truppe in settori distanti, diversi, sotto comando altrui, in situazioni provocate o subite da altri. Significa dare uomini per operazioni non chiare e per scopi diversi dalla lotta al terrorismo o dalla ricostruzione. La flessibilità geografica comporta quindi una preparazione diversa, mezzi diversi, regole d’ingaggio diverse, responsabilità e rischi diversi. Significa fare quello che vogliono gli altri alle dirette dipendenze degli altri.
Non è esattamente una evoluzione. È vero che la guerra è guerra, ma allora bisogna ribattezzare la missione e prendere atto che la rimozione dei caveat non ci consegna più libertà, efficienza e conoscenza, ma solo più subalternità e maggiore corresponsabilità negli errori o nelle velleità altrui
”.

Tutto ciò avviene mentre sul terreno è in atto un tentativo di resuscitare la filosofia del cosiddetto gruppo “Sei più Due” – i sei Paesi confinanti con l’Afghanistan: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Cina e Pakistan più Russia e Stati Uniti – che nel 1997 aveva provato, inutilmente, di far dialogare l’Alleanza del Nord con i Talebani.
Suscitando reazioni gelide da parte di Washington, russi e cinesi hanno attivato i loro referenti dell’ex Alleanza del Nord – oggi nota come Fronte Nazionale Unito, partito di opposizione al sempre più debole governo Karzai – i quali negli ultimi mesi si sono ripetutamente incontrati con esponenti talebani di alto livello al fine di avviare negoziati per una riconciliazione nazionale.