Inside Job

Suddiviso in cinque capitoli, il documentario Inside Job esamina la crisi globale del 2008 di cui tutt’ora si pagano le conseguenze, di quello che qualcuno ha definito “tsunami” economico, contestualizzando con precisione la situazione, facendo un passo indietro, mostrando i come e i perché si sia arrivati impreparati a quei drammatici giorni, incapaci di porre rimedio a un meccanismo che, una volta inceppato, ha travolto in maniera inarrestabile l’economia mondiale, causando una recessione senza precedenti.
Avvalendosi di economisti, giornalisti, docenti, alternando interviste e dichiarazioni di banchieri, esponenti politici a materiali d’archivio, il film con un ritmo implacabile – risalendo fino agli anni Ottanta e individuando nella deregolamentazione finanziaria, voluta dall’amministrazione di Ronald Reagan, l’origine del tutto – formula il proprio j’accuse con grande maestria, conducendo lo spettatore in un viaggio all’interno del mondo finanziario statunitense. Ne emerge un ritratto allarmante, un’inquietante relazione tra esponenti del mondo economico e della sfera politica, sia a destra che a sinistra, di ieri e di oggi.
Inside Job – espressione inglese per indicare che chi ha commesso il crimine ha le mani in pasta –  mostrando e “spiegando” quel che è accaduto, rende facilmente comprensibili termini quali cartolarizzazione, strumenti derivati, prestiti predatori.
Charles Ferguson, autore del documentario, laureato a Berkeley in matematica, mostra di conoscere bene la materia di cui parla, costruendo un film teso come un thriller, dal ritmo impeccabile e dalla struttura classica.
Inside Job è risultato vincitore del premio Oscar 2011 per la categoria documentari.

Il vero problema è Wall Street

Follow the money: dietro la crisi del debito in Europa si nasconde un altro gigantesco bailout di Wall Street

Oggi (4 Ottobre u.s. – ndr) Ben Bernanke si è aggiunto alle voci di coloro che si dicono preoccupati per la crisi del debito in Europa. Ma perché esattamente l’America dovrebbe essere così preoccupata? Sì, noi esportiamo verso l’Europa – ma queste esportazioni non si esauriranno. E in ogni caso, sono piccole rispetto alle dimensioni dell’economia statunitense.
Se si vuol capire la vera ragione, bisogna “seguire il denaro”. Un default greco (o irlandese o spagnolo o italiano o portoghese) avrebbe circa lo stesso effetto sul nostro sistema finanziario, dell’implosione di Lehman Brothers nel 2008.
Caos finanziario.
Gli investitori ne hanno già sentore. Le borse lunedì sono crollate ai minimi da 13 mesi a questa parte, in quanto gli investitori hanno venduto i titoli bancari di Wall Street.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali Wall Street ha prestato solo circa $ 7 miliardi alla Grecia, a partire dalla fine dello scorso anno. Questo non è un grosso problema.
Ma un default della Grecia o di qualsiasi altro Paese d’Europa gravato da debito potrebbe facilmente mandare a gambe all’aria le banche tedesche e francesi, che hanno prestato alla Grecia (e agli altri Paesi Europei traballanti) molto di più.
Ecco dove entra in gioco Wall Street. Le grandi banche di Wall Street hanno prestato una montagna di soldi alle banche tedesche e francesi.
L’esposizione totale di Wall Street verso l’insieme della zona euro ammonta a circa 2.700 miliardi di dollari. La sua esposizione verso Francia e Germania ammonta a quasi la metà del totale.
E non sono solo i prestiti di Wall Street alle banche tedesche e francesi ad essere preoccupanti. Wall Street ha anche assicurato o scommesso su tutti i tipi di derivati ​​provenienti dall’Europa – sull’energia, le valute, i tassi di interesse e gli swaps in valuta. Se va giù una banca tedesca o francese, gli effetti a catena sono incalcolabili.
Capito? Seguite i soldi: Se la Grecia va giù, gli investitori cominciano a fuggire anche da Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo. Tutto questo fa vacillare le grandi banche francesi e tedesche. Se una di queste banche crolla, o mostra segni di forte tensione, Wall Street è in guai grossi. Forse ancora più grossi di quanto non fossero dopo il crollo di Lehman Brothers.
Ecco perché le azioni della maggiori banche statunitensi sono in calo dal mese scorso. Morgan Stanley lunedì ha chiuso al suo livello più basso dal dicembre 2008 – e il costo per assicurare il debito di Morgan è salito a livelli mai visti dal Novembre 2008.
Si dice che Morgan potrebbe perdere fino a 30 miliardi di dollari se alcune banche francesi e tedesche fallissero. (Questo dal Federal Financial Institutions Examination Council, che tiene traccia di tutte le esposizioni transfrontaliere delle principali banche.)
30 miliardi di dollari sono circa 2 miliardi in più del patrimonio che Morgan possiede (in termini di capitalizzazione di mercato).
Ma Morgan dice che la sua esposizione alle banche francesi è pari a zero. Allora perché questa discrepanza? Morgan ha probabilmente stipulato un’assicurazione sui suoi prestiti alle banche europee, come anche ha delle garanzie da parte loro. Così Morgan si considera come se non fosse esposta.
Ma qualcuno ricorda qualcosa come AIG? Era il gigante delle assicurazioni, che è fallito quando Wall Street ha iniziato a crollare. Wall Street pensava di aver assicurato le sue scommesse con AIG. Sbagliato, AIG non poteva pagare.
Non siamo già passati da qui?
I Repubblicani e i dirigenti di Wall Street che continuano a martellare contro la Dodd-Frank hanno torto marcio. Il fatto che nessuno sembra essere al corrente dell’esposizione di Morgan sulle banche europee o sui derivati – o della maggior parte degli altri giganti bancari di Wall Street – mostra che la Dodd-Frank non è andata abbastanza lontano.
I regolatori ancora non sanno cosa sta succedendo a Wall Street. Non hanno un’idea chiara sull’esposizione in derivati dei giganti americani delle istituzioni finanziarie.
È per questo che i funzionari di Washington sono terrorizzati – ed è per questo che il Segretario al Tesoro Tim Geithner continua a pregare i funzionari europei di salvare la Grecia e gli altri Paesi europei fortemente indebitati.
Diversi mesi fa, quando la crisi del debito europeo ha cominciato a diventare evidente, le banche di Wall Street hanno detto di non preoccuparsi. Avevano poca o nessuna esposizione ai problemi dell’Europa. La Federal Reserve ha detto la stessa cosa. Nel mese di luglio, Ben Bernanke ha rassicurato il Congresso che l’esposizione delle banche degli Stati Uniti verso le nazioni europee in crisi era “molto piccola”.
Ora ascoltiamo un’altra musica.
Non vi sbagliate. Gli Stati Uniti vogliono che l’Europa salvi i suoi membri fortemente indebitati, in modo che possano ripagare quello che devono alle grandi banche europee. In caso contrario, le banche potrebbero implodere – trascinando con sè Wall Street.
Ironia vuole che alcune delle nazioni europee indebitate (l’Irlanda è l’esempio migliore) siano sprofondate nel debito per salvare le loro banche dalla crisi iniziata a Wall Street.
Il cerchio è chiuso.
In altre parole, il vero problema non è la Grecia. E nemmeno l’Irlanda, l’Italia, il Portogallo o la Spagna. Il vero problema è il sistema finanziario – centrato su Wall Street. E non l’abbiamo ancora risolto.
Robert Reich

Fonte: vocidallestero

[grassetti nostri]

Non è tempo di far poesie

Lasciamo perdere se e quanto queste valutazioni di Moody’s, Standard & Poors o Fitch Rating siano fondate (ne parleremo in altra occasione), quello che colpisce è che, ancora oggi, dopo i disastri combinati sulle banche americane (vi ricordare le “tre A” accordate alla Lehman Brothers sino all’antevigilia del fallimento?), esse continuano ad avere una influenza enorme sui mercati finanziari.
(…)
Il punto è che tutte tre le agenzie hanno base nei dintorni di Wall Street e non hanno rapporti casuali e sporadici con le maggiori banche di investimento americane, con la FED e con l’amministrazione USA. E qui si capisce la miopia delle classi dirigenti (sia politiche che economico-finanziarie) europee che non hanno neppure tentato di darsi strumenti di contrasto, accettando supinamente il monopolio USA in materia. Oggi arriva il conto. Solo ora, dopo che tutte le vacche sono scappate, si cerca di chiudere la stalla e la BCE pensa di avocare a sè il servizio di rating sul debito degli stati dell’Unione. Bisognava davvero aspettare il 2010 per farlo?
Non sappiamo come si uscirà da questa crisi e quali saranno i prezzi che l’Europa dovrà pagare al piatto servilismo delle sue classi dirigenti verso gli USA, ma è sicuro che sarà necessario cambiare registro.
Gli USA hanno una capacità di analisi, di intervento e di influenza dell’opinione pubblica semplicemente incomparabili con quelli dell’Europa: siamo allo scontro fra la cavalleria polacca con i carri armati della Wermacht. La politica europea è restata enormemente indietro in particolare sul piano delle capacità di analisi strategica: dobbiamo entrare nell’ordine di idee per cui non solo le banche centrali, i governi, i servizi di informazione e sicurezza, le maggiori aziende devono darsi centri di osservazione ed analisi in grado di competere con quelli americani, ma anche i partiti politici, i sindacati, gli enti locali ecc. devono iniziare a ragionare in termini di analisi strategica e dotarsi di strutture adeguate, nei limiti delle loro disponibilità. Il tempo della “politica spettacolo” (che, ormai, è diventata la “politica avanspettacolo”) è finito, a meno di non accettare l’idea di essere rapidamente ridotti alla più completa marginalità.
Non è tempo di far poesie sulla passione e le emozioni, è il momento del linguaggio arido delle cifre e delle deduzioni logiche. Il resto è ciarpame.

Da La guerra del rating: urge attrezzarsi, di Aldo Giannuli.