Populisti, ancora uno sforzo!


L’ondata populista che attualmente imperversa sull’Europa presenta due caratteristiche principali. La prima è che si tratta innanzitutto di una forza negativa. Benché titolari del potere costituente, oggi i popoli fanno uso soltanto del loro potere destituente: il populismo è soprattutto un “dimissionismo”. Ne sono vittime i grandi partiti tradizionali, che affondano uno dopo l’altro per essere rimpiazzati da nuove formazioni. Questi vecchi partiti erano i vettori della contrapposizione destra-sinistra, mentre quelli nuovi si posizionano sulla base di altre contrapposizioni. È qui che il “momento populista” mostra di corrispondere anche ad un periodo di transizione.
L’altra caratteristica del populismo è che esso non reca intrinsecamente con sé alcun programma particolare. La ragione di ciò è che non esiste un’ideologia populista, ma solo uno stile populista, che può combinarsi con quasi tutte le ideologie. L’eventualità peggiore, da questo punto di vista, sarebbe che il risultato fosse una semplice combinazione di nazionalismo sciovinista, ritorno all’ordine morale e liberalismo economico. Si sarebbe tentati di suggerire ai populisti di dar prova di un po’ d’immaginazione. Facendo uno sforzo, per esempio, in almeno quattro domini differenti.
Populisti, per cominciare, ancora uno sforzo per non prendere posizione “contro l’Europa”! Quando la gente oggi parla dell’”Europa”, in genere vuol parlare dell’Unione Europea. Ora, il principale rimprovero che si può fare all’Unione Europea è di avere screditato ogni idea di costruzione europea. L’Europa è una cosa del tutto diversa. È al contempo una storia, uno spazio e una civiltà, che sono tra loro indissociabili (non esiste un’”Europa-mondo”: l’Europa non è l’Occidente). Tutti i Paesi europei appartengono a questa civiltà europea che è oggi globalmente minacciata. Di fronte a un’Unione Europea che è simultaneamente impotente e paralizzata, il ripiegamento nazionale non può essere altro che una strategia provvisoria. Le nazioni ormai detengono soltanto delle briciole di sovranità, le frontiere non sono più una barriera. Davanti alle minacce ed alle sfide planetarie, è più che mai importante ragionare in termini di “grandi spazi”, cioè anche in termini di civiltà.
Ancora uno sforzo, poi, per non trascurare l’ecologia! Come l’Unione Europea ha screditato l’Europa, così i “partiti verdi” hanno screditato l’ecologia, che tuttavia dovrebbe essere la prima delle preoccupazioni. Il rispetto per gli ecosistemi non è un lusso di radical-chic e gli scompensi climatici, con buona pace dei “climatoscettici”, non sono invenzioni della propaganda “mondialista”. Il mondo naturale non è un semplice scenario delle nostre esistenze, ma è una delle condizioni sistemiche della vita. La decisione di Donald Trump e di altri Bolsonari di ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima è perciò totalmente irresponsabile. Idem per tutte le decisioni che aggravano la situazione in nome delle esigenze del produttivismo e dello “sviluppo”. Logicamente l’ideologia dominante, la quale cerca di far scomparire tutto ciò che nell’uomo proviene dalla natura, attacca la natura stessa. La logica del profitto ha condotto all’esaurimento delle risorse naturali, alla trasformazione della Terra in un mercato-discarica. Una crescita materiale infinita è in realtà impossibile in uno spazio finito. Di qui la necessità di ristabilire quel rapporto di coappartenenza alla natura che è prevalso per secoli, finché non si è imposto un mondo-oggetto che potrebbe essere sottoposto al principio di ragione.
Ancora uno sforzo anche per non cedere alle sirene del liberalismo economico! I populismi fanno riferimento al popolo. Ora, nel sistema liberale i popoli semplicemente non esistono, perché esso vede nelle società e nelle comunità solo dei semplici aggregati di individui. Per i liberali, l’individuo si trova al primo posto, la società soltanto al secondo. D’altronde il liberalismo non ha niente da obiettare al mondialismo, perché esso cerca di sottomettere la politica all’economia, il che significa rifiutare ogni forma di sovranità, e perché esige la “libera circolazione delle persone, dei beni e dei capitali”. Fondando il suo individualismo e il suo economicismo su una concezione dell’uomo in cui l’uomo è visto come un essere desideroso soltanto di massimizzare il suo vantaggio materiale, il liberalismo rompe con ogni morale sostanziale. In un mondo in cui il supremo potere di decisione spetta ai mercati finanziari e la logica del capitale si fonda più che mai sulla soppressione di tutti i limiti, il liberalismo economico è diventato il nemico principale. I populisti farebbero bene a rendersene conto.
Ancora uno sforzo, infine, per adottare posizioni coerenti in materia di politica internazionale! Innanzitutto occorre prendere in considerazione le leggi della geopolitica. L’Europa è una potenza della Terra, ragion per cui essa privilegia tutto ciò che si riferisce ai territori, a cominciare dalla sfera del politico. Essa può solo opporsi alla potenza del Mare, la quale ignora le frontiere fisse e, come il commercio, conosce soltanto flussi e riflussi. Per questa ragione, gl’interessi europei non coincideranno mai con gl’interessi americani. La caduta del Muro di Berlino ha chiarito le cose: la Terra non si divide più tra l’impero dei Soviet e un preteso “mondo libero”. Come la contrapposizione sinistra-destra, anche quest’altra è diventata obsoleta. Ormai, da una parte c’è il mondo atlantista, dall’altra il mondo continentale europeo. Gli Stati Uniti si chiedono apertamente se possono strumentalizzare i populismi europei facendoli aderire all’asse Washington-Riyad-Tel Aviv, nella speranza di controbilanciare l’asse Mosca-Damasco-Teheran. È un allettamento evidente. Ma l’avvenire dell’Europa è dalla parte del Sole che sorge.
Alain de Benoist

Fonte

Le fanfare demagogiche dell’onestà

“Nella demagogia dei politici che via via in Italia si sono dichiarati contro la corruzione dei predecessori, il fenomeno della corruttela è sempre riferito ad un comportamento personale di natura immorale.
Non si prende mai in considerazione la felice didascalia della pellicola di Rosi [Le mani sulla città – n.d.c.]: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.».
I personaggi, ci dice Rosi, sono poco importanti: tanto che possono essere personaggi inventati. Ciò che conta è la realtà sociale ed ambientale che “produce” tali personaggi.
La corruzione, nell’ambito della concorrenza capitalistica, altro non è che una più veloce e fruttuosa via per far figliare il denaro. Chi scopre la via privilegiata della tangente, ha un vantaggio sugli avversari o comunque sulla contingenza economica: trova un porto sicuro ai capitali che deve investire, si assicura in un colpo solo un cospicuo e sicuro margine di impresa.
Il denaro che muove i rapporti di produzione capitalistica non ha esigenze morali: l’unica sua necessità, ce lo ricorda uno dei personaggi di Rosi, è quella di non stare fermo come una macchina in garage, deve muoversi e figliare come i cavalli.
La via corruttiva diventa non solo una comoda opportunità nei rapporti capitalistici, ma un modo d’operare consueto e ricercato, perché spesso è scevro di conseguenze. Per un capitalista e per il suo capitale, che spesso agisce e si muove al di là delle singole persone, è più rischioso ingaggiare lotte di classe con i produttori operai in una fabbrica, con le loro organizzazioni, che tentare la via dell’illecito. Spesso questa, in caso di scoperta, colpisce il capitalista di turno, ma non colpisce il capitale, oppure lo colpisce in minima parte, mentre il grosso dei profitti è già partito per altri sicuri lidi.
In tal modo, di corruzione non vive solo il trasgressore-corruttore, ma anche l’intero sistema capitalistico, nella quale la nostra vita economica e sociale è immersa.
Se si ha riguardo a statistiche che si riferiscono a fenomeni reali (indagine Istat del 2015-2016 sulla sicurezza), in Italia, il 7,9 % delle famiglie (nel Lazio, dato massimo, 18 famiglie su 100) hanno avuto a che fare con fenomeni corruttivi, richieste di denaro, favori, controprestazioni non dovute per un’attività dovuta.
Tale indice ha un valore sociale e segnala che a grandi linee la via corruttiva è uno dei modus operandi più frequenti nell’ambito dei rapporti produttivi capitalistici, tanto seguita, quanto ricadente anche nella vita quotidiana di una percentuale notevole di famiglie.
D’altro canto, il profitto ottenuto col sistema corruttivo, alimenta e fonda tutto il resto delle transazioni capitalistiche ad esso connesse.
Il denaro con la corruzione figlia più facilmente: di questo ne beneficia l’intero sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Si potrebbe dire, parafrasando una frase di Peppino Impastato, che, se “la mafia (e aggiungiamo noi la corruzione) è una montagna di merda”, il capitalismo è la sua catena montuosa. Le considerazioni che abbiamo fatto prima su corruzione e capitalismo potrebbero essere riportate pari pari all’altro fenomeno che caratterizza il capitalismo italiano: il sistema criminale organizzato. L’antimafia interna a questo sistema – sempre sbandierata, dalle piazze alle scuole, dai convegni alle chiese – non solo non può intaccare minimamente il fenomeno né nella sua base economica, né nella sua sovrastruttura politica e culturale, ma spesso tragicomicamente si trova nell’imbarazzo di dover riconoscere che suoi prestigiosi “esponenti” hanno creato sistemi di controllo delle persone e dei territori che nulla hanno da invidiare alla mafia che dicevano di “lottare”, come dimostra la vicenda dell’ex presidente degli industriali siciliani ed ex delegato di Confindustria per la legalità, Antonello Montante. Il Gattopardo è vivo e lotta insieme a noi. Ma ciò sarebbe argomento di un altro articolo.
L’anarchia produttiva del capitalismo contiene al suo interno tutte le contraddizioni che alimentano dialetticamente il fenomeno della corruzione.
A sua volta, il fenomeno della corruzione è anche una di quelle contraddizioni che il capitalismo porta dentro di se: fenomeno che dà luogo a diseguaglianze, differenze di potenziale tra i vari soggetti sociali, che potenzialmente possono portare al superamento dialettico del capitalismo, se solo ci si rendesse conto del suo ruolo causale nella generazione delle diseguaglianze.
Perché non succede?
(…) Lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle contraddizioni ambientali, così di moda.
Prendiamo la costruzione – ad un livello gradito dal sistema – del soggetto Greta Thunberg: ricevuta dal Presidente Mattarella, accolta nei consessi istituzionali dell’Unione Europea e delle organizzazioni dove si concentra formalmente il potere globale, come il Forum di Davos. La bambina prodigio viene mostrata mentre stringe la mano a Juncker, a Cristine Lagarde. Nel nostro paese, i fogli tradizionalmente mainstream e legati a precisi interessi finanziari ed industriali (La Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa) hanno promosso a gran voce la manifestazione da lei ispirata con lo slogan emotivo “We don’t have time”, opponendo il significato “globale” del problema climatico, agli asseriti “egoismi” delle politiche nazionali (leggasi “sovrane”).
A monte della manifestazione, è intervenuta la beatificazione istituzionale con la proposta a Nobel per la Pace. Da ultimo, in uno dei suoi discorsi, alla bambina delle treccine viene fatto dire che l’Unione Europea ha “garantito 70 anni di pace”.
Già tali fatti dovrebbero spingere a farsi una serie di precise domande.
Quanti ambientalisti tarantini (o quanti sindaci Notav o Nomuos) sono mai stati ricevuti dal Presidente Mattarella?
Greta Thunberg è stata invitata da uno dei fogli del movimento Notav in Valsusa per abbracciare la lotta contro il tunnel di base, ci andrà?
L’utilizzo del bambino quale veicolo di comunicazione politica non è certo una novità. Tuttavia, è novità quando viene costruito come “soggetto” promotore e autore della comunicazione politica. Non è solo un tentativo di deviare le contraddizioni sull’ambiente, caratterizzandole come conflitto tra generazioni, anziché conflitto tra le classi.
V’è di più: si è di fronte ad uno dei tanti tentativi di “semplificare” le contraddizioni, relegandole in un recinto asseritamente non politico, o comunque in una politica dai confini ben determinati: quelli esistenti, dati per immutabili.
Il messaggio veicolato dalle labbra di Greta Thunberg non delegittima mai il potere, ne chiede semplicemente la “sensibilizzazione”, nell’illusione che una pacifica pressione possa informare di virtù i potenti della Terra, senza dover rubare loro il potere. Uno schema sempre adottato da chi il potere e l’anarchia produttiva la vuole mantenere, sotto altre forme.
Il messaggio emotivo non menziona mai, tra le contraddizioni ambientali, le guerre imperialiste, molte condotte proprio da soggetti come l’Unione Europea. Un amico ricordava che pochi giorni fa era la giornata mondiale dell’acqua; lo Stato di Israele deruba da decenni l’acqua ai Palestinesi: a nessuna Greta è interessato questo.
Insieme alla retorica dell’onestà, questi non sono altro che tentativi di usare egemonia culturale per mettere in salvo il vero assassino.
Sarebbe allora di organizzare detective e polizia indipendenti e coscienti, per giungere ad arrestarlo: questo vero ed impunito assassino, dotato di numerosi complici.”

Da La corruzione del capitalismo e la politica della percezione emotiva, di Enzo Pellegrin.

Ci venderanno la moto ma non ci lasceranno mai salire sui loro yachts

“Sono passati 24 anni dalla prima edizione del libro Come ci vendono la moto (sottotitolo “Informazione, concentramento e potere dei media”, n.d.t.) di Noam Chomsky e Ignacio Ramonet. Il giorno per giorno continua a dimostrarci insistentemente che l’industria di vendita di moto truccate è sempre in auge e che ha molti acquirenti.
Il caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela è solo uno in più nell’universo della distorsione dell’informazione. In effetti i messaggi che annunciatori, opinionisti, politici, governi e altri rappresentanti della borghesia stanno riversando in questi giorni non sorprendono per nulla. Fanno arrabbiare, ma non sono niente di nuovo. Devono vendere la loro moto, il loro prodotto, in questo caso la re-instaurazione di un modello neoliberista al servizio del capitale, avvolto nella carta della democrazia e della libertà.
Preoccupano di più, invece, la maggioranza disposta a comprare questo prodotto e a fare propaganda gratuita per esso, cercando di convincere i suoi simili della necessità e della bontà della moto truccata, ripetendo all’infinito gli slogans pubblicitari della casa commerciale. E, più ancora, quando queste persone si dicono progressiste e preoccupate dei problemi della società e del mondo.
L’acquirente di moto truccate parla del regime di Maduro, del suo governo autoritario e dittatoriale, e ripete senza fine che sono necessarie elezioni libere. Ma non si è scomodato a verificare come si sono svolti i processi elettorali in Venezuela negli ultimi vent’anni e come il chavismo abbia vinto 19 competizioni elettorali ed un referendum revocatorio e ne abbia perso solo due, alla presenza di osservatori internazionali che hanno garantito tali processi elettorali.
Non si è scomodato neppure a verificare la percentuale di appoggio ottenuto nelle elezioni del 2018 da Maduro tra i votanti (67,8%) e sui votanti in totale (44,5%); percentuali maggiori di quelle di Trump (46,09% e 27,2%), Duque – Colombia (54,0% e 28,7%), Macri – Argentina(51,3% e 40,4%), Bolsonaro – Brasile (55,13% e 39,23%), Rajoy – Spagna (33,0% e 21,7%) o Urkullu – Spagna (37,36% e 22,3%), nelle loro rispettive ultime elezioni.
Il fatto è che informarsi esige di disturbarsi a farlo, ed è sempre più facile e comodo ripetere frasi semplicistiche. Conoscere la realtà, cercare di informarsi al di là degli slogans di 20 secondi, dei messaggi di Twitter o dei video di provenienza sconosciuta distribuiti dalle reti social, mette allo scoperto nuovi aspetti da considerare, genera dubbi e mette in discussione letture categoriche.
E’ più comodo, produce meno contraddizioni e meno insicurezza far partire la moto truccata e circolare con essa, nonostante non si sappia bene chi ce l’ha venduta, se le caratteristiche tecniche sono realmente quelle che ci hanno detto e se ci porterà dove dobbiamo andare.”

Venezuela: compratori di discorsi altrui, di Iñaki Etaio continua qui.

#WeAreMADURO


“L’investitura di Nicolas Maduro, il 10 gennaio, provoca turbolenze politiche e mediatiche. Ri-eletto il 20 maggio del 2018, il presidente del Venezuela affronta un’operazione pianificata e concertata dagli Stati Uniti e i suoi alleati. Prendendo come pretesto iniziale le condizioni elettorali che hanno portato alla vittoria di Maduro, un pugno di governi, dipintosi per l’occasione come “comunità internazionale”, attraverso le multinazionali della comunicazione, hanno deciso di aumentare la pressione sul Venezuela Bolivariano.
Come da consuetudine nel caso del Venezuela, gran parte della comunicazione su larga scala si impegna felicemente in false notizie dimenticandosi del vero significato dell’etica giornalistica.
È opportuno per il lettore scrupoloso e desideroso di separare la verità dal falso, esporre i fatti e tornare alle condizioni dell’elezione di Maduro, analizzando la strategia di Washington per punire un popolo che, da 20 anni, è stato giudicato troppo ribelle e scomodo.”

Capire la nuova offensiva contro il Venezuela, di Romain Migus continua qui.

Al centro dell’esperimento statunitense

“Gli Stati Uniti non fanno eccezione per la quantità di violenza o spargimenti di sangue rispetto alle conquiste coloniali in Africa, Asia, Caraibi e Sud America. L’eliminazione della popolazione nativa è implicita nel colonialismo dei colonizzatori e nei progetti coloniali in cui vengono ricercati vasti territori e forza lavoro per lo sfruttamento commerciale. La violenza estrema contro chi rifiuta la lotta era una caratteristica distintiva di tutto il colonialismo europeo, spesso con risultati genocidi.
Piuttosto, ciò che distingue gli Stati Uniti è la mitologia trionfalista legata a quella violenza e ai suoi usi politici, fino ad oggi. La guerra post 11 settembre degli Stati Uniti esterna e interna contro i musulmani – in quanto “barbari” – trova la sua prefigurazione nelle “guerre selvagge” delle colonie americane e dei primi Stati americani contro i nativi americani. E quando, alla fine, non restò nessun nativo americano da combattere, rimase la pratica delle “guerre selvagge”. Nel ventesimo secolo, ben prima della Guerra al Terrore, gli Stati Uniti portarono avanti guerre su larga scala nelle Filippine, in Europa, in Corea e in Vietnam; invasioni e occupazioni prolungate a Cuba, in Nicaragua, ad Haiti e nella Repubblica Dominicana; e contro-insurrezioni in Colombia e nell’Africa del sud. In tutti i casi, gli Stati Uniti si sono resi conto di essere in guerra contro le forze selvagge.
Quella sottrazione della terra ai loro amministratori fu una guerra razziale dal primo insediamento britannico di Jamestown, marcando la separazione tra “civiltà” e “barbarie”. Attraverso questo perseguimento, l’esercito statunitense ha acquisito il suo carattere unico come forza militare con abilità nella guerra “irregolare”. Nonostante ciò, la maggior parte degli storici militari prestano poca attenzione alle cosiddette guerre indiane dal 1607 al 1890, così come all’invasione e all’occupazione del Messico nel 1846-48. Eppure fu durante i quasi due secoli di colonizzazione britannica del Nord America che generazioni di coloni acquisirono esperienza come “combattenti contro gli indiani” al di fuori di qualsiasi istituzione militare organizzata. Mentre grandi eserciti “regolari” combattevano obiettivi geopolitici in Europa, i coloni nel Nord America intrapresero una guerra mortale e irregolare contro le nazioni indigene del continente per impossessarsi delle loro terre, risorse e strade, spingendole verso ovest e alla fine costringendole a trasferirsi con la forza a ovest del Mississippi. Anche dopo la fondazione dell’esercito professionista americano degli Stati Uniti negli anni 1810, la guerra irregolare fu il metodo di conquista americana delle regioni della Valle dell’Ohio, dei Grandi Laghi, del Sud-est e del Mississippi, poi a ovest del Mississippi fino al Pacifico, compresa la metà di Messico. Da quel momento, i metodi irregolari sono stati usati in abbinamento alle operazioni delle forze armate regolari e sono, forse, ciò che maggiormente caratterizza la specificità delle forze armate degli Stati Uniti rispetto gli altri eserciti delle potenze mondiali.”

Da Le origini degli USA e il suprematismo bianco, di Roxanne Dunbar-Ortiz.

Lo Stato confiscato e la riconquista della sovranità

Il paradosso del Robin Hood trasposto e l’egemonia finanziaria

La cosa veramente bizzarra, ma che bizzarra non è solo se ci soffermiamo un secondo, é quella di chiederci come mai i paladini dell’austerità e del rigore, i seguaci fedeli dello spread, gli ossessionati del debito pubblico e dall’inflazione, quelli del contenimento e della parsimonia, sono gli stessi che vivono in una condizione non di semplice agio, ma in uno sfarzo sfrenato senza pudore, senza uguali in nessuna corte d’altri secoli.
Ci viene detto che manca il lavoro, anzi no, é che manca il denaro e quindi di conseguenza il lavoro.
E sì, perché il lavoro a guardarci intorno ce ne sarebbe d’ogni tipo e in gran misura. Pubblico o privato, hai voglia a faticare, ma come dice una pubblicità di prestiti “senza lillari non si lallera” e noi siamo in deflazione.
Mentre non si ha più rispetto per il lavoro e per chi lavora, diritti deregolamentati e salario di sussistenza, al denaro oramai ci approcciamo in modo dogmatico e riverente, quasi fosse una manna dal cielo che cade a volte sì e a volte no, per ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere. Il suo comparire è come se dipendesse solo dal potere di un dio onnipotente e capriccioso che ne sfarina una manciata a suo gradimento.
Ma il denaro un tempo non era un elemento neutro, senza alcun valore naturale? Una misura equivalente al valore di un bene? La sua esistenza e dignità non dipendeva forse dal nostro saperlo riconoscere e accettarlo come tale misura? Ed ancora, la sua massa non era la rappresentazione fenomenica solo del nostro creare che si ottiene con il lavoro?
Immaginiamo un naufrago, il buon Crusoe su di un isola deserta, che abbia con sé tutte le sue carte di credito e un baule di banconote. Come potrà usarle al fine della sua sopravvivenza? Nella migliore delle ipotesi, le carte di credito potrebbero essere utili per raschiare pelli da concia e le banconote per avviare il fuoco.
Il denaro è solo una convenzione accettata che trasporta in sé un valore convenzionale e nient’altro, questo dovremmo tenerlo sempre bene a mente.
Con queste riflessioni, Ezra Pound ebbe a dire che la mancanza di denaro è una follia perché è come dire che non si possono costruire le strade perché mancano i chilometri.
L’economia, quella fondata sul lavoro, che ebbe già antichi nemici e approfittatori nei seguaci della crematistica, é stata ora completamente disumanizzata avendo rimosso per intero l’uomo e le sue attività. La disciplina economica della finanza ha preso il suo posto, ed il monetarismo espressione del tutto e del niente, novello apeiron, governa. Il denaro, cartaceo o anche di più il virtuale, esiste prima di tutto, a prescindere, addirittura senza lavoro. Non serve più il controvalore aureo, neanche più la carta per la sua stampa. La massa monetaria nella sua totalità non ha limiti ma neanche più pudori.
La ricchezza non ha più il senso della misura, ma di rimando neanche la povertà; come scrive il professor Fusaro, il nostro è un tempo in cui abbiamo perso il “metro”.
La distribuzione della ricchezza mai come in questi ultimi anni ha visto una polarizzazione così sfrenata, mai come in questi tempi l’indice di Gini tende in modo crescente verso l’unità. Alla concentrazione della ricchezza segue la concentrazione del potere nelle stesse poche mani. Malgrado tutto, alla violenza economica viene risparmiata ogni critica, perché ci viene detto che il problema non è in questo sistema imposto e fallimentare, ma in noi che lo subiamo. Una crisi dettata da quel famoso debito pubblico che grava come un senso di colpa già dalla nascita, una colpa da espiare ed espiabile solo tendenzialmente, perché il debito oltre ad appartenere a tutti come l’aria che respiriamo, si é eternizzato con gli interessi, pertanto ripianarlo è impossibile. Abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità e la stretta é una condizione dovuta, necessaria e riparatoria. Se prima lavorando onestamente potevamo vivere permettendoci di acquistare una casa e far studiare i figli, ora lavorando di più, magari in due, non basta, dobbiamo avere meno per restituire di più, riconsegnare il maltolto ai legittimi proprietari, fosse anche solo per gli interessi. Dobbiamo imparare a vivere facendo sacrifici perché il denaro è poco e il rimedio al problema é proprio permanere nella sua rarità; questo è ciò a cui l’establishment ci ha educato, insieme alla funzione pedagogica del mercato.
Certamente una disaffezione dal denaro è un nobile principio quando è un’aspirazione morale ed etica, e fintantoché le condizioni di contorno sono tali da limitarne il bisogno.
Ma qui si apre una voragine pericolosissima perché ciò che un tempo era garantito da uno Stato Sociale, oggi con la spending review e il pareggio di bilancio, viene messo tutto in discussione, quando non soppresso, quindi ci troviamo nella contraddizione fatale di non aver più disponibilità economica da un lato, mentre dall’altro siamo costretti a pagare servizi o diritti.
Questa doppia tenaglia, scarsità di reddito da una parte e rimozione di una rete pubblica di protezione dall’altra, produce un processo di polarizzazione agli estremi. Ulteriore aggravio é il fatto che l’ascensore sociale è bloccato, il sistema é rigido e monolitico, castale e fortemente impersonale, non facilmente identificabile ma blindato.
Mentre il mantra ossessivamente ci ricorda che i debiti vanno onorati, chi ha meno deve far sacrifici per chi ha di più.
Anche lo Stato non deve fare eccezioni.
L’abominio più grande é il declassamento dello Stato. Il confronto e il contrasto tra pubblico e privato non viene risolto in modo armonico: quando i ruoli non sono deliberatamente invertiti – il privato che si appropria di ciò che é pubblico, mentre al pubblico viene lasciata la sola intimità morbosa del privato – l’aporia viene rimossa con la soppressione del primo termine. Ciò coincide con il derubricare lo Stato a soggetto privato, svuotandolo del suo aspetto costitutivo, quello pubblico. Lo Stato confiscato, trattato come un qualunque privato, deve rimettere i suoi debiti senza eccezioni, pena il fallimento, piani di risanamento e il commissariamento più forte di ogni democrazia.
Cosi come Marx nella critica agli economisti classici, Smith e Ricardo, intravvede come questi, nel riconoscere nel capitale circolante il giusto recupero del capitale anticipato, nascondano invece come il valore, cioé il plusvalore, nasca dal lavoro non retribuito, dallo sfruttamento, allo stesso modo possiamo ritenere come oggi le Banche Centrali, il FMI, le agenzie di rating, nella loro narrazione di rigore monetario, indicando nel debito il giusto dovuto, nascondano l’espropriazione ai danni degli Stati e dei popoli di ogni libertà politica e civile.
Anche se la conseguenza antropologica della finanziarizzazione dell’economia é stata quella del funambolo, l’uomo sospeso che ha perso ogni sua certezza se non la sua condizione precaria, avanza gradatamente la percezione dell’inganno paradossale e il desiderio per l’uomo di riconquistare la sua centralità e sovranità, così come per lo Stato la sua Res-Pubblica, ma questa è già storia dei nostri giorni.
Lorenzo Chialastri

Aggiornato il 14/12/2018

La cartina di tornasole, i conti non tornano ancora

Nulla ci vieta di fare alcune osservazioni critiche al governo in carica anche se consapevoli del fatto che l’unica alternativa sarebbe il Partito Democratico e/o Forza Italia, entrambi nemici di classe e del popolo sovrano.

Non sappiamo se la manovra economica del governo del cambiamento sarà veramente efficace, non abbiamo la certezza se questo governo sia veramente del cambiamento o avrà il tempo per tentar di cambiar le cose. Non sappiamo se riuscirà a risolvere il problema della povertà e rialzare il PIL. Non sappiamo neanche se basterà l’ottimismo o il deficit fissato al 2,4% per ridurre il coefficiente di Gini, quello che misura le disuguaglianze della ricchezza. Non sappiamo neppure se riuscirà a liberare la vita reale dallo spettro dello spread. Non sappiamo se avrà la forza morale per bandire quei tassi d’interesse da usurai che spezzano il popolo. L’economia, ed ancor meno la finanza, non sono una scienza esatta, anzi non sono neanche una scienza, anche se a questo mirano per sedersi poi sul trono dell’indiscutibilità divina.
Certo il governo definito populista e sovranista qualche grattacapo all’Europa delle banche lo ha creato, producendo un pericoloso precedente.
E’ bastato solo che qualcuno dal fondo degli ultimi banchi della classe reclamasse, anche se con aria un po’ sommessa a volte timida, che i compiti dati dai maestri erano insostenibili, e questi subito sono andati su tutte le furie, una lesa maestà, una bestemmia impensabile, ed allora giù con anatemi, richiami e strali avvelenati.
Certamente la sovranità di un nazione si raggiunge attraverso un percorso di grande difficoltà, ma con un po’ di coraggio bisognerà pur partire da qualche parte. Tutto sta però nello stabilire quale è il paradigma di riferimento e cosa noi consideriamo per sovranità. Negli ultimi decenni si è assunto come naturale un assurdo disumano che di naturale non ha nulla, un’insana perversione che ha scandito il tempo della nostra esistenza, capace di orientare ogni cosa che facciamo al fine di non irritare ed innervosire i mercati, mentre questi, i mercati, hanno potuto tranquillamente a loro piacimento, per vendetta o per capriccio, portare sul baratro una nazione sana, indipendentemente dalla sua operosità. Guardando le cose alla radice possiamo affermare sicuramente che la sovranità vera non può prescindere da quella monetaria. Il potere della moneta per l’esistenza di un nazione è così forte ed indispensabile che viene riconosciuto da chiunque sia in buona fede, indipendentemente dal suo orientamento politico o economico.
“Datemi il controllo della moneta e non mi importa chi farà le sue leggi”, scriveva Rothschild, così come il problema fu sentito nella stessa misura da Lenin, per non parlare di Ezra Pound.
Lasciamo stare questo gravoso problema della sovranità monetaria che, nel solo chiederci a chi spetta la proprietà dell’euro, produrrebbe una crisi d’astinenza ai poveri euroinomani, altro che piano B. Non chiediamoci allora a quale entità antidemocratica sono state affidate le chiavi di casa, della zecca in questo caso. Cosa rimane quindi come misura della nostra presunta sovranità se non la nostra visione in termini di geopolitica? Attraverso questa abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo di dichiarare al mondo chi siamo e cosa vogliamo. La politica estera è la cartina di tornasole per chi si batte per la propria e l’altrui sovranità. Chi crede in questa forma d’autogoverno, non può in questo ambito che affermare la propria multipolarità da contrapporre a chi della unipolarità ha fatto una ragione storica, il suo destino manifesto, e che dopo la caduta del muro di Berlino ha colto un segno della provvidenza per la sua realizzazione.
Dal suo insediamento con toni chiari il governo giallo-verde ha tenuto a sottolineare la sua vicinanza geostrategica agli USA, troncando ogni speranza a chi avrebbe voluto un disimpegno magari graduale dalla NATO, non solo per risparmiare quei 70 milioni di euro al giorno di spese militari, ma proprio per liberarsi da un alleato troppo ingombrante e premuroso.
E’ anche vero che si é parlato di revocare le sanzioni alla Russia, novità sul nostro piano politico, ma in questi giorni mentre gli USA hanno deciso di riprendere unilateralmente le sanzioni contro l’Iran (colpevole di esistere come la Siria o la Palestina) e tutti i suoi alleati saranno allora costretti a non acquistare più petrolio iraniano per non incorrere nelle medesimi sanzioni, nessuna flebile voce s’è levata contro un’altra guerra commerciale alla quale ossequiosamente ci accoderemo ancora una volta.
Si ha l’impressione che se riusciamo a parole (finalmente) ad alzar la voce contro la Troika, il senso di riconoscimento nei confronti degli Americani a stelle e strisce é ancora così grande che non ci permette neanche di dubitare mai del loro altruismo e della loro bontà. Riusciamo solo ad annuire, o quando pronunciamo parola é solo per promettere fedeltà eterna, foss’anche quella del premier Conte a Trump per sfavorire la Russia a vantaggio del gasdotto TAP.
Per non parlare di Bolsonaro, dove si chiude il cerchio in cui “di notte tutte le vacche sono nere” e sovraniste. Certamente gli entusiasmi e le congratulazioni sono state fatte a titolo privato da uno dei due vice premier. Comunque si è dimostrato soltanto o la propria malafede sovranista o peggio ancora di non rendersi conto della storia dei fatti per ignoranza o superficialità. Quale è la presunta sovranità che spinge a stare con chi ha nostalgia della più classica delle dittature sudamericane? Pur ammettendo che anche le dittature possono essere sovraniste, pensiamo a Cuba, è da sottolineare che molto peggio sono quelle che lavorano per la spoliazione del Paese per conto terzi. A quel tipo di dittatura, sempre incoraggiata sul piano militare e logistico dagli USA, è sempre seguito il più sfacciato programma di privatizzazioni sul modello dettato dai Chicago boys. Chi svende la propria Patria non sarà mai libero ne starà mai dalla parte del popolo, non basta vincere le elezioni.
I sovranisti in Sud America hanno avuto la tempra di una Evita Duarte Peron, di un Hugo Chavez, di un Ernesto Guevara, di un Salvador Allende, hanno nazionalizzato nell’interesse della propria terra per difendersi dal quel maledetto vicino. Bolsonaro è evidentemente dall’altra parte, vicino a Pinochet, a Faccia d’Ananas Noriega ed a Milton Friedman, questo un vicepremier sovranista lo dovrebbe sapere perché altrimenti i conti, non quelli della manovra ma quelli che valgono veramente per il bene del popolo, perché autentici valori, non tornano.
Lorenzo Chialastri