La Risistemazione Globale

Di Peter Koenig per Global Research

Peter Koenig, economista e analista geopolitico, ha lavorato per la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei settori dell’ambiente e delle risorse idriche. Tiene lezioni nelle università in USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research e diverse altre testate.
È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – romanzo basato sui fatti e su trenta anni di esperienza alla Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche coautore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

Immagina, stai vivendo in un mondo che ti hanno detto sia una democrazia – e tu puoi persino crederci – ma in effetti la tua vita e il tuo destino sono nelle mani di pochi oligarchi ultra ricchi, ultra potenti e ultra disumani. Possono essere chiamati lo “Stato Profondo”, o semplicemente la “Bestia”, o qualsiasi altra cosa di oscuro e non rintracciabile – non ha importanza. Sono meno dello 0,0001%.
Per mancanza di una migliore espressione, per ora chiamiamoli “Oscuri Individui”.
Questi oscuri individui che pretendono di gestire il mondo non sono mai stati eletti. Non abbiamo bisogno di nominarli. Capirete chi sono, e perché sono famosi e perché alcuni di loro sono totalmente invisibili. Hanno creato strutture e organismi senza alcuna struttura legale. Sono pienamente al di fuori della legalità internazionale. Sono un’avanguardia per la Bestia. Può essere che ci siano svariate Bestie in competizione. Ma esse hanno lo stesso obiettivo: un Nuovo Ordine Mondiale (NOM) o un Unico Ordine Mondiale (UOM).
Questi oscuri individui stanno gestendo il Forum Economico Mondiale (in cui si riuniscono i rappresentanti della grande industria, dell’alta finanza e le grandi celebrità), il Gruppo dei 7 – G7, il Gruppo dei 20 – G20 (in cui si riuniscono i leader delle nazioni “economicamente più forti”). Ci sono anche entità minori, chiamate Bilderberg Society, Council on Foreign Relations (CFR), Chatam House e altre ancora.
I membri di tutte loro si sovrappongono. Persino la combinazione di questa avanguardia ampliata rappresenta meno dello 0,0001%. Si sono tutti sovraimposti sui governi nazionali sovrani eletti e sui governi costituzionali, e sulla struttura multinazionale a livello mondiale, l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Continua a leggere

La digitalizzazione prossima ventura

“Il mondo sta combattendo la pandemia oppure il pianeta e il virus sono un campo di battaglia di un’altra gigantesca guerra di dimensioni planetarie? Qualche volta, nel liquidare con un’alzata di spalle il cosiddetto “complottismo”, un rischio grave c’è, bisognerà pur dirlo. È quello di appiattire a certe tesi caricaturali molte evidenze tutt’altro che fantasiose. Michel Chossudovskj, direttore di Global Research, il centro canadese di ricerca sulla globalizzazione, considerato uno dei massimi esperti internazionali di economia e geopolitica e collaboratore dell’Enciclopedia Britannica, sostiene da tempo che lo sganciamento delle risorse umane e materiali dai processi di produzione, scatenato dal confinamento paralizzando l’economia reale, è stato un atto di guerra. Un’operazione pianificata con cura, che è parte di un piano militare e di intelligence degli Stati Uniti e della NATO, per indebolire Cina, Russia e Iran e destabilizzare il tessuto economico dell’Unione Europea. Chossudovsky trova conferma della sua tesi in certe affermazioni “leggere” di Mike Pompeo, segretario di Stato USA. Ci si creda o meno, spiega Carlos Fazio su La Jornada, la disputa geopolitica per il controllo di zone di influenza fra le potenze – Stati Uniti e Cina, in particolare -, ha avuto nell’emergenza mondiale vincitori e sconfitti. È la solita fake news perché i morti sono ovunque? Difficile crederlo, Amazon e Jeff Bezos, per fare un esempio, in sole tre settimane di pandemia hanno accresciuto il patrimonio di 25 miliardi di dollari. Non sono i soli, né quelli che hanno guadagnato di più. Tutte le corporation della Silicon Valley, le grandi protagoniste di quello che Shoshana Zuboff chiama il capitalismo di sorveglianza, così come il primo fondo di investimenti del pianeta, BlackRock – che possiede il 5% di Apple e di Exxon Mobil e il 6% di Google ed è più grande di GoldmanSachs, J.P. Morgan e Deutsche Bank messi insieme – vivono una vera e propria Grande Abbuffata. Pechino risponde, intanto, lanciando la prima moneta digitale nazionale e la Via digitale della Seta. La guerra per la leadership digitale nel mondo – con i suoi assi portanti principali: l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, le reti 5G e il Big Data – era già in corso molto prima dell’irruzione del coronavirus (in particolare, naturalmente, tra Cina e Stati Uniti), ma di certo il Covid-19, magari indipendentemente dalla sua genesi, non gli è estraneo. Nulla gli è estraneo. Lo si vede da tempo anche con la forsennata corsa al business sul vaccino. La colonizzazione digitale, quella che trasforma tutto quel che pensiamo e facciamo lasciando tracce nella rete in merce informativa da vendere e comprare, resta però il piatto forte delle nuove forme del dominio e della guerra, senza alcuna esclusione di colpi, per conquistarne l’egemonia.”

Così il sito comune-info.net presenta l’articolo di Carlos Fazio, Sul capitalismo della sorveglianza, di cui consigliamo attenta lettura.

Hasta la victoria, siempre

Fenomenologia dell’iconoclasta

Il tema dei moderni iconoclasti che nel nome dell’antirazzismo abbattono o imbrattano un po’ di statue deve essere ben inteso.
E’ vero che le occasioni storiche di rivoluzione, o rivolgimento sociale profondo, sono caratterizzate spesso anche dall’abbattimento di simboli precedenti, monumenti, ecc.
Questo fatto crea in alcuni amici un comprensibile imbarazzo nel condannare l’iconoclastia corrente, visto che anche passaggi storici di cui hanno un’opinione positiva sono stati caratterizzati da atti simili.
Per sciogliere questo ‘crampo del pensiero’ è necessario comprendere un punto di fondo.
L’attuale ondata iconoclasta, lungi dal rappresentare l’anteprima di un rivolgimento profondo, di un cambiamento di paradigma o di regime, è in effetti la diretta espressione del regime e del paradigma corrente, nel suo pieno trionfo.
Qualcuno potrebbe pensare che il regime dominante in Occidente, il regime liberal-liberista, sia caratterizzato, come tutti i regimi della storia, da un patrimonio di memorie condivise, venerate dai suoi e diverse da chi la pensa altrimenti.
E quel qualcuno potrebbe perciò pensare che abbatterne o deturparne i simboli sia una sorta di atto rivoluzionario, almeno in nuce.
Niente di più lontano dalla realtà.
Ciò che caratterizza il pensiero unico liberal-liberista non è la venerazione di modelli, magari indigesti, non è la venerazione di Montanelli o del generale Graziani, di Cecil Rhodes o di Winston Churchill.
No, l’essenza del corrente regime mondiale è la cancellazione sistematica di ogni passato, la mancanza di ogni memoria, l’imposizione di un eterno presente-futuro immediato, la dedizione alla quotidiana oscillazione di borsa, senza passato e senza futuro. Tutto il resto sono mezzi rimpiazzabili.
Il pensiero liberal-liberista non ha davvero spazio per santi né eroi, non ha spazio per la venerazione e neppure per l’odio.
Si tratta di una forma di vita che macina e sputa ogni cosa trasformandola in merce, in patacca vendibile.
Può vendere con piacere magliette prodotte in serie da bambini pakistani con sopra scritto “No Pasaran”, “Hasta la victoria siempre”, o con la faccia del Che o di Marx.
Il vero, il primo distruttore di ogni monumento (da “monere” = “ricordare”) è il regime liberal-liberista.
Lo spazio di desiderio e aspirazione personale che questo regime concede peraltro è molto chiaro.
Esso concede la momentanea protesta scomposta, il petardo anarchico, la linguaccia irriverente in tutte le sue varianti più o meno autoreferenziali, nel nome della ‘libertà individuale’.
Ed esso concede come temi percorribili di protesta tutti e soli i temi che preservano una provvidenziale conflittualità interna a ciascun ceto, ciascuna classe, ciascun gruppo sociale. Dunque temi in cui si riproducono scissioni interne tra soggetti che magari potrebbero essere invece accomunati dai medesimi interessi materiali: neri contro bianchi, donne contro uomini, giovani contro vecchi, ecc.
Perciò quelli che oggi gesticolano, e imbrattano, e ribaltano “monumenti” che non ricordano più niente a nessuno salvo ai piccioni, si muovono perfettamente nei binari che gli sono stati concessi dal regime dominante:
La storia non si studia, si cancella;
La libertà si esprime in forma negativa, come sfogo, intemperanza infantile;
Ideali validi sono quelli socialmente evirati, neutri per il potere reale (che è potere economico).
E così tutta questa grande sceneggiata “iconoclasta” mondiale, dopo aver occupato per qualche giorno le pagine dei giornali riconfermerà le forme e i centri di potere stabiliti.
I nostri terribili iconoclasti, dopo aver dato sfogo alla propria insofferenza rompendo le vetrine di altri, non meno sofferenti di loro, ritorneranno a portare il proprio basto.
La tempesta nella ciotola si esaurirà e l’acqua ritornerà stagnante, nel proprio eterno presente senza memoria e senza speranza.
Andrea Zhok

(Fonte)

Gli “zii d’America”

“Pochi casi più della presente convergenza sulla Cina aiutano a capire quanto la presunta incompatibilità tra Soros e Bannon sia una narrazione strumentale: i due rappresentano le principali manifestazioni della proiezione oltre Atlantico degli interessi strategici USA.
Soros, da un lato, protagonista già a partire dagli anni Ottanta di assidue campagne di finanziamento volte a erodere il terreno ai regimi comunisti dell’Est Europa, è portavoce e capofila dell’ala liberal-progressista del mondo a stelle e strisce. Un’ala, con relativi apparati, gruppi d’influenza e cordate politiche, favorevole a difendere lo status quo e la narrazione della globalizzazione in quanto estremamente favorevole al mantenimento della supremazia e della centralità statunitense nel mondo. Capace di portare avanti un’agenda ideologica (in cui l’apertura delle frontiere al libero commercio e alla libera circolazione dei capitali sono molto spesso sottovalutate rispetto al più visibile sostegno alla libera circolazione degli uomini) che ha preso piede soprattutto nella Sinistra europea in cerca di punti di riferimento dopo la caduta del Muro e l’avvio della globalizzazione.
Bannon, invece, rilancia in tono “sovranista” la narrazione che aveva già animato l’azione degli Stati Uniti ai tempi dell’egemonia dei gruppi neoconservatori nell’epoca di George W. Bush. Dunque: occidentalismo spinto, esaltazione del legame con alleati come Israele contro un mondo, quello islamico, ritenuto compatto nella sua incompatibilità con l’Occidente; critica formale alla globalizzazione in nome del primato dell’interesse americano (il famoso “America First” di Trump) senza la sostanziale volontà di stravolgere la governance mondiale; rilancio delle culture wars contro la presunta egemonia dell’ideologia del “politicamente corretto”; sdoganamento dell’ideologia economica neoliberista. Un’ideologia che Pietrangelo Buttafuoco ha definito una “minestra revotata dei neo-con occidentalisti”.
Soros e Bannon rappresentano dunque due diverse anime degli apparati di potere americani, in certi momenti estremamente duri nel loro confronto e nella loro dialettica (la fase attuale non fa eccezione), ma concordi sul nocciolo duro dell’interesse nazionale statunitense, ovvero il mantenimento del controllo geopolitico sull’Europa e la lotta contro qualsiasi forma di potere esterno capace di sfidare l’egemonia americana nel mondo. La comune critica alla Cina segnala la salda convinzione dei decisori strategici di Washington che sia arrivato il tempo di iniziare a capire come regolare i conti con Pechino. E in questa campagna gli USA hanno bisogno dell’Europa come alleato fedele, non tentato da cedimenti all’Impero di Mezzo.
(…) Soros e Bannon sono gli “zii d’America” che hanno offerto al mondo politico europeo fondi, propulsione ideologica e organizzazione per strutturare una nuova dialettica. Nel caso di Bannon il risultato è stato addirittura più radicato, in quanto l’ex consigliere di Donald Trump è riuscito a impiantare in Europa un’ideologia che ha, nelle sue priorità, diverse assonanze con l’interesse nazionale dell’amministrazione USA: essa, infatti, dal sovranismo incassa la destabilizzazione dell’Unione Europea, nell’ottica del divide et impera, un avvicinamento all’asse costruito in Medio Oriente con Israele e Arabia Saudita e, ora, la dura e profonda critica alla Cina. Condivisa da Soros, che nell’evoluzione in senso gradito a Pechino della globalizzazione avrebbe da perdere in influenza assieme alla sua ala politica di oltre Atlantico.
Il problema di fondo è la debolezza politica dell’Europa: continente incapace di produrre spinte ideologiche o politiche propulsive, sviluppi innovativi o idee da portare al grande dibattito mondiale, ma anche di esercitare la minima influenza sui decisori dell’ordine mondiale. Soros o Trump, Bannon o Xi che sia, l’Europa è sempre vista come oggetto, e non come soggetto, delle dinamiche internazionali. E questo certifica più di ogni altra considerazione il declino del Vecchio Continente.”

Da Come mai Soros e Bannon la pensano uguale sulla Cina?, di Andrea Muratore.

Lasciate stare Sara Cunial!

“La vera divergenza ormai è tra sistema e antisistema piuttosto che tra forze di governo e opposizione che, nella maggior parte dei casi, finiscono a braccetto.
Boccio qualsiasi governo zerbino di quel sistema neoliberista che ci ha condotto al fallimento e a una crisi – sociale, ambientale e morale – senza precedenti.”

Fonte

Redde rationem


Bene, direi che ci siamo, è il redde rationem.
La Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe ha accolto in parte, ma una parte decisiva, il ricorso che era chiamata a valutare.
I giudici tedeschi dicono essenzialmente tre cose:
1) Viene contestata come inadeguatamente motivata l’iniziativa per cui la BCE ha deviato dal principio di proporzionalità nei suoi acquisti di titoli (acquistandone di più dai paesi con maggior debito pubblico, per calmierarne gli interessi). La Corte tedesca sostiene che questo può diventare un finanziamento monetario del deficit, che non è consentito dai trattati vigenti né dalle leggi tedesche.
2) I giudici di Karlsruhe respingono la precedente sentenza della Corte di giustizia europea, affermando che in nessun caso la BCE (tramite le banche centrali nazionali) può detenere più del 33% del debito di ciascuno stato.
3) Essi infine contestano il fatto che la BCE si stia muovendo come un organo con autonomia politica, al di fuori del suo mandato, che la vincola a compiti di sorveglianza monetaria.
Se entro tre mesi la Bundesbank non darà adeguate e convincenti risposte essa sarà obbligata a ritirarsi dagli interventi della BCE, rendendoli di fatto impossibili.
In sostanza i giudici costituzionali tedeschi hanno messo nero su bianco quello che tutti sapevano, ma nessuno voleva ammettere.
L’Unione Europea e il suo apparato normativo, a partire dallo statuto della BCE, incarnano un progetto neoliberista nato negli anni ’80, che intendeva esplicitamente minimizzare i margini di intervento degli Stati in termini di politica economica, e che promuoveva (e promuove) un sistema di pura concorrenza economica, non di solidarietà, né di cooperazione.
Ciò che dicono i giudici costituzionali tedeschi è sacrosanto e irrefutabile dal punto di vista legale (anche se ha il difettuccio di venir fuori proprio in un momento in cui robuste politiche economiche statali sono tassative ed inevitabili).
Ciò che è stato fatto ripetutamente nel corso degli anni è stato di allentare o aggiustare vari meccanismi istituzionali introducendo surrettiziamente una dimensione politica che non appartiene affatto al ‘progetto europeo’.
Lo si è fatto sia per venire incontro alle aspirazioni di leadership della Germania stessa, sia per l’evidente necessità di non poter fare a meno di una politica economica in qualche modo comune, nel momento in cui sono in comune la moneta e le regole del mercato europeo.
Tutto ciò è stato fatto forzando, interpretando, distorcendo i trattati in vigore, che a seconda degli accordi e dei rapporti di forza potevano essere tagliole implacabili o cordiali suggerimenti, divieti o permessi i più variegati.
Questo gioco ha anche permesso a numerosissimi politici, in Italia ma non solo, di giocare al gioco degli Stati Uniti d’Europa, un simpatico gioco di società in cui si fa credere alla plebe che proprio lì dietro l’angolo ci sia il nuovo mondo coraggioso dove saremo tutti una grande famiglia europea, con una politica economica comune, regole comuni, salari comuni, tasse comuni, una politica estera comune.
Il problema di fondo, tuttavia, è che nessuno, mai, ha realisticamente pensato che questa prospettiva fosse davvero in tavola.
Questi spettri multicolori, queste apparizioni suggestive avevano sostanzialmente un’unica funzione, ovvero quella di permettere ai candidati (progressisti) per il Parlamento Europeo di vendersi in campagna elettorale come parte del ‘grande progetto degli Stati Uniti d’Europa’, quel progetto che – state sereni – avrebbe migliorato le sorti di tutti ed in particolare del popolo.
La sentenza della corte di Karlsruhe mette giù con apprezzabile brutalità teutonica la cruda verità: l’Unione Europea non ha, né ha mai avuto, niente a che vedere con una struttura destinata ad avere una politica economica comune (viatico per una politica comune in senso generale).
Al contrario essa è un’istituzione che serve a mettere in competizione gli Stati, creando condizioni ottimali per reprimere ogni rivendicazione da parte delle classi lavoratrici all’interno di ciascuno Stato, e per fornire garanzie ai rentiers.
Non ho nessun dubbio che continueremo a sentire i nostri politici cianciare ancora di ’70 anni di pace’, del ‘sogno europeo’, della famosa ‘solidarietà europea’, degli ‘aiuti europei’, ecc. Bisogna capirli. Se fossero chiamati davvero a prendere le redini dello Stato non saprebbero da che parte cominciare. Speravano, e sperano ancora, che essere governati in remoto da Francoforte li esentasse da assumersi responsabilità; dopo tutto bastava fare un po’ i simpatici a Bruxelles e qualche briciola spendibile sul fronte interno come grande vittoria arrivava comunque.
Ora però la sentenza tedesca minaccia di tagliare bruscamente anche l’approvvigionamento di quelle briciole.
E con un debito al 160% del PIL, senza una banca centrale che monetizzi (tacitamente o dichiaratamente) il debito, il default del debito pubblico italiano è matematicamente certo.
Possiamo girarci attorno finché vogliamo, ma quella è l’unica direzione in cui la pallina può cadere.
Non ci sono margini per avviare un ‘programma di austerity’ per ridurre il debito pubblico: era già impossibile con il debito al 120%, ma ora sarebbe una prospettiva lunare. Qualunque programma ‘lacrime e sangue’, in un Paese che era mezzo morto già prima della pandemia e che ora è con un piede nella fossa, non farebbe che avviare un avvitamento recessivo terminale.
Qualunque patrimoniale sulle liquidità che non fosse in grado di intercettare tutti i capitali detenuti all’estero e/o in paradisi fiscali sarebbe largamente insufficiente (e avrebbe ripercussioni sulla fiducia nel risparmio peggiori di qualunque haircut). Una patrimoniale sull’immobiliare distruggerebbe l’ultima base di sopravvivenza del Paese, distruggendo causa svendita i valori immobiliari (e con essi anche i collaterali di banche e assicurazioni).
Dunque direi che le opzioni teoricamente sul tavolo sono ora solo tre:
a) un magico colpo di reni europeo, che, d’un tratto riscopre un spirito di fratellanza e solidarietà, e nell’arco di qualche mese mette in comune i debiti, e cambia i trattati, imponendo alla BCE di fare espressamente politica economica di carattere anticiclico e con l’obiettivo della piena occupazione;
b) una monetizzazione del debito italiano in proprio (che significa un’uscita dall’eurozona e dai trattati vigenti);
c) un default del debito pubblico.
Come spesso accade, le probabilità delle tre opzioni sono in proporzione inversa alla loro desiderabilità.
Andrea Zhok

(Fonte)

 

Ripartiamo dalla verità dei fatti

“Che ci piaccia o no, e agli Italiani non piace, visto che il 63% si è dichiarato contrario all’istituzione di una tassa patrimoniale sulle ricchezze, si sta agitando sempre più fortemente, un partito della patrimoniale che vede alleati i liberisti del nord, tedeschi in prima fila, e la cosiddetta sinistra italiana, dietro la quale si nascondono, ma nemmeno tanto, i liberisti italiani. Ha cominciato all’inizio della crisi da coronavirus il senatore Zanda del PD, proponendo di andare a vendere il patrimonio immobiliare dello Stato per recuperare, a suo dire, 60 miliardi, e piano piano si sono aggiunti gli altri, da Cottarelli e la Fornero, a Landini fino a Del Rio e Melillo che a nome del gruppo parlamentare della Camera del PD, propongono un “contributo di solidarietà” per il coronavirus (di fatto una patrimoniale checché ne dicano) per i redditi superiori a 80 mila euro l’anno. Da ultimo arrivano i Tedeschi a rinforzare il tiro al piccione italico, con un articolo su una delle più seguite e prestigiose riviste di economia e finanza, Manager Magazine che in un editoriale del 30 aprile a firma di Daniel Stelter, rivela l’esistenza di un piano del governo tedesco per indurre l’Italia ad applicare una tassa sui patrimoni del 14% sulla base di un semplice calcolo aritmetico: la ricchezza degli Italiani, immobili compresi, si aggira intorno ai 9.900 miliardi di euro, e da una simile imposta straordinaria si genererebbe un ricavo di circa 1.400 miliardi che andrebbe ad abbattere il debito pubblico fino a circa il limite di Maastricht del 60% del PIL. Una simile manovra consentirebbe all’Italia di assumere senza problemi di conseguenze sui suoi conti pubblici, altro debito sufficiente per fare fronte all’emergenza coronavirus. Alla base di questa ipotesi, c’è un ragionamento semplice:la ricchezza privata degli Italiani è la più alta in Europa a fronte di un debito pubblico che è egualmente il più alto nella comunità. Per gli autori della proposta l’equazione è che gli Italiani hanno risparmiato i soldi che non hanno pagato in tasse, e quindi devono in qualche modo restituirli.
Ma perché proprio i liberisti si fanno promotori di una proposta che sembra più adatta a politiche fiscali dell’epoca sovietica, che a una società moderna? Qualcuno di una certa età ricorderà gli argomenti democristiani contro il Partito Comunista negli anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo: “I comunisti vi porteranno via le vostre ricchezze e anche la casa!” Ecco, adesso lo vogliono fare i liberisti, ovvero proprio i nemici acerrimi (a parole) dei comunisti di allora, e per la banale ragione che il loro obiettivo è di impadronirsi delle ricchezze dell’Italia spendendo il meno possibile e approfittando della debolezza e della paralisi in cui è caduto il nostro governo, incapace di prendere decisioni efficaci per fare fronte all’urgenza dettata dalla situazione economica. Paralisi in buona parte indotta dal partito che rema contro il governo e che vorrebbe un nuovo governo tecnico, magari a guida Draghi, con la strana alleanza tra Lega, pezzi consistenti del PD, Berlusconi, la sinistra o quello che ne resta e dice di essere di sinistra, il tutto sotto la illuminata guida di Renzi e dei suoi compari di bottega. Tramontata l’ipotesi degli eurobond, lontana, fumosa e vaga quella del Recovery Fund, ridimensionato a soli mille miliardi circa l’intervento della BCE, volto per lo più a salvare le figliolette banche, non resta che affidarsi al MES e agli altri strumenti messi micragnosamente a disposizione dalla comunità per recuperare un po’ di soldi. Ma sappiamo bene che il MES non solo non basta, ma è anche una trappola, anche se alle “condizionalità” è stata sostituita la “stretta sorveglianza” sui conti di chi chiede l’intervento del MES, il che a me sembra pure peggio delle condizionalità che almeno sai dove ti portano. Oltretutto il 5 maggio, la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà sulla compatibilità del QE della BCE con i principi dello Stato tedesco e se, come è possibile anche per il crescente coro di chi in Germania nega ogni solidarietà per la vicenda coronavirus, questo significherebbe che l’unico strumento utilizzabile a breve termine sarebbe l’insufficiente e deleteria trappola del MES per cercare di salvare lo spread dall’assalto della speculazione finanziaria. Se ci pensate, è un quadro folle e disgustoso, a fronte della generosità e del sacrificio di tanti Italiani in questa emergenza, ma tant’è.”

Il partito trasversale della patrimoniale e la “strana” alleanza tra Tedeschi e Italiani, di Domenico De Simone continua qui.

Alzare la testa e cessare di scaricare colpe e potere sui più deboli


“Da tempo l’elettronica ha reso possibile il “capitalismo di controllo”, la compra-vendita dei megadata che consentono agli algoritmi di tracciare e prevedere i nostri comportamenti economici; ora le finalità non sono più commerciali: ora la politica stessa è controllo, e lo Stato è “Stato di sicurezza” – se possibile, da tutti introiettato e invocato –. E la prospettiva non è tanto l’emergenza quanto la permanenza: dall’Europa ci viene detto che dovremo accettare limitazioni alle libertà fintanto che non verrà scoperto un vaccino: almeno due anni, quindi; e se il vaccino non si trovasse, com’è il caso dell’AIDS? passeremo tutta la vita con app, mascherine, distanziamenti, patenti di buona salute e marchi di infettività?
La realtà è che il neoliberismo, cessata da tempo la sua fase euforica, alza ora il vessillo della sofferenza e della disciplina. Anche nell’ambito economico, naturalmente: dietro le offerte presuntamente allettanti del MES senza condizioni c’è il tentativo di perpetuare il comando dell’ordoliberismo sulla nostra economia, con la riserva esplicita dell’obbligo del rispetto di ogni vincolo esistente e di quelli che sicuramente verranno, pena la Troika. Nel frattempo, frazioni non irrilevanti del mondo intellettuale si sforzano di fare introiettare ai cittadini l’idea della minorità italiana, della colpa nazionale di un popolo di sconsiderati, di indebitati, di mancatori di parola, di cattivi pagatori: una sorta di auto-razzismo che ci dovremmo auto-infliggere in una generalizzazione del principio del ciclista in cui tutti subiamo potere per nostra colpa e tutti lo esercitiamo su tutti noi (non su qualche deviante, quindi, ma su ciascuno di noi, tutti devianti), aderendovi e legittimandolo in una universale confessione ed espiazione del nostro peccato.
La pandemia si rivela così un’ottima occasione per accelerare i cambiamenti, del resto già in atto, del paradigma politico-economico-culturale: non è una vera cesura, ma uno svelamento di ciò che era implicito. Il passaggio in atto da una legittimazione attraverso il consenso democratico (che prevedeva almeno il dissenso) a una legittimazione attraverso la colpa introiettata e la pena auto-inflitta serve a ribadire in forme nuove la logica di dominio che pervade questo tempo. Alzare la testa e cessare di scaricare colpe e potere sui più deboli – cioè su noi stessi – sembra a questo punto l’unica ragionevole strategia possibile.”

Da Il principio del ciclista, di Carlo Galli.

Uscire dal circolo compulsivo del Sistema

Una lettura non breve ma consigliatissima

“Poi, in questo mondo abituato a relazionarsi ad ogni realtà in forma di negoziazione, dove tutto ha il suo prezzo, è emerso un soggetto dalle preferenze non negoziabili: un virus.
Non era naturalmente la prima volta che il sistema mostrava paurosi scricchiolii. Erano passati poco più di dieci anni dalla più grave crisi finanziaria del dopoguerra. Ma si trattava appunto di una crisi finanziaria, dunque di qualcosa che rientrava per definizione sul piano della ‘negoziabilità’. Si era intervenuti quel tanto che bastava per un ritorno in grande stile al business as usual. Dopo aver cullato per qualche settimana l’idea che ‘non si potesse andare più avanti così’, una volta passata la paura ai vertici della catena alimentare, tutto è andato avanti esattamente come prima, solo con qualcuno più povero e qualcuno più ricco.
Così, una crisi che era nata da decisioni politiche americane, dall’azzardo morale di istituti di credito multinazionali, e dalla più sordida speculazione finanziaria è stata trasferita in un batter d’occhio in debito pubblico degli Stati democratici e in colpevolizzazione dei popoli, chiamati a ripianarli. Il tutto senza colpo ferire. Le servitù mediatiche di tutto il mondo si sono affaticate nello spiegare ai propri cittadini come dovessero farsi carico di quell’onere, come dovessero portare quelle catene, perché se le erano meritate. La complessità dei meccanismi finanziari, la loro natura remota ed arcana ai più aveva fatto il resto, permettendo di convincere i popoli, un po’ ovunque nel mondo, che quei debiti, contratti per tenere in vita istituti finanziari ‘too big to fail’ e per contrastare ondate speculative di squali di professione, erano colpa di Mario il barista, di Emma la parrucchiera, di Giacomo il maestro elementare, tutti vissuti al di sopra delle proprie possibilità.
E questi hanno annuito e si sono chinati a portare il basto, che neanche i ‘cafoni’ di Fontamara.
Poi l’imprevisto. Un’epidemia, anzi una pandemia.
E questa volta non sembra così facile spiegare a Mario, Emma e Giacomo che è colpa loro.
Ma comunque ci proveranno, anzi ci stanno già provando. Sentiamo già mormorare, a seconda delle situazioni, che la colpa è/sarà dei debiti pregressi (come quelli della crisi subprime), o dei sistemi sanitari meno efficienti (quelli stroncati a colpi di privatizzazioni e tagli), o di strategie di contenimento meno efficienti (capita a chi si perde tra donne e vino, come usuale tra i PIGS, secondo il presidente Dijsselbloem). E col tempo certamente verranno fuori altri ingegnosi capi di imputazione, cui la servitù mediatica darà giusta eco.
(…) Oggi, tuttavia, le dimensioni colossali della crisi, la sua origine naturale e il suo carattere globale, limitano la capacità di ricorrere a espedienti che ne camuffino la natura.
Accade, perciò che si comincino a fare alcune scoperte.
Si è scoperto d’un tratto che gli Stati nazionali, quegli ‘orpelli inutili e superati dai tempi’, sono proprio l’unica cosa che può proteggere le popolazioni davanti a problemi non negoziabili privatamente sul mercato e non trasferibili a terzi con un magheggio finanziario. Per decenni quando alcuni facevano sommessamente notare che non esistevano altri ordinamenti rispetto agli Stati nazione che rispondessero al popolo, e che potessero aiutarlo in una situazione di necessità, frotte di astuti progressisti ribattevano sprezzanti con accuse di arretratezza culturale, oscurantismo, populismo.
Si è scoperto, di passaggio, che quei famosi Stati, fino a ieri obsoleti, inutili e impotenti di fronte allo strapotere dei mercati, possono con una parola bloccare le merci in transito destinate ad altri Paesi, chiudere le frontiere, convertire produzioni private a finalità socialmente utili, e chiudere in casa 4 miliardi di persone sul pianeta. Basta siano motivati a farlo.
Si sta scoprendo (qui con qualche fatica in più) che il denaro è uno strumento, prodotto e messo a disposizione come medio di scambio e riserva di valore dagli Stati. E che perciò esso può essere messo a disposizione a costo zero nella quantità ritenuta utile alle operazioni economiche correnti. Questa scoperta è quella che viene più duramente ostacolata, perché una volta che l’idea fosse passata, milioni di persone che hanno vissuto per anni impiccate ad un raffreddore dei mercati, potrebbero reagire con le immortali parole del ragionier Fantozzi Ugo, illuminato da letture eversive nel suo sottoscala: “Ma allora m’han sempre preso per il culo.”
Già. Perché per anni hanno tagliato l’istruzione, il welfare, la sanità pubblica, la ricerca, le pensioni, hanno lasciato in strada lavoratori e piccoli imprenditori, hanno distrutto il tessuto produttivo, hanno costretto all’emigrazione centinaia di migliaia di persone, il tutto per la semplice ragione, si diceva, che non c’era alternativa: non c’erano soldi. E guai ad alzare la testa a chiederli. Perché allora ti spiegavano che i mercati (cioè i detentori di grandi capitali privati) avrebbero perso fiducia in noi, e sarebbero saliti gli interessi su debito. E oggi si inizia a scoprire, così, di passaggio, come fosse un dettaglio, che sia l’erogazione di credito che lo spread sono controllati dalle Banche Centrali. E quelli che per anni hanno sostenuto menzogne, muti. Ora si occupano di altro.
Ma non solo.
Si sta scoprendo che scommettere le carte della propria economia su filiere produttive lunghissime e fortemente internazionalizzate è un fattore di fragilità. A chi in passato lo faceva notare si rispondeva con la retorica di: “Allora vuoi l’autarchia?” Come se la scelta fosse tra far cucire palloni a bambini pakistani con pelli importate dall’Argentina per risparmiare un centesimo, o sigillare i confini versione Corea del Nord.
Si sta scoprendo che scommettere le proprie carte migliori sulle esportazioni, sacrificando i mercati interni espone a paurosi contraccolpi ad ogni crisi internazionale. Finora, infatti, figuravano come Paesi ‘virtuosi’ quelli che erano disposti a contrarre i salari all’interno per far guadagnare competitività alle proprie esportazioni. Era un dettaglio, naturalmente, che tale virtù, quando universalizzata, comportasse semplicemente una compressione di tutti i salari a livelli di sussistenza e generasse crisi di sottoconsumo, da far scontare di nuovo ai lavoratori, licenziandoli.
Si sta scoprendo che l’unica ricchezza reale è il lavoro della gente, il loro ingegno, la loro volontà, e che il denaro è solo un mezzo per agevolare il funzionamento della divisione del lavoro, ma che senza poggiare sul lavoro umano è letteralmente nulla, un numero su un conto, un pezzo di carta. Se non hai medici e infermieri non li puoi comprare. Se non hai scoperto una cura, non la trovi sul mercato. Se la gente fosse quella che gli economisti pensano sia, invece di avere medici in pensione che tornano al lavoro rischiando la vita, avresti medici in servizio che si danno malati in massa.
E infine si sta scoprendo qualcosa di semplice, impalpabile, ma forse decisivo: si sta scoprendo che quello che sembrava un meccanismo universale capace di triturare ogni cosa, un destino inciso nell’acciaio di immensi ingranaggi storici, può essere spazzato via in un momento. Nonostante l’immane tragedia, nonostante gli angoscianti pronostici sulle ristrettezze future, nonostante la condanna agli arresti domiciliari, circola in queste terribili settimane una atmosfera vitale. Dopo tanto tanto tempo in cui vigeva solo la cappa di un sistema senza alternative o vie di fuga, dove potevi anche sapere che stavi devastando il pianeta e la salute dei tuoi figli, ma non importava, perché l’inesorabilità del meccanismo non poteva essere messa in discussione. Questa crisi forza gran parte del mondo ad una pausa di riflessione. E nelle pause di riflessione accade che molte persone che di solito non hanno modo per farlo, inizino a pensare. E non c’è cosa più minacciosa per un’organizzazione sociale ed economica come quella del capitalismo avanzato di una popolazione che esca dal circolo compulsivo delle richieste di sistema e si dia il tempo di guardare sentieri laterali.”

Da Scenari della “grande frattura”, di Andrea Zhok

Libertà di stampa o libertà di menzogna?

Il Coronavirus sta ottundendo le facoltà cerebrali, prima ancora che attaccare i polmoni. Navighiamo in un oceano di follia. Ho scritto più volte che la prima “emergenza” in Italia è la cosiddetta informazione, che è controllata in gran parte da due gruppi finanziari, ed è assolutamente omologata culturalmente, oltre che politicamente a senso unico, e povera, spesso poverissima sul piano della mera capacità giornalistica, non di rado anche nella padronanza della lingua italiana.
Ho raccontato qualche giorno fa la vicenda del vergognoso articolo di tale Jacopo Jacoboni su uno dei più “allineati” quotidiani italiani, “La Stampa”. L’articolo sulla base di fonti non specificate di autorità militare e politiche italiane insinuava che gli aiuti russi all’Italia in difficoltà non fossero che un escamotage per mettere una zampa nel Paese, allontanandolo dagli “alleati storici” (ossia lo Zio Sam, nostro padrone assoluto dal 1947) e che oltre tutto quegli aiuti erano “per oltre l’80%” assolutamente inutili.
L’articolo, un esempio di che cosa non debba essere il giornalismo (sarebbe da far studiare nelle sedicenti scuole che scuciono denaro a giovani illudendoli di avviarli alla professione), era stato ridicolizzato, con la verve che gli è propria, da Marco Travaglio, sul “Fatto Quotidiano”. Travaglio, è noto, è non solo una penna caustica, ma un signor giornalista, uno che evita le supposizioni, e prova a raccontare i fatti sulla base di una documentazione accertata. Del resto il signor Jacoboni gli aveva fornito ampia messe di scempiaggini, al limite del caricaturale, per cui era facile affondare il suo pseudo-argomentare. E ricordo che Travaglio è dichiaratamente uomo che politicamente si schiera a destra, ma, a differenza di Jacoboni, è un vero giornalista, uno di quelli che dà quotidiane lezioni di informazione. (Il che non toglie che valga anche per lui, come per me!, il detto latino: “quandoquidem dormitat Homerus”! Insomma tutti possiamo sbagliare, ma importante è procedere in modo rigoroso, controllando le fonti, lasciando da parte insinuazioni prive di fondamento, e soprattutto non facendoci “dettare” i nostri articoli da qualche padrone o suo emissario).
Avevo ripreso la questione, denunciando quell’esempio di sciacallaggio, in un momento in cui l’Italia vive una situazione terribile e, ignorata dagli “alleati storici” e abbandonata e persino derisa dai partner europei, riceve aiuti da Paesi esterni, tutti, guarda un po’, appartenenti all’area che era stata del socialismo, o lo era ancora: Repubblica Popolare Cinese, Cuba, Venezuela, Federazione Russa. In particolare da questo grande Paese erano appena giunti aerei cargo che avevano trasportato camion attrezzati con un centinaio di addetti, tutto personale medico e paramedico altamente qualificato, con attrezzature non solo mediche, ma igieniche e sanitarie. Un esempio di organizzazione perfetta oltre che di eccezionale generosità.
Ebbene, “La Stampa” (ma anche altri giornali a cominciare dal sodale “la Repubblica”, ormai appartenente allo stesso gruppo finanziario del quotidiano torinese), sputava su quegli aiuti, aggiungendo elementi di tensione politica, insufflando dubbi e sospetti in una opinione pubblica smarrita e sull’orlo costante di crisi di ansia e di panico.
L’articolo ha generato, come era del tutto ovvio (e personalmente lo avevo previsto) le reazioni irritate del Governo russo, che si è espresso per bocca del suo Ambasciatore a Roma, prima e poi del portavoce del Ministero della Difesa (responsabile della spedizione, trattandosi di mezzi e personale inquadrati nelle Forze Armate della Federazione). Giustamente non solo i comunicati russi facevano osservare la gratuità dell’aiuto russo, e denunciavano come del tutto infondate e perniciose le insinuazioni del sedicente giornalista, ma parlavano di “russofobia” (tema su cui mi sono soffermato più volte negli ultimi tempi, molto prima dell’emergenza Covid 19).
Ebbene, che cosa sarebbe dovuto accadere, quale risposta ci sarebbe dovuta esser da parte della “”? Una sola possibile: un messaggio di scuse.
Invece no, con sufficienza e una notevole dose di superflua arroganza, prima il Direttore Molinari, poi il Comitato di Redazione, subito supportato da quello del gemello “La Repubblica”, hanno risposto lamentando la carente libertà di stampa in Russia, e vantando quella italiana! Secondo un consolidato modello argomentativo, quando si è in difficoltà davanti a precise contestazioni, invece di entrare nel merito, si rovescia l’accusa. Si può fare, ma solo dopo! E nel momento in cui addirittura si creano a livello addirittura governativo, delle “task forces” contro la “fake news”, si può far passare come libertà di stampa la libertà di menzogna?! Siamo davvero a un passo dalla follia.
Lo sconcerto cresce se andiamo a vedere le reazioni politiche: i primi a insorgere, non contro Jacoboni, bensì a suo favore, e dunque contro il Governo russo, sono stati rappresentanti dei Radicali (così ogni tanto scopriamo che esistono ancora, o meglio credono di esistere), del PD, il solito Renzi, che deve non farsi scavalcare, in fatto di tutela della libertà di menzogna, dai suoi ex soci di via del Nazareno, tutti appassionatamente insieme a Forza Italia. Ringalluzzito da tale parterre, il simpatico Jacoboni prima sollecita un pronunciamento ufficiale del nostro Governo (“In Italia non ci facciamo intimidire, qui esiste la libertà di critica. Noi non siamo la Cecenia. Ringrazio i tanti che mi hanno espresso la loro solidarietà, anche se mi sarei aspettato immediatamente una reazione da parte del presidente del Consiglio”). E quando arriva un comunicato congiunto dei Ministeri degli Esteri e della Difesa (“La libertà di espressione e il diritto di critica sono valori fondamentali del nostro Paese, così come il diritto di replica”), Jacoboni, ormai convinto di essere un paladino della libertà di stampa, uno dei nuovi “eroi” sorti nella battaglia contro il Covid 19, non si accontenta. E sentenzia: “Ognuno legga e si faccia un’idea. La nota, dettaglio importante, è firmata dai ministeri della Difesa e degli Esteri italiani. Non è una nota di Palazzo Chigi”.
Ossia, il nuovo Tocqueville, grande teorico della libera stampa, nell’Ottocento, dico Jacoboni, sembra infastidito dal fatto che la Nota inizi con un riconoscimento alla Russia (“L’Italia è grata alla Russia per gli aiuti…”), e soprattutto a lui non bastano due ministri scesi per difendere la sua “professionalità” (!?), pretende che scenda in campo addirittura il Presidente del Consiglio. Il quale evidentemente non ha di meglio da fare, in queste giornate di delirio, di sofferenza nazionale, di confusione, incertezza, paura, che difendere l’onore professionale di Jacopo Jacoboni.
Personalmente, nella mia modesta veste di commentatore, raccogliendo l’invito implicito di Jacoboni (in fondo è il solito “armiamoci e partite!”), proporrei una bella dichiarazione di guerra. Al virus l’abbiamo già fatta, con modesti risultati finora. E sull’onda del patriottico orgoglio di cui sono traboccanti le reti sociali e i balconi d’Italia, avvierei una nuova “campagna di Russia”. Ci andò male, com’è noto, in passato, quando Mussolini mandò a combattere gli Alpini con le scarpe di cartone. D’altronde oggi buttiamo nelle corsie di ospedali giovani e vecchi medici e paramedici senza esperienza e senza mezzi di protezione nell’altra “guerra”. Magari stavolta nelle steppe siberiane ci andrà meglio. Dunque, Mosca sei avvertita!
Angelo D’Orsi

(Fonte)

L’ambiente ideale per le persone che vogliono speculare


“Dovrei chiarire, perché c’è molta confusione. Questa non è una guerra biologica, perché il coronavirus non è un virus pericoloso. Ha alcune somiglianze con altri virus. Innesca la polmonite, quindi c’è un processo di recupero. In effetti, se guardiamo ai recenti sviluppi, la pandemia in Cina è più o meno risolta. Hanno annunciato che oltre l’80% dei casi confermati è stato risolto. Ora, i media non ne discuteranno mai perché una volta che iniziano a dire: “Oh, le persone si stanno riprendendo, stanno guarendo” e così via, questo tipo di affermazioni disinnesca il panico. Quello che vogliono fare è mantenere alto il livello di panico, ed è quello che sta accadendo in questo momento. C’è paura e intimidazione, c’è panico. Le persone si sentono minacciate e le autorità stanno intraprendendo azioni che non proteggono la salute delle persone, ma fanno esattamente il contrario. Ora, non sto dicendo che il coronavirus non sia un problema di salute. Lo è davvero.
Ma ciò che più mi preoccupa sono tutti i milioni di persone che hanno perso il lavoro a causa del coronavirus, per non parlare di coloro che hanno perso i loro risparmi di una vita in borsa. Pensa a tutti gli investitori più piccoli che mettono i loro soldi con il loro broker e così via, e cosa succede? Perdono tutto quando il mercato crolla. Ora, questo, ovviamente, è un problema e ha anche implicazioni per la salute. Alcune persone si suicidano quando perdono i loro risparmi. Ma questo è semplicemente considerato parte di un meccanismo di mercato. In realtà non fa parte di un meccanismo di mercato. Fa parte di un processo di manipolazione attraverso sofisticati strumenti speculativi come la vendita allo scoperto. Lo sappiamo. E se hai il presentimento che il presidente Trump sta per attuare un divieto di viaggi transatlantici verso l’Unione Europea, immediatamente coloro che ne hanno sentore possono speculare sul crollo delle azioni delle compagnie aeree. È molto facile. Effettuano una scommessa e se scende, fanno soldi.È qui che, naturalmente, questi potenti interessi, finanzieri e hedge fund aziendali stanno facendo un’enorme quantità di denaro. E ciò a cui stiamo assistendo ora è un trasferimento di ricchezza, una concentrazione di ricchezza in denaro, che penso non abbia precedenti.
È forse uno dei maggiori trasferimenti di ricchezza monetaria nella storia moderna. In altre parole, è caratterizzato da fallimenti di piccole e medie imprese, aumento del debito, aumento dei debiti personali, debiti societari, acquisizione di società concorrenti. E in un certo senso, è caratterizzato da conflitti all’interno dell’establishment finanziario. Non è solo una guerra contro la Cina. All’inizio sembrava essere una guerra economica contro la Cina, che ha portato alla chiusura del commercio e delle spedizioni e così via, dove le fabbriche dovevano chiudere e così via, per non parlare del settore turistico. Ma è più di questo, perché influisce anche sull’equilibrio interno di potere all’interno dell’establishment finanziario. Il fatto che le compagnie aeree ne siano le vittime è significativo, perché potrebbero crollare e quindi, ovviamente, essere acquistate, e ciò significa che c’è stata una ridistribuzione non solo della ricchezza monetaria ma anche di vera ricchezza. Questi sono beni. L’esistenza del coronavirus, che genera incertezza, panico, è in definitiva l’ambiente ideale per le persone che vogliono speculare e fare soldi a spese di coloro che hanno risparmi, a spese delle piccole imprese e alle spese di società concorrenti. Questa è la situazione in cui ci troviamo e non ricordo alcun periodo della nostra storia recente paragonabile a quello in cui viviamo adesso, in cui intere economie sono in stallo (…)”.

Da Chi ha diffuso il virus? Intervista col prof. Michel Chossudovsky, a cura di Bonnie Faulkner.

Laboratorio Grecia

A chi, dall’alto (?) del proprio scranno parlamentare, ipotizza una “grecizzazione” dell’economia italiana, attraverso l’adozione di misure che richiamano in maniera sinistra quanto perpetrato nel Paese balcanico durante l’ultimo decennio, vogliamo rivolgere l’invito a prendere visione del seguente documentario, realizzato dal benemerito Collettivo Vox Populi, scritto e diretto da Jacopo Brogi.
Laboratorio Grecia è “un viaggio che attraversa la Storia greca passata e recente: dalla seconda guerra mondiale all’attuale crisi economico finanziaria. Un documentario di Storia e di tante storie: vita quotidiana nell’epicentro del neoliberismo applicato. (…) Cronache del nostro avvenire: in cammino fra le generazioni, per abbandonare l’eterno presente ed inventare un Futuro dalle misure umane.”

“Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”

Virus: scatta la colpevolizzazione dei cittadini

Una delle strategie più efficaci messe in campo dai poteri forti durante ogni emergenza consiste nella colpevolizzazione delle persone, per ottenere dalle stesse l’interiorizzazione della narrazione dominante su ciò che accade, al fine di evitare qualsiasi ribellione verso l’ordine costituito.
É una strategia ampiamente messa in campo nell’ultimo decennio con lo shock del debito pubblico, presentato alle persone come la conseguenza di vite dissennate, vissute al di sopra delle proprie possibilità, senza alcuna responsabilità verso le generazioni future.
Lo scopo era evitare che la frustrazione per il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione si trasformasse in rabbia verso un modello che aveva anteposto gli interessi delle lobby finanziarie e delle banche ai diritti delle persone.
É una strategia che si sta ora dispiegando nella fase più critica dell’epidemia prodotta dal virus Covid19.
L’epidemia ha reso il re nudo e ha dimostrato tutti gli inganni della dottrina liberista.
Un sistema sanitario come quello italiano, fino a un decennio fa tra i migliori al mondo, è stato fatto precipitare sull’altare del patto di stabilità: tagli da 37 miliardi complessivi e una drastica riduzione del personale (-46.500 fra medici e infermieri), con il brillante risultato di aver perso più di 70.000 posti letto, che, per quanto riguarda la terapia intensiva di drammatica attualità, significa essere passati dai 922 posti letto ogni 100mila abitanti nel 1980 ai 275 nel 2015.
Tutto questo dentro un sistema sanitario progressivamente privatizzato e, quando anche pubblico, sottoposto ad una torsione aziendalista con l’ossessione del pareggio di bilancio.
É quasi paradigmatico che il re sia visto nudo a partire dalla Lombardia, considerata l’eccellenza sanitaria italiana e ora messa alle corde da un’epidemia che, nella drammaticità di queste settimane, ha dimostrato l’intrinseca fragilità di un modello economico-sociale interamente fondato sulla priorità dei profitti d’impresa e sulla preminenza dell’iniziativa privata.
Può essere messo in discussione questo modello, con il rischio che, a cascata, l’intero castello di carte della dottrina liberista crolli? Dal punto di vista dei poteri forti, è inaccettabile.
Ed ecco scattare la fase della colpevolizzazione dei cittadini.
Non è il sistema sanitario, de-finanziato e privatizzato, a non funzionare; non sono i folli decreti che, da una parte, tengono aperte le fabbriche (e addirittura incentivano con un bonus la presenza sul lavoro), e dall’altra riducono i trasporti, facendo diventare le une e gli altri luoghi di propagazione del virus; sono i cittadini irresponsabili che si comportano male, uscendo a passeggiare o a fare una corsa al parco a inficiare la tenuta di un sistema di per sé efficiente.
Questa moderna, ma antichissima, caccia all’untore è particolarmente potente, perché si intreccia con il bisogno individuale di dare nome e cognome all’angoscia di dover combattere con un nemico invisibile: ecco perché indicare un colpevole ( “gli irresponsabili”), costruendogli intorno una campagna mediatica che non risponde ad alcuna realtà evidente, permette di dirottare una rabbia destinata a crescere con il prolungamento delle misure di restrizione, evitando che si trasformi in rivolta politica contro un modello che ci ha costretto a competere fino allo sfinimento senza garantire protezione ad alcuno di noi.
Continuiamo a comportarci responsabilmente e facciamolo con la determinazione di chi ha da sempre nella mente e nel cuore una società migliore.
Ma iniziamo a scrivere su tutti i balconi “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”.
Marco Bersani

(Fonte)

Vinti ma di sicuro non peggiori dei vincitori

“Il 27 gennaio ultimo scorso, data dell’arrivo dell’Armata Rossa ai cancelli di Auschwitz, si è celebrato, come ogni anno, con grandissima partecipazione di congiunti, sopravvissuti, media e autorità, il “Giorno della Memoria”. Il 10 febbraio, poi, ci si è accapigliati sul “Giorno del Ricordo”, quello delle Foibe, nelle quali un sacco di strabici, dal Quirinale in giù, vogliono vedere sepolte solo vittime di Tito fiumane o triestine. Infine, Il 14 febbraio i fidanzati, gli sposi ancora in buona, gli amanti ancora entusiasti, si sono fatti gli auguri e i pensierini di San Valentino. Per il “Giorno della Rimembranza” che qui, seduta stante, proclamo e inauguro, siccome sono solo e resteremo pochini, voglio rifarmi a San Valentino, interpretata come giornata di chi si vuole bene.
A sfida delle zanne dei morsicatori del pensiero non unico, anzi, controverso, dichiaro che, insieme all’Italia, della quale mi auguro la difesa dell’identità millenaria e il ricupero della sovranità popolare e nazionale, voglio molto bene alla Germania, per la quale formulo gli stessi auguri. E’ in massima parte a questo paese, vindice, insieme ad altre nazioni, della grande civiltà europea (tagliando via guerre e colonialismi), terra di pensatori senza uguali, esploratori dell’animo umano, terra di grandi foreste integre e di grandi fiumi andati a fare le vene d’Europa, che dedico il “Giorno della Rimembranza”. Se non altro perché è il giorno dei vinti e, di conseguenza, non se lo fila nessuno. E’ a dispetto di questo cielo di soli artificiali, che vanno sostituendo quello naturale e la sua giusta luce, che certe storie, certi crimini, certe sofferenze, vanno ricuperate, riscritte, scolpite nella Storia accanto a quelle accettate e consacrate. Non sempre a ragione. Con almeno uguale dignità. E i negazionisti, quelli che negano il diritto a studiare, rivedere e riscrivere la Storia, peste li colga.
Il mio “Giorno della Rimembranza”, coincide – guarda il caso! – con le 48 ore, dal 13 al 14 febbraio 1945, in cui migliaia di carnefici in volo, della RAF e dell’USAAF, spediti da Churchill, hanno cancellato dalla faccia della Terra Dresda, il più prezioso gioiello barocco d’Europa. E poi anche Lipsia e Berlino e Amburgo e Monaco…. Forse questo mio “Giorno della Rimembranza” è balenato anche a quelli che recentemente in Germania Est, belli o brutti che fossero, non hanno votato come si converrebbe. Come sarebbe andata bene alle signore e ai signori del vero e del giusto, dei sacrosanti giorni della memoria e del ricordo, dalla Merkel alla Von der Leyen, da Macron a Mattarella, da Stoltenberg (NATO) al “manifesto”. E, dunque, senza nemmeno andare a vedere cosa dicono e cosa vogliono, e perché siano tanti e crescano, e per quali regioni detestino il governo che li ha annessi e colonizzati, questi depravati sono stati sotterrati sotto una slavina di “fascisti”, “neonazisti”, “razzisti”.
Io mi riservo di studiare chi e perché stia vincendo elezioni in Germania Est, mentre ho già un’ideuzza del perché vadano scemando i voti operai e proletari di SPD e CDU, forze di un capitalismo cannibale nei confronti dei propri fratelli, anche se meno esplosivo e incendiario degli aerei alleati. Forze predatrici che di una DDR, in cui nessuno aveva troppo e nessuno troppo poco, hanno distrutto, rubato, devastato tutto e quel che restava l’hanno portato via. Proprio come certi compari dall’URSS-Russia al tempo di Eltsin.
Detto questo per placare eventuali indignazioni, spiego perché alla Germania, ai tedeschi voglio bene. Non è questione di sangue. Miei avi paterni della Savoia e materni di origine francese ugonotta, poi trapiantati sul Reno, non c’entrano niente. C’entra che io, al tempo di Dresda immolata, insieme a centinaia di città, paesi, borghi, in Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, con una potenza di fuoco e di esplosivo ad altissimo potenziale, mai visto in nessuna guerra, da quelle parti c’ero. Piccolino, ma c’ero, vedevo, capivo. Mio padre era sotto le armi e fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre. Il resto della famiglia, madre, sorella, io, era scampata nelle Alpi Bavaresi dai bombardamenti su Napoli. Anche per stare vicino a mio padre, detenuto a Wiesbaden. Ma gli Italiani erano passati da mercenari di Hitler, a mercenari di Churchill e Roosevelt. Perdemmo lo stato di alleati e assumemmo quello di nemici. E fummo costretti al domicilio coatto, poi molto alleggerito. Mio padre fu rilasciato dopo nove mesi di agiata prigionia in un hotel di Wiesbaden e rimandato in Italia. Noi no.
(…)
Con 11 anni, a Dresda non c’ero. Ma ne ho assaporato la carne bruciata. Più o meno negli stessi giorni, sul paese dove eravamo stati confinati, calavano gli Spitfire a mitragliare la gente. Di soldati non ce n’erano più. Raccoglievamo nei campi le loro armi abbandonate. E neanche di uomini tra i 14 e i 65 anni. Tutti richiamati per l’estrema, assurda, difesa, noi bambini delle Medie facevamo da Protezione Civile: a secchiate spegnavamo gli incendi e a braccia raccoglievamo feriti e morti. Così anche, nell’insediamento di baracche tirate su per i rifugiati dalle bombe su Duesseldorf e mitragliate pochi minuti prima, un mio compagno di classe di 11 anni. Col ventre squarciato e gli occhi spalancati sul cielo. Un altro mio compagno volò in cielo col ponte sul Meno fatto saltare da uno scellerato comandante tedesco in ritirata.
Questo “Giorno della Rimembranza” per civili tedeschi senza lapidi e senza onoranze vale anche per tutte le altre città tedesche, perlopiù, come Dresda, completamente prive di significato e presenza militare. Non si trattava di distruggere una Wehrmacht ormai allo sbando. Io, in molte di quelle altre città sono capitato mentre venivano rase al suolo dagli esplosivi, o rese macabri scheletri dalle bombe incendiarie. Non avremmo mai più rivisto il gotico, il neoclassico, il Biedermeyer, il rococò, il liberty, di Francoforte, Magonza, Koblenza, Colonia, Monaco, Wuerzburg, quella con la reggia affrescata dal Tiepolo. La Germania raccontata da Goethe, E.T.A Hoffmann, Brentano, Heine…non l’avrebbe più vista nessuno. Vedevamo le bombe scendere a grappolo, a stormi, a migliaia. Mia madre evitava i rifugi: “Meglio morire all’aria aperta, piuttosto che lì sotto, come topi”. E dopo ogni bombardamento ci trascinava via, verso luoghi “più sicuri”, che poi non lo erano. Ricordo una strada in centro, pochi minuti dopo che la sirena aveva suonato il cessato allarme. Era attraversata da voragini e fiancheggiata da macerie, palazzi con finestre che parevano gli occhi vuoti delle maschere greche, ancora fiamme qua e là ad arrossare interni, cavalli con le pance squarciate al lato della strada, sempre con quegli occhi enormi, vivi, che non capiscono.
(…) Prendevo lezioni private di Inglese da un giovane ebreo, si chiamava Ludwig Haas. Era sempre preoccupato, si muoveva con circospezione, ma nessuno nel paese gli ha mai torto un capello. Lo coprivano. Altrove era diverso, si sa. Avevamo la tessera annonaria, come tutti, ma quella per stranieri, più avara, da mera sopravvivenza. Mia madre ci portava in campagna a scambiare un suo vestito di seta con due panetti di burro e sei uova. Si friggeva con i resti del surrogato di caffè. Si mangiavano ortiche colte al lato della strada. Il calo delle difese immunitarie causava epidemie. Il tifo lo presi anch’io, come tanti, anche nei campi di concentramento. Mi salvai perché gli Americani, a fine 1946, dopo averci trattenuti per oltre un anno, sempre in regime di fame, più qualche chewing gum (che io mi rifiutavo di accettare dai GIs), perché, stranamente, considerati non badogliani, ma mussoliniani, finalmente ci permisero di rimpatriare.
Ma la gente del posto ci diede un’abitazione per pochissimi soldi. Un imprenditore del mobile ce la arredò gratis. I libri di scuola mi venivano regalati da compagni più avanti. Con qualcuno mi picchiai perché mi urlavano dietro “Badoglio!” Ma c’era tanta amicizia ed escursioni nei boschi e sul fiume. Le secche zitelle verduraie vicino a casa mia ci regalavano pomodori e cetrioli e mi insegnarono a coltivarli in un pezzetto del loro vivaio. La panettiera, grande, grossa, rubizza e tenera, ci dava sempre qualche panino in più, oltre la tessera annonaria. Così il salumiere dei Wuerstel. E il lattaio, un po’ matto, finchè ce n’era. Poi se lo portò via il “Volkssturm”, l’ultima chiamata alle armi, dei vecchi e dei ragazzini. Il mio “Giorno della Rimembranza” lo dedico anche a questi miei “concittadini”. Vittime, come tutti noi. E vinti. Ma di sicuro non peggiori dei vincitori.”

Da Mi faccio il “Giorno della Rimembranza”. Il giorno della memoria dei vincitori, 365 giorni dell’oblio dei vinti, di Fulvio Grimaldi.

Fiume e la giustizia sociale: quis contra nos?

Il seguente articolo è tratto dal magazine on-line di analisi dei temi economici e sociali del Circolo SO.R.E.L. (Quaderni di Socialità Responsabilità Economia Lavoro), che intende offrire uno strumento trasversale per attualizzare i temi della partecipazione, del lavoro, della produzione e della democrazia diretta.
Il Circolo SO.R.E.L. è presente anche su Facebook a questo collegamento.

Scisso tra il silenzio imbarazzato di molti e qualche flebile voce, interessata soprattutto alla dimensione estetica di quell’avventura, il centenario dell’impresa fiumana pare scivolar via senza che ci si ponga l’unica vera domanda che conta, se non si preferisce l’onanismo intellettuale alla capacità di trasformazione della realtà: a cent’anni dalla marcia dei legionari di Ronchi verso la “città olocausta”, qual è il lascito che può essere attualizzato di quell’esperienza?
A giudicare dall’urgenza delle sfide che la contemporaneità pone innanzi alle società europee, la Carta del Carnaro resta un faro che può illuminare la strada verso l’avvenire. In particolare, nel testo redatto da Gabriele D’Annunzio e da uno dei padri del sindacalismo rivoluzionario italiano, Alceste De Ambris, è soprattutto la carica social-rivoluzionaria a restare di cogente attualità. Già nel terzo articolo della Carta si definisce un concetto di sovranità inscindibile dalla dimensione sociale e dall’importanza del lavoro. «La Reggenza italiana del Carnaro è un governo schietto di popolo, “res populi” che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo», si legge. E, in un tempo in cui la terza età del capitalismo porta in dote disoccupazione strutturale e precarietà delle esistenze, non sarà inutile ricordare come tra le “credenze religiose” che chiudono la Carta del Carnaro (che nulla hanno a che vedere con le religioni, pur afferendo alla dimensione sacrale della vita) il lavoro è centrale perché «anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo». In una società in cui privatizzare è considerata una necessità e lo Stato arretra dinanzi all’aleatoria e prepotente aggressività del mercato, la Carta del Carnaro ci ricorda come lo Stato venga prima del proprietario, la comunità prima dell’individuo, la politica prima dell’economia. «Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali. Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può essere lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente, ad esclusione di ogni altro – recita il testo – Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale».
La Carta, poi, si apre con una dicitura significativa: “Della perpetua volontà popolare”. Oggi che esigenze e aspettative del popolo sono mortificate e la crisi della rappresentanza si mostra in tutta evidenza nelle degenerazioni dei sistemi capitalistici, si pone il dilemma di come costruire una diretta volontà popolare. Il binomio democrazia-liberalismo – imposto come elemento ineluttabile, come fosse un pleonasmo – va concettualmente spezzato. Ci può essere democrazia senza liberalismo, e su questo assioma va costruita l’alternativa. Ma non basta la denuncia intellettuale delle storture del presente – pur necessaria e auspicabile – per invertire la rotta. Servono competenze, alternative, proposte. Le sfide poste dall’automazione e dalla precarizzazione del lavoro, la mercificazione del mondo, la negazione del limite e la distruzione dei legami sociali, attendono risposte concrete, trasversali, radicali. Ma anche bagagli leggeri, menti aperte e una tremenda voglia di camminare.
Mario De Fazio

(Fonte – i collegamenti inseriti sono del curatore)

La battaglia esistenziale per gli Stati Uniti


“I turbolenti anni venti sono iniziati con il botto dell’assassinio mirato del generale iraniano Qasem Soleimani.
Eppure un botto più grande ci attende per tutto il decennio: la miriade di declinazioni del Nuovo Grande Gioco in Eurasia, che mette gli Stati Uniti contro la Russia, la Cina e l’Iran, i tre principali nodi dell’integrazione dell’Eurasia.
Ogni atto rivoluzionario in geopolitica e geoeconomia nel prossimo decennio dovrà essere analizzato in relazione a questo epico scontro.
Lo Stato profondo e i settori cruciali della classe dirigente americana sono assolutamente terrorizzati dal fatto che la Cina stia già superando economicamente la “nazione indispensabile” e dal fatto che la Russia abbia superato militarmente gli USA. Il Pentagono designa ufficialmente i tre nodi eurasiatici come le principali minacce “minacce”.
Le tecniche di guerra ibrida – che portano alla demonizzazione integrata del 24/7 – prolifereranno con l’obiettivo di contenere la “minaccia”, l ‘”aggressione” russa e la “sponsorizzazione del terrorismo” dell’Iran. Il mito del “libero mercato” continuerà ad affogare sotto l’imposizione di una raffica di sanzioni illegali, eufemisticamente definite come nuove “regole” commerciali.
Eppure questo non sarà abbastanza per far deragliare il partenariato strategico Russia-Cina.
(…) Il colonnello in pensione dell’esercito americano Lawrence Wilkerson, capo di Stato Maggiore di Colin Powell dal 2001 al 2005, si lancia all’inseguimento: “L’America esiste oggi per fare la guerra. In che altro modo interpretiamo 19 anni consecutivi di guerra e senza fine in vista? Fa parte di quello che siamo. Fa parte delle caratteristiche dell’impero americano.
Mentiremo, imbrogliamo e ruberemo, come sta facendo Pompeo in questo momento, come sta facendo Trump in questo momento, come sta facendo Esper in questo momento… e una miriade di altri membri del mio partito politico, i Repubblicani, stanno facendo proprio ora. Mentiremo, imbrogliamo e ruberemo per fare qualunque cosa dobbiamo fare per continuare questo complesso bellico”, come loro stessi hanno affermato. Questa è la verità. E questa è la sofferenza
Mosca, Pechino e Teheran sono pienamente consapevoli della posta in gioco. Diplomatici e analisti stanno lavorando alla tendenza, per il trio, di sviluppare uno sforzo concertato per proteggersi l’un l’altro da tutte le forme di guerra ibrida – sanzioni incluse – lanciate contro ognuna di esse.
Per gli Stati Uniti, questa è davvero una battaglia esistenziale – contro l’intero processo di integrazione dell’Eurasia, le Nuove strade della seta, il partenariato strategico Russia-Cina, quelle armi ipersoniche russe mescolate con una diplomazia flessibile, il profondo disgusto e la rivolta contro le politiche statunitensi in tutto il Global South, il quasi inevitabile crollo del dollaro USA. Quel che è certo è che l’Impero non andrà tranquillamente nella notte. Dovremmo essere tutti pronti per la battaglia dei secoli.”

Da Gli Stati Uniti sono in una battaglia epocale per fermare l’integrazione dell’Eurasia, di Pepe Escobar.

L’imperialismo energetico statunitense


“Con la Libia relegata nel ruolo di Stato fallito, l’Iran espulso dal commercio, il Golfo Persico che si sta trasformando in zona di guerra, il Venezuela sanzionato dai mercati, Boko Haram che interrompe la produzione di petrolio nigeriana, la gigantesca Russia costretta a una nuova Guerra Fredda, i Sauditi in procinto di vendere pezzi di ARAMCO agli Stati Uniti e ad altri investitori capitalisti, e ora con Donald Trump che tiene il petrolio siriano fuori dai mercati globali, gli Stati Uniti spingono il loro petrolio come il più affidabile e facilmente disponibile.
Lo stesso si può dire degli sforzi degli Stati Uniti per espandere i propri mercati di gas naturale liquefatto (GNL). La volontà sistematica di rappresentare la Russia come una minaccia esistenziale che incombe ai confini dell’Europa orientale e centrale ha lo scopo di stigmatizzare la Russia come partner pericoloso e compromettere la sua posizione come principale fornitore economico di gas naturale, fornito dalle pipeline per l’Europa. Di conseguenza, gli Stati Uniti sperano di aprire la porta di quel mercato stabilendo terminali GNL negli Stati più anti-russi. Allo stesso modo, il caos nello Stretto di Hormuz e la lotta all’Iran hanno gettato un’ombra sull’affidabilità dei maggiori concorrenti statunitensi di gas: i vasti giacimenti di gas iraniano e del Qatar.
In questa competizione per i mercati energetici globali, gli Stati Uniti fanno affidamento sulle sanzioni economiche come arma preferita, in particolare bloccando l’attività commerciale dei rivali energetici.
Se imporre la stabilità in un mondo capitalista dipendente dalle importazioni di energia era il primo obiettivo dell’imperialismo USA, la sovrapproduzione di energia da tecnologie innovative ha fissato nuovi obiettivi. Poiché gli Stati Uniti bramano i mercati tradizionali di petrolio e gas naturale, l’imperialismo USA è disposto a convivere e anche favorire l’instabilità globale. Non è un caso che guerre distruttive senza fine, zone a rischio diffuse, minacce e ostilità siano caratteristiche del ventunesimo secolo.
Rafforzare le esportazioni di energia e la vendite di armi rendono gli Stati Uniti il principale piantagrane in un mondo capitalista instabile e ultra competitivo.
L’imperialismo energetico statunitense rende ancora più pericoloso un mondo già instabile.”

Da È solo tutto per il petrolio?, di Greg Godels.

La necessità di un nuovo IRI

Autostrade, Alitalia e ILVA. Cioè trasporto su ruota, trasporto aereo e produzione di acciaio. Due monopoli naturali e un’industria strategica.
Si cercano da anni improbabili soluzioni, quando l’unica cosa da fare sarebbe nazionalizzarle.
D’altronde è evidente come i modelli di successo siano quelli dei Paesi in cui lo Stato interviene pesantemente nell’economia.
Delle 129 aziende cinesi presenti nella lista delle migliori 500 stilata da Fortune, l’80% è costituto da aziende di proprietà o comunque controllate dallo Stato.
Molti altri Paesi, la maggior parte di quelli industrializzati, vantano un’importante presenza dello Stato nell’economia, soprattutto quando si parla di grandi aziende.
Consultando i dati, viene fuori che dietro la Cina (96% delle aziende più grandi a guida statale), ci sono gli Emirati Arabi Uniti (88%), la Russia (81%), l’Indonesia (69%) e la Malesia (68%) (grafico 1).
I settori con i rapporti più alti di partecipazione pubblica – tra il 20% e il 40% – sono quelli legati all’estrazione o al trattamento di risorse naturali, all’energia e alle industrie pesanti.
Alcuni settori dei servizi – come le telecomunicazioni, l’intermediazione finanziaria, il deposito, le attività di architettura e ingegneria e alcuni settori manifatturieri – registrano azioni delle imprese statali anche superiori al 10% (grafico 2).
L’Italia era il Paese più moderno e all’avanguardia, su questo fronte.
Nel gennaio 1934, l’IRI deteneva circa il 48,5% del capitale azionario in Italia (James e O’Rourke, 2013, p. 59).
Nel marzo 1934, rilevò anche il capitale delle principali banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e, alla fine del 1945, controllò 216 società con oltre 135.000 dipendenti. Negli anni 80, ha moltiplicato le sue quote e ha raggiunto un numero di 600.000 dipendenti.
L’IRI è stato protagonista della ricostruzione industriale postbellica, intraprese interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto in genere e delle telecomunicazioni, al sostegno dell’occupazione.
L’IRI ha inoltre realizzato grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro.
Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.
Esattamente quello di cui ci sarebbe bisogno oggi in Italia, con un Paese quasi interamente da ricostruire dopo 30 anni di deindustrializzazione feroce e un deficit di dipendenti pubblici di almeno 2 milioni e 500 mila lavoratori rispetto a Paesi come Francia e Inghilterra.
Poi sono arrivati gli anni novanta, con la presidenza Prodi che per obbedire ai diktat della nascente Unione Europea ha portato a:
– la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
– la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
– la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat;
– lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
– la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti
Le entrate della privatizzazione per l’Italia tra il 1993 e il 2003 sono state stimate a 110 miliardi di euro, l’importo più elevato nell’UE a 15 in termini assoluti e tra i più alti come percentuale del PIL (Clifton et al. 2006). Siamo quelli che più degli altri si sono fregati con le proprie mani.
Oggi le società pubbliche o partecipate, in Italia, sono circa 8.000 e impiegano circa 500.000 persone, ovvero il 2,1% dell’occupazione totale (Istat, 2015).
Nel 2013, il 5% delle 1.523 principali imprese italiane era controllato da un’entità pubblica – centrale o locale. Il loro valore aggiunto aggregato corrisponde al 17% del PIL italiano (1,62 miliardi di euro a prezzi correnti nel 2013).
Numeri ridicoli se paragonati al peso che l’economia di Stato ha in altri Paesi, sia sul fronte della dimensione delle aziende (grafico 3) che su quello dell’impiego (grafico 4).
Insomma mentre molti Paesi, Cina in primis, hanno costruito la loro fortuna puntando su un sempre maggiore intervento dello Stato nell’economia, noi invece ci siamo liberati di un modello vincente unico al mondo, l’IRI, per entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro.
Una delle scelte più autolesioniste da quando l’uomo inventò la lotta di classe.
Gilberto Trombetta

Italia, la guerra sporca dei cacciatori di rossobruni

“In Italia lo scontro ha radici profonde ma meno nobili: si è passato da un’iniziale curiosità quasi morbosa da parte dei quotidiani nazionali nel 1992-1994 per la rivista di Maurizio Murelli [Orion – n.d.c.] che invitava a votare per Rifondazione Comunista, nonostante il background destroradicale del grosso della redazione, al dossieraggio a opera dei siti antifascisti militanti con produzione di lunghi elenchi di sigle, movimenti ecc. – tracciando la genealogia già vista – per arrivare all’attuale ‘caccia alle streghe’ all’interno della sinistra verso chi si pronuncia contro l’europeismo, la governance dei flussi migratori e a favore di una risoluzione strutturale della questione (non certo una fatalità, ma una diretta conseguenza di decenni di neoliberismo e neocolonialismo applicato all’Africa), o accenni all’esistenza di un problema sicurezza che partiti come la Lega risolvono da destra e che sarebbe il caso di gestire da sinistra.
La dinamica delegittimatoria è arrivata a un livello tale che perfino Andrea Scanzi se n’è occupato su Il Fatto Quotidiano, scrivendo che “si è assistito in effetti anche a questa sottile strategia messa in atto negli ultimi anni in Italia: alcuni settori della ‘sinistra’, al fine di legittimare il prosieguo di un eclettismo ideologico ‘liberal’, hanno iniziato a tacciare di rossobrunismo tutti coloro che ponevano la contraddizione antimperialista come la contraddizione principale. Ci sono cioè settori della ‘sinistra’ che si presentano come ‘progressisti’, talvolta perfino come ‘comunisti’, ma alla prova dei fatti utilizzano la questione antifascista come prioritaria su ogni altro aspetto (antimperialismo, anticapitalismo, lotta di classe), approdando spesso e volentieri a una posizione morbida, se non conciliante, con il PD, con il centrosinistra e con le strutture e sovrastrutture che le sinistre tradizionali non avrebbero faticato a definire imperialiste (prime tra tutte NATO, UE, euro), in nome dell’unità contro le ‘destre’”. Ora, non risulta che Scanzi sia un marxista leninista antimperialista, ma ha fotografato bene la situazione. Dinamica a cui non si è ovviamente sottratta il quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato un dossier sui rossobruni mettendo dentro di tutto, da politici come Fassina e D’Attore a intellettuali come Diego Fusaro per arrivare a siti d’informazione come L’AntiDiplomatico o ad associazioni politicoculturali come Marx XXI.
È utile usare nel dibattito la categoria rossobruno? Le riflessioni sono molteplici. Come il neologismo nouvelle droite, rossobruno è stato creato ad arte nel contesto di una precisa contingenza politica. Nel 1979 la stampa progressista francese, faticando a catalogare il pensiero di Alain de Benoist e il Grece, conia il termine nouvelle droite e lo usa contro i gollisti per la collaborazione di alcuni membri dell’associazione metapolitica alle pagine culturali del periodico Le FigaroMagazine, ‘nazificando’ così – visto il background dei membri del Grece – il centrodestra francese; nei primi anni ’90 viene coniato il neologismo rossobruno allo scopo di demonizzare chi, dalla Russia all’Europa occidentale, mette in discussione l’impianto della cultura dominante, il pensiero unico liberale, fatto di postmodernità. In entrambi i casi l’obiettivo è preservare lo status quo sistemico. Come definire l’articolo su Left di Giacomo Russo Spena, che non solo definisce rossobruna tutta la sinistra noeuro, ma la descrive sdegnosamente come “pasdaran dello Stato nazione”?
Il fatto che a farlo sia una sinistra che ha perso la propria identità è significativo. Scrive Pascale: “Le principali derive revisioniste del nostro tempo (apertura all’identity politics di stampo americano, al cosmopolitismo senza radici e all’immigrazionismo borghese, utopie di ‘riforma dell’Unione Europa dall’interno’ e anacronistici ‘fronti popolari’ con la sinistra borghese vengono giustificate proprio con il pretesto della lotta al rossobrunismo. […] [e] nella confusione ideologica in cui versa attualmente il movimento comunista, specie quello italiano, tale categoria è stata fatta propria dai think tank della borghesia liberale per delegittimare paradossalmente soprattutto i comunisti. Il che non deve stupire troppo, dato che la borghesia liberale è già riuscita a conquistare la categoria analitica della ‘sinistra’, bollando i comunisti prima come ‘estrema sinistra’ (anni ’90 e inizio ’00), poi, negli ultimi tempi, di fronte ad alcuni nuovi fermenti teoricopolitici che rischiano di incrinare la narrazione del totalitarismo liberale, come ‘rossobruna’”.”

Da La psicosi rossobruna, di Matteo Luca Andriola.

Harvard è più ricca della metà dei Paesi del mondo… perché qualcuno deve mantenere lo status quo

In un recente rapporto si afferma che l’Università di Harvard ha più soldi a disposizione della ricchezza di 109 Paesi, e non è l’unica scuola ad avere più denaro della maggior parte delle nazioni. Per i ricchi, mantenere lo status quo non è economico.

Di Helen Buyniski, giornalista e commentatrice politica statunitense

“Il sistema scolastico pubblico americano potrebbe essere nei guai, tranne le sue migliori università”, afferma un articolo di Stacker, che paragona le dotazioni multimiliardarie di 50 college americani alla “ricchezza totale” delle nazioni del mondo, come stimato dal Credit Suisse.
L’elenco ha visto cinque università – tra cui Princeton, Stanford, Yale e l’Università del Texas System – battere oltre la metà delle 195 economie mondiali. In cima alla lista con la sua enorme dotazione di 38,3 miliardi di dollari è posizionata Harvard.
Forse più degli altri college della Ivy League, Harvard vende più di una laurea. Un’istruzione ad Harvard fornisce l’ingresso in ambienti esclusivi popolati da persone molto ricche e molto influenti, e la scuola si impegna molto per coltivare questa reputazione. La qualità dell’istruzione di Harvard è in qualche modo diminuita negli ultimi dieci anni, occupando ora il sesto posto secondo le classifiche del The Times Higher Education World University, ma la stessa azienda ha invariabilmente classificato la reputazione dell’istituzione come incontaminata, segnando un perfetto 100 sia per la ricerca che per insegnamento.
Mentre gli insegnanti di tutto il Paese organizzavano scioperi per i bassi salari ed i costi sanitari, le tasse universitarie sono aumentate quando Wall Street iniziava ad impacchettare i debiti dei prestiti agli studenti come prima impacchettava i debiti derivanti da mutui. Da quando sono stati introdotti gli “SLABS” (titoli garantiti da attività di prestito studentesco), l’ammontare totale del debito studentesco detenuto dagli studenti americani è raddoppiato.
Le scuole della Ivy League sono rimaste al sicuro dalla svalutazione dei diplomi accademici perché gli ex-alunni che occupano le posizioni di potere hanno concordato che le lauree devono rimanere preziose, un bene a prova di recessione per le persone benestanti comprensibilmente schizzinose in un’economia incerta. Proprio come il valore dell’arte moderna si basa sulle case d’aste che le vendono per milioni di dollari, le lauree della Ivy League hanno valore a causa del puro potere finanziario a sostegno delle istituzioni che le conferiscono. Continua a leggere

Buone vacanze a tutti

“A meno di eventi eccezionali al momento del tutto imprevedibili, Matteo Salvini diventerà prima o poi presidente del Consiglio con una maggioranza di destra, Lega, Fratelli d’Italia e frattaglie di Forza Italia. Non essendoci in campo, né all’orizzonte, neppure l’ombra di un’attendibile opzione alternativa, Salvini può aumentare i suoi consensi pescando in tutti i bacini elettorali: a destra come a sinistra, fra i pro-euro e gli anti-euro, fra la tradizionale Lega secessionista del Lombardo-Veneto che vuole più “autonomia” cioè danè, schei, e la nuova Lega clientelare sudista, fra coloro che desiderano tanti immigrati per abbassare sempre più il costo del lavoro e quelli che vorrebbero invece fermare l’invasione…
Insomma, Salvini è in una botte di ferro, magistratura consentendo e nonostante le contraddizioni del composito blocco sociale che lo sostiene. E questo accade perché può godere di un vitalizio politico infinito, frutto della coglionaggine dei suoi “avversari”, la cosiddetta “opposizione” che è diuturnamente impegnata a fornirgli incredibili assist. I più indefessi attivisti leghisti stanno proprio a “sinistra”, e infatti educatamente, con un sorriso, Salvini sovente li ringrazia mandando “bacioni” a chi lo insulta o lo contesta dandogli del “fascista, nazista, razzista, populista, xenofobo …”. Afferma Marco Travaglio: “Ogni volta che si accosta Salvini a Mussolini gli si fa un favore perché l’unico che avrebbe piacere a essere scambiato per Mussolini è Salvini” (Tagadà, 13 giugno). E, come hanno sommessamente notato anche il sociologo Domenico De Masi e l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, ogni ONG che forza il blocco e sbarca immigrati in Italia nel tripudio della “sinistra” regala un punto percentuale in più nei sondaggi alla Lega. Per fermare almeno temporaneamente l’avanzata di Salvini non resta ormai che seguire le previsioni meteo e sperare che il maltempo freni le partenze dalle coste africane.
(…) L’immigrazione non è “un’arma di distrazione di massa”, come si sostiene ancora oggi a “sinistra”, di cui si serve Salvini per nascondere la corruzione nel suo partito, per distogliere l’attenzione dai temi economici e dalle inchieste della magistratura sui finanziamenti alla Lega. Non c’è più bisogno di sotterfugi. Ormai il popolo italiano si è assuefatto all’illegalità, anzi ognuno nel suo piccolo ci sguazza, ha imparato a convivere con la corruzione, con le varie mafie, o con quelle che pudicamente vengono declassate a lobby; non gli importa nulla se i partiti si finanziano con rubli o dollari. Con la fame di lavoro e di salario che c’è, il popolo italiano non sta neppure a sottilizzare se il lavoro creato con fondi pubblici è utile al Paese o no. L’illegalità, la corruzione e le mafie sono il principale motore di sviluppo del Paese. L’avventura di Virginia Raggi a Roma dimostra che inimicandosi le mafie la macchina municipale stenta a funzionare, s’inceppa, fra boicottaggi, piccole e grandi truffe ai danni dell’amministrazione, bandi che vanno deserti , l’esercito che presidia qualche sito della monnezza e la stampa tutta di proprietà delle lobby che spinge per far tornare in Comune i cari vecchi partiti da sempre loro complici. Gli scandali che colpiscono la Lega, dove le varie lobby hanno già spostato i loro uomini, non scalfiscono minimamente la sua lenta, ma inesorabile avanzata nei sondaggi.
L’immigrazione, assieme al lavoro e al welfare, è da tempo, volenti o nolenti, il tema dei temi, non solo in Italia. Le tre materie sono fra loro strettamente collegate. Non sono venute per caso le vittorie del repubblicano Trump negli USA o di Farage (Brexit Party) in Gran Bretagna che, al contrario della “sinistra” che a ogni latitudine vuole accogliere tutti i migranti, promettevano di proteggere la manodopera autoctona. Interessante il caso della Danimarca dove il 5 giugno scorso si è votato per il rinnovo del Parlamento. Un risultato sorprendente, in controtendenza: i cosiddetti “populisti” (Partito del Popolo Danese) perdono la metà dei voti. Vincono i socialdemocratici che in campagna elettorale promettono però “una linea meno permissiva sui migranti”. La vincitrice Mette Frederiksen dichiara: “Al primo posto rimetteremo il welfare, il clima, l’educazione, i bambini, il futuro”; in netto contrasto con le ragioni fondative dell’Europa di Maastricht nata invece per adeguare il capitalismo europeo a quello USA, innanzitutto con il ridimensionamento o l’abolizione del welfare.
Questo rovesciamento della rappresentanza dei ceti sociali – la destra che difende gli interessi dei lavoratori autoctoni (ad esempio Marine Le Pen in Francia), mentre tutta la sinistra (partiti, centri sociali e troika sindacale) è allineata sulle posizioni di mafie e lobby, ne sposa le esigenze di manodopera schiavile a basso costo partecipando attivamente in vario modo alla deportazione dall’Africa – non è una novità delle ultime tornate elettorali.
(…) Se, invece, si pensa che il fenomeno migrazioni merita complessivamente un giudizio negativo, se si ritiene che la globalizzazione capitalista non è irreversibile, che le migrazioni non sono inarrestabili, che da questi fenomeni c’è chi ci guadagna, ma la stragrande maggioranza delle popolazioni ne esce sconfitta, più povera, allora si aprono praterie politiche sconfinate, territori inesplorati soprattutto per una sinistra che volesse collocarsi a sinistra. Si prenda ad esempio il Mezzogiorno d’Italia, da sempre terra di emigranti, dove oggi si assiste a una fuga di massa soprattutto dei suoi giovani: “Così radicale, estesa, imponente la fuga da poter essere considerata la terza ondata migratoria dopo quella dei primi del ‘900 verso le Americhe, del secondo dopoguerra verso la Germania e Milano del miracolo economico o Torino di mamma FIAT (…) Non più solo cervelli in fuga, la cui formazione è comunque costata 30 miliardi di euro alle casse pubbliche, ma anche camerieri in fuga, dentisti in fuga, tubisti, saldatori, operai generici, infermieri, insegnanti delle elementari, autisti, baristi, pizzaioli. Un intero popolo scomparso così folto che gli arrivi degli immigrati, o di coloro che ritornano a casa, non riescono a compensare. Il saldo demografico è paurosamente negativo. 783.511 italiani (che sono parte di quei quasi due milioni di migranti) che hanno avviato le pratiche per i cambi di residenza o nuovi passaporti, di cui 218.771 in possesso della laurea. Dal Sud è fuggita, persa ai radar, la meglio gioventù: mezzo milione di giovani (564.796 per la precisione) di cui 163.645 laureati. (Antonello Caporale, Quasi due milioni via dal Meridione, e mezza Italia sta diventando un deserto, Millennium, novembre 2018). Un Paese che costringe i suoi giovani più preparati a fuggire all’estero per trovare un lavoro e uno stipensio che consenta di vivere, ma che ha bisogno di importare raccoglitori di pomodori a due euro l’ora, è una colonia, un Paese fallito.
Prosegue Caporale, che si basa sul rapporto SviMez dell’agosto 2018: “Oltre il Garigliano i paesi cadono come foglie in autunno. Scompaiono silenziosamente e nell’indifferenza, il conto lo tiene l’ISTAT che stila periodicamente la lista dei morituri: a oggi sono più di 1.650 i Comuni colpiti da un abbandono che s’annuncia definitivo, una morte triste e non più lenta che nei prossimi anni si gonfierà di altre vittime e presto certificheremo la desertificazione. (…) Un quinto dei Comuni italiani è infatti in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale resterà disabitata. Mura cadenti, pietre rotolate giù e rovi, solo rovi. Sarà il cimitero la nuova dimensione di questo svuotamento che infragilisce fino a consumarla tutta la colonna vertebrale del Paese, la linea montuosa centrale costellata fino a due decenni fa di villaggi, di comunità, insomma di vita, che invece cederà alla morte per via della fame che l’attanaglia. (…) Né capannoni né vacche, né sviluppo industriale né agricoltura sostenibile. Né strade, né treni. Tolti, tagliati, inutilizzati più di 6.000 km di ferrovia, il treno, da vettore economico e popolare, si è via via trasformato nel costoso ed efficiente connettore dell’Italia ricca, nella direttrice verticale tra le grandi città. Il Frecciarossa è il simbolo di un’Italia che ha scelto non due, ma una sola velocità. Biglietti alti, ma puntualità quasi sempre garantita per quelli che ce la fanno. Poi la seconda classe nel resto del Paese, specialmente al Nord, un reticolo di tratte per i pendolari mal tenute e mal gestite, mentre al Sud – terza classe – semplicemente il nulla”.
Come facilmente si intuisce, le migrazioni sono un furto. Perpetrato da tutti i Nord del mondo ai danni dei Paesi eternamente in via di sviluppo che permarranno sempre tali se rapinati continuamente delle loro risorse naturali, se privati soprattutto delle migliori risorse umane di cui dispongono. Da decenni l’Africa produce i migliori atleti, i migliori calciatori del mondo di statura fisica e tecnica eccezionale, ai quali però lo Stato colonizzatore offre subito la naturalizzazione: la nazionale francese di calcio è diventata campione del mondo di calcio nel 2018 con più della metà dei titolari di origine africana naturalizzati o diventati francesi attraverso lo ius soli. E così nessun Paese africano, nonostante i suoi ottimi calciatori, è mai riuscito a diventare campione del mondo. Non riesco ad immaginare che succederebbe in Africa se ciò accadesse.
Negli anni 60 e 70 dello scorso secolo c’erano i cosiddetti “movimenti terzomondisti” che appoggiavano le lotte anticoloniali di liberazione nazionale dei popoli del cosiddetto “Terzo Mondo”. Erano l’anima della sinistra. Oggi invece nel pantheon della “sinistra” ci sono Carola e le ONG. Oltre che democristiani, ho la certezza che moriremo anche leghisti. Buone vacanze a tutti.”

Da Salvini per sempre, di Cesare Alllara.

L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.

Populisti, ancora uno sforzo!


L’ondata populista che attualmente imperversa sull’Europa presenta due caratteristiche principali. La prima è che si tratta innanzitutto di una forza negativa. Benché titolari del potere costituente, oggi i popoli fanno uso soltanto del loro potere destituente: il populismo è soprattutto un “dimissionismo”. Ne sono vittime i grandi partiti tradizionali, che affondano uno dopo l’altro per essere rimpiazzati da nuove formazioni. Questi vecchi partiti erano i vettori della contrapposizione destra-sinistra, mentre quelli nuovi si posizionano sulla base di altre contrapposizioni. È qui che il “momento populista” mostra di corrispondere anche ad un periodo di transizione.
L’altra caratteristica del populismo è che esso non reca intrinsecamente con sé alcun programma particolare. La ragione di ciò è che non esiste un’ideologia populista, ma solo uno stile populista, che può combinarsi con quasi tutte le ideologie. L’eventualità peggiore, da questo punto di vista, sarebbe che il risultato fosse una semplice combinazione di nazionalismo sciovinista, ritorno all’ordine morale e liberalismo economico. Si sarebbe tentati di suggerire ai populisti di dar prova di un po’ d’immaginazione. Facendo uno sforzo, per esempio, in almeno quattro domini differenti.
Populisti, per cominciare, ancora uno sforzo per non prendere posizione “contro l’Europa”! Quando la gente oggi parla dell’”Europa”, in genere vuol parlare dell’Unione Europea. Ora, il principale rimprovero che si può fare all’Unione Europea è di avere screditato ogni idea di costruzione europea. L’Europa è una cosa del tutto diversa. È al contempo una storia, uno spazio e una civiltà, che sono tra loro indissociabili (non esiste un’”Europa-mondo”: l’Europa non è l’Occidente). Tutti i Paesi europei appartengono a questa civiltà europea che è oggi globalmente minacciata. Di fronte a un’Unione Europea che è simultaneamente impotente e paralizzata, il ripiegamento nazionale non può essere altro che una strategia provvisoria. Le nazioni ormai detengono soltanto delle briciole di sovranità, le frontiere non sono più una barriera. Davanti alle minacce ed alle sfide planetarie, è più che mai importante ragionare in termini di “grandi spazi”, cioè anche in termini di civiltà.
Ancora uno sforzo, poi, per non trascurare l’ecologia! Come l’Unione Europea ha screditato l’Europa, così i “partiti verdi” hanno screditato l’ecologia, che tuttavia dovrebbe essere la prima delle preoccupazioni. Il rispetto per gli ecosistemi non è un lusso di radical-chic e gli scompensi climatici, con buona pace dei “climatoscettici”, non sono invenzioni della propaganda “mondialista”. Il mondo naturale non è un semplice scenario delle nostre esistenze, ma è una delle condizioni sistemiche della vita. La decisione di Donald Trump e di altri Bolsonari di ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima è perciò totalmente irresponsabile. Idem per tutte le decisioni che aggravano la situazione in nome delle esigenze del produttivismo e dello “sviluppo”. Logicamente l’ideologia dominante, la quale cerca di far scomparire tutto ciò che nell’uomo proviene dalla natura, attacca la natura stessa. La logica del profitto ha condotto all’esaurimento delle risorse naturali, alla trasformazione della Terra in un mercato-discarica. Una crescita materiale infinita è in realtà impossibile in uno spazio finito. Di qui la necessità di ristabilire quel rapporto di coappartenenza alla natura che è prevalso per secoli, finché non si è imposto un mondo-oggetto che potrebbe essere sottoposto al principio di ragione.
Ancora uno sforzo anche per non cedere alle sirene del liberalismo economico! I populismi fanno riferimento al popolo. Ora, nel sistema liberale i popoli semplicemente non esistono, perché esso vede nelle società e nelle comunità solo dei semplici aggregati di individui. Per i liberali, l’individuo si trova al primo posto, la società soltanto al secondo. D’altronde il liberalismo non ha niente da obiettare al mondialismo, perché esso cerca di sottomettere la politica all’economia, il che significa rifiutare ogni forma di sovranità, e perché esige la “libera circolazione delle persone, dei beni e dei capitali”. Fondando il suo individualismo e il suo economicismo su una concezione dell’uomo in cui l’uomo è visto come un essere desideroso soltanto di massimizzare il suo vantaggio materiale, il liberalismo rompe con ogni morale sostanziale. In un mondo in cui il supremo potere di decisione spetta ai mercati finanziari e la logica del capitale si fonda più che mai sulla soppressione di tutti i limiti, il liberalismo economico è diventato il nemico principale. I populisti farebbero bene a rendersene conto.
Ancora uno sforzo, infine, per adottare posizioni coerenti in materia di politica internazionale! Innanzitutto occorre prendere in considerazione le leggi della geopolitica. L’Europa è una potenza della Terra, ragion per cui essa privilegia tutto ciò che si riferisce ai territori, a cominciare dalla sfera del politico. Essa può solo opporsi alla potenza del Mare, la quale ignora le frontiere fisse e, come il commercio, conosce soltanto flussi e riflussi. Per questa ragione, gl’interessi europei non coincideranno mai con gl’interessi americani. La caduta del Muro di Berlino ha chiarito le cose: la Terra non si divide più tra l’impero dei Soviet e un preteso “mondo libero”. Come la contrapposizione sinistra-destra, anche quest’altra è diventata obsoleta. Ormai, da una parte c’è il mondo atlantista, dall’altra il mondo continentale europeo. Gli Stati Uniti si chiedono apertamente se possono strumentalizzare i populismi europei facendoli aderire all’asse Washington-Riyad-Tel Aviv, nella speranza di controbilanciare l’asse Mosca-Damasco-Teheran. È un allettamento evidente. Ma l’avvenire dell’Europa è dalla parte del Sole che sorge.
Alain de Benoist

Fonte

Le fanfare demagogiche dell’onestà

“Nella demagogia dei politici che via via in Italia si sono dichiarati contro la corruzione dei predecessori, il fenomeno della corruttela è sempre riferito ad un comportamento personale di natura immorale.
Non si prende mai in considerazione la felice didascalia della pellicola di Rosi [Le mani sulla città – n.d.c.]: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.».
I personaggi, ci dice Rosi, sono poco importanti: tanto che possono essere personaggi inventati. Ciò che conta è la realtà sociale ed ambientale che “produce” tali personaggi.
La corruzione, nell’ambito della concorrenza capitalistica, altro non è che una più veloce e fruttuosa via per far figliare il denaro. Chi scopre la via privilegiata della tangente, ha un vantaggio sugli avversari o comunque sulla contingenza economica: trova un porto sicuro ai capitali che deve investire, si assicura in un colpo solo un cospicuo e sicuro margine di impresa.
Il denaro che muove i rapporti di produzione capitalistica non ha esigenze morali: l’unica sua necessità, ce lo ricorda uno dei personaggi di Rosi, è quella di non stare fermo come una macchina in garage, deve muoversi e figliare come i cavalli.
La via corruttiva diventa non solo una comoda opportunità nei rapporti capitalistici, ma un modo d’operare consueto e ricercato, perché spesso è scevro di conseguenze. Per un capitalista e per il suo capitale, che spesso agisce e si muove al di là delle singole persone, è più rischioso ingaggiare lotte di classe con i produttori operai in una fabbrica, con le loro organizzazioni, che tentare la via dell’illecito. Spesso questa, in caso di scoperta, colpisce il capitalista di turno, ma non colpisce il capitale, oppure lo colpisce in minima parte, mentre il grosso dei profitti è già partito per altri sicuri lidi.
In tal modo, di corruzione non vive solo il trasgressore-corruttore, ma anche l’intero sistema capitalistico, nella quale la nostra vita economica e sociale è immersa.
Se si ha riguardo a statistiche che si riferiscono a fenomeni reali (indagine Istat del 2015-2016 sulla sicurezza), in Italia, il 7,9 % delle famiglie (nel Lazio, dato massimo, 18 famiglie su 100) hanno avuto a che fare con fenomeni corruttivi, richieste di denaro, favori, controprestazioni non dovute per un’attività dovuta.
Tale indice ha un valore sociale e segnala che a grandi linee la via corruttiva è uno dei modus operandi più frequenti nell’ambito dei rapporti produttivi capitalistici, tanto seguita, quanto ricadente anche nella vita quotidiana di una percentuale notevole di famiglie.
D’altro canto, il profitto ottenuto col sistema corruttivo, alimenta e fonda tutto il resto delle transazioni capitalistiche ad esso connesse.
Il denaro con la corruzione figlia più facilmente: di questo ne beneficia l’intero sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Si potrebbe dire, parafrasando una frase di Peppino Impastato, che, se “la mafia (e aggiungiamo noi la corruzione) è una montagna di merda”, il capitalismo è la sua catena montuosa. Le considerazioni che abbiamo fatto prima su corruzione e capitalismo potrebbero essere riportate pari pari all’altro fenomeno che caratterizza il capitalismo italiano: il sistema criminale organizzato. L’antimafia interna a questo sistema – sempre sbandierata, dalle piazze alle scuole, dai convegni alle chiese – non solo non può intaccare minimamente il fenomeno né nella sua base economica, né nella sua sovrastruttura politica e culturale, ma spesso tragicomicamente si trova nell’imbarazzo di dover riconoscere che suoi prestigiosi “esponenti” hanno creato sistemi di controllo delle persone e dei territori che nulla hanno da invidiare alla mafia che dicevano di “lottare”, come dimostra la vicenda dell’ex presidente degli industriali siciliani ed ex delegato di Confindustria per la legalità, Antonello Montante. Il Gattopardo è vivo e lotta insieme a noi. Ma ciò sarebbe argomento di un altro articolo.
L’anarchia produttiva del capitalismo contiene al suo interno tutte le contraddizioni che alimentano dialetticamente il fenomeno della corruzione.
A sua volta, il fenomeno della corruzione è anche una di quelle contraddizioni che il capitalismo porta dentro di se: fenomeno che dà luogo a diseguaglianze, differenze di potenziale tra i vari soggetti sociali, che potenzialmente possono portare al superamento dialettico del capitalismo, se solo ci si rendesse conto del suo ruolo causale nella generazione delle diseguaglianze.
Perché non succede?
(…) Lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle contraddizioni ambientali, così di moda.
Prendiamo la costruzione – ad un livello gradito dal sistema – del soggetto Greta Thunberg: ricevuta dal Presidente Mattarella, accolta nei consessi istituzionali dell’Unione Europea e delle organizzazioni dove si concentra formalmente il potere globale, come il Forum di Davos. La bambina prodigio viene mostrata mentre stringe la mano a Juncker, a Cristine Lagarde. Nel nostro paese, i fogli tradizionalmente mainstream e legati a precisi interessi finanziari ed industriali (La Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa) hanno promosso a gran voce la manifestazione da lei ispirata con lo slogan emotivo “We don’t have time”, opponendo il significato “globale” del problema climatico, agli asseriti “egoismi” delle politiche nazionali (leggasi “sovrane”).
A monte della manifestazione, è intervenuta la beatificazione istituzionale con la proposta a Nobel per la Pace. Da ultimo, in uno dei suoi discorsi, alla bambina delle treccine viene fatto dire che l’Unione Europea ha “garantito 70 anni di pace”.
Già tali fatti dovrebbero spingere a farsi una serie di precise domande.
Quanti ambientalisti tarantini (o quanti sindaci Notav o Nomuos) sono mai stati ricevuti dal Presidente Mattarella?
Greta Thunberg è stata invitata da uno dei fogli del movimento Notav in Valsusa per abbracciare la lotta contro il tunnel di base, ci andrà?
L’utilizzo del bambino quale veicolo di comunicazione politica non è certo una novità. Tuttavia, è novità quando viene costruito come “soggetto” promotore e autore della comunicazione politica. Non è solo un tentativo di deviare le contraddizioni sull’ambiente, caratterizzandole come conflitto tra generazioni, anziché conflitto tra le classi.
V’è di più: si è di fronte ad uno dei tanti tentativi di “semplificare” le contraddizioni, relegandole in un recinto asseritamente non politico, o comunque in una politica dai confini ben determinati: quelli esistenti, dati per immutabili.
Il messaggio veicolato dalle labbra di Greta Thunberg non delegittima mai il potere, ne chiede semplicemente la “sensibilizzazione”, nell’illusione che una pacifica pressione possa informare di virtù i potenti della Terra, senza dover rubare loro il potere. Uno schema sempre adottato da chi il potere e l’anarchia produttiva la vuole mantenere, sotto altre forme.
Il messaggio emotivo non menziona mai, tra le contraddizioni ambientali, le guerre imperialiste, molte condotte proprio da soggetti come l’Unione Europea. Un amico ricordava che pochi giorni fa era la giornata mondiale dell’acqua; lo Stato di Israele deruba da decenni l’acqua ai Palestinesi: a nessuna Greta è interessato questo.
Insieme alla retorica dell’onestà, questi non sono altro che tentativi di usare egemonia culturale per mettere in salvo il vero assassino.
Sarebbe allora di organizzare detective e polizia indipendenti e coscienti, per giungere ad arrestarlo: questo vero ed impunito assassino, dotato di numerosi complici.”

Da La corruzione del capitalismo e la politica della percezione emotiva, di Enzo Pellegrin.

Ci venderanno la moto ma non ci lasceranno mai salire sui loro yachts

“Sono passati 24 anni dalla prima edizione del libro Come ci vendono la moto (sottotitolo “Informazione, concentramento e potere dei media”, n.d.t.) di Noam Chomsky e Ignacio Ramonet. Il giorno per giorno continua a dimostrarci insistentemente che l’industria di vendita di moto truccate è sempre in auge e che ha molti acquirenti.
Il caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela è solo uno in più nell’universo della distorsione dell’informazione. In effetti i messaggi che annunciatori, opinionisti, politici, governi e altri rappresentanti della borghesia stanno riversando in questi giorni non sorprendono per nulla. Fanno arrabbiare, ma non sono niente di nuovo. Devono vendere la loro moto, il loro prodotto, in questo caso la re-instaurazione di un modello neoliberista al servizio del capitale, avvolto nella carta della democrazia e della libertà.
Preoccupano di più, invece, la maggioranza disposta a comprare questo prodotto e a fare propaganda gratuita per esso, cercando di convincere i suoi simili della necessità e della bontà della moto truccata, ripetendo all’infinito gli slogans pubblicitari della casa commerciale. E, più ancora, quando queste persone si dicono progressiste e preoccupate dei problemi della società e del mondo.
L’acquirente di moto truccate parla del regime di Maduro, del suo governo autoritario e dittatoriale, e ripete senza fine che sono necessarie elezioni libere. Ma non si è scomodato a verificare come si sono svolti i processi elettorali in Venezuela negli ultimi vent’anni e come il chavismo abbia vinto 19 competizioni elettorali ed un referendum revocatorio e ne abbia perso solo due, alla presenza di osservatori internazionali che hanno garantito tali processi elettorali.
Non si è scomodato neppure a verificare la percentuale di appoggio ottenuto nelle elezioni del 2018 da Maduro tra i votanti (67,8%) e sui votanti in totale (44,5%); percentuali maggiori di quelle di Trump (46,09% e 27,2%), Duque – Colombia (54,0% e 28,7%), Macri – Argentina(51,3% e 40,4%), Bolsonaro – Brasile (55,13% e 39,23%), Rajoy – Spagna (33,0% e 21,7%) o Urkullu – Spagna (37,36% e 22,3%), nelle loro rispettive ultime elezioni.
Il fatto è che informarsi esige di disturbarsi a farlo, ed è sempre più facile e comodo ripetere frasi semplicistiche. Conoscere la realtà, cercare di informarsi al di là degli slogans di 20 secondi, dei messaggi di Twitter o dei video di provenienza sconosciuta distribuiti dalle reti social, mette allo scoperto nuovi aspetti da considerare, genera dubbi e mette in discussione letture categoriche.
E’ più comodo, produce meno contraddizioni e meno insicurezza far partire la moto truccata e circolare con essa, nonostante non si sappia bene chi ce l’ha venduta, se le caratteristiche tecniche sono realmente quelle che ci hanno detto e se ci porterà dove dobbiamo andare.”

Venezuela: compratori di discorsi altrui, di Iñaki Etaio continua qui.

#WeAreMADURO


“L’investitura di Nicolas Maduro, il 10 gennaio, provoca turbolenze politiche e mediatiche. Ri-eletto il 20 maggio del 2018, il presidente del Venezuela affronta un’operazione pianificata e concertata dagli Stati Uniti e i suoi alleati. Prendendo come pretesto iniziale le condizioni elettorali che hanno portato alla vittoria di Maduro, un pugno di governi, dipintosi per l’occasione come “comunità internazionale”, attraverso le multinazionali della comunicazione, hanno deciso di aumentare la pressione sul Venezuela Bolivariano.
Come da consuetudine nel caso del Venezuela, gran parte della comunicazione su larga scala si impegna felicemente in false notizie dimenticandosi del vero significato dell’etica giornalistica.
È opportuno per il lettore scrupoloso e desideroso di separare la verità dal falso, esporre i fatti e tornare alle condizioni dell’elezione di Maduro, analizzando la strategia di Washington per punire un popolo che, da 20 anni, è stato giudicato troppo ribelle e scomodo.”

Capire la nuova offensiva contro il Venezuela, di Romain Migus continua qui.

Al centro dell’esperimento statunitense

“Gli Stati Uniti non fanno eccezione per la quantità di violenza o spargimenti di sangue rispetto alle conquiste coloniali in Africa, Asia, Caraibi e Sud America. L’eliminazione della popolazione nativa è implicita nel colonialismo dei colonizzatori e nei progetti coloniali in cui vengono ricercati vasti territori e forza lavoro per lo sfruttamento commerciale. La violenza estrema contro chi rifiuta la lotta era una caratteristica distintiva di tutto il colonialismo europeo, spesso con risultati genocidi.
Piuttosto, ciò che distingue gli Stati Uniti è la mitologia trionfalista legata a quella violenza e ai suoi usi politici, fino ad oggi. La guerra post 11 settembre degli Stati Uniti esterna e interna contro i musulmani – in quanto “barbari” – trova la sua prefigurazione nelle “guerre selvagge” delle colonie americane e dei primi Stati americani contro i nativi americani. E quando, alla fine, non restò nessun nativo americano da combattere, rimase la pratica delle “guerre selvagge”. Nel ventesimo secolo, ben prima della Guerra al Terrore, gli Stati Uniti portarono avanti guerre su larga scala nelle Filippine, in Europa, in Corea e in Vietnam; invasioni e occupazioni prolungate a Cuba, in Nicaragua, ad Haiti e nella Repubblica Dominicana; e contro-insurrezioni in Colombia e nell’Africa del sud. In tutti i casi, gli Stati Uniti si sono resi conto di essere in guerra contro le forze selvagge.
Quella sottrazione della terra ai loro amministratori fu una guerra razziale dal primo insediamento britannico di Jamestown, marcando la separazione tra “civiltà” e “barbarie”. Attraverso questo perseguimento, l’esercito statunitense ha acquisito il suo carattere unico come forza militare con abilità nella guerra “irregolare”. Nonostante ciò, la maggior parte degli storici militari prestano poca attenzione alle cosiddette guerre indiane dal 1607 al 1890, così come all’invasione e all’occupazione del Messico nel 1846-48. Eppure fu durante i quasi due secoli di colonizzazione britannica del Nord America che generazioni di coloni acquisirono esperienza come “combattenti contro gli indiani” al di fuori di qualsiasi istituzione militare organizzata. Mentre grandi eserciti “regolari” combattevano obiettivi geopolitici in Europa, i coloni nel Nord America intrapresero una guerra mortale e irregolare contro le nazioni indigene del continente per impossessarsi delle loro terre, risorse e strade, spingendole verso ovest e alla fine costringendole a trasferirsi con la forza a ovest del Mississippi. Anche dopo la fondazione dell’esercito professionista americano degli Stati Uniti negli anni 1810, la guerra irregolare fu il metodo di conquista americana delle regioni della Valle dell’Ohio, dei Grandi Laghi, del Sud-est e del Mississippi, poi a ovest del Mississippi fino al Pacifico, compresa la metà di Messico. Da quel momento, i metodi irregolari sono stati usati in abbinamento alle operazioni delle forze armate regolari e sono, forse, ciò che maggiormente caratterizza la specificità delle forze armate degli Stati Uniti rispetto gli altri eserciti delle potenze mondiali.”

Da Le origini degli USA e il suprematismo bianco, di Roxanne Dunbar-Ortiz.

Lo Stato confiscato e la riconquista della sovranità

Il paradosso del Robin Hood trasposto e l’egemonia finanziaria

La cosa veramente bizzarra, ma che bizzarra non è solo se ci soffermiamo un secondo, é quella di chiederci come mai i paladini dell’austerità e del rigore, i seguaci fedeli dello spread, gli ossessionati del debito pubblico e dall’inflazione, quelli del contenimento e della parsimonia, sono gli stessi che vivono in una condizione non di semplice agio, ma in uno sfarzo sfrenato senza pudore, senza uguali in nessuna corte d’altri secoli.
Ci viene detto che manca il lavoro, anzi no, é che manca il denaro e quindi di conseguenza il lavoro.
E sì, perché il lavoro a guardarci intorno ce ne sarebbe d’ogni tipo e in gran misura. Pubblico o privato, hai voglia a faticare, ma come dice una pubblicità di prestiti “senza lillari non si lallera” e noi siamo in deflazione.
Mentre non si ha più rispetto per il lavoro e per chi lavora, diritti deregolamentati e salario di sussistenza, al denaro oramai ci approcciamo in modo dogmatico e riverente, quasi fosse una manna dal cielo che cade a volte sì e a volte no, per ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere. Il suo comparire è come se dipendesse solo dal potere di un dio onnipotente e capriccioso che ne sfarina una manciata a suo gradimento.
Ma il denaro un tempo non era un elemento neutro, senza alcun valore naturale? Una misura equivalente al valore di un bene? La sua esistenza e dignità non dipendeva forse dal nostro saperlo riconoscere e accettarlo come tale misura? Ed ancora, la sua massa non era la rappresentazione fenomenica solo del nostro creare che si ottiene con il lavoro?
Immaginiamo un naufrago, il buon Crusoe su di un isola deserta, che abbia con sé tutte le sue carte di credito e un baule di banconote. Come potrà usarle al fine della sua sopravvivenza? Nella migliore delle ipotesi, le carte di credito potrebbero essere utili per raschiare pelli da concia e le banconote per avviare il fuoco.
Il denaro è solo una convenzione accettata che trasporta in sé un valore convenzionale e nient’altro, questo dovremmo tenerlo sempre bene a mente.
Con queste riflessioni, Ezra Pound ebbe a dire che la mancanza di denaro è una follia perché è come dire che non si possono costruire le strade perché mancano i chilometri.
L’economia, quella fondata sul lavoro, che ebbe già antichi nemici e approfittatori nei seguaci della crematistica, é stata ora completamente disumanizzata avendo rimosso per intero l’uomo e le sue attività. La disciplina economica della finanza ha preso il suo posto, ed il monetarismo espressione del tutto e del niente, novello apeiron, governa. Il denaro, cartaceo o anche di più il virtuale, esiste prima di tutto, a prescindere, addirittura senza lavoro. Non serve più il controvalore aureo, neanche più la carta per la sua stampa. La massa monetaria nella sua totalità non ha limiti ma neanche più pudori.
La ricchezza non ha più il senso della misura, ma di rimando neanche la povertà; come scrive il professor Fusaro, il nostro è un tempo in cui abbiamo perso il “metro”.
La distribuzione della ricchezza mai come in questi ultimi anni ha visto una polarizzazione così sfrenata, mai come in questi tempi l’indice di Gini tende in modo crescente verso l’unità. Alla concentrazione della ricchezza segue la concentrazione del potere nelle stesse poche mani. Malgrado tutto, alla violenza economica viene risparmiata ogni critica, perché ci viene detto che il problema non è in questo sistema imposto e fallimentare, ma in noi che lo subiamo. Una crisi dettata da quel famoso debito pubblico che grava come un senso di colpa già dalla nascita, una colpa da espiare ed espiabile solo tendenzialmente, perché il debito oltre ad appartenere a tutti come l’aria che respiriamo, si é eternizzato con gli interessi, pertanto ripianarlo è impossibile. Abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità e la stretta é una condizione dovuta, necessaria e riparatoria. Se prima lavorando onestamente potevamo vivere permettendoci di acquistare una casa e far studiare i figli, ora lavorando di più, magari in due, non basta, dobbiamo avere meno per restituire di più, riconsegnare il maltolto ai legittimi proprietari, fosse anche solo per gli interessi. Dobbiamo imparare a vivere facendo sacrifici perché il denaro è poco e il rimedio al problema é proprio permanere nella sua rarità; questo è ciò a cui l’establishment ci ha educato, insieme alla funzione pedagogica del mercato.
Certamente una disaffezione dal denaro è un nobile principio quando è un’aspirazione morale ed etica, e fintantoché le condizioni di contorno sono tali da limitarne il bisogno.
Ma qui si apre una voragine pericolosissima perché ciò che un tempo era garantito da uno Stato Sociale, oggi con la spending review e il pareggio di bilancio, viene messo tutto in discussione, quando non soppresso, quindi ci troviamo nella contraddizione fatale di non aver più disponibilità economica da un lato, mentre dall’altro siamo costretti a pagare servizi o diritti.
Questa doppia tenaglia, scarsità di reddito da una parte e rimozione di una rete pubblica di protezione dall’altra, produce un processo di polarizzazione agli estremi. Ulteriore aggravio é il fatto che l’ascensore sociale è bloccato, il sistema é rigido e monolitico, castale e fortemente impersonale, non facilmente identificabile ma blindato.
Mentre il mantra ossessivamente ci ricorda che i debiti vanno onorati, chi ha meno deve far sacrifici per chi ha di più.
Anche lo Stato non deve fare eccezioni.
L’abominio più grande é il declassamento dello Stato. Il confronto e il contrasto tra pubblico e privato non viene risolto in modo armonico: quando i ruoli non sono deliberatamente invertiti – il privato che si appropria di ciò che é pubblico, mentre al pubblico viene lasciata la sola intimità morbosa del privato – l’aporia viene rimossa con la soppressione del primo termine. Ciò coincide con il derubricare lo Stato a soggetto privato, svuotandolo del suo aspetto costitutivo, quello pubblico. Lo Stato confiscato, trattato come un qualunque privato, deve rimettere i suoi debiti senza eccezioni, pena il fallimento, piani di risanamento e il commissariamento più forte di ogni democrazia.
Cosi come Marx nella critica agli economisti classici, Smith e Ricardo, intravvede come questi, nel riconoscere nel capitale circolante il giusto recupero del capitale anticipato, nascondano invece come il valore, cioé il plusvalore, nasca dal lavoro non retribuito, dallo sfruttamento, allo stesso modo possiamo ritenere come oggi le Banche Centrali, il FMI, le agenzie di rating, nella loro narrazione di rigore monetario, indicando nel debito il giusto dovuto, nascondano l’espropriazione ai danni degli Stati e dei popoli di ogni libertà politica e civile.
Anche se la conseguenza antropologica della finanziarizzazione dell’economia é stata quella del funambolo, l’uomo sospeso che ha perso ogni sua certezza se non la sua condizione precaria, avanza gradatamente la percezione dell’inganno paradossale e il desiderio per l’uomo di riconquistare la sua centralità e sovranità, così come per lo Stato la sua Res-Pubblica, ma questa è già storia dei nostri giorni.
Lorenzo Chialastri

Aggiornato il 14/12/2018

La cartina di tornasole, i conti non tornano ancora

Nulla ci vieta di fare alcune osservazioni critiche al governo in carica anche se consapevoli del fatto che l’unica alternativa sarebbe il Partito Democratico e/o Forza Italia, entrambi nemici di classe e del popolo sovrano.

Non sappiamo se la manovra economica del governo del cambiamento sarà veramente efficace, non abbiamo la certezza se questo governo sia veramente del cambiamento o avrà il tempo per tentar di cambiar le cose. Non sappiamo se riuscirà a risolvere il problema della povertà e rialzare il PIL. Non sappiamo neanche se basterà l’ottimismo o il deficit fissato al 2,4% per ridurre il coefficiente di Gini, quello che misura le disuguaglianze della ricchezza. Non sappiamo neppure se riuscirà a liberare la vita reale dallo spettro dello spread. Non sappiamo se avrà la forza morale per bandire quei tassi d’interesse da usurai che spezzano il popolo. L’economia, ed ancor meno la finanza, non sono una scienza esatta, anzi non sono neanche una scienza, anche se a questo mirano per sedersi poi sul trono dell’indiscutibilità divina.
Certo il governo definito populista e sovranista qualche grattacapo all’Europa delle banche lo ha creato, producendo un pericoloso precedente.
E’ bastato solo che qualcuno dal fondo degli ultimi banchi della classe reclamasse, anche se con aria un po’ sommessa a volte timida, che i compiti dati dai maestri erano insostenibili, e questi subito sono andati su tutte le furie, una lesa maestà, una bestemmia impensabile, ed allora giù con anatemi, richiami e strali avvelenati.
Certamente la sovranità di un nazione si raggiunge attraverso un percorso di grande difficoltà, ma con un po’ di coraggio bisognerà pur partire da qualche parte. Tutto sta però nello stabilire quale è il paradigma di riferimento e cosa noi consideriamo per sovranità. Negli ultimi decenni si è assunto come naturale un assurdo disumano che di naturale non ha nulla, un’insana perversione che ha scandito il tempo della nostra esistenza, capace di orientare ogni cosa che facciamo al fine di non irritare ed innervosire i mercati, mentre questi, i mercati, hanno potuto tranquillamente a loro piacimento, per vendetta o per capriccio, portare sul baratro una nazione sana, indipendentemente dalla sua operosità. Guardando le cose alla radice possiamo affermare sicuramente che la sovranità vera non può prescindere da quella monetaria. Il potere della moneta per l’esistenza di un nazione è così forte ed indispensabile che viene riconosciuto da chiunque sia in buona fede, indipendentemente dal suo orientamento politico o economico.
“Datemi il controllo della moneta e non mi importa chi farà le sue leggi”, scriveva Rothschild, così come il problema fu sentito nella stessa misura da Lenin, per non parlare di Ezra Pound.
Lasciamo stare questo gravoso problema della sovranità monetaria che, nel solo chiederci a chi spetta la proprietà dell’euro, produrrebbe una crisi d’astinenza ai poveri euroinomani, altro che piano B. Non chiediamoci allora a quale entità antidemocratica sono state affidate le chiavi di casa, della zecca in questo caso. Cosa rimane quindi come misura della nostra presunta sovranità se non la nostra visione in termini di geopolitica? Attraverso questa abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo di dichiarare al mondo chi siamo e cosa vogliamo. La politica estera è la cartina di tornasole per chi si batte per la propria e l’altrui sovranità. Chi crede in questa forma d’autogoverno, non può in questo ambito che affermare la propria multipolarità da contrapporre a chi della unipolarità ha fatto una ragione storica, il suo destino manifesto, e che dopo la caduta del muro di Berlino ha colto un segno della provvidenza per la sua realizzazione.
Dal suo insediamento con toni chiari il governo giallo-verde ha tenuto a sottolineare la sua vicinanza geostrategica agli USA, troncando ogni speranza a chi avrebbe voluto un disimpegno magari graduale dalla NATO, non solo per risparmiare quei 70 milioni di euro al giorno di spese militari, ma proprio per liberarsi da un alleato troppo ingombrante e premuroso.
E’ anche vero che si é parlato di revocare le sanzioni alla Russia, novità sul nostro piano politico, ma in questi giorni mentre gli USA hanno deciso di riprendere unilateralmente le sanzioni contro l’Iran (colpevole di esistere come la Siria o la Palestina) e tutti i suoi alleati saranno allora costretti a non acquistare più petrolio iraniano per non incorrere nelle medesimi sanzioni, nessuna flebile voce s’è levata contro un’altra guerra commerciale alla quale ossequiosamente ci accoderemo ancora una volta.
Si ha l’impressione che se riusciamo a parole (finalmente) ad alzar la voce contro la Troika, il senso di riconoscimento nei confronti degli Americani a stelle e strisce é ancora così grande che non ci permette neanche di dubitare mai del loro altruismo e della loro bontà. Riusciamo solo ad annuire, o quando pronunciamo parola é solo per promettere fedeltà eterna, foss’anche quella del premier Conte a Trump per sfavorire la Russia a vantaggio del gasdotto TAP.
Per non parlare di Bolsonaro, dove si chiude il cerchio in cui “di notte tutte le vacche sono nere” e sovraniste. Certamente gli entusiasmi e le congratulazioni sono state fatte a titolo privato da uno dei due vice premier. Comunque si è dimostrato soltanto o la propria malafede sovranista o peggio ancora di non rendersi conto della storia dei fatti per ignoranza o superficialità. Quale è la presunta sovranità che spinge a stare con chi ha nostalgia della più classica delle dittature sudamericane? Pur ammettendo che anche le dittature possono essere sovraniste, pensiamo a Cuba, è da sottolineare che molto peggio sono quelle che lavorano per la spoliazione del Paese per conto terzi. A quel tipo di dittatura, sempre incoraggiata sul piano militare e logistico dagli USA, è sempre seguito il più sfacciato programma di privatizzazioni sul modello dettato dai Chicago boys. Chi svende la propria Patria non sarà mai libero ne starà mai dalla parte del popolo, non basta vincere le elezioni.
I sovranisti in Sud America hanno avuto la tempra di una Evita Duarte Peron, di un Hugo Chavez, di un Ernesto Guevara, di un Salvador Allende, hanno nazionalizzato nell’interesse della propria terra per difendersi dal quel maledetto vicino. Bolsonaro è evidentemente dall’altra parte, vicino a Pinochet, a Faccia d’Ananas Noriega ed a Milton Friedman, questo un vicepremier sovranista lo dovrebbe sapere perché altrimenti i conti, non quelli della manovra ma quelli che valgono veramente per il bene del popolo, perché autentici valori, non tornano.
Lorenzo Chialastri