L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!

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Andre Vltchek per rt.com

Sanzioni, guerra psicologica, propaganda, finanziamento delle opposizioni, sostegno ai vicini ostili – l’Occidente ha provato ogni cosa per colpire l’Eritrea. Ma è ancora qui, indefessa e orgogliosa, in marcia.
Qualcuno la chiama “Cuba d’Africa”, o potrebbe anche essere chiamata “Vietnam d’Africa”, ma la verità è che l’Eritrea è come nessun’altra nazione della Terra, ed è felice di rimanere così, unica.
“Non vogliamo essere etichettati” mi viene detto ripetutamente ogni volta che chiedo se l’Eritrea sia una nazione socialista.
“Guarda ad Amìlcar Cabral del Guinea Bissau”, mi dice Elias Amare, uno dei maggiori scrittori e pensatori in Eritrea che è anche Senior Fellow al “Centro per la costruzione della pace nel Corno d’Africa”. “Cabral diceva sempre: ‘Giudicateci per ciò che facciamo concretamente’. La stessa cosa può essere applicata per l’Eritrea.”
La maggioranza dei leader dell’Eritrea e la maggioranza dei suoi pensatori sono marxisti o almeno i loro cuori sono molto vicini agli ideali socialisti. Ma c’è molto poco da parlare di socialismo qui e non ci sono quasi bandiere rosse. La bandiera nazionale dell’Eritrea è al centro di tutto ciò che accade, mentre l’indipendenza, l’autosufficienza, la giustizia sociale e l’unità dovrebbero essere considerati come pilastri di base dell’ideologia nazionale.
Secondo Elias Amare:
“L’Eritrea ha registrato un successo, un obiettivo sostanziale, in ciò che le Nazioni Unite definiscono “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, in primo luogo garantendo a tutti un’educazione primaria; assicurando l’emancipazione femminile e l’eguaglianza delle donne in tutti i campi. Per quanto riguarda la sanità, è stata raggiunta una drastica diminuzione della mortalità materna. A riguardo l’Eritrea è considerata d’esempio in Africa; poche altre nazioni hanno ottenuto così tanto. Quindi, al di là di tutti gli ostacoli che la nazione incontra, il quadro generale è positivo”.
“L’Eritrea continua sul percorso dell’indipendenza nazionale. Ha una idea progressiva della costruzione della sua unità nazionale. L’Eritrea ha una società multietnica e multireligiosa. Al suon interno ha nove gruppi etnici e due religioni principali: cristianesimo e Islam. Le due religioni coesistono armoniosamente e ciò è principalmente dovuto alla cultura tollerante che la società ha costruito. Non ci sono conflitti o animosità fra i gruppi etnici o religiosi. Il governo e le persone vogliono mantenere questa unità nazionale”.
Ma è davvero l’Eritrea una nazione socialista? Lo voglio sapere e insisto. “Cercalo da te”, mi viene detto ripetutamente. Continua a leggere

Il Libro Verde di Muammar Gheddafi

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“Adesso la maggiore forza della storia militare mi attacca; il mio figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro Paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i Paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere”.
Così scriveva Gheddafi il 5 Aprile del 2011, a pochi mesi da una caduta tanto conosciuta al grande pubblico quanto invece sono sconosciuti gli albori di un progetto politico che ha rivoluzionato la regione libica. Il Libro Verde è un’opportunità per riportare il lettore alle origini del pensiero e dell’operato di una delle personalità più influenti del continente africano contemporaneo; origini che hanno come data simbolica quel 1977 in cui fu fondata, dopo il colpo di Stato del 1969, la Jamahiriyya. Un’esperienza ignota ai più ma le cui linee guida sono esposte in questo testo, che ci offre l’immagine di un Gheddafi dai tratti diversi rispetto al “dittatore sanguinario” dipinto superficialmente dai media europei e statunitensi. Un uomo profondamente attaccato al popolo, che stupirà sicuramente gli infaticabili difensori della “democrazia” occidentale.

Il volume è implementato dal testamento politico e dal testamento morale di Muammar Gheddafi.

L’introduzione è a cura di Giovanni Giacalone, sociologo e islamologo, MA in Islamic Studies alla Trinity Saint David University of Wales, si occupa da tempo di Islam politico e radicalismo di matrice religiosa. Ha pubblicato diverse analisi e articoli per istituti e testate nazionali e internazionali.

Libro Verde, di Muammar Gheddafi
Circolo Proudhon, pp. 130, € 8

Sull’incompatibilità della Russia con l’Occidente

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“L’epiteto “democratico” in Russia, dopo l’esperienza politica del decennio eltsiniano, è perlopiù considerato alla stregua di un insulto per cui sia chiaro che non intendo offendere Putin nel momento in cui lo definisco “democratico”. Battute a parte, il nocciolo del problema sta proprio nel termine “democrazia liberale”. Io considero questa formula una specie di alibi dell’Occidente finalizzato a legittimare la Postmodernità Americanocentrica come religione identitaria unica di un mondo che si pretende interamente conquistato alle logiche della globalizzazione, del capitalismo sans frontières e della promozione, su scala globale, tramite guerre neocoloniali e “rivoluzioni colorate”, dei “diritti di libertà individuali” di un astratto individuo perfettamente addomesticato al cosmopolitismo del “consumo libero” occidentale. In altri termini, la “democrazia liberale” odierna non è che un’alternativa definizione caratterizzante la “Cultura McWorld” degli anni Novanta, evolutasi nell’attuale società della comunicazione multimediale globalizzata. La stessa categoria politica di democrazia moderna, intesa come ideologia e processo di emancipazione delle masse nell’ambito degli Stati nazionali a regime postcoloniale, è stata delegittimata e dissolta nell’ambito dell’odierna postdemocrazia di libero mercato e libero consumo (per chi se lo può permettere). La democrazia moderna ha chiuso il suo ciclo storico nel momento in cui, dopo il 1989, è stata decretata, dall’iperpotenza uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda, l’imminente fine capitalistica della Storia e il trionfo dell’“ultimo uomo” (volontario rimando di Fukuyama a Nietzsche), ossia l’individualizzato consumatore americanocentrico privo di qualsivoglia legame identitario a carattere collettivo (nazionale, politico, di classe, di genere). Il colonialismo dei nostri giorni si fonda appunto sull’estensione, su scala planetaria, del modello culturale della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale. E’ pertanto un colonialismo centrato sull’apertura di mercati e di “spazi di comunicazione” volti alla promozione del postmoderno cosmopolitismo del consumo e del desiderio. Oggi i gruppi strategici di riproduzione tardocapitalistica sono proprio le nuove classi medie giovanilistiche e americanizzanti che, in Russia, in special modo nelle città di Mosca e San Pietroburgo, esercitano una limitata ma rumorosa azione di opposizione al governo di Putin e che l’Occidente definisce, acriticamente, i “democratici” russi. Ponendo in discussione determinati postulati culturali tipici della postmodernità (marginalizzazione del ruolo degli Stati nazionali come organizzatori e gestori delle dinamiche di riproduzione sociale interna, società dell’Internet globalizzato, World Wide Web, esterofilia americanocentrica, gay-friendly inteso come affermazione di un nuovo tipo androgino unificato in luogo dei tradizionali generi sessuali maschio/femmina) il “putinismo” si pone in diretta continuità con una prospettiva di ripristino del moderno concetto di democrazia come processo di emancipazione e di liberazione collettiva da vincoli di derivazione coloniale.
(…)
Con Putin la Russia ha in parte allontanato il rischio della plutocrazia senza mediazioni, riequilibrando il contenzioso dei poteri a vantaggio della frazione politica e a svantaggio di quella oligarchica. Soprattutto, gli oligarchi filoccidentali, largamente invisi alla popolazione, sono stati marginalizzati dal punto di vista politico.
(…)
I valori tradizionali della Russia storica oggi fungono quale elemento di contraltare al dilagare della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale, costituiscono una risposta identitaria al tentativo di colonizzazione dell’immaginario pubblico russo verificatosi a seguito dell’imposizione del capitalismo americano quale religione idolatrica unica dopo il 1991. Non a caso, il ruolo della spiritualità religiosa (soprattutto ortodossa, ma non solo) quale cemento dell’unità politica nazionale della Russia in chiave di contrasto a determinati postulati culturali della globalizzazione americanocentrica, è contestato dai gruppuscoli libertari e radicaleggianti sponsorizzati e sostenuti dall’Occidente come attori politici della nominata “società dello spettacolo in Russia”, dalle Pussy Riot, anarco-capitaliste perfettamente interne, per loro stessa dichiarazione, alla cultura consumistica occidentale, fino ai “liberali 2.0” della “Rivoluzione dei Visoni” dell’inverno 2011-2012 ed è apprezzato dalle classi popolari, generalmente ostili alla globalizzazione e al liberalismo contemporaneo e per questo pesantemente invise alla media intellettualità euro-atlantica, che si ostina a considerare la spiritualità ortodossa, declinata in senso patriottico, come un retaggio “antimoderno” e “reazionario” da sostituire con l’idolatrico culto occidentale per il denaro, il successo individuale e il riconoscimento pubblico del singolo nell’ambito di una società interamente di spettacolo e in fase di crescente virtualizzazione.
(…)
Una coabitazione tra Europa e Russia è auspicabile, non solo possibile. Tale integrazione necessita il superamento dell’Unione Europea come progetto transatlantico e il conseguente riorientamento geopolitico dell’Europa (che è cosa assai diversa rispetto all’attuale UE) verso la Russia. Soltanto se riscopre la sua vocazione continentale, l’Europa potrà connotarsi come comunità di popoli indipendenti e nazioni sovrane, strategicamente alleati e culturalmente contigui alla Russia. Per il resto, la cultura politica e filosofica europea va sottoposta a un vero e proprio «bucato delle idee», una rivisitazione complessiva. Perché questo possa accadere è necessario, anzi, indispensabile, che l’Europa recuperi la propria sovranità geopolitica.”

Da Capire la Russia? Intervista a Paolo Borgognone, a cura di Pierluigi Mele.
P. Borgognone è l’autore di Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon editore.

Questo è Chavez

“L’oppressione produce un rivoluzionario che diventa liberatore. Ecco Chavez, un rivoluzionario del XXI secolo. Fidel è stato il rivoluzionario del XX secolo. Anche se non trascuriamo i meriti di Fidel in questo secolo, Chavez è stato un rivoluzionario del XXI secolo. Ci ha insegnato ad organizzare le elezioni per sconfiggere l’impero con le sue stesse armi, con i suoi sistemi. Ha elevato la dignità di un popolo e cancellato le frontiere… Chavez ha eliminato le frontiere perché credeva nella solidarietà internazionalista. Ha internazionalizzato la solidarietà. Ha parlato dell’umano. Si è riunito con i popoli arabi, il popolo palestinese, gli oppressi. Chavez è una personalità di cui non è ancora possibile misurare le dimensioni.
Col passare degli anni, possiamo calcolare non la sua dimensione messianica ed anche “profetica”, ma l’importanza della sua eredità, delle lezioni che dobbiamo trarre dalla vita di Chavez. Ha creato una dinamica sociale, una forza che oggi ci permette di avanzare. Come nella mitologia greca, è un Icaro che va verso il sole nella speranza di abbracciarlo e che, sciolte le ali, muore, lasciando però una traccia nello spazio, nell’universo. Un segno che dobbiamo seguire. Questo è Chavez.”

Da Intervista esclusiva a Manuel Zelaya, il presidente deposto dell’Honduras, di Jean Araud.
Manuel Zelaya fu deposto nel 2009 da un colpo di Stato patrocinato dagli USA dopo aver dichiarato pubblicamente la propria distanza da Washington e che l’Honduras avrebbe aderito all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i Paesi dell’America indiolatina e quelli caraibici, promosso dal Venezuela e da Cuba in alternativa all’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti.

E… viva “il tiranno” Maduro!

“Gli USA uccisero Saddam Hussein solo per trarne profitto”

L’ex leader iracheno Saddam Hussein non fu giustiziato per i crimini commessi, ma per la sua opposizione a Wall Street, ha detto l’analista politico Caleb Maupin a RT. La messa all’asta del pezzo di corda con cui venne giustiziato ne è la prova, dice Maupin.

RT: La corda è attualmente in possesso dell’ex consigliere alla sicurezza nazionale; potrebbe dirci come sia arrivata nelle sue mani?
Caleb Maupin: Il modo in cui venne attuata l’esecuzione di Saddam Hussein è un modo pensato per fomentare la violenza settaria. Si trattò di un’esecuzione, messa in scena in modo formale. Somigliava quasi al linciaggio attuato da persone di gruppi etnici ostili che gli urlavano contro. E il fatto che la corda sia ora in vendita è proprio un’ulteriore conferma del fatto che l’esecuzione di Saddam Hussein non aveva niente a che fare con la giustizia quanto piuttosto col profitto.
L’Irak fu invaso perché aveva una compagnia petrolifera statale che faceva concorrenza alle banche e alle compagnie petrolifere di Wall Street. E Saddam Hussein fu giustiziato non per le atrocità che avrebbe commesso nel corso della guerra Irak-Iran, e nemmeno per altre atrocità attribuitegli. Egli venne ucciso per aver tenuto testa a Wall Street e per aver sfidato le forze che stanno attualmente governando il mondo, cioè le forze del denaro e del potere.

RT: Secondo i rapporti, vari richiedenti da Iran, Israele e Kuwait hanno offerto grosse somme di denaro per entrare in possesso della corda; quali sono le loro motivazioni?
CM: Quando Saddam Hussein era alleato degli USA durante la guerra Irak-Iran, almeno un milione di Iraniani perirono come risultato delle sue azioni. Ma allora era alleato degli USA. Questo è qualcosa che spesso i media USA non riportano, cioè che in un certo momento gli Stati Uniti erano vicini a Saddam Hussein ed erano alleati con lui.
Tuttavia, è importante rilevare come questo dimostri quanto la giustizia sia diventata a buon mercato, se hanno messo in offerta gli strumenti dell’esecuzione, per venderli. Il profitto domina su tutto – non c’è nulla di veramente sacro. Guardate tutti i paesi invasi dagli USA, che siano l’Irak o l’Afghanistan, la Libia, o la Jugoslavia, che hanno sofferto per i bombardamenti USA. Mai vi hanno portato stabilità, mai vi hanno portato pace, essi hanno solo aumentato il caos e la distruzione. La guerra è veramente motivata dal profitto e questo fatto ne è un’ulteriore dimostrazione.
Il popolo iracheno oggi vive in miseria; c’è una crisi di rifugiati. Almeno un milione di persone sono diventate profughi. Centinaia di migliaia sono morti. Questo è il risultato dell’invasione statunitense. E adesso il governo insediato dall’invasione USA è così corrotto da mettere addirittura in vendita su internet gli strumenti utilizzati per giustiziare Saddam Hussein.

RT: Alcuni attivisti dicono che quest’asta è disumana e che il denaro raccolto dovrebbe andare in beneficenza in Irak. Qual è la sua opinione?
CM: Tutta la faccenda di mettere all’asta gli strumenti di esecuzione è veramente perversa e illustra ciò di cui sono veramente capaci il neoliberismo e il capitalismo. Gli USA hanno detto che stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia. In realtà non stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia; essi stavano invadendo l’Irak per imporre il capitalismo occidentale e per imporre il ruolo delle banche occidentali al popolo iracheno. E questo è ciò che stiamo vedendo qui nel mondo occidentale: il mondo neoliberista; tutto è in vendita, tutto è in funzione del profitto. Ci sono prigioni per fare profitti, ci sono forze di polizia private, ci sono masse di poveri e senzatetto. Questa è la realtà, questo è il sistema che gli USA stavano esportando in Irak, e questo è solo un chiaro esempio di questo sistema.

Fonte – Traduzione di M. Guidoni

Capire la Russia

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Allo stato attuale, la Russia è il Paese più demonizzato al mondo, inserito d’ufficio, a seguito degli sviluppi di situazione in Ucraina, nel particolarissimo elenco di “Stati canaglia” individuati dalle strategie obamiane di esportazione delle libertà americane (capitalismo consumistico e “senza frontiere”, individualismo, mercificazione, commercializzazione dell’esistenza dei singoli) in ogni angolo del Pianeta non ancora sottomesso ai dettami speculativi del Nuovo Ordine Mondiale.
Difendere la Russia, le sue ragioni in ambito geopolitico e culturale, è dunque un dovere da parte di chi, oggi come in passato, non accetta di deporre le armi della cultura, della conoscenza e della lotta per la dignità dei popoli e delle nazioni, contro l’imperialismo globalizzatore del Leviatano euro-atlantico.
Per difendere la Russia, occorre iniziare dal “Capire la Russia”.
(Dalla quarta di copertina)

Capire la Russia.
Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche
,
di Paolo Borgognone,
con prefazione di Giulietto Chiesa,
Zambon editore, 2015, € 25

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008.
Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia.
Per la casa editrice Zambon ha pubblicato Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latino-americano, eurasiatico-mediorientale e italiano.

Lo spirito del tempo o l’islamofobia radicale

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Il presente articolo è apparso in rete il 12 Settembre 2012.

La grande questione del XXIesimo secolo è e sarà quella dell’islamofobia. L’islamofobia è il vero male del nostro secolo, a immagine di quello che fu l’antisemitismo nel secolo passato. Se l’odio ha cambiato bersaglio, esso non ha però cambiato il suo metodo. La ‘bestia infame’ è sempre là e si aggira attorno alla sua preda con lo stesso appetito predatorio. I lupi sono entrati a Parigi, a Washington, a Londra e a Gerusalemme. Oggi sono i Musulmani i principali capri espiatori dell’odio ordinario dei popoli occidentali e delle loro élites, e rischiano di pagare un prezzo molto alto per la scarsa importanza che noi, cittadini dei Lumi e bambini viziati della democrazia, diamo ai loro poco invidiabili destini.
L’Occidente, una volta gettato il cadavere del comunismo nei bassifondi della storia, ha saputo fare dell’Islam il male assoluto, il nemico da combattere, il nuovo totalitarismo che minaccerebbe le nostre libertà, le nostre terre, le nostre identità. Mezzo astuto per deviare la rabbia legittima dei popoli occidentali contro le predazioni ripetute delle loro élites che, per arricchirsi oltre misura, non hanno trovato migliore soluzione che quella di spostare i posti di lavoro dei loro concittadini in lontane contrade, dopo aver aperto le porte dell’immigrazione economica per far pressione sui salari dei loro lavoratori. Di fronte al fallimento di un sistema liberale dominato dalla finanza e dal profitto, bisognava brandire una minaccia che potesse canalizzare tutti i vecchi risentimenti del popolo, frutto di successivi fallimenti delle nostre società capitaliste.
L’islamofobia ha i suoi teorici rispettati e riconosciuti all’interno della ristretta cerchia delle nostre élites atlantiste: un esempio è Samuel Huntington con il suo “scontro delle civiltà” che è, in qualche modo, un invito alla guerra eterna, un breviario dell’odio dell’altro in nome degli interessi geostrategici di un pugno di Occidentali; oppure una Bat Ye’or con il suo concetto di “Eurabia” (“Eurabia : l’asse euro-arabo), che vorrebbe estendere all’Europa il modello di apartheid e di discriminazione già in opera in Israele al fine di resistere all’invasione dei nuovi ‘barbari’.
Le nostre élites islamofobe non hanno solo i loro teorici, esse hanno anche i loro guerrieri, che sono andati a portare la guerra in terre musulmane per mettere in pratica le loro ripugnanti teorie. Occorreva dare sostanza alla loro paranoia, dar prestigio alla loro volontà di nuocere e praticare la fisica del crimine dopo aver esaurito tutte le risorse della metafisica della paura. I loro signori della guerra sono ritornati dalla loro crociata afghana, irachena, libica, gonfi d’eroismo sanguinario, dopo aver massacrato innocenti, torturato bambini che difendevano i loro villaggi con una pietra o con un pezzo di legno, dopo aver devastato le campagne e le città con armi proibite dalle convenzioni internazionali, dopo essersi impadroniti delle ricchezze dei Paesi aggrediti; sono tornati, dunque, proclamando senza vergogna: “Essi ci detestano”, “essi ci odiano”, “essi ci maledicono”. Continua a leggere