I miliziani di Misurata che l’Italia va a curare sono criminali di guerra

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Libia. L’operazione italiana Ippocrate aprirà un ospedale militare per curare i feriti delle Brigate di Misurata, responsabili di abusi e violenze fin dal 2011

Chissà cosa pensano dell’«operazione Ippocrate» i libici di Tawergha. Cinque anni fa, i 40mila cittadini di pelle nera che popolavano questa città furono oggetto di pulizia etnica: parecchi uccisi e imprigionati, tutti gli altri deportati in massa proprio dalle milizie dichiaratamente razziste di Misurata che l’Italia va a soccorrere. In effetti dei molti gruppi armati libici ai quali l’operazione NATO «Unified Protector» nel 2011 fece da forza aerea, le Misrata Brigates – decine di migliaia di combattenti, già parte essenziale della compagine islamista Fajhr sostenuta dal Qatar – sono forse il peggio. Altro che gli «eroi in ciabatte», prima protagonisti della «rivoluzione» libica nel 2011, poi della «lotta contro DAESH a Sirte» nel 2016.
Dall’agosto 2011 Tawergha, in fondo un simbolo della «nuova Libia», è una città fantasma e semidistrutta. Gli abitanti fuggirono in massa mentre i «ribelli» vittoriosi uccidevano molti di loro, ne imprigionavano altri – accusandoli di stupri senza prove e chiamandoli mercenari – e davano fuoco alle case, con il pubblico consenso dell’appena insediato primo ministro libico Mahmoud Jibril, capo del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). I fuggiaschi si rifugiarono nel sud della Libia e in campi profughi sparsi in diverse città oppure si spostarono in Tunisia ed Egitto. Da allora hanno condotto una vita grama.
Il 31 agosto scorso il rappresentante dell’ONU per la Libia Martin Kobler ha propiziato a Tunisi un accordo di riconciliazione fra Misurata e Tawergha che prevede fra l’altro il ritorno in condizioni di sicurezza degli sfollati, il ripristino a cura del governo libico di un minimo di servizi sociali – compresa la rimozione delle mine-, risarcimenti per gli uccisi e le proprietà danneggiate.
Non sarà facile rendere operativo ed equo un patto che risulta leonino fin dall’esordio: richiama infatti la dichiarazione del 23 febbraio 2012 con la quale «i leader delle tribù di Tawergha porgevano le scuse a Misurata per qualunque azione compiuta da qualunque residente di Tawergha». Nessuna scusa, invece, da parte degli autori della pulizia etnica.
Nel mirino dei misuratini, autori anche della cacciata di molte famiglie dall’area di Tamina, sono finiti poi un numero importante di cittadini non libici, africani subsahariani linciati o imprigionati senza processo né prove. La caccia al nero non è storia solo del 2011. L’inviato del New Statesman pochi mesi fa si è sentito rispondere dal guardiano dell’obitorio di Misurata che i corpi nella stanza erano di africani uccisi, magari per un telefonino.
Gli armati di Misurata hanno compiuto stragi di civili e attacchi indiscriminati anche durante l’assedio, nel 2012, alla città di Bani Walid accusata di ospitare sostenitori del passato regime. E al tempo dell’assedio di Sirte, con Misurata sempre in prima linea, fu impedito l’accesso alla Croce Rossa nella città. Nell’agosto 2014 fioccarono invano altre accuse di crimini: le milizie Fajr guidate da Misurata, nel prendere il controllo di Tripoli e delle aree circostanti avevano costretto alla fuga migliaia di civili distruggendone le proprietà.
Impunità assoluta per i «ribelli» di Misurata anche rispetto ai crimini compiuti nelle loro carceri autogestite, con maltrattamenti e torture all’ordine del giorno e nessuna garanzia di equo processo a carico di detenuti qualificabili come politici. E mentre l’UE chiudeva gli occhi per anni al traffico di armi verso le coalizioni jihadiste di Fajhr Libia, la città di Misurata rimane un hot spot, con ovvie complicità, in un altro traffico: quello di esseri umani.
Marinella Correggia

Fonte

Bernardino León ha negoziato la sua promozione con il governo degli Emirati mentre era mediatore dell’ONU per la Libia

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L’ex segretario di Stato spagnolo è stato appena nominato direttore della scuola diplomatica degli Emirati, un Paese che appoggia una delle parti che si affrontano nella guerra civile libica.
León aveva comunicato al ministro degli Esteri di quel Paese che aveva intenzione di favorire il gruppo nazionalista di Tobruk appoggiato dai governi europei e del Golfo Persico.

Secondo quanto riferito dal Guardian, il diplomatico spagnolo Bernardino León stava negoziando durante i mesi estivi con il governo degli Emirati Arabi Uniti la sua promozione a un posto di livello superiore mentre al tempo stesso cercava di favorire a nome dell’ONU un accordo politico per metter fine alla guerra in Libia.
L’indipendenza della sua missione diplomatica resta in discussione per il fatto che il governo degli Emirati appoggia una delle due parti in conflitto e per una e-mail rivelata dal quotidiano britannico. In essa, León mostra chiaramente che la sua posizione è favorevole al gruppo che controlla il Parlamento dalla città di Tobruk e che si oppone alla coalizione islamista che si era rafforzata in gran parte del Paese. Il messaggio rivela un mediatore che non è neutrale.
A giugno, il governo degli Emirati aveva offerto a León, che era segretario di Stato per l’Estero nel governo Zapatero, il posto di direttore della sua scuola diplomatica, un posto altamente lucrativo, con uno stipendio mensile di 50.000 euro. Quella scuola non solo forma i diplomatici di questa monarchia autoritaria, ma funziona come un think tank per promuovere le priorità della sua politica estera. Mercoledì scorso, la nomina è stata resa pubblica e Bernardino León è stato sostituito come inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi libica dal diplomatico tedesco Martin Kobler.
Nelle trattative private con gli Emirati, León aveva sollevato le sue alte aspirazioni economiche. Riferiva di non riuscire a trovare un domicilio in Abu Dhabi che soddisfacesse le sue esigenze di affitto con gli 89.000 euro annui offertigli per questo scopo, e chiedeva un importo doppio di tale cifra.

L’intervento degli Emirati nella guerra
Gli Emirati non sono mai stati un osservatore imparziale nella guerra libica. Aerei di questo Paese, insieme a quelli egiziani, hanno partecipato nell’agosto del 2014 ad attacchi contro la coalizione delle milizie islamiste, appoggiata dal Qatar, per cercare di impedire che prendessero il controllo della capitale, Tripoli, fatto che non gli riuscì. Come i governi occidentali, gli Emirati riconoscono come unica autorità legittima della Libia i gruppi nazionalisti che furono espulsi da Tripoli.
Il Guardian racconta che solo cinque mesi dopo esser stato nominato mediatore, León inviò una e-mail al ministro degli Esteri degli Emirati per parlargli del suo rifiuto dell’ultima posizione di Europa e Stati Uniti, che erano disposti a convocare una conferenza di pace. Per León, e presumibilmente per il suo interlocutore, questo era un errore “perché si sarebbero considerate entrambe le parti come uguali attori nel conflitto”.
Il diplomatico spagnolo rivela al suo interlocutore che non ha alcuna intenzione di essere un mediatore neutrale. Sua intenzione è rompere l’alleanza dei commercianti di Misurata coi gruppi islamisti per rafforzare i loro rivali di Tobruk. Suo obiettivo è “delegittimare” la coalizione islamista. Racconta anche che coordina tutti i suoi movimenti con i nemici del gruppo che controlla Tripoli, e che fra di essi c’è l’ex primo ministro Mahmoud Jibril, fuggito negli Emirati e protetto dalle autorità di quel Paese.
Parlando al quotidiano britannico, León nega di aver favorito una delle due parti nella guerra libica e sostiene che la sua proposta per porre fine al conflitto sia equa. Riguardo all’e-mail citata, afferma di aver avuto conversazioni simili con Paesi che appoggiano l’altro attore della guerra: “Sono sicuro che in varie occasioni ho detto anche a loro che ‘possono contare su di me’. Il mio lavoro consiste nel costruire la fiducia con tutti, dentro e fuori la Libia”.
Parlando a El País, León ha detto che il suo account di posta elettronica è stato violato: “Attraverso queste e-mail sono stato attaccato e manipolato, qualcuno sta cercando di dire che io sono stato parziale, con la scusa che gli Emirati Arabi Uniti sostenevano il Governo di Tobruk. Ѐ chiaro che anche da Tobruk mi si accusa di favorire Tripoli”.
The Guardian ha contattato León lunedì [2 novembre u. s. – ndr]. Allora, aveva negato di aver accettato il posto negli Emirati. Il mercoledì, ha inviato una e-mail al giornalista affermando che “non aveva ancora firmato nessun contratto” e che c’erano state solo conversazioni. Ha chiesto al giornale di non pubblicare nulla fino a che non gli avesse concesso un’intervista per spiegare la sua situazione. La successiva notizia era apparsa sul giornale il giovedì, quando è stato annunciato che León avrebbe assunto il posto offerto dal governo degli Emirati.

Una proposta di pace senza esito
Prima di concludere il suo lavoro di inviato dell’ONU, ha annunciato una proposta di accordo di pace che passa attraverso la formazione di un Governo di unità nazionale nel quale il Parlamento di Tobruk svolga le funzioni legislative e il consiglio islamista si converta nella Camera Alta ma solo con funzioni consultive. L’accordo non sembra avere molto futuro. Ѐ stato respinto da entrambe le parti, soprattutto dagli islamisti. Attualmente, i Paesi occidentali e del Golfo Persico premono sui parlamentari di Tobruk affinché lo approvino. Il presidente della Camera non lo esclude, ma si limita a dire che “la porta del dialogo non è chiusa”.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Uno sterminatore è da sterminarsi

Guerra in Libia: vergogna agli Atlantici!

Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.
Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.
E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi. Continua a leggere