In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

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Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

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Pax romana o pax barbarica?

paxamericana

Karl Marx al tempo della (declinante) egemonia globale USA

“Dal tempo di Agostino di Ippona, ma anche prima, il discorso della pax romana è sempre lo stesso. Certo, avevano ragione il cartaginese Asdrubale ed il celta Vercingetorige a difendere le loro comunità aggredite dai romani, ma alla fine l’impero è stato “provvidenziale” perché ha unificato il mondo (o almeno un pezzo di mondo che allora andava dalla Scozia al Golfo Persico). E su questa unificazione, sia pure conseguita con l’ingiustizia, le lacrime ed il sangue, può in un secondo momento innestarsi la rivelazione cristiana, che forse sarebbe stata impossibile in un mondo diviso fra Annibale, Vercingetorige, Mitridate, Porsenna, Pirro e Cleopatra.
La longue durée di questa concezione imperiale provvidenzialistica si chiama oggi americanismo, e nel nostro caso più esattamente “americanismo di sinistra”. Questa concezione ovviamente si presenta (apparentemente) divisa in molte varianti, unificate però tutte da un triplice codice teorico: approvazione della globalizzazione come possibile risorsa da rovesciare (e dunque New Global e non No Global), rifiuto della questione nazionale e confinamento della questione comunitaria a folklore protetto da ONG assistenziali di lingua rigorosamente inglese.
Su questa base ovviamente l’americanismo di sinistra confligge con quello di destra, e dunque Toni Negri confligge con Giuliano Ferrara. Ma si tratta a mio avviso di scontri tattici congiunturali all’interno di un’unica strategia storica. Bush può essere (ed è) un arrogante petroliere fondamentalista, ma se l’impero promuove la globalizzazione (e dunque distrugge le nazioni e le comunità) allora il suo ruolo resta contraddittoriamente provvidenziale. Qui le scuole operaiste del marxismo del general intellect, che per ragioni storiche ben ricostruibili hanno sempre trovato nell’Italia una terra di elezione particolare, possono incontrare la corrente culturale futurista e modernizzante di cui la “sinistra” è un vettore privilegiato. Questo marxismo-futurismo giocherà sulla pax americana, anche se ovviamente non cesserà mai di strillare sui suoi cosiddetti “eccessi”.
Voglio esprimermi in modo chiaro ed univoco. Marx è sopravvissuto a Kautsky, a Stalin, a Mao ed a Gorbaciov. Ma Marx potrebbe questa volta non sopravvivere alla sua incorporazione nel partito imperiale americano. Mi sembra chiaro come il sole che la classe operaia di fabbrica occidentale e le classi contadine povere orientali non erano, e non potevano essere, delle classi capaci di una transizione inter-modale strategica dal capitalismo al comunismo, e considero chi continua a sostenerlo non solo un Eremita, ma addirittura un Eremita Scemo. Dio ci guardi dagli ultimi uomini nichilisti e dagli uomini superiori radicalchic, ma ci guardi anche dagli eremiti scemi. Ma Marx può sopravvivere al ragionevole sbaglio dell’investimento metafisico in gruppi sociali magari simpatici ma subalterni come la classe operaia di fabbrica o la classe contadina povera, ma non potrebbe sopravvivere alla sua incorporazione nelle cosiddette moltitudini disobbedienti e desideranti, per il fatto che queste moltitudini sono già la forma antropologica assunta dall’impero, con la semplice differenza che queste moltitudini sognano di consumare senza pagare. Chi non ha ancora capito perché il New York Times, organo imperiale dell’alta finanza sionista, abbia prima giudicato il libro sull’impero di Negri e di Hardt come il punto più alto del marxismo del Terzo Millennio ed abbia poi definito il disordinato movimento pacifista la seconda superpotenza mondiale, deve essere giudicato un caso incurabile di scemenza teorica addirittura sublime.
Marx può sopravvivere a mio avviso solo se sapremo assumere la pax barbarica come il solo orizzonte praticabile dei prossimi decenni. Vi sarebbero centinaia di pagine in proposito da scrivere. Ma per ora, come dicevano i latini, intelligenti pauca.”

Da Marx e Nietzsche di Costanzo Preve, pp. 51-52.
Il saggio, edito nel 2004, può essere liberamente scaricato qui.

Se la lunga guerra fra Marx e Nietzsche è finita, e solo degli eremiti incorreggibili (peraltro largamente sostenuti dal circo identitario politico, universitario ed editoriale) vogliono continuare a combatterla, inizia invece l’epoca della resistenza. È una nuova guerra, veramente, ma data la sproporzione economica e militare essa si gioca per ora nei cuori e nelle menti. Si tratta dei cuori e delle menti che accettano l’impero americano, quasi sempre trasfigurato nell’immagine provvidenziale della pax romana, e delle menti e dei cuori che invece per ora avvertono in modo ancora confuso, ma sempre di più avvertiranno in modo chiaro e razionale, che l’accettazione dell’impero americano è semplicemente la morte di ogni civiltà.

La dittatura liberale

capitalismo-coke

Nato in Francia il 28 giugno 1952, Jean-Christophe Rufin, medico, diplomatico, già vice-presidente di Medici senza frontiere e membro dell’Académie française, è autore di numerosi saggi e romanzi.
Nel 1994 pubblicava, presso l’editore Lattès di Parigi, “La dictature libérale: le secret de la toute-puissance des démocraties au 20. siècle”, dal quale è tratto il brano che segue, nella traduzione allora offerta dal mensile di politica, cultura e informazione “Orion”.

La mano invisibile politica non si limita a guidare gli uomini un contratto sociale imposto dalla paura dello “stato di natura”, ma si adopera nel contempo a prolungare questo “stato di natura” in modo che il suo funesto spettacolo non sia un ricordo, sempre più sbiadito, ma una realtà attuale che tutti possono osservare.
La vittoria che le democrazie hanno ottenuto sul comunismo è di questo genere: non l’annientamento, ma la sua neutralizzazione attraverso una forma sottile di partnership. Come quei domatori che fanno finta di combattere le belve e poi ogni sera le nutrono e le carezzano, così gli occidentali, mentre affermavano di combattere il comunismo sovietico, lo hanno costantemente appoggiato e aiutato nei momenti di crisi.
La coesistenza con lo “stato di natura” sovietico è uno dei grandi vantaggi di cui ha goduto la moderna mano invisibile politica rispetto ai tempi di Hobbes: essa ha alimentato lo “stato di natura” usando nello stesso tempo il suo spauracchio per convincere i popoli dell’Occidente ad accettare il contratto sociale liberale. Il comunismo sovietico si è prestato a meraviglia a questo gioco; gli altri regimi autoritari di questo secolo non sono mai stati in grado di assolvere una funzione simile. Il fascismo si è rivelato inadeguato a formare una coppia stabile con la civiltà liberale, essendo le sue caratteristiche troppo lontane e troppo vicine a un tempo. Troppo vicine per la sua efficenza produttiva: aver conservato modelli di organizzazione capitalista consentiva ai regimi fascisti di raggiungere risultati notevoli e temibili in campo economico. Troppo lontano per la sua natura nazionale, tendenzialmente autarchica, guerriera e imprevedibile. La rivoluzione fascista, che conservava i tratti di un socialismo universalista, assumeva poi le connotazioni del nazionalsocialismo dove prevaleva l’etnicismo erigendo intorno a sé limes militarizzati e ostili. La coesistenza, il controllo sottile ma proficuo, diventavano impossibili, la società demoliberale doveva quindi combatterlo e annientarlo.
Il bolscevismo invece era, nello stesso tempo, interno e esterno all’universo demoliberale: interno perché ne controllava le insorgenze rivoluzionarie, esterno perché si costituiva come Stato dai precisi contorni. Abbastanza debole, disorganizzato e inefficiente da non poter sopravvivere se non con l’aiuto dei suoi nemici – il patto leninista del 1921 suggellò questa collaborazione -, abbastanza armato per costituire una minaccia sufficientemente credibile per il mondo demoliberale.
Questo nemico su misura, compatibile, ha consentito alle società demoliberali di costruire un contratto sociale fondato non sull’abbandono definitivo dello “stato di natura” ma sul timore permanente di una minaccia costituita dal “socialismo reale”. In questo dispositivo l’individuo conservava la sua libertà, ma era posto di fronte all’evidenza che scelte di rottura con il contratto demoliberale conducevano inevitabilmente a quello “stato di natura” i cui perversi effetti poteva osservare nelle società dell’Est europeo.
La grande novità costituita dal dispositivo sistemico demoliberale è quella di poter produrre contemporaneamente la tesi e l’antitesi, “stato sociale” e “stato di natura”, essa li alimenta entrambi mantenendoli separati. Questa mano invisibile guida le società demoliberali, il principio che la informa è semplice, si tratta di massimizzare in ogni modo la paura. Continua a leggere