In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

Sotto l’albero spento

185046724-b761b83c-f185-4b01-b905-567302c2f38f

Le istituzioni bolognesi celebrano l’aggressione alla Siria

Vedere anche se non si vuol credere.
Sabato scorso il primo cittadino Merola, il vescovo Zuppi e il rampollo emiliano stile Fratelli Musulmani Lafram tutti insieme sotto l’albero di Piazza Maggiore.
L’albero, come per magia lacrimatoria mediaticamente orientata, viene al click appositamente spento, mentre i tre oscuri alfieri petroniani vanno a reggere il vessillo dell’aggressione occidentale alla Siria.
Immortalati non a caso dietro la stessa bandiera imposta al Paese durante il “protettorato” coloniale francese, lorda di sangue dei bambini siriani da ben prima che qualche scellerato sinistrato cominciasse ad esporre cartelli post orwelliani con la scritta Save Aleppo.
La cornice è quella di Bologna, città la cui amministrazione propone come fiore all’occhiello per il triennio prossimo il progetto della Disneyland del cibo fra i compagni di merende renziani e il prode dei magnamagna italidiotati, Oscar Farinetti.
Qualche decina di persone a prendersi un gran freddo che parte dalla mente, ma è il dato di pura propaganda che conta di più.
Al confronto, le armi di stordimento e di fabbricazione degli eventi-notizia sperimentate in Jugoslavia impallidiscono: Aleppo è ben peggio dell’invenzione del massacro di Srebrenica, e lo storytelling dura in questo caso da almeno quattro anni. Merola e Zuppi non possono non saper mentre recitano sotto stretto controllo dei rispettivi spin doctors (peraltro affiliati, come si è saputo, alla stessa casa-madre).
Nell’occasione, la variabile depistante ma non troppo è l’italiota islamista Yassine Lafram, giovane aspirante “uomo delle istituzioni” che puzza di settarismo trasformista da un miglio di distanza, con l’eloquenza torbida infarcita di espressioni da gnomo generazione Erasmus e predicatore in pectore di Al Jazeera.
Ora, che costui non sia in grado di rappresentare alcunché di solido e di popolare dentro la cosiddetta “comunità islamica” bolognese lo dicono a mezza voce i suoi stessi correligionari, ma questa palese mancanza di investitura dal basso pare invece costituire il pivot decisivo per accreditarsi presso le autorità cittadine così riunite.
Nulla importa, invero, all’establishment bolognese se questi personaggi da anni, mantenuti da reti di fondi che provengono dai petrodollari sauditi o qatarioti, rimestano il brodo di coltura degli sfigati inviati ad ingrossare le bande mercenarie a cui i servizi occidentali affibbiano di tanto in tanto nomi differenti (da Al Qaeda all’ISIS). Va bene così: perché anche loro, come si vede mirabilmente nel quadretto sotto l’albero di Piazza Maggiore, sono (o stanno diventando) establishment.
Figuriamoci poi se un qualsiasi intimo dubbio o rimorso può venire a gente come Merola e Zuppi, ferventi servitori autoproiettati e convinti nel ruolo di fiancheggiatori di un’aggressione che rientra nei piani ormai storici per il Nuovo Medio Oriente: loro eseguono solo gli ordini e glorificano lo script occidentale a dominanza statunitense.
Ma quello che han fatto sotto l’albero spento “per Aleppo” è il loro minimo sindacale: il resto dell’aggressione, la parte di gran lunga preponderante e “scientifica”, la fanno quotidianamente ai danni dei loro concittadini e del loro stesso Paese.
Sonia Ardizzoni

Ai tre sotto l’albero spento

Usi coprir menzogna con menzogna
come tempo non avete a comprender nel labirinto
che il vento può mutare o è già mutato
così niun dei vostri fedeli d’oggi si garberà al dunque
di farvi intonar l’appello ai vostri padroni

so’ fratell’ a noi
ce vengono a liberà

nel labirinto che s’apre
grande e complicato
non mancheranno i cessi
attesa è la vostra mano d’opera
onde nettarli

185046748-4ba71351-4242-4ea0-8d27-1a29f37b8545

185047369-358c2180-4c93-4e49-afad-bd7ed3e69a6d

185048702-f771f5a1-4875-4abd-8fde-ee5e0c61e83a

Medio Oriente, Siria, ISIS: la verità mistificata

14523168_1154111684634965_3707331171158807945_n

Intervista a Fulvio Scaglione

Intervista a Fulvio Scaglione, editorialista di Famiglia Cristiana, autore de Il patto con il diavolo. Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all’ISIS, appena pubblicato da BUR Rizzoli.

Basta guerre!

è questa la vs democrazia
Il fantasma di M. Gheddafi: “Mmmhhh… è questa la vostra democrazia?”.

L’Italia, dopo aver occupato, depredato e massacrato la Libia con l’invasione colonialista del 1911; dopo averla nuovamente bombardata , distrutta e ridotta al miserevole stato attuale nel 2011 nell’ambito dell’operazione imperialista e neo-colonialista programmata da USA, Francia, NATO e Qatar, oggi è già di fatto entrata per la terza volta , ancora sotto comando USA, e sotto l’egida della NATO, in una nuova guerra contro il Paese nordafricano.
Già partono infatti dalla base siciliana di Sigonella i droni statunitensi che colpiscono la Libia, in attesa che truppe di terra, anche italiane, raggiungano i reparti francesi ed inglesi che già operano sul terreno.
La precedente aggressione della sedicente “comunità internazionale” aveva ridotto una nazione prospera e pacifica in un ammasso di rovine, lacerato da cento fazioni, percorso da bande di predoni, tutti impegnati a depredare i Libici delle loro risorse petrolifere e idriche. Oggi, dopo aver utilizzato, come pretesto per le loro aggressioni, la scusa di voler liberare i popoli da presunti “dittatori” (in realtà dirigenti antimperialisti ed antisionisti come Gheddafi ed Assad), ora i Paesi della NATO fingono di voler combattere il jihadismo terrorista dello Stato Islamico o di Al Queda, da loro stessi creato e diffuso dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia all’Europa, in una spaventosa escalation di crimini di guerra e contro l’umanità.
Il parossismo bellico degli USA e della NATO, e dei loro alleati, come Turchia, Qatar e Arabia Saudita, con la regia occulta di Israele, tende alla frantumazione degli ultimi Stati della regione che non accettano la dittatura neo-colonialista, come anche l’Iraq e la Siria, dove è stata raggiunta, nel momento in cui scriviamo, una fragile tregua parziale solo grazie alle vittorie riportate dall’esercito nazionale siriano con l’aiuto determinante della Russia. Dopo aver finto per anni di combattere lo Stato Islamico ed altri gruppi terroristi, rifornendoli segretamente di armi attraverso la Turchia, gli USA e alleati chiedono ora un cessate il fuoco in Siria per «ragioni umanitarie». Ciò perché le forze governative siriane, sostenute dalla Russia, stanno liberando crescenti parti del territorio occupate dalle formazioni jihadiste, che arretrano anche in Iraq.
Il doppiogiochismo di USA e NATO è dimostrata anche dalla decisione della stessa NATO di dispiegare nel mar Egeo, con la motivazione ufficiale di controllare il flusso di profughi (frutto delle stesse guerre USA/NATO), le navi da guerra del Secondo Gruppo Navale Permanente , che ha appena concluso una serie di operazioni con la marina turca.
Contemporaneamente la NATO, sotto comando degli USA, ha riaperto il fronte orientale, accusando la Russia di «destabilizzare l’ordine della sicurezza europea», e trascinandoci in una nuova Guerra Fredda, per certi versi più pericolosa della precedente, voluta soprattutto da Washington per spezzare i rapporti Russia-UE dannosi per gli interessi statunitensi.
Mentre gli USA quadruplicano i finanziamenti per accrescere le loro forze militari in Europa, viene deciso di rafforzare la presenza militare «avanzata» della NATO nell’Europa orientale. La NATO, dopo aver inglobato tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Jugoslavia e tre della ex URSS, prosegue la sua espansione a est, preparando l’ingresso di Georgia e Ucraina, spostando basi e forze, anche nucleari, sempre più a ridosso della Russia.
Questa strategia rappresenta anche una crescente minaccia per la democrazia in Europa. L’Ucraina, dove le formazioni neonaziste sono state usate dalla NATO nel putsch di piazza Maidan, è divenuta il centro di reclutamento di neonazisti da tutta Europa, i quali, una volta addestrati da istruttori USA, vengono fatti rientrare nei loro Paesi con il «lasciapassare» del passaporto ucraino. Si creano in tal modo le basi di una organizzazione paramilitare segreta tipo la vecchia «Gladio».
È il tentativo estremo degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali di mantenere la supremazia economica, politica e militare, in un mondo nel quale l’1% più ricco della popolazione possiede oltre la metà della ricchezza globale, ma nel quale emergono nuovi soggetti sociali e statuali che premono per un nuovo ordine economico mondiale.
Il governo italiano ci rende corresponsabili di questo immenso oceano di sangue. Le guerre d’aggressione sono il massimo crimine contro l’umanità e la nostra Costituzione (Articolo 11) le rifiuta. Dopo la guerra in Jugoslavia nel 1994-95 e nel 1999, in Afghanistan a partire dal 2001, in Iraq dal 2003, in Libia ed in Siria dal 2011, accompagnate dalla formazione dello Stato Islamico ed altri gruppi terroristi funzionali alla stessa strategia, ora è già iniziata una nuova aggressione in Libia. L’Italia, imprigionata nella rete di basi USA e di basi NATO sempre sotto comando USA, è stata trasformata in ponte di lancio delle guerre USA/NATO sui fronti meridionale ed orientale. Per di più, violando il Trattato di Non-Proliferazione, l’Italia viene usata come base avanzata delle forze nucleari statunitensi in Europa, che stanno per essere potenziate con lo schieramento delle bombe B61-12 per il first strike nucleare.
Mentre si prospetta l’apocalisse di una nuova conflagrazione mondiale, un apparato mediatico bugiardo, legato alle centrali del bellicismo imperialista e alle sue industrie delle armi, sostiene una serie ininterrotta di aggressioni nel segno di un nuovo e più letale colonialismo che distrugge Stati, stermina popoli, provoca l’immensa tragedia dei rifugiati, volge in distruzione e morte quanto viene sottratto a ospedali, scuole, welfare.
Per uscire da questa spirale di guerra dagli esiti catastrofici, è fondamentale costruire un vasto e forte movimento contro la guerra imperialista di aggressione, per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera, per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata sull’Articolo 11 della Costituzione, per una nuova Europa indipendente che contribuisca a relazioni internazionali improntate alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia economica e sociale.
Vincenzo Brandi

Fonte

12768161_1252732228087908_8123965446385441526_o

L’indifferenza dell’Occidente alle distruzioni nello Yemen

Gli attacchi dell’Arabia Saudita contro il patrimonio culturale yemenita compresi tre siti UNESCO

Il mondo intero ha pianto per Palmira, Hatra, Nimrud. La distruzione del centro storico della capitale dello Yemen, Sanaa, non provoca invece la stessa onda di emozione. Non in Occidente. «Secondo la General Organisation for Antiquities, Museums and Manuscripts (Goamm), a partire da marzo 47 siti sono stati distrutti nel corso degli scontri in Yemen», rende noto da Parigi l’archeologa del Centre national de la recherche scientifique (Cnrs) Lamya Khalidi. Tra di essi, figurano tre dei quattro siti dello Yemen classificati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO: la stessa Sanaa, Zabid, capitale dello Yemen dal XIII al XV secolo, e Shibam, soprannominata la «Manhattan del deserto» per i suoi «grattacieli» costruiti nel XVI secolo.
Le ragioni di questa indifferenza occidentale? «Tradizionalmente, i rapporti tra gran parte dell’Europa e lo Yemen sono meno forti di quelli con la Siria. Il patrimonio yemenita, poi, non evoca l’antichità classica, come fa invece Palmira», suggerisce Samir Abdulac, vicepresidente del Comitato internazionale delle città e centri storici dell’Icomos (International Committee on Monuments and Sites). Ma le cause di questo silenzio sono senza dubbio politiche. Perché da marzo 2015, è una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, alleata e partner dell’Occidente, a condurre violenti raid aerei sullo Yemen per scacciare le milizie sciite houthi, sostenute dall’Iran e dall’ex presidente yemenita Ali Abdallah Saleh. Una guerra aerea rafforzata da un embargo che ha portato oggi lo Yemen alle soglie di una catastrofe umanitaria (con le riserve alimentari di questo Paese, che conta già 5mila vittime, praticamente esaurite), che si aggiunge alla distruzione del suo patrimonio storico e culturale.
La situazione è tanto più complessa in quanto la distruzione del suo patrimonio millenario è deliberata, non un effetto collaterale al conflitto. I gruppi integralisti legati ad Al Qaeda e all’ISIS, che approfittano del caos per accrescere la loro influenza, al momento controllano di fatto il territorio intorno al porto di Mukalla, nel Sud-Est del Paese. Qui cancellano santuari e tombe di santi musulmani. A questo, si aggiungono le distruzioni causate da combattimenti e attentati: in un attentato suicida del giugno del 2015 Al Qaeda ha causato danni importanti alla città storica di Shibam e l’ISIS alla moschea di Qubat al Mahdi, nella città vecchia di Sanaa.
La maggior parte delle distruzioni, però, sembra causata dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. «Eppure, spiega Anna Paolini, direttrice dell’ufficio UNESCO di Doha, che rappresenta i Paesi del Golfo e lo Yemen, era stata informata dall’inizio della guerra dei siti da evitare, dei quali l’UNESCO aveva fornito le coordinate».
Perché allora non sono stati evitati? Alcuni siti possono certo rivestire un interesse militare strategico per gli Houthi, come la fortezza medievale di Al Qahera, a Taez, nel Sud-Ovest del Paese, nel cuore degli altopiani, distrutta nel giugno scorso. «E purtroppo, in tempo di guerra, i militari non prendono in considerazione il valore storico o culturale di un sito se ritengono di doverlo bombardare», lamenta Samir Abdulac. Altri siti, però, avrebbero potuto non essere colpiti direttamente, ma essere stati vittime di danni collaterali. Così, l’antico sito di Baraqish, il cui tempio e le cui mura, appena restaurati, sono stati distrutti da un raid. «La coalizione aveva preso di mira un accampamento di archeologi, fortunatamente senza persone. Senza dubbio riteneva che contenesse degli armamenti, riferisce la Paolini. Ma l’Arabia Saudita non fornisce giustificazioni delle sue azioni».
Alcuni esperti sospettano così l’Arabia Saudita di scegliere come obiettivo proprio il patrimonio yemenita. A titolo d’esempio, l’archeologa Lamya Khalidi cita la diga di Ma’rib, l’antica capitale del Regno di Saba, costruita nell’VIII secolo a.C. e il maggiore sito antico della penisola araba, quasi integralmente polverizzata. «Si trova in una zona desertica. Quanti conoscono lo Yemen come me sanno che non può avere alcun interesse strategico e che non può nascondere nulla. L’Arabia Saudita disponeva delle coordinate di questo sito, che non può essere colpito per sbaglio», aggiunge. Stessa cosa per il Museo Nazionale di Dhamar, che ospitava 12mila reperti archeologici, distrutto a maggio perché alcuni ritenevano potesse nascondere delle armi. «Il personale della Goamm controllava l’accesso al museo 24 ore su 24. Come avrebbero potuto nascondervi delle armi?», denuncia Lamya Khalidi. Una distruzione ideologica, quindi, in sintonia con i crimini degli islamisti in Iraq e in Siria.

Le prime misure d’urgenza
Eppure, in questa guerra di estrema violenza, gli yemeniti, molto attaccati al loro patrimonio culturale (le case della città vecchia di Sanaa, di cui alcune antiche di 500 anni, sono sempre state abitate) tentano, con l’aiuto di organizzazioni non governative come l’UNESCO, l’Icom e l’Icomos, di organizzarsi per restaurare e proteggere ciò che possono. È così che la General Organization for the Preservation of Historic Cities (Gophcy) ha istruito un dossier per ottenere un finanziamento di 4,3 milioni di dollari per restaurare 113 abitazioni danneggiate dai bombardamenti dell’estate scorsa. Prima dell’inizio della guerra, tutte le abitazioni storiche erano state inventariate dall’Unesco. «Oggi abbiamo tutte le conoscenze necessarie per ricostruirle così com’erano. Ci mancano solo i fondi», si commuove al telefono da Sanaa il direttore del Gophcy, Nagi Thawabeh. «Se aspettiamo, i danni saranno irreversibili. Gli Yemeniti, privati di un tetto, non tarderanno a ricostruire queste abitazioni in modo incontrollato, utilizzando del cemento», spiega.
«Abbiamo creato un’applicazione per compilare lo stato dei luoghi d’urgenza e impartito formazione in questo senso agli Yemeniti», spiega Anna Paolini dell’UNESCO. Queste azioni di «primo soccorso» e di diagnostica permettono di non aggravare i danni, e preservare ciò che è possibile, per esempio scattando fotografie utili e mettendo al sicuro elementi decorativi o architettonici. Ma hanno come fine ultimo, soprattutto, la compilazione di banche dati per la ricostruzione al termine del conflitto, se l’estensione dei danni non sarà eccessiva e se l’azione di recupero sarà davvero possibile. Soltanto alcuni musei, particolarmente vulnerabili, sono stati in grado di mettere al sicuro le loro collezioni. Il Museo di Dhamar non aveva potuto farlo. «Ma l’inventario delle sue collezioni ha consentito di ritrovare nei detriti e di ricostituire circa 700 oggetti», rivela Anna Paolini. Intanto, dice speranzoso Nagi Thawabeh, «dopo i ripetuti bombardamenti di Sanaa, da settimane non ci sono più state distruzioni nella città vecchia da parte saudita».
Marie Zawisza

Fonte

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella “primavera araba”

arabesque$“Gli imponenti rivolgimenti che i benpensanti occidentali hanno precipitosamente ed erroneamente battezzato “primavera” hanno provocato solo caos, morte, odio, esilio e desolazione in molti Paesi arabi. Bisognerebbe forse chiedere ai cittadini dei Paesi arabi “primaverizzati” se la disastrosa situazione in cui si trovano attualmente possa definirsi primavera.
In proposito, i numeri sono eloquenti. Uno studio recente ha dimostrato che questa funesta stagione ha provocato, in soli cinque anni, più di 1,4 milioni di vittime (morti e feriti), cui occorre aggiungere più di 14 milioni di rifugiati. La “primavera” è costata ai Paesi arabi più di 833 miliardi di dollari, di cui 461 in perdite di infrastrutture distrutte e siti storici devastati. D’altra parte la regione MENA (Middle East and North Africa – Medio Oriente e Africa del Nord) ha perso più di 103 milioni di turisti, una vera calamità per l’economia.
Nella prima edizione del mio libro “Arabesque américaine” (aprile 2011), ho denunciato l’ingerenza straniera in queste rivolte, e anche il carattere non spontaneo di questi movimenti. Certamente, prima di questi avvenimenti, i Paesi arabi erano in una vera situazione di decrepitezza: assenza di alternanza politica, forte disoccupazione, democrazia embrionaria, bassi livelli di vita, diritti fondamentali violati, assenza di libertà di espressione, corruzione a tutti i livelli, favoritismi, fuga dei cervelli, ecc. Tutto ciò rappresenta un “terreno fertile” per la destabilizzazione. Nonostante, però, l’assoluta fondatezza delle rivendicazioni della piazza araba, ricerche approfondite hanno dimostrato che i giovani manifestanti e i cyber-attivisti arabi erano stati formati e finanziati da organizzazioni statunitensi specializzate nella “esportazione” della democrazia, come USAID, NED, Freedom House o l’Open Society del miliardario George Soros. E tutto ciò, già molti anni prima che Mohamed Bouazizi si immolasse col fuoco.
(…)
E’ evidente che questa “primavera” non ha niente a che vedere con gli slogan coraggiosamente scanditi dai giovani cyber-attivisti nella piazze arabe e che la democrazia è solo uno specchio per le allodole. Infatti, come ci si può non porre delle serie domande su questa “primavera”, quando si veda che gli unici Paesi arabi che hanno subito questa stagione sono delle repubbliche? E’ un caso che nessuna monarchia araba sia stata toccata da questo tsunami “primaverile”, come se questi Paesi fossero dei santuari della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo? L’unico tentativo di sollevazione anti-monarchica, quello del Bahrein, è stato represso con violenza, con la collaborazione militare del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), il silenzio complice dei media mainstream e la connivenza dei politici, al contrario tanto loquaci quando simili vicende hanno riguardato repubbliche arabe.
Questa “primavera” ha di mira la destabilizzazione di alcuni Paesi arabi ben individuati in un quadro geopolitico ben più vasto, certamente quello del “Grande Medio Oriente”. Questa dottrina prevede il rimodellamento delle frontiere di una regione geografica che ospita Paesi arabi ed altri Paesi vicini, cancellando quelle ereditate dagli accordi di Sykes-Picot. Benché lanciato sotto la guida del presidente G. W. Bush e dei suoi falchi neoconservatori, questa teoria si ispira ad un progetto del 1982 di Odeon Yinon, un alto funzionario del ministero degli affari esteri israeliano. Il “Piano Yinon”, come lo si chiama, aveva in origine come obiettivo la “dissoluzione di tutti gli Stati arabi esistenti e il rimodellamento della regione in piccole entità fragili, più malleabili e non in grado di scontrarsi con gli Israeliani”.
E lo smembramento purtroppo è in corso.”

Da La fregatura delle “primavere arabe”, intervista di Nordine Azzouz a Ahmed Bensaada.

(I collegamenti inseriti sono nostri – ndc)