Per un polo geopolitico europeo, composto da nazioni libere e sovrane

stop ttip“Comunque sia, la situazione del Paese non la si può spiegare solo elencando i noti difetti del “sistema Italia”, quali la corruzione, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la spesa pubblica “improduttiva” e l’evasione fiscale. (Non si dovrebbe però nemmeno “generalizzare”, dato che se da un lato vi sono non pochi impiegati pubblici onesti e capaci, dall’altro si sa che il “nero”, per una serie di ragioni dipendenti da “logiche partitocratiche” della cosiddetta “prima repubblica”, è ancora incorporato nel “ciclo economico”, ragion per cui è logico che con i metodi di Equitalia la “gallina dalle uova d’oro” non la si cura ma la si uccide). Ma, proprio come negli anni Novanta non si trattava di mettere in questione la lotta contro la corruzione e le “logiche partitocratiche” (che indubbiamente erano un problema da risolvere), bensì la terapia adottata (giacché avrebbe ancor più indebolito un organismo che aveva bisogno di ben altre cure), così oggi l’accento deve essere messo sul fatto che dei “centri egemonici” stranieri, contando sulla presenza di numerose “quinte colonne”, possono sfruttare la debolezza del nostro Paese, non solo per evidenti scopi economici ma anche per scopi geopolitici (forse meno evidenti, ma non meno importanti). Al riguardo, la subalternità alla politica di potenza statunitense da parte del ceto politico italiano non è una novità e non ha bisogno di spiegazioni. Ma oggi una tale condizione di “vassallaggio” rischia di essere disastrosa per un Paese la cui base produttiva è ormai “lesionata”, e che, oltre ad essere privo di materie prime, si trova a dipendere da altri Stati per il suo fabbisogno energetico e dai “mercati” per quanto concerne il finanziamento del debito (si tratta di un passivo di circa 150 miliardi di euro all’anno se ai 90 miliardi di euro per il servizio del debito si aggiunge il passivo della bilancia energetica – una “emorragia” che sottrae non poche risorse estremamente preziose per la ripresa e lo sviluppo della nostra economia). Tutto ciò difatti rafforza ancora di più il controllo del nostro Paese da parte dei “centri egemonici” atlantisti, le cui strategie non possono certo avere come scopo la difesa del nostro interesse nazionale. Non meraviglia allora che il “Belpaese” rischi di tornare ad essere un vaso di coccio tra vasi di ferro, grazie ad una classe dirigente che in gran parte è al servizio di potentati stranieri.
Di fatto, la stessa politica “suicida” dell’Italia prima nei confronti della Libia e ora verso la Russia non ha alcuna spiegazione valida se non quella secondo cui Roma in realtà “lavora” per tutelare gli interessi di Washington o, se si preferisce, quelli dell’Occidente, anche se ciò comporta un danno gravissimo per l’Italia. Il sostegno di Roma alle guerre d’aggressione degli USA e alle varie rivoluzioni colorate (dalla Siria all’Ucraina) “sponsorizzate” dai centri di potere atlantisti trova una sua logica spiegazione nella “tradizionale” politica della classe dirigente italiana, che consiste nell’anteporre il proprio “particulare” all’interesse generale, esercitando, al riparo da “brutte sorprese”, il “piccolo potere” che la potenza occidentale predominante concede ad un gruppo politico “subdominante” in una determinata area geopolitica. L’Italia, che è un’ottima base per la “proiezione” della potenza statunitense nel Mediterraneo e nel continente africano, ha appunto il compito di seguire “ciecamente” le direttive della NATO. Anche la politica italiana nei confronti della Germania deve essere interpretata alla luce di questa “sostanziale” subordinazione del ceto politico italiano alle direttive strategiche dei centri di potere atlantisti. Non è un mistero che un euro politicamente debole, favorendo la speculazione internazionale e frenando l’economia europea nel suo complesso, non può che avvantaggiare l’America, per la quale la disintegrazione di Eurolandia sarebbe un “incubo”. Non “afferrare” questo aspetto della pur complessa situazione europea, significa inibirsi del tutto la possibilità di comprendere i veri motivi che hanno spinto anche i politici italiani “meno sprovveduti” ad accettare una serie di misure che sapevano essere sicuramente nocive per il nostro Paese.
Si è venuta quindi a creare una situazione che potrebbe cambiare solo se vi fossero una “visione geopolitica” del mondo e una cultura politica del tutto diverse, ma di cui purtroppo al momento non si vede traccia. Né a tale mancanza si può rimediare con il qualunquismo e il pressappochismo, dato che con l’“antipolitica” (anche ammesso che si sia in buonafede) non si va da nessuna parte, ma si può solo sprecare un notevole patrimonio di consensi, lasciandosi sfuggire l’opportunità di “far voltare” pagina al Paese (come prova la storia del M5S). Invero, si dovrebbe tener presente che i “guai” dell’Italia sono sempre derivati, in primo luogo, dalla mancanza di uno Stato forte ed efficiente, in grado di imporre l’interesse della collettività a scapito di interessi settoriali e pronto a premiare i meritevoli anziché i “furbi”, nonché dalla mancanza di una classe dirigente disposta a “pagare in prima persona”. Sicché, come comprese Gramsci, i ripetuti fallimenti dello Stato italiano derivano proprio dall’incapacità della sua classe dirigente di inserire il popolo italiano nel quadro statale, facendo valere una autentica cultura nazional-popolare. La stessa crisi di Eurolandia, che secondo non pochi analisti è destinata ad aggravarsi con il passare del tempo, dovrebbe essere perciò un’occasione per creare una coscienza nazionale all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo. Che l’Italia nei mesi che verranno possa far fronte con successo a tali sfide è lecito dubitarne, benché ciò non costituisca un valido motivo per rassegnarsi al peggio. Del resto, gli italiani non sono gli unici europei che cercano di uscire dal vicolo cieco in cui li ha condotti una classe dirigente inetta e corrotta. Certo, anche questo potrebbe apparire un tentativo donchisciottesco, considerando la frammentazione sociale e il degrado culturale che caratterizzano da tempo non solo l’Italia ma l’intero continente europeo. Tuttavia, è pur vero che finché tutto non è perduto, nulla è perduto. In quest’ottica, pertanto, dovrebbe avere ancora senso battersi contro l’Europa dei tecnocrati e dei “mercati”, al fine di costruire un polo geopolitico europeo, composto da nazioni libere e sovrane.”

Da Il declino (inevitabile?) della colonia Italia, di Fabio Falchi.

Annunci

I Global Hawk di Sigonella, il MUOS e il ministro Mauro

Sicilia, anno 70 era atlantista.

“La base di Sigonella è una delle installazioni storiche che caratterizzano la presenza militare americana in Italia. Originariamente, alla fine degli Anni ’50, fu istituita per decongestionare le infrastrutture di Malta della Marina Americana e divenne sede di un’unità equipaggiata con velivoli antisommergibili.
Nel corso degli anni, Sigonella è diventata il più importante polo logistico per le attività di supporto alla Sesta Flotta della Marina Militare Americana schierata nel Mediterraneo, ospitando depositi, un aeroporto, un ospedale e un numeroso contingente di genieri costruttori della Marina Americana noti con la denominazione di “Sea-Bees”.
Nel 1980 l’installazione ha ricevuto, per la parte americana, la sua attuale denominazione di Naval Air Station – Stazione Aeronavale (NAS) Sigonella e, nel 1985, ha raggiunto la ribalta nazionale per quella che è stata ribattezzata dalla stampa “Crisi di Sigonella”. Nella notte tra giovedì 10 e venerdì 11 ottobre Carabinieri e militari della Vigilanza Aeronautica Militare Italiana, su ordine del Governo italiano, si sono rifiutati di consegnare alle forze armate statunitensi un gruppo di terroristi palestinesi capeggiato da Abu Abbas (responsabile del sequestro della nave Achille Lauro e dell’uccisione del cittadino americano Leon Klinghoffer) e costretto ad atterrare a Sigonella dopo che l’aereo di linea su cui viaggiavano era stato lì dirottato da caccia della Marina Americana.
A seguito della fine della Guerra Fredda, e del conseguente mutamento delle esigenze operative, la parte americana di Sigonella ha perso la caratteristica di base dedicata esclusivamente al supporto di unità della Marina Americana, per trasformarsi in un’installazione destinata al più generale sostegno delle operazioni delle diverse forze armate statunitensi nel Mediterraneo.
In particolare, oggi il ruolo di Sigonella si sta ulteriormente trasformando nel contesto delle operazioni americane e NATO con gli Aeromobili a Pilotaggio Remoto (APR) Global Hawk stanziati permanentemente nella base e con la presenza di altri APR lì basati in virtù di autorizzazioni temporanee.”
Così recita l’introduzione a Impiego di velivoli “Global Hawk” presso la base militare di Sigonella, di Francesco Tosato, approfondimento a cura del Ce.S.I. a beneficio dell’Osservatorio di politica internazionale, ente quest’ultimo originato dalla collaborazione di Camera, Senato e ministero degli Esteri (il collegamento inserito, ovviamente, è nostro).
L’autore sottolinea che la presenza permanente di forze USA a Sigonella va inserita nel quadro giuridico-normativo determinato da diversi documenti, tra i quali il più significativo è il Technical Arrangement firmato il 6 Aprile 2006.
Esso viene modificato mano a mano che nella base vengono schierate nuove unità statunitensi, come nel caso dei tre Global Hawk prodotti dalla Northrop Grumman -aeromobili a pilotaggio remoto, altresì detti droni, progettati per eseguire esclusivamente missioni di osservazione a differenza dei più noti Predator- il cui rischieramento permanente è stato autorizzato nel 2010.
A questi si andranno ad aggiungere altri 5 esemplari acquisiti dalla NATO, entro il 2017, anno di completa operatività del programma Alliance Ground Surveillance nell’ambito del quale si collocano.
Secondo l’accordo tecnico citato, peraltro, risultano in uso esclusivo alle forze armate USA sia il poligono di Pachino, situato nella punta sud-orientale dell’isola, che -soprattutto- la stazione per telecomunicazioni di Niscemi, dove è attualmente in costruzione il MUOS.
Risulta, quindi, molto difficile dare credito alle recenti dichiarazioni del ministro della Difesa Mario Mauro, secondo il quale il MUOS “rappresenterà (…) un sistema strategico di comunicazione satellitare di cui potranno servirsi anche le forze armate italiane”.
Tornando invece alla questione dello schieramento dei Global Hawk presso Sigonella, urge che il ministro Mauro spieghi in maniera più convincente all’opinione pubblica il perché le autorità italiane hanno aperto lo spazio aereo siciliano alle operazioni dei droni USA e NATO, con numerosi effetti negativi sul traffico passeggeri negli scali di Catania Fontanarossa e Trapani Birgi.
E’ infatti notizia di pochi giorni or sono che il governo Merkel ha deciso di fermare il programma di acquisizione dei cosiddetti Euro Hawk. Dopo un investimento di 550 milioni di euro per realizzare il primo prototipo, le autorità tedesche hanno fatto sapere che non si doteranno più dei velivoli senza pilota derivati dal Global Hawk schierato dalle forze armate USA a Sigonella.
Come riporta Antonio Mazzeo,  il ricercatore dell’Istituto per gli Affari Internazionali e la Sicurezza di Berlino, Christian Mölling, intervistato dalla radiotelevisione tedesca, ha spiegato che più del denaro hanno pesato nella scelta del governo le difficoltà ad integrare l’Euro Hawk nello spazio aereo europeo. “Ciò non è un problema solo per questo tipo di drone ma riguarda tutti i droni nel continente”, ha aggiunto l’esperto. “Ad oggi non ci sono soluzioni in Europa. Di certo il governo tedesco era a conoscenza da tempo della questione. Il problema delle restrizioni al traffico dei droni non è esploso adesso; una nuova regolamentazione per l’uso dello spazio aereo è in agenda da tantissimo tempo. Non si può dare una soluzione in ambito strettamente nazionale, ma è in ambito europeo che si deve decidere come potranno operare insieme i velivoli con pilota e quelli senza. Bisognerà prevedere una serie di innovazioni tecniche e di norme legali che assicurino che i droni non si scontrino in volo con gli aerei di linea”.
Nel Marzo 2010, infatti, l’agenzia europea per il controllo del traffico aereo (Eurocontrol) aveva indicato le linee guida a cui gli Stati membri si sarebbero dovuti attenere per la gestione degli aerei senza pilota nello spazio europeo, raccomandando di prevedere “normalmente rotte specifiche” per evitare che i droni “sorvolino aree densamente popolate o uno spazio aereo congestionato o complesso”. In considerazione che i droni “mancano delle capacità di sense & avoid e di prevenzione delle collisioni con altri velivoli che potrebbero incrociare le proprie rotte”, Eurocontrol chiedeva inoltre d’isolare i Global Hawk nelle fasi di ascensione ed atterraggio (le più critiche) e durante le attività di volo in crociera che “devono avvenire in alta quota al di fuori dello spazio aereo riservato all’aviazione civile”.
Tali linee guida non erano obbligatorie ma il governo tedesco le ha accolte mentre le autorità italiane no.
Perché, signor ministro?
Federico Roberti

Un obiettivo strategico comune

ygh

“Il Movimento No MUOS s’interroga intanto su come rilanciare la lotta contro l’installazione del nuovo sistema di guerra planetario USA, consapevole che i giri di valzer e le ipocrisie del governo continuano anche per sfiancare le proteste e rafforzare i dispositivi di repressione. Per superare l’empasse e imporre il cambio di rotta sul MUOS è necessario che il Parlamento, prima possibile, si pronunci apertamente sul sistema satellitare e approvi una mozione che dica chiaramente “No” alla sua installazione nel territorio italiano, vincolando l’esecutivo a revocare tutte le autorizzazioni alle forze armate statunitensi. Un pronunciamento dal rilevante valore storico che consentirebbe di riaprire il dibattito politico generale sulla presenza delle installazioni militari USA e NATO in Italia e sulla loro chiara incostituzionalità.
Non a caso per lanciare la campagna di primavera No MUOS è stata scelta la data simbolica del 25 Aprile, giornata di Liberazione dalle basi di guerra. Il Presidio permanente di contrada Ulmo sarà la sede-laboratorio di dibattiti, iniziative ecologiche, artistiche e culturali per valorizzare la riserva orientata protetta, praticare e socializzare il rispetto di un ambiente unico nel Mediterraneo e rendere permanente la mobilitazione popolare contro la militarizzazione e i conflitti che insanguinano il pianeta. La partita è apertissima a condizione di mantenere la massima unità attorno agli obiettivi strategici comuni.”

Da Le bugie del governo Monti sul MUOS di Niscemi, di Antonio Mazzeo.

Mattei. Petrolio e fango

Lo spettacolo di Giorgio Felicetti all’Arena del Sole di Bologna il 5-6-7 Dicembre

“Tutto è spaventosamente chiaro”
Pier Paolo Pasolini

Perché uno spettacolo su Enrico Mattei?
Il “grande corruttore incorruttibile”, il “grande capitano d’impresa”, il “grande pericolo per l’Occidente”, il “grande petroliere”, “l’italiano più grande dopo Giulio Cesare”.
C’è sempre il “grande”, vicino ad Enrico Mattei.
Mattei è probabilmente il personaggio del dopoguerra su cui si è scritto di più, una sterminata bibliografia, ancor più che su Aldo Moro.
C’è stato un bellissimo film di Francesco Rosi, una recente fiction RAI, decisamente brutta.
Ogni giorno, sui più svariati argomenti, viene fuori il nome di Enrico Mattei: si parla di geopolitica, della questione araba e del Maghreb in fiamme, è Mattei che prevede la necessaria emancipazione dei paesi africani, e per primo mette l’Italia al centro del Mediterraneo; si parla di crisi energetica, di forniture di gas, di energia alternativa, e lì il gioco è semplice, Mattei è stato l’energia italiana; si parla di scontro tra giustizia e potere: la sua vita e la sua morte sono al centro di questo conflitto; si parla di nuovo giornalismo, di editoria, di nuova architettura, di comunicazione, di arte figurativa, di marketing… e trovi Mattei. Tutto già previsto da quella strana specie di italiano che era Enrico Mattei.
Insomma, anche se spesso circondata da un alone di ostilità e mistero, l’eredità di quest’uomo è immensa.
Enrico Mattei a suo modo, tra luci accecanti ed ombre spaventose, è la figura di un patriota.
E anche lo spettacolo, a suo modo, è uno spettacolo “patriottico”.
Volevo far diventare teatro la vita di un personaggio che si getta nell’impresa grandiosa, fino a morirne.
Ho voluto narrare questa grande storia come un thriller industriale o una spy story, usando però uno stile da “showman“, facendo di questa tragedia moderna, paradigma della vita civile di un paese chiamato Italia.
All’interno dello spettacolo ci sono delle vicende mai raccontate, c’è un’importante intervista inedita ad un personaggio molto vicino a Mattei, e soprattutto, ci sono gli atti e le conclusioni del Tribunale di Pavia, riguardanti l’ultimo processo sul “caso Mattei”, e i legami tra la morte di Mattei e quella di Pier Paolo Pasolini.
Giorgio Felicetti

Una subordinazione che si paga con il sangue

Italia, il triste destino di essere una colonia

Doveva essere l’esecutivo in grado di rilanciare l’autorevolezza dell’Italia all’estero ma il Governo Monti si conferma ogni giorno di più incapace anche solo di gestire le difficoltà quotidiane. Il caso diplomatico del sequestro dei marò in India e la drammatica uccisione ieri di un ingegnere italiano in Nigeria durante un blitz delle forze speciali inglesi – assalto condotto senza neanche avvisare la Farnesina – dimostrano l’assoluta inadeguatezza della nostra politica estera.
Certo non si tratta di una novità in un paese in cui i rari personaggi politici di spessore come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi vengono uccisi per la loro politica filo-araba nel Mediterraneo volta a tutelare gli interessi nazionali italiani.
Una nazione che “sacrifica” una ventina di testimoni della vicenda Ustica per coprire le responsabilità dell’Alleanza Atlantica nel tentativo di eliminare Gheddafi nei cieli italiani. Dove avventurieri come Silvio Berlusconi vengono prima costretti a bombardare il loro migliore alleato in Libia e poi a dimettersi per la loro amicizia personale con Vladimir Putin, utilizzando ricatti e speculazioni finanziarie ormai nemmeno nascosti. Forse qualcuno credeva di aver già pagato abbondantemente il conto durante la “guerra fredda” con le stragi che insanguinarono dal 1969 al 1980 l’Italia, sotto la regia di burattini al servizio della CIA e della NATO.
Ma ovviamente non è così; il problema infatti non consisteva nella rivalità ideologica USA-URSS ma nella condizione di sottomissione dell’Italia alle potenze atlantiste, una condizione coloniale che dura dal 1945 fino ad oggi.
Fanno perciò ridere e pena sia le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che parla di “comportamento inspiegabile degli inglesi” sia la “richiesta di chiarimento” avanzata dal Capo del Governo di Roma Mario Monti.
Il comportamento britannico, così come quello statunitense ad esempio nel caso degli sciatori uccisi al Cermis, sono perfettamente spiegabili e riconducibili alla storica sudditanza dell’Italia a Londra e a Washington, una subordinazione che si paga con il sangue.
Non solo la nostra intelligence ma i nostri stessi vertici militari non possiedono infatti nessuna autonomia di fronte ai servizi segreti angloamericani, così come non esercitano alcuna sovranità nei confronti delle oltre 100 basi militari USA/NATO presenti nella penisola italiana.
Prima perciò di “indignarsi” di fronte ai comportamenti dei finti “alleati” (finti perché i loro interessi nazionali e i nostri non coincidono praticamente mai) si rifletta se siamo davvero liberi: senza sovranità, infatti, non c’è nessuna libertà se non quella di morire, come successo al povero Franco Lamolinara in Nigeria.
Steve Brady

Fonte: statopotenza.eu

Fuori dall’omogeneità è la Libia

Luca Bianchi e Federica Roccisano, nell’articolo “Il Mediterraneo: un possibile scudo contro la crisi?” (in Eurasia n. 1/2011, pagg. 85-98), rielaborando i dati del Rapporto ONU sullo sviluppo umano per il 2009, osservano che i Paesi europei occupano i posti più alti della classifica.
Citiamo: “Malta chiude l’elenco dei Paesi UE. A seguire, il gruppo dei Paesi balcanici, e, un po’ più staccati, i Paesi mediorientali e nordafricani, definiti a ‘medio sviluppo umano’ nella classificazione UNDP, con valori di indice inferiori a 0,8.
Fuori dall’omogeneità è la Libia, che occupa il 55° posto, con un indice del valore di 0,847 grazie ad un dato di alfabetizzazione pari all’86,8% e un reddito procapite di poco superiore ai 14.000 dollari, cifre ben diverse da quelle di altri Paesi nordafricani, che devono accontentarsi di redditi poco inferiori agli 8.000 dollari, come è il caso di Tunisia e Algeria, o ancora più bassi, come Egitto e Marocco che dividono fra la propria popolazione rispettivamente 5.349 e 4.108 dollari l’anno.”
La successiva tabella che riporta l’andamento del PIL nei Paesi mediterranei, per il periodo 2007-2010, mostra inoltre che la crescita della Libia nel quadriennio considerato ammonta all’invidiabile tasso del 17,4%.
A fronte di una crescita, nello stesso periodo, di solo l’1,2% per la Spagna e 0,2% per la Francia; per non parlare della (drammatica) contrazione del 4,2% che caratterizza il Prodotto Interno Lordo italiano.
Ebbene sì, proprio i principali membri europei della coalizione di Paesi che sta attualmente conducendo l’aggressione militare alla Jamahiryia.
Per intuire quanto autolesionismo vi sia nella politica estera di Frattini, La Russa e soci – con Presidentissimo Napolitano benedicente – e quanti danni all’economia dell’Italia stia provocando la decisione di partecipare all’operazione NATO Unified Protector, si consideri ad esempio che dal 2000 al 2008 le esportazioni delle regioni meridionali verso l’area del Mediterraneo sono aumentate addirittura del 146,52% in valore. Nel solo 2008 esse si sono attestate a poco meno di 6 miliardi di euro (mentre quelle provenienti dall’Italia centro-settentrionale ammontano a circa 19 miliardi), con una dinamica che rivela una sempre maggiore specializzazione nel proprio orientamento internazionale.
E sapendo che, appena dopo la Turchia, il secondo Paese ad assorbire il commercio proveniente dalle regioni meridionali è la Libia, per un valore di oltre 1 miliardo e 400 milioni di euro…

L’Italia sotto le bombe della finanza

L’Italia bombarda la Libia, e gli speculatori bombardano l’Italia…

“L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.
Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.”

Da Come si conquista un Paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia, di G. Colonna.

[Dello stesso autore: E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa]