Finmeccanica, un’industria già italiana

Finmeccanica, holding a capo del complesso militare industriale nazionale, ha scelto l’ex viceministro della Difesa degli Stati Uniti d’America, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata DRS Technologies, società produttrice di sistemi elettronici avanzati con sede in New Jersey. Secondo il general manager di Finmeccanica Giuseppe Orsi, la nomina di Lynn è “fondamentale” per rafforzare il ruolo del gruppo nel mercato USA della difesa e della sicurezza e conseguire “un’organizzazione ed una struttura di management più efficienti e competitive”.
A Lynn saranno attribuiti pure i compiti di supervisione delle attività delle altre società di Finmeccanica operanti in nord America (AgustaWestland, OTO Melara, AleniaAermacchi e Selex). Incerto a questo punto il futuro di DRS Technologies. Un anno fa, il consiglio d’amministrazione di Finmeccanica retto da Pier Francesco Guarguaglini era intenzionato a vendere la società e ridurre il deficit della holding valutato intorno ai 4,6 miliardi di euro. Anche il neoamministratore delegato Orsi ha fatto accenno a un piano di ristrutturazione aziendale con la dismissione di comparti “non strategici” per più di un miliardo di euro. Ma con un manager d’eccellenza come mister Lynn, l’azienda statunitense sarebbe tutt’altro che secondaria per i progetti di rilancio di Finmeccanica ed è dunque improbabile una sua cessione a breve termine.
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William J. Lynn sostituirà alla guida di DRS Technology l’anziano Mark Newman, figlio di Leonard Newman, fondatore nel 1968 della società di elettronica. Nel 2008 fu proprio Mark a vendere DRS agli italiani, ricevendo in cambio la cifra record di 5,2 miliardi di dollari e riuscendo pure a mantenerne la presidenza e l’amministrazione. L’acquisizione dell’azienda comportò per Finmeccanica l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con tre grandi istituti di credito italiani (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit) e con la statunitense Goldman Sachs International. Ogni singola azione venne rastrellata meticolosamente a 81 dollari, quando in Borsa era stata quotata un mese prima a 63. Alla spericolata operazione finanziaria, secondo IlSole24 Ore, partecipò come intermediario Lorenzo Cola detto “Lollo”, recentemente condannato a tre anni e quattro mesi per riciclaggio internazionale nell’ambito dell’inchiesta sull’affaire Telecom Sparkle-Fastweb. A incaricare Cola fu l’allora amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. “Fu Cola a rappresentare Finmeccanica nei confronti di Jeffrey Smith, l’avvocato dello studio legale di Washington Arnold& Porter ed ex direttore generale della CIA che si occupò degli aspetti legali dell’acquisizione per contro del gruppo italiano”, ha scritto il giornalista Claudio Gatti. Il 19 marzo del 2009, Guarguaglini e Cola parteciparono congiuntamente al ricevimento ufficiale organizzato dall’ambasciatore italiano a Washington, Giovanni Castellaneta, oggi presidente di Sace S.p.A. e membro del consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Ospite d’onore del sontuoso party diplomatico, l’allora vicesegretario alla difesa William Lynn.
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Da Da falco del Pentagono a supermanager di Finmeccanica, di Antonio Mazzeo.

[Si veda: Finmeccanica, un’industria in ostaggio]

Nuove bombe per Obama?

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Lo scorso 1 novembre, presso lo Stato Maggiore dell’aeronautica USA, è diventato operativo lo Strategic Deterrence and Nuclear Integration Office affidato al maggior generale C. Donald Alston. La nuova struttura è stata denominata A10 – decima branca dello staff aeronautico – e costituisce il primo passo verso la costituzione dell’Air Force Global Strike Command prevista entro settembre 2009.
Il generale Norton Schwartz, che nei mesi scorsi è subentrato al generale T. Michael Moseley nell’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’US Air Force, a proposito dell’A10 ha dichiarato che “il nuovo ufficio sarà determinante nel gestire l’intera problematica nucleare”. Pochi giorni prima, il segretario alla Difesa Robert Gates aveva affermato la necessità di ammodernare l’armamento nucleare americano per mantenere l’efficacia della sua funzione deterrente. Nella conferenza stampa a margine del discorso tenuto il 28 ottobre al Carnegie Endowment for International Peace, Gates ha espresso forti perplessità in merito al destino delle componenti più datate dell’arsenale nucleare russo, sostenendo che “gli stessi russi probabilmente non hanno alcuna idea di quante ne possiedono o, probabilmente, dove sono”. A nulla è servita la replica del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, secondo il quale non si sono verificate perdite di ordigni nucleari.
La schermaglia verbale sembra al momento limitata alla sicurezza degli arsenali, anche se il riordinamento di uffici e comandi nell’ambito dell’aeronautica militare USA ha provocato le reazioni della Corea del Nord. Il quotidiano governativo Rodong Sinmun ha sottolineato l’esigenza di rafforzare le difese contro l’iniziativa USA, definita “estremamente pericolosa” perché volta a controllare il mondo con le armi nucleari. Oggi tuttavia qualsiasi decisione sull’arsenale nucleare statunitense, dalla sicurezza all’ammodernamento, è nelle mani di Barack Obama che aveva già manifestato le sue intenzioni in un articolo pubblicato nel numero di luglio-agosto 2007 di Foreign Affairs.
Un intero paragrafo, intitolato “Impedire la diffusione di armi nucleari”, anticipava le possibili linee-guida della nuova amministrazione, partendo dall’indimostrato presupposto che Al Qaeda abbia come obiettivo quello di “portare una Hiroshima” negli USA. Le preoccupazioni di Obama erano analoghe a quelle di Gates: “Nell’ex Unione Sovietica ci sono circa 15-16.000 testate nucleari e riserve di uranio e plutonio con cui si possono costruire altre 40.000 testate”. Allora, Obama concludeva sottolineando il pericolo rappresentato dai programmi di Iran e Corea del Nord ed affermava: “Nell’affrontare queste minacce, non escluderò l’opzione militare”.
La penserà ancora così?