Facce da schiavi con occhi a mandorla

“In un dibattito sulla Cina di inizio del ventesimo secolo, lo scrittore Lu Xun lamentò di come i cinesi, totalmente assuefatti al loro status coloniale, erano diventati “facce da schiavi”. Faccia da schiavo è l’atteggiamento di una persona abituata ad essere perseguitata e che vive adulando servilmente i potenti. Essa è l’espressione vuota di coloro che hanno perso il coraggio di pensare in proprio sulla condizione in cui si trovano, di quelli che non determinano il proprio destino. Questa è la “faccia da schiavo”.
Monitorando i servizi dei media sulla questione del trasferimento della base di Futenma a partire dall’autunno del 2009, mi resi conto che le espressioni di facce da schiavi sono diventate una caratteristica permanente degli intellettuali giapponesi, compresi i media. L’alleanza militare del Giappone con gli Stati Uniti è diventata rigida come un postulato inalterabile, e l’indolenza intellettuale di quelli che rifiutano totalmente qualsiasi proposta di modificare l’alleanza è semplicemente sconcertante.
Tornare al senso comune. Questo è ciò che è richiesto ai giapponesi, tornare al senso comune della comunità internazionale e ripristinare la consapevolezza che è innaturale per forze militari straniere essere stanziate per un lungo periodo di tempo in una nazione indipendente. Una nazione che non ha la volontà di trascendere i sofismi e lo stretto interesse personale e affrontare direttamente questo problema non può essere chiamata una nazione indipendente. Lasciatemi ancora una volta indicare i fatti che dobbiamo affrontare.
1) Nel 65° anno dalla fine della guerra del Pacifico e 20 anni dopo la fine della guerra fredda, ci sono circa 40.000 soldati statunitensi (e circa 50.000 civili e personale dipendente) di stanza in Giappone su basi USA che occupano approssimativamente 1.010 chilometri quadrati di terreno (1,6 volte l’area della città di Tokyo).
2) Delle prime cinque basi estere su larga scala che gli Stati Uniti mantengono in tutto il mondo, quattro sono in Giappone (la base navale di Yokosuka, e le basi aeree di Kadena, Misawa e Yokota).
3) Dal momento che vige un accordo che rende l’intero territorio del Giappone utilizzabile per le basi, e le decisioni su quali zone fornire sono prese dal Comitato congiunto dei rappresentanti dei governi USA e giapponese (art. 2 dello Status of Forces Agreement [SOFA]), le basi possono essere posizionate ovunque in Giappone, senza l’approvazione della Dieta giapponese. Vi è una concentrazione di basi USA in prossimità della capitale della nazione, Tokyo, che è senza pari in tutto il mondo (la base aerea di Yokota, la base navale di Yokosuka, la base dell’esercito a Zama e la stazione aero-navale di Atsugi, tra gli altri).
4) Il 70 per cento dei costi di stazionamento delle forze USA in Giappone sono a carico del paese ospitante, una situazione che non esiste in nessun’altra parte del mondo.”

Il saggio di Jitsuro Terashima, consigliere per la politica estera del Primo Ministro giapponese Yukio Hatoyama, nonché rettore dell’Università di Tama, continua qui.

Puglia americana

La base USAF di San Vito dei Normanni (San Vito Air Station), situata circa dieci chilometri a nord-ovest di Brindisi, in una posizione intermedia fra il porto della città pugliese ed il paese di San Vito dei Normanni, fu attivata l’1 novembre 1960, nel pieno della Guerra Fredda, grazie ad uno dei tanti accordi segreti siglati tra l’Italia e gli Stati Uniti. Inizialmente operò come installazione esterna della base di Aviano, con il personale e le attrezzature di sostegno forniti dal 6.900° stormo di sicurezza, arrivato a San Vito già nel 1959. Esso diede il via alla costruzione delle infrastrutture che permisero poi al 6.917° Electronics Security Group, 700 uomini dell’aviazione a cui se ne aggiungevano alcuni della US Navy, di entrare in attività.
Nel 1964, venne eretta quella mastodontica e misteriosa struttura che prese il nome di “gabbia dell’elefante” [vedi foto]. Si trattava di un’antenna radiogoniometrica ad alta frequenza FLR-9, costituita da una grande struttura circolare a cerchi concentrici (Wullenweber), mentre nei bunker sottostanti lavoravano centinaia di specialisti dell’intercettazione, traduttori e crittografi che, grazie a quelle antenne ed a potentissime apparecchiature radio con un raggio utile di intercettazione di circa 1.500 miglia, ascoltavano ogni comunicazione – telefonica, radio, telex, telegrafica, video… – proveniente non solo dal blocco comunista e dal Vicino e Medio Oriente, ma anche dai cosiddetti Paesi amici occidentali, Italia compresa.
La base di San Vito e quella di Chicksands, in Gran Bretagna, furono le prime ad essere equipaggiate con il sistema di intercettazione FLR-9, nell’ambito della nuova rete spionistica col nome in codice di “Cavallo di Ferro”. Le altre tre installazioni della rete erano collocate presso la base di Misawa in Giappone, la Clark Air Base nelle Filippine ed a Elmendorf, in Alaska.
Già dal 1967 l ‘attività di intelligence di San Vito passò alle dipendenze operative della NSA (National Security Agency), il servizio segreto militare che di fatto gestisce il famigerato sistema Echelon e le sue derivazioni.
All’inizio degli anni Ottanta, si avviò il ridimensionamento degli organici, per una serie di tagli al bilancio militare statunitense, ma anche con l’affermazione della tecnologia satellitare che ha reso superflue ed antiquate le grandi installazioni fisse come quella di San Vito. La Guerra del Golfo del 1991 fu l’ultima operazione convenzionale alla quale partecipò la base, che dall’aprile 1993 cessò di operare.
Alla fine di quell’anno, San Vito accolse uomini e mezzi assegnati alle missione umanitaria “Deny Flight” in Bosnia Erzegovina, poi riconvertiti nell’operazione di peacekeeping “Provide Promise” condotta negli stessi territori, con gli elicotteri Black Stallion ed i cacciabombardieri AC-130 Spectre stazionanti presso le piste dell’aeroporto militare Pierozzi di Brindisi. Nel 1997, i 1.300 uomini della Joint Operation Task Force-2 – avieri statunitensi del 352° Special Operations Group e del 16° Special Operations Wing – operavano a San Vito a sostegno del dispiegamento delle truppe NATO in Bosnia e del controllo dello spazio aereo sul Paese balcanico. Affiancati da una manciata di fanti e marinai USA, e dalle truppe speciali francesi dell’Armée de l’Air, impegnate in operazioni di commandos.
Terminata l’aggressione della NATO alla Serbia del 1999, a San Vito è rimasto soltanto un reparto addetto alla sorveglianza del perimetro esterno ed alla efficienza della stazione di osservazione solare del Solar Electro-Optical Network. La struttura è gestita da un contractor privato ed è inserita in una rete di sei installazioni sparse nel mondo per assicurare un monitoraggio 24 ore su 24. Organizzativamente fa capo al 55° Space Weather Support Squadron, insediato alla Schriever Air Force Base in Colorado.
Il 26 febbraio 2000, il senatore Stefano Semenzato, vicepresidente del gruppo parlamentare dei Verdi, presentò un’interrogazione nella quale – alla luce delle risultanze dello studio preparato per il Parlamento Europeo da Duncan Campbell e denominato “Interception Capabilities 2000”, sull’esistenza e le modalità di funzionamento del sistema Echelon – chiedeva delucidazioni in merito alle attività ed alla dotazione tecnologica della base di San Vito dei Normanni. Domandava inoltre se il governo italiano avesse una qualche forma di controllo sull’attività della base e se, in caso contrario, non intendesse porre agli Stati Uniti una richiesta in tal senso.
A seguito di una gara bandita nel dicembre 2001, sono stati rimossi tutti i materiali che componevano l’antenna e le imboccature al bunker sottostante sono state sigillate con due impenetrabili porte d’acciaio, atte ad evitare qualsiasi ingresso non autorizzato. Non sono stati effettuati lavori al di sotto del suolo mentre al di sopra di esso oggi il terreno appare completamente sgombro.
Il 24 luglio 2003, con una cerimonia ufficiale tenutasi nella base di Ramstein, in Germania, alla presenza del colonnello Casertano per lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana (AMI) e del comandante dell’aeroporto di Brindisi, Rolando Tempesta, è avvenuto il passaggio di San Vito dall’USAF all’AMI. L’accordo parlava di un periodo transitorio di due anni in cui San Vito avrebbe dovuto rimanere in carico all’aeronautica italiana, per poi transitare all’amministrazione civile scelta dallo Stato. Resta però in possesso degli Stati Uniti una piccola ma importante porzione della base, quella della stazione di osservazione solare con sofisticate apparecchiature e radar. Gli addetti non indossano divise e la loro presenza nel territorio è quindi “invisibile”.
Negli ultimi anni, si è assistito ad un balletto di posizioni in cui si ritrova coinvolta anche l’ONU, la quale ha ottenuto l’uso di parte delle aree della ex base per scopi logistici (un nuovo enorme deposito che va ad aggiungersi a quello già presente presso l’aeroporto del capoluogo brindisino) ed operativi (una erigenda scuola di addestramento al peacekeeping con corsi di “polizia internazionale”).