Volete stabilità nei Balcani? Allora ridateci la Jugoslavia

Torna alta la tensione nei territori della ex Jugoslavia a seguito dell’assassinio di Oliver Ivanovic, esponente di punta della minoranza serba in Kosovo.

L’influente think-tank statunitense Council on Foreign Relations (CFR) ha messo i Balcani nella sua lista di prevenzione dei conflitti nella sua recente inchiesta del 2018.
Tuttavia l’idea, promossa dal CFR, che gli Stati Uniti siano il Paese che può aiutare a preservare “pace e stabilità” deve essere messa alla prova – così come gli stessi Stati Uniti e gli alleati NATO più vicini che sono in verità responsabili di molti dei problemi che affliggono attualmente la regione.
Questi problemi derivano tutti dalla violenta rottura della Jugoslavia multietnica degli anni ’90, un processo che le potenze occidentali hanno sostenuto e addirittura incoraggiato attivamente. Ma questo non è menzionato nel documento di riferimento del CFR “Lo scioglimento degli accordi di pace nei Balcani” (Contingency Planning Memorandum n. 32).
Invece sono i Russi, udite, udite, ad essere considerati i cattivi – con “la destabilizzazione russa del Montenegro o della Macedonia” elencato come uno dei possibili scenari del 2018. La verità è, tuttavia, che tutti i possibili “punti di fiamma” identificati dal CFR, che potrebbero portare a conflitti, possono essere direttamente collegati non a Mosca ma alle conseguenze di precedenti interventi e campagne di destabilizzazione statunitensi o guidate dall’Occidente. Continua a leggere

L’espansione NATO trascina l’Europa alla guerra

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Comunicato del Comitato No guerra No NATO

La decisione del Consiglio Nord Atlantico di invitare il Montenegro a iniziare i colloqui di accesso per divenire il 29° membro dell’Alleanza, getta benzina su una situazione già incandescente. Tale decisione conferma che la strategia USA/NATO mira all’accerchiamento della Russia.
Il Montenegro, l’ultimo degli Stati nati dallo smantellamento della Federazione Jugoslava con la guerra NATO del 1999, ha, nonostante le sue piccole dimensioni, un importante ruolo geostrategico nel Balcani. Possiede porti utilizzabili a scopo militare nel Mediterraneo e grandi bunker sotterranei che, ammodernati, permettono alla NATO di stoccare enormi quantità di munizioni, comprese armi nucleari.
Il Montenegro è anche candidato a entrare nell’Unione Europea, dove già 22 dei 28 membri appartengono alla NATO sotto comando USA. Nonostante che perfino l’Europol (l’Ufficio di polizia della UE) abbia messo sotto inchiesta il governo di Milo Djukanovic, perché il Montenegro è divenuto il crocevia del traffico di droga dall’Afghanistan all’Europa e il più importante centro di riciclaggio di denaro sporco.
Dopo aver inglobato dal 1999 al 2009 tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Unione Sovietica e due della ex Federazione Jugoslava, la NATO vuole ora impadronirsi del Montenegro per trasformarlo in base della sua strategia aggressiva. Si avvale a tal fine della complicità del governo Djukanovic, che all’interno reprime duramente la forte opposizione democratica all’entrata del Montenegro nella NATO.
La NATO mira oltre. Si prepara ad annettere Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Ucraina e altri Paesi, per espandersi, con le sue basi e forze militari comprese quelle nucleari, sempre più a ridosso della Russia.
In questa gravissima situazione, in cui l’Europa viene trascinata nella via senza uscita della guerra, il Comitato No Guerra No NATO

  • chiama alla più ampia mobilitazione per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per un’Italia neutrale e sovrana che si attenga all’Art. 11 della Costituzione;
  • chiama i movimenti europei anti-NATO a unire le forze in questa battaglia decisiva per il futuro dell’Europa;
  • esprime la sua solidarietà ai movimenti e alle persone (politici, giornalisti e altri) che, in Montenegro, si battono coraggiosamente contro la NATO per la sovranità nazionale.

Catania, 5 dicembre 2015

Il Montenegro diventa una base

A seguito di una consultazione referendaria, il Montenegro ha dichiarato la propria indipendenza il 21 maggio 2006. Con un territorio di 14.000 kmq (meno della Puglia) e 650.000 abitanti, è stato il 192° ed ultimo Stato ad entrare nell’ONU.
A distanza di soli sette mesi, aveva già aderito al Partenariato per la Pace della NATO. I montenegrini però non sono mai stati interpellati sulla questione, ed alcuni sondaggi suggeriscono che un 70% di loro voterebbe contro l’ingresso nell’Alleanza Atlantica se avesse l’opportunità di farlo. La principale ragione di questa ostilità sta nell’aggressione della NATO alla ex Jugoslavia del 1999.
Nel giugno dell’anno scorso, la NATO ha svolto un proprio seminario a Podgorica, capitale del Paese. Dopo solo due settimane, è stato lanciato un cosiddetto “Dialogo Intensificato” tra la NATO ed il Montenegro. A novembre 2008, il Presidente Milo Djukanovic – dopo esser stato rassicurato che “la NATO non è stanca di allargarsi” (testuali parole dell’ex segretario generale Jaap de Hoop Scheffer) – ha presentato formale domanda di ingresso nell’alleanza, tradottasi in un Piano d’Azione Individuale per l’Adesione.
Il mese successivo, il Montenegro e la Bosnia sono stati accolti nella “Catena Adriatica” (Adriatic Charter), il meccanismo di cooperazione intrapreso sotto l’egida statunitense nel 2003 per coordinare gli sforzi di Albania, Croazia e Macedonia durante il loro cammino di avvicinamento alla NATO (conclusosi solo per i primi due Paesi).
Il 17 dicembre scorso, l’ambasciatore negli Stati Uniti Miodrag Vlahovic ha firmato un SOFA che stabilisce termini e condizioni per lo stazionamento di forze militari di tutti i Paesi membri NATO in Montenegro.
Ad inizio febbraio 2009, Frank Boland, direttore della Pianificazione per la Politica di Difesa della NATO, ha dichiarato ad un quotidiano balcanico che il Montenegro potrebbe diventare un membro dell’alleanza nel 2012, una volta che il Paese si sia adeguato agli standard NATO per quanto riguarda l’addestramento delle truppe.

Lo scorso 28 luglio, il Montenegro ha annunciato di stare assegnando un contingente iniziale di 40 soldati alla missione ISAF in Afghanistan.

Camorrista NATO, atto terzo

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Atto primo.
E atto secondo.

Gomorra, l’opera di Roberto Saviano che tanto successo ha riscosso e sta giustamente riscuotendo in Italia ed all’estero, grazie anche ad una trasposizione cinematografica che aiuta a raggiungere quegli strati della popolazione che non hanno letto e forse non leggeranno il libro, dovrebbe spingere ad approfondimenti ulteriori. Senza soffermarci sulle tante tematiche bene sviscerate dalla narrazione di Saviano, guardiamo infatti ad alcuni altri punti che meritano di essere sviluppati.
Essi riguardano il contesto generale e soprattutto internazionale in cui il fenomeno “Gomorra” (la camorra) sorge e si sviluppa. Quali sono i legami che consentono a quel “regime parallelo” di sostenersi? Su questo il libro non si addentra, lasciando aperti numerosi interrogativi. Dove il tema viene toccato, i dubbi aumentano, anzichè diminuire.

Alcuni esempi:

1) Nel capitolo intitolato “Kalashnikov” si parla delle armi omonime. Si dice che alla camorra queste sono arrivate anche dalla Macedonia e da altri Paesi dell’Europa orientale: “I clan acquistarono informalmente dagli Stati dell’est – Romania, Polonia, ex Jugoslavia – interi depositi di armi (…). Una parte della difesa di quei Paesi venne mantenuta dai clan (…). I depositi degli eserciti dell’est [erano] a loro completa disposizione.” Il periodo di cui si parla è quello della crisi e della fine di quei sistemi politici, perciò la camorra subentra agli eserciti dei Paesi socialisti, da liquidatrice e nemica.
“I mitra quella volta li avevano stipati in camion che ostentavano sui fianchi il simbolo della NATO. Tir rubati dai garage americani” – rubati? – “e che grazie a quella scritta potevano girare tranquillamente” – tranquillamente? – “per mezza Italia. A Gricignano d’Aversa, la base NATO è un piccolo colosso inaccessibile, come una colonna di cemento armato piazzata in mezzo a una pianura. Una struttura costruita dai Coppola, come tutto del resto da queste parti. Non si vedono quasi mai gli americani. I controlli sono rari. I camion della NATO hanno massima libertà e così quando le armi sono giunte in paese, gli autisti si sono pure fermati in piazza, hanno fatto colazione, hanno inzuppato il cornetto nel cappuccino mentre chiedevano in giro per il bar di poter contattare ‘un paio di neri per scaricare roba, velocemente’…”.
Quindi la NATO non solo non avrebbe il controllo del territorio, ma neppure dei propri camion! E il controllo dei depositi di armi dei Paesi ex-socialisti, lo aveva la camorra, oppure la NATO?
Oppure la NATO attraverso la camorra?
Una cosa è certa, e cioè che i beni immobiliari di proprietà della malavita napoletana dati in uso alle forze della NATO e agli statunitensi in particolare sono tanti.

2) A pagina 204 si parla della compravendita di panzer Leopard in cui la camorra era coinvolta negli anni Settanta e Ottanta. Si allude a trattative effettuate “con l’allora Germania Est”. Ma è noto che il Leopard è un frutto dell’industria degli armamenti tedesco-occidentali, anzi per la precisione esso nacque da un programma congiunto tra la Repubblica Federale e gli Stati Uniti; tuttora il mezzo è normalmente utilizzato dagli eserciti della NATO.

3) Subito di seguito si riferisce che “Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto come ‘la tigre Arkan’, ebbe rapporti con Sandokan Schiavone, capo dei Casalesi”, e ci si addentra in una ricostruzione dei fatti piuttosto oscura. Si dice infatti che Arkan grazie ai Casalesi avrebbe fatto entrare in Serbia “capitali e armi sotto forma di aiuti umanitari: ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche.” Ma allora, in concreto, stiamo parlando di armi, di soldi, o di ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche?
Prosegue Saviano: “Secondo il SISMI però le forniture (…) erano in realtà pagate dalla Serbia mediante prelievi dai propri depositi presso una banca austriaca.” Varrebbe a dire che la Serbia pagava (in dollari): allora i soldi uscivano dai Balcani, non entravano… In effetti pare uscissero, tanto che venivano poi girati a un non meglio specificato “ente alleato dei clan serbi e campani, che avrebbe dovuto provvedere a ordinare alle varie industrie interessate i beni da dare come aiuto umanitario” (sic), “pagando con soldi provenienti da attività illecite e attuando così il riciclaggio degli stessi capitali. E proprio in questo passaggio entrano in scena i clan Casalesi. Sono loro ad aver messo a disposizione le ditte, i trasporti, i beni per effettuare l’operazione di riciclaggio.”
Qui non abbiamo capito molto, ed il seguito è altrettanto oscuro: “Servendosi dei suoi intermediari Arkan, secondo le informative, chiede l’intervento dei Casalesi per mettere a tacere i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinare la sua guerra finanziaria, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi” (di nuovo: materiale umanitario oppure armi? O entrambe?).
Solo alla fine si chiarisce almeno un aspetto: “I Casalesi calmarono i loro alleati albanesi, dando armi e concedendo ad Arkan una serena guerriglia. In cambio (…) l’impresa italiana si disseminò in mezza Serbia.”
Dalla “difficile” ricostruzione si capiscono almeno due cose:
(a) che gli alleati in primis dei Casalesi erano i mafiosi albanesi, come d’altronde ebbe occasione di spiegare lo stesso Saviano in tempi “non sospetti” (“L’armata albanese nella nuova guerra di Napoli”, su Il Manifesto, 21/11/2004), e
(b) che l’operazione di riciclaggio non riguardava i soldi “di Arkan” o “della Serbia” bensì soldi sporchi acquisiti in Italia da italiani (camorristi?) che si inserivano in una compravendita di “ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche” al solo scopo di riciclare quei soldi.

4) Sempre rimanendo in tema di alleati internazionali della camorra, sarebbe molto pertinente per un futuro approfondimento della indagine di Saviano andare a scavare nei rapporti con la leadership montenegrina. Saviano non può non aver sentito parlare delle pesanti accuse rivolte dalla magistratura italiana contro Milo Djukanovic: associazione mafiosa finalizzata al contrabbando internazionale di sigarette e riciclaggio di danaro. Accuse tanto imbarazzanti che Djukanovic si era tolto di mezzo per un po’ dopo la proclamazione della “indipendenza” della sua repubblichetta, di cui era stato premier e presidente in diverse fasi. Accuse in base alle quali Djukanovic a metà del 2007 è stato rinviato a giudizio in Italia. I rapporti che Djukanovic e la sua lobby politico-affaristico-secessionista instaurò con la malavita italiana passarono non solo attraverso la Sacra Corona Unita pugliese, ma anche attraverso la camorra, specialmente nelle persone del boss del contrabbando Gerardo Cuomo, di Gragnano, e del noto camorrista (benchè pugliese) Francesco Prudentino, di Ostuni, già residente in Montenegro.
Su tutto questo, su cui la stampa italiana e internazionale ha calato un silenzio di tomba mentre in Montenegro e Croazia i giornalisti che se ne occupano vengono arrestati o uccisi, raccomandiamo di andarsi a rileggere in particolare, tra la molta documentazione presente nell’archivio di JUGOINFO.

Fonte: cnj

TARGET – incontro internazionale

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Nel X° Anniversario dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia

Il 24 marzo 1999 la NATO scatenava, ininterrottamente per 78 giorni, la sua potenza di fuoco contro il territorio della allora R.F. di Jugoslavia – un Paese già amputato con le secessioni iniziate nel 1991, e oggi ulteriormente smembrato tra Serbia, Montenegro e Kosovo. Per i suoi bombardamenti la NATO utilizzava armi vietate dalle convenzioni internazionali (es. bombe a frammentazione), armi di grave nocumento alle generazioni presenti e future (es. all’uranio impoverito), e mirava contro industrie chimiche, infrastrutture civili, mezzi di trasporto in servizio, ambasciate di Paesi terzi…
Quei bombardamenti rappresentarono l’apice in un processo di attacco a quel Paese, multinazionale e sovrano, per il quale era stata programmata la disgregazione e la svendita al capitalismo straniero. Negli anni successivi, tutti i settori-chiave dell’economia e del sistema finanziario jugoslavo venivano ceduti. Mentre le storiche strutture militari jugoslave venivano in larga parte dismesse, le piccole repubbliche sorte dalla disgregazione erano gradualmente assorbite nelle alleanze militari euro-atlantiche, e piegate agli obiettivi di queste.
A sua volta, l’intera vicenda della crisi jugoslava, che dal 1991 non può dirsi conclusa ancora oggi, è paradigmatica della fase apertasi con l’abbattimento del Muro di Berlino: una fase che, lungi dal garantire pace e libertà, è stata caratterizzata da guerre e devastazioni, “vendute” alle opinioni pubbliche attraverso pelose retoriche dei “diritti” e disoneste campagne di disinformazione. Cosicché ad esempio l’Italia, dopo avere reiteratamente violato la propria Costituzione fungendo da base di lancio per i bombardamenti e partecipando a numerose missioni di guerra in Paesi vicini e lontani, si ritrova ancora ad impiegare fette crescenti del proprio bilancio statale per finanziare la macchina militare, nonostante la crisi economica e sociale che incalza… e deve ospitare ulteriori basi militari straniere sul proprio territorio!
E’ in una città nevralgica nell’ambito di questi processi come Vicenza che, in occasione del X° Anniversario dell’inizio di quei bombardamenti, promuoviamo una grande iniziativa nazionale ed internazionale per raccontare che cosa hanno essi rappresentato, al di là della cortina fumogena creata dai media, e per discutere con gli occhi rivolti al futuro di attività e prospettive nel campo della solidarietà internazionalista tra i lavoratori e per il movimento che in tutta Europa si batte contro la guerra e contro le basi militari.

Promuovono:
Rete Disarmiamoli! – RdB CUB – Coord. Naz. per la Jugoslavia ONLUS – Beogradski Forum / Forum di Belgrado per un mondo di eguali – Rete Semprecontrolaguerra

Programma:
Vicenza – sabato 21 e domenica 22 marzo 2009

sabato 21 marzo, pomeriggio
PROPAGANDA DI GUERRA: tra disinformazione strategica e deriva politico-culturale
LE NUOVE CROCIATE: crisi macroeconomica e politiche militari
ECOCIDIO: gli effetti della guerra
A seguire: documentazione video

sabato 21 marzo, sera
Iniziativa di autofinanziamento (cena e concerto)

domenica 22 marzo, mattina
ROVESCIARE IL TARGET – E’ POSSIBILE?
La condizione dei lavoratori nei Balcani, in Italia, in Europa
Dai bombardamenti sulla Zastava al grande movimento di solidarietà
Tavola rotonda e dibattito: Il movimento contro la guerra, le basi militari e la NATO

Per adesioni ed informazioni: disarmiamoli oppure jugocoord

Aggiornamenti al sito cni.it

Kosovo Italia Serbia, pro memoria 1999

Il 24 Marzo di nove anni or sono l’attacco aereo a Serbia, Montenegro e Kosovo Metohija vide l’Italia in prima fila per numero di aerei impiegati tra Tornado, ECR, AMX e F104 dell’Aeronautica Militare Italiana: 52, come da dichiarazione ufficiale dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema.
Il primo governo di coalizione guidato da un ex esponente del PCI si fece anche carico dell’assistenza a terra degli altri 263 cacciabombardieri della prima linea d’attacco della NATO. Con un provvedimento ad hoc, le Forze Armate italiane coprirono tutti gli oneri di spesa, dalla fornitura del carburante avio al munizionamento a guida laser da scaricare sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia: 78 giorni di ininterrotti bombardamenti, in aperta violazione del diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, dell’articolo 11 della Costituzione.
Sui 1.378.000 abitanti del Kosovo Metohija, 461.000 erano cittadini di origine serba. Il censimento effettuato nel 2006 dall’UNMIK ne ha registrati come residenti meno di 100.000, perché gli altri sono stati cacciati dalle loro case, in presenza delle forze NATO appartenenti alla KFOR, ed ora vivono in estrema precarietà nei campi profughi sparsi in Serbia. Dei 55.000 che vivevano a Prishtina prima del 1999, ne rimangono 42. La stessa sorte è toccata a diverse migliaia di croati, rom, gorani (slavi di religione musulmana) ed agli albanesi considerati “collaborazionisti” – almeno a quelli non assassinati a sangue freddo dall’UCK, descritto come “senza alcun dubbio, un gruppo terroristico” da Robert Gelbard, inviato speciale del presidente Clinton nei Balcani. Gli schipetari hanno inoltre dato alle fiamme e saccheggiato 148 monasteri medievali e decine di migliaia di case, realizzando quella pulizia etnica che non era riuscita nemmeno a Mussolini quando si era impegnato a costruire una “Grande Albania”.
Il Kosovo è oggi privo di economia. Quel poco che consente la sopravvivenza della popolazione è basato quasi unicamente su traffici illegali. E tutto questo dopo avere ricevuto dall’Unione Europea due miliardi di euro in assistenza dal 1999 ad oggi. La bilancia commerciale parla chiaro: entrate da traffici vari (droga e armi soprattutto, ma anche automobili e marchi contraffatti) valgono per circa l’80%, gli aiuti internazionali per poco meno del 20%.
Stando alle stime dell’Interpol, è dal Kosovo che passa l’80% del traffico di eroina del Vecchio Continente. Si parla di un volume d’affari totale pari a due miliardi di dollari e di un flusso mensile compreso tra le 4 e le 6 tonnellate di droga. E una buona fetta dei proventi rientra poi in Kosovo, finendo anche nelle casse dei principali partiti.
Secondo la Banca mondiale, il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il Kosovo ha il Pil più basso d’Europa. La disoccupazione è stimata al 60%, l’analfabetismo è vicino al 10% tra gli uomini ed al 20% fra le donne, cifre dieci volte superiori alla media regionale.
Ogni 15 giorni, i Nuclei di Polizia Internazionale emettono provvedimenti di chiusura a carico di locali adibiti al traffico di stupefacenti e/o di armi, al riciclaggio di denaro sporco, alla prostituzione; nella sola Prishtina, i bordelli – assiduamente frequentati dai militari stranieri ivi operanti – si contano in diverse centinaia. Le bande criminali censite sono 2.417. Le armi, corte o lunghe, a disposizione delle stesse sono stimate in 400.000 circa.
Per contro, ferma qualsiasi precedente attività mineraria estrattiva, la produzione artigianale ed industriale è pressoché nulla, con una compressione rispetto al volume sviluppato nel 1999 pari al 92% in meno. Con conseguenza, fra le altre, che il tasso di disoccupazione permanente nella fascia d’età tra i 18 ed i 45 anni sfiora l’82%.
A fronte delle 32 tonnellate di uranio impoverito seminate dai proiettili dell’USAF, nella popolazione residente si è registrato, in sei anni, un incremento del 25% degli aborti spontanei, del 15% delle malformazioni nei feti, del 17% di leucemie e tumori ad ossa, cervello, reni, fegato e vie urinarie. Tra i soldati italiani della KFOR avvicendatisi nella regione, i decessi per cancro registrati al gennaio 2007 sono 52, mentre più di 300 sono quelli in cura nelle strutture sanitarie nazionali.