Un bizantinismo per il XXI° secolo

135451

“L’epoca 1945-1989 fu l’epoca puramente politica dell’URSS, nella quale Mosca si manifestò come un contrappeso all’influenza liberale, puramente economica nella sua essenza, dell’impero talassocratico americano. Questa dimensione puramente politica disturbò a lungo gli Stati satelliti di Mosca, i quali cercarono in diversi modi di distanziarsi dal Paese egemone, per ritrovare la loro propria identità. Nonostante il carattere politico e militarista dell’impero sovietico, oggi possiamo apprezzarne, nel loro giusto valore, le qualità catecontiche: un tradizionalismo inerente alla funzione militare, una corretta valutazione delle funzioni economiche nella società, che passavano in secondo piano, una disciplina morale, un rispetto quasi militaresco per le istituzioni, che all’epoca fu criticato per il suo formalismo talvolta eccessivo. Quello che allora mancò a Mosca, fu la dimensione religiosa. Tuttavia, come accade tante volte nella storia, i fattori di sostrato che ufficialmente vengono eliminati si rifugiano in una dimensione comunitaria impossibile da reprimere. La religione continuò a svolgere un ruolo importante nella vita di tutti i popoli dell’area egemonizzata dall’impero politico moscovita.
Si è trattato di un privilegio? Giudicando oggi le cose, la risposta può essere affermativa. D’altronde, la logica duale delle due dimensioni, imperium e dominium, fu formalmente rispettata. Che lo volesse o no, l’impero sovietico fu una manifestazione imperiale reale, nella quale il politico (imperium) assicurava la pace e la tranquillità alle forme della vita quotidiana (dominium). Lo Stato comunista onnipotente era la difesa più sicura contro le modificazioni storiche veloci, contro i cambiamenti politici che potevano rivelarsi pericolosi. In questo “congelamento” della storia si è manifestato, senza dubbio, qualcosa di quell’antico istinto greco che induceva a respingere i neoterismoí: le rivoluzioni, i cambiamenti sovversivi, le innovazioni politiche, le svolte azzardate della storia. Nelle Leggi di Platone, è questo l’impulso che sta alla base del bisogno dell’uomo di fondare la città: ogni piano politico e legislativo, ci dice Platone, è buono non solo se resiste al tempo, ma anche se non muta il proprio significato insieme col passare degli anni. Le leggi sono buone se restano sempre le stesse nel loro spirito, mentre le città devono essere ubicate lontano dal mare, all’interno della terraferma, proprio per poter resistere alle influenze straniere che giungono tramite la navigazione.
Il neobizantinismo dovrà risolvere il problema della gerarchia rovesciata dell’attuale società europea. L’homo occidentalis, magistralmente definito da Aleksandr Zinoviev, è esaurito. La causa è l’individualismo spinto all’estremo, che rifiuta allo spazio collettivo ogni forma di manifestazione coerente: “L’intero modo di vita dei Paesi occidentali rappresenta un risultato ed una manifestazione dell’individualismo degli occidentaloidi. Se dovessimo descriverne in poche parole l’essenza psicologica, potremmo dire che il principio fondamentale dell’esistenza degli occidentaloidi è il seguente: lavorare per sé, considerando gli altri come mezzo e strumento d’esistenza”.
Contro questo occidentalismo (e non contro i Paesi chiamati genericamente “occidentali”) occorre elevare davvero una Cortina di ferro in Europa. Dovrà essere la Cortina di ferro di un tradizionalismo armonioso, ispirato alle tradizioni imperiali bizantine, in cui lo spirito dell’Ortodossia avrà una parola decisiva da dire negli anni futuri. La Romania, trasformata artificialmente in “frontiera” della NATO nel confronto politico col mondo russo, dovrà riprendere una condotta culturale e geopolitica integratrice, rifiutando le faglie di civiltà imposte dalla visione di Huntington e allineandosi con la propria tradizione politica bizantina, che è il suo ambito naturale. Per la storia recente della Romania, la formula politica del cosiddetto nazionalcomunismo ha infatti significato il ritorno parziale allo spirito bizantino. È anche questo il motivo per cui gli atleti dell’atlantismo odierno attaccano questo spirito, considerandolo arretrato, retrogrado e pericoloso…”

Da La Romania tra Ortodossia e “valori” occidentali di Cristi Pantelimon, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2016, pp. 84-85.

Cristi Pantelimon, sociologo, è autore di diverse opere pubblicate da case editrici romene. Scrive su temi di attualità per il blog estica.eu.

Come Napoleone 200 anni fa

12742123_10153972546296204_1780401827931378062_n“Ho osservato la storia e ho concluso che tutta questa russofobia è iniziata quando Carlo Magno ha creato l’Impero occidentale 1.200 anni fa, ponendo le basi per il grande scisma religioso del 1054. Carlo Magno creò il suo impero in opposizione alla situazione esistente, quando il centro del mondo civilizzato era Bisanzio.
La cosa più sconvolgente di cui mi sono reso conto era che tutto quello che ci hanno insegnato a scuola era sbagliato. Sostenevano che i dissidenti appartenevano alla Chiesa d’Oriente, che si era divisa da Roma. Ora so che quello che è successo è proprio il contrario: è stata la Chiesa cattolica occidentale a dissentire dalla Chiesa universale, mentre la Chiesa d’Oriente è rimasta ed è ancora ortodossa.
Al fine di spostare la colpa da se stessi, i teologi occidentali di quel tempo lanciarono una campagna giustificatoria per dare la colpa alla Chiesa d’Oriente. Hanno usato argomentazioni che sono ritornate ancora e ancora come parte del confronto tra l’Occidente e la Russia. Allora, nel Medioevo, hanno cominciato a riferirsi al mondo greco, o bizantino, come un “territorio di tirannia e barbarie”, al fine di sconfessare la responsabilità dello scisma.
Dopo la caduta di Costantinopoli, quando la civiltà bizantina si è conclusa, e la Russia ne ha preso il posto come Terza Roma, tutte quelle superstizioni, tutte quelle bugie circa la desacralizzazione del mondo ellenico, sono state trasferite automaticamente alla Russia.
È strano vedere le note di viaggiatori occidentali in Russa a partire dal XV secolo: tutti descrivono la Russia negli stessi termini che avevano usato per descrivere Bisanzio. Questa critica artefatta è considerevolmente aumentata dopo le riforme di Pietro il Grande e Caterina la Grande, quando la Russia è diventata potente sulla scena politica europea. Ed entro la fine del XVIII secolo, la critica è diventata russofobia.
Nata in Francia sotto Luigi XV, è stata utilizzata per un po’ da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica della Francia. Il “Testamento di Pietro il Grande” [un documento politico contraffatto, NdT] fu utilizzato da Napoleone come giustificazione per la sua campagna di Russia.
Possiamo confrontare questo caso con i tempi moderni, in cui, al fine di raggiungere i loro obiettivi, gli Americani hanno inventato la menzogna che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. La russofobia è rimasta in Francia come ideologia politica fino al XIX secolo, quando dopo aver perso la guerra franco-prussiana, la Francia si rese conto che il suo principale nemico non era più la Russia, ma la Germania, diventando alleata della Russia.
Per quanto riguarda l’Inghilterra, la russofobia vi apparve intorno al 1815, quando la Gran Bretagna, alleata con la Russia, sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.
In Germania, la situazione non cambiò fino alla fine del XIX secolo, quando fu creato l’impero tedesco. Non aveva colonie, e non c’era posto per ottenerne, poiché Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo avevano avuto un vantaggio iniziale. Poiché tutte le colonie erano state assegnate senza la Russia, apparve in Germania un movimento politico che cercava una “espansione verso l’Oriente”, vale a dire, le moderne Ucraina e Russia. Questo tentativo fallì durante la Prima Guerra Mondiale, e più tardi, Hitler usò la stessa ideologia.
Non è un caso che gli storici tedeschi siano stati all’origine di quello che è conosciuto come “revisionismo”, la tendenza a sottovalutare il contributo dell’URSS alla vittoria sul Terzo Reich, sopravvalutando il contributo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa storia creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Gli Stati Uniti hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.
Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.
La storia del XIX secolo si ripete: gli Stati Uniti continua a parlare di una “minaccia” presumibilmente proveniente dalla Russia, al fine di raggiungere i propri obiettivi, promuovere i propri interessi, e perseguire la propria espansione. Oggi si demonizza la Russia in modo da mettere i missili della NATO in Polonia, usando le stesse parole e gli stessi argomenti che usava Napoleone 200 anni fa.”

Da Guy Mettan: le radici della russofobia, intervista all’autore di Russofobia. Mille anni di diffidenza.

cover-russofobia-perweb-2

I dotti e le basi

manas

In Asia centrale, nelle repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti erano riusciti ad insediarsi militarmente in virtù della “Guerra al Terrore” scatenata dopo l’11 settembre 2001, in prima istanza contro l’Afghanistan talebano.
Da allora, molte cose sono cambiate in quell’area geografica ed agli statunitensi rimane oggi a disposizione soltanto la base di Manas in Kirghizistan – intitolata a Ganci, il comandante dei vigili del fuoco di New York morto al World Trade Center – il cui utilizzo è stato concesso sulla base di accordi bilaterali che risalgono al dicembre 2001 e che stabilivano un canone d’affitto di solo 2,6 milioni di dollari annui, meno di un’elemosina. Antefatto: il presidente kirghizo è Kurmanbek Bakiev, salito al potere nel 2005 grazie alla cosiddetta “Rivoluzione dei Tulipani” sponsorizzata da Washington ” con il contributo operativo determinante della fondazione Freedom House, coordinata dall’ex giornalista Mike Stone al quale erano state affidate la gestione dei 50 milioni di dollari stanziati per incoraggiare i gruppi dell’opposizione e la veste di editore-tipografo delle sei testate giornalistiche antigovernative.
Ebbene, proprio Bakiev – rapidamente tornato nell’orbita di Mosca, generosa nelle promesse di investimenti e di sostegno politico in caso di un’eventuale altra rivoluzione colorata, ed appoggiato anche da Pechino, poco entusiasta nel sapere l’USAF parcheggiata a due passi dalle sue rampe di missili nucleari nello Xinjiang – nella primavera del 2006 ha lanciato un ultimatum agli statunitensi chiedendo loro un aumento del canone di affitto di Manas che lo portasse a livelli più consoni all’importanza ed alle dimensioni della base. Ed essi, pur di non perdere la vitale installazione – dopo che già avevano perso la base di Karsh i-Khanabad in Uzbekistan – si sono decisi ad accettare il nuovo canone che è pari a ben 150 milioni di dollari. D’altro canto, rinunciare anche a quest’ultima infrastruttura li avrebbe costretti a ridispiegamenti strategici veramente complessi, col rischio di veder fallire completamente la strategia di espansione in Asia centrale.
Dove la posta in palio è rappresentata dai giacimenti di idrocarburi e dagli oleodotti e gasdotti esistenti, in costruzione ed in progettazione. Tanto è vero che da qualche mese, al dipartimento di Stato, hanno iniziato a circolare voci sempre più insistenti sul desiderio statunitense di allargare la NATO anche ai Paesi dell’area. Senza citare direttamente la Russia, Evan Feigenbaum, sottosegretario di Stato aggiunto, ha affermato che un monopolio dei trasporti delle risorse energetiche potrebbe rappresentare una minaccia per l’indipendenza politica ed economica di quei Paesi.
E’ evidente, Loro pensano sempre al bene altrui.