Da Maidan a Myanmar

La spettacolarizzazione delle rivoluzioni colorate

Perché il saluto a tre dita è stato adottato da schiere di manifestanti, dalla Tailandia a Myanmar? Perché i rivoltosi di Hong Kong portavano con sé archi e frecce come parte del loro arsenale e dichiaravano “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”? E perché ancora lo slogan “Hunger Games* dal 1994. Morte al regime” apparve sugli striscioni in Bielorussia?
Per rispondere a queste domande, occorre considerare il modo in cui le rivoluzioni colorate e l’industria dei media creano spirali che si alimentano a vicenda in un contesto di imperialismo culturale, quella sistematica disseminazione di prodotti culturali, valori e comportamenti conformi agli interessi del centro egemonico. È anche utile considerare come il reiterare particolari narrazioni a livello inter-mediatico contribuisca indirettamente alla formazione dell’identità sociale e politica dei soggetti coinvolti.
Quando una rivoluzione colorata fu istigata in Ucraina alla fine del 2013, i mezzi di comunicazione occidentali evidenziarono da subito le analogie fra le rivolte di Kiev e la ribellione contro la tirannide che era al centro di un film che aveva battuto i record d’incasso l’anno precedente. Con la fusione retorica tra le proteste di piazza Maidan e Hunger Games, un franchise cinematografico di Hollywood, i media crearono un ibrido facilmente commerciabile, l’ “Ukraine-ger Games” – per una parte fatti, per due parti fiction – che poi si sarebbe rivelato modello estremamente utile per la promozione globale di successive rivoluzioni colorate.
Poiché le strategie di marketing ruotano attorno alla montatura pubblicitaria, creare il clamore necessario richiedeva una precisa pianificazione comunicativa soprattutto online, attraverso l’utilizzo di canali di informazione già consolidati e la creazione di nuovi, l’aumento di visibilità sui social media grazie al reclutamento di influencer, blogger, opinion leader e dulcis in fundo, celebrità.
Siccome prendere parte a un cambio di regime finanziato dall’estero non è eroico come difendere libertà, giustizia e democrazia, questi concetti di solito vengono evocati per mobilitare le masse: privati di qualsiasi connotazione ideologica potenzialmente divisiva (le rivoluzioni colorate sono interclassiste per definizione), questi ideali rimangono aperti ad ogni interpretazione e possono così stimolare l’immaginario politico. Se gli ideali astratti da soli non si traducono in un movimento di massa, l’industria dei media può facilmente reclutare personaggi ‘cool’ come modelli di comportamento: ed ecco che la pop star ucraina Ruslana Lyzhychko, vistosamente in prima linea durante le proteste, viene paragonata da Newsweek all’eroina Katniss Everdeen di Hunger Games. Grazie a una vaga somiglianza con l’attrice protagonista del film, risultava perfetta per la parte di icona rivoluzionaria.
Chiunque può recitare un ruolo negli “Ukraine-ger Games” e ottenere riconoscimento mediatico, sia esso migliaia di “likes” e followers sui social oppure un’intervista sulla CNN. Nessuna precedente esperienza politica è richiesta: la trilogia cinematografica fornisce un repertorio di tematiche visuali e di battute da copione tanto ricco da essere facilmente convertito in materiale propagandistico: “L’Ucraina è il tredicesimo Distretto nel Centro Europa. Faccio a voi un appello: Ribellatevi!! Richiedete subito sanzioni per l’Ucraina!”. Il riferimento al tredicesimo distretto della fiction non passa inosservato al pubblico giovanile sia nel proprio Paese che all’estero, poiché tutti consumano la stessa cultura pop globale che ne colonizza l’immaginario.
Nel 2014 questo format di successo fece la sua comparsa in Tailandia e a Hong Kong, dove i manifestanti adottarono il saluto a tre dita assieme a cartelli e slogan in Inglese per attrarre l’interesse di un pubblico mondiale. Sebbene questo saluto risalga ai tempi della Rivoluzione Francese, coloro che cominciarono a usarlo a Hong Kong, Bangkok e Yangon lo conoscevano soltanto come il saluto di Hunger Games.
Il Movimento degli Ombrelli si affievolì ma quando una seconda rivoluzione colorata fu tentata nel 2019 il franchise cinematografico di Hollywood diventò nuovamente fonte d’ispirazione. I rivoltosi di Hong Kong scandivano lo slogan “laam chau”, traduzione in cantonese della battuta “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”, usavano arco e frecce, l’arma tipica dell’eroina del film, costruivano enormi falò, incendiavano edifici e veicoli, lanciavano centinaia di bombe molotov, davano fuoco alle persone. Queste azioni, piuttosto che attirare condanne, venivano glorificate dai corrispondenti esteri soddisfatti che i contestatori esprimessero “la Katniss che era in loro”. I fotogiornalisti sceneggiarono, inquadrarono ad arte e manipolarono digitalmente le immagini con effetti luce drammatici per alimentare l’identificazione emotiva con i ribelli, al punto che diventava impossibile stabilire se le foto fossero state fatte su un set cinematografico oppure durante una rivolta. Una tale spettacolarizzazione delle proteste dovrebbe far sorgere delle domande di carattere etico sul fotogiornalismo contemporaneo ma ciò è improbabile che accada quando coloro che commissionano e ricompensano questo lavoro sono gli stessi che hanno il compito di promuovere le rivoluzioni colorate.
Nel momento in cui le proteste sono viste dai partecipanti come modo per ottenere un riconoscimento globale, assistiamo all’erosione del confine fra il Sé e il suo riflesso, con le tragiche conseguenze di produrre narcisismo, alienazione e perdita d’identità. Quando i manifestanti di Hong Kong orgogliosamente sostengono ”Noi non siamo Cinesi” vediamo una conferma di questa alienazione. E quando Joshua Wong, il ragazzo copertina di questa farlocca “Rivoluzione dei Nostri Tempi”, dichiara “essere famoso è parte del mio lavoro” nella biografia romanzata di Netflix, Joshua: Teenager vs. Superpower, dovremmo prestare attenzione perché le sue parole rivelano non soltanto un‘eccessiva considerazione di sé, tipica del carattere narcisistico, ma anche una particolare soggettività politica che si nutre di fama mediatica.
Servendosi di ghostwriter per i suoi libri, recitando se stesso in documentari finanziati dagli Stati Uniti, apparendo sulle copertine di riviste straniere, pronunciando slogan banali, non sorprende che Joshua Wong abbia potuto raggiungere fama mondiale. Ma così facendo involontariamente dimostra quanto il suo attivismo politico abbia in comune con lo show business e quanto quest’ultimo venga ormai utilizzato come un’arma.
Laura Ruggeri

*Hunger Games è un film del 2012 basato su una storia ambientata in un futuro distopico post apocalittico

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

L’Arabia Saudita mette l’Algeria su una lista nera di Paesi «poco impegnati» nella lotta contro il terrorismo

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L’informazione può sembrare tratta da un film di fantascienza, tanto è impensabile vedere una monarchia, il cui solo nome evoca l’estremismo e il terrorismo, mettere fuori legge un Paese, l’Algeria, che ne è stato la prima vittima e il cui tributo pagato per combattere le orde organizzate dagli sponsor wahabiti è stato molto pesante. Dunque, l’informazione è ufficiale. Il Ministero degli Esteri saudita ha appena incaricato le autorità competenti del Paese (i ministeri dell’Industria e del Commercio e il Consiglio della valuta saudita), chiedendo loro di dar prova di «maggior vigilanza» nelle transazioni finanziarie con undici Paesi, fra cui l’Algeria, al fine di «contrastare i rischi di coinvolgimento in casi di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo». L’informazione è riportata dal giornale saudita Mekka, nella sua edizione di domenica 17 maggio. Il governo saudita accusa questi paesi (Algeria, Ecuador, Etiopia, Indonesia, Myanmar, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen) di «non rispettare gli impegni assunti nel quadro del Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (Gafi). Il rapporto cita anche l’Iran e la Corea del Nord nella sua lista di Paesi «che rifiutano ogni forma di cooperazione» nella lotta contro questi due flagelli. Nella sua direttiva alle istituzioni interessate, il Ministero degli Affari Esteri saudita elenca otto misure da «applicare rigorosamente» nelle loro relazioni finanziarie con gli undici Paesi citati. Prima di queste misure, «l’applicazione di condizioni più rigorose nell’identificazione dei clienti, al fine di conoscere l’identità del vero beneficiario prima di qualsiasi transazione con le persone fisiche o giuridiche nei Paesi che presentano una debolezza nei loro dispositivi o che non applicano le raccomandazioni del Gafi contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo». A questo proposito, il ministero raccomanda anche di «rispettare scrupolosamente le note di avvertimento stabilite dal Gafi e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o della commissione incaricata dell’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in materia». Altra misura notificata dalle autorità saudite, «fornire un aggiornamento istantaneo delle condizioni enunciate nel quadro della lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, e prendere le misure preventive necessarie per una migliore sicurezza di tutte le transazioni effettuate con le parti attinenti ai Paesi in questione». La nota chiede anche di «assicurarsi che tutte le transazioni commerciali stabilite con le parti relative ai Paesi oggetto dei bollettini di avvertimento siano a fini economici e chiaramente legali» e di «identificare i veri beneficiari». Ultime misure, infine, «consultare i siti web delle organizzazioni individuate in maniera regolare e periodica, cercare altre fonti d’informazione affidabili e prendere le misure adeguate a seguito di quanto vi è diffuso». Il rapporto indica, inoltre, che questo nuovo dispositivo sarà trasmesso al segretariato del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’Arabia Saudita aveva impedito a un aereo di Air Algérie di atterrare a Sana’a per il rimpatrio di cittadini algerini e nordafricani dallo Yemen. Un’informazione confermata dal pilota della compagnia aerea nazionale, ma smentita dal nostro Ministero degli Affari Esteri. Questo nuovo episodio – che i nostri leader si affretteranno probabilmente a smentire ancora una volta – è una chiara indicazione che i Paesi del Golfo classificano l’Algeria come un Paese «recalcitrante» da «sorvegliare attentamente», per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare contro gli Houthi. Prova ne è che Stati arabi come il Marocco e la Giordania non sono interessati dalla lista nera di Riyadh che ha come chiari obiettivi regimi non monarchici. Ma su questo ci torneremo.
R. Mahmoudi

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere