Le droghe e l’Esercito Italiano

“Sappiamo che il 18 aprile [2011 – n.d.c.], in un luogo dove è in corso un’esercitazione militare nel teramano, viene uccisa Melania Rea e nessuno – nemmeno le vedette in divisa che controllano le uniche due strade di accesso – dirà poi di avere visto nulla.
Sappiamo un po’ meno che il 27 marzo, nella caserma Manlio Feruglio di Venzone (UD) occupata dagli alpini della Julia – lo stesso corpo di Parolisi – un militare trova degli involucri pieni di eroina mentre sta pulendo le casse di armi appena tornate dall’Afghanistan, come mi venne confermato dal sostituto della Procura di Tolmezzo. Anche questa inchiesta viene “strappata” dalla Procura Militare, e non se ne saprà più niente.
Il 3 giugno, ancora, il tenente colonnello Cristiano Congiu – un carabiniere di grande esperienza – viene assassinato nella valle del Panjshir, in Afghanistan. Il motivo della sua morte resta tuttora avvolto nel mistero.
Congiu era un agente antidroga sotto copertura che, stando alle mie fonti, stava indagando proprio sui presunti traffici di stupefacenti operati a bordo dei voli militari. Al momento del fatto si trovava con una donna statunitense poi sparita nel nulla, e di cui non sono mai state rese note le generalità.
Negli anni Novanta, Congiu comandava la compagnia dei carabinieri del Rione Traiano, a Napoli. Il suo nome finì però, senza essere mai indagato, nelle carte di un’inchiesta sui Casalesi — non per legami diretti con la criminalità organizzata, ma perché aveva stretto una relazione con una soldatessa statunitense di stanza nel capoluogo partenopeo che, a sua volta, frequentava Francesco Schiavone detto Sandokan, il capo dei capi della sanguinaria camorra di Casal di Principe.
Ancora una volta, dunque, in questa storia tornano i Casalesi. E non è nemmeno l’ultima. Undici giorni dopo, il 14 giugno 2011, l’antimafia di Napoli bussa proprio alla porta della caserma di Parolisi per arrestare Laura Titta, militare nonché autista del boss Emilio Di Caterino – allora reggente dei Casalesi – ma anche di Giuseppe Setola, suo predecessore a capo dell’ala stragista del clan. Setola è stato autore, per esempio, della strage di Castel Volturno del settembre 2008: 7 morti e un ferito, tutti immigrati.
La caserma di Parolisi, ad Ascoli Piceno, addestra tutte le reclute femminili d’Italia, e lui stesso è stato in missione in Afghanistan. Ma il nome “Titta” – afferma – non gli dice nulla. La giovane recluta nel 2009 si era trasferita a Napoli. Dopo il ritrovamento del cadavere della Rea, nonostante il congedo, chiede però di tornare ad Ascoli. Ad oggi non se ne conoscono le ragioni.
C’è infine quanto accade due mesi dopo, il 13 agosto del 2011, a Genova, quando i carabinieri arrestano Alessandra Gabrieli, caporalmaggiore dei parà, con 35 grammi di eroina purissima. Al processo sosterrà di essere diventata eroinomane in caserma, a causa del giro di droga dei soldati della Folgore di Livorno tornati dall’Afghanistan con quella sostanza.
(…)
All’alba del 25 luglio 2010, un carabiniere trova il corpo privo di vita di un militare italiano nel suo ufficio, all’aeroporto di Kabul. È il capitano dell’esercito Marco Callegaro, addetto proprio alla gestione finanziaria dei rifornimenti della missione.
Ufficialmente si parla di suicidio, ma anche su questo caso i dubbi sono tanti, a partire dalla presunta lettera d’addio mai stata consegnata ai familiari, che infatti non credono a questa versione — il padre sostiene, anzi, che pochi giorni prima il figlio gli avesse raccontato di aver fatto una scoperta sconvolgente.
Dopo queste dichiarazioni, i Radicali presentano un’interrogazione parlamentare a risposta scritta al ministro della Difesa, allora Ignazio La Russa, per chiedere tra l’altro “se esista e quale sia il contenuto del biglietto a cui fa riferimento il genitore del militare deceduto.”
Verranno presentati ben 13 solleciti, l’ultimo dei quali risale al 6 dicembre 2012, due mesi prima che i Radicali – con la lista Lista Amnistia Giustizia Libertà – restino fuori dal Parlamento per non avere superato la soglia di sbarramento necessaria per entrare alle Camere.
Una risposta, alla fine, non arriverà mai.”

Da L’eroina, l’esercito e un delitto misterioso: in Afghanistan sulle tracce del caso Parolisi di Alessandro De Pascale.

Afghanistan 2017

Kabul, da 16 anni il nulla con i miliardi intorno

Sette miliardi e mezzo in sedici anni, cioè quasi mezzo miliardo l’anno, un milione e trecentomila euro al giorno. Questo – a fronte di 260 milioni per la cooperazione civile – è il costo della partecipazione dell’Italia alla campagna militare afgana, la più lunga della nostra storia, secondo il rapporto “Afghanistan, sedici anni dopo” pubblicato dall’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, che traccia un bilancio di questa guerra, iniziata il 7 ottobre 2001.
In realtà l’onere finanziario complessivo della missione italiana è assi più pesante considerando i suoi costi indiretti, difficilmente quantificabili: l’acquisto ad hoc di armi, munizioni, mezzi da combattimento ed equipaggiamenti, il loro continuo aggiornamento a seconda delle esigenze operative e il ripristino delle scorte, l’addestramento specifico del personale e, non da ultimo, i costi sanitari delle cure per le centinaia di reduci feriti e mutilati.
In sedici anni la guerra in Afghanistan è costata complessivamente 900 miliardi di dollari: 28mila dollari per ogni cittadino afgano (che mediamente ha un reddito di 600 dollari l’anno).
In termini umani è costata la vita di 3.500 soldati occidentali (53 italiani) e di 140mila Afgani tra combattenti (oltre 100mila, un terzo governativi e due terzi talebani) e civili (35mila, in aumento negli ultimi anni, quelle registrate dall’ONU: dato molto sottostimato che non tiene conto delle tante vittime civili non riportate). Senza considerare i civili afgani morti a causa dell’emergenza umanitaria provocata dal conflitto: 360mila secondo i ricercatori americani della Brown University.
Chi sostiene la necessità di portare avanti questa guerra si appella alla difesa dei progressi ottenuti. Quali? A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane e imputabile al lavoro di organizzazioni internazionali e Ong, non certo alla NATO), l’Afghanistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite).
Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra della minoranza tagica) è tra i più inefficienti e corrotti al mondo e ben lontano dall’essere uno Stato di diritto democratico: censura, repressione del dissenso e tortura sono la norma. Per non parlare del problema del narcotraffico (si veda qui).
La cartina al tornasole dei progressi portati dalla presenza occidentale è il crescente numero di Afgani che cerca rifugio all’estero: tra i richiedenti asilo in Europa negli ultimi anni, gli Afgani sono i più numerosi dopo i Siriani.
Anche dal punto di vista militare i risultati sono deludenti. Dopo sedici anni di guerra, i talebani controllano o contendono il controllo di quasi metà Paese. Una situazione imbarazzante che ha spinto il presidente americano Donald Trump a riprendere i raid aerei e rispedire truppe combattenti al fronte, e la NATO a spostare i consiglieri militari dalle retrovie alla prima linea per gestire meglio le operazioni e intervenire in caso di bisogno.
Sul fronte occidentale sotto comando italiano dove, per fronteggiare l’avanzata talebana, dall’inizio dell’anno i nostri soldati (un migliaio di uomini, il secondo contingente dopo quello USA: alpini della brigata Taurinense e forze speciali del 4° reggimento alpini paracadutisti) sono tornati in prima linea a pianificare e coordinare le offensive dei soldati afgani.
Gli esperti militari dubitano del successo di questa strategia: perché mai poche migliaia di truppe che combattono a fianco dell’inaffidabile esercito locale dovrebbero riuscire laddove gli anni passati hanno fallito 150mila soldati occidentali armati fino ai denti? Secondo esperti e diplomatici, l’unica via d’uscita è il dialogo con i talebani e la loro inclusione in un governo federale e multietnico, il ritiro delle truppe USA e NATO e la riconversione della cessata spesa militare in ricostruzione e cooperazione.
È opportuno ricordare che i talebani, fortemente sostenuti dalla maggioranza pashtun degli Afgani, non rappresentano una minaccia per l’Occidente poiché la loro agenda è la liberazione nazionale, non la jihad internazionale: combattono i jihadisti stranieri dell’ISIS–Khorasan infiltratisi in Afghanistan e non hanno mai organizzato attentati in Occidente (né hanno avuto alcun ruolo negli attacchi dell’11 settembre, che avevano apertamente condannato).
L’alternativa è il prolungamento indefinito di una guerra sanguinosa che nessuno ha la forza di vincere e che sprofonderà l’Afghanistan in una situazione di caos e instabilità crescenti, facendone un rifugio ideale per formazioni terroristiche transnazionali come ISIS-Khorasan.
Una prospettiva pericolosa ma utile da un punto di vista geostrategico, poiché uno stato di guerra permanente giustificherebbe un’altrettanto permanente presenza militare occidentale che, seppur minima, basterebbe a scoraggiare interferenze da parte di potenze regionali avverse (Russia, Cina, Iran, Pakistan) desiderose di estendere la loro influenza strategica, stroncare il narcotraffico afgano che le colpisce e, non ultimo, mettere le mani sulle ricchezze minerarie afgane (in particolare le ‘terre rare’ indispensabili per l’industria hi-tech) valutate tra i mille e i tremila miliardi di dollari.
Enrico Piovesana

Fonte

Enrico Piovesana: Afghanistan 2001-2016

La verità autentica è sempre inverosimile.
Fëdor Dostoevskij

Il video della conferenza, svoltasi a Bologna lo scorso 16 aprile.

Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina

COVER_afghanistan“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Parto dalle parole conclusive di Enrico Piovesana, giornalista e autore di “Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio” pubblicato da Arianna Editrice, per introdurre l’incontro/confronto ospitato al CostArena di Bologna.
Tra il 2014 e il 2015, il consumo di eroina nel Vecchio continente è raddoppiato, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo i più recenti dati resi pubblici dal CNR, l’Italia è seconda soltanto alla Gran Bretagna, in Europa, in termini di consumo. Un dato che, da solo, dovrebbe spingerci a ritroso nella via che porta la droga in Europa, attraverso quella rotta balcanica che fino a qualche anno fa era abbandonata, e ancora indietro attraverso i Paesi mediorientali per approdare in Afghanistan.
Enrico Piovesana ha iniziato a frequentare la regione di Helmand nel 2003 e ci è tornato regolarmente fino al 2013, in teoria doveva occuparsi prevalentemente di temi umanitari per Emergency, tuttavia qualcosa si è evoluto in corso d’opera: “Quando ti trovi a lavorare nella zona capitale mondiale dell’oppio, tutti ne hanno a che fare ed è vissuta come una cosa normale“.
La gente della zona ha ripreso a coltivare l’oppio dopo la guerra del 2001 (precedentemente un editto del Mullah Omar ne aveva vietato la coltivazione) e oggi si susseguono operazioni NATO, presente nell’area con contingenti prevalentemente statunitensi, britannici e canadesi, che vanno a sequestrare ampie quantità di oppio da contadini. ”Vengono colpiti soprattutto – spiega Piovesana – quelli che non hanno pagato la ‘decima’ al Governo. Ciò accade, solitamente, per due ragioni: c’è chi non ha soldi per pagarla e chi si trova a vivere in zone controllate dai Talebani e quindi è a loro che va la tassa“. Il risultato è un clima di guerriglia costante per il controllo economico della produzione dell’area.
In questa battaglia per il potere politico-economico sono molti gli attori in gioco: il governo, l’ex presidente Karzai, i potenti locali, i vari contingenti internazionali, i clan con le loro milizie private, i Talebani, la DEA e le altre agenzie anti-droga. “Il punto assurdo – commenta Piovesana – è che almeno i trafficanti andrebbero colpiti, invece si lascia tutto com’è e chi perde è la povera gente. Un esempio su tutti: il fratello dell’ex presidente Karzai è legato al mondo del narcotraffico, tutti lo sanno, ma è troppo potente per essere colpito. Un’inchiesta del 2009 del New York Times ha denunciato il fatto che Karzai, come altri narcotrafficanti legati al mondo afgano, era a libro paga della CIA.”
Non si tratta poi di un caso isolato, anche i documenti resi pubblici da Wikileaks raccontano una storia simile: in Afghanistan, il mercato dell’oppio e dell’eroina è rinato, fiorente, in questi 15 anni di presenza militare internazionale e proprio le autorità occidentali non hanno agito, se non in casi isolati, per contrastare queste attività criminose.
La priorità è, ancora oggi, quella di assicurare la sicurezza interna al Paese. Un obiettivo cui vengono sacrificati molti altri fattori fondamentali per uno state building efficace: stato sociale, lotta a criminalità e corruzione, diritti umani sono scesi nell’agenda politica lasciando un grande vuoto in cima dove logiche da realpolitik la fanno da padrone. Enrico Piovesana si spinge oltre ipotizzando che la connivenza tra le forze USA e il business di oppio ed eroina non sia determinato da un semplice laissez-faire, ma sia ormai frutto di una vera e propria strategia consapevole orchestrata dalla CIA. ”Anche nei mercati dove andavo per incontrare contadini e mercanti, ricorda il giornalista, nessuno si stupiva della presenza di un bianco. Erano assolutamente abituati. Anzi, mi raccontavano di come grossi quantitativi venivano portati nelle basi NATO“. Da lì alla Turchia, al Kosovo grazie alla mafia macedone e poi nei mercati europei: questa è la nuova/vecchia via dell’eroina.
Per il giornalista la chiave per comprendere il conflitto e il coinvolgimento dei vari attori è quella storica: “Mi sono documentato e mi sono accorto che siamo di fronte ad un sistema che si ripete dall’Ottocento e la guerra dell’oppio, sistematicamente dal 1947. I casi sono molti, dalla Sicilia a Marsiglia, poi l’Indocina, l’America Centrale. L’Afghanistan è solo l’ultimo caso in cui ci si appoggia a narcotrafficanti per opportunità politica passando dal chiudere un occhio al prendere parte alla gestione del sistema.”
Un sistema oliato ed esportabile, tant’è che le autorità antidroga russe e britanniche hanno già denunciato che l’ISIS ha messo le mani sulla tratta balcanica dell’eroina, un commercio più “sicuro” rispetto a quello del petrolio e una consistente fonte di finanziamento. “L’indignazione non basta, conclude Piovesana, tutto ciò ci tocca da vicino. Alcune statistiche parlano di 100.000 morti all’anno in Europa. Non è un prezzo troppo alto da pagare?”.
Angela Caporale

Fonte

Afghanistan 2001-2016

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Un viaggio-inchiesta che ci conduce alla scoperta del lato più oscuro e meno dibattuto della guerra in Afghanistan: quello della connivenza delle forze d’occupazione americane e alleate con il business dell’oppio e dell’eroina in nome di una cinica scelta di realpolitik.
Una spregiudicata strategia, orchestrata dalla CIA secondo una pratica operativa attuata dall’agenzia fin dalla sua nascita, che ha provocato il boom della produzione di oppio afgano e del traffico internazionale di eroina, con il coinvolgimento degli stessi militari alleati, italiani compresi.
La conseguenza è una nuova epidemia globale di tossicodipendenza che miete silenziosamente centomila vittime ogni anno, soprattutto in Europa e in Russia.
Chi ha tratto vantaggio da tutto questo? Sicuramente alcune grandi banche, sopravvissute alla crisi solo grazie ai capitali frutto del riciclaggio di narcodollari. Non ultimo l’ISIS, che sta facendo del traffico di eroina afgana uno dei suoi principali canali di finanziamento nel contesto di una terza guerra mondiale non dichiarata, combattuta asimmetricamente con ogni mezzo criminale.

Afghanistan 2001-2016.
La nuova guerra dell’oppio
di Enrico Piovesana,
Arianna editrice, 2016, € 8,90

L’autore:
ha lavorato per anni in Afghanistan come inviato di PeaceReporter (testata giornalistica dell’Ong Emergency), realizzando reportage di guerra e inchieste sull’oppio.
È stato inviato anche in Pakistan, Cecenia, Nord Ossezia, Bosnia, Georgia, Sri Lanka, Birmania e Filippine. I suoi reportage sono stati pubblicati anche su L’Espresso, Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Manifesto, Famiglia Cristiana, Diario, Il Venerdì di Repubblica, Left e Oggi. Attualmente collabora con Il FattoQuotidiano scrivendo di politica internazionale, difesa, spese militari e commercio d’armi.

L’espansione NATO trascina l’Europa alla guerra

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Comunicato del Comitato No guerra No NATO

La decisione del Consiglio Nord Atlantico di invitare il Montenegro a iniziare i colloqui di accesso per divenire il 29° membro dell’Alleanza, getta benzina su una situazione già incandescente. Tale decisione conferma che la strategia USA/NATO mira all’accerchiamento della Russia.
Il Montenegro, l’ultimo degli Stati nati dallo smantellamento della Federazione Jugoslava con la guerra NATO del 1999, ha, nonostante le sue piccole dimensioni, un importante ruolo geostrategico nel Balcani. Possiede porti utilizzabili a scopo militare nel Mediterraneo e grandi bunker sotterranei che, ammodernati, permettono alla NATO di stoccare enormi quantità di munizioni, comprese armi nucleari.
Il Montenegro è anche candidato a entrare nell’Unione Europea, dove già 22 dei 28 membri appartengono alla NATO sotto comando USA. Nonostante che perfino l’Europol (l’Ufficio di polizia della UE) abbia messo sotto inchiesta il governo di Milo Djukanovic, perché il Montenegro è divenuto il crocevia del traffico di droga dall’Afghanistan all’Europa e il più importante centro di riciclaggio di denaro sporco.
Dopo aver inglobato dal 1999 al 2009 tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Unione Sovietica e due della ex Federazione Jugoslava, la NATO vuole ora impadronirsi del Montenegro per trasformarlo in base della sua strategia aggressiva. Si avvale a tal fine della complicità del governo Djukanovic, che all’interno reprime duramente la forte opposizione democratica all’entrata del Montenegro nella NATO.
La NATO mira oltre. Si prepara ad annettere Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Ucraina e altri Paesi, per espandersi, con le sue basi e forze militari comprese quelle nucleari, sempre più a ridosso della Russia.
In questa gravissima situazione, in cui l’Europa viene trascinata nella via senza uscita della guerra, il Comitato No Guerra No NATO

  • chiama alla più ampia mobilitazione per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per un’Italia neutrale e sovrana che si attenga all’Art. 11 della Costituzione;
  • chiama i movimenti europei anti-NATO a unire le forze in questa battaglia decisiva per il futuro dell’Europa;
  • esprime la sua solidarietà ai movimenti e alle persone (politici, giornalisti e altri) che, in Montenegro, si battono coraggiosamente contro la NATO per la sovranità nazionale.

Catania, 5 dicembre 2015

Stato, mafia e Gladio

Il giornalista Maurizio Torrealta risponde a una domanda in merito al processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, affermando che in realtà i soggetti coinvolti erano (sono?) tre, non due: Stato, mafia e servizi segreti atlantici, cioè Gladio-Stay Behind, impropriamente detti “servizi deviati”.
E cita un episodio, un convegno a Courmayer, dove il figlio di William Colby, ex capo della CIA per molti anni, gli disse che Cosa Nostra era tutta “arruolata”…

“I signori della droga hanno ballato di gioia, quando gli USA mi hanno messo all’indice” – il capo dell’anti-droga in Russia

I cartelli internazionali della droga hanno beneficiato delle sanzioni degli Stati Uniti volte a isolare la Russia, il capo dell’anti-droga Viktor Ivanov ha detto a Russia Today. Egli ha anche respinto le accuse portate contro di lui durante le udienze del caso Litvinenko a Londra come “una farsa”.

RT: Un anno fa, il 20 marzo 2014, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama – abbastanza sorprendentemente per chiunque, e probabilmente anche per lei – ha emesso un Ordine Esecutivo che l’ha inclusa nella lista nera delle persone soggette alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Per quale motivo lei pensa che lo abbia fatto?
Viktor Ivanov: In effetti, è stata davvero una sorpresa, non solo per me, ma anche per i miei colleghi americani, funzionari dell’amministrazione presidenziale e della Drug Enforcement Administration (DEA). In realtà essi mi hanno detto che questa decisione era venuta direttamente dal vertice. Vorrei far notare che mettere il capo dell’agenzia russa di controllo della droga su una lista nera non ha comportato nulla di buono né per gli Stati Uniti né per la Russia. Gli unici a beneficiare di questo sono stati i trafficanti internazionali di droga, e credo che i signori della droga abbiano ballato di gioia nel vedere la fine di una così forte collaborazione anti-droga. Continua a leggere

Il Messico come laboratorio?

Centomila morti in sei-sette anni, 250 fosse comuni piene di cadaveri negli ultimi due anni e 27mila persone scomparse da quando l’ex presidente Calderón, nel dicembre del 2006, lancia la guerra al narcotraffico.
Nonostante questi dati terrificanti, il Messico non sembra attirare l’attenzione dei nostri media, tutti impegnati a seguire gli USA nella cosiddetta “guerra al terrorismo”.
Il massacro di Iguala, avvenuto fra il 26 e il 27 settembre scorsi nello stato di Guerrero, ha parzialmente riportato l’attenzione sulla violenza crudele e spietata del Messico odierno.
Nell’articolo a seguire, André Maltais cerca di far luce sulle origini del problema: il terrore si rivela lo strumento indispensabile per mantenere l’ordine sociale esistente, un ordine che si fonda sul saccheggio delle ricchezze naturali del Messico attraverso l’imposizione del liberismo selvaggio che si sostanzia nel NAFTA, il trattato di libero scambio con USA e Canada.
Il NAFTA, dal canto suo, rappresenta il modello ricalcando il quale gli Stati Uniti tentano di disegnare il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), i cui contenuti -attualmente negoziati con i delegati dell’UE- sono pressoché sconosciuti alla maggioranza dei cittadini europei.

Il terrore per governare il Messico

Meno di un mese prima dell’omicidio di sei giovani e della scomparsa di 43 studenti della Scuola Normale rurale Ayotzinapa per mano della polizia municipale di Iguala, un rapporto di Amnesty International ha rivelato un aumento del 600% dei casi di tortura inflitta da agenti statali in Messico, durante gli ultimi dieci anni.
Intitolato Fuori controllo: tortura e altri maltrattamenti in Messico, questo rapporto mostrava che l’impunità è quasi totale e che le due istituzioni incaricate di proteggere le vittime, il Procuratore generale della Repubblica e la Commissione nazionale dei diritti umani, non agiscono praticamente mai in loro favore.
Ora, il terribile massacro, avvenuto nella notte fra il 26 e il 27 settembre, evidenzia ciò che permette tutta la barbarie e tutta l’impunità: una profonda collusione fra il crimine organizzato e tutte le istituzioni messicane.
Quella notte, attorno a Iguala, la polizia ha più volte attaccato dei semplici studenti disarmati, prima di consegnarli vivi o morti ai loro complici del crimine organizzato. La sparatoria è andata avanti per ore, ma nessuna forza ufficiale di polizia, né locale né federale, ha protetto quei giovani, nonostante fosse presente in tutta la zona, presumibilmente per combattere i trafficanti di droga.
Alcuni feriti sono stati portati in una base dell’esercito federale e negli ospedali privati, dove si sono rifiutati di curarli.
Qualche giorno dopo la carneficina, i Guerreros unidos (GU), principale gruppo criminale della regione e presunto responsabile delle sparizioni, hanno tappezzato di scritte i muri delle città circostanti, chiedendo la liberazione degli agenti della polizia municipale detenuti e minacciando di rivelare altre complicità fra il narcotraffico e le istituzioni messicane.
L’amministrazione municipale d’Iguala, ci ha detto l’antropologo messicano Miguel Angel Adame, è una delle tante amministrazioni municipali totalmente dominate da una combinazione di gruppi criminali e di funzionari ultra-corrotti. Il sindaco, Jose Luis Abarca, finalmente arrestato il 4 novembre, è sposato con Maria de los Angeles Pineda, sorella di tre membri dei GU.
Abarca è stato eletto sindaco d’Iguala nel 2012, grazie a Lazaro Mason, attuale segretario alla Salute del governatore dello Stato di Guerrero, Angel Aguirre. Amico d’infanzia della moglie di Abarca, Mason ha scelto il nuovo sindaco proprio per i suoi legami con la criminalità organizzata.
Ѐ stato fra il 2002 e il 2005, continua Adame, che Mason, allora sindaco d’Iguala, accetta sostanziose somme di danaro settimanali e garanzie di rielezione in cambio della protezione legale delle attività dei trafficanti di droga, compreso il riciclaggio dei loro soldi in attività economiche, sociali e commerciali del comune.
Arriva allora un primo gruppo criminale che “negozia” la semina e la raccolta di marijuana nei campi dei contadini. Più tardi, arrivano altre bande di trafficanti e si radica la cultura criminale che conosciamo: reclutamento di giovani sicari, rapimenti in cambio di riscatti, scomparse, sfruttamento di migranti centroamericani, esecuzioni, ecc.
I cartelli della droga, scrive Rafael de la Garza Talavera, dottore messicano in scienze politiche, non trovano nessuna difficoltà nel promuovere lo sviluppo della delinquenza nelle campagne di Guerrero, una delle tante regioni del Messico devastate socialmente da più ondate di privatizzazioni, deregolamentazioni economiche e tagli di bilancio alla salute, all’istruzione e al benessere.
I giovani della regione, continua Talavera, rappresentano più del 70% della popolazione e non hanno altro avvenire, nel loro paese espropriato, se non l’emigrazione verso il nord o la guerra contro altri giovani provenienti dalle loro stesse classi sociali.
Nel 2012, i GU finiscono per imporsi grazie a un regime di terrore completamente appoggiato dalla polizia municipale e dal comune di Iguala, dove sono appena arrivati Abarca e sua moglie. I GU utilizzano anche le infrastrutture della polizia municipale per le loro operazioni di tortura, esecuzioni e sepolture di cadaveri.
Questo accade sotto il naso del 27° battaglione dell’esercito federale che, dal 2006, ha, anche a Iguala, un quartier generale operativo, invaso dalle denunce della popolazione locale.
Queste ultime prendono di mira anche il governatore dello Stato, Angel Aguirre, che si è dimesso lo scorso 23 ottobre, in seguito all’ampiezza delle manifestazioni popolari. Aguirre non solo era a conoscenza di quanto stava accadendo a Iguala, ma era anche complice delle tante sparizioni forzate ed esecuzioni extra-giudiziali di ecologisti, studenti delle scuole rurali, oppositori politici, militanti di organizzazioni di agricoltori e membri di comunità di autodifesa.
Nonostante tutto ciò, né il Procuratore generale della Repubblica, Jesus Murillo Karam, né alcun’altra agenzia federale, hanno mai avviato una seria inchiesta su questi casi.
Abarca e Aguirre sono membri del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), supposto partito di centro-sinistra del Paese, fondato negli anni ottanta da Cuautemoc Cardenas. Mazon, che si prepara a sostituire Aguirre come governatore di Guerrero, appartiene al Movimento per la rigenerazione nazionale (MORENA), nuovo partito di centro-sinistra originatosi dal PRD, nel 2011, e guidato da Andrés Manuel Lopez Obrador.
Questo dimostra il livello di decomposizione raggiunto dalla sinistra politica ufficiale in Messico. Nel 2012, il PRD ha aderito al Patto per il Messico, un’unione di partiti politici di destra, per permettere al presidente Henrique Pena Nieto, eletto di recente in modo fraudolento, di adottare facilmente le sue “riforme strutturali di terza generazione” riguardanti, fra l’altro, il sistema dell’istruzione, i rapporti di lavoro e la privatizzazione del petrolio messicano.
L’appartenenza dei sospetti alla presunta sinistra, ci dice Manuel Aguilar Mora, è molto utile agli interessi del presidente e della destra messicana, poiché costringe il PRD e MORENA a difendere, davanti a un’opinione pubblica indignata, la tesi governativa di un episodio eccezionale di violenza, opera di una “coppia infernale”.
La verità, ci dice Talavera, è che il governo federale messicano non vuole per niente fermare l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle istituzioni del Paese perché esso ne ha assolutamente bisogno per mantenere quell’insopportabile modello economico che esso impone.
La criminalità organizzata fornisce allo Stato l’arma del terrore che è in questo momento la sola che può impedire una nuova rivoluzione messicana. La violenza senza nome del crimine organizzato (uno degli studenti uccisi il 26 settembre è stato ritrovato col viso schiacciato e gli occhi strappati) consente al governo ogni tipo di violenza e repressione che può in seguito attribuire a quella stessa criminalità organizzata.
Ѐ questa, ora, la governabilità, in un Messico che, nel corso degli ultimi trent’anni, è stato poco a poco violentemente spogliato di quasi tutte le sue ricchezze naturali.
Secondo l’organizzazione Forze unite per i nostri scomparsi in Messico (FUDEM), la guerra contro la droga ha fatto, tenendo anche conto delle proporzioni temporali, quasi il doppio dei morti attribuiti allo Stato Islamico in Irak. Inoltre, fra il 2007 e il 2010, i cartelli messicani avrebbero ucciso 293 cittadini statunitensi, alcuni per decapitazione.
Nonostante ciò, scrive il politologo argentino Atilio Boron, nonostante le fosse comuni di corpi umani smembrati e bruciati che si continuano a scoprire, e nonostante l’impunità concessa alle forze dell’ordine e ai politici corrotti, il presidente messicano neoliberale non è minimamente attaccato dalla stampa internazionale, come è successo a quello del Venezuela, l’inverno scorso, per una situazione infinitamente meno grave.

(Introduzione e traduzione a cura di M. Guidoni)

Il Kosovo, ancora il Kosovo

kusavo flag“Nei drammatici avvenimenti e scenari di guerra in Ucraina e non solo, la cosiddetta “questione Kosovo” attraversa analisi, riferimenti, raffronti, alle volte in modo consono, altre volte strumentale. Chi semina vento raccoglie tempeste, si potrebbe sintetizzare, riferendosi alle strategie e scelte delle leadership occidentali e statunitensi in primis.
Un aspetto sicuramente emerge come dato di fatto, grazie all’”operazione Kosovo”, gestita dalla NATO, lo stravolgimento e annichilimento del Diritto Internazionale, cominciato con il processo di distruzione della Jugoslavia e approdato alla rapina della provincia alla Serbia, ha aperto scenari di destabilizzazione e conflittualità dilaganti e a macchia d’olio in ogni angolo del mondo. Ma il Kosovo resta un modello solo per quelle realtà filo occidentali e vogliose di vendere la propria indipendenza e sovranità ai grandi poteri finanziari e militari occidentali.
Al contrario per paesi e popoli alla ricerca di autonomi ed indipendenti processi di sviluppo e soluzione dei propri problemi, il Kosovo non può essere un modello; semplicemente perché il Kosovo è una soluzione imposta con una guerra della NATO, estraneo a qualsiasi processo di emancipazione, liberazione o indipendenza di un popolo.
Il Kosovo è semplicemente un entità che esiste e sopravvive solo grazie alla presenza di forze militari straniere che impongono lo status quo, per propri interessi geostrategici e per una scelta geopolitica, estranea agli stessi interessi della popolazione onesta albanese. Senza di queste in pochi giorni tornerebbe ad essere ciò che è sempre stato, una provincia serba in cui hanno da sempre convissuto, quattordici minoranze paritariamente, e non ciò che è oggi: un narcostato nel cuore dell’Europa, teatro di pulizie etniche, violenze, terrore e criminalità, imposte da una dirigenza criminale e terrorista alla popolazione civile, occupato militarmente da migliaia di soldati stranieri (occidentali) e dalla più grande base statunitense dai tempi del Vietnam.”

Il Kosovo, ancora il Kosovo, dopo la Crimea, ora anche nell’Ucraina orientale, la “questione Kosovo” ineluttabilmente riemerge, come una metastasi, di Enrico Vigna continua qui (il collegamento inserito è nostro).

La pace va conquistata

clintonbill“Da dove comincia l’attuale Kosovo? Per me è iniziato dall’aeroporto di Zurigo – dove si fa scalo giungendo da Roma – all’imbarco per Pristina; lì presiedeva una moltitudine di facce anomale, quasi “incidentate” per la peculiare fisionomia storta e scomposta. Volti granitici, sgraziati e già vecchi, cui ne seguivano altri, quelli delle donne, che, fisse al seguito degli uomini, trovavano riparo sotto il velo: Schipetari, dunque. Di Serbi, a bordo, nemmeno l’ombra; eppure la terra verso cui viaggiavo e che distava poco più di un’ora, la abitano ancora, malgrado tutto e tutti, i Serbi del Kosmet, anzi è proprio la loro, quella terra, solo che a essi non è consentito partire e poi tornare come un qualsiasi cittadino della Comunità Europea o un serbo qualsiasi. Ecco perché la mia prima comprensione ha avuto origine in Svizzera, Paese che poco c’entra con le rovine del sacro Kosmet.
L’appartenenza di questa Provincia alla Serbia è inscritta ancora oggi non solo al catasto, ma nella Storia: fin dal Medioevo sbocciarono chiese e benedizioni, lotte sanguinose e fiere, fierissime sconfitte, tra cui spicca la Battaglia della Piana dei Merli (1389), che vide le truppe ottomane, guidate dal sultano Murad I, sconfiggere quelle cristiane del principe Lazar. Composte da 50.000 unità, le prime, e soltanto dalla metà, le seconde.
Fu una disfatta tremenda: perirono nobili e cavalieri – l’aristocrazia, dunque; nulla a che vedere con gli odierni mercenari – e venne aperta la via alla dominazione turca che, a distanza di cento anni, si sarebbe insediata nell’invitta memoria serba. Dalla rovinosa battaglia fiorirono un’epica e un’eredità irripetibili: non separarsi mai dal destino della propria terra, che, in tutto e per tutto, coincide con quello individuale e comunitario dei Serbi.
Ancora, tanta storia celeste è rintracciabile nelle spoglie immortali – il suo corpo che profuma di rose, dopo secoli, non ha mai preso la rigidità destinata a ogni comune mortale – del Santo Stefano Uroš, fondatore di Visoki Dečani, il monastero più importante, più assediato e più bello di tutto il Kosmet, meta di ogni pellegrinaggio del cristianesimo ortodosso, in cui si trova la rarissima, o forse unica, icona del Cristo con la spada: la pace va conquistata, non subita.
La geografia terrena, però, oggi spesso non coincide con quella spirituale ed è così che, attraversando Pristina – capitale per gli “indipendentisti”, semplice capoluogo per i Serbi – sembra di piombare nella modernità più consunta: palazzi in serie, negozi in franchising, macchine lussuose e ingombranti, night club e divertissement squisitamente occidentali. Addentrandosi nella città, ci si trova in boulevard Bill Clinton, in onore dell’ex presidente americano, che ha favorito la cacciata del popolo serbo e che sullo stesso viale gode persino di una statua, lì eretta nel 2009 per non dimenticare tanto favorevole “accordo” degli onnipresenti Stati Uniti.”

Il reportage di Fiorenza Licitra, Orizzonti dal Kosovo e Metohija, continua qui.

Sesso, droga e Afghanistan

parolisi

La droga afghana uccise Melania Rea. Un libro choc riapre il caso Parolisi,
di Alberto Berlini

Carmela Melania Rea il 18 aprile 2011 era uscita gioiosa con figlioletta e marito per una gita sul pianoro di Colle San Marco, una collina alta 600 metri che sovrasta Ascoli Piceno. Il suo cadavere, straziato, viene ritrovato 48 ore dopo sul lato opposto del pianoro. Per la morte della giovane donna, il 26 ottobre del 2012 viene condannato all’ergastolo il marito, il caporal maggiore capo degli Alpini, Salvatore Parolisi. Ma sul caso restano dubbi e teorie che raccontano un’altra verità.
Se il Parolisi è personaggio che, come ampiamente dimostrato, è stato traditore dell’amore coniugale, questo non vuol dire che sia automaticamente l’assassino della moglie. Nella fase iniziale delle indagini sono state sondate numerose piste, da quella sessuale dei festini organizzati con le allieve della caserma Clementi, alla pista camorristica e delle infiltrazioni nelle nostre strutture militari, fino a quella dei traffici di droga che vedrebbero coinvolti, a causa del problema “ambientale endemico” dell’eroina afgana raccontato nelle pagine del libro di Alessandro De Pascale e Antonio Parisi “Il caso Parolisi, sesso droga e Afghanistan” in uscita per Imprimatur editore.
È ormai un fatto assodato, ad esempio, il massiccio uso di droga e psicofarmaci da parte delle truppe impegnate in Afghanistan, un Paese che produce oltre il 90 per cento di tutto l’oppio e l’eroina mondiali. E dove si è registrato un vertiginoso aumento negli ultimi due anni proprio nelle province sotto il controllo italiano, nelle quali aveva operato lo stesso Parolisi.
Un sottile filo rosso che lega Parolisi ai campi di papavero afgani: non ci sono prove definitive, ma Melania Rea potrebbe essere stata uccisa non perché il marito vistosi negare da lei un rapporto sessuale, l’abbia massacrata a coltellate, ma perché qualcuno o qualche organizzazione criminale ha voluto vendicarsi o punire più o meno gravi “leggerezze” del marito. Se così fosse rimane da chiedersi quali siano le motivazioni del silenzio di Parolisi e perché preferisca beccarsi una condanna così pesante. Apparentemente, questa, può sembrare una scelta folle, senza senso. Ma nel caso quei segni sul corpo della povera Melania, la siringa nel petto e il laccio emostatico, siano un messaggio destinato alle altre persone a conoscenza di questi inconfessabili segreti, questo sarebbe immediatamente stato compreso da chi doveva capire.
Alle ore nove del 25 settembre, presso la Corte d’appello de L’Aquila si aprirà il processo di secondo grado per la morte di Melania. Parolisi, ormai dietro le sbarre da due anni, ha già fatto sapere, tramite il suo avvocato, che sarà presente in aula e che stavolta vuole un processo vero, le cui porte dovranno essere aperte anche alla stampa.
La polvere del deserto afgano finiranno forse per invadere le aule dei tribunali. A Kabul c’è chi gioca sporco. Ne sono convinti i due autori del libro che contiene una inchiesta giornalistica che conduce dritto dritto in Asia e nel pantano della missione ISAF-NATO. C’è poi la criminalità organizzata italiana, segnatamente la camorra, come sempre insuperabile quando si tratta di fiutare e intuire ogni possibilità di lucro, che si sarebbe già bellamente installata nel Paese asiatico, mettendosi persino a raffinare eroina sul posto. L’anarchia data da questi 12 anni e mezzo di guerra ha portato l’Afghanistan a produrre nel 2006 un terzo in più di tutto l’oppio usato nel mondo, le narcomafie a trasformare la Russia putiniana nel primo consumatore mondiale di eroina, i signori della droga a fare affari d’oro, anche grazie agli stessi militari.

[I collegamenti inseriti sono nostri – ndr]

La nuova “missione di pace” in Afghanistan

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E hanno già coniato il nome…

Come aveva anticipato Analisi Difesa le truppe italiane destinate a restare in Afghanistan dopo il 2014 nell’ambito della missione NATO Resolute Support non saranno poche decine (come aveva sostenuto giorni fa il ministro della Difesa, Mario Mauro) ma tra 500 e 700. Effettivi numericamente simili ai 6/800 tedeschi che manterranno la presenza nel nord afghano. Ne hanno discusso il 20 giugno a Herat i ministri della Difesa di Italia, Germania ed Afghanistan.
Sara’ il Parlamento – ha premesso il ministro Mario Mauro – a valutare e poi votare sulla nostra nuova missione. Io sono qui par raccogliere informazioni e dico che non possiamo far mancare il nostro sostegno a questo Paese, se non vogliamo che torni l’atroce dittatura del passato. Resolute Support sarà una missione no combat, con l’obiettivo di proseguire l’assistenza e l’addestramento alle forze di sicurezza afgane. Non sono più previsti compiti di contrasto all’insorgenza o al narcotraffico. Gli italiani rimarranno nella zona di Herat anche dopo il 2014, con un numero di addestratori compreso tra 500 e 700.
Ma, come ha sottolineato il ministro tedesco Thomas De Maiziere, “serve prima un accordo fra NATO e l’Afghanistan su quello che i militari della coalizione potranno o non potranno fare”. In sostanza, si sta discutendo che lo status giuridico di quelle che saranno le forze di Resolute Support, con l’obiettivo di evitare che siano sottoposte alle leggi di Kabul [sic – ndr].
Da parte sua il ministro afgano Dismillah Mohammadi, ha ostentato ottimismo. Tutto il territorio nazionale – ha assicurato – è sotto il pieno controllo delle forze di sicurezza afgane, tranne quattro distretti in cui è ancora forte l’influenza degli insorgenti. Ma una visita ad Herat, che pure è una delle province “tranquille”, racconta una realtà differente. Per il breve tragitto tra la base di Herat e la villa di rappresentanza del governatore dove c’è stata la colazione fra i tre ministri, sono stati impiegati elicotteri Chinook e tutte le delegazione hanno dovuto indossare giubbotto antiproiettile e casco protettivo. Il luogo, una piccola collinetta sulla città, era presidiato da un numero consistente di forze armate. La strada per la sicurezza dell’Afghanistan è ancora lunga.

Fonte
[Il collegamento inserito è nostro]

Gli affari vanno a gonfie vele

Visit to NATO by President Hamid Karzai of the Islamic Republic of Afghanistan

Karzai (Presidente Afghanistan): “Gli affari vanno a gonfie vele, eh amico?”
Rasmussen (Segretario generale NATO): “Sì, non ci lamentiamo”.

La notizia
I precedenti

Benvenuta opposizione!

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Il testo integrale della mozione depositata dal Movimento 5 Stelle presso la Camera dei Deputati, venerdì 12 Aprile, a sostegno del rientro immediato del contingente militare italiano dall’Afghanistan.

“La Camera,
premesso che:

– con i suoi 12 anni di coinvolgimento diretto del nostro Paese, la guerra in Afghanistan risulta essere più duratura rispetto a quelle che hanno caratterizzato il ‘900;
– esportare la democrazia utilizzando la forza militare è una contraddizione in termini;
– il modello politico, sociale e di sviluppo occidentale non è un valore universale;
– l’art.1 dello Statuto delle Nazioni Unite, l’art.1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e l’Atto Finale di Helsinki del 1975 sanciscono che l’autodeterminazione dei popoli è un diritto universale che permette a ogni popolazione di decidere liberamente il proprio statuto politico senza ingerenza esterna;
– il nostro Paese è intervenuto per contrastare il terrorismo internazionale e per tutelare i diritti umani ma storicamente la guerra si è dimostrata la negazione degli stessi;
– un altro obiettivo che si voleva raggiungere con l’intervento era contrastare la produzione di oppio, obiettivo fallito dato che sotto il regime talebano la stessa produzione era calata drasticamente per poi tornare a livelli preoccupanti solo successivamente all’intervento (oggi l’Afghanistan, con oltre il 90% della produzione, è il principale produttore di oppio al mondo);
– la situazione sanitaria in Afghanistan resta drammatica nonostante ONG e associazioni italiane operino nel pieno rispetto dei principi umanitari grazie a generosi contributi del popolo italiano;
– lo svolgimento delle attività economiche è reso difficile dalla guerra in atto;
– nonostante i buoni risultati ottenuti dalla campagna di alfabetizzazione delle forze ANP (polizia afghana), il numero di violazioni dei diritti umani perpetrati dalle stesse resta significativo.
– occorre prendere atto che la guerra è persa e che gran parte del territorio afghano è sotto controllo dei talebani e di altri gruppi armati non governativi;
– gli stessi USA stanno pensando a una exit-strategy non potendo più sostenere i costi di tale operazione militare specie in uno scenario di crisi economica globale;
– in questa guerra, dipinta come missione di pace, hanno perso la vita 52 nostri soldati e oltre 70.000 civili afgani, molti dei quali uccisi dai bombardamenti NATO ed è costata finora ai cittadini italiani oltre 4,5 miliardi di euro, denaro che sarebbe stato opportuno usare diversamente, ad esempio, per sostenere le PMI, l’istruzione o la sanità pubblica;
– l’art.11 della Costituzione Italiana dichiara che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;

impegna il Governo a elaborare e comunicare con chiarezza al popolo italiano un piano di rientro immediato del nostro contingente militare dall’Afghanistan;
alla costruzione della pace e dello sviluppo economico e sociale, a promuovere la tutela dei diritti umani e a migliorare la condizione delle donne e della società civile;
a un controllo diretto e mirato del sostegno economico italiano sia per i finanziamenti bilaterali che tramite accordi con la UE e con la NATO.”

Nel narco-staterello di Hashim Taci

kusavo flagKosovo. L’orrore diventa un film

Nel narco-staterello di Hashim Taci, il Kosovo e Metohija, si chiede in questi giorni di proclamare “persona non grata” il regista di fama mondiale Emir Kusturica perché intende a realizzare un film sulla tratta degli organi dei serbi fatta dai secessionisti schipetari dell’UCK. Kusturica ha affermato di non capire il nervosismo di Pristina perché non è stato lui a inventare questa storia, ufficialmente presentata da Dick Marty nel suo rapporto sui trattamenti inumani e i traffici d’organi dei serbi in Kosovo, relazione che puntava direttamente al premier kosovaro ed ex leader dell’UCK Hashim Taci, approvata il 16 dicembre 2010 dalla Commissione affari legali e diritti umani dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il film sarà realizzato basandosi su un romanzo di Veselin Dzeletovic intitolato “Il cuore serbo di Johann”. Si tratta della storia vera di un tedesco che porta nel petto il cuore di un serbo rapito dall’UCK e ucciso per strappargli il cuore e venderlo al mercato nero. Questo tedesco ha poi adottato il figlio della vittima. L’autore del romanzo ha parlato direttamente con l’uomo tedesco, molte volte, dal 2004 al 2007. Lo scrittore Dzeletovic racconta: “Sono andato nel Kosovo e Metohija a portare libri da donare e lì ho sentito parlare di una donna serba violentata da cinque schipetari e che si è suicidata non potendo più vivere con quel ricordo tremendo. Quella donna è stata la moglie di un mio amico rapito dagli schipetari nel 1999. Durante la sepoltura della poveretta, nel cimitero con molti monumenti distrutti dagli albanesi, c’era un tedesco che voleva aiutare materialmente la famiglia della donna perché aveva saputo da chi e come aveva avuto il suo cuore trapiantato. Voleva acquietare la propria coscienza. Intendeva donare una grossa cifra, ma dopo aver capito che il figlio della donna era rimasto solo, che non aveva fratelli né sorelle, ha deciso di adottarlo. Lo zio del ragazzo non accettava che il ragazzo diventasse tedesco e per questo il tedesco Johann accettò di convertirsi e diventare ortodosso per avere l’approvazione dello zio all’adozione. Il destino ha voluto invece quest’adozione. Oppure la volontà divina! Dunque, il tedesco stava nel povero cimitero ortodosso serbo vestito molto diversamente dalla gente del posto, cioè signorilmente. Seguiva i funerali con una certa distanza aristocratica e gli stava accanto in ogni momento un agente della BND cioè della Bundesnachrichtendienst (servizio informazioni federale della Repubblica Federale Tedesca). Ad un certo momento il ragazzo, la cui mamma veniva seppellita, si mise ad abbracciare le gambe di quel tedesco e disse ad alta voce: “Papà”. Il ragazzo istintivamente ha riconosciuto il cuore del suo padre in un altro uomo. È una storia tragica che non può lasciare indifferente nessuno. Tutti i fatti del mio romanzo sono veri tranne i nomi dei personaggi e del villaggio”. Il romanzo di Dzeletovic offre anche delle informazioni che nessuno voleva pubblicare finora, neppure Dick Marty. Per esempio, le operazioni del trapianto non venivano fatte in Albania, ma in Italia. I serbi rapiti venivano portati in Albania per essere uccisi secondo gli ordini che arrivavano: i loro organi venivano estratti in Albania con i metodi più crudeli e poi trasportati in frigoriferi in Italia. Sono stati usati i motoscafi con i quali si raggiungeva l’Italia in meno di tre ore. Le basi logistiche di questi traffici loschi sono state poste prima dell’aggressione della NATO alla Serbia, quando i figli dei poveri d’Albania venivano venduti agli italiani ricchi ancora prima del 1999. In tal modo sono stati stabiliti i primi contatti con i contrabbandieri cementati poi con i traffici illegali di sigarette e di droga. Ricordiamo che il testimone protetto K-144 del Tribunale dell’Aia dichiarò: “Io so di almeno 300 reni e di altri 100 organi estratti ai rapiti del Kosmet. Si estraevano anche il fegato e i cuori. Un rene si vendeva da dieci a cinquanta mila marchi tedeschi… Hashim Taci prendeva l’80% del guadagno che lui spartiva poi con altri comandanti dell’UCK…” Nella televisione irachena, un certo sceicco Bahramin si è vantato, nel 2000 ,d’aver avuto un cuore nuovo in Turchia. Diceva di stare benissmo e gli dispiaceva solo un fatto: il cuore era di un serbo cristiano. L’autore del romanzo “Il cuore serbo di Johann” ha detto d’aver incontrato recentemente un funzionario dell’Eulex e che era possibile che le indagini si sarebbero ampliate all’Italia e alla Germania. Comunque sia, Kusturica dice che girerà questo suo film in Russia, dove ha tanti amici che gli daranno una mano a realizzarlo. Ovviamente l’Europa, e specialmente i Balcani, compresi l’Albania e la stessa Serbia con la sua provincia del Kosovo e Metohija, cioè i territori dove sono avvenuti questi crimini, non sono un palcoscenico dove è possibile girare un film su questi delitti orrendi, anche se è stato comunque possibile commettervi questi crimini genocidi, non immaginabili da una mente normale. E con l’assoluta complicità di Bruxelles e di Washington.
Dragan Mraovic

Fonte

I soldati USA proteggono le coltivazioni di oppio afghano

Qui tante foto…

[Per chi vuole approfondire:
Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana
L’oppio afghano invade la Russia]

La base di Comiso fu un enorme affare

A trent’anni di distanza, si inizia a fare chiarezza sui retroscena degli assassinii di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
E sul fatto che la possibilità di schierare i missili a Comiso fu garantita dal controllo della mafia sul territorio…

“I giganteschi lavori cominciarono, per adattare ai missili lo sgangherato e vecchio aeroporto Magliocco di Comiso. Negli anni tra finanziamenti nazionali e statunitensi furono migliaia di miliardi, il cui ammontare definitivo non è calcolabile. Gli appalti per la base furono conferiti direttamente dalle autorità statunitensi col benestare della loro intelligence. Il consenso del Pci fu negoziato direttamente cogli Usa? Il dibattito sugli Euromissili – acceso dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt – cominciò a primavera del 1977. Giorgio Napolitano guidò la delegazione del Pci a Washington per garantire l’affidabilità atlantica del Pci, meno d’un anno dopo. Il tentativo della Democrazia Cristiana di far negare il visto da Washington alla delegazione del Pci fu un clamoroso fallimento. L’ambasciata statunitense a Roma, d’intesa col dipartimento di Stato, garantì il visto. Individuò evidentemente un preciso tornaconto.
La base di Comiso fu un enorme affare in forniture militari ma anche una cuccagna di appalti e di traffici illeciti d’ogni genere. Claudio Fava scrisse anni dopo: “Tutto questo, naturalmente, non è passato su Comiso e dintorni senza lasciare traccia: anzi; si è probabilmente avverata nel corso degli ultimi tre anni la “profezia” di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso dalla mafia: «…Si vedrà presto a Comiso lo scatenarsi della più selvaggia speculazione, dal traffico di droga al mercato nero, alla prostituzione, con il degrado più triste della nostra cultura e della nostra tradizione»”. Dalla relazione di minoranza (fra cui il Pci) della Commissione antimafia nel 1984 «(la base NATO di Comiso) rappresenta un elemento che accelera in modo impressionante i processi di degenerazione e di inquinamento della vita sociale e politica». Tutto vero e anche tutto prevedibile: sia mentre il Pci approvava la “doppia decisione della NATO”, sia quando, pochi mesi dopo, l’irriducibile Pio La Torre ricoprì la carica di segretario del Pci siciliano. La guerra per posizionarsi opportunamente per affondare le mani nelle montagne di miliardi cominciò tempestivamente e coinvolse molte parti. Riguardò la politica, la mafia e l’imprenditoria e quanti nelle rispettive organizzazioni avevano i contatti giusti in Italia e negli Usa.
Riguardò anche i servizi europei e statunitensi, senza escludere quelli sovietici. Quando le cifre sono da capogiro ogni accordo è possibile, ogni corruzione è probabile, ogni tradimento è giocabile.”

Da Comiso, la vera trattativa Stato-Mafia di Piero Laporta.

Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana

Da un’intervista a Sandro Donati, già consulente del Ministero della Solidarietà Sociale, direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di droga a livello globale.
La recente diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina, ha suscitato una certa apprensione presso la Casa Bianca

“La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza.
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel Paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel Triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il Triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del Triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei Paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del Paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazione in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei Paesi che consumano.”

“Vecchi trucchi” di J. Kleeves – nuova edizione

La politica estera degli USA obbedisce fin dalla fondazione di questo Stato ad alcune costanti operative, spesso controverse. In questo saggio l’Autore mette in luce gli obbiettivi fondamentali della politica estera degli USA fino ai giorni nostri, e ne illumina i metodi più shoccanti: l’uso disinvolto del denaro e l’utilizzo massiccio di una propaganda massmediale martellante; la programmazione scientifica dell’uso della violenza politica; l’utilizzo sistematico da parte dei Servizi Segreti dei proventi derivanti dallo spaccio internazionale di droga in tutto il mondo. Una serie di rivelazioni del tutto sconosciute in Europa, che si basano tuttavia su una immensa documentazione originale statunitense, frutto di un ampio dibattito sociale e politico a noi del tutto sconosciuto.
Ma questo saggio non si limita ad essere un j’accuse contro la politica globale statunitense; esso propone una chiave di lettura complessiva dell’evoluzione della scena politica planetaria che proprio oggi, nei giorni in cui le rivolte popolari scuotono le poltrone dei leader nordafricani, da decenni fidi custodi filo-occidentali dei propri territori, appare ancora più stimolante.

John Kleeves (pseudonimo di Stefano Anelli), ingegnere italo-americano, rifugiato in Italia dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti d’America, autore di una monumentale opera di critica della civiltà e della mentalità collettiva statunitense.
Morto tragicamente nel settembre 2010 a Rimini. Qualcuno sostiene che sia stato ucciso per le sue idee.

Vecchi Trucchi, Il Cerchio, Rimini, pp. 314, € 22
Per ordini ed informazioni:
tel. 0541/775977 fax. 0541/799173
info@ilcerchio.it

CIA = Cocaine Import Agency

Il quotidiano Mercury News di San José, California, ha rivelato che durante gli anni del confllitto in Nicaragua agenti della CIA, per finanziare i Contras, avrebbero venduto negli USA almeno cento tonnellate di cocaina.
L’operazione sarebbe stata concertata a tavolino da un agente CIA e alcuni capi dei Contras.
La droga, trasportata con aerei militari fino agli aereoporti del Texas, venne prima distribuita nei ghetti neri di Los Angeles, e da lì, negli anni ’80 si diffuse in tutto il Paese. Il crack e la cocaina distrussero i cervelli, e la volontà di protestare e lottare. E da allora la CIA è diventata “agenzia di importazione di cocaina”.
(…)
Fino agli anni ’80, per via dei costi elevati, la cocaina era consumata soltanto da artisti e i privilegiati del jet set, ma giusto un anno dopo, Reagan autorizzò la costituzione di un esercito per destabilizzare il governo di Daniel Ortega in Nicaragua, divenuto poi noto come fronte democratico nicaraguense (FDN) o Contras. Era agli ordini del colonnello Bermudez, vecchio ufficiale della guardia nazionale.
I finanziamenti, però non erano sufficienti. Fu così che nel marzo del 1982, due esiliati nicaraguensi, Danilo Blandon e Juan Meneses, volarono in Honduras per riunirsi con il colonnello Bermudez, dovevano trattare il finanziamento dei Contras. Meneses era un narcotrafficante noto come “il re della droga”. Presero accordi; Meneses andò a San Francisco a curare limportazione di tonnellate di cocaina, mentre Blandon la distribuiva ai trafficanti. La CIA e il Pentagono, con il colonnello Oliver North, erano già implicati.
(…)
Il giornalista Gary Webb del Mercury News, nel 2002 denunciò il ruolo chiave della CIA nel traffico di armi e cocaina per finanziare la guerra sporca degli USA contro il Nicaragua, operazione resa possibile da una rete di trasporto creata proprio dalla CIA, in Costa Rica, Honduras e El Salvador. Gli aerei partivano da lì e portavano la cocaina agli aereoporti del Texas e della Florida eludendo i controlli della DEA e della dogana, poi tornavano carichi d’armi per i Contras.
La CIA autorizzò tutta l’operazione. All’inizio degli anni ’80 la cocaina negli USA era carissima, perchè non c’era modo di trasportarla in grandi quantità e in modo sicuro ma quando la rete pro Contras si collegò ai cartelli colombiani, Meneses riuscì a far entrare quasi 200 tonellate di cocaina all’anno, facendone abbassare il costo da 50 a 20 mila dollari al chilogrammo, fino ai 10 mila dollari per la grande distribuzione. Ma la cosa peggiore era che nei quartieri poveri era più diffusa sotto forma di crack, con un’impatto devastante, dovuto all’effetto 20 volte più forte di quello della cocaina unito al basso costo.
Mentre il governo statunitense a metà degli anni ’80 lanciava una grossa campagna per salvare la gioventù dai pericoli della droga, la DEA, la Dogana, il dipartimento degli Sceriffi e l’Ufficio Narcotici della California si lamentavano del fatto che le investigazioni sul traffico di droga erano sistematicamente intralciate dalla CIA, motivando le interferenze con interessi di “sicurezza nazionale”.
(…)

Da CIA: Agenzia di Importazione di Cocaina, di Raul Crespo.

Wikileaks disinformazione calcolata

Dopo la drammatica pubblicazione di un video militare americano di un elicottero che sparava su giornalisti inermi in Iraq, Wikileaks ha guadagnato notorietà e credibilità a livello mondiale quale audace sito web che rende di pubblico dominio materiale sensibile proveniente da delatori all’interno dei vari governi. Il suo ultimo “colpo” riguarda la presunta fuga di migliaia di pagine di documenti, presumibilmente sensibili, riguardanti delatori degli americani tra i talebani in Afghanistan e i loro legami con persone in alto, legate ai servizi segreti militari pakistani ISI. Tuttavia, la realtà suggerisce che, lungi dall’essere una fuga di notizie onesta, essa è invece una disinformazione calcolata a favore degli Stati Uniti e, forse, dei servizi segreti israeliani e indiani, ed è una copertura del ruolo degli Stati Uniti e dell’ Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Dal momento della pubblicazione dei documenti afgani qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha dato credibilità alla fuga di notizie, sostenendo che ulteriori fughe possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Eppure, i dettagli dei documenti rivelano ben poco di sensibile. L’unica figura più spesso menzionata, il generale (in pensione), Hamid Gul, ex capo dell’agenzia dei servizi segreti militari pakistani, ISI, è l’uomo che nel corso degli anni ‘80 coordinava la guerriglia mujaheddin, finanziata dalla CIA, in Afghanistan contro il regime sovietico. Negli ultimi documenti di Wikileaks, Gul è accusato di aver regolarmente incontrato i capi di Al Qaeda e dei Talebani e orchestrato attacchi suicidi contro le forze della NATO in Afghanistan.
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Il ritenere oggi Gul il principale collegamento con i “talebani” afgani fa parte di un più ampio disegno dei recenti sforzi americani e inglesi di demonizzare l’attuale regime pakistano come una parte fondamentale dei problemi in Afghanistan. Una siffatta demonizzazione aumenta notevolmente la posizione del recente alleato militare degli Stati Uniti, l’India. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano in possesso di armi atomiche. Alle Forze di Difesa Israeliane e all’agenzia dei servizi segreti israeliana Mossad piacerebbe moltissimo cambiare la situazione. Una falsa campagna contro il politicamente schietto Gul via Wikileaks potrebbe essere parte di tale sforzo geopolitico.
Il Financial Times di Londra afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 files riservati degli Stati Uniti i quali sostengono che i servizi segreti del Pakistan sostenevano i militanti afghani che combattono le forze NATO. Gul ha dichiarato al giornale che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan, e che la fuga dei documenti aiuterebbe l’amministrazione Obama a deviare la colpa, suggerendo che il Pakistan sia responsabile. Gul ha detto al giornale, “Sono il capro espiatorio preferito d’ America. Non riescono ad immaginare che gli afgani possano vincere guerre per conto proprio. Sarebbe una vergogna senza fine che un generale di 74 anni che vive una vita ritirata e che controllava i mujaheddin in Afghanistan risulti nella sconfitta d’America”.
Alla luce dei più recenti documenti afghani di Wikileaks, notevole è l’attenzione sul 74enne Gul. Come ho scritto in un pezzo precedente, Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno su questo sito, Gul è stato esplicito sul ruolo delle forze armate americane nel contrabbando di eroina afgana fuori dal paese attraverso la base aerea ad alta sicurezza Manas, nel Kirghizistan.
Inoltre, in un’ intervista all’ UPI del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre, Gul dichiarò, in risposta alla domanda chi ha fatto l’11 Settembre Nero?, “Il Mossad e alcuni suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari l’anno per le sue 11 agenzie di Intelligence. Questo fa 400 miliardi di dollari in 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice che è stata colta di sorpresa. Io non ci credo. Entro 10 minuti dall’ attacco alla seconda torre gemella nel World Trade Center, la CNN disse che lo aveva fatto Osama bin Laden. Quello era un pezzo di disinformazione pianificata dagli autori reali … “. Gul evidentemente non è ben gradito a Washington. Egli sostiene che la sua richiesta di visti di viaggio per il Regno Unito e gli Stati Uniti gli sono stati ripetutamente negati. Fare di Gul il nemico acerrimo sarebbe andato proprio bene a qualcuno a Washington.
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Da Operazioni nascoste dell’intelligence dietro la diffusione di documenti “segreti” di Wikileaks?, di F. William Engdahl.

28 novembre 2010

Ed è bene che resti dov’è…

La Russa mente sapendo di mentire

E’ triste la morte di un nostro soldato. E’ ormai patetica la condotta del nostro Paese.
Oggi come ieri.
I riflettori si accendono solo quando paghiamo un tributo di sangue. Il dibattito politico farà scena per qualche giorno ancora, poi tornerà il silenzio.

Complice come sempre.

Complice di un impegno bellico spacciato per lotta al terrorismo, all’uopo intervento umanitario.
Complice di una missione, l’ennesima, al servizio delle strategie di Washington.
Complice di una impalcatura di motivazioni addotte che non può reggere alla realtà geopolitica.
Complice di un totalitario tentativo di pseudo-esportazione “democratica”.
Complice di un dissennato sacrificio di uomini e risorse.
Complice delle mire criminali delle narco-mafie internazionali.
Complice di una manovra geo-strategica atlantica di insediamento nello scenario asiatico.
Complice di una pianificata morsa a tenaglia, a lungo termine, contro la Russia e di qui, quindi, contro l’Europa.
Complice del nanismo volonteroso di una classe politica incapace di progettare un ruolo autonomo per l’Italia e per l’Europa.
Complice dell’ipocrisia italiota che rifugge dall’ammettere le proprie responsabilità nei confronti del Paese.

Siamo in guerra o no?
“Noi non lo siamo. Semmai, siamo attaccati da persone in guerra con noi”. Così il Ministro della Difesa.
Mente sapendo di mentire. Mente agli italiani e alle famiglie dei nostri uomini.
Noi siamo complici di questa guerra.
(…)
Lotta al terrorismo? Pacificazione?
L’Italia e gli europei sono impantanati in un conflitto strategico contro l’Eurasia.
Per di più, è in gioco la giustificazione stessa dell’esistenza della NATO, cioè della sopravvivenza del braccio armato unilaterale di Washington, travestito da multilateralismo.
Unilateralismo delle decisioni, multilateralismo dei consensi e delle risorse.
Al servizio delle istanze geo-predatorie d’Oltreatlantico.
Una continua, masochistica, castrazione dell’Europa.

Da Miserie afghane, di Alfredo Musto.

Manuel faccia d’ananas

Non aver obbedito agli USA gli è costato una condanna a quaranta anni di carcere, dopo essere stato deposto dal governo di Washington con un’invasione militare. Lo afferma, da un’aula di Tribunale a Parigi, dove è stato estradato per reati minori, l’ex Generale e Presidente panamense, Manuel Noriega, che degli USA è stato agente fedele prima e nemico giurato poi. L’ex uomo forte di Panama, che a Parigi ha subìto una nuova condanna a sette anni per riciclaggio di narcodollari, riapre così, a venticinque anni di distanza, una delle pagine più nere della storia dell’intelligence e della politica statunitense.
Va anche detto che Noriega non è stato l’unico – e non sarà probabilmente l’ultimo – a passare dalle stelle alle stalle nella considerazione statunitense: basti pensare sia a Saddam Hussein che, soprattutto, a Osama bin Ladin, oggi il numero uno dei ricercati USA, ma ieri collaboratore fedele della CIA e del Pentagono (che diede, tra l’altro, alla famiglia bin Ladin, una delle più importanti commesse militari).
Dall’organizzazione dei Mujaheddin afgani contro i sovietici, fino all’invio dei combattenti islamici in Bosnia contro i serbi, Osama bin Ladin ebbe un ruolo anche nello scandalo Iran-contras, lo scambio di armi, droga e denaro tra l’Amministrazione Reagan e l’Iran di Khomeini, attraverso il quale la CIA finanziò la guerra contro il legittimo governo sandinista in Nicaragua, costata 50.000 morti al piccolo Paese centroamericano.
Ma se lo sceicco ha preferito tacere sugli ambigui rapporti con l’intelligence militare statunitense, Manuel Noriega ha invece scelto di raccontare come divenne un nemico giurato degli USA dopo esserne stato un alleato.
Ma chi era Manuel Noriega? In patria lo soprannominavano cara de pina (faccia d’ananas). Per via del volto butterato, certo, ma anche a causa di una buona dose di cinismo e ipocrisia, doti che lo aiutarono non poco ad arrivare al vertice del Paese.
(…)
Arruolato dalla CIA nei primi anni ’70, come ammesso dall’ex direttore generale di Langley, l’Ammiraglio Stanfield Turner, Noriega – stipendiato con 100.000 dollari all’anno – rimase vincolato all’agenzia fino al febbraio del 1988, quando la DEA spiccò un mandato di cattura internazionale per traffico di droga.
E’ utile ricordare che nel 1981, l’allora Presidente panamense, Omar Torrijos, venne fatto saltare in aria mentre si trovava a bordo di un elicottero: la United Fruit Company non aveva certo gradito la riforma agraria del generale divenuto presidente. E che gli Stati Uniti abbiano avuto molto a che fare con l’attentato, é stato rivelato ampiamente da documenti declassificati.
E Noriega? Beh, guarda caso, subito dopo la morte di Torrijos, divenne Capo di Stato Maggiore delle Forze armate panamensi. Non più, quindi, un affiliato alla CIA tra i tanti, ma un interlocutore privilegiato importante per Langley. Ma che Noriega fosse implicato nel traffico di droga non vi sono dubbi, come non ve ne sono sul fatto che lo realizzasse in nome e per conto suo personale e della CIA.
Noriega divenne un uomo fondamentale per gli USA, perché straordinariamente importante era l’istmo di Panama, il cui omonimo canale era – ed è – l’unica via marittima di collegamento tra Oceano Pacifico e Oceano Atlantico ed è passaggio obbligato nel collegamento tra nord e sud del continente americano. Se si pensa a cosa questo significhi sotto il profilo del controllo commerciale e militare, si capisce come mai gli USA abbiano avuto nel controllo di Panama una delle loro (tante) ossessioni dominanti. E il generale panamense divenne l’uomo giusto al momento giusto.
Noriega diede un notevole aiuto alle operazioni più sporche dell’Amministrazione Reagan, ma “la madre di tutte le operazioni” era certamente quella che la Casa Bianca mise in piedi per finanziare i contras nicaraguensi, impegnati nell’aggressione al governo sandinista in Nicaragua.
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Il denaro arrivava dal traffico di droga organizzato con i narcos colombiani e le armi venivano acquistate con i proventi della droga. Venne alla luce il ruolo dell’aviazione militare salvadoregna, vera e propria agenzia di viaggi della coca proveniente dalla Colombia.
Dalla base aerea di Ilopango, in El Salvador, fino in Texas, la coca viaggiava ben custodita e non sorvegliata. Destinazione Los Angeles, dove operava Freeway Rick, spacciatore nicaraguense che diffuse crack in tutti gli States. La Commissione Kerry del Senato americano, appurò poi che anche l’aereoporto militare della Florida era una delle destinazioni previste di questi viaggi a basso rischio ed alto profitto.
E che il traffico di droga, dentro e fuori gli States, servì per finanziare i contras, venne dimostrato dalle inchieste giornalistiche realizzate da Gary Webb, pubblicate dal San Jose Mercury News e successivamente raccolte nel libro “The dark alliance”. Gli articoli gli valsero per due volte il Premio Pulitzer di giornalismo, ma non gli salvarono la vita. Gary Webb venne “suicidato” nel 2005. Dissero che si era ucciso, ma i colpi sul volto erano due: strano modo, per non dire impossibile, di suicidarsi…
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Succede perciò che le pressioni della CIA verso cara de pina aumentano. Non chiedono più solo un ruolo di logistica e di sostegno diplomatico, ma vogliono che Panama divenga la base fondamentale per la guerra contro il Nicaragua e contro l’FMLN in El Salvador. Ma Noriega non ci sta, non vuole coinvolgere Panama in un ruolo attivo contro il Nicaragua e Cuba.
Dapprima respinge le richieste dell’esponente della destra salvadoregna, Roberto D’Abuisson, capo degli squadroni della morte e mandante dell’assassinio di Monsignor Romero, di limitare i movimenti dei capi del FMLN a Panama; successivamente, cosa molto più determinante per la sua fine, respinge le richieste del tenente colonnello statunitense Oliver North, che chiede di fornire assistenza militare ai contras del Nicaragua.
Noriega insiste oggi – ma non da oggi – nel dire che il suo rifiuto di andare incontro alle richieste di North sta alla base della campagna statunitense per estrometterlo. E sostiene che siano proprio gli USA ad averlo incastrato. Il rifiuto di prestare Panama alla pianificazione dell’aggressione militare al Nicaragua divenne motivo di scontro aperto con i suoi vecchi capi. Noriega non era più né fedele, né fidato. Era di nuovo, soltanto, cara de pina.
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Il rifiuto del generale darà così il via all’operazione mediatica, politica e infine militare destinata a destituirlo. Il 20 Dicembre del 1989, Washington invade l’isola con 27.000 marines e rangers. Dopo cinque giorni di combattimenti contro i “battaglioni della dignità nazionale”, gli USA prendono il controllo dell’istmo e Noriega, che si era rifugiato nella Nunziatura apostolica, si arrende il 3 Gennaio del 1990. Washington mette al suo posto Guillermo Endara, che presta giuramento – simbolicamente, si potrebbe dire – nella base militare USA a Panama.
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Da CIA e droga: parla Noriega, di Fabrizio Casari.

Morti a Kabul

Sono passati quattro anni da quando Stefano Siringo e Iendi Iannelli sono stati trovati senza vita a Kabul, ma tutto questo tempo non è bastato per stabilire con certezza perché i due giovani cooperanti, di 32 e 26 anni, sono morti. Al punto che, stando a una ricostruzione di quanto accaduto fatta dalla famiglia di Siringo, perfino la data del decesso riportata sul certificato di morte sarebbe sbagliata. «Come giorno della morte si indica il 16 febbraio del 2006, ma noi siamo in grado di dimostrare che Stefano e Iendi sono stati uccisi il giorno prima, tra le 20,15 e le 21,33 del 15 febbraio» spiega Barbara, la sorella di Stefano che insieme al padre Giuseppe chiede da tempo giustizia per il fratello.
«Uccisi» sì, perché Barbara – come spiega in una memoria preparata insieme al legale della famiglia – è convinta che i due ragazzi siano morti dopo che Iannelli, impiegato come responsabile della logistica presso l’IDLO (International Development Law Organization) avrebbe scoperto un presunto traffico di false fatturazioni tra agenzie ONU operanti in Afghanistan. Uno scenario molto differente da quello ufficiale, che invece vuole Stefano e Iendi morti per overdose dopo aver assunto eroina pura all’89%. Una ricostruzione che appare ancora più assurda se si considera che non si sta parlando di due tossicodipendenti, visto che né Stefano né Iendi avevano mai fatto uso di sostanze stupefacenti.
(…)
Di certo sono numerosi gli aspetti pochi chiari che ancora circondano la morte dei due giovani romani. E che rischiano di restare tali visto che oggi il pubblico ministero di Roma Luca Palamara chiederà al gip Rosalba Liso l’archiviazione delle indagini.
I corpi di Stefano e Iendi vennero ritrovati la mattina del 16 febbraio 2006 nella stanza che Iannelli aveva in dotazione presso la guesthouse dell’IDLO a Kabul. Pur essendosi conosciuti da poco tempo i due erano molto amici, al punto che capitava spesso che Siringo, in Afghanistan per conto del ministero degli Esteri, passasse la notte nella guesthouse. A ritrovarli furono alcuni colleghi dello stesso Iannelli, preoccupati per la sua assenza al lavoro. La scena che si presenta agli occhi dei soccorritori è a dir poco strana, al punto da sembrare costruita ad arte.
(…)
Se la versione che vuole Siringo e Iannelli morti in seguito a un’overdose fosse vera, lo scenario che si verrebbe a creare sarebbe a dir poco inusuale. I due cooperanti – come ricorda l’avvocato Tonietti nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione – avevano infatti fisici notevolmente differenti tra loro, e di conseguenza la loro reazione a un’iniezione di eroina così pura sarebbe stata differente. Siringo era esile, come si intuisce dalle fotografie, tutto l’opposto di Iannelli che invece era una ragazzone alto e forte, ex giocatore di rugby. Eroina a un livello di purezza come quello riscontrato nei due cooperanti uccide praticamente all’istante ed è difficile pensare che i due ragazzi, vista anche la differenza di corporatura, abbiano avuto il tempo di stendersi tranquillamente su letto come invece sono stati ritrovati. Ancora più difficile immaginare che uno dei due, una volta accortosi che l’amico stava male, abbia a sua volta assunto l’eroina.
Dubbi che quattro anni di inchieste non sono riusciti a sciogliere. Soprattutto non è stato possibile accertare se le cose scoperte da Iannelli siano reali o meno. In particolare le presunte doppie fatturazioni tra IDLO e l’UNOPS – l’organismo dell’ONU che si occupa dell’organizzazione logistica degli occidentali Kabul – per migliaia e migliaia di euro. Iannelli avrebbe scoperto queste presunte truffe proprio grazie al suo lavoro di contabile presso l’IDLO e, oltre che a Stefano, ne aveva parlato anche con altri colleghi di lavoro. Magistrati, funzionari, persone che hanno come compito quello di addestrare i giudici del futuro Afghanistan e quindi bene in grado di comprendere la gravità delle affermazioni di Iannelli. Un resoconto di questi racconti risulta nei verbali raccolti dai carabinieri durante gli interrogatori svolti a Roma.
(…)
Un aiuto prezioso all’accertamento della verità potrebbe fornirlo l’IDLO, accettando di mostrare i bilanci alla magistratura. Fino a oggi, però, ogni richiesta in tal senso avanzata dalla procura di Roma è stata respinta dall’organizzazione, che prima si è detta disposta a presentare i bilanci poi, si è avvalsa dell’immunità diplomatica. A una richiesta di intervista da parte del manifesto, la risposta dell’ufficio stampa dell’organizzazione è stata netta: «IDLO non ha nessun commento da fare sulle vicenda oltre a confermare che ha risposto e continuerà a rispondere a ogni richiesta pertinente che provenga dalle autorità competenti». A novembre dell’anno scorso, dopo che alcuni articoli di stampa erano tornati a parlare della strana morte di Siringo e Iendi, da parte dell’IDLO c’è stata infatti una nuova disponibilità a fornire la documentazione richiesta al magistrato, a cui però ha fatto seguito un ripensamento. «Fino a data odierna», scrivono l’11 marzo scorso i carabinieri del Nucleo investigativo al pm Palamara, non è stata ricevuta alcuna comunicazione/documentazione né direttamente dall’IDLO, né per il tramite del Ministero Affari Esteri, nonostante le reiterate richieste effettuate per le vie brevi presso gli uffici preposti».

Da Mistero afgano, di Carlo Lania e Giuliana Sgrena.
[grassetti nostri]

Il Rogozin pensiero

Nell’ultimo numero (1/2010) di “Eurasia”, dedicato a La Russia e il sistema multipolare, compare un’intervista a Dmitrij O. Rogozin, ambasciatore della Federazione Russa presso la NATO.
Rogozin, discutendo con gli intervistatori del futuro della NATO («lacerata da problemi nazionali, finanziari ed ideologici») e della cooperazione con la Russia, critica il «NATO-centrismo» e rilancia la proposta del presidente russo Medvedev per un accordo di sicurezza europeo che «rivolga verso l’esterno tutti i cannoni del continente», impedendo l’insorgere d’un nuovo conflitto in Europa.
In tema di Afghanistan, area in cui esiste una convergenza d’interessi tra Mosca e l’Alleanza Atlantica, Rogozin non risparmia diverse frecciate alla NATO. L’Ambasciatore infatti afferma che non si può «valutare positivamente il bilancio delle attività dell’ISAF», e che se oggi le truppe atlantiche lasciassero il Paese il regime di Karzai durerebbe meno di quello del comunista Najibullah dopo il ritiro dei soldati sovietici. Una frettolosa uscita della NATO dall’Afghanistan destabilizzerebbe l’Asia Centrale e porrebbe «nuove sfide» alla Russia, ma Rogozin precisa che l’appoggio di Mosca all’Allanza Atlantica non è incondizionato: l’Ambasciatore si dice «estremamente indignato» per la riluttanza della NATO a distruggere le coltivazioni di papavero da oppio, da cui deriva l’eroina che invade la Russia; riluttanza che stona coi regolari bombardamenti delle basi dei narcotrafficanti in Colombia. «Non è perché la cocaina è diretta negli USA e invece l’eroina in Russia?» si chiede retoricamente Rogozin, precisando che la pazienza dei Russi «ha raggiunto il limite».
Infine Rogozin mostra inquietudine per «la politica di accerchiamento della Russia con basi militari a sud e a ovest» da parte degli USA, auspicando il rafforzamento del Trattato di Sicurezza Collettiva che lega la Russia a molti altri Paesi ex sovietici, e critica l’ingerenza della NATO nelle questioni relative all’Artico.

Ebbrezze d’Afghanistan

Tutti contro tutti…

Kabul, 1 aprile – Il presidente afghano Hamid Karzai ha accusato dei funzionari stranieri, inclusi dei rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, per ”la diffusa frode nel corso delle elezioni presidenziali e provinciali dello scorso anno”.
La dichiarazione del presidente afghano è giunta in occasione di una riunione dei lavoratori elettorali a Kabul. ”La verità è questa fratelli…c’è stata frode nelle elezioni presidenziali e del consiglio provinciale, non c’è dubbio che ci sia stata una frode molto diffusa, molto diffusa”, ha detto Karzai. ”Ma gli afghani non sono i responsabili di questo tipo di brogli. Sono gli stranieri ad aver fatto questo tipo di truffa”, ha aggiunto, precisando che le accuse maggiori vanno a Peter Galbraith, il n. 2 della missione dell’ONU in Afghanistan, allontanato dopo un litigio con il suo capo, Kai Eide, su come gestire le irregolarità di voto, e al responsabile della missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea in Afghanistan Philippe Morillon.
(ASCA-AFP)

Washington, 5 aprile – La Casa Bianca definisce ‘false’ le recenti dichiarazioni del presidente Karzai sui brogli occidentali nelle elezioni in Afghanistan. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha espresso inquietudine e frustrazione, affermando che le accuse di ingerenza, lanciate in particolare contro l’ONU e gli USA, non hanno alcun riscontro. Il portavoce ha aggiunto che un incontro alla Casa Bianca previsto a maggio tra il presidente Barack Obama e Karzai è comunque ancora in programma.
(ANSA)

Washington, 6 aprile – Dopo aver accusato la comunità internazionale per i brogli alle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto, Hamid Karzai avrebbe minacciato di unirsi ai talebani se i governi stranieri continueranno a fare pressioni su di lui interferendo negli affari interni del Paese. Lo ha rivelato uno dei deputati presenti all’incontro. Intanto da Washington è arrivata la replica dell’ex inviato dell’ONU, Peter Galbraith, accusato di aver organizzato le frodi alle ultime elezioni. Galbraith ha messo in dubbio la “stabilità mentale” del presidente afghano, che a suo parere farebbe uso di droghe.
(AGI)

Washington, 6 aprile – Il Dipartimento di Stato americano ha preso le distanze dall’ex numero due della missione ONU Peter Galbraith, che aveva dichiarato che Hamid Karzai ha problemi con la droga. Il portavoce dela Dipartimento di Stato ha definito le accuse “scandalose”.
(AGI)

Droghe? La materia prima certo non manca…

Gen. Stanley A. McChrystal is pleased
“He won’t lose a job as long as there is a war in Afghanistan”.
Chi vuole farsi due (amare) risate, legga le didascalie che accompagnano questa galleria fotografica.

L’oppio afghano invade la Russia

Secondo il rapporto dell’Ufficio sulle Droghe ed il Crimine dell’ONU, presentato lo scorso febbraio a Vienna durante i lavori della relativa Commissione, la Russia oggi è seconda solo all’Europa nell’uso di derivati dall’oppio di produzione afghana (eroina inclusa), e prima tra i singoli Stati.
Quando era ancora in Afghanistan, Osama bin Laden predisse che “essi moriranno per le nostre droghe”. Per “essi” egli intendeva la Russia, che all’epoca sosteneva attivamente il rivale storico Ahmad Shah Massud.
Bin Laden mantenne la parola: la sua dichiarazione risale al 1999, e nel successivo decennio il numero dei tossicodipendenti in Russia si è decuplicato. Ogni anno vengono consumate circa 80 tonnellate di eroina afghana, il 20% della produzione totale di tale sostanza nel Paese centro-asiatico ed il 90% di quella complessivamente consumata in Russia. Che conta per il 15% del consumo delle droga afghana, mentre ad esempio la Cina, con la sua enorme popolazione, “solo” per il 12%.
Nemmeno la riduzione significativa della superficie coltivata ad oppio, da 193.000 ettari nel 2007 a 123.000 nel 2009, modifica i termini della questione, in quanto è contemporaneamente incrementata la relativa produttività e lo scorso anno la produzione si è attestata attorno alle 7.000 tonnellate, per un valore di 65 miliardi di dollari.
Tutti questi dati di fonte ONU vengono confermati dalle autorità russe. Viktor Ivanov, responsabile del Servizio Federale per il Controllo della Droga, ha affermato che in Russia vi sono tra 2 e 2,5 milioni di tossicodipendenti, dei quali solo 500.000 ufficialmente censiti. Il numero di tossicodipendenti cresce di 80.000 all’anno, mentre vi sono fra i 30.000 e 40.000 decessi legati all’uso di droghe, annualmente.
Tre sono le rotte attraverso cui la droga esce dall’Afghanistan. La più importante, per il 35-40% del totale, passa per l’Iran e poi giunge in Europa occidentale dai Balcani. La seconda, che vale per un 25-30%, è quella che più di tutte convoglia la droga verso la Russia attraverso le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. La terza, per un restante 25-30%, passa per il Pakistan e poi arriva fino in Europa via mare.
E’ quindi comprensibile l’indignazione che la Russia va esprimendo ultimamente nei confronti del ruolo fallimentare della NATO nel contrastare la coltivazione di oppio in Afghanistan. Ad iniziare dall’ambasciatore russo presso l’Alleanza, Dmitry Rogozin, che ha definito “l’aggressione dell’eroina” come “la principale minaccia” al proprio Paese, dicendosi sicuro che la NATO non adotterà misure aggiuntive contro i narcotrafficanti afghani per evitare ulteriori perdite di truppe. Continuando con Alexander Kozlovsky, vice presidente del comitato affari esteri del Parlamento russo, che ha duramente criticato la NATO in quanto “praticamente si è messa a guardia dei campi dove le droghe vengono coltivate”.
Il già citato Ivanov ha riferito che il numero di arresti di narcotrafficanti in Afghanistan è diminuito di 13 volte e la chiusura di laboratori per la lavorazione della materia prima di 10 volte, negli ultimi tre anni. Si è inoltre registrato un sensibile declino nel volume di oppio sequestrato, nel 2009 solo 140 tonnellate, un misero 2% del prodotto totale.
Ivanov ha quindi espresso forte preoccupazione anche per l’allarmante aumento del transito di droga verso il Daghestan, l’instabile regione nel Caucaso russo, che favorisce la criminalità e le attività terroristiche. Ha infine fatto notare come negli ultimi anni l’ONU abbia sempre più eluso le proprie responsabilità nell’attuazione dei programmi di lotta alla droga, lasciando campo libero alla NATO la quale a sua volta ha delegato le autorità locali.
Quelle medesime autorità che, dopo aver assunto il controllo della città di Marjah e dell’intero distretto di Nadali al termine della recente operazione Moshtarak condotta dalle truppe dell’ISAF congiuntamente all’esercito afghano, hanno informalmente concesso ai contadini di continuare a produrre oppio. ”L’unico vero scopo dell’operazione Moshtarak – ha spiegato a Peacereporter Safatullah Zahidi, un giornalista locale – era mettere le mani sulle piantagioni di papavero da oppio. E quelle di Marjah e del suo distretto, Nadali, sono le più grandi e produttive di tutto l’Afghanistan. Grazie all’operazione Moshatarak sono tornate sotto controllo del governo e degli americani, giusto in tempo per il raccolto di marzo. E ora faranno lo stesso con le piantagioni della seconda principale zona di produzione di oppio, quella di Kandahar”.

Aggiornamento 3/4/2010
Sempre secondo il rapporto dell’ONU citato, non più del 3-4% del ricavato dell’oppio afghano finisce a finanziare il movimento talebano, per un ammontare comunque inferiore ai 300 milioni di dollari. Tolti altri 500 milioni ai contadini ed ai proprietari terrieri, a godere dei 65 miliardi di dollari sono sostanzialmente le reti “internazionali” del narcotraffico.
In merito alla crescente produttività, secondo esperti britannici nel 2009 ogni ettaro coltivato a papavero ha reso 56 chili di oppio, il 15% in più rispetto all’anno precedente.
Fonte RIA Novosti, come tutti i dati presenti nell’articolo.

Buon 2010 (ed oltre)

In questo periodo dell’anno, alcune anime coraggiose ardiscono mettere a repentaglio la propria reputazione tentando di prevedere che cosa porterà l’anno che sta arrivando. Alcuni lo fanno con incredibile accuratezza, altri un po’ meno. Essendo uno scrittore serio che non ama le barzellette, solitamente mi tengo alla larga da quest’annuale sbronza di frivolezze; tuttavia, considerato che su di noi sta per abbattersi un nuovo decennio, ho ritenuto ragionevolmente sicuro dipingere un quadro di quella che è la mia visione dei prossimi dieci anni.
(Nell’improbabile eventualità che le mie previsioni si rivelassero completamente sballate, presumo che esse saranno state completamente dimenticate al momento in cui il 2020 farà capolino).
E dunque, senza ulteriore indugio, ecco le mie previsioni sulla situazione degli Stati Uniti d’America nel secondo decennio del XXI secolo.

Il decennio sarà caratterizzato sotto molti aspetti dall’autofagia, negli affari, nel governo e nei ranghi più alti della società, e ciò avverrà non appena i giocatori ad ogni livello si renderanno conto di non essere in grado di controllare i propri appetiti o di modificare il proprio comportamento in maniera significativa, neppure di fronte ad un’alterazione radicale delle circostanze, e saranno così costretti a consumare se stessi fino a scomparire; così molti squali, già sbudellati ma ancora voraci, pasteggeranno all’infinito sui propri stessi intestini rigonfi.
I governi si accorgeranno di non essere capaci di impedire a se stessi di stampare sempre più moneta in un’ondata senza fine di emissioni senza controllo. Allo stesso tempo, l’aumento delle tasse, dei prezzi dei beni e dei costi di ogni tipo, unito a livelli crescenti di incertezza e disgregazione, restringerà le attività economiche fino al punto che ben poco di quel denaro rimarrà in circolazione. Inflazionisti e deflazionasti dibatteranno all’infinito se questa debba essere considerata inflazione o deflazione, emulando inconsciamente i Rompidallapartegrossa e i Rompidallapartesottile dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, che litigavano all’infinito su quale fosse la parte giusta da cui iniziare a mangiare un uovo bollito. La cittadinanza, con le uova del proprio nido bollite fino a ridursi alle dimensioni di un pisello essiccato, non si mostrerà particolarmente interessata alla questione del “da dove” iniziare a mangiarle, e liquiderà la controversia come accademica, se non idiota.
In tutto il paese, autorità comunali in crisi ricorreranno all’imposizione di tasse esorbitanti sul rilascio di autorizzazioni come le licenze per cani. Molti proveranno a incarcerare coloro che non sono in grado di pagare queste tasse in prigioni locali o statali, solo per doverli poi rilasciare quando le carceri traboccheranno e le risorse disponibili si esauriranno. La cittadinanza inizierà a guardare alle carceri come strutture che combinano mirabilmente insieme le caratteristiche di un piatto di zuppa e di un rifugio per i senzatetto. Alcune città abbandoneranno l’idea di mantenere un corpo dei pompieri e decideranno che è più razionale, sul piano dei costi, lasciare che gli incendi facciano il loro corso, per risparmiare sulle demolizioni. Nel tentativo di mettere una pezza a buchi ancora più grossi nei loro budget, gli stati federali aumenteranno le tasse, costringendo al sommerso settori ancora più ampi dell’attività economica. In particolare, le entrate fiscali relative alle tasse sugli alcolici diminuiranno per la prima volta in molti decenni, poiché un numero sempre maggiore di americani scoprirà di non potersi più permettere la birra e ripiegherà quindi sull’abbondante ed economica eroina afghana e su altre droghe illegali ma ben più abbordabili. Il fumo della marijuana supererà gli scarichi delle automobili nella classifica degli odori più diffusi d’America.
Molti paesi in tutto il mondo saranno costretti a dichiarare default e ad unirsi alla schiera crescente delle nazioni defunte. Ci sarà una ressa folle per trovare un rifugio sicuro al denaro che scotta, ma non se ne troverà nessuno. Gli investitori di tutto il mondo saranno finalmente costretti a comprendere che il miglior modo di evitare le perdite è quello di non possedere denaro fin dal principio. A dispetto degli sforzi compiuti per diversificare i loro titoli, gli investitori scopriranno che essi non sono altro che pezzi di carta, si tratti di stock, di bond, di azioni, di cambiali o di incomprensibili contratti su derivati. Scopriranno anche che, nel nuovo clima affaristico, nessuno di questi strumenti rappresenta un’arma particolarmente potente: quando il familiare gioco pietra-forbici-carta gli si ritorcerà contro, si accorgeranno che le pietre possono sfondare i crani, che le forbici possono ledere organi vitali, ma che la carta, anche se gestita da mani esperte, produce solo coriandoli di carta. Le persone un tempo benestanti, convinte che “il possesso costituisce i nove decimi della legge”, troveranno molti esorcisti extralegali pronti a scatenare i loro demoni. In particolare, i cartelli del crimine organizzato inizieranno ad utilizzare software di spionaggio per localizzare magazzini e capannoni scarsamente sorvegliati, nel Montana o in altre remote località, che siano ben forniti di cibo in scatola, armi e lingotti d’oro e d’argento, e inizieranno a farne incetta, ammorbidendo i bersagli con proiettili di mortaio, razzi e bombardamenti aerei, e inviando poi commandos armati di granate e mitragliatrici a completare il lavoro. Una volta eseguito il raccolto, ne porteranno i frutti all’estero sfruttando i corpi diplomatici delle defunte nazioni passati sul loro libro paga.
Mentre i lingotti espatriano, il Pentagono cercherà di far rimpatriare le truppe dall’Iraq, dall’Afghanistan e dalle numerose basi americane sparse per il mondo, accorgendosi ben presto di non possedere i mezzi per poterlo fare, abbandonando così le truppe nel luogo in cui si trovano e costringendole a provvedere da sole al proprio rifornimento. Le famiglie dei soldati saranno invitate a donare cibo, uniformi, biancheria pulita e articoli da toilette per i loro cari di stanza oltreoceano. Gli armamenti americani inonderanno il mercato nero, facendo crollare i prezzi. Molti soldati decideranno che tornare negli USA è comunque una cattiva idea e si trasformeranno in nativi, sposando donne locali e adottando religioni, costumi e abbigliamento locale. I leader nazionali continueranno a blaterare di sicurezza nazionale dovunque ci sia un microfono puntato verso di loro, ma la loro sicurezza personale diverrà la loro preoccupazione primaria. Funzionari di ogni livello cercheranno di assemblare equipe sempre più vaste di guardie del corpo e consulenti per la sicurezza. I membri del Congresso diverranno ancor più reticenti ed eviteranno quanto più possibile di incontrarsi con i propri sostenitori, preferendo nascondersi in appartamenti di Washington ermeticamente sigillati, in installazioni protette e in quartieri sorvegliati. Nel frattempo, al di fuori del perimetro ufficiale di sicurezza, si affermeranno nuove forme di vicinato, dove l’occupazione verrà chiamata “sistemazione”, la violazione di un perimetro “apertura di un nuovo percorso”, e gli steccati, i muri e le serrature saranno rimpiazzati ovunque da occhi vigili, orecchie attente e mani che si aiutano vicendevolmente.

Le Previsioni di Dmitry Orlov.
[grassetto nostro]