Massimo Giletti preso a sberle dalla maestra

Ieri sera [domenica 5 giugno – n.d.c.] ho assistito ad uno spettacolo indecoroso e potente insieme. Massimo Giletti è stato strapazzato come un bambino delle elementari dalla sua maestra, che gli ha impartito una poderosa lezione di storia in diretta televisiva. Il grande scoop di Giletti doveva essere un’intervista in diretta con Maria Zakharova, la portavoce del ministro degli esteri [russo – n.d.c.] Lavrov. Per fare questa intervista Giletti è andato addirittura personalmente a Mosca, nonostante l’intervista si sia svolta via skype, con la Zakharova comodamente seduta a casa sua (avrei potuto farla io, identica, seduto a casa mia). Ma a parte la messinscena inutile, è nei contenuti che Giletti ci ha fatto la figura del merlo. Prima di intervistare la Zakharova, infatti, Giletti era in collegamento con Massimo Cacciari, e durante lo scambio Giletti ha accennato alle polemiche che hanno preceduto questa sua intervista, dicendo che però secondo lui “il giornalista ha tutto il diritto di intervistare chi vuole, purché ponga all’intervistato delle domande scomode, e non gli offra una semplice passerella per fare propaganda.” Ma dal dire al fare… Giletti non conosce il mare.
Non appena iniziata l’intervista, infatti, si è capito che tipo di interlocutrice avesse davanti. Una donna con le idee chiare, ferma e impassibile, che rimandava seccamente al mittente ogni singola accusa, con tanto di interessi. All’accusa di “aver illegittimamente invaso un Paese sovrano”, Zakharova ha risposto che “anche voi della NATO avete fatto la stessa cosa con l’Iraq”. All’accusa di “essersi allargati troppo intervenendo in Siria”, Zakharova ha risposto che loro erano intervenuti su legittima richiesta del capo di Stato, Assad. E ha inoltre aggiunto che “quando la Russia ha proposto alle Nazioni Unite di combattere tutti insieme le bande dell’ISIS, è stata l’Unione Europea a dire di no e mettersi di traverso”. All’accusa di aver operato una sanguinosa repressione in Cecenia, Zakharova ha risposto che è stato l’Occidente a sobillare quelle rivolte. Insomma, non se ne usciva: ad ogni servizio tagliato del dilettante Giletti, il master Djokovic rispondeva con un dritto vincente.
A quel punto Giletti ha cambiato strategia. Ha fatto un passo indietro, e ha tentato la carta dell’emozione: “Va bene, ok, tutti abbiamo fatto errori nel passato – ha ammesso – però adesso mettiamoci una pietra sopra, trattiamo e poniamo fine a questa guerra, perché la gente sta morendo”. E qui è arrivata la valanga di sberle sulla testa del nostro importuno scolaretto: “Così parlano i bambini – ha detto la Zakharova – Nel mondo degli adulti, la prima cosa che bisogna fare per capire le cose è guardare alla storia. Dove eravate voi Italiani, quando otto anni fa gli Americani hanno messo in atto un colpo di Stato a Kiev, installando al potere il governo fascista di Poroshenko? Dove eravate, quando per otto anni il governo di Kiev ha bombardato incessantemente i suoi concittadini del Donbass?”. “Ma soprattutto – ha ricordato la Zakharova – lei viene adesso a parlarmi di trattare e di metterci d’accordo. Ma sono otto anni che Putin chiede all’Occidente di mettersi d’accordo sulla questione della NATO e degli equilibri internazionali. Ma voi in Occidente avete fatto tutti finta di niente, e adesso cercate di dare la colpa a noi per quello che succede?”. “Infine – è stata la sberla finale della Zakharova – voi occidentali dovete smetterla una volta tutte con questa vostra aria di superiorità intellettuale, come se foste voi quelli che hanno il diritto di impartire lezioni morali a tutti gli altri”. Ci mancava soltanto un “vergogna Giletti, fila dietro alla lavagna” e la lezione sarebbe stata completata.
Povera Italia, rappresentata all’estero da personaggi inconsistenti e impreparati come Giletti. Povera Italia, incapace di crescere, incapace di diventare adulta, incapace di uscire dalla sua ottica provinciale, incapace di assumersi una volta per tutte le proprie responsabilità con il resto del mondo. Lasciando così mano libera a chi ci comanda, a chi ci controlla, a chi ci tratta serenamente come schiavi da oltre settant’anni.
Massimo Mazzucco

La lezione francese

Conoscere è distinguere.
(H. von Foerster)

L’opposizione fittizia e il nuovo soggetto politico in Italia

La recente rielezione politica di Emmanuel Macron a presidente della Francia (con un 28% circa di astenuti tra gli aventi diritto al voto), se da un lato ci dimostra l’enorme e incontrastato (finora) potere dei media, nel manipolare l’opinione pubblica a favore dell’élite al governo (cosa resa possibile dal loro monopolio dell’informazione e della disinformazione, quest’ultima particolarmente grave in Italia), dall’altro porta nuovamente alla ribalta anche un fenomeno relativamente recente, che conviene prendere in considerazione.
Mai come oggi, infatti, l’opposizione fittizia (d’ora in poi: OFI) ha fatto così tanti danni come la, e anzi più della, grandine. Milioni di persone per mesi e mesi nelle strade e nelle piazze di Francia e nessuna formazione, spontanea o organizzata, di un nuovo soggetto politico: un partito, un movimento di massa, una coalizione, un fronte unito ecc. Come è stato possibile? Un recente articolo di Claude Janvier ci aiuta a capire meglio la realtà .
A dispetto del fatto che la politica economico-sociale di Macron sia stata, nei passati 5 anni della sua presidenza, dice Janvier, «una catastrofe» per i suoi effetti sulla popolazione civile (aumento della disoccupazione, diminuzione del PIL, aumento dell’inflazione, crisi degli alloggi ecc.), una parte consistente dell’elettorato ha votato per lui. Come si spiega questo fatto? Continua a leggere

D.I.A.N.A. è un fantasma che si aggira a Torino

“Il nome Diana evoca di primo acchito l’immagine della dea della caccia, col suo contorno di foreste e di cervi (e di armi, anche se fortunatamente limitate ad arco e frecce).
Ma D.I.A.N.A. è anche l’acronimo di Defence Innovation Accelerator for North Atlantic, che si può tradurre più o meno come “Acceleratore di innovazione destinata alla Difesa per il Nord Atlantico”.
D.I.A.N.A. è un fantasma che si aggira da qualche mese per la città di Torino. I mezzi di informazione tacciono, nemmeno il Presidente del Consiglio Mario Draghi, nella sua visita lampo dello scorso 5 aprile, ne ha parlato. Così come alla chetichella il Presidente della Regione Cirio e il Sindaco di Torino Lo Russo, in un rinnovato afflato by partisan, si sono presentati, lo scorso 20 gennaio, ad un vertice con le autorità militari della NATO, e hanno candidato Torino come sede di D.I.A.N.A..
Ma, infine, di che si tratta?”

La guerra in casa di Fausto Cristofari continua qui.

“La nostra bandiera”


Un commento pubblicato a margine di un mio recente post sul 25 aprile “ucro-atlantista” mi offre lo spunto per una considerazione sul “tricolore” italiano.
Partiamo da un’esperienza personale. Circa vent’anni fa, il Campo Antimperialista (qualcuno se lo ricorda?) organizzò alcune iniziative per “l’Iraq che resiste”. Si era alle porte dell’invasione americana dell’Iraq e questo piccolo gruppo “trozkista”, capeggiato da Moreno Pasquinelli, ebbe l’ardire di aprire le porte a chiunque, senza alcuna “pregiudiziale”. Una delle teste pensanti che si associò a quell’operazione politico-culturale fu Costanzo Preve, col quale, all’epoca, mi sentivo abbastanza spesso.
Se qualcuno si ricorda bene, quell’iniziativa dette parecchio fastidio ai piani alti che comandano nella colonia Italia, perché in un certo senso era “avanti” rispetto al sentire medio degli “antagonisti” di ogni risma. Era stata violata, nei fatti, quella muraglia innanzitutto mentale tra “destra” e “sinistra”, tra “fascismo” e “antifascismo”. Le accuse di “leso antifascismo”, rivolte da “sinistra” ai promotori del Campo Antimperialista, piovvero come chicchi di grandine. Dalle illazioni sui “fascisti infiltrati” di anonimi “commissari telematici” (termine che coniai all’epoca) su Indymedia (anche di questa si ricorda qualcuno?) alla pubblicazione, all’unisono, su tutti i quotidiani, alla vigilia della marcia sull’ambasciata americana di Via Vittorio Veneto, dei nomi dei “fascisti” che, “scandalosamente”, avevano firmato, insieme a nomi importanti della cultura italiana (ricordo tra gli altri Franco Cardini e Angelo Del Boca) l’appello del Campo (a “sinistra” c’è la mania degli “appelli da firmare”, ma quello, con tutti quei nomi così disomogenei per cultura politica, aveva comunque un suo perché). Leggere “Il Manifesto” e il “Corriere” che si ponevano la medesima domanda (“che ci fanno i fascisti in un’iniziativa di sinistra”?) fu l’ennesima conferma che questo è un regime dove le differenze sono pura facciata. Intendiamoci bene: non si trattò di un’alleanza di questo movimento “trozkista” con qualche partitino della cosiddetta “estrema destra”, ma solo dell’adesione di singole individualità che il regime (da Indymedia al “Corriere”) aveva l’interesse a dipingere come il Male con l’etichetta infamante di “fascisti”. Di lì a breve, scatenato l’inferno mediatico scattarono pure degli arresti per tre esponenti di punta del Campo, tanto per far capire chi comanda in Italyland.
Ma dopo questa lunga premessa veniamo al punto. Sempre se qualcuno ricorda bene, quella volta, alla viglia dell’invasione americana dell’Iraq (20 marzo 2003), a Roma venne organizzata una manifestazione oceanica di protesta (alcuni parlarono di un milione di persone!). Sui balconi e alle finestre delle case comparvero tantissime “bandiere della pace”. Sì, quelle arcobaleno che lasciano il tempo che trovano. Ad ogni modo, erano indice di un sentimento diffuso contro quella guerra (di fatto una strage a senso unico). Altri tempi rispetto ad oggi, quando dopo vent’anni di ulteriore istupidimento dell’italiano medio troviamo una maggioranza di persone pronte ad andare al macello per l’Ucraina testa di ponte della NATO.
Dicevo della “bandiera della pace”. Bene, in alcune conversazioni con Costanzo Preve, che era ascoltato a volte sì a volte no dal Pasquinelli (sono le classiche dinamiche tra “il braccio” e “la mente”), mi trovai a perorare la necessità, per dare un segnale forte, di mettere il tricolore italiano al tavolo degli oratori nelle varie iniziative. La cosa, detta oggi, sembra di nessuna importanza, ma vent’anni fa – lo ricordo ai più giovani – era considerato “scandaloso” per un gruppo comunque “di sinistra” adottare la bandiera nazionale, storicamente appannaggio delle destre d’ogni tipo. Con quel tricolore, a mio avviso, si sarebbe data plastica rappresentazione al superamento delle obsolete categorie politiche che tanto male hanno fatto, a danno del popolo. E così effettivamente fu fatto, perché – anche se in questo momento la memoria mi tradisce – a Roma, anche se il corteo non venne fatto arrivare all’ambasciata americana benché fosse del tutto pacifico, sventolarono anche dei tricolori.
Ma oggi, dopo altri vent’anni di scatafascio (penso al tradimento dell’alleato libico, ad oltre dieci anni di “governi tecnici” blindati dal Quirinale, alla follia del covid governata in senso pseudo-patriottico), mi chiedo: ha ancora senso il “tricolore” come simbolo dell’unità della Nazione? La mia risposta è no, e qui mi aggancio al mio post dell’atro giorno in cui, “provocatoriamente” ma non troppo, mi definivo “etrusco” e “italico”. La risposta è no perché quel tricolore è ormai completamente squalificato, in quanto, anche facendo la tara alle sue origini “giacobine”, è la bandiera di una massa di abbrutiti, di gente senza cervello che specialmente in questi ultimi due anni ha dato prova di non avere alcuna consistenza. Ed anche se s’è convinta – come lo è stato – di essere in guerra (in “guerra contro il covid”), ‘stringendosi a coorte’ attorno al governo, alle virostar e alle guardie che multavano per una mascherina abbassata, ciò non cambia d’un millimetro la mia convinzione che quel “tricolore” sia da lasciare a tutti costoro: a quelli che seguono ancora lo sport dei triplodosati, dei bollettini farlocchi sulla “pandemia” e le relative assurde “regole”, fino a quest’ultima pagliacciata di una Nazione che dovrebbe, sempre per chissà quale “patriottismo” (“atlantico”) andare al sacrificio estremo per salvare una banda di marionette e accodarsi alla russofobia di regime.
Enrico Galoppini

La guerra cognitiva


“Il generale francese Philippe Lavigne del Comando Alleato per la Trasformazione (Allied Command Tranformation – ACT) della NATO soprintende alle ricerche sui nuovi metodi della propaganda.
Il Comando da lui guidato è formato da 21 centri di eccellenza, uno dei quali, quello della propaganda — il Centro di eccellenza per le comunicazioni strategiche (StratCom) — ha sede a Riga, in Lettonia. Il generale Lavigne ha creato l’Innovation Hub (iHub), sotto la direzione del francese François Cluzel, ex docente all’accademia militare interarmi di Coëtquidan. L’iHub finanzia ricerche della John Hopkins University e dell’Imperial College of London sulle capacità cognitive. Si tratta di ricerche sulla sfera cognitiva in generale, finalizzate ad applicazioni in diversi campi, dai soldati bionici alla propaganda di guerra.
L’idea di fondo della NATO è affiancare ai cinque ambiti d’intervento usuali (aria, terra, mare, spazio e cibernetica) un sesto: il cervello umano. «Mentre le azioni dei cinque ambiti tradizionali hanno l’obiettivo d’influire sul mondo dell’uomo, obiettivo della guerra cognitiva è fare di ogni uomo un’arma» scrive François Cluzel.
Nella prima guerra mondiale la propaganda di guerra faceva leva su false informazioni, diffuse a livello popolare da grandi firme; nella seconda guerra mondiale la propaganda consisteva nella ripetizione di messaggi selezionati; oggi la propaganda è concepita come un numero da prestigiatore: turbare le persone per distrarne l’attenzione e mascherare ciò che non devono vedere; indurle a giudicare quanto vedono in base alle informazioni prive d’interesse di cui vengono imbevute. Così, senza ricorrere a menzogne [esplicite], si riesce a far in modo che prendano lucciole per lanterne.
Con la guerra in Ucraina stiamo vivendo in diretta la prima applicazione di questa nuova tecnica.”

La propaganda di guerra cambia forma, di Thierry Meyssan continua qui.

Aspetta e spara

Quando le cose parevano volgere al meglio, ecco abbattersi sulla resistenza ucraina una catastrofe che potrebbe esserle fatale: Bernard Henri-Lévy, per gli amici BHL. Che non è un corriere espresso, ma lo stagionato nouveau philosophe (a proposito: la qualifica ha una data di scadenza, come gli yogurt, o è vitalizia?) dell’Armiamoci & Partite.
Decollato dalla tour Eiffel a bordo dei colletti all’insù tipo strega di Biancaneve, s’è paracadutato su Odessa rischiando di incontrare Giletti. E ora annuncia su Rep l’imminente “ritirata di Putin” perché “il suo esercito si sta afflosciando”, “l’ora del declino è scoccata” e manca un pelo alla “vittoria ucraina”: basta “un incremento minimo degli aiuti”.
I pappamolla vorrebbero trattare per evitare inutili stragi, ma “il momento non è ancora arrivato”. Ci farà sapere lui. Intanto lasciamoli sterminare ancora un po’ e sbavagliamo Biden, che trova sempre le parole giuste (“ha detto pane al pane”): purché “difenda ogni centimetro” di Ucraina che – sorpresa! – è un “santuario della NATO” (quindi ha ragione Putin). “L’America sta tornando” e ci sono ottime speranze per la terza guerra mondiale. Del resto Pupetto Montmartre di Champs-Élysées è un grande fan delle guerre col culo degli altri. Non se n’è persa una. Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria: allons enfants!
Purtroppo porta sempre malissimo a chi appoggia. Memorabile, nel 2011, la missione a Bengasi per reclutare ribelli anti-Gheddafi, promuovere a partigiani della libertà capitribù e tagliagole, proporsi come mediatore tra loro e la NATO, spingerla a bombardare tutto fino alla sodomizzazione e all’assassinio del rais. “La Libia entra nella democrazia, sono fiero”, esultò al rientro. Risultato: 11 anni di guerra civile. Nel 2020, ancora fiero, atterrò a Misurata per il meritato premio. E la popolazione glielo tributò volentieri, come raccontò lui stesso in uno straziante reportage su Rep (all’inizio s’era spacciato per inviato del WSJ, che però l’aveva smentito): “Libia, sputi e spari. Così mi hanno dato la caccia nel deserto”. Salvato dal linciaggio, fu rimpatriato con l’ordine di non mettere più piede in loco. L’anno scorso, lacrimante per l’indecorosa fuga americana da Kabul, si aviotrasportò in Panshir chez Massoud jr. per scongiurare la pace dopo appena 42 anni di guerra e annunciò su Rep che la disfatta talebana era vicina. Risultato: talebani al potere e Massoud jr. scappato in Tagikistan. Se aggiungete che, nelle sue molte vite, il délabré philosophe ha sposato Trotzky, Mao, Mitterrand, Cesare Battisti, Sarkozy e pure Renzi e Calenda, potete ben comprendere la nostra trepidazione per gli Ucraini. Nella vita ci si può salvare da tutto, persino dall’armata russa. Da BHL no.

Marco Travaglio

(Fonte)

A proposito di censura…

“Il mio contratto rescisso con la Rai”, di Michelangelo Severgnini

Il professore Alessandro Orsini si vede sfumare un contratto con la RAI per le partecipazioni al programma televisivo “Carta Bianca”, in seguito alle pressioni esercitate dal Partito Democratico.
Durante il programma avrebbe offerto al pubblico italiano le sue oneste analisi geopolitiche da fedele atlantista e convinto europeista.
E’ comunque uno scandalo.
Il servizio pubblico. La mancanza di pluralità. La censura anche nei confronti di chi ha visioni simili.
Sconcertante. Proteste (sempre più sparute) e indignazione (sempre più inconcludente).
Bene.
Voglio fare anch’io “outing”, come dicono gli anglosassoni: voglio confessare.
Nell’aprile 2019, come da foto, avevo firmato un pre-contratto per la RAI (certamente non il lauto contratto offerto al professor Orsini, ma vuoi mettere per le mie finanze?).
Il feldmaresciallo Khalifa Haftar aveva appena lanciato la campagna militare “Operazione Diluvio di Dignità” e aveva mosso le sue truppe verso Tripoli
Nella morsa si erano trovati decine di migliaia di migranti-schiavi ostaggio delle milizie in Tripolitania.
A me denunciavano di essere usati come scudi umani dalle milizie, non da Haftar. E la quasi totalità di coloro con cui parlavo in quelle settimane (diverse decine di loro) chiedeva di essere rimpatriata. Chiedeva di essere tirata fuori da una zona di guerra ed essere riportata a casa. Non c’era un minuto da perdere: rischiavano la vita in ogni momento, ancora più di quanto normalmente non sia per loro.
Il programma della RAI (di cui per riservatezza non faccio il nome) mi aveva chiesto l’acquisto di un’ora di messaggi vocali ricevuti via internet da migranti-schiavi in Libia. In quest’ora c’erano moltissimi messaggi che chiedevano, imploravano, il rimpatrio immediato, così come la denuncia delle milizie di Tripoli responsabili delle stragi poi attribuite ad Haftar.
Dopo alcune settimane di contatti di circostanza con gli autori del programma, spesi da parte loro a giustificare inspiegabili ritardi, scomparvero e non se ne fece più nulla.
Gli autori del programma sono di area piddina, altre volte avevano lavorato a stretto contatto con le ONG.
Se ci sono state pressioni, e ci sono state, io non lo saprò mai. O meglio: lo so che ci sono state ma non avrò mai il piacere di vederle confessate.
Né nessun parlamentare farà un’interrogazione sul mio caso.
Né nessun cittadino-spettatore si indignerà per ciò che il servizio pubblico gli ha negato.
Per me “L’Urlo” significa questo.
Quando nel tuo Paese, nel tuo continente, nella tua società, l’informazione è diventata narrazione al punto da trasformare i carnefici in salvatori umanitari di fronte a fenomeni disumani come la schiavitù, la tortura e la tratta di esseri umani, allora è finita.
Allora la sola libertà che mi resta è quella di urlare al cielo.
Perché non ho altro potere. Non tanto di fronte alla menzogna, di fronte alla menzogna posso usare la Parrhesia. Quanto di fronte allo stato di ipnosi collettiva in cui è caduta la mia gente.
Quella in Libia era una guerra nostra, combattuta con le nostre armi, vendute alle milizie libiche in cambio del petrolio saccheggiato allo Stato libico e inviato sotto banco all’Europa. Ma l’errore prospettico mostrava la campagna militare di Haftar come un’aggressione, non come una liberazione, così come invece la definivano i Libici di Tripoli.
Anni di soldi inviati alla Libia per fermare i migranti, dicevano. No signori, quei soldi servivano per armare le milizie libiche e difendere Tripoli dalla legittima richiesta di sovranità libica, dando mano libera alle bande armate che trafugavano il petrolio per conto nostro, dopo aver ridotto in schiavitù decine di migliaia di Africani.
Ancora oggi ti raccontano che i Libici non riescono a mettersi d’accordo, ora ci sono persino 2 premier! Come il compianto Edward Said ci aveva insegnato, il mito del mediorientale litigioso è da sempre stato uno strumento retorico per giustificare il colonialismo occidentale.
Infatti ora ci sono 2 premier perché uno è il premier legittimo votato dal parlamento (Fathi Bashagha) e l’altro è il Guaidò della Libia (Abdelhamid Dabaiba), quello riconosciuto solo dalla NATO.
Non sono i Libici a litigare. E’ la NATO a umiliare la sovranità libica e a coltivare il caos, per poterne saccheggiare le risorse.
Ma forse il paradigma in Libia sta cambiando. I cavalli della NATO sono zoppi. Se i Libici chiudono i rubinetti all’Europa ci sarà un’altra guerra. Diranno che il processo democratico è in pericolo e la dittatura sta tornando in Libia.
Haftar, definito oggi come allora “signore della guerra” dalla NATO, era ed è niente meno che la figura militare più legittima che si potesse trovare in Libia, a capo dell’Esercito Nazionale Libico istituito con voto del Parlamento nel marzo del 2015.
Gli esperti europei hanno studiato sui libri delle fiabe, non sul libro della realtà.
La realtà era che i migranti-schiavi nell’aprile del 2019 (come in qualsiasi altro momento) volevano tornare a casa. Quella era informazione, quella che volevo fare io.
Queste voci e molte altre stanno nel film “L’Urlo” che nessuno vuole trasmettere o distribuire. Questo è il trailer.
Ma in RAI gli elementi piddini si potevano permettere di fare informazione. Dovevano puntellare la narrazione della NATO.
Come fanno oggi: Putin ha sostituito Haftar nello schema e ciò che davvero succede sul campo è lavoro di fantasia, è prodotto di narrazione fiabesca, oggi in Ucraina come allora in Libia.
Giù la saracinesca. Niente contratto. Per altro io non fornivo analisi politiche, io fornivo fonti dirette sul campo che parlavano liberamente in forma anonima con la loro voce.
Tu da che parte stai? Io sto dalla parte della verità. La verità è rivoluzionaria. “Quasi tutte le guerre iniziate negli ultimi 50 anni sono state il risultato di bugie dei media” ci dice Julian Assange.
Non c’è altro interesse da difendere. Le notizie vanno date.
La censura di guerra è partita da molto lontano ed è da più di un decennio, dalla sbornia colorata del 2011, che siamo abbondantemente sotta la linea di galleggiamento. Dirottare l’opinione pubblica di un intero continente in queste forme significa una sola cosa: preparare la guerra.
La menzogna ha intaccato in profondità ogni nostro ragionamento sull’esistente.
Quando chiudi entrambi gli occhi puoi solo andare a sbattere.
Io ho urlato più che ho potuto.
Ora teniamoci forte prima dello schianto.

Michelangelo Severgnini è un regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto “Exodus” in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film “L’Urlo”.

(Fonte)

Dalla pandemia alla guerra

La crisi raccontata dal professor Fabio Vighi (Cardiff University)

Dalla “guerra al Virus” alla “guerra di Putin”. Dal rischio di vivere in uno stato d’emergenza permanente alla “demolizione controllata” dell’economia reale, attraverso strumenti di controllo biopolitico, quali il Green Pass. Partendo dal periodo pre-pandemico il professor Fabio Vighi ripercorre la crisi strutturale in cui siamo piombati e dalla quale sembra quasi impossibile uscire. Codirettore, unitamente ad Heiko Feldner, dell’Ideology Critique and Žižek Studies (centro che promuove la ricerca nell’ambito della teoria critica e politica), Fabio Vighi è professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University. Vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000, dove studia l’ideologia del “capitalismo di emergenza”. Ha pubblicato numerosi volumi in lingua inglese, tra cui Critical Theory and the Crisis of Contemporary Capitalism (2015) e Unworkable: Delusions of an Imploding Civilization (2022). Gli scenari prospettati dal docente non sono rassicuranti. Sui problemi dell’Italia e degli Italiani il professore si rifà a un’affermazione lucida e impietosa di Pier Paolo Pasolini: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”.

Professore, con la guerra tra Russia e Ucraina sembra sia iniziato il secondo tempo dello stesso, macabro film. La sceneggiatura è simile a quella utilizzata per la pandemia, di cui ormai non parla più nessuno: fino a poco tempo fa i nemici erano i no-vax, ora sono i Russi e, in particolare, Putin. Dove si può collocare la verità?

“Credo che la verità si debba collocare a livello sistemico. Il capitalismo globalizzato a trazione finanziaria, per come ci si presenta dalla crisi del 2008, ha un disperato bisogno di continue emergenze per giustificare manovre monetarie espansive sempre più grottesche, che dividono il mondo tra una sparuta élite di ultra ricchi (il cosiddetto 0,01%) e masse sempre più impoverite e disorientate”.

Più precisamente…

“La necessità di creare emergenzialismo a getto continuo ha due motivazioni principali: 1) giustificare la creazione di montagne di debito a basso costo da parte delle banche centrali (Federal Reserve in primis) – debito che viene perlopiù investito in altro debito nei mercati finanziari; 2) permettere di scaricare la responsabilità della crisi economica reale sulla figura del Mostro, come si sta facendo ora, per esempio, con l’inflazione attribuita a Putin. Attraverso la produzione seriale di emergenze si cerca dunque di nascondere una crisi strutturale di valorizzazione. Ciò significa che il sistema capitalistico ha raggiunto il suo limite espansivo e non è più in grado di generare sufficiente ricchezza per la riproduzione sociale. Questa impotenza lo rende totalmente dipendente dall’ideologia dell’emergenzialismo. Da qui la transizione fluida da Virus a Putin, che assolvono praticamente lo stesso ruolo di “garanti” di un sistema ormai senescente trainato da denaro creato artificialmente con il click del mouse di un computer. Il gigantismo del capitalismo finanziario è la tragica conseguenza del sopravvenuto nanismo dell’economia capitalistica reale – una situazione ormai irreversibile”.

Il virus esisteva davvero e, talora, uccideva veramente. Pure le bombe ammazzano, ma perché l’Italiano medio deve fare sempre il “tifoso”, accettando la costruzione di un nemico? All’Italia non conveniva rimanere neutrale, anziché fornire armi ed equipaggiamenti all’Ucraina? L’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra…

“Non scopriamo nulla di nuovo nel dire che l’Italia è eterodiretta, non solo culturalmente ma anche perché piena zeppa di basi militari USA. Siamo ridotti allo stato di colonia e da colonia veniamo trattati, con il consenso di una classe politica sempre più ignorante e opportunistica. In più possiamo vantare una situazione economica disastrosa (debito pubblico) che non ci lascia molto spazio di manovra a livello negoziale. Purtroppo, la logica dello stato di emergenza (se non di eccezione), che ormai è strutturale, vince a mani basse sulla Costituzione. Lo stato di emergenza viene trattato come merce di scambio rispetto ad aiuti economici, nella fattispecie (per l’Italia) dalla BCE – aiuti che ovviamente comportano ulteriore indebitamento nonché l’imposizione delle famigerate riforme. Insomma un cappio al collo che si stringe lentamente fino a soffocarci. Le sembra un caso che lo stato di emergenza per Covid, imposto dal governo Draghi, scada il 31 marzo, proprio in concomitanza con la scadenza del PEPP (programma di sostegno pandemico della BCE)? Le pare che questa scadenza sia motivata da ragioni sanitarie?”.

Cosa accadrebbe se la BCE smettesse di acquistare il nostro debito?

“Se la BCE dovesse smettere di acquistare il nostro debito piomberemmo subito in recessione. Le ultime dichiarazioni della Lagarde in merito alla riduzione dell’APP (che andrà a sostituire gli aiuti emergenziali del PEPP) avevano indotto a ipotizzare un rapido ritorno alla fine del 2011, quando i rendimenti sui BTP a 10 anni s’impennarono oltre il 7%, sdoganando le cosiddette ‘riforme strutturali’. Se non fosse che proprio ieri (17 marzo) la Lagarde ha fatto retromarcia: dopo appena una settimana, alla luce degli eventi in Ucraina, si dice già pronta a frenare sulla stretta monetaria. Tutto come ampiamente previsto. La guerra di Putin sarà spremuta oltre l’immaginabile per giustificare la creazione di denaro (debito) dal nulla – esattamente come successo con Covid-19. Quanto agli italiani, così li descriveva Pasolini negli anni ’60: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. Dopo oltre mezzo secolo, la situazione è addirittura peggiorata. Il cosiddetto “popolo italiano” tende a rispondere direttamente agli algoritmi del sistema di dominio tecnocratico, mentre le classi medie sono in preda a un irrigidimento conformistico sempre più cieco e disperato, la cui funzione è negare ostinatamente il loro graduale ma inesorabile impoverimento, la loro perdita di status. Non che vada meglio altrove, ma forse non è un caso che l’Italia sembri essere il terreno ideale su cui testare i programmi distopici del futuro (il famoso ‘laboratorio sociale’)”.

Parliamo delle sanzioni comminate alla Russia e delle loro possibili ripercussioni economiche. Alcune banche russe, ad esempio, sono fuori da Swift: chi si farà più male? La Russia o l’Europa? L’Italia rischia la bancarotta?

“Quello delle sanzioni è un argomento delicato, perché non si capisce a chi possano giovare. Se la Russia dovesse crollare, come ci raccontano i media, credo abbia risorse per riprendersi abbastanza velocemente, anche grazie allo spostamento dell’asse commerciale verso la Cina, che è già in cantiere da tempo. D’altra parte, molte banche d’investimento occidentali sono pesantemente esposte al debito russo, quindi rischiano contraccolpi molto dolorosi. Senza contare il danno economico diretto che le sanzioni avranno soprattutto sull’Europa, vista la sua dipendenza dalla Russia, non solo energetica ma riguardante tutta la filiera alimentare, a partire dai fertilizzanti. Credo per altro che vi sia un’ipocrisia di fondo nell’imposizione di queste sanzioni, che si misura sul semplice fatto che Gazprombank ne è rimasta esclusa, proprio perché responsabile del commercio del gas russo con l’Europa. Come ha sintetizzato Wolfgang Munchau (ex Financial Times): “L’UE fa il tifo per l’Ucraina da una comoda distanza di sicurezza, osservando il conflitto da salotti riscaldati dal gas russo.” Se le cose stanno così, cioè se le sanzioni si riveleranno non un bazooka ma una pistola ad acqua, se non addirittura un boomerang, allora la spiegazione dev’essere ricercata a un livello di analisi più profondo”.

Quale?

“In primo luogo sono ingrediente fondamentale nella narrazione di quella che potremmo chiamare la Putin-pandemia: facilitano cioè la “mostrificazione” di Putin, la sua elevazione a nemico pubblico numero uno, che d’incanto ci mette dalla parte giusta della storia – la parte del Bene. Noi infatti siamo gli occidentali virtuosi che non bombardano popoli biondi e dagli occhi azzurri, ma solo popoli evidentemente meno degni di commozione umanitaria (iracheni, libici, afgani, siriani, somali, etc.); che sono, come purtroppo si sente dire sui media, meno civilizzati, meno simili a noi. È evidente che questa strategia servirà a scaricare su Putin e la Russia sia la colpa di un’inflazione in realtà strutturale, che la responsabilità di tutte le misure emergenziali che dovremo continuare a sciropparci per motivi che non hanno nulla a che vedere con Putin. In ultima istanza questo atteggiamento servirà a giustificare quella che ho chiamato la ‘demolizione controllata’ dell’economia reale, sia in Italia che altrove”.

I principali esportatori di gas verso l’Italia sono Russia (pari al 46% circa) e, in misura inferiore, Algeria, Qatar, Norvegia e Libia. A chi ci rivolgeremo, qualora Putin decidesse di chiudere il “rubinetto” e quale prezzo dovremo pagare? Ci “salverà” forse lo Zio Sam?

“Un prezzo molto alto, letteralmente. Se Putin dovesse chiudere il rubinetto (ma non credo lo farà), sarebbero guai seri – almeno nell’immediato. Il costo del gas liquido USA è molto alto rispetto a quello del gas naturale russo, con tutto ciò che ne consegue. Oltre al fatto che la domanda di gas europeo è molto superiore alla capacità di esportazione del gas liquido americano. Tutto ciò però non è affatto casuale, ma il frutto di un cambio di paradigma interno al ciclo di accumulazione capitalistica.”

Può chiarirci il concetto?

“Questo cambio di paradigma prevede il potenziamento del settore finanziario (ovvero la creazione di bolle strutturali), a cui giocoforza corrisponde la demolizione controllata dell’economia reale. Dopo più di quarant’anni di neoliberismo, siamo giunti a un vero e proprio capovolgimento della ricetta capitalistica originale: il valore, cioè la ricchezza economica, non si crea più attraverso investimento nel lavoro umano, ma attraverso sempre più audaci speculazioni finanziarie (dove è il denaro stesso che viene messo al lavoro). La finanza non è più appendice dell’economia reale, ma quest’ultima è appendice della finanza. Basti pensare che il valore della bolla dei derivati oggi è almeno dieci volte quello del PIL globale. Questa situazione capovolta è ormai parossistica, e produce una serie di violente, assurde e criminose contraddizioni (dalla ‘guerra al Virus’ alla ‘guerra di Putin’) che credo possano essere contenute solo attraverso l’irrigidimento autoritario (o totalitario) del capitalismo stesso”.

I mercati sono in subbuglio: dove conviene investire? C’è chi è tentato dall’oro, il cui prezzo però è salito alle stelle…

“Prima o poi è evidente che le attuali “bolle di tutto” scoppieranno, perché gonfiate all’inverosimile dalle banche centrali, e dunque in massima parte artificiali, cioè dissociate rispetto al valore generato nell’economia reale (che infatti è in caduta libera, mentre i mercati continuano a salire, pur con le consuete correzioni di rito). Tuttavia, con nemici di questo calibro (Virus, Putin, poi Clima e probabilmente una riedizione pandemica, o chissà cos’altro) il redde rationem continua a essere rimandato. Il campanello d’allarme sarà, credo, il mercato del debito, nella fattispecie i rendimenti sulle obbligazioni USA (Treasuries) a 10 anni. Qualora questi rendimenti dovessero salire improvvisamente e sproporzionatamente sarà segno che ingenti masse di denaro stanno uscendo dal mercato del debito, il che porterebbe a un effetto domino su tutti gli altri mercati, che dipendono appunto dalla leva a debito. I mercati finanziari sono specie di derivati del mercato del debito. Per chi ha la possibilità di investire, credo che oro e metalli preziosi in generale rimangano il bene rifugio più sicuro rispetto alla volatilità economico-finanziaria e all’inflazione. Nelle ultime settimane hanno subito alti e bassi abbastanza clamorosi, ma alla lunga sono tra gli investimenti più sicuri”.

Entriamo nel tema della finanza decentralizzata (DeFi): le criptovalute e la tecnologia blockchain potrebbero rivelarsi utili per “uscire” dal sistema finanziario attuale oppure esse presentano dei rischi?

“Dobbiamo sempre partire dal presupposto fondamentale, e cioè che l’economia capitalistica crea ricchezza reale attraverso investimento nel lavoro produttivo di valore. Quando però il lavoro viene estromesso dalla logica stessa del capitale, che utilizza tecnologia per risparmiare sui costi di produzione e garantirsi competitività, allora si crea un corto circuito da cui non si può pensare di uscire con le criptovalute, che rimangono strumenti finanziari. Il corto circuito di cui parlo è iniziato più di quarant’anni fa, quando la terza rivoluzione industriale (microelettronica) ha cominciato ad automatizzare la produzione industriale a un livello tale che più lavoro umano veniva estromesso di quanto ne venisse riassorbito. Questo processo di svalorizzazione dell’economia attraverso automazione tecnologica è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, da qui la precarizzazione ormai strutturale del lavoro. In ultima istanza, per quanto mi riguarda, i rischi della finanza decentralizzata sono quelli di un modello capitalistico senescente, che ha abbandonato la sua formula fondativa ed è sempre più in balìa di una deriva iper-finanziaria destinata al collasso. La criptovalute possono essere una soluzione parziale, ma non credo possano dare vita a un tipo di capitalismo virtuoso perché decentralizzato. Il fatto poi che dipendano da tecnologia blockchain significa che possono essere semplicemente spente da chi controlla tale tecnologia. Non dimentichiamo che ormai tutte le maggiori banche centrali stanno sperimentando l’utilizzo di valute digitali basate proprio su tecnologia blockchain”.

Torniamo al virus. È ormai evidente a tutte le persone di buonsenso l’inutilità del Green Pass sotto l’aspetto sanitario. Qual è, in realtà, il fine del lasciapassare? Potrebbe rimanere per sempre oppure trasformarsi in qualcos’altro?

“Il Green Pass è uno strumento di controllo biopolitico che serve (e servirà sempre più) a chi detiene il monopolio del potere economico in un contesto di contrazione strutturale. La digitalizzazione della vita è fondamentale per il controllo monetario dall’alto, cioè da parte di quelle banche centrali che, nelle loro intenzioni, si faranno garanti della nostra sopravvivenza tramite appunto sottomissione a una sorta di schiavitù monetaria. Agustin Carstens, capo della Banca dei Regolamenti Internazionali (la ‘banca centrale di tutte le banche centrali’) lo ha detto senza peli sulla lingua: “Tramite CBDC (central bank digital currencies) vogliamo poter controllare capillarmente l’utilizzo del denaro!”. Per far questo sarà necessaria sia la digitalizzazione completa delle valute che la loro centralizzazione attraverso tecnologia blockchain. Il Green Pass è un passo in questa direzione distopica. Certo rimane ancora molto lavoro da fare rispetto all’installazione dell’infrastruttura tecnologica, e questo è fonte di speranza. Ma bisogna esserne consapevoli”.

Lei ha scritto che “la finanza non è crollata perché è stato necessario imporre i lockdown; piuttosto, è stato necessario imporre i lockdown perché la finanza stava crollando”. Tuttavia numerose attività sono fallite o comunque andate in crisi a causa delle restrizioni. Può descriverci quanto è avvenuto?

“Tornando al periodo immediatamente pre-pandemico, la mia analisi sviluppa le conseguenze di un’osservazione elementare. Dopo un decennio di QE strutturale (Quantitative Easing, cioè acquisti di asset finanziari da parte delle banche centrali), nel settembre 2019 il mercato dei prestiti interbancari di Wall Street (cosiddetto ‘repo’), che fornisce liquidità immediata a tutti i principali speculatori e in particolare alle quattro maggiori megabanche americane (JP Morgan, Citibank, Bank of America e Goldman Sachs), si è improvvisamente congelato, spedendo i tassi d’interesse sui prestiti dal 2% al 10%. Si erano formate le condizioni per una trappola di liquidità in grado di contagiare tutti i principali mercati, e dunque di scatenare uno tsunami finanziario di tali dimensioni da far impallidire quello del 2008. A quel punto, per salvare sia le banche che il Tesoro USA, la Federal Reserve ha attivato la stampante (in realtà, creando dollari al computer), che ha permesso di aumentare vertiginosamente il gettito rispetto ai QE precedenti. Si è trattato di un’espansione monetaria assolutamente straordinaria: trilioni di dollari partoriti dal nulla e messi direttamente a disposizione dei cosiddetti primary dealers (operatori primari) della Fed: sia le megabanche USA che quelle internazionali come Deutsche Bank, la giapponese Nomura Securities, Barclays Finance, PNB Paribas, ecc. Nell’ultimo trimestre del 2019, dunque ben prima dell’arrivo di Virus, il bilancio della Fed è cresciuto di 4,5 trilioni di dollari, destinati a salvare le banche e i mercati dal collasso. Un’operazione poi continuata durante la ‘pandemia’, quando lo stimolo emergenziale fu mobilitato su scala globale. Sebbene oggi, a distanza di più di due anni, comincino a uscire i dettagli del salvataggio del settembre 2019, la notizia continua a essere censurata da tutti i maggiori organi di stampa. È in questo contesto che a inizio 2020 interviene, molto tempestivamente, Virus, impedendo a una parte dell’enorme massa monetaria creata dal nulla di mettersi in moto come domanda reale potenzialmente iper-inflattiva. Volente o nolente, il raffreddamento dell’economia globale dovuto a Covid-19 ha consentito di riassestare un settore finanziario di nuovo giunto sull’orlo del precipizio, rimandando le magagne dell’inflazione e del rialzo dei tassi alle prime timide riaperture ‘da variante’”.

E cosa c’entrano i lockdown?

“Allo stesso tempo, i lockdown hanno permesso l’ulteriore rafforzamento dei capitali a più alto market cap, da Big Tech a Big Pharma e alle megabanche. In effetti, negli ultimi due anni abbiamo assistito a un fenomeno che la dice lunga sulla presunta sostenibilità del nostro modello socio-economico: da una parte gli indici finanziari sono in costante crescita, dall’altra un’economia globale in caduta libera. Basti pensare che Apple, l’azienda con più alto market cap al mondo (2,8 trilioni abbondanti, dunque superiore al PIL di quasi tutti i paesi al mondo, inclusi Gran Bretagna, Francia e Italia) impiega circa 100.000 lavoratori. Penso che questo sia solo l’inizio di un nuovo modello di capitalismo autoritario di tipo neo-feudale, in cui i grandi monopoli tendono a esercitare signoraggio monetario sulle grandi masse impoverite”.

Le autorità sanitarie hanno sempre sostenuto che solo i vaccini ci avrebbero condotto fuori dall’emergenza. Perché le cure domiciliari precoci sono state snobbate e i medici che si sono discostati dai protocolli ufficiali hanno subito spesso insulti e procedimenti disciplinari? Chi avrebbe avuto interesse ad ostacolare le cure?

“Rispondo con una domanda: com’è potuto succedere tutto ciò se non attraverso un’operazione coordinata dall’alto? Non dev’essere stato neppure troppo difficile, considerando sia gli intrecci di interessi tra economia, politica e sanità, che il potere esercitato da organismi transnazionali già esistenti e operativi. Una volta partito l’ordine dall’alto, per esempio rispetto alla sospensione delle cure domiciliari, si dev’essere avviato un passaggio di consegne verso il basso che ha garantito la riuscita dell’operazione. Chi non è stato al gioco è stato, molto semplicemente, fatto fuori – cioè escluso dalla possibilità di dissociarsi dai protocolli ufficiali. Come nel caso della ‘guerra di Putin’, l’obiettivo era alimentare il terrore per garantire stato di emergenza e chiusura della società (modello lockdown), e di conseguenza l’attuazione di politiche monetarie straordinarie – cosa che solo un’emergenza globale poteva legittimare”.

È guerra anche tra i colossi farmaceutici. Il vaccino russo Sputnik (somministrato ad esempio a San Marino) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione da EMA, tant’è che solo recentemente è stato riconosciuto dall’Italia ai fini del Pass. Nel frattempo, l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha dichiarato: “Sospendiamo la cooperazione per Sputnik, perché la scienza deve essere al servizio della pace e non della guerra, come ha ricordato il Papa”. Esiste quindi un vaccino dei “giusti”, “timorati di Dio”?

“Ciò dimostra quanto tutto ciò che ci sta accadendo sia conseguenza dell’unica ‘scienza’ che conta, quella economica. Perché il vero malato terminale qui è il capitalismo in versione turbo-finanziaria, che allo stesso tempo è anche il virus che ci sta distruggendo”.

Stiamo vivendo un’emergenza permanente: prima la pandemia, ora la guerra. Quando i diritti inderogabili dell’uomo saranno restituiti alla loro originaria natura? Ci attende una realtà distopica, caratterizzata da lockdown a intermittenza, coprifuochi preventivi e nuovi strumenti per congelare e trasformare l’economia?

“Purtroppo credo di sì. Al momento non si vede altro all’orizzonte. Serve una presa di coscienza collettiva che possa portarci sia a resistere che a tentare di sovvertire questa logica economica cieca e pulsionale, che ci sta trascinando verso una nuova frontiera di totalitarismo. Il capitalismo che ci attende è quello del lockdown più o meno permanente, cioè della regimentazione forzata della vita, che ci verrà venduto come soluzione dolorosa ma necessaria (il “sacrificio” di cui già parla apertamente Biden) per salvaguardare la nostra libertà, la nostra democrazia, e soprattutto la nostra vita, da minacce esterne. In realtà è l’esatto contrario: le minacce esterne, cioè la produzione industriale di emergenzialismo, rappresentano la strategia, disperata e insieme criminosa, con cui il nostro sistema capitalistico ha scelto di negare l’evidenza della propria involuzione implosiva, prolungando dunque la propria agonia”.

(Fonte)

Anime belle

Una risposta data sui social a un pacifista dell’ultim’ora.

Peccato che tutte queste belle anime non l’abbia mai viste quando andavamo a protestare a Camp Darby contro le ingerenze USA e contro le atomiche stivate nella loro base, sotto i nostri piedi; peccato non aver visto queste anime belle strapparsi i capelli quando siamo andati ad Aviano a protestare contro i bombardamenti sui civili indifesi in Jugoslavia; peccato non abbia visto nessuna di queste anime pure in Iraq, quando, nel 2003, ci siamo offerti come scudi umani per difendere un Paese aggredito con false accuse (Colin Power docet) e una popolazione decimata da 15 anni di embargo.

Peccato che non abbia incontrato nessuno di queste belle anime quando, nel 2007, abbiamo cercato di entrare a Gaza da Eretz, per forzare il criminale assedio imposto ai Palestinesi. Peccato che non ho sentito nemmeno una di queste belle anime quando i francesi hanno bombardato la Libia e ucciso Gheddafi perché voleva una moneta africana, che portasse i giusti guadagni agli Africani nella vendita dei loro prodotti e che avrebbe distrutto quella francese. Peccato che non abbia sentito un gemito, provenire da tutte queste belle anime a sostegno della Siria, aggredita dai tagliagole al soldo USA.

Peccato non aver udito lo sdegno, di queste anime candide, contro i bombardamenti dello Yemen, da parte degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita. Peccato che in otto anni, non abbia mai sentito dire, da queste anime innocenti, una parola sui civili del Donbass, aggrediti da nazifascisti, torturati, bruciati e vessati.

E non ho mai sentito nessuna, di queste anime belle, dire una parola a favore di Assange, imprigionato come un criminale per aver fatto seriamente il suo lavoro di giornalista ed aver scoperto le bugie statunitensi dietro alle loro aggressioni. Le sento tutte ora, questa miriade di belle anime, che si straccia le vesti, i capelli, che compete su chi è più pacifista, naturalmente facendo collette e avallando un governo che invia armi in territorio di guerra. Ma vi rendete conto, anime belle, di quanto fate vomitare con la vostra infame retorica?

Maria Grazia Da Costa

(Fonte)

Donetsk, 14 marzo 2022

Ucraina e Libia: due facce della stessa guerra e la profezia di Gheddafi

C’è un sottile filo rosso che collega la crisi in Ucraina con il caos libico. Ucraina e Libia sono due scenari apparentemente distanti dal punto di vista geopolitico e strategico. Ma il destino delle due nazioni si interseca a causa degli interessi contrastanti delle grandi potenze regionali e mondiali in ciascuno dei due scenari. Proviamo a capire perché.

In Europa orientale, la crisi è stata innescata dalla costante pressione dell’Alleanza Atlantica verso i confini della Russia. Dal 1990 ad oggi, dopo lo scioglimento dell’URSS, la NATO ha rosicchiato territori su territori e l’Ucraina, di cui Mosca ha sempre rivendicato uno status “neutrale”, è a un passo dall’abbracciare il Patto Atlantico. Dal 2014, la crisi del Donbass è stata aggravata dalla politica russofoba attuata da Kiev.

La Libia, invece, è preda di interessi internazionali dal 2011. Dopo il rovesciamento del regime di Gheddafi, la storia della Libia è segnata da guerre civili e guerre per procura. La Libia era essenzialmente divisa in tre regioni (Tripolitania, Fezzan e Cirenaica) e una serie di enclavi (Misurata e Sirte) controllate da formazioni paramilitari.

L’anno scorso, con il Forum di Ginevra, è stata tracciata una road map per portare la Libia a libere elezioni. Il governo di transizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato affidato a Dbeibah, imprenditore originario di Misurata, legato alla famiglia Gheddafi e per lungo tempo a capo del fondo libico che gestiva il tesoro libico all’estero.

Il tentativo di convincere la Libia a votare alla fine dell’anno scorso si è rivelato un totale fallimento. Solo la mediazione tra Ankara (le cui forze militari controllano la capitale libica) e la Russia (che ha sempre sostenuto il generale Haftar, vero deus ex machina della Cirenaica e parte del Fezzan) sembrava capace di riportare la Libia alla normalità. Nacque così il governo guidato da Fathi Bashaga (ex ministro dell’Interno di orientamento filo-turco), con l’appoggio dell’Esercito nazionale libico di Haftar e del parlamento di Tobruk. Bashaga è stato proclamato premier con la sessione di ieri sera [3 Marzo 2022 – n.d.c.]. Ma da Tripoli, Dbeibah contesta la legittimità di quel governo e afferma di essere ancora il capo dell’esecutivo ad interim.

Dbeibah ha chiuso lo spazio aereo libico per impedire la proclamazione del governo Bashaga. E ieri mattina le forze paramilitari di Misurata, legate al premier designato dalle Nazioni Unite, hanno rapito a Tobruk due ministri esecutivi appena eletti. È impensabile, anzi è impossibile, che Dbeibah abbia deciso tutto da solo. Dbeibah è responsabile delle sue azioni alla missione delle Nazioni Unite in Libia, guidata dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams. La Libia è ancora una volta di fronte al rischio di una guerra civile, con due governi in lizza per il potere.

Da che parte stanno le potenze mondiali? Dbeibah è l’uomo piazzato a Tripoli dalle Nazioni Unite. Espressione del consenso di Washington, per intenderci. Il governo Bashaga, invece, è sostenuto da Turchia e Russia.

Alla vigilia del voto di Tobruk, il ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione di sostegno a Bashaga: “La Russia ha accolto con favore il voto di fiducia del parlamento libico al nuovo governo guidato da Fathi Bashagha. Ha sottolineato di essere pronto a cooperare, e ad andare avanti con una soluzione politica globale in Libia”. “Vediamo la decisione del parlamento libico come un passo importante per superare la lunga crisi in Libia” al fine di raggiungere un “accordo nazionale attraverso un ampio inter-dialogo”, ha affermato il ministero degli Esteri russo.

Consegnare la Libia all’influenza russa sarebbe un’incredibile battuta d’arresto dal punto di vista geopolitico per Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno sempre cercato di guidare le sorti del Paese nordafricano.

Pertanto, non è certo un caso che la nuova crisi libica sia esplosa in concomitanza con il conflitto in Ucraina. Nel 2009, l’allora leader libico Gheddafi lanciò una profezia su ciò che potrebbe accadere nell’Europa orientale. Intervistato dalla TV russa il 14 agosto 2009, Muammar Gheddafi prestò particolare attenzione alla crisi tra Russia e Ucraina. Egli avvertì che i piani di espansione della NATO a est rappresenterebbero una minaccia diretta per gli interessi e la sicurezza della Russia. “Oggi la NATO sta cercando di trascinare le ex repubbliche sovietiche sotto il suo controllo, questo può essere descritto solo come una vera minaccia per la Russia”, affermò. Gheddafi espresse anche la sua preoccupazione per le relazioni tese tra Russia e Ucraina, dicendo: “durante la mia visita in Ucraina, ero convinto che ci fossero seri problemi tra i due Paesi. Uno di questi problemi sono i tentativi della leadership ucraina di aderire alla NATO”.

Gheddafi aggiunse che l’espansione della NATO, e il suo tentativo di accogliere i Paesi dell’Europa orientale come membri, è una “pericolosa provocazione e un tentativo di accerchiare e soggiogare la Russia. Questo è un Paese che non può essere facilmente assediato e sconfitto, come è stato dimostrato nel corso della storia”. Dodici anni dopo, la storia ha dato ragione al leader libico estromesso.

Piero Messina

[Fontetraduzione con alcune modifiche a cura della redazione]

Segui i soldi: come la Russia aggirerà la guerra economica occidentale

Gli Stati Uniti e l’UE stanno esagerando con le sanzioni russe. Il risultato finale potrebbe essere la de-dollarizzazione dell’economia globale e la massiccia carenza di materie prime in tutto il mondo.

Di Pepe Escobar per The Cradle

Quindi una congregazione di pezzi grossi della NATO nascosti nelle loro casse di risonanza mediatiche prende di mira la Banca Centrale russa con sanzioni e si aspetta cosa? Biscottini?

Quello che invece hanno ottenuto sono state le forze di deterrenza russe portate a “uno speciale regime di servizio” – il ché comporta che le flotte del Nord e del Pacifico, il comando dell’aviazione a lungo raggio, i bombardieri strategici e l’intero apparato nucleare russo siano tutti quanti in stato massima allerta.

Un generale del Pentagono ha fatto molto rapidamente i calcoli di base su ciò appena avvenuto, e solo pochi minuti dopo, una delegazione ucraina è stata inviata a condurre negoziati con la Russia in una località segreta a Gomel, in Bielorussia.

Nel frattempo, nei regni vassalli, il governo tedesco era impegnato a “porre limiti ai guerrafondai come Putin” – un impegno piuttosto grande considerando che Berlino non ha mai posto tali limiti per i guerrafondai occidentali che hanno bombardato la Jugoslavia, invaso l’Irak o distrutto la Libia in completa violazione della legge internazionale.

Pur proclamando apertamente il loro desiderio di “fermare lo sviluppo dell’industria russa”, danneggiare la sua economia e “rovinare la Russia” – facendo eco agli editti americani su Irak, Iran, Siria, Libia, Cuba, Venezuela e altri nel Sud del mondo – i tedeschi possibilmente potrebbero non riconoscere un nuovo imperativo categorico.

Finalmente sono stati liberati dal loro complesso di responsabilità della Seconda Guerra Mondiale nientemeno che dal presidente russo Vladimir Putin. La Germania è finalmente libera di sostenere e armare di nuovo i neonazisti – ora nella varietà del battaglione ucraino Azov.

Per capire in che modo queste sanzioni della NATO “rovineranno la Russia”, ho chiesto la succinta analisi di una delle menti economiche più competenti del pianeta, Michael Hudson, autore, tra gli altri, di un’edizione rivista dell’imperdibile Super-imperialismo: la strategia economica dell’impero americano .

Hudson ha osservato come sia “semplicemente agghiacciato dall’escalation quasi atomica degli Stati Uniti”. Sulla confisca delle riserve estere russe e sulla chiusura per la Russia dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, il punto principale è che “ci vorrà del tempo prima che la Russia introduca un nuovo sistema con la Cina. Il risultato porrà fine alla dollarizzazione per sempre, poiché i Paesi minacciati di “democrazia” o che mostrano indipendenza diplomatica avranno paura a usare le banche statunitensi”.

Questo, secondo Hudson, ci porta alla “grande domanda: se l’Europa e il gruppo dei Paesi del dollaro potranno ancora acquistare materie prime russe – cobalto, palladio, ecc. e se la Cina si unirà alla Russia nell’embargo di questi minerali”.

Hudson è fermamente convinto che “la Banca Centrale russa, ovviamente, ha attività bancarie estere per intervenire sui mercati valutari per difendere la sua valuta dalle fluttuazioni. Il rublo è precipitato. Ci saranno nuovi tassi di cambio. Eppure spetta alla Russia decidere se vendere il proprio grano all’Asia occidentale, che ne ha bisogno; o smettere di vendere gas all’Europa attraverso l’Ucraina, ora che gli Stati Uniti possono prenderlo”.

Sulla possibile introduzione di un nuovo sistema di pagamento Russia-Cina aggirando il sistema SWIFT e combinando il sistema russo SPFS (System for Transfer of Financial Messages) con il  sistema cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), Hudson non ha dubbi “il sistema russo-cinese sarà implementato. Il Sud del mondo cercherà di unirsi e allo stesso tempo manterrà il sistema SWIFT, spostando le proprie riserve nel nuovo sistema”.

Ho intenzione di de-dollarizzare me stesso

Quindi, gli stessi Stati Uniti, con un altro enorme errore strategico, accelereranno la de-dollarizzazione. Come ha detto al Global Times l’amministratore delegato di Bocom International, Hong Hao, con la de-dollarizzazione del commercio energetico tra Europa e Russia “sarà l’inizio della disintegrazione dell’egemonia del dollaro”.

È un ritornello che l’amministrazione statunitense stava sentendo tranquillamente la scorsa settimana da alcune delle sue più grandi banche multinazionali, incluse banche degne di nota come JPMorgan e Citigroup.

Un articolo di Bloomberg riassume le loro paure collettive:

“L’allontanamento della Russia dal sistema globale critico – che gestisce 42 milioni di messaggi al giorno e che funge da ancora di salvezza per alcune delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo – sarebbe controproducente, aumenterebbe l’inflazione, spingendo la Russia più vicino alla Cina, e metterebbe al riparo le transazioni finanziarie dal controllo dell’Occidente. Potrebbe anche incoraggiare lo sviluppo di un’alternativa allo SWIFT, che potrebbe, alla fine, danneggiare la supremazia del dollaro USA”.

Coloro che hanno un quoziente di intelligenza superiore a 50 nell’Unione Europea devono aver capito che la Russia semplicemente non può essere totalmente esclusa da SWIFT, ma forse solo alcune delle sue banche: dopotutto, i trader europei dipendono dall’energia russa.

Dal punto di vista di Mosca, questo è un problema minore. Diverse banche russe sono già collegate al sistema CIPS cinese. Ad esempio, se qualcuno vuole acquistare petrolio e gas russo con CIPS, il pagamento deve essere nella valuta cinese yuan. CIPS è indipendente dal sistema SWIFT.

Inoltre, Mosca ha già collegato il suo sistema di pagamento SPFS non solo alla Cina, ma anche all’India e ai Paesi membri dell’Unione Economica Eurasiatica. SPFS si collega già a circa 400 banche.

Con sempre più società russe che utilizzano i sistemi SPFS e CIPS, anche prima della loro fusione, ed altre manovre per aggirare il sistema SWIFT, come l’utilizzo del baratto – ampiamente utilizzato dal sanzionato Iran – e con le banche agenti, la Russia potrebbe compensare almeno il 50% delle perdite commerciali.

Il fatto chiave è che la fuga dal sistema finanziario occidentale dominato dagli Stati Uniti è ora irreversibile in tutta l’Eurasia e ciò procederà di pari passo con l’internazionalizzazione dello yuan.

La Russia ha la sua valigetta di trucchi

Nel frattempo, non stiamo neanche ancora parlando delle ritorsioni russe per queste sanzioni. L’ex presidente Dmitry Medvedev ha già dato un accenno: tutto, dall’abbandono di tutti gli accordi sulle armi nucleari con gli Stati Uniti al congelamento dei beni delle aziende occidentali in Russia, è sul tavolo.

Allora, cosa vuole “L’impero delle Menzogne”? (Termine putiniano, dalla riunione di lunedì 28 febbraio a Mosca per discutere la risposta alle sanzioni).

In un articolo pubblicato questa mattina, deliziosamente intitolato L’America sconfigge la Germania per la terza volta in un secolo: MIC, OGAM e FIRE conquistano la NATO, Michael Hudson tocca una serie di punti cruciali, a cominciare da come “la NATO è diventata l’entità che detta la politica estera dell’Europa, fino al punto di dominare gli interessi economici interni”.

Hudson delinea le tre oligarchie che controllano la politica estera degli Stati Uniti.

La prima di queste tre oligarchie è il complesso militare-industriale, che Ray McGovern coniò in modo memorabile come MICIMATT (Military Industrial Congressional Intelligence Media Academia Think Tank). Hudson definisce la sua base economica come “rendita monopolistica, ottenuta soprattutto dalla vendita di armi alla NATO, agli esportatori di petrolio dell’Asia occidentale e ad altri Paesi con un surplus di bilancia dei pagamenti”.

La seconda è il settore petrolifero e del gas, affiancato da quello minerario (OGAM: Oil Gas Mineral). Il suo scopo è “massimizzare il prezzo dell’energia e delle materie prime in modo da massimizzare la rendita delle risorse naturali. Il monopolio del mercato petrolifero dell’area del dollaro e l’isolamento dal petrolio e dal gas russi è stata una delle principali priorità degli Stati Uniti da oltre un anno, poiché l’oleodotto Nord Stream 2 dalla Russia alla Germania minacciava di collegare insieme l’economia dell’Europa occidentale e quella russa”.

La terza ed ultima oligarchia è il settore “simbiotico” finanziario, assicurativo e immobiliare (FIRE: Finance, Insurance Real Estate), che Hudson definisce “la controparte della vecchia aristocrazia fondiaria post-feudale europea che vive di rendite fondiarie”.

Mentre descrive questi tre settori di portatori di rendite che dominano completamente il capitalismo finanziario postindustriale nel cuore del sistema occidentale, Hudson osserva che “Wall Street è sempre stata strettamente fusa con l’industria del petrolio e del gas (ovvero conglomerati bancari quali ad esempio Citigroup e Chase Manhattan).”

Hudson mostra come “l’obiettivo strategico più urgente degli Stati Uniti nel confronto della NATO con la Russia è l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas. Oltre a creare profitti e guadagni sul mercato azionario per le società statunitensi, l’aumento dei prezzi dell’energia sottrarrà gran parte del vigore all’economia tedesca”.

Egli avverte come i prezzi dei generi alimentari aumenteranno “guidati dal grano”. (La Russia e l’Ucraina rappresentano il 25% delle esportazioni mondiali di grano.) Dal punto di vista del Sud del mondo, è un disastro: “Questo metterà in difficoltà molti Paesi dell’Asia occidentale e del Sud del mondo carenti di cibo, peggiorando la loro bilancia dei pagamenti e minacciando l’insolvenza del debito estero.”

Per quanto riguarda il blocco delle esportazioni di materie prime russe, “esso minaccia di causare interruzioni nelle catene di approvvigionamento di materiali chiave, inclusi cobalto, palladio, nichel, alluminio”.

E questo ci porta, ancora una volta, al cuore della questione: “Il sogno a lungo termine dei nuovi guerrieri statunitensi della nuova Guerra Fredda è quello di smantellare la Russia, o almeno ripristinare la sua cleptocrazia manageriale cercando di incassare le loro privatizzazioni nei mercati  azionari occidentali.

Ciò non succederà. Hudson vede chiaramente come “la più enorme conseguenza involontaria della politica estera statunitense sia stata quella di guidare insieme Russia e Cina, insieme a Iran, l’Asia centrale e i Paesi lungo la Nuova Via della Seta”.

Confischiamo un po’ di tecnologia

Ora confrontate quanto sopra con la prospettiva di un magnate degli affari dell’Europa centrale con vasti interessi, ad est ed ovest, e che fa tesoro della sua discrezione.

In uno scambio di e-mail, il magnate degli affari ha espresso seri dubbi sul possibile sostegno della Banca Centrale russa alla propria valuta nazionale, il rublo, “che secondo la pianificazione statunitense viene ad essere distrutta dall’Occidente attraverso sanzioni e branchi di lupi nel settore delle valute che si stanno esponendo vendendo rubli allo scoperto. Non c’è davvero quasi nessuna somma di denaro che possa battere i manipolatori del dollaro contro il rublo. Un tasso di interesse del 20 per cento ucciderebbe inutilmente l’economia russa”.

L’uomo d’affari sostiene che l’effetto principale dell’aumento dei tassi “sarebbe quello di disincentivare le importazioni non necessarie. La caduta del rublo è quindi favorevole alla Russia in termini di autosufficienza. Con l’aumento dei prezzi all’importazione, questi beni dovrebbero iniziare ad essere prodotti a livello nazionale. [Fossi al loro posto] lascerei semplicemente cadere il rublo, fino a fargli raggiungere il proprio livello, che sarà per un po’ più basso di quanto le forze naturali consentirebbero, poiché, in questa guerra economica contro la Russia, gli Stati Uniti lo porteranno al ribasso attraverso le sanzioni e la manipolazione delle vendite allo scoperto”.

Ma questo sembra raccontare solo una parte della storia. Probabilmente, l’arma letale nell’arsenale di risposte della Russia è stata individuata dal capo del Centro per le Ricerche Economiche dell’Istituto di Globalizzazione e Movimenti Sociali (IGSO), Vasily Koltashov: la chiave è confiscare la tecnologia – come può accadere se la Russia cessa di riconoscere i diritti statunitensi sui brevetti.

In quella che definisce “proprietà intellettuale americana liberatrice”, Koltashov chiede l’approvazione di una legge russa sugli “Stati amici e ostili” [cosa già avvenuta – n.d.c.]. Se un Paese risulta essere nella lista ostile, allora possiamo iniziare a copiare le sue tecnologie nei settori farmaceutico, industriale, manifatturiero, elettronico, medico. Può essere qualsiasi cosa, dai semplici dettagli alle composizioni chimiche”. Ciò richiederebbe emendamenti alla Costituzione russa.

Koltashov sostiene che “una delle basi del successo dell’industria americana è stata la copia di brevetti stranieri per invenzioni”. Ora, la Russia potrebbe utilizzare “l’ampio know-how della Cina con i suoi ultimi processi produttivi tecnologici per copiare i prodotti occidentali: il rilascio della proprietà intellettuale americana causerà un danno agli Stati Uniti per un importo di 10 trilioni di dollari, solo nella prima fase. Sarà un disastro per loro”.

Allo stato attuale, si stenta a credere alla stupidità strategica dell’UE. La Cina è pronta ad accaparrarsi tutte le risorse naturali russe, con l’Europa ridotta a pietoso relitto, preda di speculatori selvaggi. Sembra che ci sia una divisione totale tra UE e Russia, con pochi scambi rimasti e zero diplomazia.

Ora ascoltate il rumore delle bottiglie di champagne che vengono stappate in tutto il MICIMATT.

(Traduzione a cura della redazione)

Il vero terreno di scontro è il futuro

Ogni tanto mi si accusa di riportare le opinioni di personaggi che non hanno la visione generale della situazione e che pertanto dicono una cosa buona in un senso e cento sbagliate nell’altro.
Partite da un presupposto: non esiste e non esisterà mai un opinion leader che frequenti i palinsesti TV e che quindi influisca sulle masse, che possa permettersi una visione d’insieme, altrimenti non sarebbe lì. Freccero ci ha provato ed è stato subito screditato ed “evaporato”.

La visibilità, e quindi la possibilità di influire sulle coscienze, viene concessa soltanto a personaggi limitati, divisivi, per fare in modo che i seguaci si scannino sulle questioni secondarie e non ci sia accordo sull’esistenza di un progetto a lungo termine.
Da quando è iniziata l’escalation in Ucraina, ci ritroviamo d’accordo con soggetti che hanno sposato in toto la narrazione pandemica, ma che stanno rifiutando quella del Putin impazzito. Non vedono il nesso tra le due cose, per questo stanno in televisione. Non generano unione, scoraggiano la convergenza.
Il problema sorge quando qualcuno comincia ad unire i puntini e a mettere insieme, in una narrazione coerente, fatti apparentemente sconnessi.
Se il pubblico capisce il disegno finale, in un attimo crolla tutto il vantaggio che le élite hanno accumulato nei nostri confronti in decenni. Se si capisce dove vogliono arrivare tutto si incastra improvvisamente in un quadro coerente e risulta più difficile scatenare guerre civili a bassa intensità tra fazioni artatamente contrapposte.

Il nostro obiettivo pertanto deve essere quello di porci al di sopra, soprattutto rispetto ai suddetti personaggi, e di utilizzarli come fa il sistema, alla bisogna, per parlare alle masse, quelle che non hanno la più pallida idea del quadro generale.
Dobbiamo convincere le masse, anche quelle che non credono alla visione d’insieme, a combattere le singole battaglie al nostro fianco.
Se Vauro sostiene le ragioni della Russia io lo sostengo.
Se Vauro sposa la causa pandemica io lo attacco.
Noi siamo al di sopra della sua visione limitata e sfruttiamo la sua credibilità per parlare al suo potenziale pubblico di quello che ci interessa.
Strategia, utilitarismo, pragmaticità.
Se Vauro, per suoi limiti ideologici e strutturali, non riesce ad andare oltre il contingente, non è un nostro problema. Noi facciamo bricolage, non siamo dei designer, dobbiamo cavarcela con i materiali che abbiamo disposizione, a volte anche quelli di scarto possono tornare utili.

Noi portiamo avanti la nostra la nostra “guerra”, coltiviamo e approfondiamo la nostra visione generale, che è perfettamente chiara, e di volta in volta utilizziamo questi personaggetti per quello che ci occorre, salvo poi scaricarli quando si impantanano di nuovo nei loro limiti strutturali e nella necessità di essere accettati dal loro ambito di riferimento.
In questo noi agiremmo esattamente come fa l’over state: si muove con i suoi apparati e i suoi capitali dall’alto e di volta in volta sostiene una parte contro l’altra, in modo tale che ciascuna delle due fazioni porti avanti un pezzo del progetto compatibile con la propria base ideologica.

Il Sistema ha la sua visione, i suoi obiettivi, e se ne frega delle bagatelle locali.
Mi serve, lo uso; non mi serve più, lo scarico.
L’importante è evitare di dare visibilità e quindi far crescere, i soggetti che hanno una visione di insieme, gli strateghi, i deideologizzati, i pragmatici.
Quelli creano problemi seri, perché rompono lo schema binario e conducono alla formazione del polo che potrebbe opporsi allo schema generale.

Oggi serve un nucleo culturale che accetti come elemento costitutivo una visione generale di azione del potere, che la faccia comprendere e che la combatta in ogni suo aspetto, alla radice.
I soggetti inferiori, le menti deboli, i personaggi ancorati alle ideologie e alle categorie ingegnerizzate dal potere, sono parte del problema, ma possono essere utilizzate a nostro vantaggio, anche se con ogni probabilità non potranno fare parte del nucleo che porta avanti una visione generale.
Noi dobbiamo puntare agli obiettivi finali del potere e trovare soluzioni per contrastarli.
Il primo passo è convincere le masse del fatto che le élite stanno demolendo la vecchia architettura socio economica, sempre disegnata e edificata da loro, perché hanno bisogno di sostituirla con una nuova, più funzionale al mantenimento della piramide del potere nelle condizioni che nel frattempo si sono venute a creare.

Faccio un esempio concreto.
Oggi vado a vedere una scuola materna per mio figlio.
Una scuola privata di élite: struttura formidabile, insegnanti all’avanguardia, livello sociale degli utenti medio-alto.
La prima cosa che mi sorprende è che non ci sia il liceo classico.
Da un certo punto del corso di studi subentrano i tablet.
La manualità è presente così come le arti.
Ma non l’artigianato, non la calligrafia.
L’arte è la sublimazione dell’artigianato.
Una società senza artigiani è una società che rinuncia all’arte.
Si insegnano tante discipline, ma non l’artigianato, non la manualità pratica.
Mentre la guida parla mi guardo intorno, osservo i ragazzi.
Le mascherine sono onnipresenti, sia tra gli alunni che tra gli insegnati. I più piccoli non le portano, ma ci sono delle eccezioni.
Intravedo il figlio di un mio amico. Ha sette anni. Siamo all’aperto. Lo chiamo. Lui si gira. Gli chiedo di abbassarsi la FFP2. La abbassa un secondo e poi mi rimprovera per la richiesta.

Qual è il succo del discorso?
Il sistema vuole delle masse irreggimentate, obbedienti, non autosufficienti, deboli dal punto di vista del pensiero e dello spirito, inclini alla tecnologia e alle discipline scientifiche.
Devono osservare le regole, introiettare l’autoritarismo. Possedere nozioni e non saperi, intelligenza emotiva ridotta ai minimi termini, scarsa manualità, che poi è alla base del rapporto genitore figli (fare le cose assieme).

Gli adulti di domani, frutto di questo modello di scuola, non potranno vivere senza società, non metteranno in discussione le regole, non capiranno che esiste un albero dialettico alla base della gabbia mentale che gli hanno costruito attorno.
Saranno ingranaggi di una macchina, non individui che contribuiscono con la loro specificità ad una società plurale, impermeabile ai processi di omologazione.

Ecco, se non si capisce che bisogna combattere questo, che tecnologia, condizionamento, manipolazione, irreggimentazione, mancanza di alternative, finalizzazione della cultura sono parte di un progetto più ampio che mira al controllo del presente ma alla preventiva conquista del futuro, allora lasciamo perdere, perché abbiamo perso in partenza.

Giorgio Bianchi

(Fonte)

Dal fronte dell’Est

Cerchiamo di fare luce sulla reale situazione nel territorio ucraino e il fronte che divide l’ex repubblica sovietica dalle due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk nel Donbass. La propaganda occidentale parla di invasione russa ma è davvero così?

Per comprendere quello che sta succedendo è necessario ricostruire le vicende che hanno caratterizzato gli ultimi otto anni, partendo dal colpo di Stato di Euromaidan. Con Giorgio Bianchi, documentarista e reporter di guerra in Donbass e Daniele Perra, saggista e analista geopolitico per la rivista Eurasia.

La polveriera del Donbass

La situazione in Donbass è sempre più critica: 150 mila soldati dell’Esercito e della Guardia Nazionale ucraini sono schierati di fronte a Donetsk e Lugansk, abitate da popolazioni russe. In prima linea c’è il battaglione neonazista Azov, promosso a reggimento di forze speciali, distintosi per la sua ferocia negli attacchi alle popolazioni russe di Ucraina, comandato da Andrey Biletsky che educa i giovani all’odio contro i Russi col suo libro «Le Parole del Führer Bianco». 

Dello schieramento ucraino non fa parola il mainstream, che parla solo dello schieramento russo. Si nasconde allo stesso tempo il fatto che le forze armate di Kiev sono finanziate, equipaggiate e addestrate, e quindi di fatto comandate, da consiglieri militari e istruttori USA-NATO. Come documenta lo stesso Servizio di Ricerca del Congresso, USA e NATO hanno fornito all’Ucraina aiuti militari per 10 miliardi di dollari. Vi sono inoltre quelli di singole potenze: la Gran Bretagna investe 1,7 miliardi di sterline per dare alla marina militare ucraina 8 unità lanciamissili veloci e costruire basi navali sul Mar d’Azov, incuneato nel territorio russo.

Altri 10 miliardi di dollari di investimenti sono previsti dal piano di Erick Prince, fondatore della compagnia militare privata statunitense Blackwater, di creare in Ucraina un esercito privato. La Blackwater, ora ridenominata Academy, ha fornito mercenari alla CIA e al Pentagono per operazioni segrete. Particolarmente allarmante è la presenza, nella regione di Donetsk, di mercenari USA probabilmente dotati di armi chimiche. Potrebbe essere la scintilla che provoca la deflagrazione di una guerra nel cuore dell’Europa: un attacco chimico contro civili ucraini nel Donbass, subito attribuito ai Russi di Donetsk e Lugansk, che verrebbero attaccati dalle preponderanti forze ucraine già schierate nella regione, per costringere la Russia a intervenire militarmente a loro difesa. 

Manlio Dinucci

(Fonte)

Le democrazie non fanno le guerre

“La principale delle vostre tesi è che le democrazie, come voi le chiamate, non fanno le guerre.

Ma, signori, per chi ci prendete? Credete veramente che non abbiamo un minimo di cultura politica e storica? Non è vero che le democrazie non facciano guerre: tutte le guerre coloniali del XIX e XX secolo sono state fatte da regimi che si qualificavano democratici. Così gli Stati Uniti fecero una guerra di aggressione contro la Spagna per stabilire il loro dominio in una parte del mondo che li interessava; fecero la guerra contro il Messico per conquistarsi determinate regioni dove vi erano sorgenti notevoli di materie prime; fecero la guerra per alcuni decenni contro le tribù indigene delle Pellirosse, per distruggerle, dando uno dei primi esempi di quel crimine di genocidio che oggi è stato giuridicamente qualificato e dovrebbe in avvenire essere perseguito legalmente. Della Inghilterra basti ricordare la guerra contro i Boeri, che venne fatta quando l’Inghilterra si diceva paese democratico ed era in effetti una democrazia parlamentare borghese.

Lascio da parte il 1914, perché riconosco che nel 1914 vi fu una responsabilità prevalente, ma non esclusiva, degli Imperi centrali, retti da regimi autoritari. Tutte le indagini storiche hanno però portato alla conclusione che una parte almeno della responsabilità di quel conflitto ricade pure sulle democrazie, in quanto anche nei paesi retti a regime democratico vi erano gruppi aggressivi, gruppi di capitalisti monopolisti, gruppi imperialisti i quali spingevano alla guerra.

Dopo il 1918 si viene al tema di oggi, cioè alla guerra contro l’Unione Sovietica. Chi ha fatto la guerra all’Unione Sovietica dopo il 1918? Chi ha lanciato la parola d’ordine dell’attacco alla giovane Repubblica Sovietica se non l’Inghilterra e la Francia democratiche, se non il Giappone – allora considerato esso pure democratico – se non gli Stati Uniti? Persino l’Italia nostra si sarebbe messa su quella strada se non ci fosse stato un uomo politico saggio e prudente, che al momento opportuno fermò la mano dei criminali che volevano trascinarci a quella guerra. La “Crociata delle 19 nazioni”, come venne chiamata allora da Churchill, chi l’ha organizzata? L’hanno organizzata dei governi democratici. Non crediate quindi di aver convinto l’opinione pubblica col vostro argomento, secondo il quale le democrazie non farebbero guerre, perché il passato ci dice esattamente il contrario. E nemmeno serve il richiamo patetico alla situazione attuale della “povera Olanda”, della “povera Inghilterra”, della “povera Francia”! Ma no: questa “povera” Olanda, il paese dei formaggi e delle regine grasse, sta facendo la guerra in Indonesia a un popolo che, con le armi alla mano, combatte per difendere la propria libertà.

La “povera” Francia sta facendo la guerra al popolo del Vietnam, per impedirgli di organizzare un proprio Stato autonomo e indipendente, anche se – come i Capi di quel popolo avevano ammesso – nell’ambito di una Unione francese.

L’Inghilterra sta facendo la guerra ai popoli della Birmania e difende con le unghie e con i denti l’ultimo brandello di territorio che le rimane attorno alla capitale di Rangoon. Tutto il resto del territorio di quella colonia è ormai governato da un popolo che ha deciso di mettersi sulla via della libertà e dell’indipendenza e che non è nemmeno diretto da comunisti, ma da democratici sinceri, i quali difendono l’indipendenza del loro paese contro lo sfruttamento degli oppressori coloniali.

Quanto agli Stati Uniti, essi hanno fatto fino a ieri la guerra in Cina, e se ne sono ritirati solo perché sono stati battuti dal popolo cinese; oggi stanno facendo la guerra contro il popolo greco e noi auguriamo che presto giunga il momento che anche di lì si ritirino perché battuti dalle valorose truppe della Libera Grecia!

Non crediate, quindi, che il vostro argomento serva. Esso non ha, alle prove dei fatti, nessuna consistenza.”

Dal discorso tenuto alla Camera dei Deputati dall’on. Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, nella seduta pomeridiana di martedì 15 marzo 1949, estratto da Il Patto Atlantico al Parlamento italiano. Le dichiarazioni del Governo e i discorsi dell’Opposizione (11-18 marzo 1949), a cura del Centro Diffusione Stampa del P.C.I., 30 giugno 1949, e ripubblicato in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 1/2022, pp. 163-4.

La geopolitica vaccinale strumento di controllo USA sull’Europa

“La geopolitica vaccinale, con il dominio semi-monopolistico del gruppo Pfizer (amministrato da un “good friend” di Joe Biden, l’ebreo “greco” Albert Bourla) sull’Occidente, al pari del colpo di Stato atlantista in Ucraina nel 2014, si è dimostrata uno strumento assai efficace per riaffermare il controllo nordamericano sull’Europa. E lo stesso avvento al potere in Italia (tra il giubilo della quasi totalità della classe politica e del mondo dell’informazione generalista) dell’ex banchiere di Goldman Sachs Mario Draghi (già in ottimi rapporti con l’avanguardia politico-economica dell’atlantismo, il Gruppo Bilderberg creato da CIA ed MI6) deve necessariamente essere interpretato alla luce di questi fatti. Il suo ruolo è sì quello di “curatore fallimentare” di uno Stato in evidente sfacelo socioeconomico ed ormai privo di qualsiasi autonomia strategica. Tuttavia, allo stesso tempo, questo “curatore” deve fare in modo che le rimanenti risorse italiane vengano (s)vendute in modo corretto; e che tale (s)vendita avvenga in modo controllato e concentrando l’attenzione dell’opinione pubblica sull’invasività dell’evento pandemico con tutte le sue sfaccettature: dal certificato verde al corollario di scienziati (o pseudo tali) che dicono tutto ed il contrario di tutto, fino alla sterilissima polemica novax/provax che evita scientemente di rimarcare il portato geopolitico dell’affermazione di un modello di capitalismo della sorveglianza che si presenta come naturale evoluzione del modello occidentale (quello impiantato in Europa dopo il 1945) e non come instaurazione di un qualcosa ad esso estraneo.

Non sorprende che, dal momento del suo insediamento, il governo Draghi (spinto anche dal ministro ultratlantista della Lega Giancarlo Giorgetti) abbia utilizzato lo strumento del Golden Power ben tre volte per evitare l’acquisizione da parte di gruppi cinesi di aziende italiane che operano in specifici settori. L’ultimo caso è quello della Zhejiang Jingsheng Mechanical, alla quale è stato impedito di acquisire il ramo italiano di Applied Materials, azienda che opera nel settore dei semiconduttori. Nel marzo del 2021, sempre nel settore dei microchip, aveva impedito l’acquisizione del 70% di Lpe da parte del gruppo Shenzen Invenland Holding, mentre ad ottobre il Golden Power era stato esercitato per impedire gli sforzi del colosso agrochimico Syngenta per assumere la guida del gruppo agroalimentare romagnolo Verisem.

Al contempo, il governo italiano non ha palesato nessuna particolare preoccupazione di fronte al tentativo di acquisizione di TIM da parte del fondo nordamericano KKR & Co. Cofondatore del gruppo è l’ebreo statunitense Henry Kravis, ben inserito nel già citato Gruppo Bilderberg (insieme ai proprietari dell’importante gruppo editoriale italiano GEDI). Non c’è da stupirsi se al KKR fa riferimento anche l’Axel Springer Group, che possiede i giornali tedeschi (apertamente anticinesi) Die Welt e Bild. Inoltre, non è da dimenticare il ruolo che all’interno dello stesso KKR ha avuto l’ex generale e direttore della CIA David Petraeus e la partecipazione del gruppo al programma Timber Sycamore di finanziamento e assistenza logistica dei “ribelli” siriani.

Così come non vi è stato nessun particolare sussulto di orgoglio nel momento in cui Fincantieri, fermata da un patto anglo-australiano che ha fatto da apripista al più celebre (ed allargato agli USA) AUKUS, ha perso una commessa di 23 miliardi per la fornitura di fregate Fremm alla Royal Australian Navy.

Il ruolo di Draghi come agente degli interessi atlantisti in Europa è di lunga data. Quando era guida della BCE, il suo compito fu quello di contrastare la potenza della più grande banca centrale europea, la Bundesbank. L’obiettivo, neanche troppo velato, era quello di porre un freno al “problema” del surplus commerciale tedesco che costituiva un fattore indesiderato di non poco rilievo nel progetto di riaffermazione dell’egemonia nordamericana sull’Europa. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’appoggio statunitense alla creazione di una moneta unica europea venne garantito proprio dalla speranza che costringere la Germania a rinunciare al Marco potesse impedirne un eccessivo rafforzamento. Al contrario, Berlino è stata comunque capace di creare un enorme ed integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali vicine ai confini tedeschi. Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi rispetto all’Euro vigenti nei Paesi dell’est ed ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica, favorendo al contempo le esportazioni tedesche.

In questa operazione di controllo della Germania (sia in termini di eccessivo potere all’interno dell’Europa che in termini di aspirazioni alla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia) deve essere inserito anche il recente Trattato del Quirinale tra Francia e Italia sotto la supervisione del Segretario di Stato USA Antony Blinken. A questo proposito è bene sottolineare il fatto che il ruolo di ago della bilancia tra Germania e Francia era stato storicamente riservato alla Gran Bretagna. Nel corso dei secoli, il Regno Unito si è alleato a seconda della propria convenienza con l’una o l’altra sempre al preciso scopo di impedire una reale unificazione continentale: ciò che le potenze talassocratiche (Regno Unito prima e Stati Uniti poi) hanno sempre considerato come una minaccia esistenziale nei confronti dei rispettivi disegni egemonici.

Oggi, dopo la Brexit (nonostante la Gran Bretagna continui ad esercitare il suo nefasto ruolo in diversi teatri, dalla Polonia all’Ucraina), si è voluto attribuire questo compito all’Italia di Mario Draghi, che, assieme alla Francia, eserciterà anche un ruolo di controllo all’interno del Mediterraneo per fare in modo che l’egemone reale possa concentrare i propri sforzi nel contenimento della Cina (sempre più capace di intervenire anche nel “cortile interno” degli USA, come dimostrato dall’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Taiwan e Nicaragua). Nell’articolo 2 del Trattato si legge: “le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ogni qual volta i loro interessi strategici coincidano. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO”.

Di fatto, il Trattato del Quirinale altro non è che l’ennesima biforcazione interna alle strutture di potere dell’atlantismo.”

Da Geopolitica del draghismo, di Daniele Perra.

Breve storia dell’impero americano 

Recenti sondaggi confermano che in molti considerano gli Stati Uniti la forza militarmente e geopoliticamente più destabilizzante sullo scacchiere globale e dunque il maggior pericolo per la pace mondiale. Come mai? La più grande potenza al mondo non ha ottenuto questo triste primato per caso. A partire dal 1945, nessun’altra nazione ha bombardato così tanti Stati stranieri e rovesciato così tanti governi quanto gli USA. Nessun’altra nazione ha più avamposti militari, esporta più armi e possiede una quantità maggiore di armamenti. Per questo, scrive Daniele Ganser, nessuna nazione più degli USA costituisce oggi una minaccia per il principio della “famiglia umana”, secondo cui l’umanità è caratterizzata da relazioni reciproche fondamentali intrasgredibili. Nel corso della storia, però, tale principio è stato ripetutamente trasgredito. Alcuni membri della famiglia umana ne sono stati esclusi a causa della loro provenienza geografica, della loro religione, del colore della loro pelle o del loro genere. Alla luce di questo principio, assunto come stella polare dal movimento pacifista, l’autore valuta gli sviluppi della politica statunitense, ripercorrendone i momenti fondamentali, dallo sterminio degli indiani d’America fino ai recenti scandali legati a Cambridge Analytica (connessi con quello che è definito “imperialismo digitale”). Viene così delineato un quadro storico che riflette lo strutturarsi della società statunitense, la quale, ben lungi dal costituire un esempio di democrazia, si rivela un’oligarchia sostenuta da forti interessi economici e caratterizzata dalla quasi assoluta assenza di valori etici. Ma, come tutti gli imperi, anche gli USA sono destinati a cadere, avverte Ganser.
Scritto in uno stile agile e basato su un’analisi rigorosa, Breve storia dell’impero americano descrive in modo impressionante i retroscena, i motivi e gli strumenti della lotta USA per il potere mondiale – una lotta in cui la violenza è un elemento centrale.

Breve storia dell’impero americano, di Daniele Ganser, 2021, Fazi editore, pp. 522, € 20

Daniele Ganser è uno storico e ricercatore svizzero specializzato in storia contemporanea e politica internazionale. Insegna all’Università di San Gallo, in Svizzera. È il fondatore e direttore dell’Istituto svizzero per la ricerca sulla pace e l’energia (SIPER), con sede a Basilea. In passato è stato ricercatore presso il Centro per gli studi sulla sicurezza del Politecnico federale di Zurigo (ETH). I video delle sue conferenze e delle sue interviste su YouTube hanno accumulato più di tre milioni di visualizzazioni. Ha pubblicato per conto delle Nazioni Unite libri sulla crisi missilistica cubana e sui rapporti tra la Svizzera e l’Unione Europea. Per Fazi editore ha già pubblicato La storia come mai vi è stata raccontata. Gli eserciti segreti della NATO (2018). 

L’Occidente, simulacro di libertà

L’Occidente ha cercato con ogni mezzo di mettere a tacere i cittadini che ne hanno rivelato la reale politica del dopo-11 Settembre e che vi si sono opposti.

Nel 2002 pubblicavo L’Effroyable imposture [L’incredibile menzogna, ed. Fandango], un saggio di scienze politiche di denuncia della versione ufficiale degli attentati di New York, Washington e Pennsylvania, nonché di anticipazione della nuova politica USA che ne sarebbe seguita: sorveglianza generalizzata dei cittadini e dominio sul Medio Oriente Allargato. Dopo un articolo del New York Times, che si stupiva del mio impatto in Francia, il dipartimento USA della Difesa incaricò il Mossad di eliminarmi. Il presidente Jacques Chirac, dopo aver fatto verificare all’Intelligence le mie tesi, prese le mie difese. In un colloquio telefonico, Chirac informò il primo ministro israeliano Ariel Sharon che ogni atto contro di me, eventualmente compiuto non solo in Francia ma ovunque nel territorio dell’Unione Europea, sarebbe stato interpretato come atto ostile alla Francia. Il presidente incaricò inoltre un suo collaboratore di occuparsi del mio caso e d’informare gli Stati non-europei che mi avessero invitato che avrebbero dovuto assumersi la responsabilità della mia sicurezza. In effetti in tutti i Paesi dove tenni conferenze mi venne assegnata una scorta armata.

Nel 2007 Nicolas Sarkozy successe al presidente Chirac. Secondo l’alto funzionario incaricato da Chirac della mia sicurezza, il nuovo presidente aderì alla richiesta di Washington di ordinare alla DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure, Direzione Generale per la Sicurezza Esterna, ndt) di eliminarmi. Avvisato, senza indugio feci le valige e lasciai la Francia. Due giorni dopo arrivai a Damasco, dove mi venne assegnata la protezione di Stato.

Alcuni mesi dopo decisi di trasferirmi in Libano e di accettare la proposta di realizzare una trasmissione settimanale in francese su Al-Manar, canale televisivo dello Hezbollah. Il progetto non fu mai realizzato. Al-Manar rinunciò a trasmettere in francese, sebbene fosse lingua ufficiale del Libano. Fu allora che la ministra francese della Giustizia, Michèle Alliot-Marie, emise una rogatoria contro di me, prendendo a pretesto l’accusa di diffamazione di un giornalista che contro di me già aveva scritto un libro. Da trent’anni non c’erano più state richieste giudiziarie di questo tipo indirizzate al Libano. La polizia mi consegnò una convocazione da cui potei desumere che secondo il diritto francese la rogatoria non aveva alcun fondamento. Lo Hezbollah mi protesse e mi resi irreperibile. Pochi mesi dopo, in seguito al tentativo del primo ministro libanese Fouad Siniora di disarmare la Resistenza, lo Hezbollah rovesciò i rapporti di forza. Mi presentai quindi al giudice, applaudito dalla polizia che solo tre giorni prima mi ricercava. Il giudice mi comunicò che Alliot-Marie aveva aggiunto di proprio pugno sulla rogatoria la richiesta all’omologo libanese di arrestarmi e tenermi in prigione il più a lungo possibile, frattanto che la vicenda avrebbe seguito il suo corso in Francia. Era il medesimo principio soggiacente alle lettres de cachet [lettere che recavano un ordine del re, chiuse con il suo sigillo, ndt] dell’Ancien Régime: la facoltà d’imprigionare senza processo gli oppositori politici. Il magistrato mi lesse la rogatoria e m’invitò a rispondere per iscritto. Nella replica precisai che, secondo il diritto francese nonché libanese, l’articolo incriminato era prescritto da tempo e che in ogni caso non era affatto diffamatorio. Copia della lettera della ministra Alliot-Marie e della mia risposta furono depositate alla Corte di Cassazione di Beirut.

Alcuni mesi dopo fui invitato a una cena organizzata da un’alta personalità libanese. Vi partecipava anche un collaboratore del presidente Sarkozy, di passaggio in Libano. Ci confrontammo duramente sui rispettivi concetti di laicità. Questo signore assicurò ai convitati di non volersi sottrarre al dibattito, ma subito si congedò per prendere un aereo e rientrare all’Eliseo. Il giorno successivo ero convocato da un giudice per un problema amministrativo: quando mi trovavo a non più di due minuti d’auto dal luogo dell’appuntamento, il gabinetto del principe Talal Arslane mi avvertì telefonicamente che secondo lo Hezbollah stavo per cadere in una trappola e che dovevo immediatamente invertire la rotta. Risultò poi che quel giorno, anniversario della nascita di Maometto, i funzionari, salvo alcune eccezioni, non erano al lavoro. In compenso, sul posto c’era una squadra della DGSE incaricata di prelevarmi e consegnarmi alla CIA. L’operazione era stata organizzata dal consigliere presidenziale con cui avevo cenato la sera prima.

Seguirono numerosi altri tentativi di uccisione, di cui mi fu difficile stabilire il mandante.

Per esempio, durante una conferenza al ministero della Cultura del Venezuela, la guardia del presidente Chàvez mi raggiunse sul palco da cui parlavo. Un ufficiale mi prelevò di forza e mi spinse verso le logge. Ebbi soltanto il tempo di vedere nella sala uomini estrarre le armi. Due fazioni si minacciavano a vicenda. Uno sparo e sarebbe stata una carneficina. Altro fatto, pure accaduto a Caracas: fui invitato con il mio compagno di battaglie a una cena. Quando ci portarono i piatti, constatai che il mio era stranamente meno abbondante degli altri. Sicché, con discrezione, lo scambiai con quello del mio compagno, che aveva poco appetito. Rientrati in albergo, il mio amico fu improvvisamente preso da convulsioni, perse conoscenza, si rotolò a terra con la bava alla bocca. All’arrivo, i medici furono categorici: quest’uomo è stato avvelenato. Fu salvato in tempo. Due giorni dopo una delegazione di una decina di ufficiali in alta uniforme della SEBIN (servizi segreti) venne a scusarsi e a dirci che era stato identificato l’agente straniero che aveva organizzato l’operazione. Il mio amico, costretto in carrozzina, impiegò sei mesi a rimettersi.

In una fase successiva, cominciata nel 2010, gli attacchi contro la mia persona videro sempre coinvolti degli jihadisti. Un esempio: un discepolo dello sceicco Ahmed al-Assir tese un’imboscata al mio compagno di battaglie e tentò di ucciderlo. Fu salvato da un intervento del PSNS [Partito Nazionalista Sociale Siriano, ndt]. L’aggressore fu arrestato dallo Hezbollah, consegnato all’esercito libanese, giudicato e infine condannato.

Nel 2011 la figlia di Muammar Gheddafi, Aisha, m’invitò in Libia. Mi aveva visto su una televisione araba concionare contro il padre. Voleva che andassi in Libia per constatare quanto fosse errato il mio giudizio. Accettai l’invito. Un passo dopo l’altro finii con l’unirmi al governo libico e venni incaricato di preparare l’intervento all’Assemblea Generale dell’ONU. Quando la NATO attaccò la Jamahiriya Araba Libica mi trovavo all’hotel Rixos, dove alloggiava la stampa straniera. La NATO esfiltrò i giornalisti che collaboravano con l’Alleanza, ma non riuscì a evacuare quelli che si trovavano al Rixos, difeso da Khamis, il figlio più giovane di Gheddafi. Quest’ultimo si trovava nell’interrato dell’hotel, i cui ascensori erano stati sbarrati. Gli jihadisti libici, che in seguito formeranno l’Esercito Siriano Libero comandati da Mahdi al-Harti e inquadrati da soldati francesi, assediarono l’hotel, uccidendo chi s’avvicinava alle finestre.

Alla fine, la Croce Rossa Internazionale ci prelevò e ci portò in un altro hotel, ove si stava formando il nuovo governo. Quando arrivammo all’albergo due Guardiani della Rivoluzione iraniani mi vennero incontro: erano stati mandati dal presidente Mahmud Ahmadinejad e dal vicepresidente Hamid Baghaie per mettermi in salvo. Le autorità iraniane erano in possesso di un rapporto su quanto deciso in una riunione segreta della NATO a Napoli, che prevedeva tra l’altro che venissi ucciso al momento della presa di Tripoli. Il documento attestava che al summit era presente il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, amico di mio padre. In seguito la segreteria di Juppé sosterrà che la riunione non ebbe luogo e che il ministro quel giorno si trovava in vacanza. Credendo risolto il problema, i Guardiani della Rivoluzione lasciarono la Libia. Ma in città era stato distribuito un manifestino con le foto di dodici persone ricercate: 11 libici e io. Un gruppo di “ribelli” iniziò a perquisire l’hotel per cercarmi. Dapprima fui salvato da un giornalista di RT, che mi nascose in camera sua e si rifiutò di fare entrare i “ribelli”, poi da altri colleghi, fra cui una giornalista di TF1. Dopo peripezie di ogni genere, dalle quali riuscii a uscire vivo svariate decine di volte, con altre quaranta persone fuggii come un clandestino a bordo di un piccolo peschereccio che navigava verso Malta, in mezzo a navi da guerra della NATO. A La Valletta ci attendevano il primo ministro e gli ambasciatori dei Paesi dei miei compagni di viaggio. Di tutti i Paesi tranne che della Francia.

Quando in Siria ebbe inizio la “primavera araba”, ossia l’operazione segreta dei britannici per piazzare al potere i Fratelli Mussulmani, come un secolo prima avevano fatto con i wahabiti, tornai a Damasco per aiutare chi mi aveva accolto quattro anni prima. Ovviamente ho corso più volte il rischio di morire, ma era la guerra. In un’occasione però fui bersaglio diretto degli jihadisti. Durante uno degli attacchi a Damasco, i “ribelli”, ufficialmente sostenuti dal presidente François Hollande, tentarono di assaltare la mia abitazione. L’esercito siriano installò sul tetto un mortaio e li respinse: un centinaio di “ribelli” contro cinque soldati. Ma dopo tre giorni ininterrotti di combattimenti i “ribelli” dovettero ritirarsi. Tra loro non c’erano siriani, solo pakistani e somali senza addestramento militare. Mi ricordo che prima di scagliarsi contro la casa cantavano ripetutamente e istericamente «Allah Akbar!». Ancora oggi, quando sento questo nobile grido mi viene la pelle d’oca.

Nel 2020 sono tornato in Francia per riunirmi alla famiglia. Molti miei amici mi avevano assicurato che, a differenza dei due predecessori, il presidente Emmanuel Macron non ricorreva agli assassinii politici. Ciononostante non godetti dei diritti di uomo libero. La dogana ricevette una segnalazione che il container marittimo che trasportava le cose personali mie e del mio compagno conteneva esplosivi e armi. Intercettarono il container e inviarono una quarantina di agenti a perquisirlo. Era una trappola di un servizio straniero. La dogana consentì a una società di riprendersi la merce contenuta nel container: impiegarono due giorni, il container fu saccheggiato, le nostre cose distrutte, i documenti spariti.

Il mio non è un caso isolato. Quando svelò il sistema Vault 7, che permette alla CIA di entrare in qualsiasi computer o telefono portatile, Julian Assange divenne bersaglio degli Stati Uniti. Il direttore della CIA Mike Pompeo orchestrò, con l’assenso del Regno Unito, diverse operazioni per rapire o uccidere Assange. E quando Edward Snowden pubblicò moltissimi documenti che attestavano come la NSA violasse la vita privata dei cittadini, tutti i Paesi membri della NATO si coalizzarono contro di lui. La Francia, credendo che Snowden fosse a bordo dell’aereo del presidente della Bolivia Evo Morales, si spinse sino a chiudere il proprio spazio aereo. Oggi Snowden è rifugiato in Russia.

La libertà non abita più in Occidente.

Thierry Meyssan

Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire, l’ultima opera in italiano di Thierry Meyssan è Sotto i nostri occhi. La grande menzogna della “Primavera araba”. Dall’11 settembre a Donald Trump, Edizioni La Vela, 2018.

(Fonte)

Il gruppo di intelligence militare da “film di spionaggio” al centro dell’offensiva per il passaporto vaccinale in USA

Di Jeremy Loffredo e Max Blumenthal per The Grayzone, 26 Ottobre 2021

Descritta come “l’organizzazione più importante di cui non avete mai sentito parlare”, MITRE fa soldi a palate con enormi contratti statali per la fornitura di servizi per la sicurezza facendo da pioniere nella tecnologia di spionaggio invasiva. Ora è alla base di una campagna per implementare i passaporti vaccinali digitali.

Mentre i passaporti vaccinali sono stati commercializzati come una manna per la salute pubblica, promettendo sicurezza, riservatezza e convenienza per coloro che sono stati vaccinati contro il Covid-19, il ruolo cruciale che sta svolgendo un’ambigua organizzazione di intelligence militare nella spinta all’implementazione del sistema in forma digitale ha sollevato serie preoccupazioni per le libertà civili.

Conosciuta come MITRE, l’organizzazione è una società senza scopo di lucro guidata quasi interamente da professionisti dell’intelligence militare e sostenuta da ragguardevoli contratti con il Dipartimento della Difesa, l’FBI e il settore della sicurezza nazionale.

Lo sforzo “per espandere i passaporti vaccinali con codice QR al di là di Stati come la California e New York” ruota ora attorno a una partnership pubblico-privata nota come Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (Vaccine Credential Initiative, VCI). E il VCI ha riservato a MITRE un ruolo determinante nella sua coalizione

Descritto da Forbes come un “laboratorio misterioso [di ricerca e sviluppo]” che è “l’organizzazione più importante di cui non avete mai sentito parlare”, MITRE ha sviluppato alcune delle tecnologie di sorveglianza più invasive usate ad oggi dalle agenzie di spionaggio statunitensi. Fra i suoi prodotti più innovativi c’è un sistema creato per l’FBI che cattura le impronte digitali delle persone dalle immagini inserite sulle piattaforme delle reti sociali.

La coalizione paravento per il COVID-19, di cui fa parte la stessa Mitre, include In-Q-Tel, il ramo finanziario della CIA, e Palantir, un’azienda di spionaggio privata macchiata da scandali.

Elizabeth Renieris, il direttore fondatore dei laboratori di etica per la tecnologia di Notre Dame e della IBM, ha avvertito che “sebbene le società tecnologiche e di sorveglianza che dominano i mercati” come MITRE “perseguano nuovi flussi di ricavi nei servizi sanitari e finanziari… essendo di proprietà privata e avendo operato sui sistemi di identificazione digitale con modelli di business tesi alla massimizzazione dei profitti minacciano la riservatezza, la sicurezza e altri diritti fondamentali degli individui e delle comunità”.

Infatti, il coinvolgimento dell’apparato di intelligence militare nello sviluppo di un sistema di passaporto vaccinale digitale è l’ennesima indicazione del fatto che dietro la parvenza delle preoccupazioni per la salute pubblica, lo Stato di sorveglianza degli Stati Uniti potrebbe avere in programma di aumentare il suo controllo su una popolazione sempre più recalcitrante.

L’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, un veicolo neoliberista consigliato da professionisti dell’intelligence militare

Come dettagliato nella prima puntata di questa serie, gli  oligarchi dell’alta tecnologia come Bill Gates e centri nevralgici per la politica capitalista a livello globale come il World Economic Forum hanno mandato avanti sistemi  di identificazione digitale  e di  valuta elettronica in tutto il Sud del mondo per raccogliere dati e profitti da popolazioni che in precedenza erano fuori portata.

L’avvento dei passaporti vaccinali che forniscono accesso all’occupazione lavorativa e alla vita pubblica è diventato il vettore chiave per accelerare la loro agenda in Occidente. Come la  società di consulenza finanziaria, Aite-Novarica, dichiarò questo settembre, i passaporti  vaccinali digitali per il COVID-19 “espandono  gli argomenti a favore del sistema di identificazione digitale  oltre la sola vaccinazione COVID-19 e potenzialmente servono sia come sistema di identificazione  digitale che come fonte più completa e universale di informazioni sull’identità…”.

Sebbene i passaporti vaccinali escludano milioni in tutto l’Occidente, suscitando proteste furiose e scioperi selvaggi, il World Economic Forum sta lavorando con i suoi partner per implementarli in forma digitale.

Guidato dall’economista tedesco Klaus Schwab, che dice di essere propugnatore di una “Quarta rivoluzione industriale” che sta cambiando il modo in cui le persone “vivono, lavorano e si relazionano gli uni agli altri”, il World Economic Forum (Forum Economico Mondiale) è una rete internazionale di alcuni dei più ricchi e politicamente potenti individui del pianeta. Con sede a Davos, in Svizzera, il World Economic Forum si posiziona come punto di riferimento del capitalismo globale.

A Gennaio del 2021, diversi partner del World Economic Forum,  compresi Microsoft, Oracle, Salesforce e altre multinazionali, annunciarono una coalizione per lanciare l’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (Vaccine Credential Initiative, VCI), che mira a istituire passaporti vaccinali basati su codice QR negli Stati Uniti.

L’obiettivo dichiarato dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini è quello di implementare un’unica “tessera sanitaria SMART” che possa essere riconosciuta “oltre i confini organizzativi e giurisdizionali”.

Negli USA, alcuni Stati stanno già distribuendo tessere digitali sanitarie SMART sviluppate dall’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini. Queste tessere sanitarie SMART hanno posto le basi per uno standard nazionale di fatto riguardante le credenziali sui vaccini.

Un’organizzazione no-profit istituita dalla Rockfeller Foundation e denominata The Commons Project sta guidando la campagna di lobbying per le smart card digitali attraverso l’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini che ha co-fondato. E si dà il caso che il direttore generale di Commons Project, Paul Meyer, sia stato allevato nell’ambito del World Economic Forum come un “giovane leader”.

In qualità di volto pubblico dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, Meyer propugna l’agenda della campagna di lobbying nel linguaggio dell’inclusione progressista, martellando costantemente su temi come la “responsabilizzazione” nelle comunicazioni pubbliche.

“L’obiettivo dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini è facilitare alle persone   l’accesso digitale ai registri sul loro status vaccinale in modo che possano usare strumenti come Common Pass per tornare in sicurezza a viaggiare, lavorare, ad andare a scuola e alla loro vita, proteggendo al contempo la riservatezza dei loro dati”, sosteneva Meyer.

In un comunicato stampa che annunciava la creazione dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, MITRE faceva eco al linguaggio preoccupato di Meyer, dichiarando di aver aderito alla partnership “per garantire che le popolazioni svantaggiate abbiano accesso a questo tipo di verifica sul vaccino digitale.”

Ma cos’è MITRE, e perché un’organizzazione nota per la sorveglianza di massa e la tecnologia militare potrebbe essere al centro di un’iniziativa che offre la possibilità di un monitoraggio senza precedenti della popolazione globale? L’organizzazione non ha risposto alle domande inviate via e-mail da The Grayzone sulla sua partecipazione all’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, comunque, la sua storia documentata genera inquietanti pensieri.

Collaborazione nelle guerre al Vietnam e alla marijuana, sviluppo di tecnologia di spionaggio “straordinariamente agghiacciante”

Con sede nel nord della Virginia, MITRE è un think tank di esperti di intelligence militare finanziato per 2 miliardi di dollari l’anno da agenzie governative USA, compreso il Dipartimento della Difesa. È guidato quasi interamente da ex funzionari del Pentagono ed ex agenti dei servizi segreti.

MITRE fu fondato nel 1958 come progetto congiunto della US Air Force (Aeronautica militare statunitense) e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) per sviluppare sistemi di “comando e controllo” per la guerra nucleare e convenzionale, come la rivista Science and Revolution metteva in evidenza.

Nel 1963, MITRE selezionò un giovane brillante linguista del MIT chiamato Noam Chomsky, per assistere allo “sviluppo di un programma per formare un linguaggio naturale che avesse funzione di linguaggio operativo per il comando e il controllo”. Dopo alcuni anni di lavoro su progetti come questi, Chomsky disse: “Non potevo più guardarmi allo specchio” e si lanciò nell’attivismo contro la guerra.

Alla fine degli anni ‘60, MITRE disse che “stava impegnando quasi un quarto delle sue risorse totali per i sistemi di comando, controllo e comunicazione necessari alla condotta del conflitto in Vietnam.”

La società finanziata da fonti militari venne presa di mira dagli attivisti contro la guerra quando sviluppò una “recinzione elettronica” composta principalmente di acustica e sensori progettati per localizzare i movimenti dei Vietcong e delle truppe nordvietnamite in modo tale che i militari statunitensi potessero prenderli di mira per distruggerli.

Inoltre alla fine degli anni ‘60, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America stipulò un contratto con MITRE per condurre una campagna di sradicamento aereo della cannabis in Messico. MITRE consigliò agli agenti statunitensi di spruzzare ampi tratti della campagna messicana con un erbicida tossico chiamato paraquat, che veniva descritto come sicuro sulla base di una discutibile interpretazione dei test sugli animali. Quando il Dipartimento di Stato perseguì la strategia consigliata da MITRE, le coltivazioni alimentari divennero contaminate e la salute delle comunità contadine locali fu messa in pericolo.

Nel frattempo, la marijuana cominciò ad arrivare nelle strade americane inzuppata di paraquat, innescando una causa legale contro il Dipartimento di Stato da parte della Organizzazione Nazionale per la Riforma delle Leggi sulla Marijuana la quale sosteneva che l’erbicida avesse causato malattie respiratorie fra i fumatori di marijuana. Quando il Dipartimento di Stato perse la causa, accordò a MITRE un contratto di 255.211 dollari per produrre uno studio d’impatto sull’irrorazione di paraquat che in conclusione consigliava i fumatori di marijuana di mitigare gli effetti dell’erbicida consumandola con pipe ad acqua o sotto forma di dolcetti.

In anni recenti, MITRE ha progettato tecnologia di sorveglianza per l’FBI che raccoglie impronte umane dalle piattaforme delle reti sociali come Facebook, Instagram, e Twitter. Ha anche fornito assistenza all’FBI per istituire un sistema di Identificazione di Prossima Generazione, a quanto si dice il più grande database di informazioni biometriche del mondo, nonché il Database per l’Intelligence Modernizzato dell’agenzia federale.

Secondo l’ex vicedirettore dell’FBI William Bayse, il Database di Intelligence Modernizzato dell’FBI consentiva ai programmatori della polizia di collegare gli attivisti alle loro cause politiche, ai loro colleghi, datori di lavoro, alle loro fedine penali, foto segnaletiche e impronte, alle loro abitudini d’acquisto e persino ai loro dati fiscali.

Mediante centinaia di richieste basate sul Freedom of Information Act (FOIA) e interviste con attuali e precedenti funzionari di MITRE, Forbes è venuta a sapere che MITRE ha progettato “uno strumento prototipo che può violare smartwatch, fitness tracker e termometri da parete per scopi di sicurezza nazionale interna… e uno studio per determinare se la puzza di sudore di qualcuno possa rivelare che sta mentendo.”

MITRE è anche sede dello “ATT&CKProgram”, un modulo di sicurezza informatica che la società descrive come “una base di conoscenza accessibile globalmente di tattiche avversarie e tecniche di intelligence basate su osservazioni dal mondo reale”. Adam Pennington, capo del progetto ATT&CK di MITRE, “ha speso più di dieci anni con MITRE a studiare e predicare l’uso dell’inganno per la raccolta di informazioni”.

Il procuratore legale di ACLU (The American Civil Liberties Union), Nate Wessler, ha definito i progetti di sorveglianza di MITRE “straordinariamente agghiaccianti”, lanciando l’avvertimento che essi “sollevano seri problemi di riservatezza.”

Da parte sua, il materiale promozionale dell’appaltatore militare sembra vantarsi del suo lascito di innovazione nel settore della sorveglianza: “Potreste non saperlo ma MITRE entra nelle vostre vite ogni giorno.”

Mesi dopo che la pandemia per il nuovo coronavirus fu dichiarata nel marzo 2020, MITRE fece leva sulla sua competenza nel monitorare le popolazioni per produrre il sistema di tracciamento dei contatti Sara Alert. Un video pubblicitario di MITRE spiega come il sistema permetta alle autorità sanitarie pubbliche di tracciare gli utenti: “Le persone che sono contagiate dalla malattia saranno messe in isolamento a casa… Per le persone che sono esposte alla malattia ma non mostrano sintomi, Sara Alert li segue mentre sono in quarantena per 14 giorni”.

Il Sara Alert di MITRE entrò in uso in una manciata di Stati, con iscrizioni limitate. Se fosse stato implementato a livello nazionale, avrebbe potuto costringere una sostanziale parte di popolazione statunitense ad andare in autoquarantena su basi continue, persino se le persone non avessero presentato sintomi.

Come il Brookings Institute faceva notare in un articolo accademico mettendo in discussione l’utilità di app come Sara Alert, “Una persona lo può sopportare per una volta o due, ma dopo alcuni falsi allarmi e l’eccessivo inconveniente di autoisolamento protratto, prevediamo che molti ignoreranno gli avvertimenti”.

MITRE ha anche lavorato per sopprimere le narrative che potessero minare l’agenda delle agenzie governative che lo finanziano. L’applicazione del plugin per il browser detta SQUINT dell’appaltatore, per esempio “consente una rapida consapevolezza situazionale della disinformazione sulle reti sociali relativa al COVID-19 per i funzionari della sanità pubblica mediante una copertura basata su fonti collettive”, secondo il relativo materiale promozionale.

MITRE sta ora lavorando per implementare i passaporti vaccinali digitali negli Stati Uniti D’America, e non solo.

Società private di spionaggio e un’azienda della CIA fra le società facenti parte della coalizione di MITRE per il COVID-19

Come membro del gruppo direttivo al governo dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (VCI), MITRE gestisce la sua propria “Coalizione Sanitaria per il COVID-19” mentre si descrive come “un partner affidabile di lunga data per le comunità di intelligence e di difesa”.

Fra i membri della coalizione per il COVID-19 della stessa MITRE c’è Palantir, un’azienda privata di intelligence fondata nel 2003 da Peter Thiel, cofondatore di Paypal. Palantir si è consolidata come una società leader nei programmi di sorveglianza predittiva e faceva soldi a palate in lucrosi contratti con la CIA. L’azienda una volta partecipò in una campagna diffamatoria proposta contro attivisti contrari allo strapotere delle multinazionali e contro critici giornalistici, compreso Glenn Greenwald.

Avril Haines, l’attuale Direttore dell’Intelligence Nazionale e precedente Vicedirettore della CIA fu pagata 180.000 dollari come consulente per Palantir – un lavoretto cancellato dalla sua biografia.

Haines fu anche fra i principali partecipanti alla simulazione pandemica denominata “Event 201” avvenuta nell’Ottobre 2019 e sponsorizzata dalla Gates Foundation, dal World Economic Forum, e dal John Hopkins Center for Health and Security. Durante tale esercitazione, funzionari della salute pubblica e dell’intelligence nonché uomini d’affari simularono una ipotetica epidemia di coronavirus che avrebbe ucciso 65 milioni di persone nel mondo.

Haines enfatizzò ai colleghi relatori il bisogno di controbattere alle critiche rivolte alla gestione ufficiale della pandemia tramite “l’inondazione dello spazio informativo con fonti fidate” dei media e degli opinionisti “al fine di cercare di amplificare il messaggio che si vuole trasmettere”.

Palantir ha anche fornito la tecnologia per il tracciamento dei dati sul Covid al Ministero della Sanità del Regno Unito, insieme a Microsoft, Google e Amazon. Lo stratega politico britannico conservatore, Dominic Cummings, che gode di collegamenti con Palantir e fornì all’azienda un accesso speciale al gabinetto del Primo Ministro, ha consigliato Boris Johnson e il Gruppo Consultivo Scientifico per le Emergenze sulle politiche da attuare per la gestione del Covid.

Tornando a parlare degli Stati Uniti, Palantir è stato il fornitore per il Dipartimento della Sicurezza Nazionale e il Centro per il Controllo delle Malattie di varie tecnologie correlate al Covid.

L’azienda finanziaria della CIA, In-Q-Tel, è anche nella lista delle società facenti parte della Coalizione Sanitaria per il Covid-19 di MITRE.

Lo scorso settembre, il Vicepresidente del personale tecnico di In-Q-Tel, Dan Hanfling, fu citato dal Washington Post per aver sostenuto che alle persone non vaccinate dovrebbe essere negata l’assistenza sanitaria retrocedendole nel sistema di priorità al pronto soccorso: “Quel gruppo di persone che volontariamente hanno scelto di non vaccinarsi, per ragioni illegittime, sarebbe corretto metterli in fondo alla linea d’attesa”, ha asserito Hanfling….

Il Washington Post non fece notare l’affiliazione di Hanfling con la CIA; invece lo descrisse semplicemente come un “medico di pronto soccorso”.

In-Q-Tel non è affatto l’unica società collegata ai servizi di intelligence fra quelle che fanno parte dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini. C’è anche Oracle, membro fondatore della stessa iniziativa, che nacque come un progetto della CIA.

Uno sguardo al gruppo dirigente di MITRE mostra come l’organizzazione sia strettamente connessa con il più ampio settore dell’intelligence militare.

Falchi”, spie e fantasmi guidano MITRE

Il Presidente del consiglio di amministrazione di MITRE, Donald Kerr, è l’ex Vicedirettore principale dell’intelligence nazionale. Prima di questo ruolo, Kerr era stato Vicedirettore per la scienza e tecnologia presso la CIA, dove ricevette l’Illustre Medaglia CIA per alti servizi resi all’intelligence statunitense.

Il Vicepresidente del consiglio di amministrazione di MITRE, Mike Rogers, è l’ex Presidente repubblicano del comitato permanente di selezione sull’intelligence della Camera degli Stati Uniti. Prima di servire al Congresso, il signor Rogers era un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti e un agente speciale dell’FBI.

Essendosi distinto al Congresso come uno dei più schietti oppositori della riservatezza digitale, accusando le comunicazioni crittografate di gravi attacchi terroristici, Rogers fu il conduttore e produttore esecutivo di una serie televisiva in sei parti intitolata “Desegretato: storie inedite di spie americane per la CNN”. Il programma era una pubblicità virtuale per l’apparato di intelligence degli Stati Uniti, “accurata descrizione di casi importanti, missioni e operazioni degli agenti dell’intelligence americana”, secondo la CNN.

Rogers è anche un illustre membro dell’Hudson Institute, un think tank neoconservatore con sede a Washington DC finanziato da Northrop Grumman, Lockheed Martin, gruppi farmaceutici impegnati in attività di lobbying e società tecnologiche supportate dalla CIA come Oracle.

Nei ruoli direttivi in MITRE ci sono ex funzionari di alto livello dell’intelligence e del Pentagono come Robert Work, che servì come Vice Segretario alla Difesa sotto tre diversi Segretari prima di passare attraverso la porta girevole al consiglio di amministrazione di Raytheon che è un gigante dell’industria degli armamenti.

Il membro del consiglio di amministrazione di MITRE Paul Kaminski è il Direttore Generale di Technovation, Inc., un’azienda di consulenza che “promuove l’innovazione, lo sviluppo del business e le strategie di investimento relative alla tecnologia della difesa”. Kaminski fu Sottosegretario alla Difesa per l’acquisizione e la tecnologia dal 1994 al 1997 e fu due volte Presidente del comitato del Consiglio Scientifico della Difesa che collabora col Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

A Kaminski di Mitre è stato assegnato il “Premio di Direttore dell’Intelligence Centrale” che è dato a coloro che “incoraggiano l’obiettivo di un’eccezionale raccolta di intelligence umana e la segnalazione di informazioni di valore significativo per la comunità di intelligence degli Stati Uniti.”

L’amministratore delegato di MITRE è Jason Providakes. Secondo la sua biografia ufficiale fornita da MITRE, la carriera di Providakes “ha origine nella ricerca scientifica a sostegno della sicurezza nazionale”. Prima di diventare amministratore delegato, Providakes era stato Direttore Esecutivo per la “Divisione Tecnologica e Sistemi di Armamento” di MITRE, dove svolse un ruolo fondamentale per la trasformazione dell’esercito nel “digitalizzare il campo di battaglia”.

Gli intimi legami fra MITRE e l’apparato di intelligence militare degli Stati Uniti si estendono al lavoro della società sul COVID-19.

Il “borsista tecnico” di MITRE, Jay Crossler, è una guida dei dati esecutivi per la Coalizione Sanitaria sul COVID-19, definita quale “risposta collaborativa dell’industria privata” al Covid. Secondo MITRE, Crossler fra l’altro “progettò, costruì, schierò e mise in funzione il portale che il generale Stanley McChrystal aveva usato per gestire l’invasione dell’Afghanistan”.

Peraltro il Direttore Sanitario di MITRE, Jay Schnitzer, era stato in precedenza il direttore di Scienze della Difesa presso DARPA, l’unità di ricerca notoriamente segreta del Dipartimento della Difesa.

Dal discreditato e distruttivo modello di letalità per il COVID-19 all’offensiva per il passaporto digitale

Il 17 marzo 2020, praticamente poche ore dopo la dichiarazione di una pandemia globale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la divisione per il contrasto alle armi di distruzione di massa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale stipulò un contratto con MITRE per “coinvolgere, informare e guidare” sindaci, governatori e funzionari impiegati nelle emergenze sulla risposta al COVID-19. Secondo Forbes, il Centro per il Controllo delle Malattie firmò pure un contratto da 16,3 milioni di dollari per stabilire “una durevole capacità nazionale di contenere il Covid-19”.

Un giorno dopo aver firmato il contratto con la divisione per il contrasto alle armi di distruzione di massa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, MITRE sfornò un “libro bianco” che delineava l’impatto previsto del COVID-19 sulla popolazione degli Stati Uniti e forniva raccomandazioni per i funzionari locali e federali su una risposta alle emergenze.

Il documento di MITRE affermava in modo sicuro che il COVID-19 rappresentava “un’epidemia pericolosa all’incirca quanto l’influenza spagnola che infettò 500 milioni di persone e ne uccise 50 milioni in tutto il mondo”. Durante l’epidemia del 1918, quando la popolazione degli Stati Uniti era inferiore a 1/3 di quella che è oggi, morirono circa 675.000 americani. MITRE quindi sopravvalutò il bilancio delle vittime del 2020 di sei volte tanto.

Con il suo modello ormai screditato come giustificazione, MITRE chiese alle autorità di ridurre del 90% i contatti sociali tra i membri della popolazione statunitense, di imporre rigidi confinamenti, di chiudere praticamente tutte le attività commerciali, di sigillare i confini e “di mettere in quarantena negli hotel o in altre strutture, uno per stanza, con personale ridotto all’osso, i cittadini di ritorno” dall’estero.

Molti Stati degli USA seguirono una qualche versione di questo modello estremo, innescando una catastrofe sociale ed economica dalla quale la popolazione potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Ora che i confinamenti sembrano essere finiti, MITRE è al centro dell’offensiva per i passaporti vaccinali digitali per mezzo dell’Iniziativa per le Credenziali sul Vaccino. Tuttavia l’influente organizzazione di intelligence militare rimane dietro le quinte, per lo più sconosciuta a un pubblico statunitense le cui vite potrebbero essere radicalmente alterate da uno dei suoi più importanti progetti.

Per leggere la prima puntata di questa serie sui passaporti vaccinali digitali a cura di Jeremy Loffredo and Max Blumenthal, cliccare qui.

(Traduzione a cura della redazione)

Miliardi di euro per «innovare» la NATO nucleare

«La NATO è finita in soffitta», scrivevano un mese fa i commentatori politici di svariate testate giornalistiche, dopo che la Francia aveva ritirato l’ambasciatore da Washington il 16 settembre. Era la protesta di Parigi per essere stata esclusa dal partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, annunciato il giorno prima, e aver perso un lucroso contratto per la vendita di sottomarini all’Australia, che saranno sostituiti da sottomarini nucleari forniti da USA e Gran Bretagna.

Una settimana dopo la clamorosa rottura diplomatica, però, il generale francese Lavigne veniva messo a capo del Comando Alleato della Trasformazione, con quartier generale a Norfolk negli USA, e i presidenti dei due Paesi, Biden e Macron, pubblicavano una Dichiarazione congiunta (qui la versione dell’Eliseo, qui quella della Casa Biancandr).

Biden riaffermava «l’importanza strategica dell’impegno francese ed europeo nell’Indo-Pacifico» (la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli USA a quella dell’India).

Il perché veniva esplicitato dal Comitato militare dei capi della Difesa dei 30 Paesi della NATO, riunito ad Atene: «Mentre le azioni aggressive di Mosca minacciano la nostra sicurezza, l’ascesa della Cina sta spostando l’equilibrio di potere, con conseguenze per la nostra sicurezza, la nostra prosperità e il nostro stile di vita».

Di fronte a tali «minacce», concludeva, «abbiamo bisogno che l’Europa e il Nord America siano forti, legati insieme». Come debbano essere legati, lo ribadisce Biden nella dichiarazione congiunta con Macron: «Gli Stati uniti riconoscono l’importanza di una Difesa europea più forte e più capace, che sia complementare alla NATO».

Quindi un’Europa militarmente più forte, ma come complemento della NATO: alleanza asimmetrica, a cui appartengono 21 dei 27 Paesi dell’Unione Europea, nella quale la carica di Comandante Supremo Alleato in Europa spetta sempre a un generale degli Stati Uniti, i quali detengono tutti gli altri comandi chiave in Europa (come il JFC-Naples con quartier generale a Lago Patria).

Su questo sfondo si è tenuta, il 21-22 ottobre al quartier generale della NATO a Bruxelles, la riunione dei 30 ministri della Difesa (per l’Italia Lorenzo Guerini, PD).

Essa ha creato un «Fondo per l’Innovazione» con un primo stanziamento di 1 miliardo di euro, a carico di 17 Paesi europei tra cui l’Italia, ma non degli Stati Uniti, per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie ad uso bellico.

Ha varato la «Strategia per l’intelligenza artificiale», un ancora più costoso programma perché la NATO mantenga il vantaggio in questo campo che «sta cambiando l’ambiente globale della difesa», ossia il modo di fare la guerra.

Ha deciso «il miglioramento della prontezza e dell’efficacia del nostro deterrente nucleare», ossia lo schieramento in Europa di nuove armi nucleari, naturalmente con la motivazione di difendersi dalla «crescente minaccia missilistica della Russia».

Alla vigilia della riunione NATO, il ministro russo della Difesa, Sergei Shoigu, ha avvertito che «gli Stati Uniti, con il pieno sostegno degli Alleati NATO, hanno intensificato il lavoro per modernizzare le armi nucleari tattiche e i loro siti di stoccaggio in Europa» e la Russia considera particolarmente preoccupante il fatto che «piloti di Paesi NATO non-nucleari siano impegnati in esercitazioni per l’uso di armi nucleari tattiche». Un messaggio diretto in particolare all’Italia, dove gli USA si preparano a sostituire le bombe nucleari B61 con le nuove B61-12 e i piloti italiani vengono addestrati al loro uso ora anche con gli F-35. «Consideriamo ciò una diretta violazione del Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari», conclude Shoigu.

Il messaggio è diretto all’Italia e agli altri membri europei della NATO che, pur avendo ratificato il Trattato di non-proliferazione quali Paesi non-nucleari, ospitano armi nucleari USA e si addestrano al loro uso.

Il significato implicito del messaggio è chiaro: la Russia considera questi Paesi fonte di minaccia e sta prendendo delle contromisure. Il messaggio è stato come al solito ignorato dal nostro governo e parlamento e, ovviamente, dai media che hanno messo la NATO in soffitta.

Manlio Dinucci 

Fonte

Non siate invidiosi!

Di Talebani, media e democrazia.

Questa mattina c’è da registrare lo sgomento dei media italiani e in genere dei politici occidentali per il fatto che nel neonato governo talebano non hanno trovato posto il cugino di Mastella, il consuocero di Letta e, sopra tutto al ministero delle politiche per la famiglia, lo zio di Zan. Addirittura ci sono ministri talebani che compaiono nelle liste di proscrizione dell’ONU e dell’FBI perché “terroristi”. I medesimi media e politici esprimono sdegno per il fatto che le manifestazioni non autorizzate anti-governative sono state disperse con lacrimogeni e spari in aria (i più dicono semplicemente che i talebani hanno sparato lasciando pensare che hanno sparato in faccia): mica come a Parigi che i lacrimogeni li profumano con la lavanda e gli spari avvengono ad altezza d’uomo (con modalità simili cose accadute a Berlino e a Roma…. Ma con piglio de-mo-cra-tico; vuoi mettere?). Sì, certo, a Parigi proiettili di gomma: deficienti quei manifestanti che hanno perso un occhio perché non hanno indossato occhiali di ghisa. In Parlamento il piagnisteo dei deputati: “Gli USA si ritirano, non ci difendono più! Non vogliono più fare il gendarme del mondo!” “Noi europei dovremo fare da soli, dobbiamo trovare l’unità e avere una voce sola!” In altre parole siamo orfani, mamma USA non ci accompagna più ai giardinetti a giocare sull’altalena. E poi, crimine imperdonabile, i talebani sono gli stessi di 20 anni fa, portano avanti i medesimi valori. Mica come da noi che, per esempio, abbiamo i 5 Stelle, ieri contrari ai vaccini, oggi favorevoli, ieri contrari alla TAV oggi favorevoli, ieri contrari all’alleanza con il PD oggi culo e camicia e via elencando. Minchia! Sono coerenti!!! Media e politici non si capacitano del disastro che hanno combinato in Afghanistan (dopo quello nei Balcani, in Iraq, Siria, Libia etc.) e snocciolano ricette dicendo chiaramente che la loro maggior paura è che una crisi umanitaria provocherà immigrazioni che vanno scongiurate. Ma sì, condiamo i cervelli del popolo con un po’ di paura per la pandemia, un pizzico di paura per i talebani che stanno a migliaia di chilometri da noi ma che, ça va sans dire, possono incubare il terrorismo (per l’Occidente non esistono ribelli: quelli che si oppongono ai valori dell’Occidente e ne propugnano altri e per questi valori si battono, sono solo terroristi). A questo punto qualcuno poco arguto si domanderà se sono pro-talebani afghani e magari per la sharia da importare in Italia. Dovrei rispondere ad una domanda tanto scema? Non è abbastanza chiaro che i “talebani” noi li abbiamo in casa, super operativi nelle redazioni dei giornali e in Parlamento? Che la mefistofelica “sharia occidentale” è da decenni operativa da noi? No, io credo che non abbiamo proprio bisogno di quei dilettanti di talebani afghani. Noi abbiamo eccellenti professionisti della talebaneria e i ciabattanti afghani armati di AK-47 ci spicciano casa tutte le mattine. Non siate invidiosi!

Maurizio Murelli

Sorrido

Brevi note sull’Afghanistan

Vent’anni fa, quando l’Occidente a traino USA andò a bombardare, occupare e devastare l’Afghanistan sulle pagine di “Orion” spiegavamo perché là non si doveva andare. Il 99% degli editorialisti/analisti dei media mainstream di allora plaudivano a scena aperta. Oggi gli stessi dicono che non si doveva andare e che è stato un errore. Sorrido.

Gli USA hanno addestrato le truppe del governo filo-occidentale a fare la guerra all’americana. Gli hanno insegnato che prima si mandano avanti i bombardieri e si fa tabula rasa con i missili, poi si fa avanzare la fanteria. Li hanno lasciati senza aviazione e copertura missilistica e si stupiscono che l’esercito privo di copertura aerea non ha tenuto botta neppure per 24 ore. Sorrido.

Fiumi di denaro per imbonire i “signori della guerra” e non un dollaro al popolo. Impoverito il Paese e regalatogli le immagini dell’opulenza occidentale, gli afghani hanno iniziato ad immigrare: i numeri erano significativi già da anni. Ma arrivati i Talebani i volponi occidentali hanno propagandato la notizia che collaboratori e quanti avevano paura del bau-bau talebano sarebbero stati trasvolati in Occidente. Una gara di numeri: “Ne prendo 20.000, dice il Canada; ne prendiamo 30.000 dicono gli USA; tutti quelli che vogliono venire, dicono dall’Europa, Sassoli e Gentiloni in testa (quando mai su questo terreno i “buonisti” italiani non devono primeggiare?)”. E si stupiscono che a migliaia si sono presentati in aeroporto per il volo gratis invece di continuare a pellegrinare per monti e deserti. Salvo dire che il macello all’aeroporto è colpa dei Talebani. Sorrido.

“Non riconosciamo il governo dei Talebani” urlacchiano gli Occidentali, Inglesi in testa. Qui prima di me a sorridere sono i Talebani che del riconoscimento occidentale se ne fregano altamente in considerazione del fatto, tra l’altro, che sono riconosciuti da Cina, Russia, Pakistan etc. Cioè da Stati orientali che sono gli Stati che stanno esattamente là dove sta l’Afghanistan e che saranno in grado di investire senza portare eserciti colonizzatori e massacratori. E comunque, con i Talebani, sorrido anch’io.

“Facciamo il G20, il G21, il Gtrallallero-trallalà” per veder come rassettare l’Afghanistan. Magari sponsorizziamo e inzighiamo con l’ISISI, quel che resta di Al Qaeda e già che ci siamo con il figlio di Massoud il “leone del Panjshir”. Del resto se il padre era un leone, il figlio è un gattino che si è fatto le unghiette nelle università inglesi e che non poteva trovar maggior sponsor che nell’idiota (in senso etimologico) di Parigi, l’ineffabile BHL. Sorrido.

Possiamo dire che la narrazione mainstream occidentale è quanto meno oscena? Possiamo dirlo. Come possiamo tranquillamente dire che questo malefico Occidente è ormai in via di disfacimento destinato ad affogare nel guano che ha prodotto. Non mi soffermo sui deliri dei nostri politici, cominciando da Salvini che vorrebbe bombardare l’Afghanistan con le copie del libro della Fallaci, o di Letta (sì, quella sorta di ectoplasma che ha fatto della banalità verbale la propria cifra espressiva) che blatera di democrazia e diritti umani, civili e quant’altro da “imporre” ai Talebani… altrimenti… altrimenti cosa? Una sua concione a reti televisive unificate in Afghanistan?

Sorrido… e vi mando tutti a quel paese a passo di carica. Imbecilli al cubo che non siete altro.

Maurizio Murelli

Fonte

Il servilismo non paga

“No, non mi piace proprio il facile tiro al bersaglio contro il presidente Joe Biden, ritenuto da tutti i commentatori internazionali e dagli uomini di governo dei Paesi NATO, l’unico (ir)responsabile della disfatta occidentale in Afghanistan. Mi sembra infatti che in ambito alleato, vertici militari in testa, abbiano trovato il capro espiatorio su cui focalizzare lo sconcerto generale per la ingloriosa fuga dal teatro afghano e la rioccupazione talebana. Un utile idiota (- sono “utili” alla narrazione comune le sue stesse idiote dichiarazioni pubbliche per giustificare la debacle USA – ) che consentono di occultare le altrettanto gravissime (ir)responsabilità dell’Alleanza Atlantica che esce del tutto sconfitta dalla ventennale disavventura in Medio Oriente ben più dell’amministrazione Biden.

Anche se pochi, molti pochi, lo vogliono ricordare, è la NATO che ha gestito in prima persona le missioni di “esportazione della democrazia” e “pacificazione” dell’Afghanistan. Sono stati gli alleati NATO ad assicurare il pieno sostegno al Pentagono in tutte le operazioni di guerra (anche con l’ausilio dei famigerati droni), mettendogli a disposizione le maggiori installazioni militari in Europa (Ramstein in Germania, Moròn e Rota in Spagna, Aviano e Sigonella in Italia), le stesse oggi utilizzate per l’”ospitalità transitoria” dei cittadini afghani evacuati dalle forze armate statunitensi con la neo-operazione Allies refugee, avviata senza alcun confronto con le organizzazioni internazionali preposte alla protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Ed è stato in abito NATO che è stata decisa unanimemente la disastrosa exit strategy dal conflitto afgano, oggi ipocritamente attribuita solo a Washington.”

Afghanistan. I fallimenti e le bugie della NATO (e dell’Italia), di Antonio Mazzeo continua qui.

Russia “nemico utile”

Quando guarda alla Russia, l’America confonde le paure e gli atteggiamenti difensivi di un Paese che conosce benissimo la propria debolezza con gli atteggiamenti offensivi di un Paese invasore. La Russia non è in grado di sfidare gli Stati Uniti d’America o di contendere loro il predominio in Europa, meno che mai nel mondo. E’ però un Paese militarmente forte, con dottrine e strumenti bellici moderni ed efficaci e tutta l’intenzione e la capacità di usarli qualora esso veda minacciati i propri confini e i propri interessi di potenza.

E’ altamente probabile che il fraintendimento americano sia in malafede e miri unicamente a creare un “nemico utile” che giustifichi spese militari e che compatti i Paesi NATO attorno agli USA: è esattamente quanto è accaduto con la dottrina della “guerra rivoluzionaria” durante la Guerra Fredda. Proprio l’insofferenza russa nei confronti dell’assertività occidentale, nel quadro di un irrisolto gioco di specchi che impedisce di capire chi attacchi e chi si difenda – messo da parte quel confronto franco e diplomatico tra le potenze che pure si ebbe ai tempi di massima tensione della Guerra Fredda – sta portando la Federazione a rendere sempre più espliciti i propri interessi globali e la necessità di difenderli su scala planetaria.

Amedeo Maddaluno

Fonte

Diffondere i “diritti umani” sulla punta della baionetta: l’agenda LGBT è diventata una strumento della politica estera occidentale nel mondo

Di Glenn Diesen, docente presso l’Università della Norvegia sud-orientale e redattore della rivista Russia in Global Affairs.

Quando si tratta di questioni di “diritti umani” e libertà individuali, ogni Paese del mondo prende una posizione diversa. Cultura, religione e nazionalità giocano tutti i loro ruoli, ma ora è chiaro che l’Occidente vuole cambiare questo.

Martedì [30 giugno u.s. – n.d.c.], il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha twittato un’immagine della bandiera dell’orgoglio arcobaleno issata fuori dal Dipartimento di Stato a Washington, scrivendo che la commemorazione di due importanti eventi LGBT “ci ricorda quanto lontano siamo arrivati – e quanto ancora abbiamo bisogno da raggiungere, a casa e in tutto il mondo.” La parola chiave qui è “in tutto il mondo”.

Mentre l’Occidente eleva le questioni LGBT a misura più alta della moralità, riorganizzando di conseguenza la sua cultura, si pone la domanda: come si manifesterà questo nella politica estera? I valori sono schierati come uno strumento efficace nella politica del potere occidentale, con la democrazia liberale additata come una norma egemonica che consente a Paesi come gli Stati Uniti di guidare il mondo e di esentarsi dal diritto internazionale.

Anche la CIA ora si sta ribattezzando come un’organizzazione guidata dalla difesa dei diritti LGBT, il che è una chiara indicazione che la celebrazione dei “nostri” valori retti sarà presto espressa come derisione e attacco all'”altro”.

Qual è la differenza tra una politica estera “basata sui valori” e una missione civilizzatrice volta a minare la sovranità e le culture di altri Stati? Nell’era post Guerra Fredda, l’Occidente legittima esplicitamente l’egemonia, le gerarchie e la disuguaglianza di sovranità nella difesa dei valori universali liberali democratici. Il mondo si sta dirigendo verso una forma sveglia di imperialismo?

Risvegliare i valori come norma egemonica?

Le ideologie tendono a fare appello a grandi ideali come la libertà e la ragione, ma allo stesso tempo possono dividere il mondo in buoni e cattivi, lasciando poco spazio alla libertà o alla ragione.

Manca un dibattito aperto e democratico sulla misura in cui i valori liberali moderni sono universali. È, ad esempio, ragionevole chiedersi se la chirurgia di riassegnazione di genere o il trattamento ormonale per i bambini sia un valore universalmente riconosciuto che abbraccia tutte le culture e come i diversi Stati bilanciano il consenso e il coinvolgimento dei genitori.

Sembra anche ragionevole discutere se le persone nate maschi dovrebbero essere autorizzate a competere negli sport come donne e l’impatto che ciò avrebbe sugli sport femminili. L’ideologia ha ridotto queste discussioni all’amore contro l’odio, il che suggerisce che il dissenso è inammissibile. Qui sta il potere dell’ideologia che è troppo seducente per tenersi fuori dalla politica estera.

L’Ungheria ha recentemente approvato una legge che vieta la promozione degli stili di vita LGBT ai bambini. Il suo primo ministro, Viktor Orban, sostiene di essere stato in precedenza un forte promotore dei diritti dei gay e questa legge ha lo scopo di proteggere bambini e genitori da materiale sessuale. Poiché l’UE ritiene che si tratti di una questione di valori universali, ogni discussione sfumata è stata saltata e si è invece passati direttamente a parlare di punizione.

Mark Rutte, il primo ministro dei Paesi Bassi, ha dichiarato: “Il mio obiettivo è mettere in ginocchio l’Ungheria su questo tema” e ha chiesto l’espulsione dell’Ungheria dall’UE. Il presidente francese ha sostenuto che Bruxelles non dovrebbe mostrare “nessuna debolezza” nell’affrontare l’Ungheria. Nessun senso di ironia era evidente quando l’UE ha condannato l’Ungheria per “autoritarismo”. Il mantra ideologico di “diversità e inclusione” ironicamente non accetta diversità di valori per culture millenarie e non include Stati con valori compatibili.

Russia contro Occidente

Nel corso della storia, l’Occidente ha cercato di dimostrare la propria superiorità di civiltà paragonandosi alla presunta barbarie russa. Per secoli, l’etnicità è stata al centro mentre l'”Europa” civilizzata era in contrasto con la Russia “asiatica”. Il presunto opposto della libertà e della civiltà occidentale era questa schiavitù e barbarie orientali, che gradualmente divennero una parte fondamentale dell’ideologia liberale.

Attraverso questo prisma, alla Russia è stato permesso di svolgere due ruoli: o un umile apprendista della civiltà occidentale, o una forza contro la civiltà che deve essere contenuta o sconfitta.

All’inizio del XVIII secolo, Pietro il Grande stabilì la Russia come una grande potenza e avviò una rivoluzione culturale per europeizzare il suo Paese. Gli europei occidentali hanno applaudito Pietro per aver adottato il ruolo di “studente” che avrebbe civilizzato la Russia, secondo gli standard europei.

All’inizio degli anni ’90, la Russia mirava ancora una volta a “tornare” in Europa adottando il capitalismo e una forma di democrazia. L’Occidente ha nuovamente applaudito all’accettazione da parte di Mosca della relazione insegnante-studente, sebbene abbia rifiutato l’inclusione della Russia nell’architettura di sicurezza europea in qualsiasi misura tale da comportare l’uguaglianza di sovranità.

Il rifiuto del ruolo di secondo violino della civiltà per l’Occidente, e l’implicita disuguaglianza di sovranità che ne deriverebbe, ha comportato ancora una volta un ritorno al contenimento e al confronto. Mosca rimane quindi scettica su qualsiasi politica estera inquadrata come una missione civilizzatrice.

L’autoritarismo liberale

Da allora, l’impegno dell’Occidente per un sistema internazionale “basato sui valori” ha significato riorganizzare e propagandare artificialmente tutta la politica come competizione tra democrazia liberale e autoritarismo. Il diritto internazionale, con uguale rispetto per gli Stati, viene smantellato e sostituito con il cosiddetto ‘sistema internazionale basato su regole’. Questo è dipinto come un’estensione del diritto internazionale, ma in realtà ne è l’antitesi. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha recentemente commentato: “La bellezza di queste ‘regole’ occidentali sta proprio nel fatto che mancano di un contenuto specifico”.

Gli standard strategicamente ambigui sono progettati per consentire ai Paesi della NATO di decidere quando le regole sono state infrante e quindi punire unilateralmente coloro che sono contrari ai loro valori.

Il sistema internazionale basato su regole è utilizzato dall’Occidente per sorvegliare il resto del mondo, motivo per cui non si applica all’arresto del fondatore di WikiLeaks Julian Assange o alle accuse di tradimento mosse contro il leader dell’opposizione ucraina Viktor Medvedchuk. Esenta anche Guantanamo Bay, la saga di Stuxnet, la sorveglianza di massa della NSA, la censura digitale, lo smembramento della Serbia o le centinaia di migliaia di persone che sono morte nelle “guerre umanitarie” illegali degli Stati occidentali. La responsabilità dei Paesi della NATO di sostenere il sistema basato su regole viene invece utilizzata come motivo per esentarsi da queste regole.

Sotto il velo della responsabilità di sostenere disinteressatamente i valori, i membri del blocco possono discutere in modo così casuale dei modi per rovesciare i governi stranieri con sanzioni economiche o potere militare.

Verso il risveglio dell’imperialismo?

L’imperialismo umanitario si evolverà nella nuova forma di imperialismo? Non sembra inverosimile che i valori risvegliati saranno assorbiti nell’attuale missione di civilizzazione liberaldemocratica di rifare il mondo a immagine dell’Occidente. L’obiettivo “mettere in ginocchio l’Ungheria” può trasformarsi in sovversione, operazioni di cambio di regime o guerre LGBT?

Nell’attuale era di autoritarismo liberale, gli Stati Uniti stanno collaborando con l’Arabia Saudita per combattere per i diritti umani siriani occupando il territorio del Paese, collaborando con gruppi jihadisti, rubando il petrolio di cui Damasco ha bisogno per finanziare la ricostruzione e rubando il grano necessario per la sopravvivenza dei civili.

I diritti delle minoranze sessuali sono un argomento importante per qualsiasi società, ma c’è ovviamente un grave problema di cinismo quando la bandiera arcobaleno viene issata sulle basi militari statunitensi.

[Fonte – alcune lievi modifiche alla traduzione dell’originale in lingua inglese sono del curatore del blog]

Ce lo chiede l’America

Manlio Dinucci, analista geopolitico ed esperto di questioni militari, ricorda come nel silenzio assoluto del nostro sistema informativo si stiano svolgendo adesso esercitazioni militari internazionali a guida statunitense a ridosso del territorio russo: “In Italia non esiste un dibattito degno di questo nome intorno a questioni decisive che riguardano la sicurezza di tutti noi”.

E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda

Il fatto che ci troviamo all’interno di una partita tutta politica, o meglio ancora geopolitica, piuttosto che sanitaria, lo si può evincere da diversi fattori, anche se forse quello più eclatante può essere individuato nel rifiuto a priori del siero russo. Dopo aver tramortito la popolazione con il waterboarding sociale e una campagna propagandistica senza precedenti, hanno iniziato ad inoculare nelle braccia delle povere cavie umane, farmaci di dubbia efficacia e ancor più dubbia sicurezza (i risultati della relazione clinica dovrebbero essere disponibili entro il 2023, anche se ad oggi non risulta chiaro se esista un gruppo di controllo dell’esperimento al quale starebbero iniettando il placebo). Non solo, dopo le notizie allarmanti riguardanti alcuni sieri, sono arrivati addirittura ad autorizzare dei mix improbabili di farmaci da accettare al buio, visto che le stesse case farmaceutiche dichiarano di non aver ancora studiato le eventuali interazioni tra diversi prodotti. Tutto insomma, pur di non approvare il prodotto russo (hanno così a cuore la nostra salute che prima di arrivare ad autorizzarlo, potrebbero essere tentati di fare un giro anche con il cianuro di sodio). Oramai dovrebbe essere evidente che questa volta alla costruzione del Muro ci stanno pensando gli Occidentali; il loro sarà un muro invisibile e per questo ancora più insidioso. Un muro sanitario-burocratico che di fatto sancirà una nuova divisione del mondo tra Est e Ovest e che al posto delle torrette con i VoPos avrà lettori ottici di QR Code e norme ambientali che di fatto impediranno alle imprese dell’Est di commerciare od operare nel cosiddetto Occidente allargato. E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda.

Giorgio Bianchi

Perché la UE si schiera contro la Cina

Il Parlamento Europeo ha congelato il 20 maggio la ratifica dell’Accordo Ue-Cina sugli investimenti, siglato in dicembre dalla Commissione Europea dopo sette anni di trattative.  La risoluzione è stata approvata a schiacciante maggioranza con 599 voti favorevoli, 30 contrari e 58 astenuti. Essa viene formalmente motivata quale risposta alle sanzioni cinesi contro membri del Parlamento Europeo, decise da Pechino dopo che suoi funzionari erano stati sottoposti a sanzioni con l’accusa, respinta dalla Cina, di violazione dei diritti umani in particolare degli Uighur. I legislatori UE sostengono che, mentre le sanzioni cinesi sono illegali poiché violano il diritto internazionale, quelle europee sono legali poiché si basano sulla difesa dei diritti umani sancita dalle Nazioni Unite.

Qual è il vero motivo che si nasconde dietro il paravento della «difesa dei diritti umani in Cina»? La strategia, lanciata e guidata da Washington, per reclutare i Paesi europei nella coalizione contro la Russia e la Cina. Leva fondamentale di tale operazione è il fatto che 21 dei 27 Paesi dell’Unione europea sono membri della NATO sotto comando USA. In prima fila contro la Cina, come contro la Russia, ci sono i Paesi dell’Est allo stesso tempo membri della NATO e della UE, i quali, essendo più legati a Washington che a Bruxelles, accrescono l’influenza statunitense sulla politica estera della UE. Politica che segue sostanzialmente quella statunitense soprattutto tramite la NATO. 

Non tutti gli alleati sono però sullo stesso piano: Germania e Francia si accordano sottobanco con gli Stati Uniti in base a reciproche convenienze, l’Italia invece ubbidisce tacendo a scapito dei suoi stessi interessi. Il segretario generale della NATO Stoltenberg può così dichiarare, al termine dell’incontro col presidente francese Macron il 21 maggio: «Sosterremo l’ordine internazionale basato sulle regole contro la spinta autoritaria di Paesi come la Russia e la Cina».

La Cina, che finora la NAT0 metteva in secondo piano quale «minaccia» focalizzando la sua strategia contro la Russia, viene ora messa sullo stesso piano. Ciò avviene sulla scia di quanto stanno facendo a Washington. Qui la strategia contro la Cina sta per diventare legge. Al Senato degli Stati Uuniti è stato presentato il 15 aprile, su iniziativa bipartisan dal democratico Menendez e dal repubblicano Risch, il progetto di legge S.1169 sulla Competizione Strategica con la Cina. La motivazione della legge non lascia dubbi sul fatto che il confronto è a tutto campo: «La Repubblica Popolare Cinese sta facendo leva sul suo potere politico, diplomatico, economico, militare, tecnologico e ideologico per diventare un concorrente globale strategico, quasi alla pari, degli Stati Uniti. Le politiche perseguite sempre più dalla R.P.C. in questi ambiti sono contrarie agli interessi e ai valori degli Stati Uniti, dei suoi partner e di gran parte del resto del mondo». Su tale base, la legge stabilisce misure politiche, economiche, tecnologiche, mediatiche, militari ed altre contro la Cina, miranti a colpirla e isolarla. 

Una vera e propria dichiarazione di guerra, non in senso figurato. L’ammiraglio Davidson, che è a capo del Comando Indo-Pacifico degli Stati uniti, ha richiesto al Congresso 27 miliardi di dollari per costruire attorno alla Cina una cortina di basi missilistiche e sistemi satellitari, compresa una costellazione di radar su piattaforme spaziali. Intanto aumenta la pressione militare USA sulla Cina: unità lanciamissili della Settima Flotta incrociano nel Mar Cinese Meridionale, bombardieri strategici della US Air Force sono stati dislocati sull’isola di Guam nel Pacifico Occidente, mentre droni Triton della US Navy sono stati avvicinati alla Cina trasferendoli da Guam al Giappone. 

Sulla scia degli Stati Uniti, anche la NATO estende la sua strategia all’Asia Orientale e al Pacifico dove – annuncia Stoltenberg – «abbiamo bisogno di rafforzarci militarmente insieme a stretti partner come Australia e Giappone». Il Parlamento Europeo non ha dunque semplicemente compiuto un ulteriore passo nella «guerra delle sanzioni» contro la Cina. Ha compiuto un ulteriore passo per portare l’Europa in guerra.

Manlio Dinucci

Fonte

Vae victis

L’Italia e la Germania hanno perso la guerra.
Negli ultimi settant’anni ogni tanto si sono presi la briga di ricordarcelo, ma non hanno potuto calcare troppo la mano altrimenti si sarebbe potuta spezzare la corda.
Ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità perchè era il modo più intelligente per controllarci e perchè dovevamo fungere da vetrinetta per far schiattare d’invidia i cittadini del Patto di Varsavia e facilitare l’inoculazione di quel sentimento anti-russo che tanto utile sta tornando in questi tempi per tenere lontana l’Europa Occidentale dall’unica possibilità che ha per affrancarsi dal giogo imperiale: un’alleanza strategica con la Russia (il nostro posto nel frattempo è stato preso dai Polacchi, dai Baltici, dai Cechi, che ora vivono nell’illusione che ha caratterizzato i nostri anni più belli).
Caduto il Muro, hanno polverizzato un’intera classe dirigente ambigua (per loro) e fatto avanzare le quinte colonne storiche (Napolitano in primis) e le seconde linee preventivamente indottrinate all’atlantismo, al neoliberismo, al carrierismo (in Germania con la Baerbock addirittura stanno per promuovere le seste linee: ma è gggiovane, è donna, è “green”, cosa si può voler di più dalla vita ? Forse si accorgeranno tra una decina d’anni del calibro che hanno usato per spararsi nelle mutande; del resto noi ancora non l’abbiamo capito).
Nel momento stesso in cui hanno rimosso la minaccia del socialismo reale, hanno iniziato a richiedere indietro, un poco alla volta, tutti i fringe benefit che avevano concesso per rammollire la popolazione, nascondere lo status di Paesi occupati, disinnescare la resistenza e per marcare la differenza con l’Impero del Male (diritti sociali, garanzie costituzionali, standard di vita tra i più alti al mondo) e sono gradualmente passati, modello rana bollita, dal soft power (cit. Joseph Samuel Nye) allo hard power che stiamo vivendo in questi giorni.
Questo cambio di paradigma nei Paesi sotto occupazione mascherata è estremamente pericoloso visto che non può essere indolore e pertanto necessita di provvedimenti da Paese sotto controllo militare: sistemi di sorveglianza di massa, coprifuoco, Stato di polizia, chiusura delle frontiere, check point, pass sul modello dell’ahnenpass nazista, amministrazione controllata dell’economia con particolare riferimento alla libera impresa, normalizzazione dell’autoritarismo a partire dalle scuole, criminalizzazione del dissenso, propaganda sfrenata, promozione sociale dei collaborazionisti, apartheid…
Il passaggio dal soft allo hard power richiede un periodo di transizione, necessario per riprogrammare attraverso la propaganda e la manipolazione occulta le menti dei popoli sotto occupazione e per costruire le infrastrutture necessarie per l’esercizio del governo autoritario.
E questo è esattamente il momento che stiamo vivendo: il Sistema sta velocemente abbandonando la vecchia pelle democratica, ormai troppo stretta e lacerata, e sta consolidando all’aria la nuova, più robusta e adatta a contenere un corpo sociale non ancora pronto per la svolta autoritaria.
Questa è l’ultima occasione che abbiamo, dobbiamo agire mentre sono in muta, è l’unico momento di vulnerabilità del Sistema; una volta cambiata la pelle, inizierà l’epoca della repressione manu militari del dissenso oppure, in caso estremo, la guerra civile.
E’ chiaro che per uscirne non c’è altra via che una guerra di liberazione, prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.
Bisogna spiegarlo anche ai nostri fratelli oltre le Alpi e oltre cortina sanitaria, perchè una cosa sola è certa, da soli non ne usciremo liberi.
Giorgio Bianchi