Far morire la NATO: l’Esercito Europeo è lo strumento per ridurre l’influenza USA in Europa?

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Di Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com

Una forza militare europea viene giustificata come protezione dalla Russia, ma potrebbe anche essere una maniera per ridurre l’influenza statunitense nel momento in cui l’Unione Europea e la Germania arrivano ai ferri corti con gli Stati Uniti e la NATO sulla questione ucraina.
Parlando con il giornale Tedesco Welt am Sonntag, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che è giunto il momento per la creazione di una forza militare europea unificata. Juncker ha usato la retorica del “difendere i valori dell’Unione Europea” e ha cavalcato le polemiche antirusse per promuovere la creazione di un esercito europeo, che dovrebbe portare un messaggio a Mosca.
Le polemiche e le discussioni in merito a un Esercito Europeo possono essere intorno alla Russia, ma in realtà l’idea è diretta agli Stati Uniti. La storia che c’è sotto riguarda le tensioni che si stanno sviluppando tra gli Stati Uniti da una parte e la Germania e l’UE dall’altra. Questo è il motivo per cui la Germania ha reagito in maniera entusiasta alla proposta, fornendo il suo sostegno a una forza armata europea condivisa.
Precedentemente, l’idea di un Esercito Europeo era stata presa seriamente in considerazione durante la preparazione all’illegale invasione anglo-americana dell’Irak del 2003, quando Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo si incontrarono per discuterne come scelta alternativa alla NATO a guida statunitense. L’idea è stata poi tirata fuori in altre circostanze simili. Nel 2003, il motivo di frizione era l’invasione dell’Irak. Nel 2015, è per la crescente tensione fra Germania e Stati Uniti in merito alla crisi in Ucraina. Continua a leggere

Psicosi di massa in Ucraina

La testimonianza di Marcus Godwyn, docente inglese residente per dieci anni in Russia.

“I paraocchi mi erano finalmente caduti durante i mesi di Febbraio e Marzo 2014. La propaganda antirussa dei media principali aveva raggiunto dei livelli mai visti di isteria rabbiosa e razzista, fatta coincidere con i Giochi Olimpici Invernali di Sochi. Nello stesso momento a Kiev, Ucraina, dopo l’uccisione di numerosi manifestanti e poliziotti da parte di misteriosi cecchini, la folla prendeva possesso di Piazza Maidan, ribaltando un accordo ratificato solo il giorno prima, ed il presidente Yanukovich fuggiva per salvarsi la vita. Secondo alcuni, anche questo avvenimento era stato fatto coincidere con le Olimpiadi Invernali di Sochi.
Sono stato in mezzo ai russi per trent’anni e ho vissuto in Russia per dieci, sono stato per vent’anni anche con gli ucraini e conosco bene le tensioni e le divisioni interne insite in quella nazione fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Conosco bene anche le caratteristiche del nazionalismo ucraino. In ogni modo, al principio avevo una certa simpatia per la protesta di Maidan, per le ragioni dette prima e poi perché gli amici ucraini mi avevano perfettamente informato degli incredibili livelli raggiunti qui dalla corruzione, anche se trovavo ridicolo da parte degli ucraini incolpare la Russia di tutti i loro problemi, argomentazione questa che ritenevo priva di ogni serietà. Magari l’Unione Sovietica, e di quei tempi poi, poteva avere qualche colpa, ma la Russia moderna non era l’Unione Sovietica ed ero preoccupato nel vedere come alcuni amici ucraini non facessero assolutamente distinzione fra Impero Russo, URSS e Federazione Russa. Secondo loro tutto si riduceva alla Russia e questo era stato, ed era, un male per l’Ucraina. Mi metteva poi sempre più a disagio il livello di sostegno politico che la protesta di Maidan andava ricevendo dai politici occidentali e dai leader, nominati ma non eletti, dell’Unione Europea, gente che non si era mai impressionata troppo per i disordini di piazza nei loro rispettivi Paesi. Non capivo perché l’UE stesse forzando l’Ucraina a fare una netta scelta di campo. Non mi sembrava scienza atomica lasciare gli europeisti ai loro interessi e affari con l’Occidente e permettere la stessa cosa a tutti quelli con interessi verso la Russia. Mi sembrava anche poco intelligente cercare di staccare completamente l’Ucraina dalla Russia, visti i profondi legami familiari, culturali, storici ed economici fra le due nazioni.
Ucraina e Russia sono molto più unite di quanto lo siano Scozia e Inghilterra, anche se alcuni nazionalisti ucraini occidentali rifiutano di accettare questo fatto solo perché questa non è la storia scritta da loro. Inoltre, le differenze visibili fra molti ucraini e russi sono molto meno marcate di quelle che ci possono essere fra gente dell’Essex e dello Yorkshire, per esempio.
“Se questa tensione continua, ci sarà una guerra civile!” Questo dicevo a volte a me stesso e agli altri. Sicuramente i nostri capi lo sanno. Hanno consiglieri ed esperti, o no? Mi ricordavo poi come nel 2008, al tempo della guerra in Georgia, avessi visto, incredulo, il Ministro degli Esteri inglese Milliband volare a Kiev per “creare un fronte antirusso”, come disse la BBC, nonostante il fatto che mezza Ucraina fosse ampiamente russofona e che la Russia non avesse fatto nulla per arrivare a quello stato di cose. In retrospettiva erano solo le prove generali di ciò che stava accadendo. Inoltre, in tutta l’Ucraina centrale e occidentale, gli edifici governativi, le stazioni di polizia e i depositi di armi venivano occupati, come potevo vedere online, da gruppi di nazionalisti bene armati e bene organizzati, anche se questi episodi non venivano mai riportati dai media occidentali. Sui social media notavo come amici russi ed ucraini cominciassero a dividersi in campi opposti, pro o anti Maidan, e non secondo la nazione di appartenenza.
Al cambio di regime a Kiev fece seguito la riunificazione della Crimea con la Russia e l’isterica canea da parte dei nuovi padroni di Kiev, Washington, Londra e Bruxelles. “Putin deve essere fermato”, “E’ il nuovo Hitler”, “Arriverà ai porti della Manica in qualche settimana, se non facciamo qualcosa”. Certo i resoconti delle proteste di Maidan sono stati di parte, ma non completamente. C’è stato “qualche” accenno al fatto che la metà della nazione che aveva votato per Yanukovich non voleva né l’UE, né la NATO e preferiva rimanere ancora di più nella sfera di influenza russa. C’è stata “qualche” allusione sul coinvolgimento di forze dell’ultradestra nelle proteste e anche di una interferenza da parte americana. Non è molto, ma è già qualcosa. Però, appena fu evidente che Russia e Crimea avrebbero negato l’accesso alla penisola alle formazioni paramilitari nazionalistiche ucraine, e che si stava organizzando un referendum lampo sul ritorno della Crimea in seno alla Russia, la stampa occidentale (personalmente seguivo quella inglese, americana e francese) e, per inciso, tutti i media occidentali, passarono in massa ed al momento giusto alla totale demonizzazione di Putin e della sua nazione ed a una egualmente totale adulazione del nuovo governo di Kiev, in vero stile totalitario. In massa! Come è possibile in nazioni libere, indipendenti e con dei mezzi di informazione che si suppone liberi? La brutale risposta a questa domanda è che, se questo è possibile , allora significa che non viviamo in nazioni libere ed indipendenti e che i nostri mezzi di informazione non sono liberi e indipendenti.
Il ventunesimo secolo iniziò effettivamente a Kiev in una delle 48 ore che vanno dal 20 al 22 febbraio 2014, quando i cecchini cominciarono a sparare a Maidan causando poi il rovesciamento del governo ucraino. Esattamente cento anni dopo che il diciannovesimo secolo era scomparso nella deflagrazione della prima guerra mondiale e della rivoluzione, aprendo le porte al vero ventesimo secolo, nel 2014 abbiamo visto il nostro mondo andare a gambe all’aria quasi alla velocità della luce. Proprio come cento anni fa, i problemi e le motivazioni di questi avvenimenti esistevano e si erano incancreniti da lungo tempo. La loro improvvisa comparsa nel mondo reale sembra abbia colto di sorpresa molti di noi. Non so cosa ne pensiate voi, ma questo ventunesimo secolo di sicuro a me non piace!
In Ucraina stiamo assistendo al più grande episodio di psicosi di massa, proprio nel cuore dell’Europa, dalla morte di Stalin e dai raduni di Norimberga. Invece di cercare di circoscrivere quello che è un fenomeno di enorme potere distruttivo, gli USA, l’UE e la NATO hanno continuamente buttato benzina sul fuoco, hanno cinicamente alimentato le fiamme e usato l’inferno che ne è uscito per presentare una versione dei fatti completamente diversa da quelli che sono i veri interessi dell’Occidente. Stiamo parlando della radicalizzazione di centinaia di migliaia di ucraini, specialmente i giovani, proprio come succede con i fondamentalisti islamici, solo che questa volta vengono convertiti ad un nazionalismo totalmente russofobo. La causa può avere un nome diverso ma il processo mentale e psicologico è identico. Anche il risultato! Questo lo sanno bene i governi occidentali che sostengono Kiev. Come si riconosce un ucraino vittima della psicosi di massa? Questa è la cartina di tornasole: se cominciano a dire che “L’Ucraina è totalmente unita in un’unica nazione. Tutti quelli che si oppongono al nuovo governo scaturito dal Maidan non sono ucraini ma spie di Putin, effettivi delle forze speciali Specnaz, e combattenti russi infiltrati allo scopo di uccidere tutti gli ucraini.” Parlano di questi definendoli “aggressori”, ma in realtà si riferiscono alla Russia intera. Sono in preda ad una psicosi di massa. Non bisogna essere profondi conoscitori dell’Ucraina per capire la follia di tutto ciò. La tua stessa nazione è completamente unita? Lo è la tua città? La tua famiglia? Sei unito con te stesso? L’Ucraina, anche prima dell’indipendenza dall’URSS era una delle nazioni meno unite della Terra! Rimasi perplesso quando un amico ucraino me lo disse per la prima volta. Poi cominciai a sentirlo dire con sempre maggior regolarità da amici, conoscenti e da interviste sui media. La stessa identica frase, sempre pronunciata in fretta e ripetuta in continuazione. Se una situazione del genere la calassimo nella politica degli Stati Uniti, sarebbe come se il Partito Repubblicano improvvisamente incominciasse a dire che in America non ci sono i democratici. “L’America è totalmente unita con noi”. Infatti tutti i cosiddetti “democratici” sono in realtà spie e soldati cubani mandati oltre il confine ad uccidere tutti gli americani. I repubblicani potrebbero poi procedere con una “operazione antiterrorismo”, bombardando e cannoneggiando i distretti democratici nei vari stati allo scopo di assoggettarli o spazzarli via!
È veramente pauroso vedere persone intelligenti, ben istruite, finora lucide, alcune delle quali sono miei stretti amici, e con cui era possibile avere fino ad un anno fa una conversazione razionale sul futuro dell’Ucraina, spegnere una dopo l’altra la loro luce interiore volontariamente, o almeno così sembra, e saltare dentro il distorcente nero fossato dello stupore di massa.
Uno dei risultati più ovvi di tutto questo è che i politici ed i portavoce del regime di Kiev, sostenuto dagli Stati Uniti, sono bugiardi patologicamente illusi; eppure tutto quello che dicono è riportato dalla stampa occidentale come se fosse la verità rivelata, senza nessun esame dettagliato.
Questa è anche la ragione principale per cui l’esercito ucraino si è rivelato così inefficiente in battaglia. La loro intera ragion d’essere è basata su fondamenta totalmente false, su false credenze e su vuoti slogan, mentre i combattenti per l’autodifesa del Donbass, pur se alcuni sono attaccati alle vecchie illusioni della loro infanzia (l’ammirazione per Lenin e talvolta per Stalin, ecc.), rimangono lucidi sulla situazione attuale e sanno esattamente cosa stanno combattendo e perché.
Riportare indietro alla coscienza gli individui radicalizzati è un affare costoso, delicato, lungo e la storia recente mostra che non tutti riescono a tornare indietro. In questa situazione non riesco a vedere niente di buono uscir fuori dall’Ucraina per un periodo molto lungo, indipendentemente da ciò che succederà sul terreno.
Il nazionalismo estremo è semplicemente una ricetta per privazione, disintegrazione, povertà e, alla fine, distruzione e morte, dovunque nel mondo, in qualunque periodo storico. È stato sempre così, così sarà sempre.”

Da La NATO attraverso lo specchio: un viaggio personale dall’ingenuità alla lucidità.

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“USA e getta”, di Jimmie Moglia

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“Mi sembra giusto finire questa carrellata sulla storia dell’America rifacendomi ancora una volta al dilemma iniziale. Di cos’è fatta la storia, di fatti o d’interpretazioni? Alla domanda risponde il silenzio, ma una cosa è certa, la storia non si fa cancellandone le piaghe.
Riferendosi all’Italia, il diplomatico francese Henry Bayle diceva che “Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati…”.
Mutatis mutandis, se si vuole conoscere la Storia degli Stati Uniti bisogna cominciare dal convincersi che l’associato mito storico è falso. L’importanza della menzogna non sta nel fatto che lo sia, ma nelle sue conseguenze. Specialmente quando l’America è il Paese più forte del pianeta e si assume (o arroga) il diritto di imporre al mondo la propria ideologia.
Sulla forza dell’America non c’è alcun dubbio. E guai a chi si permette di bucare il castello di carta fatto di fandonie millantate in nome di “libertà e democrazia”. Milosevic è morto in galera, Saddam Hussein impiccato e Muammar Gheddafi mitragliato in un bunker. Mentre la Libia era bombardata dagli aerei della NATO.
Una volta c’erano i comunisti, poi son venuti i terroristi, oggi è caduta l’ultima maschera. “Gli USA – parole di Obama – possono “intervenire” (eufemismo per invadere, ammazzare e distruggere) dovunque gli interessi americani sono ostacolati.” Vedi l’Irak (un milione e trecentomila morti… and counting), e le (probabili) centinaia di migliaia di vittime in Afghanistan e in altri Paesi. Senza contare la gente del posto e i civili che dell’America se ne fregano, ma che vengono ammazzati lo stesso – vittime senza nome del “danno collaterale”, lugubre eufemismo bernaysiano.
Nella sola Italia, gli USA hanno 113 installazioni militari, tra basi, uffici e centri d’ascolto.
Non molto tempo fa, scoprire che il governo americano teneva sotto controllo assoluto tutte le comunicazioni di un governo straniero averebbe perlomeno portato al richiamo degli ambasciatori. Oggi, il primo ministro del Paese spiato, e spiato lui stesso, appena bofonchia.
Niente dimostra lo strapotere americano più dell’episodio dell’estate 2013 – quando è bastato un cenno della CIA perché quattro grandi Nazioni europee si calassero le metaforiche braghe per dire, “Ecco il culo, obbedisco”. Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno impedito il passaggio all’aereo del presidente della Bolivia, Evo Morales, costringendolo a un atterraggio forzato in Austria. L’immagine del presidente Morales, seduto su un bancone dell’aeroporto, in attesa per ore prima che la CIA lo lasci ripartire, è testimonianza e simbolo del livello a cui è caduto il cosiddetto mondo “libero”.
E tutto perché la CIA sospettava che a bordo ci fosse non un assassino, non un ladro, non un criminale, ma un giovane americano che, anche lui, aveva avuto l’ardire di bucare il castello di carta delle fandonie. E rivelare, prove alla mano, nero su bianco, che l’America spia su tutti e su tutto il mondo.
L’America ha instaurato una rete globale di lacchè al suo servizio. E i lacchè, a volte, non si rendono neanche conto del disprezzo in cui sono tenuti dai loro padroni.
Emblematico un rapporto dell’ambasciatore americano a Roma, quando l’Italia inviò i suoi soldati in Afghanistan a far parte della “coalizione dei disponibili” (coalition of the willing), altro eufemismo dai connotati postribolari. L’originale si trova tra i documenti divulgati da Julian Assange, attraverso Wikileaks.
“A Berlusconi – dice il rapporto – fa piacere sentirsi importante. Quando gli ho chiesto di inviare duemila soldati in Afghanistan, me ne ha subito offerti quattromila.”
Alla faccia dell’Italia che potrebbe utilizzare molto meglio i soldi spesi per spedire e mantenere quattromila soldati, più armamenti, in un Paese dove, probabilmente, la maggioranza degli abitanti l’Italia non sa neanche dove sia.
Ma ritorniamo all’ideologia. La questione non è accademica. Molti intellettuali del momento (italiani e non solo), si sono verniciati da economisti e disquisiscono ad infinitum su formule, più o meno matematiche, più o meno statistiche. Grazie alle quali si potrebbe influire sul “prodotto interno lordo”, sulle “aspettative adattate”, sulle politiche micro e macro economiche, sulla “curva di Lorenz”, sul distributismo, l’elasticità di scala, l’inflazione, la deflazione e, naturalmente, sul “debito sovrano”, molto più importante del debito plebeo.
Intanto, nell’uomo qualunque e nel cittadino pensante sta nascendo il sentimento e si sta formando la percezione che, rapportate al disastro ecologico, al mutamento del clima, alla pressione demografica, alla (purtroppo ancora auspicata) “crescita”, le formule economico-accademiche siano le quisquilie e pinzillacchere immortalate da Totò. Nel caso, funzionano da patetiche maschere dell’ideologia dominante – creando tuttavia l’illusione che le quisquilie possano in qualche modo addolcirla. Ma non è così. Un’ideologia per cui il privato è tutto e il sociale niente, non ammette modifiche. “La società non esiste” disse la malanima Thatcher, con ammirevole sincerità.
Quando Don Abbondio si è chiesto chi era Carneade, la sua curiosità era ammirevole, ma le istanze dei bravi (come si direbbe oggi), erano un problema più pressante.
Oggi di Carneade ce ne sono centinaia, anzi migliaia. Lo sport, il calcio, giocatori, cantanti, attori, attrici, comparse, re, regine, duchesse, contesse, principesse, nobildonne più o meno tali, celebrità e i loro amorazzi, paparazzi che immortalano gli amorazzi… La lista è lunga e non ho neanche messo in conta gli intellettual-economisti di cui sopra. Potremmo chiamare il tutto una forma di neo-carneadismo.
E forse, chissà, il neo-carneadismo è più attraente che preoccuparsi di cosa vogliono i bravi. Anche perché i bravi di oggi sono più sofisticati. Invece di schioppi portano magliette con la scritta “Libertà e Democrazia”, invece di bloccare la strada a Don Abbondio, lo incanalano verso un’altra. E’ a senso unico e si chiama “Via del Neoliberismo a Stelle e Strisce”.
La strada non ha deviazioni, non ha parcheggi, non ha possibilità di uscita e nemmeno di sosta. L’involontario viandante – neo Don Abbondio a sua insaputa – non può cambiare il passo, è spinto da quelli dietro e bloccato da quelli davanti. In compenso, può comprare e consumare in fretta e furia un hamburgher ai numerosissimi McDonalds distribuiti lungo il percorso (non per niente si chiamano fast-food). O acquistare – in altrettanto numerosi centri commerciali – una miriade di aggeggi e marchingegni di dubbia utilità (non per niente si chiama acquisto per impulso, “impulse buying”).
E mentre ogni ulteriore aggeggio aumenta il peso del bagaglio e la fatica del viaggio, il pellegrino non trova mai silenzio. Catene di altoparlanti e schermi televisivi lo invitano a consumare ancora più hamburghers e a comprare ancora più aggeggi.
Il neo Don Abbondio crede di avere la possibilità d’innumerevoli scelte tra gli aggeggi o tra i cinquanta tipi di ciambelle col buco di McDonald. Ma per quanto siano numerose, le opzioni possibili restano sempre sotto controllo. Il problema (di cui il neo Don Abbondio è costretto a non accorgersene) è se un simulacro di scelta sia preferibile a un’assenza di scelta, a cui è più facile opporre un rifiuto.
Con ogni mezzo si vuole convincere il neo Don Abbondio che sta vivendo nel Paese di Bengodi, mentre si tratta soltanto di un edonismo straccione e di massa.
La tecnologia della propaganda è sofisticata, ma il messaggio è di una semplicità leibniziana: “Questo è il migliore di tutti i mondi possibili” – con il necessario corollario, “Non c’è altro modo (di vivere)”.
E allora, la nostra carrellata sulla storia dell’America, madre, motrice e motore del neocarneadismo e del neoliberismo come stili di vita, si conclude non con un messaggio ma con un invito.
Proviamo a credere che sia possibile un altro modo di vivere.”

Dalle Conclusioni di USA e getta, di Jimmie Moglia.
Il testo integrale può essere liberamente scaricato qui.

Thorbjørn Jagland rimosso dal suo incarico di presidente del Nobel per la Pace

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Il presidente del Comitato che assegna ogni anno il Premio Nobel per la Pace, Thorbjørn Jagland, è stato retrocesso dal parlamento norvegese al rango di semplice membro del Comitato, una decisione senza precedenti nella storia del Premio.
Il parlamento norvegese si è arreso alle accuse di corruzione al presidente Jagland che eravamo stati i primi ad esporre in dettaglio [1] (ma senza menzionare le ragioni che lo avrebbero condotto su questa strada).
I media che ci hanno accusati all’epoca di “complottismo” e di “antiamericanismo” non hanno ripetuto i loro insulti nei confronti del parlamento norvegese.
Il parlamento norvegese si è augurato che il Premio per la Pace ritorni alla sua funzione originaria [2]. In effetti, nel corso degli ultimi anni, il Premio è stato sistematicamente attribuito non a degli attivisti per la pace, in conformità alle indicazioni di Alfred Nobel, ma a dei sostenitori della NATO [3].
Ex Primo Ministro norvegese, Thorbjørn Jagland rimane attualmente segretario generale del Consiglio d’Europa, funzione che gli permette d’impegnarsi oggi a giustificare il colpo di Stato in Ucraina.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Sull’incompatibilità della Russia con l’Occidente

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“L’epiteto “democratico” in Russia, dopo l’esperienza politica del decennio eltsiniano, è perlopiù considerato alla stregua di un insulto per cui sia chiaro che non intendo offendere Putin nel momento in cui lo definisco “democratico”. Battute a parte, il nocciolo del problema sta proprio nel termine “democrazia liberale”. Io considero questa formula una specie di alibi dell’Occidente finalizzato a legittimare la Postmodernità Americanocentrica come religione identitaria unica di un mondo che si pretende interamente conquistato alle logiche della globalizzazione, del capitalismo sans frontières e della promozione, su scala globale, tramite guerre neocoloniali e “rivoluzioni colorate”, dei “diritti di libertà individuali” di un astratto individuo perfettamente addomesticato al cosmopolitismo del “consumo libero” occidentale. In altri termini, la “democrazia liberale” odierna non è che un’alternativa definizione caratterizzante la “Cultura McWorld” degli anni Novanta, evolutasi nell’attuale società della comunicazione multimediale globalizzata. La stessa categoria politica di democrazia moderna, intesa come ideologia e processo di emancipazione delle masse nell’ambito degli Stati nazionali a regime postcoloniale, è stata delegittimata e dissolta nell’ambito dell’odierna postdemocrazia di libero mercato e libero consumo (per chi se lo può permettere). La democrazia moderna ha chiuso il suo ciclo storico nel momento in cui, dopo il 1989, è stata decretata, dall’iperpotenza uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda, l’imminente fine capitalistica della Storia e il trionfo dell’“ultimo uomo” (volontario rimando di Fukuyama a Nietzsche), ossia l’individualizzato consumatore americanocentrico privo di qualsivoglia legame identitario a carattere collettivo (nazionale, politico, di classe, di genere). Il colonialismo dei nostri giorni si fonda appunto sull’estensione, su scala planetaria, del modello culturale della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale. E’ pertanto un colonialismo centrato sull’apertura di mercati e di “spazi di comunicazione” volti alla promozione del postmoderno cosmopolitismo del consumo e del desiderio. Oggi i gruppi strategici di riproduzione tardocapitalistica sono proprio le nuove classi medie giovanilistiche e americanizzanti che, in Russia, in special modo nelle città di Mosca e San Pietroburgo, esercitano una limitata ma rumorosa azione di opposizione al governo di Putin e che l’Occidente definisce, acriticamente, i “democratici” russi. Ponendo in discussione determinati postulati culturali tipici della postmodernità (marginalizzazione del ruolo degli Stati nazionali come organizzatori e gestori delle dinamiche di riproduzione sociale interna, società dell’Internet globalizzato, World Wide Web, esterofilia americanocentrica, gay-friendly inteso come affermazione di un nuovo tipo androgino unificato in luogo dei tradizionali generi sessuali maschio/femmina) il “putinismo” si pone in diretta continuità con una prospettiva di ripristino del moderno concetto di democrazia come processo di emancipazione e di liberazione collettiva da vincoli di derivazione coloniale.
(…)
Con Putin la Russia ha in parte allontanato il rischio della plutocrazia senza mediazioni, riequilibrando il contenzioso dei poteri a vantaggio della frazione politica e a svantaggio di quella oligarchica. Soprattutto, gli oligarchi filoccidentali, largamente invisi alla popolazione, sono stati marginalizzati dal punto di vista politico.
(…)
I valori tradizionali della Russia storica oggi fungono quale elemento di contraltare al dilagare della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale, costituiscono una risposta identitaria al tentativo di colonizzazione dell’immaginario pubblico russo verificatosi a seguito dell’imposizione del capitalismo americano quale religione idolatrica unica dopo il 1991. Non a caso, il ruolo della spiritualità religiosa (soprattutto ortodossa, ma non solo) quale cemento dell’unità politica nazionale della Russia in chiave di contrasto a determinati postulati culturali della globalizzazione americanocentrica, è contestato dai gruppuscoli libertari e radicaleggianti sponsorizzati e sostenuti dall’Occidente come attori politici della nominata “società dello spettacolo in Russia”, dalle Pussy Riot, anarco-capitaliste perfettamente interne, per loro stessa dichiarazione, alla cultura consumistica occidentale, fino ai “liberali 2.0” della “Rivoluzione dei Visoni” dell’inverno 2011-2012 ed è apprezzato dalle classi popolari, generalmente ostili alla globalizzazione e al liberalismo contemporaneo e per questo pesantemente invise alla media intellettualità euro-atlantica, che si ostina a considerare la spiritualità ortodossa, declinata in senso patriottico, come un retaggio “antimoderno” e “reazionario” da sostituire con l’idolatrico culto occidentale per il denaro, il successo individuale e il riconoscimento pubblico del singolo nell’ambito di una società interamente di spettacolo e in fase di crescente virtualizzazione.
(…)
Una coabitazione tra Europa e Russia è auspicabile, non solo possibile. Tale integrazione necessita il superamento dell’Unione Europea come progetto transatlantico e il conseguente riorientamento geopolitico dell’Europa (che è cosa assai diversa rispetto all’attuale UE) verso la Russia. Soltanto se riscopre la sua vocazione continentale, l’Europa potrà connotarsi come comunità di popoli indipendenti e nazioni sovrane, strategicamente alleati e culturalmente contigui alla Russia. Per il resto, la cultura politica e filosofica europea va sottoposta a un vero e proprio «bucato delle idee», una rivisitazione complessiva. Perché questo possa accadere è necessario, anzi, indispensabile, che l’Europa recuperi la propria sovranità geopolitica.”

Da Capire la Russia? Intervista a Paolo Borgognone, a cura di Pierluigi Mele.
P. Borgognone è l’autore di Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon editore.

La fine dell’Ucraina unitaria

“Crediamo di avere dimostrato che è possibile leggere gli eventi del Maidan come una storia di dissoluzione di un unico centro istituzionale e di ricomposizione politica intorno ad una pluralità di centri.
Le conseguenze di una simile lettura sono facili da trarre. Se ci induciamo a riconoscere al potere di Kiev e a quelli di Donetsk e Lugansk (ma anche di Sebastopoli) una pari dignità istituzionale, otteniamo prima di tutto una lettura formale della crisi più aderente alla realtà di fatto di quanto non lo sia l’interpretazione, corrente in occidente, secondo cui l’Ucraina Nazionalista e quella Unitaria sono la stessa cosa, mentre la secessione della Crimea e quella di Donetsk e Lugansk sono mere espressioni di un separatismo illegittimo. Ottenuto questo risultato (e in politica il riconoscimento formale di una situazione di fatto avvicina sempre alla soluzione di un problema), si potrebbe passare ad esaminare con onestà il problema più spinoso oggi sul tavolo: la configurazione territoriale delle diverse entità eredi dello spazio ucraino. E’ palese, infatti, che l’attuale estensione territoriale della Novorussia non soddisfa pienamente i Russi e i Novorussi, che continueranno ad esercitare una pressione (anche violenta) sino ad ottenere un riconoscimento ragionevole delle proprie ragioni storiche, politiche, economiche e geografiche nella regione. Infine questo riconoscimento potrebbe giovare allo stato delle finanze nazionaliste, nel senso che sarebbe ragionevole ripartire fra i diversi stati successori i pesanti oneri di bilancio lasciati in eredità dallo Stato unitario.
Siamo consapevoli che la soluzione suggerita è ad oggi, quasi utopistica. Ma è senz’altro preferibile, a nostro avviso, al protrarsi del confronto militare, unica alternativa possibile in mancanza di un compromesso che riconosca pienamente le ragioni di tutti i soggetti coinvolti.”

Dalle “Conclusioni” di 21 Febbraio 2014: la fine dell’Ucraina unitaria, di Marco Bordoni, curatore del blog Volti del Donbass.
Lunga e dettagliata analisi degli eventi, nel primo anniversario di Euromaidan (in versione .pdf qui).