C’è chi dice NO?

unnamed“Trident Juncture interesserà lo spazio aereo e marittimo compreso tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di guerra di Spagna, Portogallo e Italia. Sotto la supervisione del JFC – Joint Force Command Neaples (JFC), il comando alleato con quartier generale a Lago Patria (Napoli), prenderanno parte alla maxi esercitazione oltre 30.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali). Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi, onde consentire una “conoscenza più amplia e più profonda tra il settore produttivo e il regime addestrativo dell’Alleanza”, come dichiarato dal Comando NATO di Bruxelles. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari. “L’esercitazione simulerà uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenterà, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
All’ultimo vertice dell’Alleanza tenutosi in Galles nel settembre dello scorso anno, è stato approvato il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) che prevede l’implementazione di una serie di strumenti militari per consentire alla NATO di “rispondere velocemente e con fermezza” alle minacce che intende affrontare nell’immediato futuro nell’area compresa tra il Medio Oriente e il Nord Africa e nell’Europa centrale ed orientale, specie alla luce della recente crisi in Ucraina. “Il nuovo Piano di pronto intervento prevede anche un cambiamento della postura delle forze armate alleate di fronte alla minaccia rappresentata dalla guerra ibrida (sovversione, uso dei social network per diffondere foto false, intimidazione con la presenza massiccia di truppe ai confini, disinformazione, propaganda, ecc.), in aggiunta alla guerra convenzionale”, spiegano gli strateghi NATO. Tra le adaption measures più rilevanti adottate in Galles, quella di triplicare il numero dei militari assegnati alla NATO Response Force (NRF), la forza di pronto intervento in grado di essere schierata in tempi rapidissimi in qualsiasi parte del pianeta e che proprio Trident Juncture 2015 dovrà certificarne centri di comando e controllo e capacità di risposta.
(…)
L’esercitazione Trident Juncture 2015 consentirà di sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), la forza congiunta di pronto intervento opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). Prevista dal Readiness Action Plan, la VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate con capacità di dispiegamento rapido, fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. La leadership sarà assunta alternativamente da Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Polonia e Spagna. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO.”

Da Trident Juncture 2015. Il più grande spettacolo dopo il big bang…, di Antonio Mazzeo.
[I collegamenti inseriti sono nostri]

La Russia nel mirino della NATO globale

us-encircles-russia

Intervista di RT a Rick Rozoff, curatore di Stop NATO e dell’omonimo sito
(traduzione e collegamenti inseriti sono nostri)

RT: Quale è il problema se la NATO svolge più esercitazioni militari? Viviamo in un mondo pericoloso e l’esercizio rende efficienti, non è così?
Rozoff: Certo, dobbiamo contestualizzare le questioni. Se stiamo parlando delle più recenti esercitazioni militari della NATO sul Mar Baltico, le cosiddette operazioni o esercitazione Steadfast Jazz 2013. Dobbiamo considerare che si tratta della più vasta esercitazione militare congiunta svolta dalla NATO negli ultimi sette anni. Ed è stata tenuta in due Paesi che condividono i propri confini con la Russia -Lettonia e Polonia- con l’esplicito obiettivo di compattare la cosiddetta NATO Response Force, che è una forza militare globale di intervento. Si è inoltre svolta su larga scala: 6.000 soldati, con componenti aeree e navali così come di terra e fanteria in Paesi confinanti con la Russia. Non è un fatto di tutti i giorni, come i vostri commenti possono suggerire. Se qualcosa di analogo succedesse al confine americano, a dire in Messico e Canada, e soldati provenienti da 40 Paesi, tutti membri della NATO, e una serie di Paesi partner della NATO dovessero impegnarsi in esercitazioni militari congiunte sul confine americano, si sentirebbe qualcosa da Washington, ve lo assicuro. Peraltro non si tratta di un innocuo affare quotidiano di una o due nazioni che svolgono esercitazioni militari; si tratta del più grande blocco militare nella storia, onestamente parlando, con 24 Paesi membri, con oltre 70 Paesi partner nel mondo, che è oltre un terzo delle nazioni al mondo, e nell’ONU, ad esempio. Questa rappresenta un’ulteriore indicazione che il blocco militare guidato dagli USA, la NATO, ispira, prima di tutto, lo svolgimento di quelle che potrebbero essere interpretate come incaute e forse anche pericolose esercitazione militari vicino ai confini della Russia e allo stesso tempo progetta di sviluppare ulteriormente e dare una veste all’attivazione della propria forza internazionale di intervento.

RT: Queste esercitazioni non sono a buon mercato comunque – e molte nazioni europee non sono finanziariamente nella migliore forma. Ne vale davvero la pena per loro?
Rozoff: Certo che no, è un fantasma, una minaccia immaginaria che è stata contestata. Vale la pena notare che il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e altri funzionari dell’Alleanza Atlantica incluso il vice Segretario Generale Alexander Vershbow, che è l’ex ambasciatore statunitense in Russia, hanno precisato che le esercitazioni militari svolte in Lettonia e Polonia erano dirette a consolidare i risultati conseguiti negli ultimi dodici anni in Afghanistan, dove la NATO, attraverso la missione ISAF, ha consolidato – sono le sue parole – l’operatività di forze militari provenienti da 50 diverse nazioni. I popoli europei, i cittadini dei rispettivi 26 Stati membri in Europa possono comprendere questo genere di stravaganza? No, certamente non possono. Così ciò che resta da credere è che gli Stati Uniti trovano il pretesto per utilizzare la NATO e sono pronti a sostenere la maggior parte dei costi derivanti dalle esercitazioni o dalla creazione delle installazioni militari, per rafforzare i propri interessi geopolitici in Europa e nel mondo.

RT: La NATO ha appena terminato le esercitazioni in Polonia e negli Stati baltici. C’è qualche ragione per la scelta di queste precise collocazioni?
Rozoff: Se vi riferite alla forza di risposta rapida, che è un dispositivo dell’Alleanza utilizzato presumibilmente per interferire quando la NATO interviene militarmente, come fa negli ultimi quattordiici anni fuori dalla sua area di responsabilità, l’autodichiarata zona di protezione dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Stiamo parlando ovviamente di una seria azione militare, seria come lo è la guerra, infatti. Quattordici anni fa nell’Europa sud-orientale, nella ex Jugoslavia, per gli ultimi dodici anni in Afghanistan, in Asia, e due anni fa in Libia e Nord Africa, poi hanno scelto un così delicato posizionamento di fronte alla Russia – gli Stati baltici, il confine nord-occidentale della Federazione Russa – a me sembra quasi come una provocazione. Ma la spiegazione ufficiale della NATO è che, essendosi ormai configurata come una forza militare internazionale per missioni che possono essere condotte in Africa, Medio Oriente, nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano, in Asia Meridionale e Centrale, adesso deve ristabilire la propria capacità di difendere gli Stati membri. Chi altri se non la Russia può essere presa di mira quando gli Stati NATO, e, nel caso di Lettonia e Polonia – devono essere in grado di difendere i nuovi Stati membri dell’Alleanza come Lettonia, Estonia, Lituania a Polonia – nessuna altra nazione potrebbe essere il potenziale aggressore in quel contesto se non la Russia. Perciò questa è un’aperta provocazione nei confronti della Russia.

RT: L’anno prossimo la NATO terminerà la sua missione di combattimento in Afghanistan, che è durata oltre un decennio. Che cosa faranno tutte queste truppe dopo il ritiro del 2014?
Rozoff: Ci sarà un periodo di riposo e recupero per le attuali forze terrestri. E considerate che i comandanti NATO in Afghanistan e i comandanti militari USA hanno discusso circa il mantenimento in territorio afghano di un numero tra gli 8.000 e i 14.000 soldati statunitensi e di altri Paesi NATO per un futuro indefinito. E ciò si aggiunge certamente all’intenzione statunitense di mantenere e forse anche espandere la propria presenza e la propria capacità bellica nelle grandi basi aeree che gli Stati Uniti hanno migliorato a Shandan, Kandahar, e le basi terrestri fuori dalla capitale Kabul, e così via. Pertanto ciò che la NATO evidentemente intende fare, e gli USA in primo luogo, è la compiuta integrazione delle strutture militari di oltre 50 Paesi – un evento molto importante, non c’è nulla di anche lontanamente paragonabile che sia avvenuto prima nella storia. Bisogna essere onesti riguardo ciò. In nessuna guerra, neanche nella Seconda guerra mondiale, c’è stata la presenza di personale militare da 50 Paesi, tanto meno da una sola delle parti in conflitto, tanto meno in un solo teatro di guerra e in un sola nazione. Perciò quello che la NATO ha fatto è stato usare i dodici anni di incerto impegno bellico in Afghanistan al fine di mettere in piedi una NATO globale, nei fatti. E una volta concluso questo percorso con il vertice dell’Alleanza svoltosi a Chigago, lo scorso vertice NATO del Maggio 2012, l’Alleanza ha annunciato la nascita di un altro programma di partenariato. E questo sarà il primo che non è geograficamente connotato, diversamente da quelli che riguardano il Golfo Persico, il Mediterraneo, la regione del Medio Oriente o l’Europa Orientale, il Caucaso, l’Asia centrale. Quest’ultima iniziativa della NATO comprende inizialmente otto nazioni appartenenti alla più grande regione dell’Asia-Pacifico: Iraq, Pakistan, Afghanistan, Nuova Zelanda, Australia, Giappone, Corea del Sud e Mongolia. La Mongolia anche, come il Kazakhistan, che è un membro del programma NATO Partenariato per la Pace, confina sia con la Russia che con la Cina. Ciò cui stiamo assistendo è che a dispetto di tutti i suoi sforzi per convincere il mondo che è diventata un’aggiunta all’ONU, o che costituisce in qualche modo un apparato per il mantenimento della pace, la NATO si è in realtà trasformata in una forza militare globale. Essa può avere una limitata capacità di allargamento, almeno non fino al punto che vorrebbe. Ma le sue intenzioni sono chiare. Il nuovo quartier generale della NATO in costruzione a Bruxelles, che costerà più di un miliardo di dollari, sarà concluso a breve. Bene, la NATO non ha intenzione di accettare un’altra limitazione al bilancio e altri fattori che possano giustificare il suo ridimensionamento, le sue ambizioni al contrario sono più grandiose di quanto siano mai state prima.

RT: Che cosa riserva il futuro per l’Organizzazione in generale? Come può continuare a contare ed essere una forza importante nel mondo?
Rozoff: Lo scopriremo al prossimo vertice di Berlino l’anno a venire, nel 2014. Ciò che sappiamo è che al vertice di Chigago dell’anno scorso, una delle più importanti fra le decisioni prese riguarda il cosiddetto sistema di missili intercettori con approccio adattativo graduale -inizialmente progettato dai soli Stati Uniti sotto l’amministrazione di George W. Bush e ora pienamente integrato con la NATO sotto l’amministrazione di Barack Obama – ha raggiunto la capacità operativa iniziale, con piani per installare infine centinaia di missili intercettori a raggio intermedio e medio a terra in Paesi come Romania e Polonia, e anche su cacciatorpedinieri e altri tipi di unità navali nel Mediterraneo. Alla fine, sospetto, nel Mar Baltico e nel Mar Nero, poichè gli Stati Uniti stanno usando ancora la NATO come un cavallo di Troia, per controllare non solo militarmente ma anche politicamente l’intera Europa Orientale, dal Mar Baltico al Mar Nero. Ogni singolo membro di quello che era il Patto di Varsavia, con l’eccezione della Russia, è ora parte a pieno titolo della NATO. Metà degli Stati appartenenti alla ex Repubblica di Jugoslavia sono adesso membri a pieno titolo della NATO. Vediamo quindi che gli Stati Uniti usano la NATO per estendersi militarmente da Berlino, al termine della Guerra Fredda fin fino al confine russo. E la cosa più allarmante ultimamente è che hanno intensificato i propri sforzi per incorporare l’Ucraina, che possiede un rilevante confine con la Russia, quale importante partner della NATO. L’Ucraina sta per unirsi alla forza di risposta rapida, così come Georgia, Finlandia e Svezia. La Svezia è l’unico fra questi Paesi a non avere un confine con la Russia. Finlandia, Ucraina e Georgia possiedono confini rilevanti. Quello cui assistiamo è che la NATO in un modo o nell’altro sta continuando la spinta verso i confini della Russia e di fatto l’accerchiamento militare della Federazione Russa.

Droni sottomarini nel Mar Ionio

Centinaia di attacchi aerei, vere e proprie battaglie navali, inseguimenti di sottomarini nucleari e finanche la sperimentazione di sofisticate armi a comando remoto. È quanto avviene dal 5 febbraio nelle acque siciliane del Mar Ionio con l’esercitazione aeronavale denominata Proud Manta 2011 a cui partecipano dieci nazioni della NATO (Belgio, Canada, Francia, Germania, Grecia, Italia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti). Diretta dal Comando Alleato delle Forze Sottomarine (COMSUBSOUTH) e delle Forze Aeree Marittime (COMMARAIR) di Capodichino (Napoli), Proud Manta è la “maggiore esercitazione alleata per la lotta antisommergibile (ASW) e lo sviluppo delle tattiche di contrasto alle attività illecite perpetrate via mare con particolare attenzione all’antiterrorismo”, secondo quanto diramato dalla NATO. “L’esercitazione che si concluderà il 18 febbraio è un’importante occasione per sperimentare nuove dottrine ed attrezzature militari. I partecipanti metteranno in pratica le strategie e le tecniche attualmente utilizzate con le operazioni Active Endevaour nel Mediterraneo ed Ocean Shield in Corno d’Africa, così come le altre capacità belliche necessarie ad assicurare una migliore integrazione ed interoperabilità delle unità che fanno parte della Forza di Reazione Rapida (NRF) della NATO”.
(…)
La vera novità nei giochi di guerra NATO nelle acque a largo della Sicilia è rappresentata quest’anno dalla sperimentazione di tre “sea gliders”, ovvero di veicoli autonomi sottomarini (Autonomous Underwater Vehicle – AUV), per la raccolta dei “dati ambientali tridimensionali” da utilizzare a supporto dei processi decisionali e di pianificazione dei comandi militari. A coordinare i test degli AUV i tecnici del NATO Undersea Research Center (NURC) di La Spezia, il centro dipendente dal Comando alleato di Norfolk, Virginia, che opera nel campo della ricerca e dello sviluppo di tecnologie necessarie alle operazioni navali NATO, con particolare enfasi alla guerra sottomarina e al “contrasto delle nuove minacce in ambiente marittimo da parte delle nazioni nemiche o di gruppi terroristici”. “La conoscenza ambientale e l’efficienza operativa ottenute con l’utilizzo della tecnologia informativa avanzata dei veicoli sottomarini telecomandati, aiuteranno a definire gli scenari subacquei e a sviluppare le capacità dei militari NATO”, ha dichiarato Michel Rixen, uno degli scienziati che operano presso il NURC di La Spezia. “I glider resteranno in acqua per tutto il periodo dell’esercitazione aeronavale, percorrendo oltre 300 miglia nella raccolta di dati sulla salinità e la temperatura del mar Ionio che consentiranno agli operatori sonar di calcolare la velocità di propagazione del suono nell’acqua, elemento fondamentale per l’individuazione dei sottomarini nemici”.
Sempre secondo Michel Rixen, i nuovi sottomarini telecomandati “hanno molto in comune con gli aerei senza pilota UAV”.
(…)
I tre gliders in via di sperimentazione in Sicilia sono stati prodotti dalla Teledyne Webb Research di Falmouth, Massachusetts, società interamente controllata da Teledyne Technologies Inc., gruppo leader nella progettazione e realizzazione di strumenti e attrezzature di ricerca e monitoraggio oceanografico. La Marina militare USA ha ordinato più di un centinaio di sottomarini telecomandati e punta ad impiegarli nei teatri di guerra internazionali con le unità del Naval Oceanographic Office. A fine 2009, un glider dello stesso tipo utilizzato nell’esercitazione Proud Manta è riuscito a completare l’attraversamento dell’Oceano atlantico in 221 giorni.
“Se necessario, gli AUV potranno essere facilmente impiegati per le stesse funzioni e missioni dei grandi sottomarini”, ha spiegato mister Rixen. “Potranno essere installati a bordo degli AUV anche dei sistemi d’arma, esattamente come già fatto con gli aerei senza pilota”. L’immagine è quella dei micidiali “Predator” che stanno seminando morte e distruzione in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Chissà se dopo la trasformazione di Sigonella nel maggiore centro direzionale europeo dei “Global Hawk” USA e NATO, a Washington non si stia pensando di fare dei porti siciliani il trampolino per le guerre subacquee teleguidate nel Mediterraneo.

Da War Games in Sicilia con i sottomarini NATO telecomandati, di Antonio Mazzeo.

L'”approccio olistico” della NATO

Tranquilli, non ci siamo fatto suggestionare dalla New Age.
Parliamo piuttosto delle risultanze del ”convegno di studio” Eagle Eye 2011, tenutosi ad inizio settimana presso la caserma ”Ugo Mara” di Solbiate Olona, sede del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO (NRF), che nelle parole del generale Gian Marco Chiarini “è servito per ricevere un apporto qualitativamente elevato da esperti del settore sulle novità scaturite dall’ultimo summit della NATO tenutosi il 19 e 20 Novembre scorso a Lisbona”.
In quell’occasione, l’Alleanza Atlantica aveva formalmente adottato il suo nuovo Concetto Strategico, circa cui alla Ugo Mara hanno discettato “esperti studiosi di problematiche geo-strategiche” quali l’Ambasciatore Istvan Gyarmati, Presidente del Centro Internazionale per la Transizione Democratica con sede a Budapest in Ungheria; il professore Massimo de Leonardis, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università del Sacro Cuore di Milano; il generale di Corpo d’Armata Carlo Bellinzona; il professor Sten Rynning, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università della Sud Danimarca; il professore Andrea Margelletti, Presidente del Centro di Studi Internazionali (Ce.S.I.).
Gli interventi hanno analizzato il nuovo approccio che la NATO intende adottare per la pianificazione e la condotta delle operazioni militari, il cosiddetto ”approccio olistico” od ”onnicomprensivo”. I conflitti e le crisi presenti sull’attuale scenario mondiale sono così variegati ed asimmetrici che si rende necessario, secondo la nuova ortodossia atlantica, condurre le operazioni non solo con l’uso della componente militare convenzionale ma coinvolgendo tutte le organizzazioni a qualunque titolo impegnate nella risoluzione della crisi.
Insomma, quella commistione fra sfere militare e civile utile a rendere più digeribile la politica di penetrazione strategica USA/NATO, come puntualmente segnalato da Antonio Mazzeo a riguardo del continente africano.
Una prassi analoga è applicata da tempo, come in un laboratorio, anche in Afghanistan senza che i risultati, in termini di riduzione della conflittualità sul terreno militare e della povertà endemica che affligge la popolazione nonostante i miliardi di dollari (e di euro…) riversati in loco, possano deporre a favore dei suoi sostenitori.
I quali, del resto, a partire dall’Italia, non paiono neanche turbati dal crescente drenaggio finanziario che tali scelte comportano ai danni dei sistemi di welfare dei propri Paesi.

Roulette russa in Sicilia

Prima quattro, poi sei, adesso otto. Si tratta dei famigerati velivoli senza pilota UAV “Global Hawk” che la NATO destinerà alla base di Sigonella nell’ambito del nuovo programma di sorveglianza terrestre AGS (Alliance Ground Surveillance). A comunicare l’aumento del numero degli UAV che giungeranno in Sicilia entro il 2012, Ludwig Decamps, a capo della Sezione di supporto dei programmi di armamento della Divisione difesa dell’Alleanza Atlantica. «Il sistema AGS di Sigonella sarà fondamentale per le missioni alleate nell’area mediterranea ed in Afghanistan, così come per assistere i compiti della coalizione navale contro la pirateria a largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden», ha aggiunto Decamps. «L’AGS fornirà un preciso quadro della situazione operativa tramite dettagliate immagini del suolo, sempre disponibili per tutti i responsabili della NATO e dei Paesi che ne fanno parte e soprattutto per la “NATO Response Force” (NRF), la forza d’intervento rapido, accrescendo la capacità di sorveglianza aerea in linea con i moderni requisiti di Intelligence, Surveillance e Reconnaissance. Il sistema consentirà inoltre di supportare gli emergenti requisiti operativi anche per la gestione delle crisi, la sicurezza nazionale e gli aiuti umanitari. Sarà inoltre interoperabile con i sistemi di sorveglianza aviotrasportati e terrestri, formando così un sistema di sistemi».
Oltre alla componente di volo dell’AGS rappresentata da otto velivoli “RQ-4B Global Hawk” nella versione Block 40, all’interno della base di Sigonella saranno ospitati i centri di comando e di controllo del nuovo sistema, centralizzando le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere. La Sicilia si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, in un “Grande Fratello” capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico. Ma non solo. L’AGS, infatti, è un programma di vitale importanza per poter applicare sul campo la nuova dottrina strategica NATO per le guerre del XXI secolo, denominata “Network Centric Warfare” (NCW), che punta all’integrazione delle forze dell’alleanza militare in un’unica rete informativa globale (la cosiddetta infostruttura net-centrica) e alla «condivisione delle informazioni sensibili tra tutti i possibili utenti in tempo quasi reale».
(…)
Nonostante la sua rilevanza strategica, a sostenere finanziariamente l’AGS sono però appena 15 paesi sui 28 che aderiscono alla NATO. Si tratta di Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Stati Uniti e, ovviamente, l’Italia. Nel settembre 2009 i rispettivi ministri della difesa hanno sottoscritto l’AGS Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che delinea il quadro giuridico, organizzativo e finanziario del nuovo programma militare. Costo stimato, 2,3 miliardi di dollari, ma con ancora alcuni punti oscuri che faranno certamente lievitare la spesa finale e, in conseguenza, i singoli contributi dei paesi partecipanti (150 milioni di euro dall’Italia, secondo il ministro La Russa). «Nessuna decisione è stata presa sino ad oggi relativamente alle trasformazioni infrastrutturali che saranno necessarie per ospitare a Sigonella il nuovo sistema e il personale destinato al suo funzionamento, circa 800 militari che si aggiungeranno alle unità statunitensi ed italiane già presenti nella Naval Air Station», ha dichiarato il responsabile NATO per i programma di armamento, Ludwig Decamps.
(…)
A intasare ulteriormente le piste e lo spazio aereo di Sigonella ci penseranno pure i 4 o 5 “Global Hawk” che l’aeronautica militare statunitense è in procinto di dislocare in Sicilia per le proprie operazioni “preventive” in Europa, Medio oriente e nel continente africano. Nella base siciliana verrà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le attività di manutenzione degli aerei senza pilota dell’US Air Force. «Velivoli assolutamente non compatibili col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa», aveva dichiarato due anni e mezzo fa il comandante italiano della stazione aeronavale di Sigonella. Proprio a causa dei documentati rischi per la sicurezza dei voli civili e militari e della popolazione residente, il governo spagnolo aveva ritirato la candidatura dello scalo di Zaragoza come principale base operativa dell’AGS NATO. Viaggiare in Sicilia sarà come giocare alla roulette russa. E pensare che nell’autunno del 2010, quando saranno avviati i lavori di ammodernamento e ampliamento di quello che è ormai il terzo aeroporto in Italia per traffico passeggeri, buona parte dei voli dovrebbero essere trasferiti transitoriamente da Fontanarossa a Sigonella.

Da Aumentano i Global Hawk per il Grande Fratello NATO a Sigonella, di Antonio Mazzeo.
[grassetti nostri]

AFRICOM avanza a grandi passi

us military commands

Nel suo ultimo Rapporto Anti-Impero l’analista politico William Blum scrive: “La prossima volta che sentirete che l’Africa non può produrre buoni dirigenti, persone impegnate per il benessere della maggioranza dei loro popoli, pensate a Nkrumah ed al suo destino. E ricordatevi di Patrice Lumumba, rovesciato nel Congo del 1960-1 con l’aiuto degli Stati Uniti; e dell’angolano Agostinho Neto, contro il quale Washington fece guerra negli anni settanta, rendendogli impossibile l’introduzione di cambiamenti in senso progressista; del mozambicano Samora Machel contro cui la CIA sostenne una contro-rivoluzione negli anni settanta-ottanta; e del sudafricano Nelson Mandela (adesso sposato con la vedova di Machel), che ha trascorso 28 anni in prigione grazie alla CIA”.
Blum si riferisce ad una serie di guerre per procura sostenute dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO (e per certi versi anche dal Sud Africa dell’apartheid e dal regime di Mobutu in Zaire) a partire dalla metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, armando ed addestrando il Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Angola (FNLA) e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), la Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), i separatisti eritrei in Etiopia così come l’invasione somala del deserto etiope dell’Ogaden nel 1977.
Ma in tutto il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in Africa c’era stato soltanto un intervento militare americano di tipo diretto, il bombardamento aereo della Libia nell’aprile 1986, la cosiddetta Operazione El Dorado Canyon.
Mentre nella seconda metà del secolo scorso conduceva guerre, bombardamenti, interventi militari di varia natura ed invasioni vere e proprie in America Latina e nei Caraibi, nel Vicino e Medio Oriente, e recentemente nell’Europa sudorientale, il Pentagono ha lasciato il continente africano relativamente indenne. Tutto ciò è destinato a cambiare dopo l’istituzione del Comando statunitense per l’Africa (AFRICOM) l’1 ottobre 2007 e la sua attivazione nell’anno successivo.
Gli Stati Uniti avevano intensificato il loro impegno militare in Africa nei precedenti sette anni con progetti quali l’Iniziativa Pan Sahel, nell’ambito della quale sono stati dispiegate le Forze Speciali dell’esercito in Mali, Mauritania ed altri luoghi. Ancora oggi, personale militare statunitense è impegnato nelle attività di controguerriglia contro i ribelli Tuareg in Mali ed in Niger.
Alla fine del 2004, l’Iniziativa Pan Sahel è stata sostituita dall’Iniziativa Trans-Sahariana contro il Terrorismo che prevede l’assegnazione di personale militare USA in undici Paesi africani: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal.
Tre anni fa, un sito del Pentagono riferiva che “i funzionari del Comando statunitense per l’Europa (EUCOM) spendevano tra il 65 ed il 70% del loro tempo ad occuparsi dell’Africa”. L’allora comandante EUCOM, James Jones, affermò che “l’istituzione di un gruppo di esperti militari in Africa occidentale poteva anche servire a convincere le aziende statunitensi che investire in molte zone dell’Africa fosse una buona idea”.
Durante gli ultimi mesi del suo doppio incarico di comando presso EUCOM e la NATO, Jones ha trasferito l’Africa dal controllo di EUCOM a quello di AFRICOM, al contempo aumentando le responsabilità della NATO nel continente.
Nel giugno 2006, l’alleanza ha lanciato la sua Forza di Reazione Rapida (NATO Response Force – NRF) con una esercitazione militare in grande stile al largo delle coste di Capo Verde, nell’Oceano Atlantico ad ovest del Senegal.
La prima operazione della NATO in Africa è stata, nel maggio 2005, il trasporto delle truppe dell’Unione Africana in Darfur per la relativa operazione di mantenimento della pace. Da allora, l’alleanza ha dispiegato unità navali nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden, l’anno scorso nell’ambito dell’operazione Allied Protector, ora in quella denominata Ocean Shield. Queste operazioni non consistono unicamente in attività di sorveglianza e scorta del traffico commerciale ma includono anche regolari abbordaggi a mano armata, l’impiego di cecchini ed altri usi della forza armata, spesso in modo letale. Ad esempio, lo scorso 22 agosto un elicottero olandese del contingente navale appartenente all’operazione gemella Atalanta, condotta dall’Unione Europea, ha attaccato un’imbarcazione di cui hanno poi preso il controllo soldati sbarcati da un’unità navale norvegese.
Del resto, tre anni or sono, sempre l’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale James Jones – relativamente a quale fosse al tempo la sua maggiore preoccupazione in tema di “sicurezza nazionale” – aveva ipotizzato lo scenario in cui la NATO assumesse un ruolo nel combattere la pirateria al largo del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea, specialmente quando questa mettesse in pericolo le rotte di rifornimento energetico verso i Paesi occidentali.
In aggiunta alle nazioni già prese di mire come la Somalia, il Sudan e lo Zimbabwe, anche un devoto alleato militare statunitense come la Nigeria potrebbe trovarsi oggetto dell’ostilità del Pentagono. Essa è la maggior potenza appartenente alla Comunità Economica degli Stati Africani Occidentali, che negli scorsi nove anni ha dispiegato le proprie trupppe in Sierra Leone, Liberia e Costa d’Avorio. Altri delegati militari per conto USA nel continente sono l’Etiopia e Gibuti nell’Africa nordorientale, il Ruanda in quella centrale ed il Kenia in entrambe, e prospettive analoghe esistono per Sud Africa, Senegal e Liberia.
Sin dalla sua istituzione, AFRICOM ha impiegato poco tempo a mettere il proprio marchio sul continente. Ancor prima della sua effettiva attivazione, il Pentagono ha condotto un’esercitazione militare denominata Africa Endeavour 2008 che ha coinvolto una ventina di Paesi africani e… la Svezia.

Se fino al mese di ottobre del 2008 l’Africa era l’unico continente insieme all’Oceania a non avere un Comando militare statunitense dedicato, il fatto che esso sia stato istituito indica che l’Africa rappresenta una rilevante posta strategica per il Pentagono ed i suoi alleati.
Un’analisi delle cause di questa crescente rilevanza strategica è stata elaborata da Paul Adujie in un commento sul New Liberian dello scorso 21 agosto: “AFRICOM, in termini concettuali e nella sua attuale realizzazione, non è inteso a servire i migliori interessi dell’Africa. E’ soltanto successo che è aumentata l’importanza geopolitica e geoeconomica dell’Africa per gli Stati Uniti ed i suoi alleati. L’Africa è sempre stata allineata. C’erano, ad esempio, rapporti di come l’esercito americano, agendo teoricamente in collaborazione o cooperazione con quello nigeriano, avesse letteralmente preso possesso del quartier generale della Difesa nigeriana. (…) AFRICOM è lo strumento mediante il quale i governi occidentali perseguono la loro ostentata influenza globale economica, politica ed egemonica a spese degli Africani così come una porta di servizio attraverso la quale gli occidentali possono avvantaggiarsi con i rivali della Cina e forse anche della Russia”.

La fine della neutralità scandinava

scandinavia

Finlandia e Svezia sono, soprattutto la seconda, i più celebrati Paesi neutrali d’Europa. Nell’ultimo anno e mezzo, pressioni vieppiù intense sono state esercitate, sia all’interno che all’esterno, per integrarli pienamente nella NATO.
La piena integrazione di Finlandia e Svezia nel dispositivo militare atlantico pone naturalmente una minaccia ancora maggiore alla Russia, ormai circondata da un “cordone sanitario” occidentale che prevede crescenti dispiegamenti aerei, navali, terrestri, missilistici e di spionaggio dai mari di Barents e Baltico fino al mar Nero.
Russia e Finlandia condividono un confine di 1.200 chilometri, con la Finlandia posta di fronte o vicino a tre mari – Baltico, di Barents e Norvegese – che ospitano regolari sorvoli aerei NATO, i Battaglioni Nordici dell’Unione Europea (legati alla stessa NATO) ed altre formazioni militari, di recente costituzione, che guardano a est verso la Russia ed a nord verso il nuovo campo di battaglia dell’era globale, l’Artico.
Nell’autunno 2007, il ministro della Difesa finlandese Jyri Hakamies, in visita negli Stati Uniti, ha pubblicamente affermato che la più grande sfida alla sicurezza del suo Paese è rappresentata dalla “Russia, Russia, e Russia! E non solo per la Finlandia, ma per tutti noi”. Chiaro.
Finlandia e Svezia – entrambe con truppe inviate in Afghanistan – sono state cooptate nella NATO direttamente od attraverso meccanismi come il Consiglio Nordico (una struttura di cooperazione militare avviata dopo la seconda guerra mondiale insieme a Danimarca, Islanda e Norvegia), i già citati Battaglioni Nordici dell’UE e la crescente integrazione fra i ruoli militari di NATO ed Unione Europea. Nel gennaio 2008, il segretario generale del Consiglio Nordico Jan-Erik Enestam, in un articolo di stampa, ha sostenuto l’opinione secondo cui “la NATO è l’unica importante organizzazione internazionale della quale la Finlandia non sia membro. Potrebbe essere che siano maturi i tempi per l’adesione. Nel frattempo sarebbe importante stabilire una cooperazione più stretta nel campo della difesa con Svezia e Norvegia. Quest’ultima, dopo tutto, appartiene alla NATO”.
A partire da quel momento, una successione ininterrotta di dichiarazioni – ed azioni, per fare il paio – è stata rilasciata dalle bocche e dalle penne dei più importanti esponenti governativi e di partito finlandesi e svedesi, suscitando il gradimento dei funzionari della NATO e del governo statunitense. In maniera rapida ed inesorabile, la NATO ha ormai preso il controllo completo della politica estera dell’Europa e del suo apparato militare, senza lasciare spazio a nessun caso di neutralità. La fine della neutralità militare della Scandinavia ha un importante significato in sé stessa, ma ancora di più rispetto a ciò di cui è esempio. L’integrazione atlantica di Finlandia e Svezia è il dettaglio finale di un “grande” paesaggio composto da nazioni europee – grandi e piccole, occidentali ed orientali, continentali ed insulari – tutte incorporate in un blocco militare in espansione globale controllato da una potenza di un altro emisfero. Continua a leggere