Lo stupro di una Nazione: gli Iracheni resistono su più fronti

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Hadani Ditmars per rt.com

Perché la narrativa dominante dei media continua a rappresentare gli Iracheni sia come terroristi che come vittime che l’Occidente dovrebbe combattere o salvare? Ancora una volta l’oppressione della dialettica binaria alza la sua brutta testa, mentre l’ISIS, dopo una lunga pausa, riporta sull’Irak l’attenzione dei media.
Quando per la prima volta ho viaggiato in Irak nel 1997, per scrivere per il NY Times del disastro umanitario causato dal regime delle sanzioni, i sapientoni di destra, a causa del mio impegno, mi definirono una cattiva saddamista.
Per quanto cercassi con fatica di trasmettere la complessità della situazione – un regime clientelare dove le sanzioni andavano a colpire ogni giorno gli Iracheni e a rafforzare il potere di Saddam; una scena teatrale fiorente con la possibilità di criticare la classe dirigente con sottili doppi sensi; uno status per le donne più elevato di quello di gran parte del mondo arabo, pian piano eroso dagli eccessi dell’embargo – potevo sentire gli occhi della gente sorvolare e qualunque possibile argomentazione veniva spazzata via da una risposta impassibile: “Ma Saddam è malvagio, no?” Era come se l’intera Nazione fosse ridotta all’unica immagine archetipica di un dittatore arabo.
L’altro giorno, a un ricevimento, un’accademica americana mi ha domandato dei miei progetti per l’autunno. Quando ho detto che sarei andata in Irak a fare ricerche per il mio prossimo libro – un diario di viaggio politico in antichi siti che sovverte la tradizionale narrativa turistica con storie di vedove, orfani e sfollati – ho sentito lo stesso sguardo vuoto. “Oh, fantastico! Così hai intenzione di finire come schiava sessuale dell’ISIS?” ha risposto impassibile – come se l’ISIS fosse la sola narrazione possibile – e il solo male – in un Paese di 33 milioni di anime.
Un decennio fa, la riduzione caricaturale di 33 milioni di persone a mini-Saddam che una volta caratterizzava i ritratti degli Iracheni offerti dai principali media prima dell’invasione fu sostituita da una nuova terribile caricatura: gli Iracheni come folli attentatori suicidi magicamente trasformati da secolari a settari in pochi anni di occupazione. Le vittime del nuovo terrore venivano etichettate come i suoi autori. Per anni gli Iracheni hanno dovuto convivere con questa bizzarra fusione e l’ISIS offre ora una nuova opportunità. Continua a leggere

Carattere dell’odierna ascesa cinese

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Vi sono molte storie non dette sull’ascesa della Cina.
Reg Little, diplomatico australiano di lungo corso, ne racconta una.
Da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2015, pp. 82-83.

“Sarebbe errato parlare di ascesa cinese in senso esteso. È molto più appropriato parlare di rinascita della Cina. Fino alle guerre dell’oppio, alla metà del XIX secolo, la Cina aveva guidato il mondo nella tecnologia e nella produzione economica per gran parte della storia umana.. Alla metà del XX secolo, la rivoluzione di Mao Zedong cominciò a gettare le fondamenta della rinascita cinese. Questa rinascita è diventata evidente circa un quarto di secolo più tardi, quando Deng Xiaoping prese il potere.
La nuova evidente caratteristica della Cina contemporanea sta nel fatto che le potenze angloamericane hanno costruito un nascente sistema globale e che la rinascita della Cina deve aver luogo al centro di questa interconnessione globale. È questa la caratteristica veramente unica della contemporanea ascesa, o rinascita, della Cina. È qualcosa che altre potenze hanno reso inevitabile, non qualcosa che sia avvenuto per iniziativa delle guide della Cina.
Perciò nell’ascesa della Cina contemporanea c’è parecchio che può essere compreso soltanto esaminando l’interazione della moderna influenza occidentale con la rinascita della cultura tradizionale cinese. Finora l’impatto dell’influenza occidentale sembra essere stato dominante. Eppure il successo della Cina può essere spiegato solo osservando il modo in cui la sua cultura tradizionale la ha attrezzata per poter competere con l’Occidente.
Analogamente, gran parte dell’attività cinese è stata dettata da imperativi imposti dalla modernità occidentale. Però, a mano a mano che la Cina diventa più forte, più indipendente e più cinese nelle sue scelte, è possibile sottoporre molte iniziative occidentali ad un profondo riesame.
Basta guardare ai danni procurati dagli imperativi industriali occidentali all’ambiente, all’acqua, all’aria, al cibo ed alla medicina, per vedere i possibili benefici di questo sviluppo. Naturalmente, oggi la Cina rappresenta una misera pubblicità in questo senso, poiché, nella fretta di costruire la sua economia, di ristabilire la sua autonomia culturale e di guadagnare un certo controllo sul proprio avvenire, essa ha dovuto accettare molti di tali imperativi. In ogni caso, ora essa ha ampiamente realizzato questi fini ed ha la possibilità di risolvere i suoi problemi.
Per rimediare ai danni prodotti dagl’imperativi industriali, le tradizioni di legge edi governo della Cina possono sembrare molto più adeguate che non le pratiche comuni delle democrazie occidentali. Le grandi multinazionali hanno dimostrato la loro capacità di scrivere le leggi e le normative dei governi eletti servendosi delle consorterie, dell’influenza mediatica, delle perizie industriali e del finanziamento ai partiti, spesso col minimo riguardo per i danni inflitti al bene comune.
In realtà, lo studio dei classici, della storia e della cultura politica della Cina rivela che molti tratti della civilizzazione angloamericana contemporanea traggono origine dalle avventure imperialistiche delle grandi società commerciali inglesi come la Compagnia delle Indie e, più recentemente, dalle iniziative delle multinazionali americane nel sistema istituzionale globale costruito dopo la sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale.
L’ascesa della Cina e dei suoi alleati asiatici induce a pensare che molte pratiche e molti valori angloamericani subiranno probabilmente un riassestamento, secondo prospettive in grado di sorprendere e marginalizzare le certezze odierne. L’incapacità degli strateghi angloamericani di comprendere i punti vulnerabili della loro cultura e di esplorare i punti di forza di una cultura dotata di un patrimonio straordinario ha accelerato sia il tramonto dell’Occidente sia l’ascesa dell’Oriente. È difficile pensare che adesso questa situazione possa essere ribaltata.
Adesso i popoli occidentali hanno a disposizione un periodo più breve per prepararsi ad un futuro prevedibile, nel quale le certezze e le comodità del passato saranno soggette ad un riesame. Il sistema globale esistente è stato costruito sul dogma della superiorità dei valori occidentali, i quali però si sono dimostrati vulnerabili davanti alla sfida asiatica. È ancora troppo presto per delineare il probabile esito di questa interazione di culture in competizione, ma sarà essenziale riservare una profonda attenzione alla cultura tradizionale cinese, se si vuole valutare l’approccio cinese all’Occidente sperando di ricavarne qualche vantaggio.”

Reg Little ha svolto attività diplomatica in cinque missioni australiane per venticinque anni, durante i quali ha studiato giapponese e cinese. A Canberra, ha diretto l’Australian China Council. Autore di tre libri dedicati alla dottrina confuciana, dal 2009 è stato presidente dell’Associazione Confuciana Internazionale, che ha sede a Pechino.
Questo articolo originalmente è apparso sulla rivista australiana New Dawn (Vol. 9, n. 1).

Sempre pronti ad abboccare

lupo“Che cos’altro si devono inventare per far arrivare l’esasperazione degli occidentali ad un punto oltre il quale c’è solo il massacro, con gusto sadico e vendicativo, del primo arabo-musulmano che passa per strada?
Al di là di ciò che si può legittimamente criticare di questo cosiddetto “Islam” tutto “lettera” e nulla “spirito”, resta il fatto che oltre ad essere fondamentalmente eterodiretto (torneremo sul punto), questo spauracchio coi suoi dettagli “terrificanti” sparati nelle case degli Occidentali a dosi massicce svolge perfettamente la funzione (cinematografica) del “pericolo” che incombe su un “pacifico” Occidente, che altrimenti se ne starebbe tranquillo ed in pace, senza doversi imbarcare di continuo in qualche impresa nella quale, controvoglia ma per spirito di servizio (sempre secondo la sceneggiatura made in USA), gli Americani si devono imbarcare per salvare non solo l’Occidente (cioè quelli sotto il loro dominio) ma addirittura l’intero genere umano e quindi i musulmani stessi. Che da soli non riescono a venire a capo dei loro problemi, tanto sono “medievali” e “fanatici”.
Peccato che per uno “stupro del califfo” che diventerà vero nella misura in cui il SITE ne diffonderà la “notizia” e farà imbestialire tutti quanti, pochi svolgeranno un elementare esercizio di memoria, provando a ricordare come l’Irak, oggi teatro delle peggiori nefandezze che fan gridare vendetta, abbia dovuto patire, principalmente per colpa di questi artisti della manipolazione e della contraffazione, almeno venticinque anni di sofferenze, in mezzo alle quali c’è stata una vera e propria sagra della bufala, tra cormorani impiastricciati (ma rigorosamente “d’archivio”) e incubatrici spente, con altre piccole creature infilzate, negli ospedali del Kuwayt, dalle baionette del “quarto esercito più potente del mondo”… Che poi tutto fosse rigorosamente falso, e pilotato da una cabina di regia ubicata negli USA (che comprendeva anche la figlia dello stesso ambasciatore del Kuwayt), che cosa importa? L’importante era ciò che era stato fatto credere, ed in quel preciso momento serviva far odiare come un novello Hitler il presidente iracheno. Che non sarà stato uno stinco di santo, ma almeno ebbe il merito, come il suo omologo siriano, di far convivere su un’unica terra, i cui confini erano stati tracciati dai colonialisti, etnie e religioni le più diverse. Con quei costumi “barbari” e “medievali” che oggi devono toglierci il sonno i quali – udite udite – erano non solo scoraggiati ma talvolta banditi dall’odioso dittatore.
Nessuno o quasi, oggi, è in grado di riportare alla mente l’immane strage che, nel giorno di Purim, venne compiuta ai danni delle colonne motorizzate irachene, in rotta dal Kuwayt, nel febbraio del 1991. Una fila chilometrica di mezzi bruciati e di corpi abbrustoliti, disciolti e resi come pezzi di carbone dalla “vendetta” che, inesorabile, doveva aver ragione di chi aveva “impiastricciato il cormorano” e “squartato i neonati”.
A questo serve, infatti, quest’infame propaganda per dementi: a giustificare ogni atrocità dei “buoni”, tra l’altro mai commisurata a quelle vere o presunte che i “cattivi” avrebbero commesso, a danno degli Americani o no, non importa, perché l’America ha il monopolio della vendetta universale, col compito, non negoziabile né rimandabile, di ripristinare la “giustizia” ovunque questa venga infranta.
E così, tra Bin Laden II ed un califfo dedito al lenocinio, ci si tenga pronti ad un nuovo scatenamento di potenza bellica “purificatrice”, accanto alla quale, un’altra potenza di fuoco, quella mediatica, non mancherà di fare le sue vittime tra i molti, troppi deficienti sempre pronti ad abboccare.”

Da Gli Americani, maestri della recitazione, di Enrico Galoppini.

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Giù le mani dall’Eritrea!

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“A inizio giugno, l’Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto travolgente sull’Eritrea. Secondo questo rapporto, il governo eritreo sarebbe “responsabile di violazioni flagranti, sistematiche e generalizzate dei diritti dell’uomo”. Il rapporto aggiunge che “queste violazioni potrebbero costituire dei crimini contro l’umanità”.
Ancora una volta, il rapporto si basa unicamente su delle testimonianze di rifugiati, dato che il governo eritreo ha rifiutato l’accesso alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Un rapporto costituito a partire da sole testimonianze di richiedenti l’asilo non può essere affidabile. In effetti, per ottenere lo statuto di rifugiato politico, alcuni non esitano a mentire sulla propria nazionalità e a raccontare quello che il Paese di accoglienza vuole sentire. Tra i rifugiati eritrei, abbiamo così degli Etiopi che si fanno passare per quello che non sono pur di ottenere il diritto all’asilo. Nel 2013, due parlamentari francesi hanno consegnato al ministro dell’Interno un rapporto che condanna la pericolosa similitudine tra chi aspira allo statuto di rifugiato politico, e i migranti economici.
Per questi ultimi, delle reti mafiose che gestiscono i canali di passaggio verso l’Europa, propongono false testimonianze e dossier di persecuzione preconfezionati. Dopodiché, se certi ispettori dell’ONU fanno coraggiosamente il loro lavoro anche dovessere deludere le grandi potenze, altri non esitano a sacrificare sull’altare degli interessi politici, i compiti che dovrebbero svolgere in maniera oggettiva. Nel 2011 ad esempio, lo stesso Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo facilitava l’intervento della NATO denunciando la repressione in Libia a colpi di carri armati, elicotteri e aerei contro dei manifestanti pacifici. Oggi sappiamo che tali accuse erano completamente false. Ma miravano a fare pressione sul governo libico. La stessa cosa accade con l’Eritrea.

Chi vuole fare pressione all’Eritrea e perché?
Sul piano economico e politico, l’Eritrea è un sasso nelle scarpe del neocolonialismo occidentale.
L’Africa è un Eldorado per le multinazionali. È il continente più ricco… con le persone più povere! Ed ecco che un Paese africano dichiara e prova con la pratica che l’Africa non può svilupparsi che slacciandosi dalla tutela occidentale. Il presidente Afwerki è molto chiaro sulla questione: “Cinquant’anni e dei miliardi di dollari d’aiuti internazionali postcoloniali hanno fatto molto poco per far uscire l’Africa dalla povertà cronica. Le società africane sono diventate delle società di zoppi”. E aggiunge che l’Eritrea deve potersi tenere eretta sui suoi due piedi. Allora come tutti i leader africani che hanno tenuto questo genere di discorso contro il colonialismo, Isaias Afwerki è diventato un uomo da abbattere agli occhi dell’Occidente.

Il governo eritreo non facilita la campagna di demonizzazione rifiutandosi di accogliere la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite?
Bisogna capire quella che può apparire come un’attitudine chiusa. Prima di tutto, l’Eritrea si porta dietro un pesante contenzioso con le Nazioni Unite. Il Paese è stato colonizzato dagli Italiani. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta di Mussolini, l’Eritrea avrebbe dovuto ricevere l’indipendenza, ma è stata annessa all’Etiopia contro la sua volontà. Il vecchio Segretario di Stato USA, John Foster Dulles, dichiarò all’epoca: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Ciononostante, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso, e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo Paese venga attaccato al nostro alleato, l’Etiopia.” Questa decisione ha avuto delle conseguenze catastrofiche per gli Eritrei. Sono stati letteralmente colonizzati dall’Etiopia e hanno dovuto portare avanti una lotta terribile durata trent’anni, per ottenere la propria indipendenza.
In più, durante questa lotta, gli Eritrei hanno affrontato un governo etiope sostenuto a turno dagli USA e dall’URSS. Durante la Guerra Fredda, si faceva generalmente parte di un blocco o dell’altro. Ma non vi ritrovavate contro entrambe le due superpotenze dell’epoca! Questo lascia evidentemente dei segni. Ecco perché l’Eritrea oggi reputa di non avere nessuna responsabilità nei confronti dell’auto proclamata “comunità internazionale”. Difende ferocemente la sua sovranità per portare a buon fine la sua Rivoluzione. Non è tutto perfetto, evidentemente, e gli Eritrei sono i primi a riconoscerlo. Malgrado i risultati eccezionali per un Paese del genere in fatto di sanità, educazione, o sicurezza alimentare, tutti vi diranno con molta umiltà che c’è ancora molto da fare. Ma affinché l’Eritrea continui a progredire, la miglior cosa da fare è non voler decidere al posto degli Eritrei. È per questo che mi aggiungo alla piattaforma per interpellare le Nazioni Unite: “Giù le mani dall’Eritrea!”.”

Da Intervista a Mohamed Hassan: “Giù le mani dall’Eritrea!”, di Grégoire Lalieu.

[L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!]

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L’Islam buono e quello cattivo

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La memoria genetica dei musulmani.
Sessanta anni di stermini e di milioni di morti dimenticati dalla lotta al terrorismo. La decima crociata di Papa Bergoglio.

“Il passato e il suo ricordo possono intralciare gli indirizzi politici dei governi. Vengono pertanto revisionati, ristrutturati o sepolti.
A distanza di anni e di decenni hanno comunque la pessima abitudine di riemergere, di riprodursi con sembianze a volte deformate ed effetti tali da seminare sgomento e provocare reazioni anomale e controproducenti in Occidente. Il mondo musulmano vive ancora la nostra recente esperienza in Algeria e nel Medio Oriente, ma conserva una memoria genetica di un passato non troppo lontano, di persecuzioni e del sangue versato dopo la Seconda Guerra Mondiale. E prima o poi quella memoria tornerà a tormentare la coscienza del mondo occidentale.”

Trascriviamo queste note su quanto ci disse Ben Bella nel 1998. Ci aveva presentato all’eroe dell’Armata Popolare di Liberazione Luciana Castellina a Ginevra durante la marcia con cui veniva celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non volle parlarci del suo ruolo ad Algeri, della sua prigionia, dell’esilio dopo il colpo di Stato di Boumedienne, ma insistette a lungo sulle sue apprensioni per quanto ci teneva in serbo un futuro incerto, non solo di guerre ma anche di ingiustizia sociale. Parole accorate e profetiche di un personaggio famoso che non si considerava certo un vinto, ma neanche un vincitore trionfante della storia.
A rintracciare quelle note ci ha indotto un eccellente articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto del 5 aprile scorso. C’è una distrazione generale, scrive, sull’ecatombe dei combattimenti e dei bombardamenti scatenati in Irak, Pakistan e Afghanistan dall’11 settembre 2001 al primo semestre del 2014: più di un milione e trecentomila morti, quasi tutti civili, senza contare le altre centinaia di migliaia di vittime in Siria e a Gaza. Morti che non hanno nome, che non contano niente. Stati Uniti e alleati europei, continuano a sganciare bombe accompagnati dal ritornello dei leader occidentali “Siamo in guerra contro il terrorismo, non contro l’Islam”. Il terrorismo di turno, almeno da otto mesi a questa parte, è quello dei tagliagole dello Stato Islamico, degli sciiti contro i sunniti e viceversa, armati e finanziati in alternanza o contemporaneamente dalla NATO, dagli Emirati, dall’Arabia Saudita e in misura decrescente dall’Iran mentre lo Stato israeliano di Netanyahu se ne sta a guardare più o meno compiaciuto.
Abbiamo poi l’Islam buono e quello cattivo, il primo che cerca invano l’integrazione nelle periferie desolate del mondo occidentale, il secondo minoritario, impermeabile alla cultura occidentale che fa strage di infedeli, cristiani e musulmani pacifici, in Medio Oriente, nel Nord Africa e in misura limitata anche in Europa. Tutti d’accordo perché come ha osservato a febbraio persino Time, il settimanale dedicato al primato di civiltà e allo “eccezionalismo” del popolo statunitense, questo vive in “un presente eterno in cui ogni riflessione è limitata a Facebook e la narrazione storica è delegata a Hollywood”.
Rischiamo ben volentieri di farci assegnare il ruolo di improbabili sostenitori dei tagliagole e ricordiamo per sommi capi alcuni eventi del dopoguerra che nelle parole di Ben Bella sono entrati nella “memoria genetica” del mondo musulmano, un mondo in quegli anni aperto, pacifico e generalmente incline ad abbracciare i valori della giustizia sociale.
In Indonesia, dopo l’indipendenza, è vero, era presente un partito comunista: bastò a Londra e Washington per abbattere con un colpo di stato il governo progressista del Presidente Sukarno per sostituirlo con la dittatura di Suharto e con l’invio di truppe scelte e l’impiego di fazioni dissidenti islamiche e cristiane per scatenare una guerra di sterminio in tutto il paese che provocò da un milione e mezzo a tre milioni di morti musulmani tra il 1965 e il 1966. Le ingenti risorse minerarie e petrolifere dell’Indonesia vennero così assicurate agli USA e alla Gran Bretagna. Per il Grande Impero d’Occidente i movimenti indipendentisti, postcoloniali e progressisti, nel Medio Oriente islamico ed arabo erano diventati inaccettabili e da abbattere con qualsiasi mezzo: venne rafforzato con armamenti e finanziamenti diretti il Wahabismo, una setta islamica ultraconservatrice nell’Arabia Saudita e fiumi di sangue precedettero e accompagnarono l’installazione dello Shah in Iran. Dopo la sua caduta, Saddam Hussein, allora nei favori di Washington fu finanziato ed armato nella guerra di otto anni contro l’Iran di Khomeini (un milione di morti). Un milione e mezzo poi le vittime – tra caduti e per fame da sanzioni – della prima guerra contro l’Irak del 1992, di cui nessuno oggi parla. E poi gli attacchi e le guerre di Israele contro la Palestina, l’Egitto, la Giordania e la Siria, sempre nella memoria della Shoah e in nome del diritto alla sopravvivenza con i quattro miliardi di dollari USA all’anno che hanno fatto di questo Stato la nuova Prussia atomica del Medio Oriente.
E’ questo l’humus del risentimento del mondo musulmano in cui germinano i semi del fanatismo estremo dell’IS. E’ stato detto e ribadito da osservatori di noi ben più autorevoli che ignorare le cause del terrorismo vuol dire perpetuarlo.
Come combattere il Califfato? Suggerimenti razionali e ridimensionamenti del fenomeno abnorme nei suoi aspetti più efferati, vengono offerti da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes “Chi ha paura del Califfo”. Non è comunque un mistero per chi sa far di conto che il primo passo dovrebbe essere quello del taglio dei finanziamenti indiretti e del riciclaggio dei petrodollari dell’IS di cui sono responsabili gli Emirati Arabi (il Dubai si è aggiudicato il titolo di Bancomat del Califfato). Qualche pressione su questi regimi “criminogeni” sono state esercitate negli ultimi mesi dall’Amministrazione Obama, ma “pecunia non olet”, gli affari sono affari e “the business of America is business”.
Facile comprendere invece le ragioni dell’appello ad una Decima Crociata di chi ha sempre parlato del denaro come “sterco del diavolo”, di pace universale, di Dio che tutto e tutti perdona, di misericordia, di amore per i poveri, di cristiana pietas verso i diseredati colpevoli e meno, e cioè di papa Bergoglio. Giusto che il non più sontuoso erede del pescatore di Tiberiade condanni la persecuzione dei cristiani quale pastore del gregge, ma da qualche giorno a questa parte la denunzia del silenzio complice dell’inerzia occidentale suona come un esplicito invito a sterminare i lupi, tutti i lupi.
Se ha assunti i toni di Urbano II e di Pietro l’Eremita – Deus le volt – un altro motivo è più che opinabile: l’alta missione dei Gesuiti, dettata dal fondatore Francesco di Sales (non di Assisi), quella del proselitismo e delle conversioni di massa, la stessa che lo ha portato sul soglio pontificio in piena crisi di vocazioni e di chiese semi vuote aveva trovato in Bergoglio un predicatore popolare e di gran successo. I lupi del Califfato hanno spaventato il gregge e bloccato la missione. Vanno quindi ammazzati in gloria in excelsis Deo.
Lucio Manisco

Fonte

Sull’incompatibilità della Russia con l’Occidente

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“L’epiteto “democratico” in Russia, dopo l’esperienza politica del decennio eltsiniano, è perlopiù considerato alla stregua di un insulto per cui sia chiaro che non intendo offendere Putin nel momento in cui lo definisco “democratico”. Battute a parte, il nocciolo del problema sta proprio nel termine “democrazia liberale”. Io considero questa formula una specie di alibi dell’Occidente finalizzato a legittimare la Postmodernità Americanocentrica come religione identitaria unica di un mondo che si pretende interamente conquistato alle logiche della globalizzazione, del capitalismo sans frontières e della promozione, su scala globale, tramite guerre neocoloniali e “rivoluzioni colorate”, dei “diritti di libertà individuali” di un astratto individuo perfettamente addomesticato al cosmopolitismo del “consumo libero” occidentale. In altri termini, la “democrazia liberale” odierna non è che un’alternativa definizione caratterizzante la “Cultura McWorld” degli anni Novanta, evolutasi nell’attuale società della comunicazione multimediale globalizzata. La stessa categoria politica di democrazia moderna, intesa come ideologia e processo di emancipazione delle masse nell’ambito degli Stati nazionali a regime postcoloniale, è stata delegittimata e dissolta nell’ambito dell’odierna postdemocrazia di libero mercato e libero consumo (per chi se lo può permettere). La democrazia moderna ha chiuso il suo ciclo storico nel momento in cui, dopo il 1989, è stata decretata, dall’iperpotenza uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda, l’imminente fine capitalistica della Storia e il trionfo dell’“ultimo uomo” (volontario rimando di Fukuyama a Nietzsche), ossia l’individualizzato consumatore americanocentrico privo di qualsivoglia legame identitario a carattere collettivo (nazionale, politico, di classe, di genere). Il colonialismo dei nostri giorni si fonda appunto sull’estensione, su scala planetaria, del modello culturale della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale. E’ pertanto un colonialismo centrato sull’apertura di mercati e di “spazi di comunicazione” volti alla promozione del postmoderno cosmopolitismo del consumo e del desiderio. Oggi i gruppi strategici di riproduzione tardocapitalistica sono proprio le nuove classi medie giovanilistiche e americanizzanti che, in Russia, in special modo nelle città di Mosca e San Pietroburgo, esercitano una limitata ma rumorosa azione di opposizione al governo di Putin e che l’Occidente definisce, acriticamente, i “democratici” russi. Ponendo in discussione determinati postulati culturali tipici della postmodernità (marginalizzazione del ruolo degli Stati nazionali come organizzatori e gestori delle dinamiche di riproduzione sociale interna, società dell’Internet globalizzato, World Wide Web, esterofilia americanocentrica, gay-friendly inteso come affermazione di un nuovo tipo androgino unificato in luogo dei tradizionali generi sessuali maschio/femmina) il “putinismo” si pone in diretta continuità con una prospettiva di ripristino del moderno concetto di democrazia come processo di emancipazione e di liberazione collettiva da vincoli di derivazione coloniale.
(…)
Con Putin la Russia ha in parte allontanato il rischio della plutocrazia senza mediazioni, riequilibrando il contenzioso dei poteri a vantaggio della frazione politica e a svantaggio di quella oligarchica. Soprattutto, gli oligarchi filoccidentali, largamente invisi alla popolazione, sono stati marginalizzati dal punto di vista politico.
(…)
I valori tradizionali della Russia storica oggi fungono quale elemento di contraltare al dilagare della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale, costituiscono una risposta identitaria al tentativo di colonizzazione dell’immaginario pubblico russo verificatosi a seguito dell’imposizione del capitalismo americano quale religione idolatrica unica dopo il 1991. Non a caso, il ruolo della spiritualità religiosa (soprattutto ortodossa, ma non solo) quale cemento dell’unità politica nazionale della Russia in chiave di contrasto a determinati postulati culturali della globalizzazione americanocentrica, è contestato dai gruppuscoli libertari e radicaleggianti sponsorizzati e sostenuti dall’Occidente come attori politici della nominata “società dello spettacolo in Russia”, dalle Pussy Riot, anarco-capitaliste perfettamente interne, per loro stessa dichiarazione, alla cultura consumistica occidentale, fino ai “liberali 2.0” della “Rivoluzione dei Visoni” dell’inverno 2011-2012 ed è apprezzato dalle classi popolari, generalmente ostili alla globalizzazione e al liberalismo contemporaneo e per questo pesantemente invise alla media intellettualità euro-atlantica, che si ostina a considerare la spiritualità ortodossa, declinata in senso patriottico, come un retaggio “antimoderno” e “reazionario” da sostituire con l’idolatrico culto occidentale per il denaro, il successo individuale e il riconoscimento pubblico del singolo nell’ambito di una società interamente di spettacolo e in fase di crescente virtualizzazione.
(…)
Una coabitazione tra Europa e Russia è auspicabile, non solo possibile. Tale integrazione necessita il superamento dell’Unione Europea come progetto transatlantico e il conseguente riorientamento geopolitico dell’Europa (che è cosa assai diversa rispetto all’attuale UE) verso la Russia. Soltanto se riscopre la sua vocazione continentale, l’Europa potrà connotarsi come comunità di popoli indipendenti e nazioni sovrane, strategicamente alleati e culturalmente contigui alla Russia. Per il resto, la cultura politica e filosofica europea va sottoposta a un vero e proprio «bucato delle idee», una rivisitazione complessiva. Perché questo possa accadere è necessario, anzi, indispensabile, che l’Europa recuperi la propria sovranità geopolitica.”

Da Capire la Russia? Intervista a Paolo Borgognone, a cura di Pierluigi Mele.
P. Borgognone è l’autore di Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon editore.

Interventismo occidentale e mentalità coloniale

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Tim Anderson per telesurtv.net

L’eredità coloniale ancora presente nelle culture imperialiste ha portato a ribaltare il significato delle parole attraverso la colonizzazione del linguaggio progressista e la banalizzazione del ruolo degli altri popoli.

In questi tempi di ‘rivoluzioni colorate’ il linguaggio è stato ribaltato. Le banche sono diventate i protettori dell’ambiente naturale, i fanatici settari sono ora ‘attivisti’ e l’impero protegge il mondo dai più grandi crimini, di cui non è mai responsabile.
La colonizzazione della lingua è in atto in tutto il mondo, fra le popolazioni con alti livelli di istruzione, ma è particolarmente virulenta nella cultura coloniale. ‘L’Occidente’, l’autoproclamatasi epitome della civiltà avanzata, sta reinventando con vigore la propria storia, col fine di perpetuare la mentalità coloniale.
Scrittori come Fanon e Freire hanno notato che i popoli colonizzati hanno subito danni psicologici e che è necessario ‘decolonizzare’ le loro menti, al fine di renderli meno deferenti verso la cultura imperiale e di affermare i valori positivi delle loro culture. D’altra parte, l’eredità coloniale è ben evidente nelle culture imperiali. I popoli occidentali continuano a mettere la loro cultura al centro o a considerarla universale, e hanno difficoltà ad ascoltare o ad imparare dalle altre culture. La modifica di ciò richiede uno sforzo notevole.
Le potenti élites sono ben consapevoli di questo processo e cercano di cooptare le forze vitali all’interno delle loro società, colonizzando il linguaggio progressista e banalizzando il ruolo degli altri popoli. Per esempio, dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, venne promossa l’idea che le forze della NATO stessero proteggendo le donne afghane ed essa ottenne molta popolarità. A dispetto dell’ampia opposizione all’invasione e all’occupazione, questo fine umanitario faceva appello al sentimento missionario della cultura occidentale. Nel 2012, Amnesty International poteva innalzare cartelli che affermavano ‘NATO: sosteniamo il progresso’, in riferimento ai diritti delle donne in Afghanistan, mentre l’Istituto George W. Bush raccoglieva fondi per promuovere i diritti delle donne afghane.
Il bilancio della situazione, dopo tredici anni di occupazione NATO, non è però così incoraggiante. Il rapporto 2013 dell’UNDP mostra che solo il 5,8% delle donne afghane ha un’istruzione secondaria (la settima posizione più bassa al mondo), la donna afghana ha una media di 6 figli (un tasso pari al terzo più alto del mondo, e legato al basso livello d’istruzione), la mortalità materna è di 470 su 100,000 (pari alla nona-decima fra le più alte del mondo) e l’aspettativa di vita è di 49,1 anni (pari alla sesta più bassa del mondo). Questo ‘progresso’ non è di certo impressionante. Continua a leggere