Verso un mondo multipolare

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Siamo entrati in una nuova era? In poco più di un secolo, la popolazione planetaria è aumenta di quattro volte ed ancora aumenterà nell’immediato futuro. Solo negli ultimi sessanta anni anche il numero di Stati è quadruplicato. L’aumento di quantità ed intensità delle interrelazioni tra Stati, economie, culture e vari tipi di sistemi con cui si organizza la nostra convivenza planetaria è stato esponenziale. L’Occidente, in quel recente passato, era un terzo della popolazione e la quasi totalità della ricchezza, enorme la distanza in termini di capacità, tecnologia, potenza che permetteva alla nostra parte di mondo di dominare tutte le altre, dominio alla base della qualità del nostro modo di vivere. Oggi siamo diventati poco più di un decimo della popolazione mondiale, più o meno la metà in termini di ricchezza e si sta annullando quella grande differenza di potenza e quindi quella posizione di dominio che ci ha portato tanti vantaggi. Da tempo, la nostra parte di mondo decresce ed il resto del mondo cresce in un movimento che potremmo chiamare: la “grande convergenza”.
In tutto ciò, sia le nostre istituzioni sociali, le democrazie rappresentative tanto quanto la società ordinata dai fatti economici e da ultimo, da quelli finanziari, sia i sistemi di idee che riflettono quelle istituzioni e le élite che quei sistemi hanno espresso, mostrano vistosi segni di disadattamento. Il mondo è cambiato ma non i nostri modi di stare al mondo e neanche quelli di come lo pensiamo e lo giudichiamo. Brexit, bambini morti sulle spiagge, l’instabilità dei mercati, l’ipervolume finanziario sempre sul punto di collassare e le prospettive di stagnazione, il tentato colpo di stato in Turchia, il problema dei migranti, la triste parabola del’euro, la guerra siriana non meno dell’ISIS, di quella libica non meno di quella che sembrava una nuova guerra fredda con i Russi, financo gli annunci di una Terza guerra mondiale, Trump, la diatriba su populismi e globalizzazione, la comparsa di un sempre più chiaro fallimento delle élite politiche non meno di quelle economiche e culturali, per tacere del fondo problematico dell’ambiente, delle risorse, dell’impeto tecnologico divora lavoro, della tragedia etica, sono gli scarabocchi vistosi di un sismografo che rileva la dinamica della preoccupante geologia socio-politica mondiale. Geologia che di par suo, sta meditando anche lei se non rinominare la nostra era con termine Antropocene, l’era in cui l’uomo si è sostituto alla natura in maniera inconsapevole, ciecamente egoista, irresponsabile.
Poiché tutto il mondo sta sviluppando sistemi economici simili ai nostri, s’ingenera un nuovo livello competitivo tra civiltà, aree geo-storiche, Stati, sistemi economici. Tutti sono alla ricerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Gli Stati Uniti, forti di una vantaggiosa posizione che porta a meno di un ventesimo della popolazione un quarto della ricchezza mondiale, capeggiano la resistenza dell’Ancien Régime, spingendo Europei e Giapponesi alla difesa ad oltranza degli antichi privilegi. La Cina, a nome degli emergenti, capeggia la vociante folla che reclama il proprio legittimo posto al sole. Le élite che hanno finanziato e speculato su una crescita che ha divorato la classe media occidentale, sono in piena sindrome di Maria Antonietta e non capiscono perché nel “popolo” stia montando la rabbia. La Russia sogna di saldare Europa ed Asia per suo tramite nel famoso sistema euroasiatico che farebbe del macro-continente il vero centro del mondo. Ma data la nuova dimensione e varietà del mondo, i giochi sono anche più complessi. Mondo islamico e mondo arabo, Sud-est asiatico, Africa e Sud America, tutti vogliono giocare al gioco di tutti i giochi e la geopolitica sta diventando l’occhiale attraverso cui si scorge con più nitidezza la partita di tutte le partite. Tutti si apprestano a partecipare a modo loro alla contesa mentre gli Europei non sembrano aver capito molto di ciò che accade e rimbalzano tra gli imperativi di più crescita o più sovranità, senza neanche domandarsi se ciò che vogliono sia poi anche possibile ed a quali condizioni.
“Verso un mondo multipolare” attraverso le lenti della multidisciplinare cultura della complessità e della teoria dei sistemi, unitamente ad un sguardo critico su forme e contenuti della nostre immagini di mondo, credenze, ideologie, filosofie, cerca di ricostruire lo stato del mondo, la nostra posizione, i rischi a cui stiamo andando incontro. Alla fine, a noi antichi popoli europei in contrazione e declino demografico, si consigliano due prospettive: rivedere a fondo il modo con cui definiamo ed ordiniamo la nostra vita associata, rivedere ancora più a fondo i nostri sistemi di pensiero. Ne va delle nostre possibilità di adattamento alla nuova era complessa evitando guerre e collassi. Il tempo è poco ma in compenso la posta è tragicamente alta.

Pier Luigi Fagan, 1958, una compagna artista, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione per 22 anni. Da tredici anni ritirato a confuciana vita di studio, legge, studia, scrive come pensatore indipendente sul tema della complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica.

Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump,
di Pier Luigi Fagan
Fazi editore, Roma, 2017, pp. 350, € 25

Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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L’Europa fino a Vladivostok – 3° parte

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La copertina della biografia di Jean Thiriart, recente pubblicazione in lingua francese

A seguire, la terza ed ultima parte dell’articolo di Jean Thiriart, la cui prima parte (corredata di nota biografica dell’autore) è qui e la seconda parte qui.

L’autarchia per 800 milioni
La complementarietà delle attuali economie dell’Europa dell’Ovest e dell’ex-URSS salta agli occhi.
Riserva inestinguibile di materie prime, il sottosuolo della Siberia è dieci volte più ricco di quello dell’Occidente americano (19).
Il generale De Gaulle – a cui nessuno contesta un carattere deciso – non ha mai brillato per la sua visione prospettica della Storia.
Era un dinosauro intellettuale del XIX secolo francese, cattolico, militare e maurrassiano.
E’ così che poté essere lanciata la frase antistorica del nostro generale di brigata: “L’Europa fino agli Urali”. Zero meno. Si ripresenti l’anno prossimo, direbbe l’esaminatore (20).
Niente di più idiota è stato pronunciato, da un uomo importante, da cento anni almeno. Chiunque abbia ricevuto una formazione economica da un lato e geopolitica dall’altro è accecato da questa evidenza, questa obbligatorietà, questo destino: l’Europa comincia in Groenlandia e finisce a Vladivostok.
Vladivostok costituisce per me un simbolo, un punto fermo sul quale non si dovrà né potrà mai esitare, mercanteggiare o transigere.
Sarebbe fatale per l’Impero europeo non avere i piedi ben piantati nell’Oceano Pacifico. La Siberia – il cui sfruttamento era stato sì pianificato dall’URSS, ma non mai pienamente compiuto a causa di una messa in atto astenica, asfittica, burocratica che l’ha in parte vanificato – deve domani, e non dopodomani, vedersi valorizzata appieno sul piano industriale e demografico; deve diventare la nostra California e il nostro Texas messi insieme.
I mezzi industriali, i mezzi finanziari esistono qui nell’Europa dell’Ovest. A Essen, a Liegi, a Torino, a Bilbao, a Birmingham centinaia d’industrie, migliaia di officine che girano attualmente a passo ridotto sono disponibili per l’espansione economica della Siberia.
Non è una Transiberiana che serve, ma cinque.
Non un Centro spaziale, ma parecchi.
Una Siberia dieci volte meglio sviluppata di adesso permetterà all’Impero europeo di praticare in caso di bisogno l’autarchia economica, industriale, militare, in gradi diversi a seconda delle circostanze.
Per il lettore russo di queste righe, e che non conosce i miei scritti precedenti, devo insistere una volta di più sul mio concetto di Nazione politica totalmente estraneo, totalmente opposto a quelli di nazione razziale, religiosa, linguistica. Ed etnica, per i vergognosi razzisti che usano ed abusano di questo eufemismo ipocrita.
Quando scrivo “Siberia”, semplificando, intendo proprio dire il Centro degli Imperi – per riprendere l’espressione di Cagnant e di Jan (21).
L’Impero Europeo è per postulato euroasiatico.
Pertanto, sempre per il lettore russo, insisto sul fatto che la nazione politica non tollera, nemmeno per un istante, una qualsivoglia discriminazione.
Lo scrivo senza mezzi termini: i Turchi, dovunque essi siano, sono sul territorio dell’Impero Europeo e nelle sue strutture politiche. Già nel 1987 avevo scritto con chiarezza e determinazione “Turchia provincia d’Europa”. A beneficio dei razzisti sentimentali dell’Europa occidentale, soprattutto tedeschi (22).
Ora che il capitolo dei Turchi dell’ex-URSS si è appena aggiunto alla storia, bisogna dirlo subito: non se ne parla nemmeno di escludere dall’Impero Europeo nemmeno uno solo dei 70 milioni di uomini appartenenti ai gruppi turco, afghano, mongolo.
La gente della CIA ha già pronta in mano tutta una serie di carte truccate da questo punto di vista.
12289695_576054219199866_6486232115058603906_nLa CIA non ha che da premere un bottone per scatenare domani un “turchismo” anti-russo, che preferisco definire anti-europeo.
La CIA tiene sempre di riserva, nel doppiofondo dei suoi cassetti, mucchi di soluzioni ciniche ed efficaci. Efficaci per gli Stati Uniti.
L’Afghanistan fa parte del nostro spazio geopolitico.
L’URSS ha dovuto abbandonarlo a causa della propria disgregazione.
Noi, gli Europei dell’Impero, ci torneremo.
Nell’Oceano Indiano, anche là, dobbiamo tenere i piedi ben saldi nell’acqua salata.
A questo riguardo non possiamo assolutamente tollerare nel nostro fianco iraniano un ascesso afghano o un cavallo di troia afghano.
L’Impero Europeo rivendica la totalità del retaggio sovietico. Dell’impero sovietico di un tempo e della sua maggiore estensione.
Durante la guerra ho sentito – e proprio di prima mano, visto che capitavo spesso a Berlino – la propaganda imbecille (dal punto di vista storico) di Goebbels, a beneficio del popolino, sul tema “Mongoli e Tartari come bolscevichi”.
Ai maniaci del razzismo, che ignorano tutto della storia dei Mongoli, ricordo che essi un tempo hanno perfino realizzato una vasta costruzione politica di tutto rispetto dal Dnepr all’Oceano Pacifico.
Duby e Mantran, nel loro notevole saggio su L’Eurasia dall’XI al XIII secolo (23) insistono sul fatto che l’Impero di Gengis Khan era assolutamente non razziale. E mettono in evidenza una nozione estremamente importante ai miei occhi. Vale a dire l’obbligazione di matrimoni esogamici per rafforzare il tessuto politico. I capi erano obbligati a sposare donne appartenenti ad altri clan, altre tribù, altre confederazioni (Duby-Mantran, op. cit., p. 504).
Se Goebbels batteva sul tasto “l’Europa senza Mongoli” (sic!), dunque, io faccio esattamente il contrario.
Henri Maspéro nota anche, nel suo ormai classico saggio Storia della Cina antica, che la regola fondamentale del matrimonio patrizio era l’obbligatorietà esogamica (24).
I miei lettori russi conoscono la storia delle steppe per averla vissuta. Per contro i miei lettori dell’Europa occidentale sanno generalmente poco e male di questa pagina affascinante della Storia. E’ per loro che ricordo il grande classico di René Grousset L’Empire des Steppes. Attila, Gengis Khan, Tamerlan (25).
Quasi un mezzo secolo più tardi, riapro il libro di Grousset, accuratamente annotato fra il 1946 e il 1947 – avevo il tempo di leggere – quando ero prigioniero politico, cella 417 della Caserma Penitenziaria del Petit-Château, istituzione celebre a Bruxelles.
Karl Haushofer, come ogni lettore istruito sa, è il padre del concetto geopolitico di un asse Berlino-Mosca-Tokyo (26). Rudolf Hess era intimamente legato ad Haushofer. Haushofer fu testimone alle nozze di Rudolf Hess.
Rudolf Hess faceva da tramite tra Haushofer e Hitler; il che non impedì al Cancelliere di attaccare in modo suicida l’URSS nel 1941.
Ci sono grandi debolezze concettuali in Haushofer. Disprezzo dei latini, nozione di “popoli ausiliari” (è chiaro quello che l’espressione significa), cecità nei confronti del concetto europeo, ignoranza totale del Mediterraneo e del suo concetto di Mare internum. Haushofer, assai erudito, aveva messo in evidenza il possibile ruolo della Russia, quello di unire l’Europa e l’Asia. Ed è ancora Haushofer che ricorda come degli uomini politici americani avessero già elaborato nel 1855 la formula cosiddetta della “politica dell’anaconda”.
Washington ha cominciato il lavoro dell’anaconda con Gorbaciov e lo porta ora a compimento con Eltsin.
Per vanificare la politica dell’anaconda (di mare…) Haushofer scrive: “(…) potrebbe essere creata una grande unità germanico-russa-asiatica orientale, la sola unità contro la quale qualunque tentativo di blocco britannico e di blocco americano, perfino congiunti, sarebbe impotente (…)”.
L’insegnamento di Haushofer deve essere riattualizzato, decantato degli stati d’animo tedeschi, del disprezzo razziale nei confronti dei latini. E allargato con la nozione di Mediterraneo come Mare internum.
Proprio su questo argomento tornerò prossimamente con un altro scritto.
us-encircles-russiaL’autarchia di 800 milioni di persone deve essere la nostra risposta alla politica dell’anaconda avanzata da Washington (27).
Roma non ha messo in ginocchio Cartagine al primo colpo. Ma poi ci è riuscita.
Roma ha avuto sul suo territorio Annibale, proprio come noi abbiamo oggi la NATO e i suoi senegalesi.
Nell’autunno 1940 un uomo geniale, Ribbentrop, aveva vagheggiato e concepito il progetto grandioso della spartizione dell’Impero Britannico. La responsabilità di Molotov nel fallimento di questo piano è pesante. E quella di Hitler lo è ancora di più (28).
La preda era immensa, a portata di mano.
La storia non si conclude mai. Il corpo sociale americano è patogeno e morboso (vedi le recenti sommosse di Los Angeles, primavera 1992). Niente è ancora perduto per noi.
All’imperialismo di sfruttamento americano bisogna opporre l’imperialismo di integrazione europeo. Opporre il nostro Impero continentale al loro impero talassocratico (29).

L’equilibrio dei blocchi continentali, la pace e gli ostaggi
Lascio ai letterati adolescenti di Parigi, avessero anche 50 anni, di scrivere delle stupidaggini irresponsabili sul guerriero… e il valore virile delle guerre.
Non esistono guerre pulite.
Ogni guerra prepara la seguente per il solo fatto che il vincitore è privo di nobiltà d’animo. E privo di senso politico. La generosità può essere anch’essa una politica.
Per noi Europei, divisi in grandi tribù cullate da giocondi ricordi – la francese, la tedesca, la russa, l’inglese – e in sottotribù agitate da fantasmi primitivi – croata, moldava, slovacca, basca, è giunto il momento di cambiar pelle.
Proprio come quando ci si arruola, bisognerà presentarsi all’Europa tutti nudi, lasciando in guardaroba coltelli e piume di pavone. Accettare di essere una sola immensa nazione, una Repubblica imperiale unita dal senso politico.
Accettare di parlare una sola lingua, l’inglese, e di portare sui nostri berretti (militari) una sola stella – non certo gialla, ma rossa.
A partire dall’atomica la guerra è divenuta una mossa totalmente suicida. La pace mondiale potrebbe essere concepibile nel rapporto di blocchi geopoliticamente uguali in potenza – blocco europeo, cinese (30), americano dall’Alaska alla Patagonia, indiano dal Pakistan a Ceylon.
La gravità e l’eventualità di una guerra atomica nel secolo a venire mi portano a rispolverare una vecchia ma efficace formula dell’Antichità, quello dello scambio degli ostaggi.
Ogni potenza detentrice di armi atomiche dovrebbe inviare alle altre potenze in possesso di analoghe armi totali decine di migliaia di studenti universitari scelti fra le classi dirigenti.
Si potrebbero così aprire delle università europee a fianco delle rampe di lancio americane e viceversa.
Ritengo che 4, 5 o 6 grandi insiemi continentali autosufficienti (almeno per superare i periodi di crisi) potrebbero ristabilire una sorta di equilibrio mondiale per domani, come noi abbiamo conosciuto un equilibrio europeo, certo imperfetto, ancora ieri, fra il 1650 e il 1913.
nation-europeenne-us-go-homeLa potenza talassocratica americana divenendo una potenza continentale estesa dall’Alaska alla Patagonia, i rischi di conflitto diminuirebbero considerevolmente.
Le flotte americane al largo di Formosa e nel nostro Mediterraneo costituiscono delle provocazioni intollerabili e pericolose. Pericolose per tutti, anche per gli stessi provocatori.
In altri articoli continuerò a descrivere la mia geometria planetaria ad uso e consumo del secolo a venire (31).
Occorre gestire il pianeta con intelligenza fredda e non più attraverso le passioni, i rancori, i fantasmi.
Chiuderò questo scritto con la descrizione esaustiva della differenza fra volontà di potenza e volontà di superiorità. Per l’Europa io scelgo la superiorità. Superiorità intellettuale.

Esotismo e politica: le anticaglie vanno di moda
E’ da diversi anni che subiamo la moda letteraria che porta ancora una volta l’esotismo alla ribalta.
Alla ribalta politica, dove non ha niente a che farci.
Si tenta di farci piangere sul “buon armeno” (non appena libera questa gente mette su famiglia e si riproduce bestialmente), il “buon curdo” (esistono due varietà di Curdi: il buon curdo e il cattivo curdo. Il buon curdo, nel 1992, è il curdo dell’Irak. E al tempo stesso il cattivo curdo è il curdo di Turchia. Il primo è un patriota, e il secondo un terrorista), il “buon basco”, il “buon moldavo”, il “buon croato”.
Già Montaigne, in questo caso mal ispirato, contrapponeva il “povero cannibale innocente e virtuoso al cattivo guerriero imbevuto di dottrine e proveniente dalla perniciosa Europa”.
Bernardin di Saint-Pierre e Chateaubriand collocano i loro eroi nell’Oceano Indiano (attualmente i voli charter vi riversano scapoli in cerca di femmine socialmente disponibili).
Montesquieu ci distrae col suo Persiano, Voltaire ci diverte col suo Urone.
Oggi i piccoli pedanti della “Nuova (sic!) Destra” coltivano il “buon croato” o il “buon slovacco” (32).
Questi monelli parigini, incontinenti del calamaio, ci avevano già sommerso di noia con le loro anticaglie neo-paganiste, Dioniso, l’Atlantide a Heligoland. Le anticaglie han preso piede, il mercato delle pulci intellettuale cerca di allargare la sua clientela di abbonati.
Dopo averci rifilato qualche filosofo tedesco senza troppa importanza storica, eccoli gettare sul mercato delle “idee e degli abbonamenti” le povere etnie oppresse. La faccenda si vende bene: proprio come gli oroscopi.
Si arriva a parlare della “croatità”.
Ci si ritroverà presto in qualche ospedale psichiatrico.
Mi corre l’obbligo di denunciare qui, vigorosamente e implacabilmente, queste mode esotiche che distolgono dall’azione politica e distraggono dalla realtà storica.
L’unità europea in formazione deve denunciare questi slittamenti letterari, queste derive pseudo-storiche. Il vero problema politico, oggettivo, storico si traduce nella domanda “siete vittime di una discriminazione?”. Se sì, parlate e giustizia vi sarà resa.
Sono vittima di una discriminazione i Palestinesi e gli Irlandesi – discriminazione e occupazione da parte di un esercito straniero. Se no, se non siete cioè vittime di una discriminazione, tacete e levatevi dalla scena politica, dove i vostri discorsi sono malaccetti e sconvenienti, se non addirittura bislacchi.
La Francia non ha mai impedito a nessuno che fosse nato in Corsica di diventare ministro, ammiraglio, perfino imperatore.
La Spagna non ha mai impedito a un catalano o a un basco di diventare generale, deputato, senatore, ministro.
Dove non c’è discriminazione non possono esservi rivendicazioni oggettive.
Lo Stato politico giacobino di cui mi dichiaro erede non conosce del resto alcuna di queste classificazioni zoologiche. Esso vuol riconoscere soltanto degli uomini, dei cittadini.
L’esotismo nella politica di basso profilo, politica elettorale, politica-spettacolo per la plebe, incontra un lusinghiero successo clientelare.
Un agitatore galileo, Gesù, aveva già preteso di moltiplicare i pani (sic!). Oggi si moltiplicano i formaggi, si moltiplicano le sinecure politiche come in altri tempi i benefici religiosi.
La scissione imbecille e criminale della Jugoslavia permette di moltiplicare per dieci il numero di deputati chiacchieroni, il numero di diplomatici, il numero di funzionari all’ONU.
Che manna! Miracolo. Meglio di Gesù.
La Vallonia si permette degli ambasciatori… Grottesco.
L’esotismo, nei fatti, ha anche il suo lato sordido, bestiale, primitivo.
Il terrorismo basco ha accumulato capitali considerevoli in Francia e in Svizzera (in seguito alle tasse obbligatorie e occulte imposte ai commercianti). Il terrorismo corso sogna una Corsica libera, centro della droga e della prostituzione.
Qualunque tassista, affiancato da venti compagni armati di fucili d’assalto, si crede un Lenin locale; qualunque padrone di bistrot circondato da venti clienti e provvisto di qualche panetto di plastico crede di essere Robin Hood.
Quello che vedevamo in Croazia, in Armenia, in Moldavia, in Libano ieri, e vedremo domani alla frontiera ungaro-slovacca, è l’irruzione di delinquenti comuni nella politica.
La cosa va denunciata a chiare lettere.
Nel 1943-44 la mafia siciliana, manovrata dai Servizi americani, sognava anch’essa una Sicilia indipendente… di già.
Ho detto e ripetuto molte volte che la lotta armata dev’essere per un rivoluzionario niente più che un’ipotesi virtualmente praticabile.
Non si può pretendere di essere un pensatore storico o un rivoluzionario storico se si scarta a priori l’ipotesi del terrorismo in un dato momento, in un dato luogo, contro un dato bersaglio ben definito.
Non si devono confondere i rivoluzionari con i gangsters mafiosi.
Soprattutto non li si deve mischiare.
In altri e prossimi articoli denuncerò anche quelle entità metafisiche – per dirla con Pareto – che sono i “popoli” virtuosi, coscienti, intelligenti, spontanei, i popoli escatologici.
Dopo la stupidità del proletariato escatologico venuto di moda con Proudhon e Marx, ci troviamo oggi a dover subire un’altra parodia, un’altra mistificazione – quella dei popoli escatologici ritenuti martiri, intelligenti, virtuosi.
Ci sarebbe cioè un popolo di volta in volta croato, basco, moldavo, fiammingo schiacciato dai cattivi Stati-nazione centralizzati.
In realtà questi popoli sognano birra, salsicce, calcio, sottane, corride, telenovelas.
Branchi di animali da macello strumentalizzati.

Conclusioni per il lettore russo
Il presente articolo essendo destinato soprattutto al lettore russo, devo di necessità concludere per quest’ultimo in modo più puntuale (33).
La vitalità del pensiero politico, in Russia, attualmente, è infinitamente più intensa di quella osservata nelle masse ingozzate dell’Europa estremo-occidentale.
La pancia vuota sembra essere più stimolante della pancia piena.
Nella stampa russa attuale si trovano il meglio e il peggio, certo. Ma c’è movimento, c’è curiosità – ciò che non esiste più, appunto, qui nella parte più occidentale dell’Europa.
14232551_1127103477335786_5925088972613407652_nQui in Francia, in Germania, la sazietà materiale corrisponde a un abbruttimento intellettuale terribile, totale, assoluto.
La pancia piena, il carrello del supermercato debordante di detersivo e salame, il plebeo accetta supinamente l’occupazione americana senza recalcitrare.
Dice: “Sono uno stupido e sono fiero di esserlo”.
George Orwell, nel suo ormai classico romanzo di anticipazione 1984 aveva descritto il totalitarismo crudele in un universo di miseria. Visione molto gauchiste. Orwell, il cui vero nome è Eric Blair, fu poliziotto in Birmania (l’impiccagione vi era molto in voga) e le sue ossessioni erano imperniate soprattutto sulla povertà e la miseria. Per comprendere le ossessioni e i fantasmi di Orwell bisogna conoscere la sua vita personale, grigia, scalcinata, recentemente descritta da Bernard Crick (34).
Al contrario Aldous Huxley ha descritto un mondo totalitario nell’abbondanza, nella sazietà, prima ne Il Mondo Nuovo (1931) e poi in Ritorno al Mondo Nuovo (1956).
Huxley, intellettuale, figlio della borghesia illuminata e scettica, aveva preannunciato il “Mondo Americano” che noi subiamo ora.
Questo mondo futuro, descritto da Huxley, è oggi impiantato da Londra a Francoforte e da Copenhagen a Roma. Ci si abboffa, si fa sesso liberamente, ci si istupidisce di finzioni televisive (perfino la storia è riscritta come finzione biblica), ci si annega nel calcio.
Io consiglio, io invito caldamente il mio lettore russo istruito a leggere e paragonare i mondi futuri di Orwell e di Huxley (35).
Vi si trova in abbondanza materia di riflessione per tutti coloro che vogliono esaminare, comprendere, padroneggiare la politica storica dei tempi che verranno.
Lo stomaco troppo vuoto impedisce di pensare bene. Anche lo stomaco troppo pieno. Allora, che fare?
Jean Thiriart

NOTE
(19) Alfred Max, Sibérie: ruée vers l’Est, Editions Gallimard, 1976.
(20) Jean Thiriart, L’Europe jusqu’à l’Oural: un suicide, “La Nation Européenne”, n. 14, mars 1967.
(21) René Cagnat e Michel Jan, Le milieu des empires: entre Chine, URSS et Islam le destine de l’Asie centrale, Robert Lafont, Paris 1981.
(22) Rivista “Conscience Européenne”, juillet 1987: Jean Thiriart, La Turquie, la Méditerranée et l’Europe; Luc Michel, La Turquie, province d’Europe.
(23) Georges Duby e Robert Mantran, L’Eurasie XIèem-XIIIème siécles, Presses Universitaires de France, 1982.
(24) Henri Maspéro, La Chine antique, Presses Universitaires de France, III edizione, 1985. Un eccellente passaggio sui legisti dell’Antichità Cinese si trova alle pp. 426-470. Curiose similitudini col pessimismo di Thomas Hobbes.
(25) René Grousset, L’Empire des Steppes, Payot, Paris 1939.
(26) Karl Haushofer, De la Géopolitique, Fayard, 1986.
Andreas Dorpalen, The World of general Haushofer, Kennikat Press, Port Washington N.Y., 1942.
Hans Adolf Jacobsen, Karl Haushofer: Leben und Werk, Schriften des Bundes Archiv Koblenz, Boppard am Rhein 1979.
(27) M.A. Heilperin, Le nationalism économique, Payot, 1963.
(28) The Department of State (Washington), La vérité sur les rapports germane-soviétiques del 1939 à 1941, pp. 255, edizione francesce 1948.
Valentin Beriejkov, J’étais l’interprête de Staline (Histoire diplomatique 1939-1945). Editions du Sorbier, Paris 1985; edizione russa Mejdounarddnye otnochenia-URSS, 1983.
Gabriel Louis Jaray, Tableau de la Russie jusqu’à la mort de Staline, Editions Plon, Paris 1954; cfr. Ch. XIII “La Russie et le Reich”, pp. 345-394.
Anthony Read e David Fischer, The Deadly Embrace. Hitler, Staline and the nazi-soviet Pact 1939-1941, W.W. Norton Cy, New York-London 1988.
(29) Nicholas John Spykman, Yale University, America’s Strategy in world politics, Ed. Harcourt, Brace Cy, New York 1942.
Albert K. Weinberg, Johns Hopkins University, Manifest Destiny. A study of nationalist expansionism in american history, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1935.
Robert Strausz-Hupe, Geopolitics: the struggle for Space and Power, G.P. Putnam’s Sons, New York 1942.
Pierre Naville, Mahan et la maîtrise des Mers, Editions Berger-Levrault 1981.
T.D. Allman, Un destin ambigu. Les illusions et les ravages de la politique étrangère américaine de Monroe à Reagan, Flammarion 1986; traduzione Americana Unmanifest Destiny, Doubleday & Cy, New York 1986. Libro d’importanza capitale, assolutamente obbligatorio.
(30) La quasi totalità delle persone vive nella temporalità dell’immediato, dell’attualità. Ben pochi pensano in termini di secoli. Anche oggi soltanto il Giappone meraviglia, affascina, inquieta. Nell’attualità il Giappone è l’Asia. Niente è più precario, nella dimensione prospettica, della temporalità. Demograficamente la Cina è cinque volte il Giappone, e territorialmente 20 volte. Nel XXI secolo la Cina potrebbe divenire lei sola e a buon diritto l’Asia. Il centro, la capitale geopolitica della Cina è Canton/Hong Kong, e non certo Pechino, capitale decentrata – se mai può esserlo una capitale.
In geopolitica dunque è alla Cina che appartiene la missione di prendere l’iniziativa di un blocco asiatico autoequilibrato, autosufficiente. Malesia, Thailandia, Borneo, Filippine sono le zone d’espansione indicate dalla geografia.
Abbiamo un problema in comune con la Cina. Essa non può tollerare a breve termine nei suoi mari l’arroganza e le provocazioni della flotta americana, proprio come noi non possiamo tollerare a medio, se non addirittura a breve termine, la lordura e la provocazione della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. Sotto la dinastia Ming e in particolare fra il 1405 e il 1433 l’espansione marittima cinese verso il sud è stata stupefacente.
(31) Gérard Chaliand e Jean-Pierre Rageau, Atlas Stratégique. Géopolitique des rapports de forces dans le Monde, Editions Fayard, 1983. Cartine eccellenti. Cenni laconici su Mackinder, Mahan, Ratzel, Haushofer. Gli autori riportano la celebre frase di Napoleone: “La politica di uno Stato è nella sua geografia”.
Cfr. ugualmente (cartine molto buone): General Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Kurt Vowinckel Verlag, 1979. Il generale von Lohausen è autore di una lunga analisi dei miei concetti, pubblicata dalla rivista tedesca “Nation Europa”, Coburg 1981.
Cfr. pure (cartine e statistiche): Michael Kidron e Ronald Segal, Atlas Encyclopédique du Monde, Calmann-Levy 1981 (stampato a Hong-Kong).
Claude Nicolet, L’Inventaire du Monde. Géographie et politique aux origines de l’Empire romain, Editions Fayard, 1988. Nicolet ci ricorda che il padre della geografia scientifica fu Eratostene di Cirene (273-192 prima della nostra èra). Nicolet ritiene che Strabone (-58/+21) fu il primo geografo politico; su di lui scrive (pp. 93-94): “(…) Ma questa geografia è propriamente politica: essa si indirizza in primo luogo ai governanti per permettere loro di governare meglio; ma – sia detto en passant – è ancora lei a determinare, almeno nella sua epoca, le forme di governo ed è sempre lei a spiegare la nascita dell’Impero”. Nicolet ricorda anche come le carte geografiche romane collocassero l’Est in alto e l’Ovest in basso, mentre nelle carte greche in alto figurava il Nord, e in basso il Sud. Ai nostri giorni abbiamo ripreso il sistema greco.
(32) Jean Thiriart, La balkanisation de l’Europe, “La Nation Européenne”, n. 26, avril 1968 (“La manipulation des particularismes”).
(33) José Cuadrado Costa, L’Union soviétique dans la pensée de Jean Thiriart (1960-1969), opuscolo di 25 pagine, 1983.
(34) Bernard Crick, George Orwell, a life, ed. Secker e Warburg, Londra 1980. Ne esiste una traduzione francese in edizione tascabile presso Balland-Seuil. Studente a Eaton, Orwell – il cui vero nome è Blair – ebbe per professore di francese Aldous Huxley.
(35) Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo; Ritorno al Mondo Nuovo. Huxley mostra la sua intima percezione dei valori ellenici antichi nel suo libro L’Angelo e la Bestia [ed. franc. La Jeune Parque, Paris 1951 – n.d.t.]. Nella sua opera L’animale più sciocco Huxley afferma che Vilfredo Pareto è l’autore al quale egli deve di più. Condivido. Huxley è lo scetticismo colto e raffinato. Il che ci compensa della pseudo-cultura attuale con i suoi filosofi a un tanto la dozzina e il suo bric-à-brac neo-paganista.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

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L’Europa fino a Vladivostok – 2° parte

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A seguire, la seconda parte dell’articolo di Jean Thiriart, la cui prima parte (corredata di nota biografica dell’autore) è qui.

Il fiasco di uno Stato continentale abortito: l’URSS
L’esplosione, deplorevole, dell’URSS è notoriamente dovuta alla debolezza concettuale della nozione di Stato in Marx, Engels, Lenin e parzialmente Stalin. Già nel 1984 il mio collaboratore e discepolo José Cuadrado Costa, ispirandosi agli scritti di Ortega y Gasset e miei, ha pubblicato uno studio (disponibile in spagnolo, russo e francese) illuminato e profetico, intitolato Insuffisance et dépassement du concept marxiste-léniniste de nationalité [Insufficienza e superamento del concetto marxista-leninista di nazionalità, n.d.t.] (3).
Sul piano del concetto di Stato i Giacobini si erano mostrati di gran lunga superiori ai marxisti. In questo ambito Marx resterà per sempre un romantico del 1848. Già alla fine del XVIII secolo, Sieyès ci diceva come rendere omogeneo uno Stato-Nazione. Lo Stato-Nazione è figlio di una volontà politica.
Altra sciocchezza marxista dovuta al romanticismo del XIX secolo: l’idea del declino dello Stato. E’ difficile essere più stupidi. Ecco il vecchio sogno anarchico (4).
Lenin ha dunque mantenuto la finzione delle repubbliche. Insisto sul plurale.
Grazie al centralismo del Partito e alla straordinaria personalità di Stalin questa finzione, questa commedia, è durata fino al 1990. Il declino del partito ha fatto saltare l’URSS su linee di frattura risalenti al 1917-1922.
La finzione è divenuta realtà.
I Giacobini avrebbero creato nel 1917 “la” (insisto sul singolare) Repubblica dei Sovieti. Lenin ha accettato, tollerato la finzione dell’Unione “delle” (insisto sul plurale) Repubbliche Sovietiche.
Fra il 1946 e il 1949 Stalin, all’apice della sua potenza, ha mantenuto anche lui la finzione degli Stati “indipendenti” dalla Polonia alla Bulgaria.
Altra imprudenza concettuale.

Lo Stato politico opposto allo Stato etnico
Il Petit Larousse dice che l’etnia cerca la propria omogeneità attraverso la lingua e la cultura.
Personalmente e ad avvalorare il presente scritto, estenderei questo concetto dicendo che lo Stato etnico cerca la propria giustificazione di unità attraverso razza, religione, lingua, fantasmi comuni, ricordi comuni, frustrazioni o fobie comuni.
Lo Stato politico (sistema aperto, estensivo) è diametralmente opposto al concetto di Stato etnico (sistema chiuso, fisso). Lo Stato politico rappresenta una volontà di uomini liberi di vivere un avvenire comune.
Lo Stato politico, o più precisamente lo Stato-Nazione politico di cui io sono il teorico moderno dopo Ortega y Gasset (5) permette agli uomini di conservare la propria individualità personale (passatemi questo pleonasmo barbaro, anzi rustico) nel seno di una collettività.
Meno di due mesi fa (6) ho avuto modo di esprimermi una volta di più sulle nozioni capitali di Imperium e di Dominium. Fin dal 1964 insisto su questo concetto di matrice antico-romana.
A un amico politico che mi aveva fatto diventare “vallone” (il colmo!) ho scritto – più che altro pro forma – di non essere né vallone né fiammingo, né tedesco, né belga e nemmeno europeo. Io sono me stesso. L’identità di Jean Thiriart è Jean Thiriart, gli ho scritto. Non ci tengo ad essere infilato nel cassetto di chissà che schedario insieme a delle persone che sarebbero in qualche modo “simili” a me.
Ci tengo invece a conservare, in permanenza, la mia ironia socratica. Totalitario quando si tratta di Imperium, divento libertario nella sfera del Dominium.
Marx e Engels ignoravano tutto della dicotomia fondamentale Imperium/Dominium; così finirono per scrivere L’ideologia tedesca contro Max Stirner.
La visione dell’Imperium di Max Stirner (libera scelta federativa, diritto di secessione… sic! e ri-sic!) resterà sempre ridicola e inutilizzabile. Al contrario la sua visione della libertà interiore, di ciò che si riferisce al Dominium resterà sempre e comunque interessante. Bolscevico, giacobino, prussiano, staliniano per quanto riguarda l’Imperium e la sua disciplina civica/civile; invece i miei gusti e le mie inclinazioni intellettuali nella vita privata, cioè della mia vita nell’ambito del Dominium, si rifanno a Ulisse, modello dei Cinici.
E a Diogene, il quale, interrogato se vedesse da qualche parte in Grecia degli uomini dabbene, rispose: “In Grecia proprio no, ma vedo dei ragazzi niente male a Sparta”…
Diogene e gli altri Cinici ammiravano le istituzioni spartane, loro che sono appunto noti come fautori della disciplina e della frugalità contro il lusso e le mollezze.
Anch’io sono con Diagora contro le religioni. In privato, beninteso!
E sono certo l’araldo riconosciuto dell’Europa unita da Dublino a Vladivostok (7).
Ma l’Europa unita che invoco e descrivo risente del concetto di Imperium. E io auspico un Imperium potente, dinamico, implacabile. Perché sia davvero efficace.
Per quanto riguarda la mia identità, invece, essa si richiama al Dominium.
La mia identità culturale non è categorizzabile. Essa è unica, come è unica la mia formula genetica.
Ogni essere umano esprime biologicamente una formula unica. Egli è solo. Culturalmente – musica, architettura, letteratura, pittura etc. – io rivendico qui lo statuto di individualista fatto e finito.
All’interno dello Stato politico non possono esistere “minoranze”, perché quello Stato non conosce se non delle individualità tenute insieme dai legami dell’Imperium.
Quei legami sono i punti di forza che ho evocato precedentemente.

Le formule sbilenche: federalismo, confederalismo
A partire da quando il tandem “Imperium-Dominium” è stato introdotto nel concetto di Stato per costruire quest’ultimo, le soluzioni sbilenche come il federalismo o, peggio ancora, il confederalismo, non hanno più senso né utilità… Niente del tutto.
Non posso esimermi dal citarvi un autore americano che conosco soltanto attraverso una singola citazione, assolutamente pertinente.
“Ogni gruppo di persone, quali che siano il numero e l’omogeneità degli individui che lo compongono e la fermezza con la quale essi professano una dottrina comune, non tarda a scindersi in gruppi più piccoli stretti intorno a versioni differenti della medesima fede; da questi sottogruppi scaturiscono a loro volta dei sotto-sottogruppi, e così di seguito fino al limite ultimo dell’individuo singolo.”
La citazione è attribuita a un certo Adam Ostwald in un testo intitolato La società umana.
Gli anarchici del XIX secolo e tanti altri fra cui Proudhon hanno coltivato l’errore monumentale secondo il quale tutti i conflitti e le tensioni dei grandi gruppi svanirebbero di per sé, risolvendosi spontaneamente nei piccoli gruppi.
E’ l’armonia comunale cara al XIX secolo, l’armonia dei piccoli gruppi opposta al terrore della dominazione insopportabile del grande gruppo.
Anche Lenin concepiva sciocchezze storiche, nel quadro dell’assurdo concetto del “piccolo-gruppo-sempre-virtuoso-e-armonioso”, ciò che lo porto a scrivere, ad auspicare e ad annunciare il declino dello Stato.

L’Europa fino a Vladivostok: la dimensione minimale
Uno Stato-Nazione che voglia l’indipendenza è obbligato a possederne i mezzi militari.
Questi mezzi dipendono dalla demografia, dallo spazio, dall’autarchia delle materie prime, dalla potenza industriale. Fra l’Islanda e Vladivostok possiamo mettere insieme 800 milioni di uomini (non foss’altro che per equilibrare i 1.200 milioni di Cinesi) e trovare nel sottosuolo della Siberia tutto quanto è necessario al nostro fabbisogno energetico e strategico.
Dico che la Siberia è la provincia economicamente più vitale per l’Impero Europeo.
L’unione feconda dell’Europa occidentale estremamente industrializzata e tecnologicamente assai avanzata con l’Europa siberiana pressoché inestinguibile in materie prime darà alla luce una Repubblica Imperiale dotata di eccezionale potenza che il resto del mondo si guarderà bene dal contestare o dall’affrontare.

I punti di forza dell’”Imperium” europeo
Lo Stato è unitario. Esso non conosce né tollera divisioni orizzontali (autonomie regionali) o verticali (classi sociali) (8).
Suo principio di base è la onnicittadinanza: in qualunque luogo dell’Impero europeo il cittadino è elettore, eleggibile, produttore. Egli è libero di spostarsi senza la minima restrizione. La sua qualifica professionale si estende alla totalità dell’Impero: medico laureato a Madrid, eserciterà senza alcuna limitazione a Leningrado.
Non sarà tollerato alcun “corporativismo regionale”.
La secessione di un qualunque territori è esclusa per principio fondamentale, per postulato. Riprendiamo qui il concetto giacobino: “La Repubblica è una e indivisibile”. E’ fuori questione ripetere l’errore leninista del “diritto alla secessione”.
La “regione” o l’antico Stato nazionale (ri)entrano nell’Impero per non uscirne più. L’unità dell’Impero è irreversibile per Diritto Costituzionale.
castro-peron-nazione-europeaPer contro l’Impero è estensivo, non già per “conquista” bensì per accrescimento grazie a coloro che vorranno liberamente aggiungervisi – che vorranno raggiungerlo.
L’esercito è popolare e integrato. Nessuna casta militare potrà ritagliarvisi dei monopoli o dei privilegi sotto un qualche pretesto professionale. L’esercito è in tutto e per tutto dipendente dal Potere Politico.
L’esercito è integrato: durante i primi 25 o 50 anni si presterà una cura particolare nel mescolare le reclute provenienti dalle diverse regioni. Non se ne parla neanche di tollerare reggimenti croati o divisioni francesi, corpi d’armata tedeschi o russi.
La moneta è una e unica. La detenzione e le transazioni in valuta estera sono vietate e perseguibili penalmente.
Attualmente non esiste umiliazione peggiore né peggiore riconoscimento del proprio scacco che il poter viaggiare in Russia soltanto se muniti di dollari americani. Umiliazione tanto per il turista proveniente dall’Europa dell’Ovest che per gli stessi Russi.
Simbolo del nostro comune degrado, Europei dell’Ovest colonizzati dal 1945; ed Europei dell’Est balcanizzati e colonizzati dal 1990.
In condizioni normali si dovrebbe pagare l’albergo a Mosca in scudi europei; e non in dollari stranieri.
La lingua veicolare diventa l’inglese (9). Non ho scritto “l’americano”. Da parte mia si tratta qui di una scelta pragmatica, una scelta ineluttabile.
Il concetto di legislazione unitaria costituisce uno dei fondamenti dell’Impero. Il diritto civile, il diritto penale, il diritto del lavoro, il diritto commerciale sono unificati
Il concetto e l’applicazione del diritto è “ubiquitaria”.

Il “Dominium” e i suoi limiti
Tutti conoscono l’adagio secondo il quale la libertà di un uomo finisce là dove comincia quella di un altro uomo.
In un articolo precedente (10) ho tratteggiato i domini dell’Imperium, domini in cui la Repubblica unitaria “non indietreggia mai”.
Quanto al Dominium, esso contiene tutte le scelte, tutte le opzioni, tutte le libertà individuali che non intralciano né limitano l’esercizio dell’Imperium.
Queste libertà sono accordate nei limiti del campo d’azione della vita privata.
Immancabilmente nei sistemi politici o nei regimi al tramonto, usurati, debilitati, malaticci, i sentimenti, le emozioni, le passioni della vita privata tentano, spesso addirittura riuscendoci (ahimé), di fare irruzione nella vita politica.
L’Imperium deve restare un dominio riservato, concepito, amministrato e gestito dal solo neo-cortex.
Per comprendere i comportamenti umani occorre studiare i meccanismi cerebrali (11).
Ripeto la mia battuta preferita, che mi riguarda da vicino: “Io non ho un’anima, ho un cervello”. In realtà, come tutti, di cervelli ne ho tre.
Il più antico è il paleo-cortex, che permette di camminare, di arrampicarsi, di salire o di afferrare al volo un pallone da basket. Segue il cervello “medio”, il meso-cortex, che contiene tutti i miei software emotivi indispensabili alla sopravvivenza; Serghiej Chacotin, discepolo di Pavlov, ha descritto già parecchio tempo fa queste passioni-emozioni: per la conservazione dell’individuo, pulsioni combattive e alimentari; per la conservazione della specie, pulsione sessuale e pulsione parentale (associativa). Infine, ecco il più moderno dei nostri tre software, il neo-cortex, magnifico strumento dell’uomo. Strumento troppo poco utilizzato.
Il paleo-cortex conta già 200 milioni di anni. Il neo-cortex ne ha soltanto un milione.
La teoria dei tre cervelli “sovrapposti”, o del cervello “triunico”, come scrive il traduttore Roland Guyot, è stata formulata dallo psicologo americano Paul D. Mac Lean (12), e resa popolare da Arthur Koestler (13).
Nella sua Psicologia sociale Otto Klineberg si sofferma a lungo sul comportamento affettivo dell’uomo.
Due secoli prima dei lavori scientifici di Paul D. Mac Lean, Sieyès aveva avuto la premonizione dell’attuale teoria dei tre cervelli sovrapposti-embricati.
Bastid, a pagina 328 della sua tesi, cita un manoscritto di Sieyès sul tema Del cervello e dell’istinto.
Sieyès, molto prima di me, era stato colpito e infastidito dalle pseudo-dimostrazioni in linguaggio politico; e ne aveva cercato le ragioni.
Se impongo al lettore questa digressione è appunto per evidenziare che la maggior parte dei discorsi politici odiosi, aggressivi, promanano dal nostro molto emotivo meso-cortex.
Non è possibile studiare bene e a fondo i discorsi politici senza conoscere i meccanismi cerebrali degli uomini.
Il ripiegamento su se stessi, l’odio dell’altro, si spiegano allora facilmente. Tutta la faccenda diviene allora semplicemente un insieme di problemi clinici spiegati attraverso la fisiologia del cervello.
Da anni ormai mi batto contro i “letterati” che descrivono la politica attraverso comportamenti “mesocorticali” (passioni, emozioni, pulsioni, frustrazioni, fobie, repulsioni), laddove io mi affanno a descrivere una Repubblica neocorticale… sic!
Uno dei miei detrattori mi ha definito come un “freddo mostro razionale”.
Accetto: e preferisco questa condizione a quella di “mostro dionisiaco razionale” caro ai discolacci post-nietzscheani. Consiglio vivamente al mio lettore politicamente istruito i lavori di Paul D. Mac Lean.
L’assurdità dei discorsi politici pseudo-razionali che si pretendono persuasivi (l’avvocato persuade, lo scienziato dimostra) è spiegata benissimo da Marc Jeannerod in questa frase: “(…) il carattere non-diretto dei rapporti fra il soggetto e il mondo esterno. Il soggetto costruisce la propria rappresentazione del mondo e tale rappresentazione guida il suo agire. In questa prospettiva l’azione non è una risposta a una situazione esterna ma piuttosto la conseguenza o il prodotto di una rappresentazione”.
Tutta la logomachia primaria sulle “etnie” si spiega assai bene attraverso questa nozione di “rappresentazione” (fantasmatica) della realtà (situazione reale) rifiutata. Il rifiuto del reale, il bisogno del sogno ad occhi aperti.
Per chiunque abbia una formazione scientifica la politica e i suoi discorsi sono con ogni evidenza assurdi.
La gente si scaglia contro la figura dei fantasmi personali antagonisti, delle rappresentazioni, e si rifiuta di accettare le situazioni…
Veniamo ora ai tre cervelli di Mac Lean.
Quando calcoliamo le orbite dei satelliti, le traiettorie delle sonde spaziali, la resistenza dell’acciaio, le correzioni ottiche da integrare in un obiettivo fotografico, noi utilizziamo unicamente il nostro neo-cortex.
Quando litighiamo con un altro automobilista e finiamo per farci a pugni utilizziamo i meccanismi cerebrali detti reattivo (paleo-cortex) ed emotivo (meso-cortex) e ci comportiamo come anfibi e come rettili.
Nella lite automobilistica la nostra pulsione aggressiva prenderà il sopravvento e arriverà al punto di inibire il funzionamento regolatore del nostro neo-cortex. La pulsione sessuale, talvolta irreprimibile, ci porterà a insidiare la figlia minorenne del vicino di casa.
Lo stesso uomo funziona in permanenza grazie a questi due software, quello delle pulsioni-passioni-sentimenti-emozioni e quello del pensiero totalmente razionale.
Questa digressione ci ha permesso di arrivare alla gestione degli uomini.
Nell’ambito del Dominium si colloca la religione.
Attività privata che in nessun momento deve poter interferire nella vita pubblica (col rischio di vedere degli “islamisti” contestare l’antico potere jugoslavo). E’ buffo ammettere che la religione possa immischiarsi nella vita politica intelligente, nell’Imperium. Per avere ignorato il principio dell’Imperium laico si è arrivati alle carneficine ignobili e imbecilli in Libano, in Palestina, in Armenia, in Jugoslavia, in Moldavia.
Quelli che hanno mischiato religione e politica non sono altro che apprendisti stregoni. E quelli che hanno creato queste tensioni sono colpevoli criminali, ma colpevoli storici sono quelli che hanno tollerato nel loro dilettantismo che quelle passioni religiose potessero essere prese in considerazione in un contesto politico.
Nell’Imperium laico della Repubblica unita europea la pratica religiosa sarà permessa (preferirei scrivere tollerata) nell’ambito del Dominium e implacabilmente repressa nel momento in cui vorrà irrompere nel campo d’azione e applicazione dell’Imperium. Razzisti vergognosi, razzisti ipocriti hanno inventato l’etno-differenzialismo (sic!), le “identità etno-culturali” (ri-sic!). Questo ha portato nei fatti ai massacri in Moldavia, in Jugoslavia, nel Caucaso; massacri praticati da delinquenti comuni, gangsters – per essere più precisi e più immediati.
I delinquenti e i criminali comuni, dopo il furto con scasso, la prostituzione, il gioco, la droga, s’interessano ora da una ventina d’anni della politica delle “minoranze oppresse”.
Le farneticazioni religiose e le farneticazioni etno-differenzialiste ben manipolate da ciarlatani prima, poi da gangsters; le stesse farneticazioni munite di fucili d’assalto nelle mani della plebe ci fanno regredire verso lo statuto delle 1.000 tribù della Nuova Guinea, verso i tagliatori di teste.
Concluderò qui dicendo che il Dominium contiene quasi tutte le libertà di pensare (anche di pensare stupidamente) ma che l’Imperium di una Repubblica unita laica non potrà mai tollerare, nemmeno per un istante, la libertà di fare “qualsiasi cosa”.
Dal 1945 la storia ci mostra, attraverso esempi spettacolari e sanguinosi, quel che NON bisogna fare. Né lasciar più fare domani.

Quando Mosca chiama i mediconi al suo capezzale
Quel che accade in Russia da due anni a questa parte è insensato.
Bisognava liberalizzare l’economia, un livello dopo l’altro a partire dal basso (14) verso l’alto e consacrare dai 2 ai 3 anni per livello.
Invece si consente ai peggiori avventurieri della finanza internazionale di precipitarsi a Mosca. Si svende a poco il lavoro di tre generazioni di sovietici.
I pescecani di Wall Street cominciano a interessarsi un po’ troppo all’apparato economico ex-sovietico.
Bisognava non allentare i bulloni politici dell’URSS, non tollerare le secessioni etniche, anche se Lenin nella sua incultura storica (eredità del marxismo nato nel 1848) aveva ammesso (molto ipocritamente ma anche molto imprudentemente) il “diritto alla secessione”.
unnamedLo smembramento politico e militare dell’URSS fu e resterà un errore storico imperdonabile. Il male è fatto, ed è irreversibile. Le forze centrifughe distruggono in 5 anni quel che le forze centripete hanno costruito in 4 o 5 secoli.
Bisognava riempire i negozi di pane e salame favorendo l’apparizione rapida di un milione di piccole imprese economiche (comprendenti da 1 a 50 persone ciascuna). E simultaneamente rinforzare la repressione politica nei confronti di tutti i secessionisti, indipendentisti e autonomisti.
Altro atteggiamento suicida dei nuovi leader russi: correre a Washington invece di negoziare un aiuto economico con l’Europa dell’Ovest.
Gli Stati Uniti sono geopoliticamente e storicamente il nemico specifico dell’URSS.
La strategia storica degli Stati Uniti è la divisione dell’Europa, lo smembramento dell’URSS.
Per 4 secoli l’Inghilterra ha fatto questo gioco contro i Re di Spagna, contro la Francia, contro la Germania.
Oggi l’Inghilterra è stata sostituita dagli Stati Uniti.
Ieri l’Inghilterra è stata sempre impegnata a distruggere “la” potenza continentale predominante, virtualmente capace di federare il Continente europeo: gli Asburgo di Madrid, Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.

La Russia “sola”: molto presto un Brasile-delle-nevi
Lo smembramento dell’URSS è irreversibile.
La “Grande Russia” non ha la minima possibilità di diventare una grande potenza.
La “Russia sola” è oggi un Paese senza destino come lo sono la Germania dal 1945 e la Francia dal 1962.
La Germania è stata storicamente castrata nel 1945. Solida potenza industriale, essa è totalmente passiva, totalmente inesistente sul piano internazionale (15).
La Germania non ha più una politica estera da 47 anni.
E questo non è poi un gran male in sé per l’unità europea.
Le isterie nazionaliste hanno fatto abbastanza male all’Europa, con le due guerre suicide nate nel 1914 e nel 1939.
Se qualche sognatore vuole cullare la speranza di una “Grande Russia” potenza di primo piano, sappia fin da ora che Washington ha ancora molte frecce al suo arco. Washington ha cinicamente giocato prima la carta di Baghdad contro Teheran, e poi Riyad e gli Harki di Damasco e del Cairo contro Baghdad.
Washington dispone ancora di molti coltelli per portare a compimento, se ce ne fosse bisogno, lo smembramento dell’URSS e continuarlo mediante la decomposizione della Russia.
Se ce ne sarà bisogno Washington giocherà, senza la minima esitazione, Pechino contro Mosca, il mondo islamico (dal Pakistan al Marocco) contro Mosca.
La Francia, l’Inghilterra, la Germania non sono altro che delle finzioni storiche, parodie di Stati indipendenti.
Tutti questi sedicenti “grandi” Paesi non hanno più una politica estera.
La guerra in Irak ha mostrato chiaramente che per Washington Francia e Inghilterra costituiscono tutt’al più delle riserve di fucilieri senegalesi.

Reintegrare l’URSS nella costruzione europea
Secondo le mie vedute geopolitiche i vecchi territori dell’URSS sono dei territori europei; le vecchie frontiere dell’URSS sono le future frontiere della Grande Europa.
Per postulato geopolitico la benché minima particella dell’ex-URSS dovrà integrarsi nella costruzione della Grande Repubblica Unita da Dublino a Vladivostok.
L’alternativa per i Russi è la seguente: o farsi fagocitare – castrare – da Washington oppure giocarsi tutto e partecipare totalmente alla costruzione europea.
La “terza soluzione”, la “Grande Russia” unica e sola, è illusoria.
La sparizione dell’URSS avrà quanto meno dato vita a un fattore assai positivo: la sparizione della barriera di repellenza.
Così nell’estremo occidente d’Europa non si ha più paura del Grande Orso Cattivo. Non si è mai presentata occasione più favorevole per l’unione benedetta “Ex-URSS e Mercato Comune dei Dodici.”

Azioni pragmatiche a breve termine
Nell’Europa estremo-occidentale è venuto il momento perché un gruppo elitario d’avanguardia intraprenda una lotta politica violenta sul tema “NATO fuori d’Europa”.
Quello che ho scritto già 25 anni fa si realizza ora: la NATO sedicente scudo militare “contro il comunismo ateo” era soprattutto uno strumento di vassallizzazione politica. Da due anni Washington ha lasciato cadere la maschera.
allargamento-natoNon vi è più alcun esercito sovietico che minacci l’Europa occidentale – ciò che non impedisce di fatto a Washington di mantenere le strutture della NATO, se non addirittura di rafforzarle.
E’ necessario sostenere tutto il lavoro di legislazione socio-economica realizzato dalla Comunità Europea. La Comunità dei Dodici deve accordarsi quanto prima possibile su di una moneta unica e comune.
Malgrado tutti i suoi difetti e tutte le sue lentezze, la Comunità dei Dodici realizza nei fatti una sorta di Zollverein (1834).
Non ci sarebbe stato un Bismarck se prima non ci fosse stato Friedrich List (16).
L’Europa dell’Ovest deve salvare finanziariamente il programma spaziale sovietico.
Su questo punto preciso le disposizioni d’intesa e di collaborazione devono essere immediate. Il programma spaziale sovietico deve assolutamente essere mantenuto e sviluppato.
Qui all’Ovest contiamo 20 milioni di disoccupati a dir poco (17).
In tempi brevissimi la Comunità dei Dodici deve finanziare la rapida costruzione di autostrade da Berlino a Mosca, da Norimberga a Kiev, Kharkov, Saratov, da Vienna a Odessa e a Rostov. Friedrich List è il padre concettuale della rete ferroviaria tedesca, rete che concretizzò lo Zollverein.
Fin da ora l’Europa dell’Ovest e l’ex-URSS devono proporsi di creare una situazione tale che tutta l’aviazione civile sia costruita in comune, autarchicamente, fra Londra e Vladivostok.
Fin da ora l’Europa dell’Ovest deve cessare di acquistare materiale militare americano. Né un solo fucile, né un solo aereo.
Le industrie militari d’Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Italia, Svezia e Russia sono in grado di fabbricare tutto.
In materia di armamenti l’Europa da Dublino a Vladivostok è perfettamente in grado di organizzarsi autarchicamente.
Sul piano politico, l’indecente caccia alle streghe contro gli ex-leaders comunisti della DDR e della Russia deve cessare.
L’interdizione del partito comunista dev’essere denunciata con fermezza per essere abrogata.
Lasciamo ai popoli primitivi la pratica dell’”eterno” odio biblico.
L’Europa dell’Ovest è dal 1945 nelle mani dei lacchè di Washington – dei leccapiedi del Pentagono.
La Russia potrebbe, in brevissimo tempo, vedersi anch’essa dotata di una classe “dirigente” agli ordini di Washington (18).
La risposta è chiara: è necessario creare nel minor tempo possibile delle reti ideologiche, dottrinali, politiche fra l’élite lucida dell’ex-URSS e l’élite lucida dell’Europa dell’Ovest.
Queste due élites rivoluzionarie devono incastrarsi l’una nell’altra e preparare la partenza, l’espulsione dell’occupante americano.
Jean Thiriart

NOTE
(3) José Cuadrado Costa, Insuffisance et dépassement du concept marxiste-léniniste de nationalité (Le concept de nationalité chex Marx, Engels, Lénine, Stalin, Ortega y Gasset de Jean Thiriart), “Conscience Européenne” n. 9, octobre 1984, Charleroi, Belgique. Disponibile in spagnolo, francese e russo.
(4) Bisogna leggere, con spirito critico, l’opera di Daniel Guérin su L’anarchisme (Poche Gallimard). Vi si ritrovano tutte le sciocchezze del romantico XIX secolo. E’ difficile trovare qualcuno più ingenuo, perfino più sciocco di Proudhon. Proudhon descriveva un mondo idilliaco, il mondo delle “federazioni di federazioni”. Peccato che non avesse previsto i massacri moldavi, croati e armeni relativi alla liquidazione bestiale della “minoranza della minoranza”.
(5) José Ortega y Gasset, La Révolte des Masses, Editions Stock 1961; idem, La vocation de la Jeune Europe, in: “La Jeune Europe – rivista delle SS Universitarie”, fasc. 8, Berlino 1942.
(6) Jean Thiriart, Europe: l’Etat-Nation Politique, in: “Nationalisme et République”, n. 8, juin 1992.
(7) Già da un terzo di secolo avevo suggerito il concetto di Europa come a) Stato unico e unitario; b) nazione europea.
Il generale De Gaulle voleva una Francia forte (unitaria) in un’Europa debole (confederale). Perché non voleva l’Europa. Come Maurras, era bloccato.
Lo scrittore tedesco Heinz Kuby mi tirò nel 1965 una frecciata a proposito dei (vecchi) profeti della Grande Germania, fra i quali, appunto, c’ero stato anch’io. Scrive Kuby: “L’Europa: una nazione? – E’ uno dei paradossi del paesaggio politico dell’Europa occidentale che gli avversari più lontani fra loro [nota sul soggetto dell’Europa: gaullisti confederalisti e thiriartisti unitaristi] siano attaccati a una medesima concezione dello Stato. Per de Gaulle, è impensabile che uno Stato possa e debba essere qualcosa di diverso da uno Stato nazionale, dal momento che la nazione costituisce la sola base legittima della politica.
La stessa concezione regna in un’importante frazione dell’opposizione europea [nota: Jeune Europe].
Quest’ultima vuole superare l’ambito delle nazioni ma non può concepire altro Stato che lo (…) Stato nazionale europeo. E vagheggia una nazione europea – non è un caso se in questo essa si affianca ai profeti della “Grande Germania” e agli altri fascisti del passato” (p. 312 dell’edizione francese).
Cfr. Provokation Europa, Kiepenheuer und Witsch, Köln-Berlin 1965; tradotto in francese nel 1967 dalle ed. Seuil col sottotitolo “Sfida all’Europa”.
Lo scacco della “Grande Germania” razziale l’ho vissuto in prima persona, in guerra e poi negli anni della prigionia. Ne ho ricavato un insegnamento fruttuoso – che era impossibile estendere e mantenere lo Stato unitario razziale (quello di Hitler) oltre la condizione di guerra permanente.
Da allora, ho formulato, in nuce, il concetto di Stato unitario politico (non-razziale) estensivo.
Ho sviluppato e perfezionato i concetti di Sieyès e di Ortega Y Gasset, i concetti di nazione politica per portarli alla decimale superiore, alla decimale europea.
(8) L’Abate Sieyès, in occasione della seduta del 7 settembre 1789, dice e ripete chiaramente, senza possibilità di equivoci: “La Nazione soltanto è sovrana. La Nazione non ha ordinamenti, né classi, né gruppi. La Sovranità non si divide né si trasmette”.
Cfr. Colette Clavreul, L’influence de la théorie d’Emmanuel Sieyès sur les origines de la représentation en droit public [L’influenza della teoria di E. Sieyès sulle origini della rappresentanza nel diritto pubblico – n.d.t.], tesi di dottorato, Università di Paris I, 1982.
Cfr. Jean-Denis Bredin, Sieyès, la clé de la Révolution française [Sieyès, la chiave della Rivoluzione francese – n.d.t.], Editions de Fallois, Paris 1988.
Cfr. Paul Bastid, Sieyès et sa pensée [Sieyès e il suo pensiero – n.d.t.], ried. Hachette, 1970.
Mai il concetto di Stato unitario è stato precisato meglio che da Sieyès. Personalmente, trasferisco questo concetto di Repubblica Una e Indivisibile nel mio progetto di una Repubblica Imperiale estesa da Dublino a Vladivostok. Come Sieyès, rigetto tutte le concezioni federative, fonti di ricatti secessionisti, fonti di fratture territoriali.
(9) Per un uomo formato alla scuola scientifica tutte le nostre lingue sono mezzi d’espressione troppo deboli, troppo confusi, troppo incerti. Il linguaggio scientifico è univoco, quello letterario è sempre equivoco. E’ per questo che i “letterati” sono sempre così confusi in sociologia e in politica. Si veda il lavoro magistrale di Louis Rougier La metaphysique e le langage [Metafisica e linguaggio – n.d.t], Denoël, 1973.
In realtà l’inglese è già e irrimediabilmente la lingua comune, nel mondo intero, nelle scienze e nella tecnologia. Un esempio per tutti: l’Institut Pasteur di Parigi non pubblica più niente in francese. Tutte le sue edizioni sono monolingui inglesi.
(10) V. nota n. 6.
(11) Paul D. Mac Lean, Les trois cerveaux de l’homme, Robert Laffont, 1990; Arthur Koestler, Le cheval dans la locomotive ou le paradoxe humain, Calmann-Lévy 1968; cfr. Ch. XVI “Les trois cerveaux “.
Koestler si rivolge soprattutto al grande pubblico colto; Mac Lean scrive per un pubblico ristretto, perfettamente padrone di discipline come la neuropsicologia del cervello.
Serge Tchakhotine [Serghiej Chacotin – n.d.t.], Le viol des foules par la propagande politique, Gallimard 1952. Chacotin è allievo e discepolo di I.P. Pavlov. Il suo Viol des foules… è un testo obbligatorio, capitale, monumentale.
Otto Klineberg, Psychologie sociale, Presses Universitaires de France, 1967.
José M.R. Delgado, Le conditionnement du cerveau et la liberté de l’esprit, Charles Dessart, Bruxelles 1972.
Jean-Didier Vincent, Biologie des passions, Seuil, 1986.
Marc Jeannerod, Le cerveau-machine, Fayard, 1983.
Guy Lazorthes, Le cerveau et l’esprit. Complexité et malléabilité, Flammarion 1982.
(12) Cfr. P.D. Mac Lean, op. cit..
(13) Cfr. A. Koestler, op. cit..
(14) Jean Thiriart e René Dastier (1962-65), Principes d’économie communautaire, riedizione Luc Michel 1986; opera esaustiva sulle concezioni economiche e sociali di Jean Thiriart (“Un socialismo di dimensioni europee: il Comunitarismo”).
Esistono anche brevi riassunti di questa dottrina nell’opuscolo di 42 pagine scritto da Yannick Sauveur e Luc Michel Esquisse du Communautarisme (1987).
Infine, un articolo di Jean Thiriart ne “La Nation Européenne” n. 1, février 1966, intitolato Esquisse du communautarisme européen.
L’attuale regime russo procede alla liberalizzazione dell’economia nel senso più pernicioso del termine. Si comincia col chiamare i capitalisti internazionali. Era l’ultima cosa da fare. E Eltsin l’ha fatta, dichiarando di essere un dilettante, un uomo senza la minima conoscenza dell’economia e della storia. La strada corretta sarebbe stata a) di liberalizzare immediatamente tutte le imprese dotate di un totale di lavoratori – operai e impiegati – compresi tra 1 e 50; b) di liberalizzare, due o tre anni più tardi, le imprese comprendenti fra 50 e 100 operai-impiegati. Si sarebbe dovuto andare dal basso in alto, dalle imprese piccole e piccolissime direttamente verso le grandi imprese, 6 o 8 anni più tardi.
La libera impresa è tonificante e stimolante. Non è lo stesso per la finanza speculativa internazionale, che ricerca soltanto il profitto immediato. Non è questo il luogo per descrivere le differenze considerevoli fra capitalismo industriale (Ford, Renault, Citroën) e il capitalismo bancario speculativo (Fondo Monetario Internazionale). Esistono centinaia di pagine di studi economici di Dastier e Thiriart (1962-1965) sull’argomento.
Esagerando, si potrebbe dire che il Comunitarismo è l’economia totalmente libera fino a 50 operai, co-gestita da 50 a 500, controllata da 500 a 5.000, statalizzata al di sopra dei 5.000. Si tratta di una concezione a geometria variabile fra capitalismo e socialismo classico.
(15) La Germania attuale è simultaneamente un gigante economico e un eunuco politico. E’ un Paese storicamente castrato dal 1945. La Germania attuale costituisce una delle zone di sfruttamento dell’economia cosmopolita radicata a Wall Street.
L’economista List ha dimostrato con ammirevole chiarezza la differenza fra economia cosmopolita ed economia politica.
Thiriart vi si ispirerà per la propria teoria dell’economia di potenza opposta all’economia di profitto degli Stati Uniti.
Esiste un’eccellente analisi di List fatta dall’autore americano Edward Mead Earle in Makers of modern strategy (Princeton University, 1943); pubblicata in francese nel 1980 da Berger-Levrault sotto il titolo Les maîtres de la stratégie (ch. 6: “Adam Smith, Alexander Hamilton, Friedrich List: les fondements èconomiques de la puissance militaire”). List visse a lungo negli Stati Uniti; disse che “La ricchezza è inutile senza l’unità e la potenza della nazione”. L’analisi di E.M. Earle costituisce, per il livello e la qualità, un brano di antologia geopolitica.
(16) Cfr. nota precedente.
(17) Il Mercato Comune dei Dodici comprende circa 20 milioni di disoccupati. Nessuno ignora, credo, le nozioni di disoccupazione strutturale e disoccupazione congiunturale. Ma l’ipocrisia delle società plutocratiche non menziona mai la disoccupazione “istituzionale”, per non dire “professionale”.
I disoccupati contenti di esserlo sono ahimé molto numerosi. Questi disoccupati sono degli elettori. Allora è fuori discussione far loro la morale, o rimproverarli. Prendiamo la Vallonia: “Una famiglia di quattro disoccupati vive bene”. Quando Cesare prese il potere a Roma, la città contava allora 320.000 “assistiti” (disoccupati-elettori). Cesare riuscì a portare quella cifra a 150.000 con la legge da lui varata detta Lex Julia Municipalis.
In Belgio la burocrazia ha creato termini come “beneficiari” e “aventi diritto” (… a dei sussidi di disoccupazione). Il cittadino è stato rimpiazzato dal beneficiario.
I delinquenti recidivanti e gli omosessuali votano anche loro: neanche parlarne di infastidirli, figuriamoci angariarli.
Una presa di possesso (del piatto del burro) può dipendere da uno score elettorale 52-48. Quando si sa che la Francia conta il 10% di disoccupati, il 5% di omosessuali, il 7% di delinquenti recidivi, l’8% di etilisti, il 19% di persone che giocano regolarmente al Lotto o al Tiercé [gioco pubblico di scommesse settimanali basato sul pronostico dei primi tre cavalli classificati in una corsa; analogo al nostro Totip o Totocalcio – n.d.t.], il 34% di fiduciosi-a-oltranza nell’oroscopo, e il 3% di drogati permanenti od occasionali, ci si può fare un’idea di ciò in cui può sfociare un sistema elettorale applicato in regime di plutocrazia. Da rileggere: Bertolt Brecht, Gli affari del signor Giulio Cesare.
(18) L’imperialismo americano utilizza una vecchia ed efficace ricetta: quella della classe-cuscinetto.
Questa classe-cuscinetto reclutata sul posto procura alla plebe indigena di essere governata “dai suoi”. In Marocco, al tempo di Lyautey, si era deliberatamente lasciata in pace una classe-cuscinetto musulmano col “suo” sultano. Questa classe-cuscinetto era, in privato, ironicamente chiamata i beni-oui-oui [lett. benben-sì-sì; espressione familiare, scherzosa o spregiativa, indicante persone sempre pronte ad approvare le iniziative di un’autorità costituita – n.d.t.].
Mitterand, Kohl e tutti gli altri burattini di Bonn, Madrid, Londra e Bruxelles rassicurano le plebi indigene. Quando parlate all’uomo della strada dell’occupazione americana dell’Europa passate per pazzo. Occorrerà ancora soltanto qualche mese perché Washington schieri in campo delle classi-cuscinetto in Russia, Ucraina, etc.. La classe cuscinetto diverte il popolino con un po’ di problemi minori. Lo diverte, lo distrae, lo distoglie. E’ la diversione mediatica. Tutte le grandi decisioni strategiche, bancarie, storiche sono prese a Washington o a Wall Street.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

(Fine seconda parte – Le opinioni espresse in questo articolo sono solamente dell’autore e possono non coincidere con quelle del curatore del blog)

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L’Europa fino a Vladivostok – 1° parte

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L’Europa è talvolta ferma, secondo giudizi frettolosi, ai limiti orientali della Polonia, ma questa è soltanto una scommessa; dal momento che, dopo il XVIII secolo, essa si annette in realtà le foreste, le pianure, le paludi, i corsi d’acqua, le città, i popoli della Russia, fino agli Urali – come dicevano i vecchi manuali di geografia. Inoltre gli Urali disegnano appena una ruga montagnosa, senza una vera altitudine e senza troppo spessore. Allora sosteniamo che una certa Europa corre, senza perder fiato, attraverso l’immensità della Siberia, fino a Vladivostok, straniera e lontana. La Russia, Europa essa stessa ed Europa particolarissima, figlia di Bisanzio e della Grecia, ha inventato la Siberia, come l’Occidente ha “inventato” l’America.

Fernand Braudel, L’Europe conquiert la planéte
(estratto da: L’Europe, coll. “Arts et Métiers graphiques”, Flammarion, 1982)

“Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.
Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.
La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un’alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. (…)
image_book-phpAccanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente “L’Europe Communautaire”), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un’associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, “Jeune Europe” (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l’italiano “Europa Combattente”, che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce “La Nation Européenne”, mentre in Italia “La Nazione Europea” continuerà ad uscire, a cura dell’autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).
“La Nation Européenne”, mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l’ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l’ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell’OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d’Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri). (…)
Nell’autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba’ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d’apertura del congresso dell’Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell’OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi.
Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell’instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un’Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.
Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all’attività professionale e sindacale nel settore dell’optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d’Optométrie d’Europe, dell’Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d’Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. (…)
Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l’attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della “Nation Européenne”, lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza, il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.
All’inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L’Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell’opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest’opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell’Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d’ordine “Né Mosca né Washington”, Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: “Con Mosca contro Washington”. (…)

Agosto 1992, Mosca: Jean Thiriart manifesta davanti la sede del Parlamento russo insieme ad alcuni studenti arabi ed africani.

Agosto 1992, Mosca: Jean Thiriart manifesta davanti la sede del Parlamento russo insieme ad alcuni studenti arabi ed africani.

A Mosca, Thiriart ci va nell’agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista “Nationalisme et République”. A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l’autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell’opposizione “rosso-bruna” [all’allora presidente russo Boris Eltsin – ndr]. L’attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, delegati del Fronte Europeo di Liberazione, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligatchev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale “Den’”, che pubblicherà un testo di Thiriart intitolato L’Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”, tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.
Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.”

La nota biografica su Jean Thiriart che precede, è tratta da Jean Thiriart e l’impero che verrà, di Claudio Mutti.
A seguire, diviso in tre parti, presentiamo ai nostri lettori l’articolo citato L’Europa fino a Vladivostok, che la rivista “Orion” offrì in traduzione italiana a cura di Alessandra Colla, nel n. 96 del settembre 1992.

Storia e geopolitica
La Storia ha conosciuto le Città-Stato, Tebe, Sparta, Atene; più tardi Venezia, Firenze, Milano, Genova.
Ai nostri giorni, la Storia conosce ancora degli Stati territoriali; Francia, Spagna, Inghilterra, Russia.
E, per finire, gli Stati continentali come gli Stati Uniti d’America e la Cina attuale, e ieri l’URSS (1).
L’Europa si trova attualmente in fase di metamorfosi.
Essa deve passare dalla situazione di collegamento più o meno stabilizzato di Stati territoriali alla situazione di Stato continentale.
Le abitudini mentali, per non dire la pigrizia mentale, rendono la metamorfosi per lo più difficile.
Il fazzoletto di terra che fu Sparta era vitale sul piano storico perché era vitale anche e soprattutto sul piano militare. Lo spazio di Sparta, le sue risorse, erano sufficienti a mantenere un esercito in grado di farsi rispettare da tutti i suoi vicini.
Noi tocchiamo qui il problema fondamentale della vitalità di uno Stato. La Città-Stato è stata eliminata dalla Storia dallo Stato territoriale. Roma elimina Atene, Sparta, Tebe. Agevolmente (2).
Oggi la vitalità storica di uno Stato, che dipende dalla sua vitalità militare, la quale a sua volta dipende dalla vitalità economica, ci porta alla seguente alternativa.
Prima ipotesi: gli Stati territoriali si lasciano satellizzare dagli Stati continentali. Francia, Italia, Spagna, Germania, Inghilterra rappresentano ora soltanto delle finzioni di Stati indipendenti. Tutti questi Paesi sono già, dal 1945, satelliti degli Stati Uniti d’America.
Seconda ipotesi: questi Stati territoriali si trasformano in un solo Stato continentale nuovo: l’Europa.
Jean Thiriart

NOTE
(1) Fra il 1981 e il 1985 ho pubblicato diversi lavori (tradotti in russo soprattutto) che richiamavano la possibilità teorica dell’unificazione europea di Est e Ovest, attraverso la ripetizione dello scenario storico cosiddetto “macedone”. A Cheronea, nel 338 prima dell’agitatore galileo, Filippo di Macedonia aveva realizzato de facto l’unità greca. Era la soluzione militare-ideologica realmente unificatrice da Vladivostok a Dublino.
Il continente cinese è stato unificato, già 22 secoli fa, dal gigante politico che fu Tsin-Che-Houang-Ti. La dinastia Tsin regnò dal 221 al 206 prima dell’era volgare; lo Stato era unitario e centralizzato,
diretto da funzionari, i feudatari essendo stati messi al bando. Risale a quell’epoca la costruzione della Grande Muraglia.
La paura dell’esercito russo e la repulsione, ben orchestrata, del comunismo, sono state entrambe eliminate dai fatti.
La soluzione “macedone” non è più adatta oggi, nel 1992, come poteva esserlo nel 1982-1984.
Oggi dobbiamo concepire, descrivere e volere il recupero di tutti i territori sovietici nella prospettiva della costruzione grande-europea.
Il concetto infantile, antistorico, di “Comunità degli Stati Indipendenti” dell’ingenuo Gorbaciov non aveva la minima speranza di affermarsi. Era un bambino nato morto.
L’assurdità semantica salta agli occhi: una comunità di indipendenti (sic!); come parlare di un pio matrimonio cattolico praticante l’amore libero.
(2) Roma era uno Stato politico, animato dalla volontà estensiva.
Non era il caso, sul piano concettuale, delle città di Sparta, Atene o Tebe, modellate sul concetto fisso di “Città-stato” immanente ed eterno. Quasi duemila anni più tardi anche la Prussia fu uno Stato politico estensivo. L’estensione non implica necessariamente la conquista militare. Esempio teorico e diretto: se gli Stati Uniti ci avessero proposto, verso il 1950-1955, in piena Guerra Fredda, un’integrazione politica dell’Europa dell’Ovest nella costruzione “atlantica”, sincera e onesta, si sarebbe forse potuto assistere alla nascita di una Repubblica Atlantica estesa da San Francisco a Venezia e da Los Angeles a Lubecca. Faccio questo esempio teorico perché il mio lettore possa distinguere fra il banale imperialismo di dominazione e l’imperialismo d’integrazione.
Ciò che la Repubblica Unita Europea deve contenere in sé e annunciare è appunto questa evenienza estensiva.
Tutte le mie concezioni geopolitiche sono ispirate, in partenza, dalla preoccupazione essenziale della vitalità di uno Stato-Nazione. Utilizzo la geopolitica per concepire e descrivere una Repubblica vitale. Sono un teorico della geopolitica mentre Haushofer e Spykman sono degli ideologi della geopolitica. Tutti e due sono malcelati imperialisti.
La differenza tra teorico e ideologo è totale.
Haushofer non ha fatto niente di più che razionalizzare il suo pangermanesimo viscerale. La costruzione Berlino-Mosca-Tokyo si presenta come la maschera razionale dei suoi fantasmi pangermanisti.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, evocano il ”destino manifesto” (Manifest Destiny). Si tratta di una geopolitica ideologica, messianica, nata da fantasmi, nati a loro volta dalla lettura ripetuta e ripetitiva di tutta la letteratura paranoica che si trova un po’ dappertutto nella Bibbia. Weinberg offre qualche sottotitolo evocatore di quella paranoia storica: “geographical predestination” [“predestinazione geografica” – n.d.t.], “the mission of regeneration” [“la missione della rigenerazione” – n.d.t.], “inevitable destiny” [“destino inevitabile” – n.d.t.], “international police power” [“potere di polizia internazionale” – n.d.t.].
Per uno psicologo e/o uno psichiatra, ecco un mucchio di materiale da analizzare e divertircisi.
La mia concezione di teorico della geopolitica è completamente differente. Direi piuttosto che “il progresso industriale e tecnologico degli Stati Uniti deve o può condurli a gestire in modo intelligente ed equo uno Stato Continentale esteso dall’Alaska alla Patagonia”. Piuttosto che portare provocatoriamente a spasso le loro flotte nel Mar della Cina e nel Mediterraneo.
I geopolitici ideologici si esprimono in termini di dominazione-sfruttamento, laddove i geopolitici teorici “allo stato puro” arrivano alla concezione e alla costruzione di Stati vitali.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

(Fine prima parte)

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Agosto 1992, Mosca: Jean Thiriart, secondo da destra, insieme (da sinistra) ad Aleksandr Prokhanov, direttore del settimanale “Den”, Egor Ligatchev, alto esponente dell’ex-PCUS, ed Aleksandr Dugin.

Sotto l’albero spento

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Le istituzioni bolognesi celebrano l’aggressione alla Siria

Vedere anche se non si vuol credere.
Sabato scorso il primo cittadino Merola, il vescovo Zuppi e il rampollo emiliano stile Fratelli Musulmani Lafram tutti insieme sotto l’albero di Piazza Maggiore.
L’albero, come per magia lacrimatoria mediaticamente orientata, viene al click appositamente spento, mentre i tre oscuri alfieri petroniani vanno a reggere il vessillo dell’aggressione occidentale alla Siria.
Immortalati non a caso dietro la stessa bandiera imposta al Paese durante il “protettorato” coloniale francese, lorda di sangue dei bambini siriani da ben prima che qualche scellerato sinistrato cominciasse ad esporre cartelli post orwelliani con la scritta Save Aleppo.
La cornice è quella di Bologna, città la cui amministrazione propone come fiore all’occhiello per il triennio prossimo il progetto della Disneyland del cibo fra i compagni di merende renziani e il prode dei magnamagna italidiotati, Oscar Farinetti.
Qualche decina di persone a prendersi un gran freddo che parte dalla mente, ma è il dato di pura propaganda che conta di più.
Al confronto, le armi di stordimento e di fabbricazione degli eventi-notizia sperimentate in Jugoslavia impallidiscono: Aleppo è ben peggio dell’invenzione del massacro di Srebrenica, e lo storytelling dura in questo caso da almeno quattro anni. Merola e Zuppi non possono non saper mentre recitano sotto stretto controllo dei rispettivi spin doctors (peraltro affiliati, come si è saputo, alla stessa casa-madre).
Nell’occasione, la variabile depistante ma non troppo è l’italiota islamista Yassine Lafram, giovane aspirante “uomo delle istituzioni” che puzza di settarismo trasformista da un miglio di distanza, con l’eloquenza torbida infarcita di espressioni da gnomo generazione Erasmus e predicatore in pectore di Al Jazeera.
Ora, che costui non sia in grado di rappresentare alcunché di solido e di popolare dentro la cosiddetta “comunità islamica” bolognese lo dicono a mezza voce i suoi stessi correligionari, ma questa palese mancanza di investitura dal basso pare invece costituire il pivot decisivo per accreditarsi presso le autorità cittadine così riunite.
Nulla importa, invero, all’establishment bolognese se questi personaggi da anni, mantenuti da reti di fondi che provengono dai petrodollari sauditi o qatarioti, rimestano il brodo di coltura degli sfigati inviati ad ingrossare le bande mercenarie a cui i servizi occidentali affibbiano di tanto in tanto nomi differenti (da Al Qaeda all’ISIS). Va bene così: perché anche loro, come si vede mirabilmente nel quadretto sotto l’albero di Piazza Maggiore, sono (o stanno diventando) establishment.
Figuriamoci poi se un qualsiasi intimo dubbio o rimorso può venire a gente come Merola e Zuppi, ferventi servitori autoproiettati e convinti nel ruolo di fiancheggiatori di un’aggressione che rientra nei piani ormai storici per il Nuovo Medio Oriente: loro eseguono solo gli ordini e glorificano lo script occidentale a dominanza statunitense.
Ma quello che han fatto sotto l’albero spento “per Aleppo” è il loro minimo sindacale: il resto dell’aggressione, la parte di gran lunga preponderante e “scientifica”, la fanno quotidianamente ai danni dei loro concittadini e del loro stesso Paese.
Sonia Ardizzoni

Ai tre sotto l’albero spento

Usi coprir menzogna con menzogna
come tempo non avete a comprender nel labirinto
che il vento può mutare o è già mutato
così niun dei vostri fedeli d’oggi si garberà al dunque
di farvi intonar l’appello ai vostri padroni

so’ fratell’ a noi
ce vengono a liberà

nel labirinto che s’apre
grande e complicato
non mancheranno i cessi
attesa è la vostra mano d’opera
onde nettarli

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Le prime luci dell’alba?

aa_mainstream-media-lies-23-things-that-are-not-what-they-seem-to-be-on-television“Come dicevo all’inizio, osservando il decorso dell’anno sembrerebbe innegabile che questo 2016 sia stato per l’umanità un anno davvero infernale, un annus horribilis.
Eppure…
Eppure ci sono dei segnali decisamente emblematici che forse ci permetteranno di riconsiderare questa conclusione.
In primo luogo prendiamo in esame i media; questo è stato l’anno in cui il potere manipolatore dei media ha mostrato per la prima volta i suoi limiti.
Brexit era stata considerata non realistica e tutta la stampa aveva suonato all’unisono la grancassa della permanenza del Regno Unito in Europa; per meglio ‘convincere’ l’opinione pubblica si era addirittura ricorsi all’omicidio politico della parlamentare laburista Jo Cox, esponente del fronte Remain.
Stesso discorso per le elezioni USA, nel corso delle quali i mezzi d’informazione, i politici e Hollywood avevano ripetuto ossessivamente il mantra della ormai certa elezione della Clinton.
La cosa si è ripetuta, in piccolo, a casa nostra, dove la vittoria del Sì al referendum era data per scontata sulla base di poco affidabili indagini di mercato.
Dunque i media, il principale strumento della manipolazione dei popoli inizia a perdere la sua presa sul mondo reale e questo è un elemento che non può non preoccupare le élite che governano il mondo. Tanto da costringerle a spingere sul pedale dell’acceleratore in modo piuttosto pesante per spostare la direzione dei pensieri e delle emozioni della gente nelle direzioni volute.
Ecco allora l’intensificazione dei tentativi di denigrare, irridere o addirittura proibire pensieri che non siano politically correct, tendendo a realizzare sulla Terra un global thinking, un pensiero unico, il vero obiettivo della globalizzazione mondiale.
Se tali interventi tendono a paralizzare il pensare, l bombardamento di immagini di eventi sanguinosi e catastrofici sono intesi a depotenziare il sentire ed il volere delle masse, paralizzandole con progressive ondate di ansia, angoscia e paura ed inibendone le possibili reazioni.
Così determinate forze – chiamatele fratellanze oscure o élite mondialiste o piramidi di potere neo-oligarchiche, come preferite – lavorano per paralizzare pensare, sentire e volere in modo da creare l’uomo nuovo, totalmente asservito alla realtà virtuale, sul sentiero dell’uomo-macchina che, grazie alla totale immersione nel mondo irreale delle immagini virtuali, dei chip impiantati sottopelle, dell’incremento esponenziale delle ludopatie e dell’addiction ai dispositivi digitali può facilmente venir manipolato socialmente da chi esercita la governance mondiale.
Questo progetto globale – ormai da anni evidente a chi osservi la realtà dei fatti in modo disincantato – potrebbe, tuttavia, aver mostrato per la prima volta, quest’anno, una vulnerabilità rilevante.
Forse, allora, il 2016 potrebbe rappresentare, sì, un annus horribilis, ma non per l’umanità nel suo complesso, bensì per quell’establishment che ormai, in maniera sempre più scoperta, più parossistica, sta cercando di mettere a segno dei successi, costi quel che costi.
Il crescendo di ferocia e di efferatezza degli eventi di questi ultimi mesi indica – se ce ne fosse ancora bisogno – insomma, la debolezza e la rabbia impotente delle oligarchie dominanti, che vedono allontanarsi il loro obiettivo, pazientemente perseguito in questi ultimi decenni.
Ciò è particolarmente evidente osservando da una parte la sempre maggiore approssimazione e spudoratezza di certi attentati e dall’altra la studiata ricerca del massimo effetto possibile sull’opinione pubblica grazie a una spettacolarizzazione della morte e della paura in diretta grazie a sapienti messinscena e a media compiacenti.
Se coloro che lavorano nella e per la verità – ciascuno nella sua realtà interiore e nel suo ambito sociale – sapranno cogliere questa opportunità, la notte oscura di questo mondo crepuscolare e disumano verrà presto rischiarata dalle prime luci dell’alba.”

Da 2016, annus horribilis? O no?, di Piero Cammerinesi.

Gli interventi del professor Paolo Becchi e di Paolo Borgognone, alla conferenza “Come i media e la cultura dominante alterano le coscienze, nascondendo il rischio di guerra nucleare”, svoltasi a Genova lo scorso 17 dicembre.