Ai confini della realtà

Riceviamo da un nostro lettore, cittadino russo residente in Italia fin dalla tenera età, questa testimonianza relativa alla sua esperienza da studente presso l’Università di Bologna, ed in particolare circa l’esito della laurea magistrale conseguita presso la facoltà di scienze politiche, sede di Forlì.

Ho deciso di raccontare cosa è successo lo scorso settembre durante la mia procedura di laurea. Sono passati sette mesi, ma se ci penso divento ancora realmente cattivo. In buona parte la cosa la si deve all’Ateneo, in piccola ma sostanziale parte alla locale Polizia. Nel settembre 2016, avrei dovuto conseguire la mia laurea magistrale presso la facoltá di scienze politiche dell’Universitá di Bologna (sede di Forlì), il giorno 21 ho sostenuto la discussione e il 23 sarebbe dovuta avvenire la proclamazione. Mi laureavo in Relazioni Internazionali (LM-52), corso di laurea internazionale, interamente in lingua inglese, il primo anno in Italia, il secondo all’estero. Faccio qualche precisazione tecnica per contestualizzare. La tesi è stata caricata sulla mia pagina personale nel sito dell’Ateneo il 24 agosto 2016, quando il termine di consegna era il 5 settembre. Lo stesso giorno, 24 agosto, la tesi è stata inviata al relatore (chiamato Supervisor), il quale l’ha approvata per e-mail il 29 successivo. Dal 5 al 21 settembre, giorno fissato per la discussione, l’Ateneo doveva inviarla al correlatore (chiamato Second Reader, e scelto liberamente dall’Ateneo). Il correlatore non si è mai messo in contatto con me né con il relatore in tutto il periodo, vi erano oltre 15 giorni dalla data di consegna al giorno della discussione e dubito (anche se al riguardo non ho certezza) che l’Ateneo abbia inviato al correlatore la tesi all’ultimo, inoltre dubito che il correlatore abbia letto la tesi il giorno prima o il giorno stesso della discussione. Infine la tesi stampata e rilegata, presentata il 21 alla Commissione durate la discussione, era la stessa inviata al relatore, e caricata sul sito dell’Ateneo. Io come studente ho quindi rispettato totalmente la parte tempistica e burocratica.
La tesi, già dal titolo – The New Silk Road in the Eurasian Integration, against the Western World Order. An analysis of possible future implications in international politics and economy – presenta una contrapposizione politica; a mio parere, è ovvio che una tesi di relazioni internazionali non possa mai essere oggettiva perché Relazioni Internazionali é una disciplina basata su politica, filosofia politica ad altre scienze sociali le quali non potrano mai essere totalmente oggettive come possono essere le materie scientifiche. La tesi, divisa cinque capitoli e relative conclusioni, vuole dimostrare che il processo di multipolarizzazione del mondo, di cui il progetto cinese “The New Silk Road” è parte, può porre fine al dominio unilaterale occidentale. Essa non si basa sul descrivere questo progetto, per ora non ancora realizzato, ma analizza lo scenario internazionale degli ultimi anni e spiega perché è auspicabile la multipolarizzazione in politica internazionale. Vi è quindi esposta una visione, una concezione politca delle relazioni internazionali antitetica a quella attuale, che puó non essere apprezzata o condivisa soprattutto in ambienti occidentali. Continua a leggere

Oltre il canale

La Sicilia, le basi straniere e le guerre nel mondo islamico

Quello che abbiamo temuto, e denunciato, è avvenuto: la Sicilia è stata trasformata in una formidabile piattaforma militare, convenzionale e nucleare, in mano straniere, al servizio di progetti avventuristici e di dominio verso il mondo arabo e il Mediterraneo che nulla hanno a che fare con gli interessi veri dei Siciliani, anzi li danneggiano seriamente.
Storicamente, verso questo “mondo” la Sicilia, i suoi regnanti più illuminati, hanno tenuto un comportamento ispirato ai buoni rapporti, alla pace. Con risultati importanti per il bene dell’Isola e dell’Europa. Oggi, ci hanno arruolato in guerre, in pericolosi atti d’ingerenza in contrasto con il diritto internazionale vigente ed estranei alla nostra tradizione di Isola amante della pace e della cooperazione con i popoli del Mediterraneo e del mondo arabo. Tradizione rinverdita negli 70-80 del secolo trascorso, durante i quali abbiamo realizzato grandiosi progetti di cooperazione con il mondo arabo fra i quali ricordo: il metanodotto transmediterraneo Algeria, Tunisia, Sicilia, Italia (se volete vi spiego perché ho citato la Sicilia come un po’ a se stante) a quello con la Libia di Gheddafi, entrambi approdati sulle coste sud dell’Isola.
A proposito del “transmed” ricordo che, a un certo punto, a causa di pretese eccessive da parte tunisina, il progetto del metanodotto fu annullato. In quel caso, l’Italia non dichiarò guerra alla Tunisia che rifiutava il passaggio del “pipeline” sul suo territorio; non aprì le ostilità ma aprì una lunga e proficua trattativa (alla quale mi onoro di aver dato una mano, con alcuni deputati siciliani*) che portò a un accordo soddisfacente.
Oggi, la Siria è sotto attacco anche perché rifiuta di far passare, a certe condizioni, sul suo territorio alcuni oleodotti sauditi e degli emirati del Golfo Persico.
Questione di civiltà! Noi facemmo la trattativa, questi qui fanno la guerra!
Tutto ciò, conferma come la Sicilia, l’Italia con questi popoli desiderano convivere, lavorare, cooperare per far rinascere, in forme nuove e possibili, lo spirito della “civiltà mediterranea” (dai Greci ai Romani, dai Fenici agli Arabi, agli Egizi, ecc) che, per secoli, ha illuminato, illumina la “civiltà occidentale”.
Tale, forzato coinvolgimento, infatti, non solo contrasta col sentimento pacifista dei Siciliani, ma stride con una certa tradizione storica della Sicilia che, fin dall’antichità, quasi mai ha visto di buon occhio le guerre espansionistiche dell’Occidente contro i territori dell’Oriente islamico e ha fatto di tutto per evitare di parteciparvi.
Celebre è rimasto il comportamento, esemplare per saggezza e lungimiranza, di Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, inviato, suo malgrado, in Terra Santa (nel 1228) a capo della IX Crociata, “conquistò” Gerusalemme senza colpo ferire, sulla base di un accordo, lungamente e piacevolmente negoziato, con Malik al Kamil, sultano musulmano.
Addirittura, Qirtay Al-Izzi nel suo “Gotha” (manoscritto arabo del 1655) rileva che: “Quando l’imperatore, principe dei Franchi, aveva lasciato la Terra Santa e si era congedato da Al-Malik Al-Kamil ad Ascalona, i due monarchi si erano abbracciati promettendosi mutua amicizia, assistenza e fraternità”.
Prima di questo evento memorabile, accadde a Palermo un altro episodio di uguale valenza che vide protagonista un illustre avo del grande Federico, Ruggero I, il normanno, il quale riuscì a preservare la Sicilia dal coinvolgimento diretto nella prima Crociata, anche per non inimicarsi i vari regni del nord-Africa con i quali i Normanni intrattenevano ottime relazioni politiche ed economiche.
L’episodio è riportato nella cronaca musulmana della prima Crociata, dallo storico arabo Ibn Al-Athir che, nel suo “Kamil” (Edizione Torneberg), scrive, fra l’altro: “Nel 484/1091, i Franchi portarono a termine la conquista della Sicilia… Nel 490/1097, essi invasero la Siria ed eccone i motivi: il loro re Baldovino era imparentato con Ruggero il Franco (il normanno n.d.r.) che aveva conquistato la Sicilia, e gli mandò a dire che, avendo riunito un grande esercito, sarebbe venuto nel suo Paese e da là sarebbe poi passato in Africa (in Tunisia) per conquistarla…
Ruggero convocò i suoi fedeli e chiese loro consiglio in merito a questo problema…
“Per il Vangelo – risposero – ecco un’occasione eccellente per loro come per noi, l’Africa sarà terra cristiana…”
“Allora – annota lo storico arabo con disarmante naturalezza – Ruggero sollevò l’anca, fece un gran peto (sic!) e disse: Affè mia, questa è buona. Come? Se essi verranno dalle mie parti, andrò incontro a spese enormi per equipaggiare le navi…”
Quindi convocò l’ambasciatore di Baldovino per notificargli la sua contrarietà acché l’esercito crociato attraversasse la Sicilia per raggiungere l’Africa e gli disse le testuali parole: “Per quanto concerne l’Africa, tra me ed i suoi abitanti ci sono impegni di fiducia e trattati.”
Oggi, purtroppo non c’è un nuovo Ruggero!
Agostino Spataro

*Su tale trattativa esistono ampi resoconti di stampa, documenti parlamentari e politici.

Fonte

“Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico, il 9 novembre 2016 invece l’elezione di Trump a Presidente USA rappresenta la fine di quello neoliberale”

Intervista allo storico Paolo Borgognone (1981), autore di diversi saggi, tra cui presso Zambon editore una trilogia sulla disinformazione strategica, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa, nonché di Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo in corso di pubblicazione presso Oaks Editrice.
A cura di Federico Roberti.

Il tuo ultimo libro, “Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa”, prende le mosse con l’affermazione che il 9 novembre 2016 è caduto il muro invisibile caratterizzato, nel suo lato economico, dal neoliberalismo e, in quello culturale, dalla retorica dell’antifascismo in assenza di fascismo volta a fidelizzare alla sinistra politicamente corretta i ceti popolari. Possiamo quindi considerare questa data una sorta di 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino, al contrario?
Sì, perché il 9 novembre 1989 il Muro di Berlino fu abbattuto da una controrivoluzione di ceti medi cosmopoliti che desideravano recarsi all’Ovest per guadagnare di più, acquistare prodotti e merci capaci di assicurare loro maggior comfort e riconoscimento in termini simbolici e di status, ovvero accedere ai modelli di consumo e stili di vita europei e americani, entrare in possesso legalmente di valuta pregiata e gestire la propria esistenza secondo i ritmi scanditi dalla società di mercato. La retorica mainstream volta a celebrare la ritrovata libertà di opinione dei tedesco-orientali è poco meno che un orpello propagandistico utilizzato ad hoc per legittimare quello che l’Ottantanove esteuropeo in effetti fu, ossia il trionfo della pseudocultura della mobilità e delle velleità individuali al successo imprenditoriale di una parte rilevante delle società preconsumistiche dei Paesi fino a quel momento interni alle logiche del Patto di Varsavia, del Comecon e del socialismo concretizzato. Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico. Il 9 novembre 2016 invece, Brexit e l’elezione di Trump a Presidente USA rappresentarono la fine del ciclo storico neoliberale, poiché questi fenomeni si verificarono all’intersezione tra la destra politico-culturale e la sinistra economica, ovvero ebbero come propria base di consenso un postproletariato nazionale sradicato dai processi di globalizzazione e ostile nei confronti della summenzionata, elitaria, sottocultura della mobilità. Ventisette anni prima il conflitto geopolitico e ideologico in corso tra USA e URSS fu vinto da attori sociali che avevano fatto propria l’articolazione concettuale e simbolica, nichilista, del capitalismo liberale, poiché la proposta politica che scaturì da quel ciclo storico di rivolte controrivoluzionarie si basava sull’egemonia di una cultura gauchiste e libertaria, tutta protesa alla retorica dei diritti cosmetici e sul predominio del neoliberismo in economia. Esattamente l’opposto accade oggi, per questo le citate élite del denaro che “non dorme mai” e della mobilità globale che avevano celebrato l’Ottantanove esteuropeo attivano tutto il potere di fuoco multimediale di cui dispongono per demonizzare, riproponendo l’ormai antistorica dicotomia novecentesca fascismo/antifascismo, l’ascesa degli eterogenei movimenti di insorgenza populista in Europa e Stati Uniti.

A tuo parere, sono fondati i timori che possa verificarsi una rivoluzione di velluto nei confronti del neoeletto Presidente USA? Oppure è più probabile che possa essere messo da parte attraverso un golpe che potremmo definire psichiatrico? Per non affrontare la complessa procedura congressuale prevista per il cosiddetto “impeachment”, infatti qualcuno potrebbe essere tentato di ricorrere al paragrafo 4 del 25° emendamento della Costituzione USA, che prevede la destituzione del Presidente nel caso non sia più in grado fisicamente o mentalmente di assolvere alle sue funzioni, le quali verrebbero assunte almeno temporaneamente dal Vice Presidente. Nella fattispecie, una diagnosi di psichiatri di chiara fama, sostenuti da un certo numero di membri dell’esecutivo, sarebbe sufficiente a rimuovere Trump.
Il ricorso alla psichiatria dovrebbe essere lo strumento di analisi con cui interpretare le idiosincrasie ideologiche di chi, e mi riferisco a Bernie Sanders e sodali, alle primarie del Partito Democratico ha fatto continuamente appello al richiamo populista e alla proposta economica socialdemocratica per sfidare le élite del capitalismo finanziario e l’establishment di Wall Street contigui a Hillary Clinton e poi, in sede elettorale, è rifluito sul sostegno alla paladina dello stato di cose presenti. Ora, non dico che Sanders avrebbe dovuto appoggiare Trump ma il sostegno che l’anziano esponente socialista democratico ha regalato incondizionatamente a Hillary Clinton è la riprova, ulteriore, della subalternità ideologica della sinistra al campo liberale. Una subalternità giustificata tramite il ritornello del “nemico principale” identificato nella destra populista e non nel capitalismo di libero mercato in quanto tale. Non dubito che i Millennials che alle primarie del Partito Democratico appoggiarono Sanders, oggi potrebbero fungere da massa di manovra controrivoluzionaria per un “golpe colorato” avente l’obiettivo di neutralizzare l’outsider Donald Trump. Le centrali ideologiche di questo golpe in itinere io le cercherei più nella Silicon Valley (culla degli apologisti dell’ideologia del progresso fondata sulle potenzialità taumaturgiche delle nuove tecnologie sulla strada della transizione al postumano) che non a Wall Street mentre le corporation dell’industria dello spettacolo hollywoodiana potrebbero offrire la sponda di copertura e legittimazione scenica di questa “rivoluzione colorata”. L’impeachment potrebbe essere una strada percorribile da parte degli oppositori di Trump, così come lo sono il sabotaggio parlamentare delle procedure di Brexit. Tuttavia, non credo che i cicli storici di cambiamento epocale dell’approccio pubblico alle questioni interne e internazionali possano essere fermati a colpi di decreto.

A seguito dell’elezione di Trump e degli eventi politici che hanno costellato il 2016 – citiamo, fra gli altri, la vittoria del “leave” al referendum sulla Brexit e la netta maggioranza con la quale in Italia è stato respinto il progetto di riforma costituzionale avanzato dal governo Renzi – quale è, se esiste, la strada tracciata dinanzi a quelli che tu chiami movimenti sovranisti in Europa, più frequentemente e spregiativamente denominati populisti?
Una strada che appare simile a un labirinto. I sovranisti sono attori politici con un’identità ideologica incerta, tra loro eterogenei e spesso incompatibili (la galassia politica sovranista si articola in un perimetro che va dal PVV olandese, liberal-liberista, atlantista, filoisraeliano e interno alla narrativa islamofoba fallaciana fino allo Jobbik ungherese, un partito eurasiatista e antisionista), frutto dei caratteri nazionali dei rispettivi contesti d’origine e piuttosto inclini alle logiche del partito imprenditore della rappresentanza dei ceti genericamente incazzati nei confronti di un’oligarchia i cui contorni politico-affaristici e i cui legami internazionali gli stessi sovranisti esitano a delineare con precisione. Detto questo, i sovranisti sono accomunati da alcune proposte programmatiche condivise, ad esempio il ripristino dei poteri pubblici statali sulle frontiere nazionali dei singoli Paesi, la contestualizzazione del conflitto di classe in corso su linee verticali (chi sta in alto vs chi sta in basso) e la narrativa anti-immigrazione. Quest’ultima sembrerebbe, per ovvi motivi di appeal in quanto l’immigrazione è un problema che tocca, nei Paesi della UE, la quotidianità delle persone assai più di altri sconvolgimenti frutto delle politiche neoliberali sistemiche, la direttrice propagandistica foriera di maggiori consensi pubblici ai partiti sovranisti. Certo, non sarebbe male se i sovranisti inquadrassero il fenomeno migratorio nel contesto del regime dei flussi imposto dal capitalismo finanziario e digitale globale, invece che ingannare l’opinione pubblica perseverando a sentenziare che, una volta giunti al governo dei rispettivi Paesi, avrebbero rispedito i migranti a casa propria con il proverbiale “calcio in culo” di leghista memoria. Nel momento in cui i partiti sovranisti della destra si convinceranno che il “calcio in culo” di cui sopra va assestato, più che agli immigrati, agli esponenti di quella upper class creativa di mode e stili di consumo, desiderio e capriccio forgiate ad hoc per dettare il tono della vita di tutti, potranno costituire un’alternativa di sistema ai partiti globalisti tuttora al governo nei principali Paesi della UE. Sull’altro versante, i partiti populisti di sinistra, qualora vi fossero forze politiche organizzate di questo tipo in Europa (e, francamente, a parte alcune eccezioni, come Unità Popolare in Grecia e spezzoni minoritari della Linke in Germania, non sono in grado di scorgerne), potranno risultare convincenti nel momento in cui si risolveranno a convenire sull’assunto concernente l’irriformabilità dall’interno della UE, abbandonando ogni velleità di “uscire” dalla crisi di sovranità in cui le politiche neoliberali dell’élite finanziaria globalista hanno precipitato popoli e nazioni rimanendo “dentro” le strutture di governance multilivello stabilite proprio dai ceti finanziari che, a parole, la sinistra ambisce contrastare.

In Francia, la pressione mediatica e giudiziaria sui candidati alle prossime elezioni presidenziali considerati filo-russi, François Fillon e Marine Len Pen, sta crescendo vertiginosamente. Con il paradossale esito che i consensi persi dal primo vadano a rafforzare ulteriormente la seconda…
E’ noto che un’eventuale vittoria elettorale di Marine Le Pen in Francia alle prossime presidenziali sconvolgerebbe definitivamente gli assetti neoliberali della UE e pertanto questa vittoria è, da parte di chi si ritrova nella prospettiva politica antiglobalista, auspicabile, al di là delle critiche che si possono muovere alla candidata del FN, come ad esempio l’essere piuttosto filoisraeliana in politica estera, il guidare un partito a direzione familiare o l’aver approntato un programma economico semi-liberista. C’è sempre qualche rivoluzionario più rivoluzionario di tutti pronto a giocare il gioco di un candidato come Macron prestando il fianco, da schizzinoso, agli strali anti-lepenisti della sinistra radicale.
In definitiva, se Marine Le Pen, che parla esplicitamente di fuoriuscita della Francia da UE, euro e strutture militari della NATO, nonché di dar vita a un’Europa di patrie, popoli e nazioni da Lisbona a Vladivostok, dunque alleata con la Russia in funzione anti-atlantista, è avversata dal 100 per cento dei media mainstream internazionali, significa che codesta candidata costituisce il male minore, ossia il bene maggiore, per il suo Paese. E le caste globaliste dei media aziendali faranno di tutto per gettare discredito su Marine Le Pen, rivolgendosi al discorso antifascista di autocelebrazione dello stato di cose presenti e costruendo pretesti scandalistici per incastrare la leader del FN. La strategia è infatti il “metodo Fillon”, utile per levare dai piedi a Macron un avversario potenzialmente urtante in termini di spartizione dei consensi dei ceti medi urbani pro-UE ma, rispetto al giovane banchiere dei Rothschild, percepito come “filo-russo” in politica estera (in passato infatti, Fillon, non si sa se per convinzione personale o per drenare alla propria causa politica, liberale di destra e dunque sistemica, voti appannaggio del FN, aveva denunciato l’«imperialismo americano» nel perimetro geopolitico ex sovietico e condannato le sanzioni imposta dall’amministrazione Obama contro la Russia). Tuttavia, credo che la Commissione Europea e la Merkel ripongano molta fiducia in Macron e abbiano mobilitato tutte le forze di cui dispongono per giungere, in Francia, a un ballottaggio presidenziale tra questi e Marine Le Pen, archiviando la prospettiva, inizialmente coltivata ma divenuta impraticabile nel dopo-Trump, di una presidenza Fillon più difficile da inquadrare nell’ottica di quel conflitto culturale e di classe che oppone flussi a luoghi e globalisti a sovranisti. Dopo Trump i ceti globalisti hanno deciso di serrare i ranghi, puntando tutto sullo showdown finale tra il loro candidato, Emmanuel Macron, banchiere internazionale fedelissimo alla linea liberale di centrosinistra, atlantista, filosionista e clintoniano ideologico, e Marine Le Pen. Le prossime elezioni francesi, il ballottaggio soprattutto, vedranno il concretizzarsi politico e mediatico del conflitto multilivello in corso tra i vincenti della globalizzazione e gli sradicati in cerca di sicurezza, identità e rappresentanza.

La serie di elezioni che sta per prendere il via in Europa rischia di ridisegnare la geografia politica del continente, seppellendo nelle urne l’eurozona e le istituzioni di Bruxelles. Quali potranno essere, a tuo parere, i nuovi possibili scenari di politica internazionale? Sarà possibile trovare una soluzione diplomatica ai conflitti in Siria e Ucraina, nonché avviarsi alla pacificazione del teatro libico? Diminuiranno le tensioni con la Russia oppure la NATO proseguirà nella sua strategia di accerchiamento-avvicinamento ai confini del gigante eurasiatico?
Accolgo con favore i patti di reciproca collaborazione firmati a Mosca tra Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, e alcuni soggetti politici a vario titolo considerati “populisti” dei Paesi della UE, come la Lega Nord e la FPӦ. Forse, e mi perdonerai se pecco di ottimismo, un comune sentire filo-russo da parte di questi partiti potrebbe smorzarne l’elemento sciovinistico interno, aiutandoli a convergere in direzione di una più spiccata sensibilità antiglobalista, rinunciando al nazionalismo e a una visione schematica e mistificatoria dell’Islam come sorta di unitario blocco terroristico antioccidentale. Penso che i populismi (reattivi e patrimoniali) europei odierni siano molto eterogenei tra loro e poco inclini alla prospettiva, propria di uno studioso come Dominique Venner, di uno Stato identitario europeo da contrapporre alla UE neoliberale e transatlantica. Tuttavia, i partiti populisti, esito finale della conversione ideologica della sinistra da partito delle classi lavoratrici autoctone a sponda politica privilegiata dei ceti medi creativi, cosmopoliti e affluenti, i cosiddetti figli della globalizzazione liberale, hanno il merito, pur nella loro inequivocabile eterogeneità ideologica di fondo, di contribuire a far emergere quelle contraddizioni interne al capitalismo globale che probabilmente contribuiranno a cortocircuitare questo regime della paranoia e del nichilismo istituzionalizzati. Per quanto riguarda la NATO, penso che continuerà a puntellare i pericolanti governi sciovinisti di destra dei Paesi baltici e dell’Ucraina in funzione anti-russa. Il tutto mentre il ceto politico-intellettuale pseudo-progressista europeo da un lato persevererà nel condannare colui che definisce il “dittatore” Putin e a sfilare, bandiera rossa (o meglio, arcobaleno) in pugno alle manifestazioni di memorialistica e folklore antifascisti del 25 aprile e, dall’altro, utilizzerà litri d’inchiostro per consolidare, nell’immaginario stereotipato dei lettori dei giornali liberal dove codesti intellettuali organici al politically correct ricoprono il ruolo di strapagati editorialisti, l’idea secondo cui la NATO, insieme ai “combattenti per la libertà” ucraini e baltici, costituirebbe un “baluardo democratico” per proteggere i “valori cosmopoliti europei” dall’“aggressione” russa. I media mainstream sono unanimi nella condanna di una invero inesistente “Internazionale Sovranista” coordinata, secondo tale vulgata, di volta in volta da Trump o Putin nonché finalizzata alla demolizione della UE transatlantica, liberista e cosmopolitica e, al contempo, si prodigano nell’apologia diretta e indiscutibile della, concreta e tangibile, “Internazionale Liberal” il cui scopo manifesto è annientare ogni traccia di etica comunitaria e identità collettiva caratteristiche dell’Europa come spazio geopolitico tradizionale propriamente inteso.

Verso un mondo multipolare

fagan

Siamo entrati in una nuova era? In poco più di un secolo, la popolazione planetaria è aumenta di quattro volte ed ancora aumenterà nell’immediato futuro. Solo negli ultimi sessanta anni anche il numero di Stati è quadruplicato. L’aumento di quantità ed intensità delle interrelazioni tra Stati, economie, culture e vari tipi di sistemi con cui si organizza la nostra convivenza planetaria è stato esponenziale. L’Occidente, in quel recente passato, era un terzo della popolazione e la quasi totalità della ricchezza, enorme la distanza in termini di capacità, tecnologia, potenza che permetteva alla nostra parte di mondo di dominare tutte le altre, dominio alla base della qualità del nostro modo di vivere. Oggi siamo diventati poco più di un decimo della popolazione mondiale, più o meno la metà in termini di ricchezza e si sta annullando quella grande differenza di potenza e quindi quella posizione di dominio che ci ha portato tanti vantaggi. Da tempo, la nostra parte di mondo decresce ed il resto del mondo cresce in un movimento che potremmo chiamare: la “grande convergenza”.
In tutto ciò, sia le nostre istituzioni sociali, le democrazie rappresentative tanto quanto la società ordinata dai fatti economici e da ultimo, da quelli finanziari, sia i sistemi di idee che riflettono quelle istituzioni e le élite che quei sistemi hanno espresso, mostrano vistosi segni di disadattamento. Il mondo è cambiato ma non i nostri modi di stare al mondo e neanche quelli di come lo pensiamo e lo giudichiamo. Brexit, bambini morti sulle spiagge, l’instabilità dei mercati, l’ipervolume finanziario sempre sul punto di collassare e le prospettive di stagnazione, il tentato colpo di stato in Turchia, il problema dei migranti, la triste parabola del’euro, la guerra siriana non meno dell’ISIS, di quella libica non meno di quella che sembrava una nuova guerra fredda con i Russi, financo gli annunci di una Terza guerra mondiale, Trump, la diatriba su populismi e globalizzazione, la comparsa di un sempre più chiaro fallimento delle élite politiche non meno di quelle economiche e culturali, per tacere del fondo problematico dell’ambiente, delle risorse, dell’impeto tecnologico divora lavoro, della tragedia etica, sono gli scarabocchi vistosi di un sismografo che rileva la dinamica della preoccupante geologia socio-politica mondiale. Geologia che di par suo, sta meditando anche lei se non rinominare la nostra era con termine Antropocene, l’era in cui l’uomo si è sostituto alla natura in maniera inconsapevole, ciecamente egoista, irresponsabile.
Poiché tutto il mondo sta sviluppando sistemi economici simili ai nostri, s’ingenera un nuovo livello competitivo tra civiltà, aree geo-storiche, Stati, sistemi economici. Tutti sono alla ricerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Gli Stati Uniti, forti di una vantaggiosa posizione che porta a meno di un ventesimo della popolazione un quarto della ricchezza mondiale, capeggiano la resistenza dell’Ancien Régime, spingendo Europei e Giapponesi alla difesa ad oltranza degli antichi privilegi. La Cina, a nome degli emergenti, capeggia la vociante folla che reclama il proprio legittimo posto al sole. Le élite che hanno finanziato e speculato su una crescita che ha divorato la classe media occidentale, sono in piena sindrome di Maria Antonietta e non capiscono perché nel “popolo” stia montando la rabbia. La Russia sogna di saldare Europa ed Asia per suo tramite nel famoso sistema euroasiatico che farebbe del macro-continente il vero centro del mondo. Ma data la nuova dimensione e varietà del mondo, i giochi sono anche più complessi. Mondo islamico e mondo arabo, Sud-est asiatico, Africa e Sud America, tutti vogliono giocare al gioco di tutti i giochi e la geopolitica sta diventando l’occhiale attraverso cui si scorge con più nitidezza la partita di tutte le partite. Tutti si apprestano a partecipare a modo loro alla contesa mentre gli Europei non sembrano aver capito molto di ciò che accade e rimbalzano tra gli imperativi di più crescita o più sovranità, senza neanche domandarsi se ciò che vogliono sia poi anche possibile ed a quali condizioni.
“Verso un mondo multipolare” attraverso le lenti della multidisciplinare cultura della complessità e della teoria dei sistemi, unitamente ad un sguardo critico su forme e contenuti della nostre immagini di mondo, credenze, ideologie, filosofie, cerca di ricostruire lo stato del mondo, la nostra posizione, i rischi a cui stiamo andando incontro. Alla fine, a noi antichi popoli europei in contrazione e declino demografico, si consigliano due prospettive: rivedere a fondo il modo con cui definiamo ed ordiniamo la nostra vita associata, rivedere ancora più a fondo i nostri sistemi di pensiero. Ne va delle nostre possibilità di adattamento alla nuova era complessa evitando guerre e collassi. Il tempo è poco ma in compenso la posta è tragicamente alta.

Pier Luigi Fagan, 1958, una compagna artista, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione per 22 anni. Da tredici anni ritirato a confuciana vita di studio, legge, studia, scrive come pensatore indipendente sul tema della complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica.

Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump,
di Pier Luigi Fagan
Fazi editore, Roma, 2017, pp. 350, € 25

Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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L’Europa fino a Vladivostok – 3° parte

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La copertina della biografia di Jean Thiriart, recente pubblicazione in lingua francese

A seguire, la terza ed ultima parte dell’articolo di Jean Thiriart, la cui prima parte (corredata di nota biografica dell’autore) è qui e la seconda parte qui.

L’autarchia per 800 milioni
La complementarietà delle attuali economie dell’Europa dell’Ovest e dell’ex-URSS salta agli occhi.
Riserva inestinguibile di materie prime, il sottosuolo della Siberia è dieci volte più ricco di quello dell’Occidente americano (19).
Il generale De Gaulle – a cui nessuno contesta un carattere deciso – non ha mai brillato per la sua visione prospettica della Storia.
Era un dinosauro intellettuale del XIX secolo francese, cattolico, militare e maurrassiano.
E’ così che poté essere lanciata la frase antistorica del nostro generale di brigata: “L’Europa fino agli Urali”. Zero meno. Si ripresenti l’anno prossimo, direbbe l’esaminatore (20).
Niente di più idiota è stato pronunciato, da un uomo importante, da cento anni almeno. Chiunque abbia ricevuto una formazione economica da un lato e geopolitica dall’altro è accecato da questa evidenza, questa obbligatorietà, questo destino: l’Europa comincia in Groenlandia e finisce a Vladivostok.
Vladivostok costituisce per me un simbolo, un punto fermo sul quale non si dovrà né potrà mai esitare, mercanteggiare o transigere.
Sarebbe fatale per l’Impero europeo non avere i piedi ben piantati nell’Oceano Pacifico. La Siberia – il cui sfruttamento era stato sì pianificato dall’URSS, ma non mai pienamente compiuto a causa di una messa in atto astenica, asfittica, burocratica che l’ha in parte vanificato – deve domani, e non dopodomani, vedersi valorizzata appieno sul piano industriale e demografico; deve diventare la nostra California e il nostro Texas messi insieme.
I mezzi industriali, i mezzi finanziari esistono qui nell’Europa dell’Ovest. A Essen, a Liegi, a Torino, a Bilbao, a Birmingham centinaia d’industrie, migliaia di officine che girano attualmente a passo ridotto sono disponibili per l’espansione economica della Siberia.
Non è una Transiberiana che serve, ma cinque.
Non un Centro spaziale, ma parecchi.
Una Siberia dieci volte meglio sviluppata di adesso permetterà all’Impero europeo di praticare in caso di bisogno l’autarchia economica, industriale, militare, in gradi diversi a seconda delle circostanze.
Per il lettore russo di queste righe, e che non conosce i miei scritti precedenti, devo insistere una volta di più sul mio concetto di Nazione politica totalmente estraneo, totalmente opposto a quelli di nazione razziale, religiosa, linguistica. Ed etnica, per i vergognosi razzisti che usano ed abusano di questo eufemismo ipocrita.
Quando scrivo “Siberia”, semplificando, intendo proprio dire il Centro degli Imperi – per riprendere l’espressione di Cagnant e di Jan (21).
L’Impero Europeo è per postulato euroasiatico.
Pertanto, sempre per il lettore russo, insisto sul fatto che la nazione politica non tollera, nemmeno per un istante, una qualsivoglia discriminazione.
Lo scrivo senza mezzi termini: i Turchi, dovunque essi siano, sono sul territorio dell’Impero Europeo e nelle sue strutture politiche. Già nel 1987 avevo scritto con chiarezza e determinazione “Turchia provincia d’Europa”. A beneficio dei razzisti sentimentali dell’Europa occidentale, soprattutto tedeschi (22).
Ora che il capitolo dei Turchi dell’ex-URSS si è appena aggiunto alla storia, bisogna dirlo subito: non se ne parla nemmeno di escludere dall’Impero Europeo nemmeno uno solo dei 70 milioni di uomini appartenenti ai gruppi turco, afghano, mongolo.
La gente della CIA ha già pronta in mano tutta una serie di carte truccate da questo punto di vista.
12289695_576054219199866_6486232115058603906_nLa CIA non ha che da premere un bottone per scatenare domani un “turchismo” anti-russo, che preferisco definire anti-europeo.
La CIA tiene sempre di riserva, nel doppiofondo dei suoi cassetti, mucchi di soluzioni ciniche ed efficaci. Efficaci per gli Stati Uniti.
L’Afghanistan fa parte del nostro spazio geopolitico.
L’URSS ha dovuto abbandonarlo a causa della propria disgregazione.
Noi, gli Europei dell’Impero, ci torneremo.
Nell’Oceano Indiano, anche là, dobbiamo tenere i piedi ben saldi nell’acqua salata.
A questo riguardo non possiamo assolutamente tollerare nel nostro fianco iraniano un ascesso afghano o un cavallo di troia afghano.
L’Impero Europeo rivendica la totalità del retaggio sovietico. Dell’impero sovietico di un tempo e della sua maggiore estensione.
Durante la guerra ho sentito – e proprio di prima mano, visto che capitavo spesso a Berlino – la propaganda imbecille (dal punto di vista storico) di Goebbels, a beneficio del popolino, sul tema “Mongoli e Tartari come bolscevichi”.
Ai maniaci del razzismo, che ignorano tutto della storia dei Mongoli, ricordo che essi un tempo hanno perfino realizzato una vasta costruzione politica di tutto rispetto dal Dnepr all’Oceano Pacifico.
Duby e Mantran, nel loro notevole saggio su L’Eurasia dall’XI al XIII secolo (23) insistono sul fatto che l’Impero di Gengis Khan era assolutamente non razziale. E mettono in evidenza una nozione estremamente importante ai miei occhi. Vale a dire l’obbligazione di matrimoni esogamici per rafforzare il tessuto politico. I capi erano obbligati a sposare donne appartenenti ad altri clan, altre tribù, altre confederazioni (Duby-Mantran, op. cit., p. 504).
Se Goebbels batteva sul tasto “l’Europa senza Mongoli” (sic!), dunque, io faccio esattamente il contrario.
Henri Maspéro nota anche, nel suo ormai classico saggio Storia della Cina antica, che la regola fondamentale del matrimonio patrizio era l’obbligatorietà esogamica (24).
I miei lettori russi conoscono la storia delle steppe per averla vissuta. Per contro i miei lettori dell’Europa occidentale sanno generalmente poco e male di questa pagina affascinante della Storia. E’ per loro che ricordo il grande classico di René Grousset L’Empire des Steppes. Attila, Gengis Khan, Tamerlan (25).
Quasi un mezzo secolo più tardi, riapro il libro di Grousset, accuratamente annotato fra il 1946 e il 1947 – avevo il tempo di leggere – quando ero prigioniero politico, cella 417 della Caserma Penitenziaria del Petit-Château, istituzione celebre a Bruxelles.
Karl Haushofer, come ogni lettore istruito sa, è il padre del concetto geopolitico di un asse Berlino-Mosca-Tokyo (26). Rudolf Hess era intimamente legato ad Haushofer. Haushofer fu testimone alle nozze di Rudolf Hess.
Rudolf Hess faceva da tramite tra Haushofer e Hitler; il che non impedì al Cancelliere di attaccare in modo suicida l’URSS nel 1941.
Ci sono grandi debolezze concettuali in Haushofer. Disprezzo dei latini, nozione di “popoli ausiliari” (è chiaro quello che l’espressione significa), cecità nei confronti del concetto europeo, ignoranza totale del Mediterraneo e del suo concetto di Mare internum. Haushofer, assai erudito, aveva messo in evidenza il possibile ruolo della Russia, quello di unire l’Europa e l’Asia. Ed è ancora Haushofer che ricorda come degli uomini politici americani avessero già elaborato nel 1855 la formula cosiddetta della “politica dell’anaconda”.
Washington ha cominciato il lavoro dell’anaconda con Gorbaciov e lo porta ora a compimento con Eltsin.
Per vanificare la politica dell’anaconda (di mare…) Haushofer scrive: “(…) potrebbe essere creata una grande unità germanico-russa-asiatica orientale, la sola unità contro la quale qualunque tentativo di blocco britannico e di blocco americano, perfino congiunti, sarebbe impotente (…)”.
L’insegnamento di Haushofer deve essere riattualizzato, decantato degli stati d’animo tedeschi, del disprezzo razziale nei confronti dei latini. E allargato con la nozione di Mediterraneo come Mare internum.
Proprio su questo argomento tornerò prossimamente con un altro scritto.
us-encircles-russiaL’autarchia di 800 milioni di persone deve essere la nostra risposta alla politica dell’anaconda avanzata da Washington (27).
Roma non ha messo in ginocchio Cartagine al primo colpo. Ma poi ci è riuscita.
Roma ha avuto sul suo territorio Annibale, proprio come noi abbiamo oggi la NATO e i suoi senegalesi.
Nell’autunno 1940 un uomo geniale, Ribbentrop, aveva vagheggiato e concepito il progetto grandioso della spartizione dell’Impero Britannico. La responsabilità di Molotov nel fallimento di questo piano è pesante. E quella di Hitler lo è ancora di più (28).
La preda era immensa, a portata di mano.
La storia non si conclude mai. Il corpo sociale americano è patogeno e morboso (vedi le recenti sommosse di Los Angeles, primavera 1992). Niente è ancora perduto per noi.
All’imperialismo di sfruttamento americano bisogna opporre l’imperialismo di integrazione europeo. Opporre il nostro Impero continentale al loro impero talassocratico (29).

L’equilibrio dei blocchi continentali, la pace e gli ostaggi
Lascio ai letterati adolescenti di Parigi, avessero anche 50 anni, di scrivere delle stupidaggini irresponsabili sul guerriero… e il valore virile delle guerre.
Non esistono guerre pulite.
Ogni guerra prepara la seguente per il solo fatto che il vincitore è privo di nobiltà d’animo. E privo di senso politico. La generosità può essere anch’essa una politica.
Per noi Europei, divisi in grandi tribù cullate da giocondi ricordi – la francese, la tedesca, la russa, l’inglese – e in sottotribù agitate da fantasmi primitivi – croata, moldava, slovacca, basca, è giunto il momento di cambiar pelle.
Proprio come quando ci si arruola, bisognerà presentarsi all’Europa tutti nudi, lasciando in guardaroba coltelli e piume di pavone. Accettare di essere una sola immensa nazione, una Repubblica imperiale unita dal senso politico.
Accettare di parlare una sola lingua, l’inglese, e di portare sui nostri berretti (militari) una sola stella – non certo gialla, ma rossa.
A partire dall’atomica la guerra è divenuta una mossa totalmente suicida. La pace mondiale potrebbe essere concepibile nel rapporto di blocchi geopoliticamente uguali in potenza – blocco europeo, cinese (30), americano dall’Alaska alla Patagonia, indiano dal Pakistan a Ceylon.
La gravità e l’eventualità di una guerra atomica nel secolo a venire mi portano a rispolverare una vecchia ma efficace formula dell’Antichità, quello dello scambio degli ostaggi.
Ogni potenza detentrice di armi atomiche dovrebbe inviare alle altre potenze in possesso di analoghe armi totali decine di migliaia di studenti universitari scelti fra le classi dirigenti.
Si potrebbero così aprire delle università europee a fianco delle rampe di lancio americane e viceversa.
Ritengo che 4, 5 o 6 grandi insiemi continentali autosufficienti (almeno per superare i periodi di crisi) potrebbero ristabilire una sorta di equilibrio mondiale per domani, come noi abbiamo conosciuto un equilibrio europeo, certo imperfetto, ancora ieri, fra il 1650 e il 1913.
nation-europeenne-us-go-homeLa potenza talassocratica americana divenendo una potenza continentale estesa dall’Alaska alla Patagonia, i rischi di conflitto diminuirebbero considerevolmente.
Le flotte americane al largo di Formosa e nel nostro Mediterraneo costituiscono delle provocazioni intollerabili e pericolose. Pericolose per tutti, anche per gli stessi provocatori.
In altri articoli continuerò a descrivere la mia geometria planetaria ad uso e consumo del secolo a venire (31).
Occorre gestire il pianeta con intelligenza fredda e non più attraverso le passioni, i rancori, i fantasmi.
Chiuderò questo scritto con la descrizione esaustiva della differenza fra volontà di potenza e volontà di superiorità. Per l’Europa io scelgo la superiorità. Superiorità intellettuale.

Esotismo e politica: le anticaglie vanno di moda
E’ da diversi anni che subiamo la moda letteraria che porta ancora una volta l’esotismo alla ribalta.
Alla ribalta politica, dove non ha niente a che farci.
Si tenta di farci piangere sul “buon armeno” (non appena libera questa gente mette su famiglia e si riproduce bestialmente), il “buon curdo” (esistono due varietà di Curdi: il buon curdo e il cattivo curdo. Il buon curdo, nel 1992, è il curdo dell’Irak. E al tempo stesso il cattivo curdo è il curdo di Turchia. Il primo è un patriota, e il secondo un terrorista), il “buon basco”, il “buon moldavo”, il “buon croato”.
Già Montaigne, in questo caso mal ispirato, contrapponeva il “povero cannibale innocente e virtuoso al cattivo guerriero imbevuto di dottrine e proveniente dalla perniciosa Europa”.
Bernardin di Saint-Pierre e Chateaubriand collocano i loro eroi nell’Oceano Indiano (attualmente i voli charter vi riversano scapoli in cerca di femmine socialmente disponibili).
Montesquieu ci distrae col suo Persiano, Voltaire ci diverte col suo Urone.
Oggi i piccoli pedanti della “Nuova (sic!) Destra” coltivano il “buon croato” o il “buon slovacco” (32).
Questi monelli parigini, incontinenti del calamaio, ci avevano già sommerso di noia con le loro anticaglie neo-paganiste, Dioniso, l’Atlantide a Heligoland. Le anticaglie han preso piede, il mercato delle pulci intellettuale cerca di allargare la sua clientela di abbonati.
Dopo averci rifilato qualche filosofo tedesco senza troppa importanza storica, eccoli gettare sul mercato delle “idee e degli abbonamenti” le povere etnie oppresse. La faccenda si vende bene: proprio come gli oroscopi.
Si arriva a parlare della “croatità”.
Ci si ritroverà presto in qualche ospedale psichiatrico.
Mi corre l’obbligo di denunciare qui, vigorosamente e implacabilmente, queste mode esotiche che distolgono dall’azione politica e distraggono dalla realtà storica.
L’unità europea in formazione deve denunciare questi slittamenti letterari, queste derive pseudo-storiche. Il vero problema politico, oggettivo, storico si traduce nella domanda “siete vittime di una discriminazione?”. Se sì, parlate e giustizia vi sarà resa.
Sono vittima di una discriminazione i Palestinesi e gli Irlandesi – discriminazione e occupazione da parte di un esercito straniero. Se no, se non siete cioè vittime di una discriminazione, tacete e levatevi dalla scena politica, dove i vostri discorsi sono malaccetti e sconvenienti, se non addirittura bislacchi.
La Francia non ha mai impedito a nessuno che fosse nato in Corsica di diventare ministro, ammiraglio, perfino imperatore.
La Spagna non ha mai impedito a un catalano o a un basco di diventare generale, deputato, senatore, ministro.
Dove non c’è discriminazione non possono esservi rivendicazioni oggettive.
Lo Stato politico giacobino di cui mi dichiaro erede non conosce del resto alcuna di queste classificazioni zoologiche. Esso vuol riconoscere soltanto degli uomini, dei cittadini.
L’esotismo nella politica di basso profilo, politica elettorale, politica-spettacolo per la plebe, incontra un lusinghiero successo clientelare.
Un agitatore galileo, Gesù, aveva già preteso di moltiplicare i pani (sic!). Oggi si moltiplicano i formaggi, si moltiplicano le sinecure politiche come in altri tempi i benefici religiosi.
La scissione imbecille e criminale della Jugoslavia permette di moltiplicare per dieci il numero di deputati chiacchieroni, il numero di diplomatici, il numero di funzionari all’ONU.
Che manna! Miracolo. Meglio di Gesù.
La Vallonia si permette degli ambasciatori… Grottesco.
L’esotismo, nei fatti, ha anche il suo lato sordido, bestiale, primitivo.
Il terrorismo basco ha accumulato capitali considerevoli in Francia e in Svizzera (in seguito alle tasse obbligatorie e occulte imposte ai commercianti). Il terrorismo corso sogna una Corsica libera, centro della droga e della prostituzione.
Qualunque tassista, affiancato da venti compagni armati di fucili d’assalto, si crede un Lenin locale; qualunque padrone di bistrot circondato da venti clienti e provvisto di qualche panetto di plastico crede di essere Robin Hood.
Quello che vedevamo in Croazia, in Armenia, in Moldavia, in Libano ieri, e vedremo domani alla frontiera ungaro-slovacca, è l’irruzione di delinquenti comuni nella politica.
La cosa va denunciata a chiare lettere.
Nel 1943-44 la mafia siciliana, manovrata dai Servizi americani, sognava anch’essa una Sicilia indipendente… di già.
Ho detto e ripetuto molte volte che la lotta armata dev’essere per un rivoluzionario niente più che un’ipotesi virtualmente praticabile.
Non si può pretendere di essere un pensatore storico o un rivoluzionario storico se si scarta a priori l’ipotesi del terrorismo in un dato momento, in un dato luogo, contro un dato bersaglio ben definito.
Non si devono confondere i rivoluzionari con i gangsters mafiosi.
Soprattutto non li si deve mischiare.
In altri e prossimi articoli denuncerò anche quelle entità metafisiche – per dirla con Pareto – che sono i “popoli” virtuosi, coscienti, intelligenti, spontanei, i popoli escatologici.
Dopo la stupidità del proletariato escatologico venuto di moda con Proudhon e Marx, ci troviamo oggi a dover subire un’altra parodia, un’altra mistificazione – quella dei popoli escatologici ritenuti martiri, intelligenti, virtuosi.
Ci sarebbe cioè un popolo di volta in volta croato, basco, moldavo, fiammingo schiacciato dai cattivi Stati-nazione centralizzati.
In realtà questi popoli sognano birra, salsicce, calcio, sottane, corride, telenovelas.
Branchi di animali da macello strumentalizzati.

Conclusioni per il lettore russo
Il presente articolo essendo destinato soprattutto al lettore russo, devo di necessità concludere per quest’ultimo in modo più puntuale (33).
La vitalità del pensiero politico, in Russia, attualmente, è infinitamente più intensa di quella osservata nelle masse ingozzate dell’Europa estremo-occidentale.
La pancia vuota sembra essere più stimolante della pancia piena.
Nella stampa russa attuale si trovano il meglio e il peggio, certo. Ma c’è movimento, c’è curiosità – ciò che non esiste più, appunto, qui nella parte più occidentale dell’Europa.
14232551_1127103477335786_5925088972613407652_nQui in Francia, in Germania, la sazietà materiale corrisponde a un abbruttimento intellettuale terribile, totale, assoluto.
La pancia piena, il carrello del supermercato debordante di detersivo e salame, il plebeo accetta supinamente l’occupazione americana senza recalcitrare.
Dice: “Sono uno stupido e sono fiero di esserlo”.
George Orwell, nel suo ormai classico romanzo di anticipazione 1984 aveva descritto il totalitarismo crudele in un universo di miseria. Visione molto gauchiste. Orwell, il cui vero nome è Eric Blair, fu poliziotto in Birmania (l’impiccagione vi era molto in voga) e le sue ossessioni erano imperniate soprattutto sulla povertà e la miseria. Per comprendere le ossessioni e i fantasmi di Orwell bisogna conoscere la sua vita personale, grigia, scalcinata, recentemente descritta da Bernard Crick (34).
Al contrario Aldous Huxley ha descritto un mondo totalitario nell’abbondanza, nella sazietà, prima ne Il Mondo Nuovo (1931) e poi in Ritorno al Mondo Nuovo (1956).
Huxley, intellettuale, figlio della borghesia illuminata e scettica, aveva preannunciato il “Mondo Americano” che noi subiamo ora.
Questo mondo futuro, descritto da Huxley, è oggi impiantato da Londra a Francoforte e da Copenhagen a Roma. Ci si abboffa, si fa sesso liberamente, ci si istupidisce di finzioni televisive (perfino la storia è riscritta come finzione biblica), ci si annega nel calcio.
Io consiglio, io invito caldamente il mio lettore russo istruito a leggere e paragonare i mondi futuri di Orwell e di Huxley (35).
Vi si trova in abbondanza materia di riflessione per tutti coloro che vogliono esaminare, comprendere, padroneggiare la politica storica dei tempi che verranno.
Lo stomaco troppo vuoto impedisce di pensare bene. Anche lo stomaco troppo pieno. Allora, che fare?
Jean Thiriart

NOTE
(19) Alfred Max, Sibérie: ruée vers l’Est, Editions Gallimard, 1976.
(20) Jean Thiriart, L’Europe jusqu’à l’Oural: un suicide, “La Nation Européenne”, n. 14, mars 1967.
(21) René Cagnat e Michel Jan, Le milieu des empires: entre Chine, URSS et Islam le destine de l’Asie centrale, Robert Lafont, Paris 1981.
(22) Rivista “Conscience Européenne”, juillet 1987: Jean Thiriart, La Turquie, la Méditerranée et l’Europe; Luc Michel, La Turquie, province d’Europe.
(23) Georges Duby e Robert Mantran, L’Eurasie XIèem-XIIIème siécles, Presses Universitaires de France, 1982.
(24) Henri Maspéro, La Chine antique, Presses Universitaires de France, III edizione, 1985. Un eccellente passaggio sui legisti dell’Antichità Cinese si trova alle pp. 426-470. Curiose similitudini col pessimismo di Thomas Hobbes.
(25) René Grousset, L’Empire des Steppes, Payot, Paris 1939.
(26) Karl Haushofer, De la Géopolitique, Fayard, 1986.
Andreas Dorpalen, The World of general Haushofer, Kennikat Press, Port Washington N.Y., 1942.
Hans Adolf Jacobsen, Karl Haushofer: Leben und Werk, Schriften des Bundes Archiv Koblenz, Boppard am Rhein 1979.
(27) M.A. Heilperin, Le nationalism économique, Payot, 1963.
(28) The Department of State (Washington), La vérité sur les rapports germane-soviétiques del 1939 à 1941, pp. 255, edizione francesce 1948.
Valentin Beriejkov, J’étais l’interprête de Staline (Histoire diplomatique 1939-1945). Editions du Sorbier, Paris 1985; edizione russa Mejdounarddnye otnochenia-URSS, 1983.
Gabriel Louis Jaray, Tableau de la Russie jusqu’à la mort de Staline, Editions Plon, Paris 1954; cfr. Ch. XIII “La Russie et le Reich”, pp. 345-394.
Anthony Read e David Fischer, The Deadly Embrace. Hitler, Staline and the nazi-soviet Pact 1939-1941, W.W. Norton Cy, New York-London 1988.
(29) Nicholas John Spykman, Yale University, America’s Strategy in world politics, Ed. Harcourt, Brace Cy, New York 1942.
Albert K. Weinberg, Johns Hopkins University, Manifest Destiny. A study of nationalist expansionism in american history, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1935.
Robert Strausz-Hupe, Geopolitics: the struggle for Space and Power, G.P. Putnam’s Sons, New York 1942.
Pierre Naville, Mahan et la maîtrise des Mers, Editions Berger-Levrault 1981.
T.D. Allman, Un destin ambigu. Les illusions et les ravages de la politique étrangère américaine de Monroe à Reagan, Flammarion 1986; traduzione Americana Unmanifest Destiny, Doubleday & Cy, New York 1986. Libro d’importanza capitale, assolutamente obbligatorio.
(30) La quasi totalità delle persone vive nella temporalità dell’immediato, dell’attualità. Ben pochi pensano in termini di secoli. Anche oggi soltanto il Giappone meraviglia, affascina, inquieta. Nell’attualità il Giappone è l’Asia. Niente è più precario, nella dimensione prospettica, della temporalità. Demograficamente la Cina è cinque volte il Giappone, e territorialmente 20 volte. Nel XXI secolo la Cina potrebbe divenire lei sola e a buon diritto l’Asia. Il centro, la capitale geopolitica della Cina è Canton/Hong Kong, e non certo Pechino, capitale decentrata – se mai può esserlo una capitale.
In geopolitica dunque è alla Cina che appartiene la missione di prendere l’iniziativa di un blocco asiatico autoequilibrato, autosufficiente. Malesia, Thailandia, Borneo, Filippine sono le zone d’espansione indicate dalla geografia.
Abbiamo un problema in comune con la Cina. Essa non può tollerare a breve termine nei suoi mari l’arroganza e le provocazioni della flotta americana, proprio come noi non possiamo tollerare a medio, se non addirittura a breve termine, la lordura e la provocazione della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. Sotto la dinastia Ming e in particolare fra il 1405 e il 1433 l’espansione marittima cinese verso il sud è stata stupefacente.
(31) Gérard Chaliand e Jean-Pierre Rageau, Atlas Stratégique. Géopolitique des rapports de forces dans le Monde, Editions Fayard, 1983. Cartine eccellenti. Cenni laconici su Mackinder, Mahan, Ratzel, Haushofer. Gli autori riportano la celebre frase di Napoleone: “La politica di uno Stato è nella sua geografia”.
Cfr. ugualmente (cartine molto buone): General Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Kurt Vowinckel Verlag, 1979. Il generale von Lohausen è autore di una lunga analisi dei miei concetti, pubblicata dalla rivista tedesca “Nation Europa”, Coburg 1981.
Cfr. pure (cartine e statistiche): Michael Kidron e Ronald Segal, Atlas Encyclopédique du Monde, Calmann-Levy 1981 (stampato a Hong-Kong).
Claude Nicolet, L’Inventaire du Monde. Géographie et politique aux origines de l’Empire romain, Editions Fayard, 1988. Nicolet ci ricorda che il padre della geografia scientifica fu Eratostene di Cirene (273-192 prima della nostra èra). Nicolet ritiene che Strabone (-58/+21) fu il primo geografo politico; su di lui scrive (pp. 93-94): “(…) Ma questa geografia è propriamente politica: essa si indirizza in primo luogo ai governanti per permettere loro di governare meglio; ma – sia detto en passant – è ancora lei a determinare, almeno nella sua epoca, le forme di governo ed è sempre lei a spiegare la nascita dell’Impero”. Nicolet ricorda anche come le carte geografiche romane collocassero l’Est in alto e l’Ovest in basso, mentre nelle carte greche in alto figurava il Nord, e in basso il Sud. Ai nostri giorni abbiamo ripreso il sistema greco.
(32) Jean Thiriart, La balkanisation de l’Europe, “La Nation Européenne”, n. 26, avril 1968 (“La manipulation des particularismes”).
(33) José Cuadrado Costa, L’Union soviétique dans la pensée de Jean Thiriart (1960-1969), opuscolo di 25 pagine, 1983.
(34) Bernard Crick, George Orwell, a life, ed. Secker e Warburg, Londra 1980. Ne esiste una traduzione francese in edizione tascabile presso Balland-Seuil. Studente a Eaton, Orwell – il cui vero nome è Blair – ebbe per professore di francese Aldous Huxley.
(35) Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo; Ritorno al Mondo Nuovo. Huxley mostra la sua intima percezione dei valori ellenici antichi nel suo libro L’Angelo e la Bestia [ed. franc. La Jeune Parque, Paris 1951 – n.d.t.]. Nella sua opera L’animale più sciocco Huxley afferma che Vilfredo Pareto è l’autore al quale egli deve di più. Condivido. Huxley è lo scetticismo colto e raffinato. Il che ci compensa della pseudo-cultura attuale con i suoi filosofi a un tanto la dozzina e il suo bric-à-brac neo-paganista.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

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L’Europa fino a Vladivostok – 2° parte

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A seguire, la seconda parte dell’articolo di Jean Thiriart, la cui prima parte (corredata di nota biografica dell’autore) è qui.

Il fiasco di uno Stato continentale abortito: l’URSS
L’esplosione, deplorevole, dell’URSS è notoriamente dovuta alla debolezza concettuale della nozione di Stato in Marx, Engels, Lenin e parzialmente Stalin. Già nel 1984 il mio collaboratore e discepolo José Cuadrado Costa, ispirandosi agli scritti di Ortega y Gasset e miei, ha pubblicato uno studio (disponibile in spagnolo, russo e francese) illuminato e profetico, intitolato Insuffisance et dépassement du concept marxiste-léniniste de nationalité [Insufficienza e superamento del concetto marxista-leninista di nazionalità, n.d.t.] (3).
Sul piano del concetto di Stato i Giacobini si erano mostrati di gran lunga superiori ai marxisti. In questo ambito Marx resterà per sempre un romantico del 1848. Già alla fine del XVIII secolo, Sieyès ci diceva come rendere omogeneo uno Stato-Nazione. Lo Stato-Nazione è figlio di una volontà politica.
Altra sciocchezza marxista dovuta al romanticismo del XIX secolo: l’idea del declino dello Stato. E’ difficile essere più stupidi. Ecco il vecchio sogno anarchico (4).
Lenin ha dunque mantenuto la finzione delle repubbliche. Insisto sul plurale.
Grazie al centralismo del Partito e alla straordinaria personalità di Stalin questa finzione, questa commedia, è durata fino al 1990. Il declino del partito ha fatto saltare l’URSS su linee di frattura risalenti al 1917-1922.
La finzione è divenuta realtà.
I Giacobini avrebbero creato nel 1917 “la” (insisto sul singolare) Repubblica dei Sovieti. Lenin ha accettato, tollerato la finzione dell’Unione “delle” (insisto sul plurale) Repubbliche Sovietiche.
Fra il 1946 e il 1949 Stalin, all’apice della sua potenza, ha mantenuto anche lui la finzione degli Stati “indipendenti” dalla Polonia alla Bulgaria.
Altra imprudenza concettuale.

Lo Stato politico opposto allo Stato etnico
Il Petit Larousse dice che l’etnia cerca la propria omogeneità attraverso la lingua e la cultura.
Personalmente e ad avvalorare il presente scritto, estenderei questo concetto dicendo che lo Stato etnico cerca la propria giustificazione di unità attraverso razza, religione, lingua, fantasmi comuni, ricordi comuni, frustrazioni o fobie comuni.
Lo Stato politico (sistema aperto, estensivo) è diametralmente opposto al concetto di Stato etnico (sistema chiuso, fisso). Lo Stato politico rappresenta una volontà di uomini liberi di vivere un avvenire comune.
Lo Stato politico, o più precisamente lo Stato-Nazione politico di cui io sono il teorico moderno dopo Ortega y Gasset (5) permette agli uomini di conservare la propria individualità personale (passatemi questo pleonasmo barbaro, anzi rustico) nel seno di una collettività.
Meno di due mesi fa (6) ho avuto modo di esprimermi una volta di più sulle nozioni capitali di Imperium e di Dominium. Fin dal 1964 insisto su questo concetto di matrice antico-romana.
A un amico politico che mi aveva fatto diventare “vallone” (il colmo!) ho scritto – più che altro pro forma – di non essere né vallone né fiammingo, né tedesco, né belga e nemmeno europeo. Io sono me stesso. L’identità di Jean Thiriart è Jean Thiriart, gli ho scritto. Non ci tengo ad essere infilato nel cassetto di chissà che schedario insieme a delle persone che sarebbero in qualche modo “simili” a me.
Ci tengo invece a conservare, in permanenza, la mia ironia socratica. Totalitario quando si tratta di Imperium, divento libertario nella sfera del Dominium.
Marx e Engels ignoravano tutto della dicotomia fondamentale Imperium/Dominium; così finirono per scrivere L’ideologia tedesca contro Max Stirner.
La visione dell’Imperium di Max Stirner (libera scelta federativa, diritto di secessione… sic! e ri-sic!) resterà sempre ridicola e inutilizzabile. Al contrario la sua visione della libertà interiore, di ciò che si riferisce al Dominium resterà sempre e comunque interessante. Bolscevico, giacobino, prussiano, staliniano per quanto riguarda l’Imperium e la sua disciplina civica/civile; invece i miei gusti e le mie inclinazioni intellettuali nella vita privata, cioè della mia vita nell’ambito del Dominium, si rifanno a Ulisse, modello dei Cinici.
E a Diogene, il quale, interrogato se vedesse da qualche parte in Grecia degli uomini dabbene, rispose: “In Grecia proprio no, ma vedo dei ragazzi niente male a Sparta”…
Diogene e gli altri Cinici ammiravano le istituzioni spartane, loro che sono appunto noti come fautori della disciplina e della frugalità contro il lusso e le mollezze.
Anch’io sono con Diagora contro le religioni. In privato, beninteso!
E sono certo l’araldo riconosciuto dell’Europa unita da Dublino a Vladivostok (7).
Ma l’Europa unita che invoco e descrivo risente del concetto di Imperium. E io auspico un Imperium potente, dinamico, implacabile. Perché sia davvero efficace.
Per quanto riguarda la mia identità, invece, essa si richiama al Dominium.
La mia identità culturale non è categorizzabile. Essa è unica, come è unica la mia formula genetica.
Ogni essere umano esprime biologicamente una formula unica. Egli è solo. Culturalmente – musica, architettura, letteratura, pittura etc. – io rivendico qui lo statuto di individualista fatto e finito.
All’interno dello Stato politico non possono esistere “minoranze”, perché quello Stato non conosce se non delle individualità tenute insieme dai legami dell’Imperium.
Quei legami sono i punti di forza che ho evocato precedentemente.

Le formule sbilenche: federalismo, confederalismo
A partire da quando il tandem “Imperium-Dominium” è stato introdotto nel concetto di Stato per costruire quest’ultimo, le soluzioni sbilenche come il federalismo o, peggio ancora, il confederalismo, non hanno più senso né utilità… Niente del tutto.
Non posso esimermi dal citarvi un autore americano che conosco soltanto attraverso una singola citazione, assolutamente pertinente.
“Ogni gruppo di persone, quali che siano il numero e l’omogeneità degli individui che lo compongono e la fermezza con la quale essi professano una dottrina comune, non tarda a scindersi in gruppi più piccoli stretti intorno a versioni differenti della medesima fede; da questi sottogruppi scaturiscono a loro volta dei sotto-sottogruppi, e così di seguito fino al limite ultimo dell’individuo singolo.”
La citazione è attribuita a un certo Adam Ostwald in un testo intitolato La società umana.
Gli anarchici del XIX secolo e tanti altri fra cui Proudhon hanno coltivato l’errore monumentale secondo il quale tutti i conflitti e le tensioni dei grandi gruppi svanirebbero di per sé, risolvendosi spontaneamente nei piccoli gruppi.
E’ l’armonia comunale cara al XIX secolo, l’armonia dei piccoli gruppi opposta al terrore della dominazione insopportabile del grande gruppo.
Anche Lenin concepiva sciocchezze storiche, nel quadro dell’assurdo concetto del “piccolo-gruppo-sempre-virtuoso-e-armonioso”, ciò che lo porto a scrivere, ad auspicare e ad annunciare il declino dello Stato.

L’Europa fino a Vladivostok: la dimensione minimale
Uno Stato-Nazione che voglia l’indipendenza è obbligato a possederne i mezzi militari.
Questi mezzi dipendono dalla demografia, dallo spazio, dall’autarchia delle materie prime, dalla potenza industriale. Fra l’Islanda e Vladivostok possiamo mettere insieme 800 milioni di uomini (non foss’altro che per equilibrare i 1.200 milioni di Cinesi) e trovare nel sottosuolo della Siberia tutto quanto è necessario al nostro fabbisogno energetico e strategico.
Dico che la Siberia è la provincia economicamente più vitale per l’Impero Europeo.
L’unione feconda dell’Europa occidentale estremamente industrializzata e tecnologicamente assai avanzata con l’Europa siberiana pressoché inestinguibile in materie prime darà alla luce una Repubblica Imperiale dotata di eccezionale potenza che il resto del mondo si guarderà bene dal contestare o dall’affrontare.

I punti di forza dell’”Imperium” europeo
Lo Stato è unitario. Esso non conosce né tollera divisioni orizzontali (autonomie regionali) o verticali (classi sociali) (8).
Suo principio di base è la onnicittadinanza: in qualunque luogo dell’Impero europeo il cittadino è elettore, eleggibile, produttore. Egli è libero di spostarsi senza la minima restrizione. La sua qualifica professionale si estende alla totalità dell’Impero: medico laureato a Madrid, eserciterà senza alcuna limitazione a Leningrado.
Non sarà tollerato alcun “corporativismo regionale”.
La secessione di un qualunque territori è esclusa per principio fondamentale, per postulato. Riprendiamo qui il concetto giacobino: “La Repubblica è una e indivisibile”. E’ fuori questione ripetere l’errore leninista del “diritto alla secessione”.
La “regione” o l’antico Stato nazionale (ri)entrano nell’Impero per non uscirne più. L’unità dell’Impero è irreversibile per Diritto Costituzionale.
castro-peron-nazione-europeaPer contro l’Impero è estensivo, non già per “conquista” bensì per accrescimento grazie a coloro che vorranno liberamente aggiungervisi – che vorranno raggiungerlo.
L’esercito è popolare e integrato. Nessuna casta militare potrà ritagliarvisi dei monopoli o dei privilegi sotto un qualche pretesto professionale. L’esercito è in tutto e per tutto dipendente dal Potere Politico.
L’esercito è integrato: durante i primi 25 o 50 anni si presterà una cura particolare nel mescolare le reclute provenienti dalle diverse regioni. Non se ne parla neanche di tollerare reggimenti croati o divisioni francesi, corpi d’armata tedeschi o russi.
La moneta è una e unica. La detenzione e le transazioni in valuta estera sono vietate e perseguibili penalmente.
Attualmente non esiste umiliazione peggiore né peggiore riconoscimento del proprio scacco che il poter viaggiare in Russia soltanto se muniti di dollari americani. Umiliazione tanto per il turista proveniente dall’Europa dell’Ovest che per gli stessi Russi.
Simbolo del nostro comune degrado, Europei dell’Ovest colonizzati dal 1945; ed Europei dell’Est balcanizzati e colonizzati dal 1990.
In condizioni normali si dovrebbe pagare l’albergo a Mosca in scudi europei; e non in dollari stranieri.
La lingua veicolare diventa l’inglese (9). Non ho scritto “l’americano”. Da parte mia si tratta qui di una scelta pragmatica, una scelta ineluttabile.
Il concetto di legislazione unitaria costituisce uno dei fondamenti dell’Impero. Il diritto civile, il diritto penale, il diritto del lavoro, il diritto commerciale sono unificati
Il concetto e l’applicazione del diritto è “ubiquitaria”.

Il “Dominium” e i suoi limiti
Tutti conoscono l’adagio secondo il quale la libertà di un uomo finisce là dove comincia quella di un altro uomo.
In un articolo precedente (10) ho tratteggiato i domini dell’Imperium, domini in cui la Repubblica unitaria “non indietreggia mai”.
Quanto al Dominium, esso contiene tutte le scelte, tutte le opzioni, tutte le libertà individuali che non intralciano né limitano l’esercizio dell’Imperium.
Queste libertà sono accordate nei limiti del campo d’azione della vita privata.
Immancabilmente nei sistemi politici o nei regimi al tramonto, usurati, debilitati, malaticci, i sentimenti, le emozioni, le passioni della vita privata tentano, spesso addirittura riuscendoci (ahimé), di fare irruzione nella vita politica.
L’Imperium deve restare un dominio riservato, concepito, amministrato e gestito dal solo neo-cortex.
Per comprendere i comportamenti umani occorre studiare i meccanismi cerebrali (11).
Ripeto la mia battuta preferita, che mi riguarda da vicino: “Io non ho un’anima, ho un cervello”. In realtà, come tutti, di cervelli ne ho tre.
Il più antico è il paleo-cortex, che permette di camminare, di arrampicarsi, di salire o di afferrare al volo un pallone da basket. Segue il cervello “medio”, il meso-cortex, che contiene tutti i miei software emotivi indispensabili alla sopravvivenza; Serghiej Chacotin, discepolo di Pavlov, ha descritto già parecchio tempo fa queste passioni-emozioni: per la conservazione dell’individuo, pulsioni combattive e alimentari; per la conservazione della specie, pulsione sessuale e pulsione parentale (associativa). Infine, ecco il più moderno dei nostri tre software, il neo-cortex, magnifico strumento dell’uomo. Strumento troppo poco utilizzato.
Il paleo-cortex conta già 200 milioni di anni. Il neo-cortex ne ha soltanto un milione.
La teoria dei tre cervelli “sovrapposti”, o del cervello “triunico”, come scrive il traduttore Roland Guyot, è stata formulata dallo psicologo americano Paul D. Mac Lean (12), e resa popolare da Arthur Koestler (13).
Nella sua Psicologia sociale Otto Klineberg si sofferma a lungo sul comportamento affettivo dell’uomo.
Due secoli prima dei lavori scientifici di Paul D. Mac Lean, Sieyès aveva avuto la premonizione dell’attuale teoria dei tre cervelli sovrapposti-embricati.
Bastid, a pagina 328 della sua tesi, cita un manoscritto di Sieyès sul tema Del cervello e dell’istinto.
Sieyès, molto prima di me, era stato colpito e infastidito dalle pseudo-dimostrazioni in linguaggio politico; e ne aveva cercato le ragioni.
Se impongo al lettore questa digressione è appunto per evidenziare che la maggior parte dei discorsi politici odiosi, aggressivi, promanano dal nostro molto emotivo meso-cortex.
Non è possibile studiare bene e a fondo i discorsi politici senza conoscere i meccanismi cerebrali degli uomini.
Il ripiegamento su se stessi, l’odio dell’altro, si spiegano allora facilmente. Tutta la faccenda diviene allora semplicemente un insieme di problemi clinici spiegati attraverso la fisiologia del cervello.
Da anni ormai mi batto contro i “letterati” che descrivono la politica attraverso comportamenti “mesocorticali” (passioni, emozioni, pulsioni, frustrazioni, fobie, repulsioni), laddove io mi affanno a descrivere una Repubblica neocorticale… sic!
Uno dei miei detrattori mi ha definito come un “freddo mostro razionale”.
Accetto: e preferisco questa condizione a quella di “mostro dionisiaco razionale” caro ai discolacci post-nietzscheani. Consiglio vivamente al mio lettore politicamente istruito i lavori di Paul D. Mac Lean.
L’assurdità dei discorsi politici pseudo-razionali che si pretendono persuasivi (l’avvocato persuade, lo scienziato dimostra) è spiegata benissimo da Marc Jeannerod in questa frase: “(…) il carattere non-diretto dei rapporti fra il soggetto e il mondo esterno. Il soggetto costruisce la propria rappresentazione del mondo e tale rappresentazione guida il suo agire. In questa prospettiva l’azione non è una risposta a una situazione esterna ma piuttosto la conseguenza o il prodotto di una rappresentazione”.
Tutta la logomachia primaria sulle “etnie” si spiega assai bene attraverso questa nozione di “rappresentazione” (fantasmatica) della realtà (situazione reale) rifiutata. Il rifiuto del reale, il bisogno del sogno ad occhi aperti.
Per chiunque abbia una formazione scientifica la politica e i suoi discorsi sono con ogni evidenza assurdi.
La gente si scaglia contro la figura dei fantasmi personali antagonisti, delle rappresentazioni, e si rifiuta di accettare le situazioni…
Veniamo ora ai tre cervelli di Mac Lean.
Quando calcoliamo le orbite dei satelliti, le traiettorie delle sonde spaziali, la resistenza dell’acciaio, le correzioni ottiche da integrare in un obiettivo fotografico, noi utilizziamo unicamente il nostro neo-cortex.
Quando litighiamo con un altro automobilista e finiamo per farci a pugni utilizziamo i meccanismi cerebrali detti reattivo (paleo-cortex) ed emotivo (meso-cortex) e ci comportiamo come anfibi e come rettili.
Nella lite automobilistica la nostra pulsione aggressiva prenderà il sopravvento e arriverà al punto di inibire il funzionamento regolatore del nostro neo-cortex. La pulsione sessuale, talvolta irreprimibile, ci porterà a insidiare la figlia minorenne del vicino di casa.
Lo stesso uomo funziona in permanenza grazie a questi due software, quello delle pulsioni-passioni-sentimenti-emozioni e quello del pensiero totalmente razionale.
Questa digressione ci ha permesso di arrivare alla gestione degli uomini.
Nell’ambito del Dominium si colloca la religione.
Attività privata che in nessun momento deve poter interferire nella vita pubblica (col rischio di vedere degli “islamisti” contestare l’antico potere jugoslavo). E’ buffo ammettere che la religione possa immischiarsi nella vita politica intelligente, nell’Imperium. Per avere ignorato il principio dell’Imperium laico si è arrivati alle carneficine ignobili e imbecilli in Libano, in Palestina, in Armenia, in Jugoslavia, in Moldavia.
Quelli che hanno mischiato religione e politica non sono altro che apprendisti stregoni. E quelli che hanno creato queste tensioni sono colpevoli criminali, ma colpevoli storici sono quelli che hanno tollerato nel loro dilettantismo che quelle passioni religiose potessero essere prese in considerazione in un contesto politico.
Nell’Imperium laico della Repubblica unita europea la pratica religiosa sarà permessa (preferirei scrivere tollerata) nell’ambito del Dominium e implacabilmente repressa nel momento in cui vorrà irrompere nel campo d’azione e applicazione dell’Imperium. Razzisti vergognosi, razzisti ipocriti hanno inventato l’etno-differenzialismo (sic!), le “identità etno-culturali” (ri-sic!). Questo ha portato nei fatti ai massacri in Moldavia, in Jugoslavia, nel Caucaso; massacri praticati da delinquenti comuni, gangsters – per essere più precisi e più immediati.
I delinquenti e i criminali comuni, dopo il furto con scasso, la prostituzione, il gioco, la droga, s’interessano ora da una ventina d’anni della politica delle “minoranze oppresse”.
Le farneticazioni religiose e le farneticazioni etno-differenzialiste ben manipolate da ciarlatani prima, poi da gangsters; le stesse farneticazioni munite di fucili d’assalto nelle mani della plebe ci fanno regredire verso lo statuto delle 1.000 tribù della Nuova Guinea, verso i tagliatori di teste.
Concluderò qui dicendo che il Dominium contiene quasi tutte le libertà di pensare (anche di pensare stupidamente) ma che l’Imperium di una Repubblica unita laica non potrà mai tollerare, nemmeno per un istante, la libertà di fare “qualsiasi cosa”.
Dal 1945 la storia ci mostra, attraverso esempi spettacolari e sanguinosi, quel che NON bisogna fare. Né lasciar più fare domani.

Quando Mosca chiama i mediconi al suo capezzale
Quel che accade in Russia da due anni a questa parte è insensato.
Bisognava liberalizzare l’economia, un livello dopo l’altro a partire dal basso (14) verso l’alto e consacrare dai 2 ai 3 anni per livello.
Invece si consente ai peggiori avventurieri della finanza internazionale di precipitarsi a Mosca. Si svende a poco il lavoro di tre generazioni di sovietici.
I pescecani di Wall Street cominciano a interessarsi un po’ troppo all’apparato economico ex-sovietico.
Bisognava non allentare i bulloni politici dell’URSS, non tollerare le secessioni etniche, anche se Lenin nella sua incultura storica (eredità del marxismo nato nel 1848) aveva ammesso (molto ipocritamente ma anche molto imprudentemente) il “diritto alla secessione”.
unnamedLo smembramento politico e militare dell’URSS fu e resterà un errore storico imperdonabile. Il male è fatto, ed è irreversibile. Le forze centrifughe distruggono in 5 anni quel che le forze centripete hanno costruito in 4 o 5 secoli.
Bisognava riempire i negozi di pane e salame favorendo l’apparizione rapida di un milione di piccole imprese economiche (comprendenti da 1 a 50 persone ciascuna). E simultaneamente rinforzare la repressione politica nei confronti di tutti i secessionisti, indipendentisti e autonomisti.
Altro atteggiamento suicida dei nuovi leader russi: correre a Washington invece di negoziare un aiuto economico con l’Europa dell’Ovest.
Gli Stati Uniti sono geopoliticamente e storicamente il nemico specifico dell’URSS.
La strategia storica degli Stati Uniti è la divisione dell’Europa, lo smembramento dell’URSS.
Per 4 secoli l’Inghilterra ha fatto questo gioco contro i Re di Spagna, contro la Francia, contro la Germania.
Oggi l’Inghilterra è stata sostituita dagli Stati Uniti.
Ieri l’Inghilterra è stata sempre impegnata a distruggere “la” potenza continentale predominante, virtualmente capace di federare il Continente europeo: gli Asburgo di Madrid, Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.

La Russia “sola”: molto presto un Brasile-delle-nevi
Lo smembramento dell’URSS è irreversibile.
La “Grande Russia” non ha la minima possibilità di diventare una grande potenza.
La “Russia sola” è oggi un Paese senza destino come lo sono la Germania dal 1945 e la Francia dal 1962.
La Germania è stata storicamente castrata nel 1945. Solida potenza industriale, essa è totalmente passiva, totalmente inesistente sul piano internazionale (15).
La Germania non ha più una politica estera da 47 anni.
E questo non è poi un gran male in sé per l’unità europea.
Le isterie nazionaliste hanno fatto abbastanza male all’Europa, con le due guerre suicide nate nel 1914 e nel 1939.
Se qualche sognatore vuole cullare la speranza di una “Grande Russia” potenza di primo piano, sappia fin da ora che Washington ha ancora molte frecce al suo arco. Washington ha cinicamente giocato prima la carta di Baghdad contro Teheran, e poi Riyad e gli Harki di Damasco e del Cairo contro Baghdad.
Washington dispone ancora di molti coltelli per portare a compimento, se ce ne fosse bisogno, lo smembramento dell’URSS e continuarlo mediante la decomposizione della Russia.
Se ce ne sarà bisogno Washington giocherà, senza la minima esitazione, Pechino contro Mosca, il mondo islamico (dal Pakistan al Marocco) contro Mosca.
La Francia, l’Inghilterra, la Germania non sono altro che delle finzioni storiche, parodie di Stati indipendenti.
Tutti questi sedicenti “grandi” Paesi non hanno più una politica estera.
La guerra in Irak ha mostrato chiaramente che per Washington Francia e Inghilterra costituiscono tutt’al più delle riserve di fucilieri senegalesi.

Reintegrare l’URSS nella costruzione europea
Secondo le mie vedute geopolitiche i vecchi territori dell’URSS sono dei territori europei; le vecchie frontiere dell’URSS sono le future frontiere della Grande Europa.
Per postulato geopolitico la benché minima particella dell’ex-URSS dovrà integrarsi nella costruzione della Grande Repubblica Unita da Dublino a Vladivostok.
L’alternativa per i Russi è la seguente: o farsi fagocitare – castrare – da Washington oppure giocarsi tutto e partecipare totalmente alla costruzione europea.
La “terza soluzione”, la “Grande Russia” unica e sola, è illusoria.
La sparizione dell’URSS avrà quanto meno dato vita a un fattore assai positivo: la sparizione della barriera di repellenza.
Così nell’estremo occidente d’Europa non si ha più paura del Grande Orso Cattivo. Non si è mai presentata occasione più favorevole per l’unione benedetta “Ex-URSS e Mercato Comune dei Dodici.”

Azioni pragmatiche a breve termine
Nell’Europa estremo-occidentale è venuto il momento perché un gruppo elitario d’avanguardia intraprenda una lotta politica violenta sul tema “NATO fuori d’Europa”.
Quello che ho scritto già 25 anni fa si realizza ora: la NATO sedicente scudo militare “contro il comunismo ateo” era soprattutto uno strumento di vassallizzazione politica. Da due anni Washington ha lasciato cadere la maschera.
allargamento-natoNon vi è più alcun esercito sovietico che minacci l’Europa occidentale – ciò che non impedisce di fatto a Washington di mantenere le strutture della NATO, se non addirittura di rafforzarle.
E’ necessario sostenere tutto il lavoro di legislazione socio-economica realizzato dalla Comunità Europea. La Comunità dei Dodici deve accordarsi quanto prima possibile su di una moneta unica e comune.
Malgrado tutti i suoi difetti e tutte le sue lentezze, la Comunità dei Dodici realizza nei fatti una sorta di Zollverein (1834).
Non ci sarebbe stato un Bismarck se prima non ci fosse stato Friedrich List (16).
L’Europa dell’Ovest deve salvare finanziariamente il programma spaziale sovietico.
Su questo punto preciso le disposizioni d’intesa e di collaborazione devono essere immediate. Il programma spaziale sovietico deve assolutamente essere mantenuto e sviluppato.
Qui all’Ovest contiamo 20 milioni di disoccupati a dir poco (17).
In tempi brevissimi la Comunità dei Dodici deve finanziare la rapida costruzione di autostrade da Berlino a Mosca, da Norimberga a Kiev, Kharkov, Saratov, da Vienna a Odessa e a Rostov. Friedrich List è il padre concettuale della rete ferroviaria tedesca, rete che concretizzò lo Zollverein.
Fin da ora l’Europa dell’Ovest e l’ex-URSS devono proporsi di creare una situazione tale che tutta l’aviazione civile sia costruita in comune, autarchicamente, fra Londra e Vladivostok.
Fin da ora l’Europa dell’Ovest deve cessare di acquistare materiale militare americano. Né un solo fucile, né un solo aereo.
Le industrie militari d’Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Italia, Svezia e Russia sono in grado di fabbricare tutto.
In materia di armamenti l’Europa da Dublino a Vladivostok è perfettamente in grado di organizzarsi autarchicamente.
Sul piano politico, l’indecente caccia alle streghe contro gli ex-leaders comunisti della DDR e della Russia deve cessare.
L’interdizione del partito comunista dev’essere denunciata con fermezza per essere abrogata.
Lasciamo ai popoli primitivi la pratica dell’”eterno” odio biblico.
L’Europa dell’Ovest è dal 1945 nelle mani dei lacchè di Washington – dei leccapiedi del Pentagono.
La Russia potrebbe, in brevissimo tempo, vedersi anch’essa dotata di una classe “dirigente” agli ordini di Washington (18).
La risposta è chiara: è necessario creare nel minor tempo possibile delle reti ideologiche, dottrinali, politiche fra l’élite lucida dell’ex-URSS e l’élite lucida dell’Europa dell’Ovest.
Queste due élites rivoluzionarie devono incastrarsi l’una nell’altra e preparare la partenza, l’espulsione dell’occupante americano.
Jean Thiriart

NOTE
(3) José Cuadrado Costa, Insuffisance et dépassement du concept marxiste-léniniste de nationalité (Le concept de nationalité chex Marx, Engels, Lénine, Stalin, Ortega y Gasset de Jean Thiriart), “Conscience Européenne” n. 9, octobre 1984, Charleroi, Belgique. Disponibile in spagnolo, francese e russo.
(4) Bisogna leggere, con spirito critico, l’opera di Daniel Guérin su L’anarchisme (Poche Gallimard). Vi si ritrovano tutte le sciocchezze del romantico XIX secolo. E’ difficile trovare qualcuno più ingenuo, perfino più sciocco di Proudhon. Proudhon descriveva un mondo idilliaco, il mondo delle “federazioni di federazioni”. Peccato che non avesse previsto i massacri moldavi, croati e armeni relativi alla liquidazione bestiale della “minoranza della minoranza”.
(5) José Ortega y Gasset, La Révolte des Masses, Editions Stock 1961; idem, La vocation de la Jeune Europe, in: “La Jeune Europe – rivista delle SS Universitarie”, fasc. 8, Berlino 1942.
(6) Jean Thiriart, Europe: l’Etat-Nation Politique, in: “Nationalisme et République”, n. 8, juin 1992.
(7) Già da un terzo di secolo avevo suggerito il concetto di Europa come a) Stato unico e unitario; b) nazione europea.
Il generale De Gaulle voleva una Francia forte (unitaria) in un’Europa debole (confederale). Perché non voleva l’Europa. Come Maurras, era bloccato.
Lo scrittore tedesco Heinz Kuby mi tirò nel 1965 una frecciata a proposito dei (vecchi) profeti della Grande Germania, fra i quali, appunto, c’ero stato anch’io. Scrive Kuby: “L’Europa: una nazione? – E’ uno dei paradossi del paesaggio politico dell’Europa occidentale che gli avversari più lontani fra loro [nota sul soggetto dell’Europa: gaullisti confederalisti e thiriartisti unitaristi] siano attaccati a una medesima concezione dello Stato. Per de Gaulle, è impensabile che uno Stato possa e debba essere qualcosa di diverso da uno Stato nazionale, dal momento che la nazione costituisce la sola base legittima della politica.
La stessa concezione regna in un’importante frazione dell’opposizione europea [nota: Jeune Europe].
Quest’ultima vuole superare l’ambito delle nazioni ma non può concepire altro Stato che lo (…) Stato nazionale europeo. E vagheggia una nazione europea – non è un caso se in questo essa si affianca ai profeti della “Grande Germania” e agli altri fascisti del passato” (p. 312 dell’edizione francese).
Cfr. Provokation Europa, Kiepenheuer und Witsch, Köln-Berlin 1965; tradotto in francese nel 1967 dalle ed. Seuil col sottotitolo “Sfida all’Europa”.
Lo scacco della “Grande Germania” razziale l’ho vissuto in prima persona, in guerra e poi negli anni della prigionia. Ne ho ricavato un insegnamento fruttuoso – che era impossibile estendere e mantenere lo Stato unitario razziale (quello di Hitler) oltre la condizione di guerra permanente.
Da allora, ho formulato, in nuce, il concetto di Stato unitario politico (non-razziale) estensivo.
Ho sviluppato e perfezionato i concetti di Sieyès e di Ortega Y Gasset, i concetti di nazione politica per portarli alla decimale superiore, alla decimale europea.
(8) L’Abate Sieyès, in occasione della seduta del 7 settembre 1789, dice e ripete chiaramente, senza possibilità di equivoci: “La Nazione soltanto è sovrana. La Nazione non ha ordinamenti, né classi, né gruppi. La Sovranità non si divide né si trasmette”.
Cfr. Colette Clavreul, L’influence de la théorie d’Emmanuel Sieyès sur les origines de la représentation en droit public [L’influenza della teoria di E. Sieyès sulle origini della rappresentanza nel diritto pubblico – n.d.t.], tesi di dottorato, Università di Paris I, 1982.
Cfr. Jean-Denis Bredin, Sieyès, la clé de la Révolution française [Sieyès, la chiave della Rivoluzione francese – n.d.t.], Editions de Fallois, Paris 1988.
Cfr. Paul Bastid, Sieyès et sa pensée [Sieyès e il suo pensiero – n.d.t.], ried. Hachette, 1970.
Mai il concetto di Stato unitario è stato precisato meglio che da Sieyès. Personalmente, trasferisco questo concetto di Repubblica Una e Indivisibile nel mio progetto di una Repubblica Imperiale estesa da Dublino a Vladivostok. Come Sieyès, rigetto tutte le concezioni federative, fonti di ricatti secessionisti, fonti di fratture territoriali.
(9) Per un uomo formato alla scuola scientifica tutte le nostre lingue sono mezzi d’espressione troppo deboli, troppo confusi, troppo incerti. Il linguaggio scientifico è univoco, quello letterario è sempre equivoco. E’ per questo che i “letterati” sono sempre così confusi in sociologia e in politica. Si veda il lavoro magistrale di Louis Rougier La metaphysique e le langage [Metafisica e linguaggio – n.d.t], Denoël, 1973.
In realtà l’inglese è già e irrimediabilmente la lingua comune, nel mondo intero, nelle scienze e nella tecnologia. Un esempio per tutti: l’Institut Pasteur di Parigi non pubblica più niente in francese. Tutte le sue edizioni sono monolingui inglesi.
(10) V. nota n. 6.
(11) Paul D. Mac Lean, Les trois cerveaux de l’homme, Robert Laffont, 1990; Arthur Koestler, Le cheval dans la locomotive ou le paradoxe humain, Calmann-Lévy 1968; cfr. Ch. XVI “Les trois cerveaux “.
Koestler si rivolge soprattutto al grande pubblico colto; Mac Lean scrive per un pubblico ristretto, perfettamente padrone di discipline come la neuropsicologia del cervello.
Serge Tchakhotine [Serghiej Chacotin – n.d.t.], Le viol des foules par la propagande politique, Gallimard 1952. Chacotin è allievo e discepolo di I.P. Pavlov. Il suo Viol des foules… è un testo obbligatorio, capitale, monumentale.
Otto Klineberg, Psychologie sociale, Presses Universitaires de France, 1967.
José M.R. Delgado, Le conditionnement du cerveau et la liberté de l’esprit, Charles Dessart, Bruxelles 1972.
Jean-Didier Vincent, Biologie des passions, Seuil, 1986.
Marc Jeannerod, Le cerveau-machine, Fayard, 1983.
Guy Lazorthes, Le cerveau et l’esprit. Complexité et malléabilité, Flammarion 1982.
(12) Cfr. P.D. Mac Lean, op. cit..
(13) Cfr. A. Koestler, op. cit..
(14) Jean Thiriart e René Dastier (1962-65), Principes d’économie communautaire, riedizione Luc Michel 1986; opera esaustiva sulle concezioni economiche e sociali di Jean Thiriart (“Un socialismo di dimensioni europee: il Comunitarismo”).
Esistono anche brevi riassunti di questa dottrina nell’opuscolo di 42 pagine scritto da Yannick Sauveur e Luc Michel Esquisse du Communautarisme (1987).
Infine, un articolo di Jean Thiriart ne “La Nation Européenne” n. 1, février 1966, intitolato Esquisse du communautarisme européen.
L’attuale regime russo procede alla liberalizzazione dell’economia nel senso più pernicioso del termine. Si comincia col chiamare i capitalisti internazionali. Era l’ultima cosa da fare. E Eltsin l’ha fatta, dichiarando di essere un dilettante, un uomo senza la minima conoscenza dell’economia e della storia. La strada corretta sarebbe stata a) di liberalizzare immediatamente tutte le imprese dotate di un totale di lavoratori – operai e impiegati – compresi tra 1 e 50; b) di liberalizzare, due o tre anni più tardi, le imprese comprendenti fra 50 e 100 operai-impiegati. Si sarebbe dovuto andare dal basso in alto, dalle imprese piccole e piccolissime direttamente verso le grandi imprese, 6 o 8 anni più tardi.
La libera impresa è tonificante e stimolante. Non è lo stesso per la finanza speculativa internazionale, che ricerca soltanto il profitto immediato. Non è questo il luogo per descrivere le differenze considerevoli fra capitalismo industriale (Ford, Renault, Citroën) e il capitalismo bancario speculativo (Fondo Monetario Internazionale). Esistono centinaia di pagine di studi economici di Dastier e Thiriart (1962-1965) sull’argomento.
Esagerando, si potrebbe dire che il Comunitarismo è l’economia totalmente libera fino a 50 operai, co-gestita da 50 a 500, controllata da 500 a 5.000, statalizzata al di sopra dei 5.000. Si tratta di una concezione a geometria variabile fra capitalismo e socialismo classico.
(15) La Germania attuale è simultaneamente un gigante economico e un eunuco politico. E’ un Paese storicamente castrato dal 1945. La Germania attuale costituisce una delle zone di sfruttamento dell’economia cosmopolita radicata a Wall Street.
L’economista List ha dimostrato con ammirevole chiarezza la differenza fra economia cosmopolita ed economia politica.
Thiriart vi si ispirerà per la propria teoria dell’economia di potenza opposta all’economia di profitto degli Stati Uniti.
Esiste un’eccellente analisi di List fatta dall’autore americano Edward Mead Earle in Makers of modern strategy (Princeton University, 1943); pubblicata in francese nel 1980 da Berger-Levrault sotto il titolo Les maîtres de la stratégie (ch. 6: “Adam Smith, Alexander Hamilton, Friedrich List: les fondements èconomiques de la puissance militaire”). List visse a lungo negli Stati Uniti; disse che “La ricchezza è inutile senza l’unità e la potenza della nazione”. L’analisi di E.M. Earle costituisce, per il livello e la qualità, un brano di antologia geopolitica.
(16) Cfr. nota precedente.
(17) Il Mercato Comune dei Dodici comprende circa 20 milioni di disoccupati. Nessuno ignora, credo, le nozioni di disoccupazione strutturale e disoccupazione congiunturale. Ma l’ipocrisia delle società plutocratiche non menziona mai la disoccupazione “istituzionale”, per non dire “professionale”.
I disoccupati contenti di esserlo sono ahimé molto numerosi. Questi disoccupati sono degli elettori. Allora è fuori discussione far loro la morale, o rimproverarli. Prendiamo la Vallonia: “Una famiglia di quattro disoccupati vive bene”. Quando Cesare prese il potere a Roma, la città contava allora 320.000 “assistiti” (disoccupati-elettori). Cesare riuscì a portare quella cifra a 150.000 con la legge da lui varata detta Lex Julia Municipalis.
In Belgio la burocrazia ha creato termini come “beneficiari” e “aventi diritto” (… a dei sussidi di disoccupazione). Il cittadino è stato rimpiazzato dal beneficiario.
I delinquenti recidivanti e gli omosessuali votano anche loro: neanche parlarne di infastidirli, figuriamoci angariarli.
Una presa di possesso (del piatto del burro) può dipendere da uno score elettorale 52-48. Quando si sa che la Francia conta il 10% di disoccupati, il 5% di omosessuali, il 7% di delinquenti recidivi, l’8% di etilisti, il 19% di persone che giocano regolarmente al Lotto o al Tiercé [gioco pubblico di scommesse settimanali basato sul pronostico dei primi tre cavalli classificati in una corsa; analogo al nostro Totip o Totocalcio – n.d.t.], il 34% di fiduciosi-a-oltranza nell’oroscopo, e il 3% di drogati permanenti od occasionali, ci si può fare un’idea di ciò in cui può sfociare un sistema elettorale applicato in regime di plutocrazia. Da rileggere: Bertolt Brecht, Gli affari del signor Giulio Cesare.
(18) L’imperialismo americano utilizza una vecchia ed efficace ricetta: quella della classe-cuscinetto.
Questa classe-cuscinetto reclutata sul posto procura alla plebe indigena di essere governata “dai suoi”. In Marocco, al tempo di Lyautey, si era deliberatamente lasciata in pace una classe-cuscinetto musulmano col “suo” sultano. Questa classe-cuscinetto era, in privato, ironicamente chiamata i beni-oui-oui [lett. benben-sì-sì; espressione familiare, scherzosa o spregiativa, indicante persone sempre pronte ad approvare le iniziative di un’autorità costituita – n.d.t.].
Mitterand, Kohl e tutti gli altri burattini di Bonn, Madrid, Londra e Bruxelles rassicurano le plebi indigene. Quando parlate all’uomo della strada dell’occupazione americana dell’Europa passate per pazzo. Occorrerà ancora soltanto qualche mese perché Washington schieri in campo delle classi-cuscinetto in Russia, Ucraina, etc.. La classe cuscinetto diverte il popolino con un po’ di problemi minori. Lo diverte, lo distrae, lo distoglie. E’ la diversione mediatica. Tutte le grandi decisioni strategiche, bancarie, storiche sono prese a Washington o a Wall Street.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

(Fine seconda parte – Le opinioni espresse in questo articolo sono solamente dell’autore e possono non coincidere con quelle del curatore del blog)

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