Poroshenko, Assad e la strana “democrazia” occidentale

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Obama ha adottato dal 25 scorso il miliardario ucraino Poroshenko. Lo ha già presentato al mondo come il figlio prediletto della nuova democrazia ucraina ed incoronato quale “campione dei diritti dell’uomo” a Kiev e dintorni.
Che sia giunto al governo tramite il rovesciamento di un presidente (Yanukovich) eletto da “tutto” il popolo ucraino e “ribaltato” dalle sparatorie di piazza Maidan, armate e finanziate con la presenza sul campo della “troika UEista”, è dettaglio insignificante.
Oddio, per quanto se ne sappia da noi, Yanukovich non era un granché ma, come mi ripetono da 65 anni, un eletto si cambia con una nuova elezione…. no?
Ed inoltre, certificato dall’OCSE, il voto in Ucraina del 25 maggio scorso è stato “regolare”.
Che 5 milioni di cittadini russofoni non abbiano votato e che, anzi, abbiano impedito pure la apertura dei seggi è dettaglio altrettanto insignificante per Obama.
Quel che conta è che il suo figlioccio abbia riportato il 53% dei voti espressi dalla minoranza degli aventi diritto (modello Renzi in Italia).
Poroshenko “diga” della democrazia europea contro Putin, l’aggressore dell’Est.
Guai a chi lo tocca, intima oggi al mondo Obama e, mentre che c’è, consiglia (si fa per dire) ai suoi servi UEisti di aumentare le spese militari.
Per essere pronti alla probabile aggressione dello zar moscovita occorrono nuove armi, rigorosamente di fabbricazione statunitense.
Renzi (per restare a casa nostra) avrà capito bene?
Si prevedono più MUOS, numerosi F-35 e qualche Sigonella in più.
Intanto che accade nel mondo?
Che si vota in Siria, più o meno che nelle stesse condizioni dell’Ucraina.
Con una differenza, di non poco conto: si vota in due terzi del paese e, incredibile ma certificato, va alle urne circa il 75% di siriani.
Ovvero una ampissima maggioranza.
Assad, di riffe o di raffe (non posso escludere nulla) prende l’88% dei voti espressi.
Obama sentenzia: elezioni truffa.
Non cambia niente, appoggiamo i ribelli (di Al Qaeda) che si battono per instaurare la “democrazia” a Damasco.
Che tale impostazione sia ostica da recepire pure da tanti di noi cittadini dell’impero UEista è già un problema sempre piú serio.
Risulta difficile comprendere come una minoranza basata su un 43% di elettori complessivi possa governare un impero di 350 milioni di europei.
Non sembra proprio “democratico”.
Se aggiungiamo pure i famosi “euroscettici” che tarlano Bruxelles dall’interno del sistema partitocratico andiamo ben oltre.
Ma l’UEismo altro non è che la longa manus di Obama, per giunta quella finanziaria che si infila nelle tasche dei comuni cittadini per prelevare euro e trasformarli in dollari per le banche.
Quindi Obama decide per tutti: Poroshenko è buono, bello e “democratico”.
Assad brutto, cattivo e “dittatore”.
Peste (atomica?) colga chi attacca l’Ucraina e difende Assad…!!
In tutti e due i casi… Putin.
Vincenzo Mannello

Center of Excellence for the Stability Police Units (CoESPU)

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Sovente da queste pagine abbiamo parlato di Vicenza, in merito alla questione del raddoppio della base statunitense presso l’ex aeroporto Dal Molin. Ma nel capoluogo berico sorge un’altra struttura sulla quale vale la pena spendere qualche parola. Dal primo marzo 2005, è stato infatti istituito a Vicenza, presso la caserma Chinotto, il CoESPU (Center of Excellence for the Stability Police Units – Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità), struttura nella quale viene addestrato il personale per le PSO (Operazioni per il Supporto della Pace). La creazione del CoESPU venne stabilita (su proposta italiana) nel vertice dei Paesi del G8 tenutosi nel 2004 a Sea Island negli Stati Uniti, occasione nella quale i Paesi partecipanti al vertice hanno formalmente adottato un piano d’azione denominato “Espansione della Capacità Globale nelle Operazioni per il Supporto della Pace”, che mira ad aumentare la capacità globale di sostegno a tali operazioni, in particolare nei Paesi africani.
Le basi erano state gettate nel 2002 al vertice di Kananaskis, dove ci si era prefissi l’obiettivo di far sì che le nazioni africane entro il 2010 potessero partecipare a tali operazioni. La ricerca di un sempre maggiore coinvolgimento dei Paesi africani in questo tipo di operazioni è un chiaro segnale di come gli Stati Uniti siano sempre meno in grado di gestire da soli le situazioni di conflitto da essi stessi generate, in particolare in Afghanistan ed Irak.
L’obiettivo che il Centro si prefigge è l’addestramento entro il 2010 di 7.500 unità, il 10% del quale formato da personale tipo Carabinieri/Gendarmeria. Si conta di aver addestrato entro tale data 3.000 ufficiali e sottufficiali, i quali una volta fatto ritorno al loro Paese di origine potranno addestrare ulteriori 4.500 unità. Il modello al quale ci si ispira è quello delle MSU (Unità Multinazionali Specializzate) che ha fornito personale per le operazioni in Bosnia, Kosovo ed Irak. A tal proposito va evidenziato come la caserma Chinotto sia anche la sede della Gendarmeria Europea, un corpo di oltre 3.000 uomini cui partecipano le forze di polizia militarizzate di Italia, Francia, Spagna, Portogallo ed Olanda. La forza sarà a disposizione dell’Unione Europea ma potrà operare in favore dell’ONU, della NATO, dell’OCSE e di altri organismi internazionali.
Ritornando al CoESPU, il personale che partecipa ai corsi viene preparato ad operare sia in contesti militari che in contesti civili, gestendo la fase di transizione da un contesto di guerra ad un contesto per così dire di normalità.
La durata dei corsi varia dalle 5 alle 7 settimane, le lezioni si tengono in inglese e si concludono con l’assegnazione di un certificato che abilita all’impiego ONU. Va sottolineato che la scuola usufruisce di robusti finanziamenti del governo americano, anche se purtroppo l’ammontare di tali finanziamenti non è noto. Il comando resta interamente italiano, ma il vicedirettore (svincolato dalla catena di comando) è un ufficiale statunitense, ed ulteriori contributi sono stati offerti da Francia e Canada. Al momento i Paesi coinvolti sono una trentina ma sembra siano destinati ad aumentare.
Concludiamo riportando uno dei punti-chiave fra quelli che sono indicati come obiettivi principali del CoESPU, così come riportato sul sito dell’Arma dei Carabinieri: “Interagire con organizzazioni internazionali e regionali, quali le Nazioni Unite, la NATO, l’OSCE, l’Unione Europea […]; accademie ed istituti di ricerca (per es. il George Marshall Center); istituzioni di ricerca militari come il NATO Joint Analysis and Lesson Learned Center o lo US Army Peacekeeping and Stability Operations Institute e lo US Army Center for Lesson Learned”.

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Quello che ricorda per certi aspetti la famigerata “Scuola delle Americhe” che formò migliaia di ufficiali latinoamericani nelle decadi in cui le dittature imperversavano nel continente, si chiama “Center of Excellence for Stability Police Units, (CoESPU)”, e dal marzo 2005 è ospitato presso la Caserma “Chinotto” di Vicenza, sotto il comando dell’Arma dei Carabinieri. Il 4 e 5 maggio, il centro di formazione e addestramento internazionale delle “forze di polizia” africane è stato visitato dal generale William “Kip” Ward, a capo del Comando Africom di Stoccarda. Nell’occasione, Ward ha incoraggiato l’alto ufficiale dei Carabinieri Umberto Rocca, responsabile del CoESPU, a proseguire nello “sviluppo delle abilità degli ufficiali delle forze di polizia africane affinché operino nelle missioni di peacekeeping nel continente”, assicurando che “Africom continuerà a mantenere stretti legami con il Centro d’Eccellenza di Vicenza”. “Fate buon uso di quest’esperienza”, ha poi raccomandato ai militari di Camerun, Nigeria, Mali e Burkina Faso, ospiti di uno dei corsi attualmente in fase di realizzazione nella città veneta. Prima di lasciare la caserma “Chinotto”, lo zar delle nuove campagne USA in Africa ha rivelato che Serbia, Nepal ed Indonesia potrebbero inviare presto propri reparti per potenziare le missioni internazionali di “peacekeeping” nel continente.
(…)
Durante la sua visita a Vicenza, il capo supremo di Africom si è recato pure a Camp Ederle. A conclusione dell’incontro con il generale William B. Garrett III, comandante di US Army Africa, William Ward ha voluto ringraziare ufficialmente i militari statunitensi per il ruolo assunto nelle missioni in terra d’Africa. “US Army Africa sta supportando Africom in una serie d’incarichi finalizzati a migliorare le funzioni dei militari africani, costruire partenariati e promuovere forze militari professionali”, ha dichiarato l’alto comandante USA.
“In Rwanda, il personale US. Army lavora attualmente insieme ai militari della Gran Bretagna per addestrare i soldati ruandesi. In Liberia, più di una dozzina di sottufficiali dell’esercito statunitense appoggiano il Liberia Security Sector Reform, un programma diretto dal Dipartimento di Stato per aiutare la ricostituzione delle forza armate liberiane”, ha aggiunto Ward. “Altre missioni degne di menzione includono i programmi logistici a favore di Botswana, Uganda e Rwanda. Ufficiali dell’US Army operano con la African Partnership Station, la missione della marina statunitense in Africa occidentale, e con la Combined Joint Task Force – Horn of Africa, la forza militare che opera congiuntamente con i nostri partner in Africa orientale”.
Vicenza si conferma sempre più il cuore strategico delle operazioni terrestri di Africom.

Da Vicenza è sempre più Africom, di Antonio Mazzeo.

Al castello di Rambouillet

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“L’estremo tentativo per evitare l’intervento militare che già la NATO stava minacciando si svolse al castello di Rambouillet, vicino a Parigi, dove il 6 febbraio 1999 si aprirono i “colloqui di pace ” che  culminarono al contrario nella guerra del successivo 24 marzo.
Nella bozza di accordo presentata dal Gruppo di contatto, formato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Russia, non si accennò mai ad una possibile indipendenza del Kosovo ma solo ad un’autonomia che si sarebbe incarnata in un parlamento, un presidente, una costituzione e una corte costituzionale.
Il documento prevedeva ampi poteri ai verificatori dell’OSCE, che sarebbero dovuti rimanere nella Provincia per un periodo di tre anni, il ritiro non totale delle forze di polizia e di sicurezza serbe, l’impossibilità per il Kosovo di avere un proprio esercito, una propria moneta e una propria politica estera (prerogative che sarebbero rimaste nelle mani del governo di Belgrado).
La bozza del Gruppo di contatto lasciò invece irrisolto lo status della Provincia allo scadere dei tre anni di “verifica” ; gli albanesi avrebbero voluto un referendum per l’autodeterminazione del Kosovo, i serbi insistettero che un’eventuale consultazione avrebbe dovuto riguardare anche i restanti abitanti della Federazione Jugoslava.
L’UCK, che inizialmente rifiutò il contenuto dell’accordo, dietro chiare pressioni statunitensi decise di accettarne una formula così limitata e la sua delegazione a Rambouillet assunse un’importanza ben superiore a quella dello stesso “moderato” Rugova.
Durante i 17 giorni dei colloqui svoltisi all’interno del castello, la rappresentanza serba non s’incontrò mai con quella albanese; la conferenza venne preparata a Londra in una riunione del 29 gennaio del Gruppo di contatto e da una successiva consultazione del 30 gennaio a Bruxelles, durante la quale il Consiglio Atlantico conferì al segretario generale della NATO, Javier Solana, l’autorizzazione ad interventi aerei contro la Serbia nel caso quest’ultima si fosse rifiutata di firmare l’accordo. Continua a leggere

A scuola dalla NATO, 2° parte

La finalità del NATO Defense College (NDC) è di contribuire all’effettività e coesione dell’Alleanza Atlantica sviluppando il proprio ruolo di principale centro di educazione, studio e ricerca sulle questioni di sicurezza transatlantiche.
Ogni anno, esso offre corsi e seminari sulle tematiche rilevanti per la sicurezza transatlantica, a cui partecipano alti ufficiali delle forze armate, importanti funzionari governativi, accademici e parlamentari. Le attività della scuola sono aperte a partecipanti provenienti non solo dai Paesi NATO ma anche da quelli del Partenariato per la Pace e del Dialogo Mediterraneo, e di altri Paesi ancora del Vicino e Medio Oriente nel quadro dell’Iniziativa per la Cooperazione di Istanbul.
Il NATO Defense College fu creato a Parigi nel 1951 e venne trasferito a Roma nel 1966. E’ posto sotto la direzione del Comitato Militare, che nomina il comandante della scuola per un periodo di tre anni. Il comandante è un ufficiale con grado almeno di tenente generale o equivalente, che è assistito da un civile con mansioni di preside e da un militare quale dirigente, entrambi del Paese ospitante.
La scuola concentra il suo impegno nelle tre principali aree dell’educazione, studio e ricerca. Le attività di educazione e ricerca sono coordinate con l’Allied Command Transformation (ACT), adeguatamente rappresentato all’interno del Senato accademico al fine di contribuire agli obiettivi complessivi della NATO in tema di educazione e ricerca.
Per quanto riguarda i suoi programmi educativi, la scuola organizza corsi su tematiche politico-militari destinati a formare personale selezionato per la NATO e gli eventi legati alla stessa Alleanza. La principale attività educativa è il Senior Course, frequentato da un massimo di 90 corsisti scelti da ciascun governo sulla base di una quota nazionale. I corsisti sono sia militari con il grado di colonnello o tenente colonnello, oppure funzionari civili di livello equivalente provenienti da importanti dipartimenti governativi od istituzioni statali.
Lezioni giornaliere sono tenute da docenti universitari, politici, funzionari militari e civili di alto grado. Grande importanza è attribuita al raggiungimento di un consenso tra i corsisti durante le discussioni, riflettendo in ciò la rilevanza che il principio del consenso possiede attraverso tutte le strutture NATO. Alcune parti del Senior Course sono organizzate quali corsi a moduli che prevedono la presenza per una settimana di ufficiali e funzionari dal quartier generale della NATO e dai comandi strategici per affrontare una particolare tematica di strategia.
Nel 1991, la scuola ha introdotto un corso delle durata di due settimane riservato ai membri della Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). L’anno seguente, il corso è stato esteso ad esponenti del Partenariato per la Pace e del Dialogo Mediterraneo, in modo da favorire una percezione comune della regione euro-atlantica. Sono inoltre organizzati, due volte all’anno, in primavera ed in autunno, corsi per diplomatici destinati a rafforzare la stabilità regionale attraverso la promozione del dialogo e della comprensione.
Come parte del programma di studio della scuola, viene svolta annualmente una Conference of Commandants che riunisce i comandanti delle accademie militari dei Paesi sia della NATO che del Partenariato per la Pace e del Dialogo Mediterraneo per scambiare opinioni ed esperienze sulle filosofie accademiche ed i metodi educativi. Sempre annualmente, a febbraio, la scuola svolge un corso internazionale presso l’Accademia Militare di Kiev in Ucraina. Infine, essa offre anche corsi di studio erogati per via telematica.
La scuola ha significativamente migliorato il proprio contributo nel campo della ricerca ed ambisce a fornire agli alti gradi della NATO quelle nuove prospettive che emergono dai rapporti elaborati a partire da conferenze e seminari incentrati sulle maggiori sfide che riguardano l’Alleanza Atlantica.
Attraverso le attività delle associazioni nazionali di diplomati ed un incontro annuale riservato agli ex allievi, il NATO Defense College è capace di creare un forte spirito di corpo tra i suoi corsisti, molti dei quali oggi ricoprono posizioni di responsabilità all’interno della NATO.

NATO Defense College
Via Giorgio Pelosi, 1
00143 Roma
Tel: +39 06 505259
Fax: +39 06 50525799
Sito internet: www.ndc.nato.int

Abecedario NATO

Tutto ma proprio tutto quello che c’è da sapere sulla NATO:
le politiche ed i meccanismi decisionali, le strutture civili e quelle a carattere militare, le operazioni all’estero, le nuove minacce (con le relative nuove risposte), il processo di allargamento, le iniziative di cooperazione e di partenariato (fra cui, “strategica”, quella con l’Unione Europea), le relazioni con le altre organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, OCSE, etc.), varie ed eventuali.
Autore: la NATO Public Diplomacy Division, con sede a Bruxelles.
Ultima edizione aggiornata al 2006. Redatto in lingua inglese, obviously.
Lo trovate qui.

È tutto scritto, nero su bianco

ripensare nato

“La realizzazione di un efficace partenariato strategico tra la Nato e l’Unione europea appare indispensabile per affrontare, con un approccio globale, la complessità dei problemi di stabilizzazione e ricostruzione.
Oltre ai Balcani e all’Afghanistan, una regione in cui la sinergia Nato-Ue potrebbe esplicare agevolmente tutte le sue potenzialità è quella del Mediterraneo e del Medio Oriente, dove entrambe le organizzazioni conducono distinti programmi di cooperazione che riceverebbero valore aggiunto da un loro coordinamento.
L’attuale agenda Nato-Ue appare, in definitiva, troppo limitata e fondata spesso su logiche di preminenza o competizione. Nato ed Unione Europea, inoltre, dovranno entrambe completare i rispettivi processi di integrazione dei Balcani occidentali nella comunità euro-atlantica.
La Nato dovrebbe ricercare una relazione più strutturata a livello strategico anche con le Nazioni Unite. Questa sarebbe foriera di nuove opportunità fra le quali è possibile scorgere un ruolo della Nato nell’addestramento dei peacekeepers delle Nazioni Unite o nella pianificazione operativa delle loro missioni.
I piani operativi della Nato dovranno essere sempre più in grado di supportare l’azione di sviluppo e ricostruzione civile condotta anche da altre organizzazioni quali l’Osce, la Banca Mondiale o le Organizzazioni non governative.”

Legittimo che vi corra qualche brivido lungo la schiena.
La versione integrale dell’articolo di Fabrizio W. Luciolli, segretario generale del Comitato Atlantico Italiano, è qui.