La sinergia tra predatori e caritatevoli

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Siria: la luce in fondo al tunnel

Articolo di Vincenzo Brandi, inserito nella nostra pagina FB.

La retorica sui “migranti”: il colmo dell’ipocrisia

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

Pericoli fantasma, reti imperiali: il mondo visto dal Pentagono

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Il mondo è minacciato da Russia, Cina, Iran, Corea del Nord – e oh sì, lo Stato Islamico – e la sua unica speranza è l’America, sostenuta da alleati fedeli di tutto il mondo. Questa è la visione dipinta dal capo del Pentagono, con il presidente Hillary Clinton in mente.

Il Segretario alla Difesa USA Ashton “Ash” Carter ha delineato la sua visione delle sfide strategiche dell’America in una conferenza ospitata dal Center for New American Security (CNAS) lunedi [20 maggio – n.d.t.] a Washington, DC. Mentre il capo del Pentagono ha detto che sarebbe stato “estremamente attento a non rilasciare commenti sulle elezioni,” il contenuto della sua presentazione si è molto chiaramente allineato alla posizione oligarchica abbracciata dalla Clinton e minacciata dagli appelli di Donald Trump di mettere “l’America prima.”
Mentre Trump è stato critico del coinvolgimento degli Stati Uniti in tutto il mondo, Carter ha sostenuto che l’America è “il tutore della sicurezza globale” grazie alla sua “rete di lunga data di alleati e partner in ogni angolo del mondo”.
Il che non è esagerato. Allo stato attuale, gli Stati Uniti hanno 187.000 militari schierati in 140 Paesi, secondo il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito generale Mark Milley. Si noti, anche, che il Dipartimento della Difesa USA ha diviso il mondo in sei “comandi di combattimento”. Il Pentagono è così impegnato ad occupare il mondo che il governo degli Stati Uniti ha dovuto istituire un separato Dipartimento per la Sicurezza Nazionale dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre. Continua a leggere

Bill & Melinda Gates Foundation: la filantropia come strumento di potere globale

foundation-jpg“Già Oscar Wilde nel suo “L’anima dell’uomo sotto al socialismo” aveva colto ed evidenziato il paradosso di un sistema, quello capitalista, che genera sia delle feroci diseguaglianze che la filantropia, falsamente determinata a risolverle. “I migliori tra i poveri – scrisse Wilde – non sono mai riconoscenti [ai benefattori n.d.r.]. Sono scontenti, ingrati, disobbedienti e ribelli, e hanno ragione di esserlo. […] Perché dovrebbero essere grati delle briciole che cadono dalla mensa del ricco? Dovrebbero esser seduti intorno al tavolo con gli altri commensali condividendo la festa!”.
Utilizzando l’immagine dei super-ricchi in abbuffata e delle briciole che cadono dalla tavola, Oscar Wilde è riuscito – forse senza neppure esserne consapevole – a raffigurare plasticamente l’assurdità della cosiddetta “trickle-down theory” (letteralmente teoria dell’effetto del gocciolamento), in seguito smentita dalla storia e da schiere di premi Nobel. Purtroppo ritorna ciclicamente in auge per bocca degli entusiasti del capitalismo, secondo i quali viviamo nel migliore dei mondi possibili. La loro argomentazione è tanto semplice quanto imbarazzante per la sua fallacia: ciò che importa è la crescita economica, a prescindere dall’aspetto distributivo e di governance della ricchezza prodotta, poiché – sempre secondo tali entusiasti del modello capitalista – una crescita economica in valore assoluto aumenterà proporzionalmente anche il numero di briciole che cadranno dalla mensa dei capitalisti. Questo è il massimo della giustizia sociale che riescono ad immaginare ed è il primo pilastro teorico che sostiene la filantropia nella nostra epoca. Una carità “compatibile” al sistema, che non sconvolga l’ordine sociale capitalista, la sua organizzazione del lavoro, della produzione e della proprietà.
L’attuale tendenza che sta travolgendo il mondo della cooperazione, definita nel titolo filantrocapitalismo, sarà analizzata prendendo ad esempio il caso più eclatante e quantitativamente imponente: il ruolo della fondazione Bill e Melinda Gates (Microsoft Corporation) nella governance di uno dei settori più importanti della cooperazione internazionale, ovvero la salute globale.
La Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF o The Gates Foundation) è una delle più grandi fondazioni private al mondo. Prende il nome dai loro fondatori Bill Gates e sua moglie Melinda French, sebbene la direzione sia affidata anche a un terzo fiduciario, Warren Buffet. Quest’ultimo è un business-man americano, considerato uno degli investitori di maggior successo del ventesimo secolo, onnipresente nelle liste degli uomini più ricchi del mondo e tuttora uno dei più influenti “potenti” del pianeta.
(…)
Il modello filantropico di Gates non intende rendere il mondo del business più caritatevole quanto piuttosto rendere il mondo della carità il più simile possibile a quello del business: un universo di piccole ONG che competono tra loro per accaparrarsi i fondi – sulla base di parametri econometrici aziendalistici – messi a disposizioni dai big (tipo la BMGF) che dettano contemporaneamente anche l’indirizzo globale delle politiche umanitarie, materia per materia. Come dicevamo, il sogno del grande capitale di gestire brevi manu le relazioni internazionali controllabili tramite soft power e dunque abbandonare la mediazione degli stati e quella delle agenzie multilaterali (che hanno dominato la cooperazione internazionale nel secolo scorso) si è fatto realtà.
IMG_2301Secondo i Gates i migliori risultati sono raggiungibili attraverso progetti finanziati “verticalmente” – interventi targettizzati su specifiche malattie – bypassando largamente gli esistenti sistemi sanitari nazionali e limitando, di fatto, lo sviluppo di nuovi nel sud del mondo. Viceversa, un modello di integrazione “orizzontale” con i sistemi sanitari pubblici non paga agli occhi dei venture philanthropists, che vogliono un pay-off misurabile velocemente e di grande impatto, specie per il proprio capitale reputazionale. Ciò sta contribuendo alla diffusione massiccia nel sud del mondo di sistemi sanitari “all’americana”. Quando nei prossimi decenni gli aiuti internazionali saranno ragionevolmente ridotti, o comunque la volatilità di questi non consentirà di garantire la stabilità dell’assistenza primaria di base, i principi di eguaglianza ed universalità del diritto alle cure resteranno fuori la porta insieme a chi non è provvisto di assicurazione sanitaria privata. Avendo ostacolato senza mezzi termini la costituzione e lo sviluppo dei sistemi sanitari pubblici, la fondazione Gates ha contribuito a mantenere un regime di dipendenza che vincola la salute dei popoli del sud del mondo alla presunta generosità dei super-ricchi di turno in Occidente.
(…)
La “venture philanthropy” è il risultato di un sistema iniquo che favorisce enormi ricchezze e atroci disparità: tagliando contemporaneamente le tasse per i super ricchi e gli investimenti in servizi sociali e sanitari pubblici il sistema crea allo stesso tempo la capacità della filantropia privata e il bisogno di questa. Appellarci alla generosità dei miliardari non è la soluzione per la salute globale, così come per lo sviluppo dei paesi del sud del mondo in generale. Occorre un sistema che non crei mega-miliardari e il bisogno della loro generosità per redistribuire le briciole. Il filantrocapitalismo non rappresenta soltanto un utile “distrazione di massa” ma un pericoloso deterrente per eventuali cambiamenti – anche solo in senso riformista – di politica economica.
(…)
E’ stata venduta al mondo l’idea che la soluzione ai problemi dell’umanità sia la filantropia, quando in realtà è una parte significativamente rappresentativa del problema. Il mondo della cooperazione tutto si sta mettendo in riga di fronte all’affermazione di questo modello; la fondazione Gates ha regolare accesso ai leaders globali e finanzia quotidianamente centinaia di università, organizzazioni internazionali, ONG e media. Può contare sulla sua forza economica per silenziare gli esperti dello sviluppo più critici ma generalmente non ce n’è bisogno, la sua voce è diventata la più influente nel mondo della cooperazione e sembrano tutti pronti ad allinearsi a questa. L’influenza della fondazione è così pervasiva da rendere impossibile per molti attori dello sviluppo esporsi pubblicamente contro le politiche promosse dai Gates fintanto che la loro esistenza materiale e quella delle loro organizzazioni dipende da questo colosso della carità business-friendly.”

Da Cooperazione internazionale e filantrocapitalismo: il caso più eclatante (II parte), di Marco Mercuri.

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Né non-governative né caritatevoli

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“Dato il grande successo delle rivoluzioni colorate negli anni 2000 in diversi Paesi in Europa orientale o repubbliche ex-sovietiche, sono state identificate le missioni politiche di molte ONG (Organizzazioni Non Governative). Sotto il falso pretesto di esportare democrazia, diritti umani e libertà di espressione, tali organizzazioni, in sostanza delle GO (organizzazioni governative), seguono gli ordini degli strateghi della politica estera dei Paesi occidentali. In quest’ambito, il premio va sicuramente agli Stati Uniti per l’elevata potenza assoluta, difficile da eguagliare. In effetti, il Paese dello Zio Sam ha un’ampia gamma di organizzazioni politiche e di beneficenza specializzate nella destabilizzazione non violenta dei Paesi considerati “non-friendly” o “non-vassalli”. Tali organizzazioni hanno quadri politici prescelti, risorse materiali colossali e finanziamenti regolari. Agendo metodicamente, le tecniche utilizzate sono estremamente efficaci soprattutto contro Paesi autocratici o con gravi problemi socio-economici. Le agenzie d’esportazione della democrazia più note sono USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), NED (National Endowment for Democracy), IRI (International Republican Institute), NDI (National Democratic Institute), Freedom House e OSI (Open Society Institute). Tranne l’ultima, tali organizzazioni sono finanziate dal governo degli Stati Uniti. L’OSI, nel frattempo, fa parte della Fondazione Soros, dal nome del fondatore George Soros, miliardario e illustre speculatore finanziario statunitense. Inutile dire che Soros e la sua fondazione collaborano con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti per la “promozione della democrazia”. E la lista delle conquiste è eloquente: Serbia (2000), Georgia (2003), Ucraina (2004), Kirghizistan (2005) e Libano (2005). Nonostante certi gravi errori, Venezuela (2007) e Iran (2009), il successo è stato ancora una volta raggiunto con l’impropriamente denominata “primavera” araba (2011). Il coinvolgimento delle agenzie degli Stati Uniti nell’”esportare” la democrazia è stata chiaramente dimostrata nelle rivolte che hanno scosso i Paesi arabi “prioritari”, Tunisia ed Egitto, e quelli con una guerra civile ancora in corso, Libia, Siria e Yemen. L’efficienza relativa con cui furono destabilizzati e l’apparente spontaneità riflettono il ruolo di cavallo di Troia di tali “ONG”, sostenute da una rete di attivisti indigeni adeguatamente addestrati da enti specializzati.”

ONG: Organizzazione Non Grata di Ahmed Bensaada continua qui.

You stink: protesta popolare o destabilizzazione “colorata” a Beirut?

you_stink_birthday_card-rf4bea26ce3ac4912beeaae8d6251a14b_xvuat_8byvr_512Da settimane la capitale del Libano è sconvolta da manifestazioni antigovernative. Il pretesto iniziale per queste manifestazioni, che appaiono ben organizzate e coinvolgono una media di 20.000 o 25.000 persone, è la mancata raccolta dei rifiuti che ha causato indubbiamente disagi alla cittadinanza. Ma è credibile che per un motivo del genere vada avanti da settimane una protesta politica che ora chiede le dimissioni del governo e nuove elezioni? E’ possibile che solo per questo i manifestanti invochino una “rivoluzione” che sconvolga gli equilibri faticosamente raggiunti con gli accordi di Taez tra le fazioni che posero fine alla guerra civile degli anni ’70?
Il Libano è da molti mesi bloccato dal fatto che i due principali schieramenti contrapposti non riescono ad accordarsi sulla nomina del nuovo Presidente che per costituzione deve essere un cristiano. Lo schieramento definibile come “progressista” che aveva finora governato  è quello che fa capo ai partiti sciiti Hezbollah e Amal, ed ai cristiani nazional-progressisti del generale Aoun. Questo schieramento è su posizioni antisioniste e filo-siriane.
Le agguerrite milizie di Hezbollah, sostenute dall’Iran, dopo aver clamorosamente costretto Israele a ritirarsi dal Libano nel 2000 e dopo aver frustrato nel 2006 l’ultimo tentativo di Israele di invadere il Libano, combatte ora a fianco dell’esercito siriano e si oppone ai tentativi dei jihadisti provenienti dalla Siria (come l’ISIS o Al Nusra) di fare irruzione anche in Libano. Lo schieramento opposto è quello che fa capo al partito sunnita legato all’Arabia Saudita, egemonizzato dalla potente famiglia Hariri. Suoi alleati sono i cristiani di estrema destra (già responsabili del massacro di Sabra e Chatila del 1982), ora guidati dal famigerato fascistoide Geagea. Questo schieramento appoggia i cosiddetti “ribelli” siriani e flirta con Israele e con gli USA.
A questo punto non è difficile intravvedere nei disordini in corso un nuovo tentativo di “rivoluzione colorata”  come quelli già attuati nel colpo di stato contro il governo di Milosevic in Jugoslavia tramite il gruppo pseudo-rivoluzionario e studentesco “Otpor”;  in Ucraina con la “rivoluzione arancione” che portò al potere Yuschenko e la Timoschenko e poi, dopo il fallimento di questa “rivoluzione”, con il colpo di Stato di piazza Maidan; in Georgia con la “rivoluzione delle rose”, ecc. Anche le cosiddette “primavere arabe” rientrano in questo schema: sono state mandate in piazza persone inizialmente attratte da parole d’ordine formalmente “progressiste”, che poi si sono trasformate in incubi jihadisti appoggiati dall’esterno, come in Libia o in Siria, o hanno portato al potere la “Fratellanza musulmana” come in Egitto.
Anche a Beirut i manifestanti, organizzati presumibilmente dalle solite ONG “umanitarie” internazionali che in realtà sono iscritte nel libro paga della CIA, esibiscono slogan “progressisti” come quello di richiedere che il sistema elettorale non si basi più sulle tre confessioni principali (musulmani sciiti o sunniti, e cristiani) ma diventi laico. Dietro questi paraventi ideologici atti a sedurre settori della gioventù borghese progressista si intravvedono però le mire dei monarchi oscurantisti dell’Arabia Saudita e degli altri emirati feudali del Golfo, e dei loro alleati come USA, Turchia, Francia e Gran Bretagna. In questa fase i disordini servirebbero solo a destabilizzare il governo libanese che finora, anche perché spaventato dalla prospettiva di un’estensione della ribellione jihadista anche al Libano, ha di fatto sostenuto il governo di Bashar Al-Assad che resiste ai jihadisti in Siria.
Anche lo slogan assunto dai manifestanti testimonia dell’attenta programmazione della protesta che certamente gode del supporto di abili agenzie pubblicitarie come già le precedenti “rivoluzioni colorate”. A Belgrado lo slogan unificante era “Resistenza!”, a Kiev “E’ ora!”, a Tiflis “Basta!”. A Beirut è “You stink!”, ovvero “Voi puzzate!” rivolto al governo libanese (giocando sulla presenza della spazzatura in strada, fenomeno “normale” per un napoletano, come chi scrive). La strategia del caos in tutto il Vicino Oriente portata avanti dagli USA va avanti inesorabilmente. Ma il Libano degli Hezbollah è un osso duro, così come la Siria di Bashar Al-Assad che resiste ostinatamente da 4 anni e mezzo ad una potente coalizione internazionale (cosiddetti “Amici della Siria”, oggi “Gruppo di Londra”) che vorrebbe fare a pezzi il Paese, come già riuscito in Libia e – parzialmente – in Irak.
Vincenzo Brandi