L’Arabia Saudita mette l’Algeria su una lista nera di Paesi «poco impegnati» nella lotta contro il terrorismo

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L’informazione può sembrare tratta da un film di fantascienza, tanto è impensabile vedere una monarchia, il cui solo nome evoca l’estremismo e il terrorismo, mettere fuori legge un Paese, l’Algeria, che ne è stato la prima vittima e il cui tributo pagato per combattere le orde organizzate dagli sponsor wahabiti è stato molto pesante. Dunque, l’informazione è ufficiale. Il Ministero degli Esteri saudita ha appena incaricato le autorità competenti del Paese (i ministeri dell’Industria e del Commercio e il Consiglio della valuta saudita), chiedendo loro di dar prova di «maggior vigilanza» nelle transazioni finanziarie con undici Paesi, fra cui l’Algeria, al fine di «contrastare i rischi di coinvolgimento in casi di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo». L’informazione è riportata dal giornale saudita Mekka, nella sua edizione di domenica 17 maggio. Il governo saudita accusa questi paesi (Algeria, Ecuador, Etiopia, Indonesia, Myanmar, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen) di «non rispettare gli impegni assunti nel quadro del Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (Gafi). Il rapporto cita anche l’Iran e la Corea del Nord nella sua lista di Paesi «che rifiutano ogni forma di cooperazione» nella lotta contro questi due flagelli. Nella sua direttiva alle istituzioni interessate, il Ministero degli Affari Esteri saudita elenca otto misure da «applicare rigorosamente» nelle loro relazioni finanziarie con gli undici Paesi citati. Prima di queste misure, «l’applicazione di condizioni più rigorose nell’identificazione dei clienti, al fine di conoscere l’identità del vero beneficiario prima di qualsiasi transazione con le persone fisiche o giuridiche nei Paesi che presentano una debolezza nei loro dispositivi o che non applicano le raccomandazioni del Gafi contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo». A questo proposito, il ministero raccomanda anche di «rispettare scrupolosamente le note di avvertimento stabilite dal Gafi e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o della commissione incaricata dell’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in materia». Altra misura notificata dalle autorità saudite, «fornire un aggiornamento istantaneo delle condizioni enunciate nel quadro della lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, e prendere le misure preventive necessarie per una migliore sicurezza di tutte le transazioni effettuate con le parti attinenti ai Paesi in questione». La nota chiede anche di «assicurarsi che tutte le transazioni commerciali stabilite con le parti relative ai Paesi oggetto dei bollettini di avvertimento siano a fini economici e chiaramente legali» e di «identificare i veri beneficiari». Ultime misure, infine, «consultare i siti web delle organizzazioni individuate in maniera regolare e periodica, cercare altre fonti d’informazione affidabili e prendere le misure adeguate a seguito di quanto vi è diffuso». Il rapporto indica, inoltre, che questo nuovo dispositivo sarà trasmesso al segretariato del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’Arabia Saudita aveva impedito a un aereo di Air Algérie di atterrare a Sana’a per il rimpatrio di cittadini algerini e nordafricani dallo Yemen. Un’informazione confermata dal pilota della compagnia aerea nazionale, ma smentita dal nostro Ministero degli Affari Esteri. Questo nuovo episodio – che i nostri leader si affretteranno probabilmente a smentire ancora una volta – è una chiara indicazione che i Paesi del Golfo classificano l’Algeria come un Paese «recalcitrante» da «sorvegliare attentamente», per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare contro gli Houthi. Prova ne è che Stati arabi come il Marocco e la Giordania non sono interessati dalla lista nera di Riyadh che ha come chiari obiettivi regimi non monarchici. Ma su questo ci torneremo.
R. Mahmoudi

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Una bomba saudita sul divano di casa?

Civili yemeniti miracolati da una bomba inesplosa caduta sulla loro abitazione

Dozzine di residenti nella capitale dello Yemen hanno evitato probabili ferite o conseguenze ben peggiori dopo che una bomba, che si pensa sia stata lanciata dalla coalizione a guida saudita, è caduta in una zona residenziale senza esplodere. Un testimone ha raccontato a RT che l’azione mirava ad un’area abitata esclusivamente da civili.
Appena un giorno dopo che il “cessate-il-fuoco umanitario” era terminato in Yemen, gli abitanti di una zona densamente popolata al centro di Sana’a sono scampati fortunosamente alla morte dopo che una bomba di un metro e mezzo ha distrutto il soffitto di un appartamento, devastando le mura ed il mobilio.
I residenti terrorizzati sono accorsi presso l’abitazione per esaminare la scena dopo essersi accertati della mancata detonazione. Foto surreali sono state postate dai testimoni su Twitter, con la bomba ferma su ciò che sembra essere un divano.
RT ha contattato un testimone, Hussein Al-Bukhiti, che racconta che la bomba è stata sganciata su di un palazzo vicino a dove vive e che al momento era pieno di persone.
“E’ una zona completamente civile, non ci sono edifici militari, o postazioni anti-aereo”, sottolinea Al-Bukhiti, aggiungendo che se la bomba fosse scoppiata ci sarebbero state “centinaia” di vittime, principalmente donne e bambini.
Non esistono rifugi anti-bombardamento, quindi l’unico posto in cui i civili yemeniti possono cercare protezione durante i raid aerei sono le proprie case, dice Al-Bukhiti.
L’incidente ha avuto luogo durante le prolungate incursioni aeree contro i ribelli sciiti Houthi, lanciate dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati in Yemen, e la popolazione locale ne ha considerato responsabile la coalizione.
Secondo Al-Bukhiti, “l’aggressione saudita sta colpendo tutta la nazione, nonostante il Paese sia popolato da 25 millioni di persone… dall’alto numero di morti si capisce che stanno attaccando qualsiasi cosa in Yemen”. Egli poi descrive gli incessanti attacchi che hanno colpito Sana’a “ogni giorno se non ogni ora” dal 26 marzo, ad eccezione del recente periodo di 5 giorni di cessate-il-fuoco.
Comunque egli aggiunge che la coalizione non ha rispettato il cessate-il-fuoco altrove, con la parte settentrionale della provincia di Saada, una roccaforte Houthi, quotidianamente sotto attacco.
Il testimone ha accusato la coalizione a guida saudita per crimini di guerra: “L’unica cosa che loro hanno fatto a Sadah, capitale della provincia di Saada, è stata quella di lanciare dei volantini in cui si chiedeva a tutta la popolazione della provincia di lasciare l’intera zona perché essa sarebbe stata dichiarata obiettivo militare e ogni luogo sarebbe stato bombardato. Questo è un crimine contro l’umanità perché come puoi tu chiedere ad un milione di persone di partire dopo un blocco di due mesi, senza che la gente abbia benzina per l’uso delle proprie auto, con tutti i ponti e le strade del Paese che sono stati distrutti. Non c’è modo per molta gente di andare via o di rifugiarsi, perché ogni area è stata colpita.”
Gli attacchi sono ricominciati nonostante una richiesta delle Nazioni Unite di estendere la tregua per permettere la consegna di cibo, benzina e medicine alle regioni devastate dello Yemen. Centinaia di persone sono fuggite dalle zone più colpite di Sana’a, mentre gli aerei della coalizione colpivano ripetutamente i depositi e le postazioni militari tenute dai ribelli. Gli attacchi hanno anche colpito la città meridionale di Aden, dove le forze leali al presidente rimosso Abd-Rabbu Mansour Hadi hanno combattuto con gli Houthi e le forze leali all’ex uomo forte Ali Abdullah Saleh.
Secondo l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite UNHCR, in un bilancio che data il 15 maggio, 1.849 persone sono state uccise e 7.394 ferite.
Con l’Arabia Saudita che addestra i combattenti anti-Houthi al confine yemenita, nonostante le trattative con l’ONU e la promessa di un impegno a trovare una soluzione diplomatica alla crisi, i cittadini di Sana’a temono che il peggiore degli scenari, con battaglie in strada e la completa devastazione, stia per arrivare.
“Presto Sana’a sarà come Aden e Taiz… C’è stata una grande preparazione già da prima del cessate-il-fuoco e credo che adesso ci sarà una grande battaglia”, un membro di una tribù della provincia centrale di Ibb ha detto al Financial Times.
I rapporti informativi dicono che un capo militare sunnita, il General Maggiore Ali Mohsen Al-Ahmar, sia diventato una figura di spicco nelle forze anti-Houthi finanziate dai Sauditi. Si pensa che Al-Ahmar, ritenuto un’islamista, sia uno degli orchestratori nella pianificazione della campagna militare in Yemen, sollevando preoccupazioni a riguardo del fatto che gli Islamisti possano prendere il potere nella nazione del Golfo se l’operazione di terra contro gli Houthi avesse succcesso.

Fonte – traduzione di M. Janigro

“I signori della droga hanno ballato di gioia, quando gli USA mi hanno messo all’indice” – il capo dell’anti-droga in Russia

I cartelli internazionali della droga hanno beneficiato delle sanzioni degli Stati Uniti volte a isolare la Russia, il capo dell’anti-droga Viktor Ivanov ha detto a Russia Today. Egli ha anche respinto le accuse portate contro di lui durante le udienze del caso Litvinenko a Londra come “una farsa”.

RT: Un anno fa, il 20 marzo 2014, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama – abbastanza sorprendentemente per chiunque, e probabilmente anche per lei – ha emesso un Ordine Esecutivo che l’ha inclusa nella lista nera delle persone soggette alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Per quale motivo lei pensa che lo abbia fatto?
Viktor Ivanov: In effetti, è stata davvero una sorpresa, non solo per me, ma anche per i miei colleghi americani, funzionari dell’amministrazione presidenziale e della Drug Enforcement Administration (DEA). In realtà essi mi hanno detto che questa decisione era venuta direttamente dal vertice. Vorrei far notare che mettere il capo dell’agenzia russa di controllo della droga su una lista nera non ha comportato nulla di buono né per gli Stati Uniti né per la Russia. Gli unici a beneficiare di questo sono stati i trafficanti internazionali di droga, e credo che i signori della droga abbiano ballato di gioia nel vedere la fine di una così forte collaborazione anti-droga. Continua a leggere

L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!

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Andre Vltchek per rt.com

Sanzioni, guerra psicologica, propaganda, finanziamento delle opposizioni, sostegno ai vicini ostili – l’Occidente ha provato ogni cosa per colpire l’Eritrea. Ma è ancora qui, indefessa e orgogliosa, in marcia.
Qualcuno la chiama “Cuba d’Africa”, o potrebbe anche essere chiamata “Vietnam d’Africa”, ma la verità è che l’Eritrea è come nessun’altra nazione della Terra, ed è felice di rimanere così, unica.
“Non vogliamo essere etichettati” mi viene detto ripetutamente ogni volta che chiedo se l’Eritrea sia una nazione socialista.
“Guarda ad Amìlcar Cabral del Guinea Bissau”, mi dice Elias Amare, uno dei maggiori scrittori e pensatori in Eritrea che è anche Senior Fellow al “Centro per la costruzione della pace nel Corno d’Africa”. “Cabral diceva sempre: ‘Giudicateci per ciò che facciamo concretamente’. La stessa cosa può essere applicata per l’Eritrea.”
La maggioranza dei leader dell’Eritrea e la maggioranza dei suoi pensatori sono marxisti o almeno i loro cuori sono molto vicini agli ideali socialisti. Ma c’è molto poco da parlare di socialismo qui e non ci sono quasi bandiere rosse. La bandiera nazionale dell’Eritrea è al centro di tutto ciò che accade, mentre l’indipendenza, l’autosufficienza, la giustizia sociale e l’unità dovrebbero essere considerati come pilastri di base dell’ideologia nazionale.
Secondo Elias Amare:
“L’Eritrea ha registrato un successo, un obiettivo sostanziale, in ciò che le Nazioni Unite definiscono “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, in primo luogo garantendo a tutti un’educazione primaria; assicurando l’emancipazione femminile e l’eguaglianza delle donne in tutti i campi. Per quanto riguarda la sanità, è stata raggiunta una drastica diminuzione della mortalità materna. A riguardo l’Eritrea è considerata d’esempio in Africa; poche altre nazioni hanno ottenuto così tanto. Quindi, al di là di tutti gli ostacoli che la nazione incontra, il quadro generale è positivo”.
“L’Eritrea continua sul percorso dell’indipendenza nazionale. Ha una idea progressiva della costruzione della sua unità nazionale. L’Eritrea ha una società multietnica e multireligiosa. Al suon interno ha nove gruppi etnici e due religioni principali: cristianesimo e Islam. Le due religioni coesistono armoniosamente e ciò è principalmente dovuto alla cultura tollerante che la società ha costruito. Non ci sono conflitti o animosità fra i gruppi etnici o religiosi. Il governo e le persone vogliono mantenere questa unità nazionale”.
Ma è davvero l’Eritrea una nazione socialista? Lo voglio sapere e insisto. “Cercalo da te”, mi viene detto ripetutamente. Continua a leggere

La birra nordcoreana può portarti in galera

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“Oggi, la posizione numero uno della classifica dei ricercati è occupata da Kim Jong-Un, l’attuale leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC). Kim, nipote di Kim Il-Sung, fondatore della RPDC e riverita figura di combattente nella resistenza contro gli occupanti giapponesi, rappresenta la terza generazione dei suoi familiari che occupa il posto di comando. Gli opinionisti occidentali invariabilmente ridicolizzano questo fenomeno bollandolo come successione ereditaria, mentre convenientemente fanno finta di non accorgersi di oltre 80 anni di successione ereditaria del potere nel fedele alleato saudita. Gli altri Hussein, la famiglia reale al potere in Giordania fin dall’indipendenza del Paese, non sono mai allo stesso modo svillaneggiati dalla stampa occidentale. Anche loro sono fedeli amici degli Stati Uniti e dei leaders europei.
La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha seguito a lungo una solitaria via di autosufficienza ed autodeterminazione che i loro leader chiamano JUCHE.
Durante l’epoca sovietica, la RPDC mantenne formali ma distanti relazioni con la comunità socialista, insistendo nel percorrere la propria via. Molti osservatori d’area videro questo approccio al Marxismo-Leninismo come eccessivamente volontaristico, cioè, eccessivamente basato sulla capacità di uomini e donne di fronteggiare le condizioni oggettive e gli impedimenti materiali.
Si è detto che la politica estera della RPDC è stata una notevole messa in pratica della filosofia JUCHE.
Nello stesso tempo, l’atteggiamento della RPDC nei confronti delle altre Nazioni è stato profondamente influenzato dalle esperienze della guerra di Corea a metà del secolo passato. La quasi totale distruzione della parte settentrionale della penisola coreana dall’aeronautica degli Stati Uniti e la loro politica della terra bruciata lasciarono la Nord Corea determinata a trovare un deterrente affinché non potesse ripetersi una tale catastrofe. Trovarono questo deterrente nello sviluppo delle armi atomiche. A fronte del tentativo di Stati Uniti e NATO di riordinare il mondo ad immagine e somiglianza dell’Occidente sin dalla caduta del potere sovietico, questa decisione, col senno di poi, appare esser stata saggia ed efficiente.
Nonostante la RPDC sia rimasta in pace per oltre sessant’anni, il governo degli Stati Uniti e i suoi media servili e smidollati hanno continuato la loro spietata campagna di aggressione e calunnia.
Non diversamente dalle campagne del terrore e delle fandonie ordite contro Cuba socialista, la Repubblica Popolare di Corea è stata dipinta come una terra di prigioni e deprivazione. Molto dell’immaginario isterico viene dai fuoriusciti, in particolare Shin Dong-Hyuk. La storia di Shin è stata arrangiata in un libro da un giornalista del Washington Post, Blaine Harden con il sinistro titolo: “Fuga dal campo 14: la notevole odissea di un uomo, dalla Corea del Nord alla libertà in Occidente” Il libro fu positivamente recensito da ogni maggiore testata amica dell’Occidente. Un membro della prima commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sugli abusi contro i diritti umani in Nord Corea per quanto riferito ha citato Shin come l'”unica e più forte voce” sulle atrocità all’interno dei campi nordcoreani.
La Corea del Nord ha ufficialmente risposto diffondendo un video del padre e dei familiari di Shin che lo denunciano come bugiardo in fuga da un’accusa di stupro.
Naturalmente, NESSUNO nei media capitalisti di oggi ha riconosciuto credibilità alcuna a questa protesta. Allo stesso modo nessuno dei giornalisti occidentali ha seriamente ascoltato altri fuoriusciti che hanno contestato i dettagli descritti da Shin. La sua storia è troppo buona, troppo spettacolare per metterla in dubbio.
Sfortunatamente non lo è. E sfortunatamente nessuna sorta di confessione potrebbe convincere i gretti media occidentali, le Nazioni Unite o le prevenute associazioni per i diritti umani. Essi hanno avuto tale confessione il 16 di Gennaio, quando Shin ha ammesso che parte della sua straziante storia era inventata. Con molto imbarazzo, ha evitato ogni ulteriore dichiarazione pubblica, anticipando che avrebbe fornito ulteriori spiegazioni.
Il britannico Independent riporta: “Gli attivisti per i diritti umani hanno riferito che ciò può significativamente rallentare la campagna per accusare Kim di crimini contro l’umanità”. E si spera! Si spera che il fatto che la principale fonte per la demonizzazione di Kim abbia ammesso di aver mentito possa spingere i gruppi per la tutela dei diritti umani a riconsiderare la propria campagna. Può essere che alcuni movimenti per i diritti umani siano tanto corrotti quanto i media occidentali che hanno propinato al pubblico la farsa di Shin.
Pur con scarsezza di prove, gli opinionisti americani ed europei costantemente ci ricordano che la Nord Corea è un cupo e depresso paesaggio popolato da gente che muore di fame ed è affamata di libertà. Un fotografo commerciale di Singapore, Aram Pan ha letto ed ascoltato questi crudi giudizi. Come riportato dalla testata conservatrice britannica Daily Mail lo scorso maggio:
“Quando un uomo di Singapore vede soddisfatto il desiderio di visitare la Corea del Nord, cerca di farsi coraggio per affrontare le scene di terre aride e gente veramente molto triste che ha visto in un documentario di “Panorama” sulla BBC”.
Ma quello che ha trovato lo ha mandato fuori di testa per tutte le più giuste ragioni.
All’interno dell’enclave comunista nel 2013, il fotografo Aram Pan ha visto con i propri occhi mercati brulicanti di gente, uomini e donne che si divertono all’interno di un parco acquatico di foggia occidentale ed ettari su ettari di campi pronti per il raccolto, frantumando tutte le sue illusioni su cosa potesse riservare una vacanza in Nord Corea.
Sebbene si aspettasse difficoltà per comunicare con uno Stato che supponeva riservato e segreto, il sig. Pan ha spiegato: “Ho inviato diverse mail a molti contatti nordcoreani, tutti erano facilmente reperibili online con una facile ricerca. Un giorno uno di loro mi ha risposto ed ho incontrato una loro rappresentanza. E’ stato molto più facile di quanto mi aspettassi”.
Dopo due visite, l’incongruenza delle descrizioni date dai media ufficiali con quello che effetivamente aveva avuto modo di vedere, imbarazzò Pan: “Tornando per il mio secondo viaggio, ho potuto comprendere molte cose. Ho viaggiato da Pyongyang ad Hyangsan, da Wonsan a Kumgangsan, a Kaesong e ritorno. Le cose che ho visto e fotografato mi hanno convinto che la situazione non è poi così male come mi ero aspettato”.
“La gente sembra condurre la propria vita quotidiana in modo semplice e tutto sembra incredibilmente normale. Qualcuno dei miei amici mi ha detto che tutto quello che ho visto deve essere falso e che quello che ho fotografato non era altro che una messinscena di massa”.
“Ma più riflettevo su questa prevenzione, più mi convincevo che non aveva senso… come si può fabbricare e mettere in scena miglia e miglia di campi solo perchè i miei occhi potessero vederli, come si può far fingere migliaia di persone che sembrano condurre una vita normale?”
Le foto di Pan possono essere viste in questo sito.
In un altro fulgido esempio di come un alleato degli Stati Uniti sia saldamente onorato al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, la Repubblica della Corea (la Corea del Sud n.d.t.), il vicino meridionale capitalista della Corea del Nord, ha espulso l’americana-coreana Shin Eun-Mi per aver “lodato” la Corea del Nord in alcune conferenze a Seul. Secondo un articolo della scorsa settimana del Deutsche Welle la signora Shin, nativa della California e con nessun legame di parentela con Shin Dong-Hyuk “ha fatto arrabbiare le autorità della Corea del Sud quando ha detto che un certo numero di nordcoreani che vivono nella Corea del Sud sarebbero ritornati volentieri nella loro patria, causa della difficoltà di vivere nel Sud. La signora Shin ha anche detto che molti nordcoreani sono fiduciosi che il nuovo giovane leader della Nazione comunista possa migliorare la qualità della vita del “regno eremita”.
La scrittrice ha inoltre tessuto le lodi della birra nordcoreana che ha detto essere molto meglio delle insipide birre del Sud.
Sembra proprio che preferire la birra nordcoreana possa portarti in galera per più di dieci anni.”

Da Pazzie dell’Impero, di Zoltan Zigedy.

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Interventismo occidentale e mentalità coloniale

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Tim Anderson per telesurtv.net

L’eredità coloniale ancora presente nelle culture imperialiste ha portato a ribaltare il significato delle parole attraverso la colonizzazione del linguaggio progressista e la banalizzazione del ruolo degli altri popoli.

In questi tempi di ‘rivoluzioni colorate’ il linguaggio è stato ribaltato. Le banche sono diventate i protettori dell’ambiente naturale, i fanatici settari sono ora ‘attivisti’ e l’impero protegge il mondo dai più grandi crimini, di cui non è mai responsabile.
La colonizzazione della lingua è in atto in tutto il mondo, fra le popolazioni con alti livelli di istruzione, ma è particolarmente virulenta nella cultura coloniale. ‘L’Occidente’, l’autoproclamatasi epitome della civiltà avanzata, sta reinventando con vigore la propria storia, col fine di perpetuare la mentalità coloniale.
Scrittori come Fanon e Freire hanno notato che i popoli colonizzati hanno subito danni psicologici e che è necessario ‘decolonizzare’ le loro menti, al fine di renderli meno deferenti verso la cultura imperiale e di affermare i valori positivi delle loro culture. D’altra parte, l’eredità coloniale è ben evidente nelle culture imperiali. I popoli occidentali continuano a mettere la loro cultura al centro o a considerarla universale, e hanno difficoltà ad ascoltare o ad imparare dalle altre culture. La modifica di ciò richiede uno sforzo notevole.
Le potenti élites sono ben consapevoli di questo processo e cercano di cooptare le forze vitali all’interno delle loro società, colonizzando il linguaggio progressista e banalizzando il ruolo degli altri popoli. Per esempio, dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, venne promossa l’idea che le forze della NATO stessero proteggendo le donne afghane ed essa ottenne molta popolarità. A dispetto dell’ampia opposizione all’invasione e all’occupazione, questo fine umanitario faceva appello al sentimento missionario della cultura occidentale. Nel 2012, Amnesty International poteva innalzare cartelli che affermavano ‘NATO: sosteniamo il progresso’, in riferimento ai diritti delle donne in Afghanistan, mentre l’Istituto George W. Bush raccoglieva fondi per promuovere i diritti delle donne afghane.
Il bilancio della situazione, dopo tredici anni di occupazione NATO, non è però così incoraggiante. Il rapporto 2013 dell’UNDP mostra che solo il 5,8% delle donne afghane ha un’istruzione secondaria (la settima posizione più bassa al mondo), la donna afghana ha una media di 6 figli (un tasso pari al terzo più alto del mondo, e legato al basso livello d’istruzione), la mortalità materna è di 470 su 100,000 (pari alla nona-decima fra le più alte del mondo) e l’aspettativa di vita è di 49,1 anni (pari alla sesta più bassa del mondo). Questo ‘progresso’ non è di certo impressionante. Continua a leggere

Il mostro da Firenze

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Quando la mancanza di dignità impedisce di tacere.
Il Presidente del Consiglio si è esibito in una delle solite sparate da gradasso. Ma questa volta la cosa è più grave del solito, perché renzie, per mettersi in mostra, ha usato un fatto particolarmente drammatico: l’attacco contro una scuola dell’esercito a Peshawar, dove sono morti oltre 130 fanciulli.

Quando, in Afghanistan, dieci bambine che stavano raccogliendo legna in un bosco vicino al loro villaggio, nel distretto di Chanarhar, sono saltate su una mina italiana, uccise, tu renzie, non gridasti.
Quando un caccia dei tuoi amici americani, chiamato a soccorrere un fortino assediato, uccise nove bambine, anch’esse occupate a far legna nel bosco, anche allora non ti sei sentito.
Quando, in Pakistan, 103 bambini vennero uccisi nel tentativo di eliminare quattro uomini, tre dei quali ancora vivi e il quarto morto per cause naturali, tu non parlasti.
E nemmeno dei 76 bambini uccisi dai tuoi amici della CIA nel tentativo di eliminare Ayman al Zawahiri, né dei sei tentativi di ammazzare Qari Hussain, dove morirono altri 13 bambini, tu mai parlasti.
Lo sai, renzie, che dal 2004 al 2013, per colpire 14 obiettivi con i droni, i tuoi amati americani hanno ucciso 142 bambini?
E hai mai pensato, renzie, al mezzo milione di bambini morti per il vostro embargo all’Irak? Lo dovresti sapere: il confronto televisivo fra la vostra amica Madeleine Albright e la giornalista Lesley Stahl è ormai famoso. Parlando delle sanzioni all’Irak, Lesley Stahl chiese all’allora ambasciatrice statunitense all’ONU: “Abbiamo saputo che sono morti più di mezzo milione di bambini. Voglio dire, è un numero che supera quello dei bambini morti a Hiroshima. Mi domando se non sia un prezzo troppo alto”. L’ambasciatrice americana rispose: “Riteniamo che sia il prezzo giusto da pagare”. Renzie, anche su questa ecatombe non sentimmo levarsi le tue grida.
E dei bambini di Fallujah, ti è mai importato? Lo sai che c’è un tasso di mortalità infantile che fa paura e più malformazioni che a Hiroshima? I medici, a Fallujah, hanno consigliato alle donne di non partorire. Nascono bambini senza occhi, senza orifizi, senza alcuni organi vitali, con tumori maligni al cervello e agli occhi, nascono bambini con due e tre teste. Anche su questo, renzie, non abbiamo sentito la tua voce.
Mille e mille esempi potrei ancora farti sui crimini orrendi compiuti dai tuoi amici americani, dei quali, col tuo silenzio, ti rendi complice.
Solo oggi i tuoi padroni ti chiedono di parlare? E allora, tu alzi la tua voce e gridi le tue menzogne al vento e urli a una massa addormentata.
Renzie, se avessi avuto ancora solo un briciolo di dignità, anche questa volta avresti taciuto.
Marcella Guidoni

Fonti:
Massimo Fini, Ma nessuno piange in occidente per le bambine afgane saltate su una mina (italiana)
Reprieve, You never die twice – multiple kills in the US drone program
Patrick Henningsen, Killing children: America’s undeclared war on the people of Pakistan
William Blum, Con la scusa della libertà, Marco Tropea ed., 2002, pag. 17
Layla Anwar, Falluja peggio di Hiroshima