La Risistemazione Globale

Di Peter Koenig per Global Research

Peter Koenig, economista e analista geopolitico, ha lavorato per la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei settori dell’ambiente e delle risorse idriche. Tiene lezioni nelle università in USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research e diverse altre testate.
È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – romanzo basato sui fatti e su trenta anni di esperienza alla Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche coautore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

Immagina, stai vivendo in un mondo che ti hanno detto sia una democrazia – e tu puoi persino crederci – ma in effetti la tua vita e il tuo destino sono nelle mani di pochi oligarchi ultra ricchi, ultra potenti e ultra disumani. Possono essere chiamati lo “Stato Profondo”, o semplicemente la “Bestia”, o qualsiasi altra cosa di oscuro e non rintracciabile – non ha importanza. Sono meno dello 0,0001%.
Per mancanza di una migliore espressione, per ora chiamiamoli “Oscuri Individui”.
Questi oscuri individui che pretendono di gestire il mondo non sono mai stati eletti. Non abbiamo bisogno di nominarli. Capirete chi sono, e perché sono famosi e perché alcuni di loro sono totalmente invisibili. Hanno creato strutture e organismi senza alcuna struttura legale. Sono pienamente al di fuori della legalità internazionale. Sono un’avanguardia per la Bestia. Può essere che ci siano svariate Bestie in competizione. Ma esse hanno lo stesso obiettivo: un Nuovo Ordine Mondiale (NOM) o un Unico Ordine Mondiale (UOM).
Questi oscuri individui stanno gestendo il Forum Economico Mondiale (in cui si riuniscono i rappresentanti della grande industria, dell’alta finanza e le grandi celebrità), il Gruppo dei 7 – G7, il Gruppo dei 20 – G20 (in cui si riuniscono i leader delle nazioni “economicamente più forti”). Ci sono anche entità minori, chiamate Bilderberg Society, Council on Foreign Relations (CFR), Chatam House e altre ancora.
I membri di tutte loro si sovrappongono. Persino la combinazione di questa avanguardia ampliata rappresenta meno dello 0,0001%. Si sono tutti sovraimposti sui governi nazionali sovrani eletti e sui governi costituzionali, e sulla struttura multinazionale a livello mondiale, l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Continua a leggere

Oltre la sudditanza psicologica

La dismisura, il gigantismo della tecnica che sovrasta e schiaccia la natura, la violenza predatoria, sono i fondamenti della società nordamericana. Dunque, non dovrebbero affatto sorprendere i metodi utilizzati dalle forze di polizia per garantire un ordine che si fonda sul monopolio dell’uso della violenza. Non dovrebbe neanche sorprendere il sistema del “due pesi due misure” con il quale i mezzi di informazione ed i vertici politici dell’“Occidente” a guida nordamericana si rapportano alle manifestazioni di protesta negli Stati Uniti o a quelle di Hong Kong, così come in qualsiasi altro Paese “non allineato”.
Uno degli effetti indubbiamente più deleteri degli oltre sette decenni di occupazione militare dell’Europa da parte di Washington è senza ombra di dubbio quello status mentale che porta a considerare ciò che avviene nel centro pseudoimperiale come qualcosa di determinante anche per la sua periferia. La sudditanza psicologica nei confronti degli Stati Uniti è arrivata ad un punto tale da scatenare vere e proprie tifoserie che sostengono le parti opposte nello spettacolo elettorale della democrazia americana, nella speranza che la vittoria dell’una o dell’altra possa per lo meno garantire un qualche miglioramento nella comunque ben accetta condizione di sottoposto.
Tale condizione ha subito un forte processo di estremizzazione nel corso delle elezioni presidenziali del 2016, che hanno portato alla vittoria del magnate Donald J. Trump, arrivata comunque in un momento di declino per la potenza talassocratica.
In questo contesto non si vuole in alcun caso riportare l’ormai stucchevole spettacolarizzazione propagandistica della lotta tra il Presidente ed il cosiddetto “deep state”. Chiunque abbia un minimo di familiarità con i meccanismi di potere nordamericani sa perfettamente che esiste un complesso industriale-politico-militare che persegue delle finalità geopolitiche e si muove in determinate direzioni, a prescindere da chi stia al vertice dell’impianto. Lo stesso processo di privatizzazione del Pentagono ha creato un sistema di contrattazione militare privata che si nutre di conflitto, ricavando da questo immani profitti. Basti pensare che, in piena pandemia, Washington ha votato contro una risoluzione ONU per il congelamento dei conflitti e delle sanzioni.
In questo senso l’attuale costruzione di una nuova retorica bipolare (in cui la Cina è presentata come un nuovo impero del male), oltre a garantire a Washington quel ruolo di guida democratica del “mondo libero” che gli USA non potrebbero permettersi di assumere in una condizione di multipolarità, serve essenzialmente a mantenere tale sistema in costante tensione.
Viene spesso enfatizzato il fatto che l’amministrazione Trump non ha scatenato alcun nuovo conflitto. Questa affermazione non trova alcun riscontro nella realtà geopolitica. In primo luogo, è un dato di fatto che le “guerre commerciali” sono guerre a tutti gli effetti e spesso rappresentano il preludio a più articolate azioni militari. In secondo luogo, ciò che ha impedito nuove azioni militari non è stata l’elezione di Trump, ma il rafforzamento dell’alleanza strategica tra Mosca e Pechino (fattore che aveva già spaventato la precedente amministrazione), la quale ha da subito lasciato intendere le sue posizioni, ad esempio, nel caso venezuelano e in quello iraniano. Lo stesso trumpismo, tra l’altro, non è affatto estraneo all’istinto eccezionalista che vorrebbe modellare il mondo a immagine e somiglianza degli USA. Si pensi, a questo proposito, al progetto di matrice bannoniana della New Federal China: ovvero l’idea di fare della Cina, liberata dal governo del PCC, una sorta di nuova CSI (la Comunità di Stati Indipendenti che soppiantò l’URSS dopo il suo crollo).
Quella che è stata definita come violenza predatoria (il saccheggio delle risorse petrolifere in Siria, ad esempio) è, di fatto, ciò che continua a garantire agli Stati Uniti una forza egemonica sufficiente per mantenere il dominio coloniale su un’Europa che ha rinunciato da tempo tanto alla volontà quanto alla decisione. Aspetti che hanno invece caratterizzato la sua tradizione politica prima del totale asservimento all’“Occidente”.
Ora, se l’Europa, in uno slancio di ritrovata autostima, volesse provare a riconquistare la propria sovranità, il primo passo da compiere sarebbe necessariamente l’identificazione del proprio nemico esistenziale e geopolitico. Questo nemico è l’America.”

Da Il nemico è l’America, di Daniele Perra.

Italia e UE votano per i missili USA in Europa

Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia.
Fu donata dall’URSS nel 1990 per celebrare il Trattato INF stipulato con gli USA nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in URSS).
Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri Paesi dell’Unione Europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato INF», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni.
L‘Unione Europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della NATO (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla UE) – si è così totalmente uniformata alla posizione della NATO, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati Uniti.
Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato INF.
Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina.
Il rappresentante russo all’ONU ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti». In altre parole ha avvertito che, se gli USA installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati Uniti).
Ignorando tutto questo, il rappresentante UE all’ONU ha accusato la Russia di minare il Trattato INF e ha annunciato il voto contrario di tutti i Paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo». Nella sostanza, quindi, l’Unione Europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari USA in Europa, Italia compresa.
Su una questione di tale importanza, il governo Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla UE che a sua volta si è accodata alla NATO sotto comando USA.
E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’ONU. Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di Non-Proliferazione, imponendo agli USA di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12.
Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli Italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati.
O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti.
Manlio Dinucci

Fonte

Cosa succederebbe se il mondo iniziasse ad usare la logica degli USA nelle sue relazioni con l’America?

Sei stato sanzionato! Sei stato bombardato! Sei stato invaso! Gli USA hanno una sfilza di punizioni pronte per gli Stati che secondo loro si stanno comportando male. Ma cosa succederebbe se il resto del modo adottasse gli stessi metodi con gli Stati Uniti?

Lo scorso giovedì è stato un giorno abbastanza strano. Gli USA non hanno imposto nuove sanzioni a qualcuno. A meno che non me ne sia accorto mentre ero disteso sul divano con la tendinite (curata in un giorno, sono lieto di dirlo, da mia moglie con la chiropratica).
Allo stato attuale gli USA utilizzano programmi attivi di sanzioni contro quasi 20 Paesi: dalla Bielorussia allo Zimbabwe. E sapete cosa? In linea di massima le ragioni che gli USA adducono per sanzionare questi Paesi potrebbero essere quasi ugualmente usate per sanzionare gli stessi USA.
Guardiamo le sanzioni recentemente reimposte all’Iran, alcune delle quali sono entrate in vigore il 6 Agosto, con altre valide dal 4 Novembre. Le punizioni finanziarie non colpiscono solo l’Iran. Con una tattica bullista particolarmente odiosa, sullo stile dei campetti scolastici esse colpiscono anche Paesi ed istituzioni finanziarie straniere che commerciano con l’Iran. La Repubblica Islamica è accusata di “comportamento maligno”. Di essere il leader, chiedo scusa, “LO Stato leader mondiale quale sponsor del terrore”.
In verità il crimine di Teheran è stato l’aiutare a sconfiggere il terrorismo, eufemisticamente descritto come “attività ribelle”, sostenuto dagli USA e i suoi alleati regionali in Siria.
Se le sanzioni dovessero essere imposte per “comportamento maligno” e per essere uno “sponsor del terrore” allora sarebbero gli USA a dover essere sanzionati, e non l’Iran. Inoltre, se noi seguiamo la logica statunitense, anche i Paesi e le istituzioni finanziarie che fanno affari con l’America dovrebbero essere colpiti. Provate solo a immaginare le proteste di Washington se l’Iran avesse annunciato lo stesso tipo di misure complessive contro aziende e banche che fanno affari con gli USA che gli Stati Uniti hanno annunciato contro aziende e banche che fanno affari con Teheran. Ma esse sarebbero giustificate, se seguissimo il modo di ragionare del Dipartimento di Stato. Continua a leggere

Libia oggi

Che il governo italiano in carica voglia ripristinare un rapporto di collaborazione strategica con la Libia, in qualche modo rifacendosi alla politica -peraltro bipartisan- applicata prima dell’aggressione NATO del 2011 e che era culminata nella firma del Trattato di Amicizia a Bengasi nel 2008, è cosa buona e giusta, non solo nell’intento di cercare una soluzione alla questione migratoria.
In questo senso, è comprensibile l’odierno viaggio del ministro dell’interno Matteo Salvini a Tripoli per incontrare le locali autorità, ma proprio qui sta il problema visto che il governo libico di Fayez Al-Sarraj sostenuto dall’ONU ha un controllo a dir poco parziale del territorio nazionale, e persino della stessa capitale, suddivisa fra le varie milizie.
In Cirenaica, frattanto, l’esercito nazionale libico del (mai defunto) generale Haftar è impegnato a sradicare le ultime resistenze islamiste nella città di Derna, dopo aver ripreso il controllo dei terminali petroliferi sulla costa. Ciò non senza l’aiuto, quantomeno diplomatico e finanziario, dell’alleato francese.
Molto probabilmente, quindi, le posizioni assunte dalla Francia del presidente Macron in queste ultime settimane sulla (asseritamente inesistente) crisi migratoria italiana vanno lette tenendo conto anche di questi fatti, e della competizione in corso per assicurarsi il controllo della situazione in Libia.
Con un terzo incomodo rappresentato dalle azioni USA/NATO, che dal 2016 hanno ripreso di buona lena l’attività dei velivoli senza pilota in partenza dalla base siciliana di Sigonella, indirizzata contro obiettivi terroristici in particolare nella città libica di Sirte, allora in mano a gruppi affiliati allo Stato Islamico.
Insomma, trattasi di una situazione altamente caotica che sarà difficile stabilizzare in breve tempo ma che merita di essere affrontata con decisa prontezza se l’Italia non vuole che il Mar Mediterraneo si trasformi in un pantano nel quale rischia seriamente di rimanere catturata.
Federico Roberti

Per un’Europa della libertà e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi

Fulvio Grimaldi intervista alcuni esponenti dell’opposizione al governo Tsipras in Grecia.

F.G. Cos’è il Plan B?
Alekos Alavanos (economista, psicoterapeuta, già presidente di Synaspismos e poi capogruppo di Syriza, oggi segretario della formazione “Plan B”, staccatasi da Syriza dopo il referendum consultivo del luglio 2015) E’ un’idea alternativa per una politica totalmente diversa rispetto a quelle dettateci da Bruxelles, Francoforte e Berlino e che hanno distrutto la società e l’economia della Grecia. Non siamo io e altri compagni che abbiamo cambiato idea, è stata Syriza a cambiare totalmente. La rottura avviene nel 2011 quando Syriza sostiene che non era possibile avere una linea autonoma nel quadro dell’eurozona e dell’UE.

F.G. Che Grecia sarebbe quella del Piano B?
A.A. Nessuno può pensare che ogni cosa possa essere fatta senza correre rischi, trappole, difficoltà. Proponiamo una cosa molto semplice: le politiche che la maggioranza dei Paesi evoluti ha attuato dopo una prolungata recessione. Significa liquidità, domanda, salari e pensioni in grado di far girare la ruota. Significa un ruolo diverso dello Stato, creativo e dinamico, una politica di bilancio opposta a quella dell’UE.

F.G. Pensi che ci possa essere vita fuori dall’UE?
A.A. Certamente c’è vita fuori dall’Europa. Ma non c’è alcuna Europa, non è Europa. Per oltre vent’anni sono stato un membro del Parlamento europeo, amo l’Europa, tengo al confronto con gli altri Paesi, le altre forze politiche. Abbiamo bisogno di cooperazione in Europa. Ma deve essere una cooperazione basata sulla solidarietà, sul mutuo beneficio, sul rispetto. Se vuoi essere filo-Europa devi essere contro l’UE e la sua valuta. Siamo all’ennesimo memorandum: ancora tagli, riduzione delle pensioni, più tasse, meno esenzioni. Tutto questo mentre già stiamo in una gravissima depressione.

F.G. Il popolo greco aveva deciso diversamente…
A.A. Il venerdì, prima del referendum della domenica in cui vinse il no alla Troika, vidi la Merkel in tv che diceva che se i Greci avessero votato no, il lunedì non sarebbero più stati membri dell’UE e dell’euro. Ci minacciò. Usano campagne terroristiche, ora anche in Italia, di fronte alla rivolta della gente. I Greci non si fecero intimidire: oltre il 60% votarono no. Poi furono traditi, ingannati. Se io voto no e il governo il giorno dopo dice sì, ciò che si perde sono l’autostima, la fiducia, la prospettiva, la dignità morale.

F.G. E adesso?
A.A. Credo che ci siano dei buoni segni, che non ci vorrà molto prima che il popolo greco si svegli e riprenda in mano il fucile, il fucile della politica.

F.G. Anche noi abbiamo vinto un referendum contro i desideri della Troika. Credi che l’UE abbia per l’Italia un progetto come quello imposto a voi?
A.A. Spero che i poteri sistemici in Italia non si comportino come i nostri e le sinistre come le nostre sinistre. In effetti l’Italia è un boccone grosso. Ma potrebbe anche essere la leva per cambiare l’intera Unione. Le recenti elezioni, chiunque governi ora, hanno espresso una chiara volontà della maggioranza contro quanto all’Italia viene imposto. L’Europa non può sopravvivere nella forma e con i contenuti di adesso. Brexit è la soluzione. Spero che i popoli italiano e greco ritrovino la propria autostima e lottino, insieme ai Francesi, ai Tedeschi, a tutti, per un’Europa diversa, senza la BCE, senza questa valuta tossica. Un’Europa della libertà, creatività e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi.

F.G. Vedi un filo che corre dalla vostra guerra contro i nazifascisti, alla guerra civile, a quella partigiana contro i britannici, alla dittatura NATO di Papadopulos, fino alla Troika?
A.A. C’è un filo, un filo assai pericoloso. E’ il filo della dipendenza, della subordinazione, militare, politica, anche psichica. La Grecia, inizio e simbolo della nazione che resiste, fin dall’800, è un simbolo increscioso, intollerabile. Dobbiamo farla finita. Non siamo agli inizi dell’800, quando qui comandavano i sultani. Sai, non c’è più sovranità nazionale. Una sovranità che non sarebbe in contraddizione con la collaborazione internazionale. Anzi. C’è sovranità nazionale quando il popolo si autogoverna e quando la cooperazione internazionale rispetta e favorisce una sovranità nazionale democratica. Il frutto è sull’albero. Lasciamolo maturare. Arriverà sulle nostre tavole.

F.G. Sembra che in Grecia rinasca una resistenza.
Panagiotis Lafazanis (segretario di “Unità Popolare”, già dirigente del partito comunista greco KKE e ministro nel primo governo Tsipras) Per la prima volta dopo molto tempo si sono viste manifestazioni popolari di massa davanti al parlamento e in molte città contro la Troika, l’alleanza con Israele di un paese da sempre vicino ai palestinesi, la cessione del nome Macedonia (“Macedonia del Nord”), nome greco di terra greca, al vicino slavo. E si è vista la brutalità della repressione di un governo che si dice di sinistra, per quanto alleato all’estrema destra. Pensiamo che il movimento risponderà e si rafforzerà, in vista anche di una data molto importante, quella del referendum vittorioso contro l’austerità e la Troika, il 5 luglio.

F.G. Come siete messi, dopo l’ennesimo memorandum?
P.L. La condizione della società greca è catastrofica, una situazione in cui non ci si vuol far vedere nessun futuro. Il 34,6% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, 3.796.000 persone su 10 milioni. E il debito che dovremmo pagare con questo strangolamento continua a crescere. E’ ancora forte la sensazione che tutto è perduto. Ma c’è anche l’altra faccia della luna: resta un potenziale sociale in grado di riprendere in mano la situazione e reagire. Insomma, c’è un corpo sociale che si convince di essere fottuto e un altro che è deciso a uscire dal vicolo cieco impostoci da Tsipras.

F.G. Basteranno le sole forze greche, o ci vorrà il concorso di altri Paesi?
P.L. In effetti, perché il popolo greco possa liberarsi, gli occorre il concorso di altri popoli europei, in prima linea di quello italiano. Però a noi tocca l’impegno di non aspettare che si muova un popolo vicino. Dovremo comunque essere i primi a rompere le sbarre del carcere tedesco. Forse saremmo l’ispirazione per altri, fino all’affondamento di tutta l’eurozona, come di questa Unione Europea.

F.G. Qual è il progetto strategico dei vostri nemici?
P.L. Per la Grecia è la distruzione del Paese, non c’è dubbio. Per l’Europa si tratta di una nuova feudalizzazione che elimini i soggetti nazionali in modo da riunire sotto il controllo dell’oligarchia tutte le ricchezze dei singoli Paesi. Per noi del Sud si tratta dell’applicazione di classici criteri colonialisti. Sono questi i caposaldi del progetto europeo. Sono caposaldi razzisti, ma a dispetto del suo razzismo, l’Europa sta conoscendo l’inserimento massiccio nel suo seno di altre popolazioni spodestate e sradicate e chi nutre dubbi sull’onestà del fenomeno, che non nasconda qualcosa di letale, viene accusato di xenofobia.

F.G. Potrebbe trattarsi di una strategia dei globalisti finalizzata a svuotare delle proprie generazioni giovani il Sud del mondo, ricco di risorse appetite dall’imperialismo?
P.L. Evidentemente. Ma si noti che i Paesi costretti a ricevere queste masse di migranti sono la Grecia e l’Italia. Non è un caso. E si prevede che queste masse aumenteranno man mano che l’Africa viene impoverita e si diffondono altre guerre. Non per nulla gli USA e la NATO hanno intensificato in questi giorni i bombardamenti su Iraq e Siria, mentre si accentua la militarizzazione dell’Africa. Di questi sviluppi Grecia e Italia sono le grandi vittime.

F.G. Siamo tutti figli della civiltà greca. E’ per questo che la Grecia deve essere punita?
P.L. E’ da qualche secolo che ci si vendica della nostra civiltà. Poi, per le élite euro-atlantiche punire la Grecia alla vista di tutti gli altri ha lo scopo di fornire un esempio. Se voi non accettate incondizionatamente l’impero, sarete puniti come i Greci. Ma potrebbe anche succedere che la Grecia si riveli il tallone d’Achille di questo progetto.

F.G. Anche qui per certe finte sinistre del neoliberismo globalista la parola sovranità è diventata reazionaria e sovranismo sinonimo di destra?
Grigoriou Panagiotis (antropologo, sociologo, economista, giornalista, autore di Asimmetrie sulla vicenda UE-Grecia) Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del Paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e NATO che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri Paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di Greci è stata tolta. Le ONG straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di Greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra ONU e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?
G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi Paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I Greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika! Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo Paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto. Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le ONG che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro il quale farle agire. A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva? Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei Greci? A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

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La foglia di fico

Il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato ieri che Israele non rispetterà alcun divieto e violerà lo spazio aereo siriano ogni qual volta lo riterrà necessario.
“We will maintain total freedom of action. We will not accept any limitation when it comes to the defense of our security interests.”
Solo alcuni giorni prima Nikki Haley, ambasciatrice USA presso le Nazioni Unite, affermava con arroganza nel corso di un Consiglio di Sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero ignorato le decisioni dell’ONU se contrarie ai propri intenti, riducendo di fatto a carta straccia lo statuto delle Nazioni Unite ed il diritto internazionale.
“The US will act against the Syrian government with or without a UN blessing”.
Sono forse i due interventi che mi hanno maggiormente fatto riflettere in questi giorni, più ancora delle false flag, dei lanci di missili su palazzi inutilizzati, della retorica roboante delle cancellerie europee, delle giravolte dei servi sciocchi, dei tweet deliranti di Trump.
Perché di specchietti per allodole come questi è ricca la storia sia recente che antica.
Ogni impero, da che mondo è mondo, ha sempre rispettato solo la legge del più forte, aggredendo, invadendo, distruggendo chiunque gli si parasse davanti, cogliendo al volo ogni occasione o creandola se necessario.
Ignorando o aggirando accordi e trattati e svilendo le costituzioni vigenti.
Ma sempre nascondendo la menzogna, la truffa, l’inganno sotto una misericordiosa foglia di fico ad uso e consumo di chi ancora non sa che ogni impero si regge sulla violenza e la sopraffazione.
Sempre usando la neo-lingua, vale a dire utilizzando definizioni etiche per giustificare l’aggressione (intervento umanitario, difesa delle minoranze, favorire la democrazia etc.).
“Quando si vuole ottenere un determinato risultato nel mondo, risultato che deve rappresentare l’opposto della regolare direzione dell’evoluzione dell’umanità, ebbene, allora gli si dà, per così dire, un nome che significa il contrario. L’umanità deve imparare a non credere ciecamente ai nomi”. (Rudolf Steiner)
Diceva già sei secoli or sono il grande Niccolò Machiavelli: “Sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare” ma almeno si salvavano le apparenze.
Persino a seguito della spregevole messa in scena delle (inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con un Colin Powell che agitava una provetta piena verosimilmente di borotalco all’Assemblea delle Nazioni Unite si ritenne necessario ottenere il via libera dell’ONU – con la vergognosa Risoluzione 1441- all’aggressione ad uno Stato sovrano come l’Iraq.
Ma ora sembra che della foglia di fico l’impero possa fare a meno, tanta è la pervasività della propaganda e del lavaggio accurato dei cervelli che ha messo in campo.
Affermazioni come quelle di Lieberman e della Haley che, sino a pochi anni or sono, sarebbero apparse quello che sono, vale a dire l’espressione della spietata hybris del potere, oggi vengono accolte con indifferenza, quasi come qualcosa di scontato, cui si è ormai rassegnati.
Ecco, questo a mio avviso è l’aspetto più inquietante del momento attuale.
Come ben sintetizzava Rudolf Steiner cent’anni fa: “Sulle onde della civiltà presente galleggia non solo la mistificazione delle frasi fatte, ma la menzogna vera e propria. Si riversa nella vita – e, come menzogna, intacca la vita”.
Piero Cammerinesi

Fonte

Declino americano: vasche a cielo aperto piene di liquami fognari nel Paese più ricco del mondo

Di Rania Khalek per rt.com

Mentre i ricchi continuano ad erodere il Paese, la domanda non è se gli Stati Uniti smetteranno di offrire un tenore di vita decente al proprio popolo. Piuttosto è il numero di persone che verrà sacrificato durante il declino.

In America, la nazione più ricca del mondo quando misurata freddamente solo dal PIL, i bambini si ammalano poiché abitano vicino a vasche a cielo aperto piene di liquami fognari. Questa è stata una delle tante scioccanti conclusioni delle Nazioni Unite alla fine dello scorso anno, a seguito di un’indagine di due settimane sull’estrema povertà negli Stati Uniti.
Il rapporto delle Nazioni Unite è stato pubblicato lo scorso dicembre da un gruppo di investigatori che ha visitato la California, l’Alabama, la Georgia, Porto Rico, la Virginia dell’Ovest e Washington DC.
“Gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più ricchi, potenti e tecnologicamente innovativi del mondo; ma né la sua ricchezza, né il suo potere, né la sua tecnologia vengono sfruttate per affrontare la situazione per cui 40 milioni di persone continuano a vivere in povertà “, ha scritto Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.
Ha continuato: “Ho incontrato molte persone che sopravvivevano faticosamente a Skid Row presso Los Angeles, ho assistito a un poliziotto di San Francisco che diceva a un gruppo di senzatetto di andarsene ma non avendo risposta quando gli è stato chiesto dove potevano trasferirsi, ho sentito che migliaia di persone povere ricevono avvisi di infrazione minore che sembrano intenzionalmente progettati per causare rapidamente un debito non rimborsabile, incarcerazione e ricostituzione delle casse comunali. Ho visto fogne a cielo aperto in Stati i cui governi non considerano le strutture igienico-sanitarie di loro competenza, ho visto persone che hanno perso tutti i denti perché le cure dentistiche per adulti non sono coperte dalla stragrande maggioranza dei programmi disponibili per i più poveri, ho sentito parlare dell’aumento del tasso di mortalità e della distruzione di famiglie e comunità causata dagli oppioidi, e ho incontrato persone a Porto Rico che vivono accanto a una montagna di cenere di carbone completamente non protetta che piove su di loro portando malattie, invalidità e morte”.
Le fogne a cielo aperto sono state rinvenute in zone povere come la contea di Lowndes, in Alabama, dove molte persone non possono permettersi di installare fosse biologiche, facendo sì che i liquami si depositino presso le loro case. Questo rifiuto non trattato crea il potenziale per tutti i tipi di malattie. A Lowndes, ha provocato la proliferazione di anchilostoma, una malattia parassitaria dell’intestino che si trova comunemente nei Paesi in via di sviluppo più poveri del mondo.
La scoperta di livelli di povertà e malattia da terzo mondo nel Paese più ricco e più potente del globo, per quanto scioccante, è solo una parte della storia. Le conclusioni tratte dalle Nazioni Unite sono in linea con la parabola discendente dell’America. Continua a leggere

Divi di (quello) Stato 6°

Nel macellare interi Paesi non sono ammesse discriminazioni di genere e, nelle stanze dei bottoni, non si possono allungare le mani.
La diva di Stato Angelina Jolie, inviato speciale dell’ONU nonché membro del Council on Foreign Relations (CFR), grazie alla sua “forte voce” e “grande autorevolezza” vigila affinché la NATO faccia le cose per bene.
Del resto, solo lo scorso dicembre, insieme all’amico Jens ha pubblicato un editoriale molto esaustivo per spiegare al mondo intero Perché la NATO deve difendere i diritti delle donne.

Alle radici dell’interventismo liberale

“Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’inizio delle Nazioni Unite, le potenze statali cambiarono la loro retorica dalla nozione di superiorità culturale e razziale e conseguentemente ancorarono le missioni civilizzatrici ai diritti umani. Siffatti sentimenti si sono intensificati dopo la fine della Guerra Fredda, che vide come conseguenza un escalation degli interventi umanitari, contemporaneamente all’apparente diminuzione di importanza della sovranità statale. Questa “rivoluzione delle convinzioni morali” (Davidson, 2012: 129), enfatizzata attraverso la necessità morale di intervenire militarmente in caso di grosse violazioni dei diritti umani, è stata pesantemente promossa all’interno dei circoli liberali contemporanei. Fino agli inizi degli anni 90, un’atto di autodifesa era una giustificazione predominante per l’intervento, comunque, l’ascesa dell’egemonia delle idee liberali riguardo alle responsabilità degli Stati nei confronti dei diritti individuali “è sembrata manifestarsi nell’interpretazione del diritto internazionale” (Davidson, 2012:134). Così, il principio di non intervento, che era fondato sul principio della sovranità degli Stati, non ebbe più molto a lungo autorità all’interno della comunità internazionale. Un simile cambiamento nei parametri che permettono l’intervento militare è culminato nella formulazione del termine “Responsabilità di proteggere”, basato sul principio della teoria del diritto naturale “la nostra comune natura umana genera comuni doveri morali”, includendo in ciò, in qualche versione, un vero e proprio diritto di intervento umanitario” (Holzgrefe and Keohane 2003: 25). Comunque, l’assenza di un meccanismo legale internazionale che sia in grado di indirizzare ed eseguire leggi formulate sulla base di questi principi dà il destro alle potenze statali per agire flessibilmente basandosi sui propri fini politici ed economici e sfidando i tradizionali valori umanitari di “imparzialità, neutralità ed indipendenza” (Barnett, 2005:724), al fine rendendo tale principio inutile ed in alcuni casi, anche dannoso, suscettibile di manipolazione e strumentalizzazione.
In conclusione, l’uso della forza militare per sostenere ideali umanitari appare, alla fin fine, una contraddizione in termini. Vale a dire che “le guerre non sono più scatenate in nome di una sovranità che deve essere difesa, sono scatenate per conto dell’esistenza di tutti” (Focault, 1990: 137). Secondo Dillon e Read (2009), tali sono i paradossi dell’intervento umanitario – le potenze liberali dichiarano guerre contro la vita umana in nome della protezione e della conservazione della vita umana. In altre parole, questioni come la povertà, le crisi sanitarie, gli orientamenti ambientali e le guerre civili sono ri-concettualizzate come minacce internazionali che necessitano dell’intervento perché non possano “inondare e destabilizzare la società occidentale” (Duffield, 2007:1). In accordo con questa visione, quei modi di vita che non si conformano agli standard liberali occidentali sono visti come minaccia all’intera società. Questa nozione è alle radici dell’impulso all’interventismo liberale.
Considerando il sopraesteso sviluppo storico, è difficile sostenere che, a dispetto del suo mantello umanitario, l’interventismo liberale non sia, in realtà, sempre stato una parte della strategia liberale di governo globale. Cioè l’imperialismo liberale. In tal modo, si può concludere che l’impresa liberale è la “quintessenza dell’arte di supremazia globale” (Burchell, Gordon e Miller, 1991:14). Come illustrato vi sono diverse somiglianze tra la contemporanea discussione che riguarda il liberismo e la vecchia retorica dell’impero. In altre parole, l’intervento umanitario è in sostanza un velo con cui l’imperialismo politico ed economico può camuffarsi. Più oltre, sembra esistere una significativa dissonanza cognitiva tra l’universalismo liberale proclamato dal cosmopolitismo umanitario e l’imperialismo liberista espresso attraverso altisonanti principi di intervento umanitario che, in realtà, funzionano da mezzo col quale vengono radicate od eliminate tutte le forme di vita che non si conformano alle idee liberali e liberiste. (Mc Carthy, 2009:166)”

Da Gli interventi umanitari: la dottrina dell’imperialismo, di Petar Djolic.

Di chi è la colpa dell’invasione?

Lettera aperta ai Senatori e Deputati per la convocazione di un dibattito parlamentare per verificare le responsabilità di Napolitano e Berlusconi

Ci sono, e vanno indagate e dibattute, le grandi cause e responsabilità internazionali e storiche dell’immigrazione di massa e di una presente (e futura) invasione del nostro territorio nazionale che il governo non riesce né a pensare, né tanto meno a controllare.
Ma per avere il diritto di indagare e dibattere le grandi cause e responsabilità storiche, bisogna meritarselo, e prima indagare e dibattere le cause e responsabilità italiane di questa sciagura che ricade sul capo nostro, dei nostri figli e degli immigrati. Farlo è facile, perché la responsabilità politica e giuridica diretta dell’invasione è ascrivibile a due colpevoli italiani, entrambi viventi e operanti sulla scena politica, che hanno nome, cognome e indirizzo.
I due colpevoli italiani dell’invasione sono:
1) Giorgio Napolitano, nato a Napoli il 29 giugno 1925, Senatore di diritto e a vita quale Presidente Emerito della Repubblica.
2) Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, Presidente di Forza Italia.
Nel 2011 Giorgio Napolitano era Presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio del Ministri. Tre anni prima, entrambi avevano firmato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, stipulato a Bengasi il 30 agosto 2008, che contiene il solenne divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori, e in cui ciascuna parte si impegna a non compiere atti ostili nei confronti dell’altra e a non consentire l’uso del proprio territorio da parte di altri (Stati o attori non statali) per la commissione di tali atti.
Nel 2011, Francia e Gran Bretagna aggrediscono la Libia, ne rovesciano il governo, e bande criminali da esse sostenute e finanziate massacrano il Capo dello Stato Muhammar Gheddafi.
Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi non soltanto non muovono un dito per opporsi con tutti i mezzi disponibili a questa aggressione, ma consentono agli aggressori l’utilizzo dello spazio aereo e delle infrastrutture militari italiane, e addirittura si accodano all’aggressione, partecipandovi tardivamente, in ruolo subalterno.
Così facendo, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi si rendono colpevoli di quanto segue:
– Violazione patente e ingiustificata del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, con grave offesa all’onore della Repubblica Italiana e alla sua reputazione internazionale.
– Grave danno a un interesse nazionale vitale: perché tale era, per l’Italia, la stabilità del governo libico. Come largamente prevedibile e previsto, infatti, la destabilizzazione del governo libico e l’anarchia sanguinosa che ha provocato è la causa prossima immediata dell’invasione incontrollata di immigrati sul territorio nazionale italiano.
Chiediamo dunque che si tenga al più presto un dibattito parlamentare avente per tema: “Responsabilità politiche italiane dell’invasione incontrollata di immigrati sul suolo nazionale”, nel quale si discutano le responsabilità politiche e giuridiche di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi. In questo dibattito parlamentare si valuterà:
a) se deferire Silvio Berlusconi al Tribunale dei Ministri per la violazione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia (v. la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, 1969, in specie artt. 26 e 31. Dal preambolo: “I principi del libero consenso e della buona fede e la norma pacta sunt servanda sono universalmente riconosciuti”. Dall’allegato: “Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere eseguito da esse in buona fede”);
b) se deferire Giorgio Napolitano alla Corte Costituzionale per il reato di alto tradimento, in quanto colpevole di comportamento doloso che, offendendo la personalità interna ed internazionale dello Stato, ha costituito una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica.
Che cosa potevano fare Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano nel 2011?
Appena saputo che Francia e Gran Bretagna intendevano aggredire la Libia, Paese amico e garante di un interesse nazionale vitale, Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano potevano e dovevano, subito:
a) denunciare pubblicamente e in tutte le sedi diplomatiche opportune – anzitutto UE, NATO e ONU – l’iniziativa illegale delle due potenze (alleate NATO), e manifestare inequivocabilmente che l’Italia aveva l’obbligo, l’interesse e la volontà di opporvisi con tutti i mezzi a sua disposizione;
b) offrire collaborazione militare al legittimo governo libico, e, se accettata, schierare truppe italiane sul suolo libico a protezione del Capo dello Stato e delle infrastrutture più rilevanti, inviando in appoggio alle truppe di terra le navi della Marina militare italiana.
Questo si poteva e si doveva fare, e Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano non lo hanno fatto, pur conoscendo molto bene le gravi conseguenze, per l’Italia e la Libia, della loro inazione.
La distruzione dello Stato libico ha aperto le porte all’immigrazione di massa e a chi ci lucra sopra: mercanti di carne umana e jihadisti.
La controprova è la Spagna che, sebbene molto più vicina al continente africano delle coste italiane, non è investita da un’immigrazione paragonabile a quella che interessa noi: perché di fronte alla Spagna c’è il Marocco, che può controllare il proprio territorio.
La soluzione della crisi migratoria passa per il recupero della dignità e della volontà dell’Italia di ammettere i propri errori, a partire dalla nostra complicità nella destituzione violenta di Gheddafi. Forte della ritrovata legittimità, l’Italia potrà decidere i provvedimenti necessari a fronteggiare l’emergenza e prospettare nelle sedi internazionali una soluzione che tenga conto di tutte le cause del fenomeno. Quanto all’Unione Europea, appare sempre più chiaro, anche in questo frangente, che o l’Unione cambia, o si deve uscire dall’Unione.

Firme:
Ugo Boghetta
Roberto Buffagni
Tito Casali
Pier Paolo Dal Monte
Andrea Magoni

Per aderire come firmatari si prega di inviare un’email ai seguenti indirizzi:
indipendenzaecostituzione@yandex.com
costituzionelasoluzione@gmail.com

Fonte

Siria: lettera aperta ad Amnesty International

Con il vostro Comunicato CS 028 – 2017 diffuso il 1° marzo, dopo aver genericamente parlato di inchieste sull’uso di armi chimiche riguardanti “tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Siria”, rivelate, dalle parole della stessa Tadros, il vero scopo del comunicato: attaccare il governo siriano impegnato da 6 anni in un durissima battaglia contro orde di terroristi e mercenari etero diretti dall’esterno che hanno il compito di distruggere e smembrare quello sfortunato Paese; e attaccare nel contempo Russia e Cina colpevoli di volerlo salvare. Grazie ai loro veti infatti si è evitata la legittimazione di una ennesima aggressione “umanitaria” da parte della NATO contro un Paese sovrano, come successo nel marzo del 2011 contro la Libia, le cui conseguenze devastanti sono oggi sotto gli occhi di tutti!
Anche allora avete fornito al “mondo” utili coperture propagandistiche per giustificare bombardamenti e attacchi militari, accusando Gheddafi di orribili stragi di civili e stupri di massa ottenuti distribuendo fiumi di Viagra ai soldati governativi, salvo poi riconoscere, a distruzione del Paese avvenuta, che si trattava di fatti non provati o falsità evidenti.
Riguardo alla Siria, avete sponsorizzato una mostra fatta di foto di cadaveri torturati anonimi, di cui non era possibile accertare identità e circostanze della morte. Foto attribuite a un fantomatico agente siriano “Caesar” di cui non siete stati in grado di fornire né il nome né altre indicazioni, alimentando il generale sospetto che si tratti di pura invenzione.
In altra circostanza avete pubblicato dossier attribuibili all’opposizione armata terrorista e jihadista siriana, in cui si parla senza prove del fantomatico numero di 13.000 impiccati- tutti rigorosamente anonimi – nelle carceri siriane.
Siate certi che queste “informazioni”, prive di riscontri e caratterizzate da una evidente faziosità, sono accolte da un numero crescente di cittadini con sempre maggiore scetticismo, e sempre un maggior numero di persone apprezza il comportamento di Russia, Cina e altri Paesi. Grazie a loro la Siria, malgrado gli attacchi e la devastazione da parte di migliaia di mercenari armati, addestrati e finanziati dalle petromonarchie e dall’impero USA, è riuscita a difendere e mantenere la sua integrità e sovranità.
Ripensateci ed agite con maggiore responsabilità e dignità.
Cordiali saluti
Vincenzo Brandi, Stefania Russo della Rete No War Roma

Molto, molto pericoloso

moscow-weather“L’intervento della Russia nel conflitto siriano, a partire da settembre 2015 (esattamente un anno dopo che gli Stati Uniti avevano iniziato a bombardare obiettivi ISIL nel paese), destinato a puntellare lo Stato siriano contro un’opposizione intessuta di ciò che gli Stati Uniti ritengono la “opposizione moderata”, è stato un cambio di gioco. L’entrata in campo, su richiesta del governo siriano (che, bisogna ripeterlo, è il governo di una repubblica laica, costituzionale riconosciuta diplomaticamente dalle Nazioni Unite e ha rapporti cordiali con la Russia, l’Iran, la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, le Filippine, Argentina, Tanzania, Cuba, Egitto, Iraq, Algeria, Oman e molti altri Paesi, nonostante gli sforzi di Washington per isolarla e rovesciarla), questo intervento è legale, mentre quello degli Stati Uniti non lo è.
La stampa statunitense ha praticamente ignorato i successi russi nel favorire l’esercito siriano distruggendo i convogli di petrolio che si dirigevano dal territorio controllato dai terroristi in Turchia per la vendita illegale e per aver sottratto Palmira alla crudeltà dell’ISIL che aveva distrutto il Tempio di Bel. Invece, facendo eco al Dipartimento di Stato, semplicemente si accusava Mosca di sostenere il governo riconosciuto a livello internazionale contro i ribelli che gli Stati Uniti vogliono far vincere.
Le azioni russe, rafforzando ulteriormente la posizione del regime e indebolendo quelli ufficialmente considerati da Washington e Mosca come terroristi, costrinsero gli Stati Uniti a rispondere positivamente agli appelli russi per un’azione comune contro questi ultimi. Il 9 settembre Kerry e Lavrov concordarono un piano per un cessate il fuoco di una settimana (che il governo siriano ha accettato) tra le forze di Stato e l’opposizione “legittima” (appoggiata dagli Stati Uniti). Durante questo periodo, questi ultimi si sarebbero separati da al-Nusra per evitare di essere essi stessi bombardati.
Queste misure dovevano essere seguite da azioni russo-americane coordinate contro i terroristi, mentre i colloqui di pace riprendevano a Ginevra. Purtroppo gli Stati Uniti sono stati incapaci o riluttanti a convincere i suoi numerosi protetti nel conflitto a separarsi da al-Nusra. (Questo è ciò che veramente ha condannato la trattativa, l’incapacità degli Stati Uniti di riconoscere la propria fine.) Alcuni clienti con rabbia rifiutarono e si rivolsero ai loro consulenti statunitensi. Il 16 settembre (presumibilmente per errore) gli Stati Uniti e parecchi suoi alleati hanno bombardato una base dell’esercito siriano uccidendo 62 soldati impegnati in combattimenti con l’ISIL. Infuriata, la Siria ha ripreso il bombardamento di Aleppo est, che è controllata da al-Nusra (Fatah al-Sham). Gli americani hanno accusato la Siria o la Russia per il bombardamento, ancora inspiegabile, di un convoglio di aiuti delle Nazioni Unite, facendo 20 morti tre giorni dopo, e ha sospeso i negoziati con la Russia.
In altre parole, avendo temporaneamente ammesso la necessità di cooperare con la Russia alleata della Siria per risolvere un conflitto che gli Stati Uniti avevano deliberatamente aggravato, con risultati terribili, gli Stati Uniti hanno sabotato i colloqui. E dopo averlo fatto, improvvisamente sono scivolati in una condotta al vetriolo senza precedenti; osservate le prestazioni dell’ambasciatrice alle Nazioni Unite Samantha Power il 18 settembre, dove lei con rabbia ha respinto la morte dei soldati siriani come un dettaglio minore in una guerra, e rimproverò l’ambasciatore russo per aver chiamato una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere sulla Siria una “bravata”. ( Lei, ovviamente, era stanca dell’ostinato rifiuto della Russia di concedere alla “nazione eccezionale” il futuro del suo alleato.)
Intanto Hillary Clinton di recente, il 9 ottobre, ha ribadito nel “dibattito” con Trump che (ancora) sostiene una no-fly zone. Anche se i suoi pezzi grossi le hanno detto che questo significherebbe lo spiegamento di decine di migliaia di soldati degli Stati Uniti in una guerra con la Siria e la Russia. Lei è tenuta a galla da quel molto insolito promemoria di dissenso firmato lo scorso giugno da 51 attuali funzionari del Dipartimento di Stato che non considerano l’ISIL l’epicentro ed esigono un cambio immediato di regime in Siria. Lei sa che il Dipartimento di Stato è più aggressivo rispetto al Pentagono, ma che il Pentagono è anche sospettoso di ogni cooperazione con la Russia, dovunque, come ad esempio Lavrov ha più volte proposto. Lei sa che i mezzi di informazione in questo Paese hanno fatto credere che la Russia, attraverso il suo sostegno a un brutale dittatore, è responsabile per il genocidio in Aleppo est, mentre gli Stati Uniti si siedono in disparte e non fanno nulla!
Lei è ansiosa di nominare Michèle Flournoy (precedentemente il civile situato al terzo livello del Pentagono sotto Obama) come suo Segretario della Difesa. Flournoy ha anche chiesto una “no-fly zone” sulla Siria e “una coercizione militare limitata” per rimuovere Assad dal potere. Lei ha effettivamente proposto il dispiegamento di truppe di terra statunitensi contro l’esercito arabo siriano.
L’8 ottobre la Francia ha proposto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che vieta il bombardamento siriano o russo di Aleppo est controllato da al-Nusra, mentre tace sul bombardamento illegale della Siria condotto dagli USA e dai suoi alleati. Una barzelletta assurda, contrastata da Cina e Russia, che hanno posto subito il veto. Lo scopo era diffamare ulteriormente il governo siriano e la Russia.
Non è ovvio? L’opinione pubblica si sta preparando per un’altra guerra per il cambio di un regime. La più alta posta in gioco questa fino ad oggi, perché potrebbe portare alla terza guerra mondiale.
Ed è appena anche un argomento di conversazione in questa elezione truccata, che sembra progettato per non solo presentare un guerrafondaio, ma per sfruttare al massimo la rozza russofobia in corso. Il punto per Hillary non è solo salire al potere, a qualunque costo, ma preparare il popolo per altri Afghanistan, Iraq e Libia. Il punto è quello di cullare il popolo nell’amnesia storica, impedirgli di vedere il primato di Hillary nel militarismo spericolato alla maniera di Goldwater, sfruttare la mentalità da Guerra Fredda persistente tra i più arretrati e ignoranti, e assicurare che l’elettorato il quale, mentre in genere deplora il risultato delle elezioni truccate nel mese di novembre, si radunerà ben presto dietro la corrotta Hillary non appena lei troverà un pretesto per fare la guerra.
Molto, molto pericoloso.”

Da Un’informazione urgente sulla Siria, di Gary Leupp (docente di Storia presso la Tufts University).

Lettera aperta ai ciarlatani della rivoluzione siriana

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Nel momento preciso in cui un dirigente storico della resistenza araba libanese, in Siria, è appena spirato sotto i colpi dell’esercito sionista [qui l’autore si riferisce alla morte di Mustafa Badreddine, avvenuta per mano delle milizie antigovernative, inizialmente attribuita ad una incursione aerea israeliana – ndr], indirizzo questa lettera aperta agli intellettuali e militanti di “sinistra” che hanno preso partito per la ribellione siriana e credono allo stesso tempo di difendere la causa palestinese, mentre sognano tutti presi la caduta di Damasco.
Ci dicevate nella primavera del 2011, che le rivoluzioni arabe rappresentavano una speranza senza precedenti per popoli che subivano il giogo di despoti sanguinari. In un eccesso di ottimismo, noi vi abbiamo ascoltato, sensibili ai vostri argomenti su questa democrazia che nasceva miracolosamente e a tutti i vostri proclami sui diritti umani. Siete riusciti quasi a persuaderci che questa protesta popolare che si è portata via i dittatori di Tunisia ed Egitto avrebbe spazzato via la tirannia ovunque e in ogni altra parte del mondo arabo, sia in Libia che in Siria, nello Yemen come nel Bahrain, e chi sa dove altro ancora.
Ma questo bello svolazzo lirico ha lasciato apparire rapidamente qualche falla. La prima, tanto grande da rimanere a bocca aperta, è apparsa riguardo la Libia. Quando, adottata dal Consiglio di Sicurezza per soccorrere le popolazioni civili minacciate, una risoluzione ONU si trasformò in un assegno in bianco per la destituzione manu militari di un capo di Stato divenuto ingombrante per i suoi partner occidentali. Degna dei peggiori momenti dell’era neo-conservatrice, questa operazione di “regime change” compiuta per conto degli USA da due potenze europee con mire di affermazione neo-imperiale è sfociata in un disastro di cui la sfortunata Libia continua oggi a pagare il caro prezzo. Infatti il collasso di questo giovane Stato unitario portò il Paese alla mercé delle ambizioni sfrenate delle sue tribù, sapientemente incoraggiate alle ostilità dalle bramosie petroliere dei carognoni occidentali.
C’erano anche anime belle comunque, tra di voi, tanto per accordare delle circostanze attenuanti a questa operazione, così come ce n’erano, inoltre, in primo piano per esigere che un trattamento analogo fosse inflitto al regime di Damasco. Questo perché il vento della rivolta che soffiava allora in Siria sembrava convalidare la vostra interpretazione degli eventi e sembrava dare una giustificazione a posteriori al bellicismo umanitario già scatenato contro il potentato di Tripoli. Eppure, lontano dai media di “mainstream”, alcuni analisti ci fecero osservare che il popolo siriano era lontano dall’essere unanime nella protesta e che le manifestazioni anti-governative avevano luogo soprattutto in alcune città, bastioni tradizionali dell’opposizione islamista, e che quel febbricitante ambito sociale, composto dalle classi impoverite dalla crisi, non avrebbe mai portato masse di persone alla causa per contribuire alla caduta del governo siriano.
Questi ammonimenti nostri sull’utilizzare il buon senso nella comprensione, voi li avete ignorati, così come i fatti che non corrispondevano alla vostra narrazione, voi li avete filtrati come vi è sembrato meglio. Li dove degli osservatori imparziali vedevano una divisione in poli della società siriana, voi avete voluto vedere un tiranno sanguinario che assassinava il suo popolo. Li dove uno sguardo spassionato permetteva di discernere le debolezze, ma anche i punti di forza dello Stato siriano, voi avete abusato di una retorica moralizzante per istruire a carico di un governo, che era molto distante dall’essere l’unico responsabile delle violenze, un processo sommario.
Voi avete visto le numerose manifestazioni contro Bashar Al Assad, ma non avete mai guardato i giganteschi raduni di sostegno al governo e alle riforme, che riempirono le vie di Damasco, di Aleppo e Tartous. Voi avete stilato la contabilità macabra delle vittime del governo, ma avete dimenticato quella delle vittime dell’opposizione armata. Ai vostri occhi c’erano vittime buone e vittime cattive, alcune che si meritavano di essere menzionate ed altre di cui non si vuole sentire neanche parlare. Deliberatamente voi avete visto le prime, bendandovi gli occhi per rendervi ciechi di fronte alle seconde.
E allo stesso tempo, questo governo francese, del quale criticate volentieri la politica interna per mantenere l’illusione della vostra indipendenza intellettuale, vi ha dato ragione su tutta la linea. Curiosamente, la narrazione del dramma siriano che era la vostra, coincideva con la politica estera del signor Laurent Fabius, un capolavoro di servilismo che mescolava l’appoggio incondizionato alla guerra israeliana contro i Palestinesi, l’allineamento pavloviano con la leadership americana e la solita minestra riscaldata di ostilità nei confronti della resistenza araba. Ma il vostro apparente matrimonio con la Quai d’Orsay non è mai sembrato darvi troppo fastidio. Voi difendevate i Palestinesi nel cortile mentre cenavate con i loro assassini in giardino. Vi capitava anche di accompagnare i dirigenti francesi in visita di Stato a Israele. Eccovi quindi intruppati e complici, assistere allo spettacolo di un presidente che dichiara pubblicamente che a lui “piaceranno sempre i dirigenti israeliani”. Ma ci voleva molto di più per scandalizzarvi e quindi vi siete imbarcati una nuova volta con il Presidente, come tutti d’altronde.
Avete a giusto titolo condannato l’intervento militare americano in Iraq nel 2003. La virtù rigenerante dei bombardamenti per la democrazia non vi scalfiva, e dubitavate delle virtù pedagogiche delle operazioni belliche chirurgiche. Ma la vostra indignazione nei confronti di questa politica della cannoniera in versione “high tech” si dimostrò stranamente selettiva. Poiché reclamavate a tutti i costi contro Damasco, nel 2013, ciò che giudicavate intollerabile dieci anni prima contro Baghdad.
Un solo decennio è bastato per rendervi così malleabili, tanto da vedere ormai la salvezza del popolo siriano in una pioggia incrociata di missili su questo Paese che non vi ha fatto nulla di male. Rinnegando le vostre convinzioni anti-imperialiste, voi avete sposato con entusiasmo l’agenda di Washington. Mentre senza vergogna non soltanto applaudivate in anticipo i B 52, ma riprendevate la propaganda più becera e grottesca degli Stati Uniti, da cui il precedente iracheno e le sue menzogne memorabili dell’era Bush avrebbero dovuto immunizzarvi.
Mentre inondavate la stampa esagonale delle vostre assurdità, fu proprio un giornalista americano d’investigazione d’eccezione, che sbriciolò la patetica “false flag” destinata a rendere Bashar Al Assad il responsabile di un attacco chimico di cui nessun organismo internazionale l’ha accusato, ma che gli esperti del Massachusetts Institute of Technology e l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, tuttavia, hanno attribuito alla parte avversa. Ignorando i fatti, travestendovi da qualcos’altro alla bisogna, voi avete recitato in questa occasione la vostra parte miserabile in questo melodramma cacofonico di menzogne. E quello che è ancora peggio, è che continuate a farlo. Anche quando lo stesso Obama lascia intendere che lui stesso non ci ha creduto, voi vi ostinate a reiterare queste stupidaggini, come dei cani da guardia che continuano ad abbaiare anche dopo il dileguarsi dell’intruso. E per quale motivo? Per giustificare il bombardamento, da parte del vostro governo, di un piccolo Stato sovrano, il cui torto maggiore è il suo rifiutare di sottostare all’ordine imperiale. E per cosa? Per venire in aiuto di una ribellione siriana di cui voi avete sapientemente mascherato il vero volto, accreditando il mito di un’opposizione democratica e laica che esiste soltanto nelle halls dei Grand Hotel di Doha, di Parigi o di Ankara.
Questa “rivoluzione siriana”, l’avete dunque esaltata, ma avete pudicamente voltato lo sguardo altrove quando si trattava invece di notare le sue pratiche mafiose, la sua ideologia settaria e i suoi finanziamenti dubbi e carichi di problematiche da porsi. Voi avete accuratamente occultato l’odio interconfessionale che la ispira, questa avversione morbida per gli altri credo direttamente ispirata al wahhabismo che ne è il pilastro ideologico. Voi sapevate bene che il regime baathista, in quanto laico e non settario in senso confessionale, costituiva un’assicurazione a vita per le minoranze religiose, ma non ve ne siete dati pena, arrivando addirittura a classificare come “cretini”, coloro che prendevano la difesa dei cristiani perseguitati. Ma non è tutto purtroppo. Arrivati alla resa dei conti, vi resterà appiccicata addosso anche questa ultima ignominia: voi avete fatto da garanti alla politica di un Laurent Fabius per il quale Al Nusra, ramo siriano di Al Qaida, “ fa un buon lavoro in Siria”. E chi se ne frega! Tanto peggio per i passanti sbrindellati nelle vie di Homs o per gli alauiti di Zahra assassinati dai ribelli, tanto, per i vostri occhi questi sono le ultime ruote del carro.
Tra il 2011 e il 2016 le maschere sono cadute. Fate appello al diritto internazionale mentre applaudite alla violazione dello stesso contro uno Stato sovrano. Pretendete di promuovere la democrazia per i Siriani diventando gli araldi del terrorismo che subiscono. Dite di difendere i Palestinesi, ma siete dalla stessa parte della barricata di Israele. Allora state tranquilli, perché quando un missile israeliano si abbatte sulla Siria non sarà mai che colpirà i vostri beniamini. Perché grazie a Israele e alla CIA, ma anche grazie a voi miei cari, questi coraggiosi ribelli continueranno a predisporre il futuro radioso della Siria sotto l’egida del takfirismo. Perché quel missile sionista, che si abbatterà sulla Siria, ucciderà sicuramente e solo uno dei leader di questa resistenza araba di cui cianciate, ma che voi avete tradito.
Bruno Guigue

Fonte

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Strategia segreta del terrore

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«Il nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della terra» (come lo definì nel 2001 il presidente Bush) continua a mietere vittime, le ultime a Bruxelles e a Lahore. È il terrorismo, un «nemico differente da quello finora affrontato», che si rivelò in mondovisione l’11 settembre con l’immagine apocalittica delle Torri che crollavano. Per eliminarlo, è ancora in corso quella che Bush definì «la colossale lotta del Bene contro il Male». Ma ogni volta che si taglia una testa dell’Idra del terrore, se ne formano altre.
Che dobbiamo fare? Anzitutto non credere a ciò che ci hanno raccontato per quasi quindici anni. A partire dalla versione ufficiale dell’11 settembre, crollata sotto il peso delle prove tecnico-scientifiche, che Washington, non riuscendo a confutare, liquida come «complottismo».
I maggiori attacchi terroristici in Occidente hanno tre connotati. Primo, la puntualità. L’attacco dell’11 settembre avviene nel momento in cui gli USA hanno già deciso (come riportava il New York Times il 31 agosto 2001) di spostare in Asia il centro focale della loro strategia per contrastare il riavvicinamento tra Russia e Cina: nemmeno un mese dopo, il 7 ottobre 2001, con la motivazione di dare la caccia a Osama bin Laden mandante dell’11 settembre, gli USA iniziano la guerra in Afghanistan, la prima di una nuova escalation bellica. L’attacco terroristico a Bruxelles avviene quando USA e NATO si preparano a occupare la Libia, con la motivazione di eliminare l’ISIS che minaccia l’Europa.
Secondo, l’effetto terrore: la strage, le cui immagini scorrono ripetutamente davanti ai nostri occhi, crea una vasta opinione pubblica favorevole all’intervento armato per eliminare la minaccia. Stragi terroristiche peggiori, come a Damasco due mesi fa, passano invece quasi inosservate.
Terzo, la firma: paradossalmente «il nemico oscuro» firma sempre gli attacchi terroristici. Nel 2001, quando New York è ancora avvolta dal fumo delle Torri crollate, vengono diffuse le foto e biografie dei 19 dirottatori membri di al Qaeda, parecchi già noti all’FBI e alla CIA.
Lo stesso a Bruxelles nel 2016: prima di identificare tutte le vittime, si identificano gli attentatori già noti ai servizi segreti.
È possibile che i servizi segreti, a partire dalla tentacolare «comunità di intelligence» USA formata da 17 organizzazioni federali con agenti in tutto il mondo, siano talmente inefficienti? O sono invece efficientissime macchine della strategia del terrore? La manovalanza non manca: è quella dei movimenti terroristi di marca islamica, armati e addestrati dalla CIA e finanziati dall’Arabia Saudita, per demolire lo Stato libico e frammentare quello siriano col sostegno della Turchia e di 5mila foreign fighters europei affluiti in Siria con la complicità dei loro governi.
In questo grande bacino si può reclutare sia l’attentatore suicida, convinto di immolarsi per una santa causa, sia il professionista della guerra o il piccolo delinquente che nell’azione viene «suicidato», facendo trovare la sua carta di identità (come nell’attacco a Charlie Hebdo) o facendo esplodere la carica prima che si sia allontanato.
Si può anche facilitare la formazione di cellule terroristiche, che autonomamente alimentano la strategia del terrore creando un clima da stato di assedio, tipo quello odierno nei Paesi europei della NATO, che giustifichi nuove guerre sotto comando USA.
Oppure si può ricorrere al falso, come le «prove» sulle armi di distruzione di massa irachene mostrate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 febbraio 2003. Prove poi risultate false, fabbricate dalla CIA per giustificare la «guerra preventiva» contro l’Iraq.
Manlio Dinucci

Fonte

La guerra ha necessità del caos

12592393_959764024111396_3190308482431481398_n“Il prezzo del petrolio continua a scendere e questo, secondo i calcoli statunitensi e sauditi, dovrebbe mettere con le spalle al muro Putin, i cui bilanci soffrono col barile sotto i 70 dollari. Gli strateghi di Obama hanno quindi messo a punto il loro piano, un rozzo ricatto a Putin: “D’accordo, non siamo riusciti ad ammazzarti e neppure a delegittimarti. Però possiamo mettere in crisi la tua economia, tenendo basso il costo del petrolio. Se tu ci lasci pacificare la Siria, facciamo fuori Assad, com’è già accaduto a Gheddafi, quindi riportiamo in alto il prezzo del barile e siamo tutti contenti, tu e noi, caro Vladimir.”
Questo è il piano; lo sostengono molti osservatori ben più autorevoli di chi scrive. E non c’è dubbio che è temerario. Innanzi tutto i ricattatori non sono in grado di reggere il gioco: la casa saudita è sull’orlo della bancarotta a causa del barile in saldo. Inoltre Putin non è molliccio come Berlusconi, il quale se l’è fatta addosso al primo latrato dei cani. Quando Putin entrò al Cremlino la prima volta, il PIL della Russia era inferiore a quello dell’Olanda, la società era in disfacimento. Tutte le mafie russe rispondevano ai servizi occidentali. La produzione agricola era dissolta, quella industriale ancor più. Tutti gli osservatori davano per imminente un collasso catastrofico della Russia, irreversibilmente destinata a scomparire come prima era accaduto all’Unione Sovietica. I fatti oggi parlano da soli. V’è motivo di sospettare che ancora una volta – come accadde a Napoleone e a Hitler – si stia sottovalutando la capacità dei Russi di compattarsi davanti al nemico e fare fronte comune. La leadership di Putin è già nella storia imperiale della Russia. Chi non lo comprende in tempo è destinato a un vortice di errori, trascinandovi quanti gli daranno credito. Si direbbe che il premio Nobel per la pace sia a buon punto su tale cammino.
In questa baraonda, coloro che pescano nel torbido hanno come naturali collaboratori quanti speculano sulla pelle dei profughi e dei Paesi che li accolgono. Nella nostra classe politica e nelle nostre diocesi abbiamo esempi numerosi e luminosi. Occorre domandarsi perché solo recentemente e per la prima volta un tribunale siciliano ha condannato degli scafisti, neppure a una pena memorabile, solo sei anni.
La guerra ha necessità del caos. La guerra non si accende in una situazione ordinata e tranquilla. La guerra deve essere alimentata con masse di bisognosi senza riferimenti familiari, culturali, religiosi, sociali.
Si inietta il caos attraverso il sovvertimento globale, spezzando tutti i legami economici, politici, nazionali, religiosi, morali, si frammenta la società, spezzandone i codici morali, per assoggettarne gli individui, secondo un rozzo modello premedievale, spegnendo ogni diritto naturale.
Putin lo ha capito da tempo e ha ammonito Obama e gli Stati Uniti davanti alle Nazioni Unite. Tutto è continuato come prima, in apparenza. Tutto sembra andare verso il caos voluto da Obama. Dopo di lui altri dovrebbe continuare sulla stessa strada. Chi? Le elezioni americane questa volta sono di importanza senza precedenti.”

Da Guerra e Pace, qualcuno bara di Piero Laporta.

Democrazia negata: gli USA trasformano Haiti nell’ennesimo Stato vassallo

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Robert Baer ha fatto un’ammissione incredibilmente importante, che per me comunque arriva troppo tardi ma comunque buona a sapersi. L’ex funzionario della CIA ammette di aver ricevuto milioni di dollari che ha poi usato per corrompere i politici dell’ex Jugoslavia perché tradissero gli interessi del Paese. Robert Baer descrive come gli Stati Uniti hanno portato la democrazia in Jugoslavia, distruggendola.
Naturalmente questa politica finanziata con i dollari delle mie tasse, non porta alcun beneficio a me od al mio vicino di casa; ma alcuni individui sia negli Stati Uniti che nell’ex Jugoslavia hanno avuto notevoli benefici dall’operazione. Oops, troppo spiacente per quelle centinaia di migliaia di vite; oops, troppo spiacente per Srebrenica. Quindi, adesso, Robert Baer sta provando a fare ammenda, in qualche modo, rendendo pubblica l’intera questione.
Quindi, è con questo contesto in mente che voglio scoprire come la politica statunitense può colpire moltitudini di persone, beneficiare una piccola cricca ed essere comunque definita “di successo”. La politica statunitense in Jugoslavia ha letteralmente cancellato il Paese dalla carta geografica. Se non si è una persona a favore della pace e della giustizia, si può dire che la politica statunitense per distruggere quel Paese è stata efficace e di successo, nonostante la tremenda perdita di vite umane che ne è conseguita. E adesso, gli Stati Uniti stanno tentando di portare “democrazia” ad Haiti. Continua a leggere

Per non dimenticare. 25 anni fa, Cuba e Yemen soli contro la prima guerra del Golfo

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Autunno 1990: il Consiglio di Sicurezza dice sì al sequestro dell’ONU da parte statunitense, nella preparazione della devastante «Tempesta del deserto» contro l’Iraq, scatenata a partire dal 17 gennaio 1991.

Il 29 novembre dovrebbe essere una delle tante “giornate del ringraziamento” a Cuba per la funzione storica che ha avuto, spesso da sola, piccola gigante, contro l’imperialismo delle guerre e dei privilegi. Vediamo cosa accadde nei mesi dell’autunno-inverno 1990, mentre l’Occidente (e l’Italia dell’art. 11 della Costituzione…) scivolavano verso una atroce guerra all’Iraq. Uno spartiacque nella storia recente. E forse nella vita di alcuni di noi. Appartenere a un Paese guerrafondaio è atroce.
Il 2 agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait, che accusa di condurre una guerra economica perché invadendo il mercato con il suo petrolio ha contribuito ad affossarne il prezzo, con enormi perdite per gli iracheni appena usciti dalla disastrosa guerra con l’Iran. Pochi giorni prima, l’ambasciatrice statunitense April Glaspie ha dato al presidente Saddam Hussein una sorta di (ingannevole) via libera all’azione militare.
Nei mesi che seguono, gli Stati Uniti mettono i bastoni fra le ruote a qualunque possibile soluzione diplomatica e preparano la legittimazione dell’ONU alla loro guerra aerea, la «Tempesta nel deserto» che distruggerà l’Iraq, a partire dalla notte del 16 gennaio 1991, con la partecipazione di diversi Paesi arabi e occidentali fra i quali l’Italia. Ma già da agosto Bush manda in Arabia Saudita centinaia di migliaia di uomini; è l’operazione «Scudo nel deserto».
Lo Yemen è l’unico Paese arabo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, prendendo sul serio il compito di rappresentare l’insieme della regione, rifiuta di partecipare al voto sull’immediata risoluzione 660 che chiede il ritiro dell’Iraq dal Kuwait. Intanto la Giordania cerca una soluzione negoziale presso la Lega Araba, ma dopo una prima riunione, con divisioni nette (unici a non sposare la posizione USA sono Libia, Giordania, Algeria e Yemen), gli USA procedono come carri armati al Consiglio di Sicurezza e la Lega Araba è estromessa.
Al Consiglio di Sicurezza George Bush e alleati rifondano l’ONU trasformandola in strumento del volere e del potere statunitense. Come scrive Phillis Bennis nel libro Calling the Shots. How Washington Dominates Today’s UN (Olive Branch Press, 1995), le Nazioni Unite sono fra le «vittime della guerra del Golfo», «diventando agente legittimante per le decisioni unilaterali dell’unica superpotenza rimasta»: «Del resto, Washington aveva bisogno di un confronto militare, con una chiara vittoria garantita, e con l’avallo ONU, per far capire che, pur rimanendo l’unica superpotenza strategica, non aveva intenzione di piegare le tende; e che Mosca ormai era in linea con il nuovo ordine mondiale».
Alle risoluzioni sull’Iraq, l’Unione Sovietica, in totale declino, prossima alla dissoluzione, fortemente dipendente dagli aiuti occidentali, non oppone mai il veto cui ha diritto in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza: «Chi siamo noi» risponde mestamente l’ambasciatore sovietico all’ONU a un giornalista, «per dire che il Pentagono non può prendere tutte le decisioni di una guerra che sarà condotta in nome dell’ONU?». Anche la Cina asseconda, non opponendosi a Washington sia per avere un ruolo diplomatico più influente, sia per ottenere un alleggerimento delle sanzioni di cui è gravata dopo i fatti di piazza Tienanmen (1989).
La risoluzione clou che porta alla guerra, il cosiddetto ultimatum all’Iraq, è la 687 del 29 novembre 1990, che autorizza i Paesi membri a cooperare con il Kuwait usando tutti i mezzi necessari, quindi la forza. Gli Stati Uniti e le petromonarchie preparano per bene il terreno utilizzando il bastone e la carota per acquisire il consenso dei membri non permanenti. Fra questi ultimi, a parte i Paesi occidentali (Canada, Finlandia) e la Romania post-muro, uniformemente schierati a favore delle decisioni USA, gli altri membri di turno, appartenenti al gruppo dei non allineati vengono convinti a suon di pacchetti di aiuti, militari e non: Costa d’Avorio, Colombia, Etiopia, Malaysia, Zaire. L’Unione Sovietica, agli sgoccioli, e pronta a tutto pur di avvicinarsi all’Occidente, ottiene 4 miliardi dai Sauditi.
Cuba e Yemen sono i due membri di turno del Consiglio di Sicurezza che fin dall’inizio della crisi hanno puntato i piedi, spesso in solitudine, ricordando al Consiglio la Carta dell’ONU che invoca soluzioni pacifiche alle controversie, e cercando di convincere altri membri ad allontanarsi dalla linea belligerante di Washington. Contro Cuba e Yemen, gli USA e i Sauditi usano il bastone. Alla vigilia della risoluzione cruciale, la pressione sui due disobbedienti si intensifica.
Veramente il bloqueo contro Cuba dura da decenni, quindi gli Stati Uniti non hanno molti strumenti diplomatici ed economici ancor da giocare. Ma ci provano lo stesso: alla vigilia del voto, si svolge a Manhattan il 28 novembre il primo incontro a livello ministeriale fra Washington e l’Avana da 30 anni. E’ chiaramente una verifica della possibilità di convincere i Cubani a desistere. Niente da fare: Cuba e Yemen votano no alla 687 (la Cina si astiene, tutti gli altri dicono sì).
Lo Yemen, il Paese più povero della regione, da poco unificato, paga un prezzo altissimo per il coraggio di violare il consenso ordinato dagli Statunitensi. Pochi minuti dopo il voto, gli USA informano l’ambasciatore Abdallah Saleh al-Ashtal: «Sarà il no più caro che abbiate mai detto»; e cancellano il piano di aiuti di 70 milioni di dollari. Non basta: dal canto suo, l’Arabia Saudita espelle centinaia di migliaia di lavoratori yemeniti. Una ritorsione nazista.
La notte del 16 gennaio 1991 USA e alleati iniziano a bombardare, malgrado la risposta positiva dell’Iraq agli ultimi tentativi negoziali, da parte del segretario generale dell’ONU, dell’Iran (appoggiato da Mosca), e di Nicaragua, India e Germania (Daniel Ortega fu l’ultimo capo di Stato a recarsi a Baghdad per scongiurare la guerra).
Mentre le città irachene vengono distrutte dalle bombe poco intelligenti, e i soldati che si stanno ritirando dal Kuwait vengono sepolti vivi nel deserto dai marines, Mosca appoggia l’accettazione da parte irachena della risoluzione 660: il ritiro dal Kuwait. Ma USA e Gran Bretagna chiedono di più e subito; e continuano a bombardare.
Marinella Correggia

Siria: contro i complici dell’ISIS, l’Italia si dissoci dalla NATO

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La decisione del governo turco di abbattere un aereo militare russo che transitava sui cieli siriani per colpire i terroristi, nel quale uno dei piloti sarebbe morto come hanno riferito i miliziani di un gruppo di ribelli siriani anti-Assad, imprimono una nuova drammatica spinta all’escalation della lotta per il potere e il controllo delle risorse petrolifere in corso in Medio Oriente. Dopo aver finto di colpire l’ISIS, represso brutalmente il popolo curdo e avere ottenuto una parziale vittoria alle recenti elezioni politiche, Erdogan ribadisce il carattere criminalmente spregiudicato delle sue azioni, rischiando di precipitare la regione e l’intero pianeta in una crisi suscettibile di conseguenze esiziali, con lo scatenamento di un conflitto mondiale.
Ovviamente l’aspirante Sultano ha deciso di colpire i Russi con il beneplacito dell’alleanza militare di cui fa parte e del suo capofila, gli Stati Uniti d’America, anche se si può ipotizzare che le sue decisioni rispondano in buona misura a una logica di forzatura e di ricatto che non gli è mai stata estranea. E’ del resto noto come in seno all’amministrazione statunitense sia in corso una battaglia di posizioni strenua ed accanita. Abbattendo l’aereo militare russo Erdogan ha voluto dare il suo contributo al prevalere delle posizioni peggiori e guerrafondaie.
Si tratta altresì di una risposta, di contenuto inequivocabile, alle offerte di Putin di intraprendere, in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una politica coordinata di repressione militare dell’ISIS e di isolamento dei suoi principali complici: Arabia Saudita, Qatar e per l’appunto Turchia. Ciò dimostra come non vi sia, da parte di buona parte dell‘establishment occidentale che si riconosce oggi nelle posizioni avventuriste di Erdogan, nessuna seria volontà di combattere l’ISIS, che si conferma per questi signori un efficace strumento, nonostante i numerosi crimini compiuti dai terroristi, da ultimo la spaventosa strage di civili a Parigi. Strage del resto avvenuta non a caso nella capitale francese, come monito preciso nei confronti di Hollande a non intraprendere iniziative autonome nella lotta al terrorismo. Che non vi sia alcuna volontà di colpire l’ISIS è dimostrato dalla circostanza che le potenze occidentali non attaccano, come denunciato da Prodi, i pozzi petroliferi in mano ai terroristi, arrecando loro un grave danno limitando al massimo le perdite fra le popolazioni civili tuttora sottoposte alla dominazione del Califfo.
NATO e USA, dopo un iniziale silenzio, hanno avallato il rischiosissimo gioco di Erdogan, tirando in ballo, del tutto a sproposito, la difesa del territorio turco.
L’Italia deve dissociarsi apertamente dalle posizioni omertose della NATO e intraprendere ogni procedura necessaria per la denuncia di questa alleanza militare, che da tempo ha perduto ogni ragione d’essere e si sta trasformando, specie alla luce della drammatica evoluzione della crisi siriana, in un potente fattore di destabilizzazione internazionale, trascinando il mondo verso una guerra mondiale dalla quale il nostro Paese e l’Europa intera devono restare fuori a tutti i costi.
Uscire dalla NATO costituisce del resto oggi un’esigenza urgente anche per conferire efficacia alla battaglia per sradicare il terrorismo e dare una soluzione pacifica alla crisi siriana. E’ infatti impensabile che una risposta efficace all’ISIS possa essere data in compagnia di coloro che, come il governo turco, ne sono oggi i principali complici. Lotta al terrorismo e soluzione pacifica del conflitto civile in Siria, fortemente voluto dagli Stati sponsor dell’ISIS e da buona parte del governo statunitense, vanno di pari passo. Ma per raggiungere questi due obiettivi occorre buttare a mare le fallimentari strategie di dominio perseguite dall’Occidente, che alimentano al tempo stesso guerra e terrorismo, con gravi sofferenze per tutte le popolazioni coinvolte.
Il Movimento Cinque Stelle e tutte le opposizioni, a partire dalle forze di sinistra che si stanno riorganizzando in seno al Parlamento e al Paese, devono quindi imporre al governo Renzi di assumere al più presto chiare scelte di condanne della Turchia e di dissociazione dall’atteggiamento della NATO, lanciando al tempo stesso una campagna di più lungo periodo per l’uscita del nostro Paese da questa perniciosa alleanza.
Fabio Marcelli

Fonte

Russia: salvatore del decadente Occidente?

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Nel momento in cui interi segmenti demografici attraverso l’Occidente si accorgono che i loro governi sono fortemente influenzati da interessi stranieri, molti guardano alla Russia – ed a Putin in particolare – per togliere le castagne dal fuoco. Ma è realistico?

Se si sente la stessa storia abbastanza spesso si finisce per pensare che esista solo quella.
Siamo programmati per tutta la nostra vita ad attendere una particolare narrazione: ci sono i buoni e i cattivi. Le cose brutte possono accadere – anche ai buoni – ma all’ultimo momento, la cavalleria arriverà cavalcando sulla collina e tutto andrà bene di nuovo.
Gli Stati Uniti hanno sperperato quanto capitale morale e buona volontà avevano e sono ora apertamente considerati dalla maggior parte del mondo come il bravo ragazzo andato a male. Ciò ha lasciato un vuoto di bontà nella mente di molti. E, sempre più, la Russia viene considerata in quel ruolo – almeno da parte di alcuni.
La tesi che guadagna terreno è che la Russia è l’ultimo baluardo del bene e della virtù.
Da Fratello Nathanael, un ebreo americano convertito al cristianesimo ortodosso, al sito Veterans Today la lode sia per la Russia che per Putin è abbondante e frequente.
Ma è giustificata?
Un punto ora citato a questo proposito è che Putin ha deciso di affrontare l’ISIS, a differenza degli Stati Uniti.
E’ vero che la Russia su questo è venuta al dunque. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la Russia non ha fatto nulla se non prendere posizione in Afghanistan, Irak I, Irak II e Libia. Si tratta di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Avrebbe potuto porre il veto su qualsiasi di queste guerre.
Il veto della Russia non avrebbe fermato la NATO, naturalmente. Ma l’avrebbe privata della foglia di fico della legittimità.
Ma la Russia scelse di non farlo. Continua a leggere

Intervista a una donna libica

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A cura di Leonor Massanet Arbona.

Marian Al Fatah (56 anni) è nata e cresciuta nella capitale libica. Appartiene alla tribù Warfalla e Gadafa. Quando avvenne l’invasione della Libia, lavorava in Europa, dove attualmente vive. Alcuni membri della sua famiglia sono morti difendendo le loro città e le loro case dai gruppi armati.

Leonor: Potrebbe farci un veloce riassunto della situazione attuale nel suo Paese, la Libia?
Al Fatah: In questi momenti a Tripoli, la situazione va dal caos alla disintegrazione del Paese. Se non si arriva rapidamente a un accordo, la Libia scomparirà. Parlo di Tripoli, che è ciò che conosco.

Leonor: In che modo pensa abbia influito e stia influendo il cambiamento della Russia per neutralizzare il cosiddetto ISIS, in Libia?
Al Fatah: Fino ad ora a quanto pare non ha avuto influenza. La maggior parte dell’ISIS sta fuggendo dalla Siria e molti si rifugiano in Libia. La Russia sta facendo qualcosa di molto buono.

Leonor: Come è stato il tentativo delle Nazioni Unite attraverso B. León di imporre un governo dei cosiddetti Fratelli Musulmani in Libia?
Al Fatah: Io lo chiamo “Re Leone”, sostiene i Fratelli Musulmani. Pretende, non capisce, e mai capirà che noi Libici siamo molto testardi e possiamo aspettare il tempo necessario per raggiungere ciò che pensiamo sia giusto.
Se vuole convincere noi libici a fare quello che vuole lui può aspettare seduto.
B. León, Ban Ki Noon, UE, ecc… ci dicono che, se non formiamo il governo che vogliono loro, ci sanzioneranno. La mia risposta è: ma se abbiamo sanzioni dal 2011, embargo da tanti anni, quali altre sanzioni possono imporci? Noi Libici siamo testardi.
Adesso le Nazioni Unite cambieranno il Re Leone con un tedesco [Martin Kobler – ndr].

Leonor: Come sono, in questo momento, le relazioni con i vostri vicini, Tunisia ed Egitto?
Al Fatah: Normali, entrambi cercano di proteggersi dai terroristi che sono in Libia ed entrambi cercano di aiutarci. Hanno catturato molti terroristi e ci aiutano alle frontiere.

Leonor: Qual è il ruolo attuale delle tribù libiche nella ripresa del Paese?.
Al Fatah: Da quanto so sulla tribù Warfalla alla quale appartengo, è quella che più si sta impegnando per il Paese, ma in realtà non ne so abbastanza. Conosco soprattutto quello che fa la mia tribù. Ѐ la tribù più grande della Libia.

Leonor: In che modo pensa che stia aiutando il Movimento Nazionale Popolare Libico?
Al Fatah: Ognuno mette il suo mattone nella costruzione. Tutte [le tribù] lavorano per la pace della Libia. Ѐ molto difficile per i Libici “perdonare” e per questo molte famiglie stanno passando momenti molto difficili. Sappiamo che perdonare e andare avanti è l’unico modo. Lo so ancor di più perché mia madre ha vissuto una guerra civile e quindi capisco quanto sia difficile il perdono, nella sua famiglia c’è ancora odio dopo 30 anni.

Leonor: Che pensa di Fatima Alhamroush?
Al Fatah: Non la conosco…

Leonor: Ha partecipato al governo di transizione creato dal Consiglio Nazionale di Transizione nel 2011.
Al Fatah: …(annuisce con la testa e sorride) Fatima fu portata in Libia da un parente e dall’M16. Col denaro che ha speso nel suo ministero nei primi due anni avrebbero potuto costruire il miglior ospedale del mondo ed i Libici non sarebbero dovuti andare fuori per curarsi.
Ѐ una straniera che non amava la Libia. Ha la doppia cittadinanza ed è illegale che una persona con doppia cittadinanza abbia un incarico nel governo libico.
Se fosse stata libica la sua priorità come ministro della salute avrebbe dovuto essere quella di costruire e riparare gli ospedali affinché la sua gente non morisse.
Il Metropolitan Hospital di Atene nel 2011 era in bancarotta ed ora è uno dei migliori della Grecia perché la gente di Misurata (Alba Libica) era trasferita con aerei privati in questo ospedale.
Tutto ciò che dice questa donna è pura menzogna.
Dal 2011 la maggior parte dei Libici sono stati obbligati ad andare fuori dal Paese per avere cure mediche. Lei non ha fatto niente per risolvere questa situazione.
Questa donna ha totalmente rovinato il Ministero libico della Sanità. La Libia aveva il migliore ospedale di medicina estetica e ricostruttiva nel 2010 e aveva ottimi chirurghi. Fu lei o la gente che aveva intorno a rovinare la sanità libica e i soldi li hanno portati all’estero.
Era gente che non amava il suo Paese.
Prima della guerra le strade di Tripoli non erano buone e io mi lamentavo sempre, dicevo che il sindaco di Tripoli era corrotto, noi libici ci lamentavamo delle cose che non funzionavano, ma non davamo a Gheddafi la colpa di tutto ciò che accadeva. Dal 2011 tutti sono corrotti.
I figli del generale Hafter hanno rapinato le banche di Tripoli nel 2013.
BilHuj fu catturato all’aeroporto di Tripoli con una valigetta con un miliardo, inviato da Jalil in Siria per formare l’“opposizione”.
Se Fatima fosse stata onesta, avrebbe potuto ad esempio dimettersi, visto quanto stava accadendo.
Questa donna è stata portata in Libia dall’M16 e hanno cercato gente in tutto il mondo che stesse dalla loro parte. Come può aiutare un Paese che non conosce, dal momento che sono 20 anni che vive all’estero? Non ha nessuna idea di come la gente pensa.
Il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) era formato da CIA, M16, Mossad… , e questa gente l’hanno portata da fuori.
Durante il governo di Gheddafi, in 43 anni, ci sono stati 200.000 esuli libici, ma ora sono più di 3.000.000.
Dal 1969 al 1978 Gheddafi non cambiò niente in Libia
Nel 1979 la mia famiglia aveva una catena di librerie, gioiellerie, giocattoli, vestiti e… , abbiamo guadagnato un sacco di soldi; poi, il governo libico decise di nazionalizzare tutto. Così molti libici lasciarono il Paese, soprattutto le famiglie ricche.
Nel 1980 potremmo dire che ci furono agitazioni in Libia. Quando tutto fu risolto, ci si rese conto che socializzare era stato un errore, così si tornò a privatizzare tutto e a risarcire tutti. La mia famiglia ha ricevuto il giusto indennizzo per quello che aveva perduto.
Durante l’embargo non c’erano problemi nel Paese, e i conflitti che si verificavano erano delegati alle tribù.
Dopo l’embargo la Libia ha avuto una crescita esplosiva. Ogni giorno c’erano cose nuove, le leggi cambiavano sempre per il meglio.
Una persona vissuta all’estero così a lungo, anche se parla arabo, non capisce la cultura, lo stile di vita, pretende di imporre in poco tempo i costumi stranieri e guarda i Libici come “arretrati”.
Gheddafi ha detto che non gli piaceva che le donne libiche si coprissero troppo e così molte donne si scoprirono, però altre si fanatizzarono.
Prima, solo le anziane si coprivano il volto, però dopo le parole di Gheddafi alcune donne hanno cominciato a coprirsi.
Noi Libici non ci rendevamo conto che poco a poco gli imam andavano cambiando ed erano Fratelli Musulmani. Immaginate quello che questa gente andava facendo piano piano e senza che nessuno se ne accorgesse.
Le preghiere in Libia non erano così rigide, cinque volte al giorno, ma dopo i cambiamenti dei Fratelli Musulmani stavano diventando più rigide.
Fatima è stata così a lungo fuori dalla Libia che non può essere un riferimento in Libia, con i Libici.
Io sono nata in Libia, ci sono vissuta fino all’età di quattro anni, sono vissuta all’estero per anni e tornavo in Libia per le vacanze. Poi sono ritornata a vivere in Libia alcuni anni fino a che sono dovuta partire nel 1980 per lavorare fino al 1997. Sono stata fuori per anni per cui a quell’epoca non potevo disporre di informazioni tanto vicine come i miei genitori o i miei zii. Ho iniziato ad essere vicina al mio Paese a partire dal 1997.
Fatima ha un passaporto irlandese: tutti quelli del CNT avevano doppia nazionalità sebbene in Libia la doppia nazionalità fosse proibita fino al 2003.
Nel 2003 la doppia nazionalità è stata permessa perché c’erano molti matrimoni misti e i bambini avevano il passaporto di tutti e due i Paesi.
La maggior parte dei “ratti” sono corrotti fino al midollo, e nemmeno uno di loro ha fatto il bene della Libia e dei libici. Per esempio Jalil ora ha una villa in Egitto e un appartamento in Turchia.
Jibril ha miliardi all’estero.
Bilhuj è oggi uno dei libici più ricchi del Paese.
Trovatemi uno solo di quei ratti che pensi a qualcosa di diverso da se stesso.
Bilhuj è vissuto tutta la sua vita fuori dal Paese, non è libico e c’è qualcosa che l’Occidente non capisce, ed è che gli arabi vogliono un’altra forma di governo. Noi abbiamo il capotribù che tutti rispettiamo e non lo abbiamo eletto. Non ci interessa la parola “democrazia” e durante gli ultimi 43 anni Gheddafi ha fatto il meglio per il suo Paese. Ha fatto degli errori, ma li ha corretti e la gente lo ama.
Fatima Alhamroush non sarebbe mai dovuta tornare in Libia, ma l’M16 voleva avere al suo fianco gente come lei.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Bernardino León ha negoziato la sua promozione con il governo degli Emirati mentre era mediatore dell’ONU per la Libia

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L’ex segretario di Stato spagnolo è stato appena nominato direttore della scuola diplomatica degli Emirati, un Paese che appoggia una delle parti che si affrontano nella guerra civile libica.
León aveva comunicato al ministro degli Esteri di quel Paese che aveva intenzione di favorire il gruppo nazionalista di Tobruk appoggiato dai governi europei e del Golfo Persico.

Secondo quanto riferito dal Guardian, il diplomatico spagnolo Bernardino León stava negoziando durante i mesi estivi con il governo degli Emirati Arabi Uniti la sua promozione a un posto di livello superiore mentre al tempo stesso cercava di favorire a nome dell’ONU un accordo politico per metter fine alla guerra in Libia.
L’indipendenza della sua missione diplomatica resta in discussione per il fatto che il governo degli Emirati appoggia una delle due parti in conflitto e per una e-mail rivelata dal quotidiano britannico. In essa, León mostra chiaramente che la sua posizione è favorevole al gruppo che controlla il Parlamento dalla città di Tobruk e che si oppone alla coalizione islamista che si era rafforzata in gran parte del Paese. Il messaggio rivela un mediatore che non è neutrale.
A giugno, il governo degli Emirati aveva offerto a León, che era segretario di Stato per l’Estero nel governo Zapatero, il posto di direttore della sua scuola diplomatica, un posto altamente lucrativo, con uno stipendio mensile di 50.000 euro. Quella scuola non solo forma i diplomatici di questa monarchia autoritaria, ma funziona come un think tank per promuovere le priorità della sua politica estera. Mercoledì scorso, la nomina è stata resa pubblica e Bernardino León è stato sostituito come inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi libica dal diplomatico tedesco Martin Kobler.
Nelle trattative private con gli Emirati, León aveva sollevato le sue alte aspirazioni economiche. Riferiva di non riuscire a trovare un domicilio in Abu Dhabi che soddisfacesse le sue esigenze di affitto con gli 89.000 euro annui offertigli per questo scopo, e chiedeva un importo doppio di tale cifra.

L’intervento degli Emirati nella guerra
Gli Emirati non sono mai stati un osservatore imparziale nella guerra libica. Aerei di questo Paese, insieme a quelli egiziani, hanno partecipato nell’agosto del 2014 ad attacchi contro la coalizione delle milizie islamiste, appoggiata dal Qatar, per cercare di impedire che prendessero il controllo della capitale, Tripoli, fatto che non gli riuscì. Come i governi occidentali, gli Emirati riconoscono come unica autorità legittima della Libia i gruppi nazionalisti che furono espulsi da Tripoli.
Il Guardian racconta che solo cinque mesi dopo esser stato nominato mediatore, León inviò una e-mail al ministro degli Esteri degli Emirati per parlargli del suo rifiuto dell’ultima posizione di Europa e Stati Uniti, che erano disposti a convocare una conferenza di pace. Per León, e presumibilmente per il suo interlocutore, questo era un errore “perché si sarebbero considerate entrambe le parti come uguali attori nel conflitto”.
Il diplomatico spagnolo rivela al suo interlocutore che non ha alcuna intenzione di essere un mediatore neutrale. Sua intenzione è rompere l’alleanza dei commercianti di Misurata coi gruppi islamisti per rafforzare i loro rivali di Tobruk. Suo obiettivo è “delegittimare” la coalizione islamista. Racconta anche che coordina tutti i suoi movimenti con i nemici del gruppo che controlla Tripoli, e che fra di essi c’è l’ex primo ministro Mahmoud Jibril, fuggito negli Emirati e protetto dalle autorità di quel Paese.
Parlando al quotidiano britannico, León nega di aver favorito una delle due parti nella guerra libica e sostiene che la sua proposta per porre fine al conflitto sia equa. Riguardo all’e-mail citata, afferma di aver avuto conversazioni simili con Paesi che appoggiano l’altro attore della guerra: “Sono sicuro che in varie occasioni ho detto anche a loro che ‘possono contare su di me’. Il mio lavoro consiste nel costruire la fiducia con tutti, dentro e fuori la Libia”.
Parlando a El País, León ha detto che il suo account di posta elettronica è stato violato: “Attraverso queste e-mail sono stato attaccato e manipolato, qualcuno sta cercando di dire che io sono stato parziale, con la scusa che gli Emirati Arabi Uniti sostenevano il Governo di Tobruk. Ѐ chiaro che anche da Tobruk mi si accusa di favorire Tripoli”.
The Guardian ha contattato León lunedì [2 novembre u. s. – ndr]. Allora, aveva negato di aver accettato il posto negli Emirati. Il mercoledì, ha inviato una e-mail al giornalista affermando che “non aveva ancora firmato nessun contratto” e che c’erano state solo conversazioni. Ha chiesto al giornale di non pubblicare nulla fino a che non gli avesse concesso un’intervista per spiegare la sua situazione. La successiva notizia era apparsa sul giornale il giovedì, quando è stato annunciato che León avrebbe assunto il posto offerto dal governo degli Emirati.

Una proposta di pace senza esito
Prima di concludere il suo lavoro di inviato dell’ONU, ha annunciato una proposta di accordo di pace che passa attraverso la formazione di un Governo di unità nazionale nel quale il Parlamento di Tobruk svolga le funzioni legislative e il consiglio islamista si converta nella Camera Alta ma solo con funzioni consultive. L’accordo non sembra avere molto futuro. Ѐ stato respinto da entrambe le parti, soprattutto dagli islamisti. Attualmente, i Paesi occidentali e del Golfo Persico premono sui parlamentari di Tobruk affinché lo approvino. Il presidente della Camera non lo esclude, ma si limita a dire che “la porta del dialogo non è chiusa”.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Siria: Putin mette a nudo la NATO

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Gli atti criminali dell’organizzazione terrorista e fondamentalista ISIS hanno suscitato ovunque la collera profonda dell’umanità. Monumenti storici (da ultimo l’arco trionfo di Palmira) distrutti, migliaia di donne violentate e ridotte in schiavitù, barbare decapitazioni di ostaggi, minacce a tutto il resto del mondo. Costruita sulle frustrazioni dei sunniti iracheni e siriani, con i soldi, le armi e gli appoggi di Arabia Saudita, Qatar e Turchia, questa organizzazione ha costituito la risorsa strategica dell’Occidente dopo che gli Stati uniti si sono dovuti ritirare dalla zona. Esiste infatti solo apparentemente una contraddizione tra i disegni dei settori dominanti (anche al di là di Obama) dell’amministrazione statunitense e quelli del Califfo. L’azione criminale di quest’ultimo, infatti, punta alla disgregazione degli Stati storici della regione (innanzitutto Iraq e Siria, in prospettiva anche Libano), attuando un modello, all’opera anche in Libia, di fallimento forzato degli Stati per aprire le porte al caos nel quale meglio possono operare le multinazionali e i poteri occulti al servizio degli interessi dell’Occidente.
Fino a pochi giorni fa, questa tesi poteva sembrare la fanfaluca di qualche complottista, perlomeno agli occhi disattenti e miopi del lettore occidentale medio, che non brilla certo né per intelligenza né per informazione e si accontenta delle panzane ammannite dalla stampa mainstream. La coraggiosa decisione di Putin di intervenire direttamente in Siria contro l’ISIS ha lacerato questo velo d’ignoranza e solo i più stolidi fra gli stolidi continueranno a credere a tali panzane. In pochi giorni l’aviazione militare russa ha inflitto ai terroristi danni ben maggiori di quelli arrecati in tutti questi mesi dall’instabile e fiacca “alleanza” che Obama ha invano tentato di mettere in piedi, coinvolgendo governi a tutti gli effetti riluttanti e doppiogiochisti.
Una notizia fra tante. Un bombardamento russo ha colpito una colonna di autocisterne che portavano il petrolio dell’ISIS verso la Turchia, a ennesima conferma dei fortissimi legami esistenti tra Erdogan e l’organizzazione terroristica. Non a caso Erdogan starnazza indispettito, se non disperato, di fronte a una mossa strategica che impedisce il suo progetto di balcanizzazione della Siria e contenimento, anche attraverso misure apertamente genocide, della spinta kurda, specie in vista delle ormai prossime elezioni politiche turche del 1° novembre.
Erdogan invoca la NATO e da Washington, come da Parigi e Londra, i governi finora incapaci di dare una risposta seria ed effettiva al terrorismo, rispondono, esprimendo la propria “preoccupazione” e la solidarietà all’alleato turco, immerso fino al collo nel sangue dei Kurdi e delle altre vittime dell’ISIS.
L’intervento russo in Siria non ha solo messo a nudo in modo spietato le contraddizioni e le ipocrisie della NATO e dell’Occidente, ma ha anche delineato una possibile soluzione politica basata su un nuovo governo in Siria, nei confronti del quale lo stesso Assad ha dichiarato la propria disponibilità mettendo sul piatto l’ipotesi delle sue dimissioni. Esso poi costituisce, ben più di molti altri, un esempio emblematico di intervento unilaterale a realizzazione di interessi generali dell’umanità, tenendo presente che, come sostenuto da Paolo Picone, “l’unilateralismo può … costituire, in certi casi e a certe condizioni (che andrebbero approfonditi assai meglio dalla dottrina) una forza costruttiva e trainante del diritto internazionale generale”.
Certamente, tuttavia, tale unilateralismo andrebbe quanto prima ricondotto nel quadro di un’iniziativa concordata e attuata nel contesto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sgominati i terroristi con un’azione congiunta si potrebbe giungere a un accordo di pace basato su di un’apertura di una nuova fase costituente per l’intera regione basata sul principio del confederalismo democratico. Ma pare che non via sia, nonostante la disponibilità russa al riguardo, alcuna volontà in tal senso delle Potenze occidentali, il che conferma l’ambiguità della posizione della NATO. Ennesima conferma, su di un piano più generale, di come la NATO costituisca un’alleanza priva di senso e densa di pericoli nell’attuale difficile momento internazionale, che va abbandonata al più presto, per dare all’Italia e all’Europa un’effettiva prospettiva di pace e cooperazione internazionale a trecentosessanta gradi per affrontare i problemi che oggi l’umanità ha di fronte.
Fabio Marcelli

Fonte

La mano nascosta di Washington nello spargimento di sangue in Africa Centrale

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La Repubblica Centrafricana è in bilico sull’orlo della catastrofe, con milioni di persone tagliate fuori dagli aiuti umanitari vitali in mezzo al riproporsi di scontri settari mortali. Ciò che è scarsamente riferito, tuttavia, è che il torbido coinvolgimento delle forze speciali americane potrebbe precipitare il Paese in una guerra civile senza quartiere

La scorsa settimana, decine di civili sono stati uccisi in scontri tra milizie cristiane e musulmane nella capitale della Repubblica Centrafricana, Bangui. L’ultimo ciclo di violenza è stato innescato dopo che un tassista musulmano è stato attaccato e decapitato da bande armate di machete. Fatto che a sua volta ha portato a rappresaglie contro le comunità cristiane.
Il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha avvertito che il Paese è sull’orlo del disastro, con più di 40.000 persone che hanno abbandonato la capitale nei giorni scorsi. In totale, circa 2,7 milioni di persone – la metà della popolazione del Paese – sono a rischio di essere tagliati fuori dagli aiuti umanitari da cui dipendono per la sopravvivenza. Il peggioramento del conflitto confessionale sta semplicemente rendendo troppo pericolosa l’opera delle agenzie di soccorso.
A poter aggiungere benzina a questa crisi è la rivelazione della scorsa settimana che forze speciali USA sono in collegamento con una delle milizie nella Repubblica Centrafricana. Il gruppo con il quale le forze USA hanno instaurato un collegamento è conosciuto come i ribelli Seleka, i cui membri sono a maggioranza musulmana. Continua a leggere

Per un goccio di oro nero

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Aerei che lanciano bombe sui civili, una popolazione martoriata, assediata e affamata, bambini cenciosi, strade, ponti, scuole, ospedali, aree residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti, un patrimonio archeologico devastato. No, questa volta non si tratta della Siria, ma di una nazione dimenticata, lo Yemen.

Dal 25 marzo, lo Yemen viene attaccato e invaso dall’Arabia Saudita, questo Paese amico, che ci rifornisce di petrolio e acquista le nostre armi.
Secondo l’ONU, in meno di 200 giorni di guerra, il regime wahhabita ha ucciso nello Yemen circa 5.000 persone tra cui 500 bambini.
Il numero delle vittime civili della guerra in Yemen è proporzionalmente maggiore rispetto al numero di civili uccisi nella guerra in Siria.
Infatti, nello Yemen la metà dei morti sono civili mentre sono un terzo le vittime civili in Siria.
Eppure nessuno tra gli umanitari di professione che insultano Assad apre bocca contro il re Salman.
La Siria si è vista imporre una guerra condotta per procura da terroristi, una politica di isolamento e di sanzioni economiche. Per contro, l’Arabia Saudita raccoglie i nostri salamelecchi e la nostra compiacenza.
Con le sue bombe il “nostro amico Re” Salman non fa che distruggere. Impone un blocco terrestre, marittimo e aereo che secondo Medici Senza Frontiere (MSF) uccide tanti civili quanto la guerra guerreggiata. 20 milioni di yemeniti infatti rischiano di morire di fame e di sete a causa della guerra e dell’embargo saudita.
Raramente si vede all’opera in modo così eclatante la politica dei due pesi e delle due misure che scatena le passioni sulla Siria e lascia di marmo sullo Yemen.
Questa politica dei due pesi e due misure sembra un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso mosca, dove il peso massimo può colpire il peso mosca sotto la cintura, ma non il contrario.

Il vaso di ferro contro il coccio di argilla
L’aggressione saudita contro lo Yemen riveste una dimensione mitica.
E’ la storia del Paese arabo più ricco del mondo in guerra contro il Paese arabo più povero del mondo.
Ancora una volta, siamo soggetti alla legge del più forte.
Abbiamo acconsentito che il nostro amico re Salman fabbricasse una guerra tra sciiti e sunniti in Yemen quando la maggior parte dei musulmani del Paese pregano insieme in moschee senza etichette confessionali.
Abbiamo demonizzato e vietato il movimento ribelle Ansarullah definendolo “sciita” o “huthi” per compiacere il nostro amico re Salman quando Ansarullah è una coalizione patriottica che include molte figure sunnite come Saad Ibn Aqeel o gruppi non religiosi, come il Partito socialista arabo Baath dello Yemen.
Abbiamo escluso Ansarullah dai colloqui di pace mentre il movimento ribelle stava negoziando con i suoi avversari politici, tra cui con Abderrabo Mansour al Hadi, agente saudita che allora era agli arresti domiciliari.
Abbiamo lasciato lo Yemen diventare il cortile di Re Salman mentre questa nazione sognava l’indipendenza.
Abbiamo stornato lo sguardo quando gli scagnozzi del re Salman (Al Qaeda e ISIS) hanno bruciato la chiesa di San Giuseppe ad Aden e bombardato la moschea sciita di Al Moayyad a Jarraf.
Non abbiamo versato una sola lacrima per i bambini dello Yemen bruciati vivi dai bombardieri del nostro amico re Salman.
Lo Yemen è un Paese così lontano che i suoi rifugiati non possono raggiungerci.
Lo Yemen è un Paese così disprezzato che le sue lamentele non possono arrivarci.
Se Jean de la Fontaine avesse assistito alla guerra del re dell’Arabia Saudita contro il suo povero vicino, avrebbe citato il seguente passo della sua favola del vaso di terracotta e del vaso di ferro:
“Il più debole andò in mille pezzi
senza avere il tempo di dire amen”.
Ecco che da quasi 200 giorni il movimento internazionale per la pace lascia che il vaso di ferro si scontri con un Paese fragile come una vaso di terracotta.
E’ come se una pentola di ferro ci fosse caduta in testa.

Lo Yemen di oggi è il Vietnam di ieri
Durante gli anni ’60 e ’70, il Vietnam ha sperimentato più o meno lo stesso scenario dello Yemen di oggi.
Ngo Dinh Diem era il fantoccio degli USA nel Vietnam del Sud come d’Abderrabo Mansour al Hadi lo è nello Yemen.
I Vietcong (FNL) di ieri sono Ansarullah di oggi.
Che il primo avesse una connotazione comunista e il secondo sia di ispirazione sciita, poco importa. I movimenti nazionalisti vietnamita e yemenita mirano entrambi all’unificazione del loro Paese e all’emancipazione dal dominio degli Stati Uniti.
All’epoca, il movimento internazionale per la pace ha difeso la resistenza del popolo vietnamita, nonostante fosse comunista e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina.
Oggi, il movimento internazionale per la pace, non solo rifiuta di difendere i diritti del popolo yemenita alla resistenza, con il pretesto che è sostenuta da Iran e Siria, ma non difende neppure quella che è la sua ragione d’essere, vale a dire la pace.

Niente sangue per il petrolio
Non molto tempo fa, nel 1991 e nel 2003, gli USA hanno usato il suolo saudita per condurre la loro guerra contro l’Irak.
Allora eravamo milioni di persone a gridare: “Niente sangue per il petrolio” (No Blood for Oil).
Oggi, né gli USA, né l’Arabia Saudita, né i motivi della guerra sono cambiati.
Inoltre, il sangue continua a scorrere per il petrolio.
Solo il movimento per la pace è cambiato.
Non è nemmeno più un movimento, ma solo una massa inerte e silenziosa, cullata dalle illusioni come la “rivoluzione araba”, il “diritto di ingerenza” e la “responsabilità di proteggere”… a colpi di bombe della NATO.
Nel frattempo, il popolo dello Yemen è vittima di una guerra, una guerra che a noi non è estranea, una guerra molto sanguinosa alla quale i nostri governi hanno dato il via libera per un goccio di oro nero.
Bahar Kimyongür

Fonte

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V.V.P.

“Che cos’è dunque la “sovranità nazionale”? Come menzionato dai miei colleghi prima di me, è la libertà, la libertà per ogni persona, Nazione o Stato di scegliere il proprio destino.”

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“Oggi il flusso di persone costrette a lasciare la loro madrepatria ha letteralmente congestionato l’Europa. Ora sono centinaia di migliaia, ma presto potrebbero essere milioni. Di fatto, è una nuova, grande e tragica migrazione di popoli. Ed è una severa lezione per gli Europei.”

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“Alcuni Paesi hanno scelto di creare associazioni economiche chiuse ed “esclusive”, governate da regole contrattate nei retroscena, al segreto dagli stessi cittadini di quei Paesi, dal grande pubblico e della comunità degli affari. Altri Stati, i cui interessi potrebbero essere danneggiati, non sono informati di nulla. Sembra che dobbiamo essere per forza messi davanti al fatto compiuto, al cambiamento delle regole in favore di un ristretto gruppo di privilegiati..”

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Dal Discorso di Vladimir V. Putin alla 70°Assemblea delle Nazioni Unite.

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Ripristinare le relazioni diplomatiche con la Repubblica Araba Siriana

SIRIA

Risoluzione in commissione 7-00771 presentata da Manlio Di Stefano e altri deputati del M5S
Mercoledì 16 settembre 2015, seduta n. 483

La III Commissione (Affari esteri e comunitari),
premesso che:
la Siria dal 15 marzo 2011 vive una terribile guerra per procura alimentata da terroristi provenienti da 89 Paesi, dove, finora, sono morte più di 250.000 persone tra civili e militari;
vista la situazione di caos, sul territorio siriano si sono sviluppate, grazie anche al supporto logistico, finanziario e di armamenti, le organizzazioni terroristiche di Jabhat al-Nusra, filiale di al-Qaeda in Siria e il sedicente Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ISIS;
è stato documentato da diversi media in Turchia, così come dal Dipartimento di Stato degli USA, il coinvolgimento dei servizi segreti turchi nel passaggio dei terroristi in Siria;
l’Isis continua a ricevere i proventi dalla vendita di petrolio alla Turchia a un prezzo ridotto (come documentato da vari analisti e reporter di guerra) e dai reperti archeologici saccheggiati in Siria e Iraq e poi rivenduti sui mercati europei;
la Giordania favorisce il passaggio di terroristi sul suolo siriano, mentre Israele accoglie i terroristi feriti in Siria e, come documentato dai media israeliani, offre loro supporto logistico per tornare nei campi di battaglia siriani;
dal mese di aprile 2015, l’ISIS e il Fronte al-Nusra hanno proseguito la loro avanzata in Iraq e Siria, occupando Ramadi (Iraq), Idlib e Palmyra (Siria); l’inviato dell’ONU in Siria, Staffan De Mistura, ha ribadito più volte che il presidente siriano Bashar al-Assad è parte della soluzione alla crisi siriana e che sarebbe necessario un maggior coordinamento con le forze armate siriane contro le organizzazioni terroristiche ISIS e al-Nusra, avendo acquisito nel tempo importanti informazioni di intelligence;
la cosiddetta coalizione anti-ISIS a guida americana non solo si è dimostrata inconcludente, ma, come nel caso dell’occupazione di Palmyra, ha mostrato addirittura un chiaro atteggiamento non interventista, quasi benevolo. Preoccupante, inoltre, è l’intenzione da parte della suddetta coalizione di considerare al-Nusra tra i cosiddetti «ribelli moderati»;
la cosiddetta coalizione nazionale siriana è divisa e lacerata da divisioni al suo interno tra continue liti e scandali per sottrazione di fondi; ha un riscontro minimo di popolarità sul suolo siriano e la sua formazione militare, il cosiddetto Free Syrian Army, è ormai parte integrante delle organizzazioni terroristiche presenti sul territorio siriano;
dal 2011, la Repubblica Araba Siriana è vittima dell’embargo economico e delle sanzioni dell’Unione Europea, i cui effetti diventano devastanti solamente su una popolazione impossibilitata, ora, ad accedere a medicinali e beni di prima necessità. Nel mese di maggio 2015, inoltre, il Consiglio europeo ha esteso le sanzioni economiche contro la Siria per un anno ulteriore, quindi, fino al 10 giugno 2016;
la Repubblica Araba Siriana è una nazione laica che consente ai cristiani e alle altre minoranze religiose di professare liberamente la propria fede religiosa. A Damasco c’è una delle più antiche sinagoghe del Medio Oriente, colpita dai mortai dei ribelli dell’Esercito Libero Siriano, considerati da molti Governi occidentali dei «moderati»; in Siria la donna non è costretta a portare alcun velo e ha pieni diritti civili e piene libertà. Le donne possono esercitare qualsiasi professione e non è preclusa la carriera politica o l’accesso alle istituzioni;
la Siria, dal giorno della Nakba, 15 maggio 1948, ha accolto milioni di rifugiati palestinesi ai quali sono stati concessi pieni diritti e la cittadinanza siriana. In seguito alla guerra in Iraq, nel 2003, e al susseguirsi del conflitto, il Governo siriano ha accolto più di 1 milione di profughi iracheni, riservando loro alloggi e lavoro secondo le loro competenze, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa o sociale; nel 2006 durante il conflitto tra Hezbollah e Israele, 600.000 libanesi in fuga dai bombardamenti israeliani sono stati accolti in territorio siriano;
la Repubblica Araba Siriana non è isolata. È riconosciuta dall’ONU, dai Paesi cosiddetti BRICS, dai Paesi membri dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), dall’Iran, Algeria, Libano, Kuwait e altri Paesi che stanno rivedendo la loro posizione. Stati che, nel complesso, rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale;
il Ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato recentemente che l’Occidente dovrebbe collaborare con il presidente siriano Bashar al-Assad e i suoi alleati Iran e Russia per combattere il gruppo terroristico ISIS. Altresì il Ministro degli esteri spagnolo José Manuel Garcia-Margallo ha dichiarato da Teheran di ritenere necessario l’apertura di un negoziato con il presidente Assad per un cessate il fuoco,

impegna il Governo:

a riconoscere e ripristinare le relazioni diplomatiche con la Repubblica Araba Siriana;
a condannare gli atti di terrorismo compiuti ai danni della popolazione siriana;
a intervenire nelle sedi internazionali, quali ONU e Unione Europea, affinché sia rispettata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 2170 che prevede misure per ostacolare ogni tipo di supporto, finanziamento e armamento ai terroristi dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), al fronte terroristico Jabhat al-Nusra e al flusso di terroristi in Siria e in Iraq;
a dissociarsi e a contribuire in sede europea alla rimozione delle inique sanzioni economiche alla Repubblica Araba Siriana;
a intraprendere e a promuovere iniziative di dialogo con il Governo siriano come proposto da altri Paesi europei, come la Spagna e l’Austria.

(7-00771) «Manlio Di Stefano, Del Grosso, Di Battista, Grande, Scagliusi, Sibilia, Spadoni».

Fonte