L’opinione pubblica sul Covid-19 viene formata dai fatti o è “terrorizzata” dalla propaganda?

Di Piers Robinson, ricercatore e scrittore su tematiche riguardanti la propaganda e i sistemi di comunicazione, autore di The CNN Effect: The Myth of News, Foreign Policy and Intervention, 2002, e Pockets of resistance: British news media, war and theory in the 2003 invasion of Iraq, 2010.

La censura degli scienziati, i messaggi allarmistici e le calunnie sulla teoria del complotto sono stati usati per rinforzare la narrativa ufficiale sul coronavirus? Possono mai essere giustificate distorsioni come queste?

Uno dei problemi riguardanti la ricerca e la scrittura su tematiche relative alla propaganda è che molta gente crede che sia un qualcosa del tutto estraneo agli Stati democratici.
Ciò che Edward Bernays, considerato da molti come una figura chiave nello sviluppo delle tecniche per la propaganda del ventesimo secolo, disse era che “la manipolazione intelligente e consapevole delle abitudini organizzate e delle opinioni delle masse popolari è un elemento importante nelle società democratiche”
Sebbene attualmente siamo soliti dare a queste tecniche nomi diversi, utilizzando eufemismi come “pubbliche relazioni” o “comunicazione strategica”, è un fatto che le tecniche di manipolazione sono parte integrante delle democrazie liberali contemporanee.
Benché tali attività di persuasione possano comprendere tecniche consensuali, esse pure frequentemente includono modalità meno consensuali, tra cui forme di inganno, incentivazione e coercizione. In quale misura tali metodi di persuasione non consensuali – che è come dire, la propaganda – sono stati usati nel caso del Covid-19? Continua a leggere

E’ possibile rompere la gabbia del politicamente corretto?

“La gabbia del politicamente corretto, praticamente, oggi come oggi, è quasi impossibile da rompere, perché il politicamente corretto è un codice di accesso. È il codice di accesso per arrivare a quella che viene chiamata “opinione pubblica”, il politicamente corretto rappresenta oggi quello che un tempo era il conformismo religioso medievale, quello che un tempo era il costume borghese, cioè rappresenta un insieme di interdetti, un insieme di tabù. Il politicamente corretto è l’equivalente postmoderno dei tabù delle tribù primitive, dove alcune cose non le potevi fare. Non puoi toccare l’impero americano, non puoi toccare l’olocausto, non puoi toccare la dicotomia sinistra-destra, non puoi toccare il primato dei gay sulle persone dette “normali”, non puoi toccare il primato simbolico delle femministe, sono tutte cose politicamente corrette, no? Chi si mette fuori dal politicamente corretto è subito stigmatizzato come fascista, nazista pericolosissimo. Però questo non riguarda la gente, riguarda i settori che hanno in mano le chiavi dell’opinione pubblica politicamente corretta, che sono gli intellettuali universitari e giornalistici.”

Da A tu per tu… con Costanzo Preve, intervista esclusiva (e mai banale) a cura di Alberto Lodi.

Il declino della reputazione americana: perché?

Lo scorso 11 giugno 2008, è stato pubblicato il primo di tre rapporti sull’immagine internazionale degli Stati Uniti d’America elaborati dal Subcomitato sulle Organizzazioni Internazionali, i Diritti Umani e la Vigilanza del Comitato per gli Affari Esteri operante presso la Camera dei Rappresentanti.
I prossimi due rapporti elaborati dallo stesso Subcomitato avranno come tema, rispettivamente, l’impatto del declino di immagine sugli interessi nazionali statunitensi e le raccomandazioni per recuperare credibilità.

La versione integrale di questa indagine rivelatrice è qui.
Quale presentazione, ecco un breve stralcio dal capitolo introduttivo:

Successivamente all’attacco dell’11 Settembre 2001, ci furono una simpatia ed un sostegno mondiale per gli Stati Uniti. Ciò fu riassunto bene dal titolo del quotidiano francese Le Monde “Siamo tutti Americani”.
Da allora, i sondaggi condotti dal governo statunitense e da rispettati enti privati hanno rivelato un declino precipitoso nella propensione verso gli Stati Uniti e la loro politica estera. Le percentuali generalmente positive avutesi fra gli anni Cinquanta ed il 2000, sono diventate per lo più negative dopo il 2002. Come testimoniato nelle dieci audizioni con sondaggisti ed analisti regionali, al Subcomitato è stato riferito che “non abbiamo mai visto numeri così bassi”.

L’inversione è senza precedenti e generalizzata:
– un calo di popolarità del 45% in Indonesia, 41% in Marocco, 40% in Turchia e 27% in Gran Bretagna;
– tra i musulmani della Nigeria, l’opinione favorevole è diminuità di 33 punti, dal 71 al 38%, nel giro di otto mesi;
– in Europa, un aumento di 26 punti dell’opinione secondo cui la leadership statunitense negli affari mondiali non è desiderabile;
– l’impopolarità è cresciuta fino al 82% nei Paesi arabi e l’86% delle classi dirigenti latino-americane adesso considera le relazioni con gli Stati Uniti in maniera negativa;
– nel 2002, l’83% dei Paesi aveva una maggioranza di cittadini propizi verso gli Stati Uniti; nel 2006, solo il 23% ha una maggioranza che ritiene positiva l’influenza americana.

Per quanto gli Stati Uniti non possano basare la loro politica estera sui sondaggi d’opinione – sia domestici che effettuati all’estero – questa propensione fortemente negativa verso la politica estera americana è al tempo stesso una responsabilità ed il segnale che qualcosa è andato veramente storto. Che cosa è accaduto? Perché, come ci si chiede spesso, ci odiano?

Il rapporto si conclude con la seguente, illuminante, indicazione da parte degli autori:

Gli Stati Uniti non dovrebbero determinare la loro politica sulla base di ciò che il pubblico pensa essa dovrebbe essere, specialmente non sulla base dell’opinione pubblica di Paesi stranieri, ma piuttosto scegliere quella politica fondata su ciò che è giusto, giusto per il popolo degli Stati Uniti, e che servirà la comunità internazionale nel lungo periodo.