Afghanistan 2017

Kabul, da 16 anni il nulla con i miliardi intorno

Sette miliardi e mezzo in sedici anni, cioè quasi mezzo miliardo l’anno, un milione e trecentomila euro al giorno. Questo – a fronte di 260 milioni per la cooperazione civile – è il costo della partecipazione dell’Italia alla campagna militare afgana, la più lunga della nostra storia, secondo il rapporto “Afghanistan, sedici anni dopo” pubblicato dall’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, che traccia un bilancio di questa guerra, iniziata il 7 ottobre 2001.
In realtà l’onere finanziario complessivo della missione italiana è assi più pesante considerando i suoi costi indiretti, difficilmente quantificabili: l’acquisto ad hoc di armi, munizioni, mezzi da combattimento ed equipaggiamenti, il loro continuo aggiornamento a seconda delle esigenze operative e il ripristino delle scorte, l’addestramento specifico del personale e, non da ultimo, i costi sanitari delle cure per le centinaia di reduci feriti e mutilati.
In sedici anni la guerra in Afghanistan è costata complessivamente 900 miliardi di dollari: 28mila dollari per ogni cittadino afgano (che mediamente ha un reddito di 600 dollari l’anno).
In termini umani è costata la vita di 3.500 soldati occidentali (53 italiani) e di 140mila Afgani tra combattenti (oltre 100mila, un terzo governativi e due terzi talebani) e civili (35mila, in aumento negli ultimi anni, quelle registrate dall’ONU: dato molto sottostimato che non tiene conto delle tante vittime civili non riportate). Senza considerare i civili afgani morti a causa dell’emergenza umanitaria provocata dal conflitto: 360mila secondo i ricercatori americani della Brown University.
Chi sostiene la necessità di portare avanti questa guerra si appella alla difesa dei progressi ottenuti. Quali? A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane e imputabile al lavoro di organizzazioni internazionali e Ong, non certo alla NATO), l’Afghanistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite).
Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra della minoranza tagica) è tra i più inefficienti e corrotti al mondo e ben lontano dall’essere uno Stato di diritto democratico: censura, repressione del dissenso e tortura sono la norma. Per non parlare del problema del narcotraffico (si veda qui).
La cartina al tornasole dei progressi portati dalla presenza occidentale è il crescente numero di Afgani che cerca rifugio all’estero: tra i richiedenti asilo in Europa negli ultimi anni, gli Afgani sono i più numerosi dopo i Siriani.
Anche dal punto di vista militare i risultati sono deludenti. Dopo sedici anni di guerra, i talebani controllano o contendono il controllo di quasi metà Paese. Una situazione imbarazzante che ha spinto il presidente americano Donald Trump a riprendere i raid aerei e rispedire truppe combattenti al fronte, e la NATO a spostare i consiglieri militari dalle retrovie alla prima linea per gestire meglio le operazioni e intervenire in caso di bisogno.
Sul fronte occidentale sotto comando italiano dove, per fronteggiare l’avanzata talebana, dall’inizio dell’anno i nostri soldati (un migliaio di uomini, il secondo contingente dopo quello USA: alpini della brigata Taurinense e forze speciali del 4° reggimento alpini paracadutisti) sono tornati in prima linea a pianificare e coordinare le offensive dei soldati afgani.
Gli esperti militari dubitano del successo di questa strategia: perché mai poche migliaia di truppe che combattono a fianco dell’inaffidabile esercito locale dovrebbero riuscire laddove gli anni passati hanno fallito 150mila soldati occidentali armati fino ai denti? Secondo esperti e diplomatici, l’unica via d’uscita è il dialogo con i talebani e la loro inclusione in un governo federale e multietnico, il ritiro delle truppe USA e NATO e la riconversione della cessata spesa militare in ricostruzione e cooperazione.
È opportuno ricordare che i talebani, fortemente sostenuti dalla maggioranza pashtun degli Afgani, non rappresentano una minaccia per l’Occidente poiché la loro agenda è la liberazione nazionale, non la jihad internazionale: combattono i jihadisti stranieri dell’ISIS–Khorasan infiltratisi in Afghanistan e non hanno mai organizzato attentati in Occidente (né hanno avuto alcun ruolo negli attacchi dell’11 settembre, che avevano apertamente condannato).
L’alternativa è il prolungamento indefinito di una guerra sanguinosa che nessuno ha la forza di vincere e che sprofonderà l’Afghanistan in una situazione di caos e instabilità crescenti, facendone un rifugio ideale per formazioni terroristiche transnazionali come ISIS-Khorasan.
Una prospettiva pericolosa ma utile da un punto di vista geostrategico, poiché uno stato di guerra permanente giustificherebbe un’altrettanto permanente presenza militare occidentale che, seppur minima, basterebbe a scoraggiare interferenze da parte di potenze regionali avverse (Russia, Cina, Iran, Pakistan) desiderose di estendere la loro influenza strategica, stroncare il narcotraffico afgano che le colpisce e, non ultimo, mettere le mani sulle ricchezze minerarie afgane (in particolare le ‘terre rare’ indispensabili per l’industria hi-tech) valutate tra i mille e i tremila miliardi di dollari.
Enrico Piovesana

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In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

Monsignor Capucci e la pace, “ossigeno della vita”

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Monsignor Hilarion Capucci è morto a Roma il 1 gennaio 2017, dunque in occasione della cinquantesima giornata mondiale della pace (istituita da Paolo VI e celebrata per la prima volta il 1 gennaio 1968). E’ morto, a 95 anni, pochi giorni dopo la fine della battaglia di Aleppo, sua città natale. La guerra in Siria era stata fonte di grande dolore per lui, da decenni rifugiato in Italia con status sempre incerto a causa delle sue note vicissitudini come vicario di Gerusalemme…
A quante iniziative ha accettato di partecipare, con umile, naturale autorevolezza, esile e diritto nel suo pesante abito nero di rito orientale.
Il 23 giugno 2016, a Roma, egli svolgeva il saluto introduttivo al seminario «A fianco della Siria e del suo popolo. Oltre il muro della disinformazione», organizzato dal comitato «Per non dimenticare» (e in particolare da Maurizio Musolino, anch’egli scomparso). Dopo aver ringraziato organizzatori e partecipanti, «solidali con il popolo siriano sofferente e martoriato», monsignor Capucci diceva:
«La Siria era il cuore battente della nazione araba, ponte fra occidente e mondo arabo, modello di convivenza e fratellanza fra tutte le sue componenti. Oggi purtroppo, con la guerra infernale che subisce da quasi sei anni, con questo complotto diabolico, ben preparato, la nostra patria che era paradiso è diventata inferno. La salvezza della Siria, la sua prosperità, risiedono nel dialogo serio e sincero fra gli stessi Siriani, nel dialogo franco, il mezzo migliore, direi unico per la ricostruzione di uno Stato siriano, una Siria indipendente sovrana, prospera che superi tutti i complotti e le trappole. Ripristinare dunque la pace in Siria tramite il dialogo è indispensabile. Difatti la pace è l’ossigeno della vita, mentre la guerra è un disastro nel quale tutti sono perdenti. Non ci sono vincitori ma solo sconfitti. Avendo raggiunto i 95 anni, mi preparo all’incontro con il mio Signore pregando. Prego tanto per la pace, pace nel mondo, nel Medioriente, e innanzitutto nella carissima nostra Siria. Prego perché se Dio non costruisce la casa, inutilmente lavorano gli operai. Nel lavoro con la preghiera risiede la salvezza. Supplico dunque il Signore che finalmente si attui questa benedetta riconciliazione fra le diverse componenti siriane, affinché gli angeli nel cielo della Siria risorta cantino il loro bell’inno Gloria a Dio nell’alto del cielo siriano, pace sulla sua terra, gioia, serenità, prosperità per tutti i Siriani, e allo stesso modo per tutti i popoli».
Il 15 ottobre 2016, monsignore partecipava al presidio organizzato da Rete No War a Montecitorio per chiedere all’Italia di dissociarsi dalle sanzioni europee alla Siria e di non vendere più armi all’Arabia Saudita contro lo Yemen. In quell’occasione egli ripeté: «Siamo qui per dire no alla guerra, la guerra è una calamità, un disastro, nella guerra tutti sono perdenti».
Era sempre disponibile a incontrare attivisti e militanti. Con l’aiuto del suo angelo custode, Muntah, dava loro appuntamento all’ambasciata palestinese. Dove tutti gli dimostravano rispettoso amore.
Marinella Correggia

Fonte

No alla guerra – No alla NATO

Appello di Stoccarda del 5 ottobre 2008
Fonte: csotan.org
 

In occasione del 60° anniversario della NATO vi invitiamo a venire a Strasburgo ed a Kehl nell’aprile del 2009 per manifestare contro le aggressive politiche militari e nucleari della NATO e per affermare che un mondo giusto e senza la guerra è possibile.
La NATO è un ostacolo sempre più grande alla realizzazione nella pace mondiale. Dalla fine della guerra fredda, la NATO ha tentato di ridefinirsi come strumento militare nelle mani della “comunità internazionale”, promuovendo la cosiddetta guerra contro il terrorismo. In realtà è uno strumento militare diretto dagli Stati Uniti che dispone di basi militari in tutti i continenti, scavalca le Nazioni Unite e le norme del Diritto Internazionale, incoraggia la militarizzazione e l’aumento delle spese militari: i Paesi della NATO sono responsabili del 75% delle spese militari mondiali. Perseguendo dal 1991 il suo progetto di espansione al servizio dei propri interessi strategici e del controllo delle risorse, la NATO ha intrapreso una guerra nei Balcani con l’ingannevole definizione di “guerra umanitaria” e conduce da più di sette anni una guerra brutale in Afghanistan, dove la situazione sta peggiorando tragicamente estendendosi ormai al Pakistan.
In Europa la NATO acuisce le tensioni, alimenta la corsa agli armamenti con il cosiddetto “scudo” antimissile, un arsenale militare gigantesco e la dottrina del primo colpo nucleare. La politica dell’Unione Europea è sempre più legata alla NATO. L’espansione attuale e potenziale della NATO nell’Europa dell’Est e oltre, come le sue operazioni “fuori zona”, mettono a rischio la pace mondiale. Il conflitto del Caucaso ne è un chiaro esempio. La progressione degli insediamenti NATO aumenta i rischi di guerra, compreso il ricorso alle armi nucleari.
Per realizzare il nostro progetto di mondo pacifico ci opponiamo a tutte le risposte militari alle crisi mondiali e regionali, in quanto costituiscono parte del problema e in nessun caso una soluzione. Ci rifiutiamo di vivere nella paura dell’utilizzo delle armi nucleari e rifiutiamo la nuova corsa agli armamenti. Dobbiamo diminuire le spese militari e impiegare queste risorse per affrontare le necessità vitali dell’umanità. Tutte le basi militari straniere al Paese in cui sono installate devono essere chiuse. Ci opponiamo a tutte le strutture militari utilizzate a scopo di guerra. Vogliamo democratizzare e smilitarizzare le relazioni tra i popoli e instaurare nuove forme di cooperazione pacifica per costruire un mondo più sicuro e più giusto.
Vi chiediamo di diffondere questo messaggio e di invitare tutti a venire a Strasburgo ed a Kehl per trasformare questa visione in realtà. Noi pensiamo che un mondo di pace sia possibile!

Attività proposte durante il Contro-vertice della NATO:
– Sabato 4 aprile: manifestazione
– Da giovedì 2 a domenica 5 aprile: conferenza internazionale
– Azioni di disobbedienza civile non violente
– Campo internazionale di resistenza da mercoledì 1 a domenica 5
[Qui la versione .pdf dell’appello]

Per ulteriori informazioni: notonato

Qui aggiornamenti sul programma delle attività.

Ipse dixit

CITTA’ DEL VATICANO, 21 MAG – Un particolare saluto ed un augurio di speranza e’ stato rivolto da Papa Benedetto XVI ad una delegazione di ufficiali del Comando NATO di Napoli, presenti all’udienza di oggi con le loro famiglie.
”Cari amici – questo il messaggio del Pontefice, letto in lingua inglese – possa la vostra cooperazione al servizio della pace contribuire ad un futuro di speranza per le future generazioni”.
(ANSA)