La NATO orientale

Negli ultimi tempi, i mezzi di informazione di massa e le pubblicazioni accademiche usano sempre più spesso l’insolita espressione “NATO orientale”, di per sé assurda quando si ricordi il significato dell’acronimo in questione (North Atlantic Treaty Organization). Stati Uniti, Giappone, Australia ed India sono i potenziali membri di questo blocco politico-militare virtuale. Secondo le aspettative statunitensi, esso dovrebbe controbilanciare l’espansione geopolitica della Cina nella regione Asia-Pacifico: si tratta del collaudato sistema dei blocchi e delle alleanze applicato all’area geografica mondiale dal più rapido sviluppo. Detta con le diplomatiche parole di Condoleezza Rice, le relazioni degli Stati Uniti con i paesi dell’Asia-Pacifico devono essere tali “da non permettere a Pechino di sentirsi completamente libera di agire nel nuovo ambiente strategico”.
Tuttavia, tra gli intenti e la loro realizzazione sembra esserci una distanza enorme. In primo luogo, le élite di potere indiane non vedrebbero di buon occhio una rivalità con la Cina, soprattutto nell’interesse di un Paese terzo. La rapida crescita degli scambi commerciali fra India e Cina (con quest’ultima che si avvia a diventare il maggior partner economico di Nuova Delhi) trasforma la loro rivalità geopolitica in una competizione in termini di efficacia. In secondo luogo, anche i leader nipponici sono di gran lunga meno ostili alla Cina (oggi il principale partner commerciale del Giappone) di quanto lo siano stati nel recente passato: nel campo della politica internazionale, anche in questo caso, l’economia ha un ruolo sempre più attivo.
In questa parte del mondo, si è dunque configurata una interdipendenza tra gli Stati che ha reso significativamente più complessa la struttura delle relazioni internazionali. Il tentativo di espandere l’atlantismo nell’emisfero orientale, mediante la politica dei blocchi, si scontra con un equilibrio di forze davvero multiforme, in particolare coinvolgendovi anche il fattore Russia. Senza dimenticare l’importanza crescente del ruolo svolto dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ma questa è un’altra storia.

I dotti e le basi

manas

In Asia centrale, nelle repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti erano riusciti ad insediarsi militarmente in virtù della “Guerra al Terrore” scatenata dopo l’11 settembre 2001, in prima istanza contro l’Afghanistan talebano.
Da allora, molte cose sono cambiate in quell’area geografica ed agli statunitensi rimane oggi a disposizione soltanto la base di Manas in Kirghizistan – intitolata a Ganci, il comandante dei vigili del fuoco di New York morto al World Trade Center – il cui utilizzo è stato concesso sulla base di accordi bilaterali che risalgono al dicembre 2001 e che stabilivano un canone d’affitto di solo 2,6 milioni di dollari annui, meno di un’elemosina. Antefatto: il presidente kirghizo è Kurmanbek Bakiev, salito al potere nel 2005 grazie alla cosiddetta “Rivoluzione dei Tulipani” sponsorizzata da Washington ” con il contributo operativo determinante della fondazione Freedom House, coordinata dall’ex giornalista Mike Stone al quale erano state affidate la gestione dei 50 milioni di dollari stanziati per incoraggiare i gruppi dell’opposizione e la veste di editore-tipografo delle sei testate giornalistiche antigovernative.
Ebbene, proprio Bakiev – rapidamente tornato nell’orbita di Mosca, generosa nelle promesse di investimenti e di sostegno politico in caso di un’eventuale altra rivoluzione colorata, ed appoggiato anche da Pechino, poco entusiasta nel sapere l’USAF parcheggiata a due passi dalle sue rampe di missili nucleari nello Xinjiang – nella primavera del 2006 ha lanciato un ultimatum agli statunitensi chiedendo loro un aumento del canone di affitto di Manas che lo portasse a livelli più consoni all’importanza ed alle dimensioni della base. Ed essi, pur di non perdere la vitale installazione – dopo che già avevano perso la base di Karsh i-Khanabad in Uzbekistan – si sono decisi ad accettare il nuovo canone che è pari a ben 150 milioni di dollari. D’altro canto, rinunciare anche a quest’ultima infrastruttura li avrebbe costretti a ridispiegamenti strategici veramente complessi, col rischio di veder fallire completamente la strategia di espansione in Asia centrale.
Dove la posta in palio è rappresentata dai giacimenti di idrocarburi e dagli oleodotti e gasdotti esistenti, in costruzione ed in progettazione. Tanto è vero che da qualche mese, al dipartimento di Stato, hanno iniziato a circolare voci sempre più insistenti sul desiderio statunitense di allargare la NATO anche ai Paesi dell’area. Senza citare direttamente la Russia, Evan Feigenbaum, sottosegretario di Stato aggiunto, ha affermato che un monopolio dei trasporti delle risorse energetiche potrebbe rappresentare una minaccia per l’indipendenza politica ed economica di quei Paesi.
E’ evidente, Loro pensano sempre al bene altrui.