Immaginare un’Unione Europea al di fuori del Patto Atlantico è una mera illusione

“L’Europa comunitaria è in gran parte un prodotto della Guerra Fredda e dell’influenza americana sul continente, sicuramente in modo massiccio fino all’89. Pertanto, immaginare un’Unione Europea al di fuori del Patto Atlantico è una mera illusione. Non a caso tutti i progressi nell’ambito della Politica Estera e Sicurezza Comune sono sempre avvenuti nel quadro riconosciuto della NATO, ivi compresa l’ultima realizzazione che riguarda l’Europa della difesa, la cooperazione strutturata permanente (PESCO), che, erroneamente salutata come l’embrione di un’Unione della difesa, certamente aiuterà gli approvvigionamenti e migliorerà il coordinamento fra gli Stati in ambito militare, ma sempre sotto l’egida della NATO. Quindi l’autonomia manca nella sostanza. Tanto più che è proprio l’Alleanza Atlantica, finito il compito per cui era stata creata, che si è reinventata un ruolo espansivo, ergendosi a poliziotto mondiale, tendendo a “globalizzarsi” e a protendersi sempre più verso Est (come i fatti ucraini dimostrano), ben oltre l’Atlantico del Nord. L’Europa subisce passivamente queste dinamiche e, a partire dagli anni Novanta (dalla guerra del Golfo, passando per la guerra del Kosovo, sino alla Libia), non è stata in grado di creare né una propria eurosfera (una “dottrina Monroe” all’europea, come auspicava Schmitt), né ha saputo costruire un dialogo efficace con la Russia (imponendole pure delle sanzioni, dopo il conflitto in Ucraina). Questo perché una vera politica estera, di fatto, non esiste e i Paesi membri, più o meno forti o deboli che siano, hanno obiettivi ed interessi spesso contrastanti. Opposte visioni che tuttavia, se non altro, hanno avuto il merito di portare al respingimento del TTIP, il trattato che avrebbe creato una sorta di mercato comune euroatlantico e che avrebbe sancito una subordinazione commerciale nei confronti degli USA, a mio avviso pericolosa per l’Europa.
Certo è che la mancanza di un grande spazio macroregionale, dotato di un proprio orientamento politico, fa del continente il classico vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro che esprimono, invece, forti statualità (USA, Cina, Russia). Ma per creare un nuovo ordine non credo che la retorica post-sovranista e globalista ci sia d’aiuto e anzi stia lavorando, inconsciamente o meno, alla dissoluzione dell’Europa e degli Stati. Piuttosto occorre pensare un europeismo capace di immaginare una configurazione del continente che tenga insieme, in nuove forme di cooperazione, sovranità, debitamente ricomposte e reimmaginate (non basta un recupero nostalgico del passato). Ciò vuol dire, sul piano interno, mettere fine al processo di svuotamento democratico popolare che è in atto e, sul piano esterno, riarticolare queste nuove sovranità in un contesto geopolitico più ampio. Questo potrebbe restituire autonomia all’Europa.”

Dall’Intervista a Marco Baldassari, a cura di Lorenzo Disogra, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2018, pp. 188-189.
Marco Baldassari, dottore di ricerca in Sociologia e sistemi politici presso l’Università degli Studi di Parma, insegna “Storia delle istituzioni europee” presso la facoltà di Scienze Politiche del medesimo ateneo.

Spetta all’Europa farsi carico del proprio destino

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“Il nocciolo dell’intera questione è proprio qui: non c’è bisogno di alcuna dietrologia né di alcuna teoria del complotto per mostrare la natura espansionista e non difensiva dell’organizzazione atlantica. Sono sufficienti razionalità, logica e buon senso: perché all’indomani del 1991, della scomparsa della sua stessa ragione esistenziale la NATO non solo non ha cessato di esistere ma ha addirittura cominciato un processo di allargamento? Un espansionismo poi certamente non indolore, che ha trovato anzi la sua massima espressione con le guerre balcaniche degli anni ’90, vittima sacrificale la Serbia (allora penalizzata anche dalla fase di estrema debolezza di Mosca). Nel citare le varie tappe di spinta ad Est della NATO, Nazemroaya non manca di citare neanche l’aggressione all’Irak del 2003, a cui i Paesi membri del Patto Atlantico risposero in ordine sparso (con l’Italia nella consueta posizione ambigua), ma che rappresentò il banco di prova per molti dei nuovi Stati europei orientali. Fatto che portò l’allora Segretario della Difesa Donald Rumsfeld a parlare di “vecchia e nuova Europa”.
(..)
Da un punto di vista prettamente europeo e italiano un testo come quello di Nazemroaya non può che fornire un salutare campanello d’allarme. A scoppio più che ritardato, naturalmente, giacché le questioni sono sul tappeto da diversi decenni. Ma prendere coscienza dell’insostenibilità di un sistema che attualmente ha portato un’Unione Europea in piena crisi economica a disporre sanzioni nei confronti di uno dei mercati più ricettivi e strategici come quello russo e che ha portato alla distruzione dello Stato libico è sempre salutare, soprattutto se i danni in questo senso sono ancora reversibili. Perché (e questo bisogna sempre tenerlo a mente) l’estremismo e l’ideologismo sono proprio di chi in realtà continua a sostenere contro ogni logica e semplice buon senso la bontà dell’attuale quadro geopolitico per i nostri (di italiani ed europei) interessi.
Del resto la possibilità che l’Europa decida finalmente di affrancarsi dall’ingombrante tutela militare atlantica dipende in primo luogo e soprattutto… dagli Europei stessi. Perché al di là di ogni considerazione e dotta analisi geopolitica la cruda verità è che sin dal dopoguerra ai governanti del Vecchio Continente ha fatto comodo “appaltare” la propria sicurezza a Washington al fine di tagliare le spese militari. Ragionamento cinico e politicamente miope (ovviamente chiedere ad un altro Paese di farsi carico della propria difesa implica che questo esiga compensazioni in altri campi, dalla politica estera alle scelte economiche) e che per essere cambiato necessita di un cambio di mentalità non solo nella classe dirigente, ma anche nell’opinione pubblica. In quanti sono disposti a capire che la riconquista di una sovranità militare continentale costerebbe sì in termini puramente economici (e in tempi di austerity si andrebbe pertanto a toccare un nervo scoperto per moltissimi) ma nel medio-lungo termine gioverebbe anche sotto quel punto di vista (con una probabile rivitalizzazione di un settore strategico come l’industria pesante e dei grandi armamenti)?
Il quadro in realtà va visto nel suo insieme: per uscire dal vicolo cieco in cui è entrata, l’Unione Europea deve scegliere una volta per tutte di diventare grande e di camminare con le proprie gambe. Si rinfaccia spesso alla UE l’inconsistenza della PESC (politica estera e di sicurezza comune), ma come costruire un fronte compatto sulle questioni essenziali tra i Paesi membri quando questi non dispongono di un apparato di sicurezza unitario? La questione militare, spesso colpevolmente ignorata a discapito di altri settori, è determinante per un ripresa del ruolo che per Storia spetta all’Europa sulla scena globale, pena la progressiva perdita di peso e la futura irrilevanza. Riprendere in mano il proprio destino passa anche dal progetto (spesso evocato ma mai seriamente affrontato) di un esercito europeo comune. Questo naturalmente non per evocare aggressioni contro i propri vicini, anzi: per integrarsi con essi. Più volte dal Cremlino sono giunte dichiarazioni che lasciavano intendere come il problema non sia di avere come vicina un’Europa forte, ma proprio il contrario. L’Eurasia, come suggerisce il nome, non può prescindere dall’Europa. I due concetti non sono assolutamente in antitesi e contrapposizione l’uno con l’altro, dal momento che il progetto di integrazione eurasiatica per compiersi definitivamente e con successo necessita dell’enorme bagaglio di civiltà dell’Europa. Ma non si può ignorare come spetti all’Europa farsi carico del proprio destino e tornare ad essere soggetto autonomo e non più oggetto della volontà altrui; e la NATO (non solo, ma soprattutto) costituisce senza dubbio un ostacolo in tal senso.”

Dalla recensione di Alessandro Iacobellis a “La globalizzazione della NATO” di M. D. Nazemroaya, apparsa in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 215-219.

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E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. – ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]

Qualcuno ne dubitava?

Washington, 20 novembre – La scelta del primo ministro belga Herman van Rompuy come primo presidente dell’UE rafforzerà le relazioni transatlantiche.
Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, inviando le “congratulazioni” del presidente americano Barack Obama per la scelta di Van Rompuy e della britannica Catherine Ashton come ministro degli Esteri europeo.
(Adnkronos/dpa)

Washington, 20 novembre – Barack Obama si è rallegrato per le nomine del futuro presidente del Consiglio europeo e dell’alto rappresentante della politica estera dell’UE, affermando che renderanno l’Europa “un partner ancora più forte” dell’America.
“Gli Stati Uniti”, si legge nella nota della Casa Bianca diffusa al rientro del presidente americano dal tour asiatico, “non hanno un partner più forte dell’Europa per accrescere la sicurezza e la prosperità nel mondo”.
(AGI)

NATO-UE, un’alleanza globale per il 21° secolo

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Avevamo concluso un precedente articolo sui rapporti tra la NATO e l’Unione Europea accennando al progetto europeo di costituire una forza militare a dispiegamento rapido, equivalente alla Response Force atlantica, di circa 60.000 unità.
In questi ultimi mesi numerosi nodi stanno venendo al pettine, avvicinandosi anche la scadenza del Vertice NATO che celebrerà il sessantesimo dell’organizzazione. Si parta comunque dalla seguente constatazione: 21 dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea sono anche parte della NATO. Dei sei che ne restano fuori, tutti eccetto per ora Cipro – e cioè Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia – sono membri del programma NATO detto Partenariato per la Pace. E di questi cinque, soltanto la piccola Malta non ha un proprio contingente militare operativo sotto il controllo NATO in Afghanistan, nei Balcani od altrove.
In quel pezzo facevamo anche riferimento alle dichiarazioni del Presidente francese (“con passaporto statunitense”, secondo una battuta che circola in ambienti diplomatici) circa la complementarietà di NATO e UE in campo militare, rilasciate in occasione del Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008. Considerazioni raccolte e rilanciate dall’allora ambasciatore USA presso l’Alleanza Atlantica, Victoria Nuland, la cui “tenerezza” i nostri lettori già conoscono (per rinfrescarvi la memoria potete leggere qui).
Da allora – nonostante la subitanea osservazione del Ministro degli Esteri russo Lavrov secondo il quale la NATO sta usurpando il ruolo e le funzioni dell’ONU – abbiamo assistito ad un crescendo. Ad iniziare dall’articolo a quattro mani apparso sul Times del 12 giugno 2008, scritto da George Robertson e Paddy Ashdown. Il primo ex Ministro della Difesa britannico e Segretario Generale della NATO dal 1999 al 2004, il secondo – anch’egli britannico – Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana, “Ministro degli Esteri” dell’Unione Europea.
Ebbene, in quest’articolo essi hanno affermato che “il percorso per formare gruppi di combattimento dell’UE dovrebbe essere accelerato, reso pienamente compatibile con le forze di risposta rapida della NATO formando la base di una nuova capacità europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati falliti ed in teatri post-bellici”.
Lo scorso autunno, la NATO ha iniziato la transizione dalla sua Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, alla missione europea denominata EULEX, sollevando la forte censura da parte di Serbia e Russia.
A dicembre, l’operazione anti-pirateria nel golfo di Aden e Corno d’Africa Allied Provider, a guida NATO, ha lasciato spazio all’omologa EUNAVFOR Atalanta, la prima a piena responsabilità europea così lontano dalle coste del Vecchio Continente.
Negli stessi giorni, l’agenzia di stampa EUobserver ha riportato una dichiarazione di Nicholas Sarkozy sul fatto che gli Stati Uniti non vedono più la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) come un aggressivo concorrente della NATO, e che quindi non ci sarebbe necessità di scegliere ma le due possono andare avanti tranquillamente insieme. Ad inizio febbraio 2009, su Le Monde, in un commento congiunto lo stesso Sarkozy ed il Cancelliere tedesco Angela Merkel hanno auspicato una maggiore integrazione e cooperazione fra Unione Europea e NATO.
Il 13 febbraio, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato Militare della NATO, ha presagito “il bisogno di una nuova forma di governo mondiale in cui la NATO, l’UE e le altre maggiori organizzazioni internazionali abbiano un ruolo da svolgere”.
Pochi giorni dopo, il deputato finlandese Ari Vatanen ha presentato a nome della Commissione Affari Esteri dell’Unione Europea una relazione nella quale si sostiene che l’UE “può realizzare pienamente il suo potenziale soltanto sviluppando un forte legame transatlantico ed un rapporto di complementarietà con la NATO”. Al che l’europarlamentare tedesco Tobias Pfluger ha risposto che “ogni sforzo di rafforzare la NATO attraverso una più stretta cooperazione con l’UE aumenta le probabilità di conflitti internazionali. Conduce inoltre ad un’ulteriore militarizzazione della politica estera europea ed accelera la tendenza ad utilizzare la forza militare per risolvere i conflitti”.
Le posizioni di Vatanen e Pfluger sono non solo opposte ma anche irriducibili, sia nel senso che non possono conciliarsi, sia in quello che sono le uniche alternative praticabili: l’Europa può indugiare nei suoi intenti egemonici attraverso la partecipazione ad un blocco militare internazionale sempre più espansionista ed aggressivo oppure – rigettando le vecchie visioni suprematiste che vi sottendono, semplicemente cambiate di marchio per adattarle all’attualità – può adoperarsi attivamente per smantellarlo.

Pagare è volere

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“Non ci può essere migliore dimostrazione della volontà politica, o della mancanza di essa, all’interno della NATO, dell’ammontare di denaro che ogni membro dell’Alleanza intende spendere nel settore della difesa. Esiste una chiara, persistente e crescente divergenza nelle spese militari tra i membri europei della NATO e gli Stati Uniti e sembrano esserci poche possibilità che questa tendenza sia invertita. A dispetto di un impegno, assunto da lunga data, da parte di tutti i membri della NATO di spendere almeno il 2% del loro Prodotto Interno Lordo nel settore della difesa, soltanto sei – Bulgaria, Francia, Grecia, Romania, Turchia e Gran Bretagna (ndr) – dei ventiquattro membri europei attualmente raggiungono tale obiettivo. Ma le spese militari non sono semplicemente una questione di quantità; è importante anche come sono impiegate le risorse. Noi crediamo che in aggiunta all’obiettivo del 2%, l’Alleanza dovrebbe stabilire dettagliati obiettivi riguardo le capacità, e scadenzari, per mezzo dei quali possano essere valutati i comportamenti degli Alleati.
Se i membri europei dell’Alleanza vogliono essere presi sul serio, se vogliono che gli Stati Uniti rimangano coinvolti ed impegnati nella NATO, e se intendono avere una maggiore influenza nella direzione complessiva della politica dell’Alleanza, essi devono impiegare le necessarie risorse e migliorare le proprie capacità. Siamo convinti che un’Alleanza con differenze nelle spese militari così grandi e crescenti, non sarà sostenibile nel lungo periodo”.

Un brevissimo ma significativo estratto da “The future of NATO and European defence. Ninth Report of Session 2007-08”, elaborato dal Defence Committee della House of Commons britannica.
Per chi volesse addentrarsi nel ponderoso rapporto, il testo integrale è qui.

I rapporti tra la NATO e l’Unione Europea

Fra alti e bassi, la tendenza non pare subire mutamenti significativi.
Le valutazioni sulle questioni legate alla sicurezza, compiute dalla NATO e dall’UE, sono molto simili, tanto che le due organizzazioni – con 19 Paesi membri in comune – hanno al riguardo un’agenda pressoché identica.
La Direttiva Politica Globale emessa dall’Alleanza Atlantica in occasione del Vertice di Riga nel 2006, fa riferimento ad accordi intercorsi fra la NATO e l’Unione Europea circa “le procedure per assicurare uno sviluppo delle capacità richieste, condivise da ambedue le organizzazioni, che sia coerente, trasparente e reciprocamente sostenuto”. Anche il Concetto Strategico della NATO, risalente al 1999, sottolinea l’importanza della cooperazione tra la NATO e l’UE. Infine, la Strategia Europea per la Sicurezza, elaborata nel 2003, evidenzia i comuni interessi, stabilendo che “uno degli elementi fondamentali del sistema internazionale è la relazione transatlantica. La NATO è una importante espressione di questa relazione… Gli accordi permanenti fra la NATO e l’UE rafforzano la capacità operativa dell’Unione Europea e configurano il quadro della collaborazione strategica fra le due organizzazioni nella gestione delle crisi. Questo riflette la nostra comune determinazione ad affrontare le sfide del nuovo secolo”.
Secondo molti osservatori, comunque, la relazione tra la NATO e l’Unione Europea è densa di difficoltà e, nonostante alcuni piccoli progressi conseguiti negli ultimi anni, rimane sostanzialmente inefficiente. I problemi, piuttosto che ai livelli operativi, sarebbero da localizzare nelle alte sfere burocratiche in quel di Bruxelles (dove – si ricordi – entrambe hanno la propria sede). Fattore decisivo, per quanto concerne l’attuale situazione di stallo, sarebbe l’atteggiamento della Francia, tesa ad impedire che contatti più intensi fra NATO ed UE possano ostacolare la crescita dei progetti di difesa comune europea.
L’elezione di Nicholas Sarkozy – secondo gli stessi osservatori – dovrebbe comportare un significativo mutamento nell’attitudine francese verso le relazioni NATO-UE; in particolar modo, il chiacchieratissimo Presidente ha espresso l’intenzione della Francia di rientrare nel Comando Integrato dell’Alleanza Atlantica, dal quale era uscita nel 1966 con De Gaulle. Forti segnali in tal senso sono giunti durante l’ultimo Vertice NATO di Bucarest, dove Sarkozy ha promesso di sfruttare il semestre di presidenza francese dell’Unione Europea come occasione per rilanciare la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). “E’ necessario che noi, alleati e partner europei, miglioriamo le nostre capacità militari. Questo rafforzerà sia l’UE che la NATO. Le due organizzazioni sono complementari e si rafforzeranno a vicenda” ha concluso Sarkozy. Nonostante queste dichiarazioni estremamente rassicuranti, larghi settori delle dirigenza politica (e militare) francese rimangono profondamente e convintamente ostili all’Alleanza Atlantica ed ai suoi neanche tanto coperti tentativi di sabotaggio ai danni della sovranità militare del Vecchio Continente. Quei medesimi settori che, avendo criticato gli ultimi orientamenti espressi in tema di difesa da parte dell’Eliseo, sono finiti nel mirino della presidenza transalpina.
Prossimo banco di prova sarà (o meglio, dovrebbe essere) l’entrata in vigore, l’1 gennaio 2009, del Trattato di Lisbona firmato dai Capi di Stato e di Governo al Consiglio Europeo lo scorso dicembre. Il Trattato contiene infatti una serie di innovazioni concernenti la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) e, attraverso di essa, la PESD. Allarga le finalità di quest’ultima, adesso denominata Politica Comune di Sicurezza e Difesa, e delle sue missioni. Stabilisce inoltre una clausola di solidarietà ed un impegno di mutua difesa tra i Paesi membri dell’Unione Europea e prevede una cooperazione con meccanismi permanenti, sulle tematiche della difesa. Crea un fondo per l’avvio delle relative operazioni e razionalizza, nel quadro di un unico testo, gli aspetti esistenti della PESD con tutti i suoi sviluppi a partire dal Consiglio Europeo di Colonia del 1999, durante il quale fu assunta la storica decisione di procedere alla creazione di un’autonoma forza militare dell’Unione Europea. Secondo il testo del comunicato finale dell’epoca, essa “deve avere la capacità di condurre azioni in modo autonomo, potendo contare su forze militari credibili, i mezzi per decidere di farle intervenire e la disponibilità a farlo, al fine di rispondere alle crisi internazionali senza pregiudizio per le azioni della NATO”.
Di quel primo nucleo composto da 50-60.000 uomini in grado di essere schierato nell’arco di 60 giorni e di mantenere la posizione per almeno un anno, in verità nessuno ha mai sentito parlare.