Sedurre gli intellettuali per ammaestrare il popolo

L’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce in Italia (1953-1956)

Con la fine della Seconda guerra mondiale, la rete dei servizi d’informazione USA sviluppata dall’Office of War Information (OWI) e dallo Psychological Warfare Branch (PWB) inizia a chiamarsi United States Information Service (USIS), in Italia come nel resto del mondo.
All’USIS, e all’emittente radiofonica La Voce dell’America, attiva in Italia già dal Febbraio 1942, viene affidato il compito di agire “nel campo dell’educazione e della formazione mentale degli italiani, per avviarli a una visione democratica della vita”, secondo le parole dell’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata di controllo in Italia.
Inizialmente le sedi dell’USIS sono cinque, presso l’ambasciata e i consolati americani a Roma, Milano, Firenze, Napoli e Palermo, mentre sale di lettura vengono progressivamente allestite anche a Genova, Torino, Bari e Bologna, come primo passo per la costituzione dell’USIS nei consolati di queste città.
Il Notiziario quotidiano per la stampa, prodotto a Roma sulla base di un bollettino che viene radiotelegrafato da New York e poi tradotto e distribuito gratuitamente ai giornali italiani, è l’organo principale di trasmissione delle notizie adottato dall’USIS. In Italia ne giunge un’edizione appositamente studiata per l’Europa occidentale, che riporta notizie riguardanti soprattutto la politica estera statunitense e vari approfondimenti, nonché i testi completi dei discorsi ufficiali di autorevoli personalità.
Dal 1949, l’USIS inizia a collaborare con la propaganda del Piano Marshall, gestita direttamente dall’ente che si occupa dell’erogazione degli aiuti, l’Economic Cooperation Administration (ECA). In quello stesso periodo, diventa sempre più importante anche la propaganda legata alla firma del Patto Atlantico, siglato formalmente il 4 Aprile 1949. Da quel momento in poi, i temi riguardanti la “sicurezza” e la “pace” occupano un posto di assoluto riguardo nella politica informativa dell’USIS, con una tendenza che si consolida a partire dalla nascita della NATO nel 1950.
Tutto il programma informativo dipende direttamente dall’ambasciatore e dal direttore dell’USIS, ruolo che dalla fine del 1950 è ricoperto da Lloyd A. Free, già docente all’università di Princeton e vicedirettore dell’Office of International information, con competenza su stampa, cinema e trasmissioni radiotelevisive, presso il Dipartimento di Stato.
A partire dal 1951, grazie all’aumento dei finanziamenti a disposizione, l’USIS Italia conosce una grande crescita, con 61 impiegati statunitensi e 237 italiani, per quasi la metà in servizio presso l’ambasciata di Roma e il resto distribuiti negli altri nove uffici presenti nel Paese.
Ma la scossa più grande al programma informativo e alla conduzione della politica estera americana in Italia doveva ancora arrivare, e ciò sarà per merito di una donna… Continua a leggere

Un’immeritata riverenza servile

“Che gli americani abbiano liberato l’Italia è una delle barzellette più uggiose e stomachevoli che i nostri rappresentanti (si fa per dire), in combutta con giornalisti-ciabattini, continuano a raccontarci senza vergognarsi del ridicolo, di cui si coprono, confessando se non altro un’immensa ignoranza della storia.
Gli americani si sono sempre mossi solo in funzione di interessi di potenza o di mercato (che è poi un modo diverso di fare potenza). Non hanno mai manifestato alcun proposito di liberare un solo Paese da una dittatura o potere cattivo meno che nei riguardi del mondo comunista, in cui vedono, e non a torto, la propria negazione. Il parametro della tollerabilità di qualunque Stato, nell’ottica degli USA, si chiama solo e semplicemente “USA-compatibilità”. Il che significa, come è evidente, che quanto è compatibile, anzi cònsono, con gli interessi, geopolitici o di mercato, della macchina del mostro industriale-politico-militare nordamericano, non può temere alcun intervento o sanzione anche se all’interno si fa scempio dei diritti civili.”

25 Aprile: una festività da abolire!, del compianto Carmelo R. Viola continua qui.
Sempre attuale, purtroppo.

La fedelissima portaerei nel Mediterraneo

“La fase internazionale di pieno fermento che stiamo vivendo è quasi in netto contrasto con la situazione italiana, che invece sembra decisamente avviarsi verso un rapido declino. L’insediamento del nuovo governo tecnico ha messo in chiaro ciò che molti dei nostri redattori e collaboratori andavano sostenendo ormai da almeno dieci mesi nelle testate o nei siti che raccoglievano le loro impressioni ed analisi. L’Italia è un Paese a sovranità quasi inesistente. Da oggi anche la sovranità formale del popolo (espressa attraverso le elezioni e la rappresentanza parlamentare) è venuta meno. Ogni record è stato battuto. Nessun governo tecnico, infatti, ha mai avuto il tempo di formarsi in appena dieci giorni, dalla nomina a senatore a vita dell’ex commissario europeo Mario Monti alla presentazione dei ministri del suo esecutivo dinnanzi al presidente della Repubblica. Proprio Napolitano, eletto uomo italiano dell’anno da numerosi osservatori negli Stati Uniti, può essere ridefinito il deus ex machina della politica italiana in questo 2011 così pesantemente e negativamente decisivo ai fini della determinazione delle sorti nazionali.
Il deciso piglio all’interventismo neo-coloniale durante la crisi libica, dove persino i falchi del centro-destra, tradizionalmente e culturalmente legati all’ideologia atlantica e alle ragioni della NATO, avevano esitato a dare il proprio convinto assenso, e l’ultimo determinato appello alla rapidità del regime-change, hanno contribuito a condurre il sistema Paese dalla padella alla brace. Quella che molti giornali legati alla “sinistra” riformista e borghese, denunciavano come la “scarsa credibilità internazionale” di Berlusconi, in seguito alle sue presunte frequentazioni di escort e prostitute, andava tradotta con un termine più preciso: ricattabilità. L’ex presidente del Consiglio dei Ministri era ormai in balìa delle pressioni internazionali più forti, a cominciare da quelle operate da Washington.
Il volta-gabbanismo nei confronti di Gheddafi rappresenta l’emblema di un “vorrei ma non posso” che ha contraddistinto nei fatti tutti gli ultimi tre anni della politica interna ed estera italiana. “Vorrei salvare la Piccola e Media Industria ma non posso”, “vorrei fornire un credito di Stato diretto a famiglie e piccole imprese senza passare per il filtro delle banche ma non posso”, “vorrei portare a termine l’accordo per il South Stream con Putin ed Erdogan ma non posso”. Potremmo continuare per ore, ma bastino questi eloquenti esempi per comprendere tutta la portata di una simile condizione di inferiorità e sub-dominanza personale di Berlusconi come leader politico e di governo, a cui corrispondeva quasi perfettamente la condizione di inferiorità e sub-dominanza strategica ed economica dell’Italia come nazione, iniziata nel 1947-1948 con l’inclusione di Roma nel Piano Marshall, la vittoria democristiana e la conseguente adesione alla NATO (1949), e poi aggravatasi lungo gli ultimi trent’anni, sino all’incrinatura decisiva nel biennio post-Tangentopoli 1992-‘93. Da allora, in particolar modo, l’Italia è diventata un non-Stato, un agglomerato formale ma non sostanziale, amministrativo ma non esecutivo, geografico ma non geopolitico.”

L’Italia ritorna ad essere una colonia, di Andrea Fais continua qui.

Felice Ippolito, italiano “pericoloso”

Dopo il 1945, quel che rimane della fisica italiana giace tra le ceneri della guerra. Della scuola di Via Panisperna, dissolta alla fine degli anni Trenta, l’unico rimasto in Italia è Edoardo Amaldi. La ricostruzione delle strutture dedicate alla ricerca era iniziata a Roma già nel 1944, riportando al loro posto strumenti e attrezzature precedentemente messi al sicuro.
Su iniziativa di Amaldi e Carlo Bernardini e sotto l’egida del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), viene istituito nella capitale il Centro di studi di fisica nucleare e delle particelle elementari. Contemporaneamente, inizia a muoversi un nuovo nucleo di fisici italiani con l’intento di promuovere la fisica atomica, per scopi di ricerca e applicativi a favore del sistema industriale, il quale fonda a Milano il Centro Informazioni Studi ed Esperienze (CISE). Amaldi tiene regolarmente seminari al CISE, e nel 1948 decide di portare con sé Felice Ippolito, un ingegnere civile avviato alla carriera di geologo, appassionato di ricerca di radionuclidi nelle rocce italiane. Ippolito intende dimostrare che in Italia vi sia uranio in quantità maggiore a quanto supposto dai geologi del tempo.
Le industrie che partecipano al CISE sono dotate di scarsi capitali, per cui viene posta la questione di richiedere un intervento da parte statale, opzione fortemente sostenuta proprio da Ippolito, in contrasto con le aziende, convinte che se lo Stato avesse messo le mani sul nucleare prima o poi sarebbe arrivato a controllare l’intera filiera della produzione di energia elettrica, allora completamente in mani private.
Il primo successo delle pressioni dei fisici arriva con l’approvazione governativa del bilancio 1950-1951 del CNR, il cui presidente è il matematico e ingegnere Gustavo Colonnetti, democristiano. Egli mette in piedi una Commissione per le ricerche nucleari di cui chiama a far parte, oltre a fisici, anche esponenti della politica, dell’industria e militari. Già nel 1947 Colonnetti aveva scritto a De Gasperi, capo del governo di unità nazionale, cercando nell’argomento della difesa un motivo d’interesse al nucleare da parte del leader DC, facendo notare – senza successo – che gli Stati Uniti avevano intenzione “non solo di conservare il vantaggio già conseguito nelle ricerche e nella fabbricazione delle armi atomiche e speciali, ma di aumentare sempre più questo vantaggio”.
Il nuovo tentativo di attirare l’attenzione governativa sulla questione nucleare non ottiene l’effetto sperato, per cui da quel momento Colonnetti e Amaldi vanno avanti da soli, fondando, l’8 agosto 1951, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. L’anno successivo è varato il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN), del quale segretario generale viene nominato l’ingegnere Ippolito.
Alla scadenza del primo mandato triennale del Comitato, senza che il governo rinnovasse l’incarico, Ippolito si comporta come Enrico Mattei quando, in una situazione analoga, gli era stata affidata la liquidazione dell’AGIP: invece di licenziare il personale e vendere le poche attività, si scatena provocando una violenta campagna stampa contro il governo che faceva mancare i finanziamenti a un organismo scientifico statale, e così facendo lasciava spazio alle industrie elettriche private. L’attacco di Ippolito convince finalmente (agosto 1956) il governo a riconfermare il mandato del CNRN, che deve però aspettare il 1960 per assumere, prima personalità giuridica, poi, con il terzo governo Fanfani, trasformarsi in Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN), forte di una dote quinquennale di 80 miliardi di lire che si rivelerà comunque insufficiente.
E’ solo alla fine del 1962, all’epoca del quarto governo dello stesso Fanfani, che il disegno di legge per “l’impiego pacifico dell’energia nucleare”, elaborato due anni prima, riceve integrale approvazione; il Comitato, il cui ruolo diventa strategico per la contemporanea nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’istituzione dell’ENEL (legge n. 1643 del 6 dicembre 1962), di cui Ippolito diventa consigliere mantenendo anche la carica di segretario al CNEN, conquista una adeguata autonomia.
Si tratta dell’inizio concreto del nucleare italiano, che nel giro di pochi anni porterà all’attivazione delle prime tre centrali (Latina, Garigliano e Trino Vercellese), per un totale in potenza elettronucleare di 3,5 miliardi di KW – il 4,2% della produzione di energia elettrica nel 1965 – ponendo l’Italia al terzo posto come produttore tra i Paesi occidentali, dopo Gran Bretagna e Stati Uniti.
Da quel momento in poi, con il miracolo economico che ormai volge al termine, la storia del nucleare italiano inizia ad andare incontro, più che a semplici difficoltà, a veri e propri boicottaggi. La convivenza tra CNEN ed ENEL non si rivela per niente facile e invece di dialogare, come ci si aspetterebbe da due enti che dipendono l’uno dall’altro, visto che il secondo distribuisce l’energia elettrica prodotta dal primo, si fanno presto guerra. A mezzo stampa e di prese di posizione politiche.
A dar fuoco alle polveri è L’Espresso, che in un editoriale del 4 agosto 1963 si scaglia contro il direttore generale dell’ENEL per la “mentalità puramente aziendale” che starebbe prevalendo nell’ente. A questi ribatte l’allora segretario del Partito Socialdemocratico (PSDI), Giuseppe Saragat, che difende i vertici dell’ENEL attaccando “l’ossessione dell’energia atomica” del CNEN. Principale elemento critico delle centrali nucleari, secondo Saragat, sarebbe il fatto che esse non possono produrre energia elettrica a prezzi competitivi rispetto alle fonti tradizionali, petrolio e carbone; il nucleare italiano sarebbe quindi antieconomico, determinando per l’Italia la convenienza a restare fuori dal settore.
Fra le azioni convergenti contro Ippolito pare preminente quella svolta dalle multinazionali petrolifere, tale da fargli dichiarare successivamente: “I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle Sette Sorelle (…) che dominavano il mercato mondiale”.
Un’altra analogia con Enrico Mattei, anch’egli antagonista degli interessi statunitensi in campo energetico, tale da indurre il quotidiano di Confindustria – allora semplicemente 24 Ore – a chiamare spesso Ippolito “il Mattei atomico”.
Rimanendo ai fatti, va notato come il maggior critico di Ippolito, Saragat, è stato una figura chiave nei rapporti Italia-USA fino agli anni Settanta, prima attraverso la costituzione del PSDI, nato da successive rotture con i comunisti e i socialisti, poi con un ruolo di grande importanza, come attivo atlantista, nell’adesione italiana al Piano Marshall, strumentale a porre il Paese nell’orbita economica e geopolitica degli Stati Uniti.
Questi ultimi, però, guardano ancora più avanti e si augurano, una volta salita al governo la debole coalizione di centrosinistra, che tale stagione di collaborazione finisca quanto prima possibile, facendo leva – come emerge da carteggi oggi pubblici – propria sulle accuse rivolte a Ippolito. La protezione politica di cui egli aveva sino a quel momento goduto viene meno rapidamente. L’incompatibilità tra le cariche di segretario del CNEN e di consigliere dell’ENEL è il cavillo legale che darà spunto alle inchieste successive, previa sospensione – con decreto ministeriale del 31 agosto 1963 – da segretario del CNEN, a breve seguita da analogo provvedimento per il suo ruolo in ENEL.
Il 3 marzo 1964, la Procura generale di Roma arresta presso il suo domicilio nella capitale Felice Ippolito, a conclusione di una istruttoria, sommaria, durata tre mesi, accusandolo di peculato aggravato continuato per alcune centinaia di milioni, falso in atto pubblico e abuso di poteri d’ufficio, e ponendolo in regime di “grande sorveglianza”.
Con Ippolito finiscono in tribunale almeno otto imputati, come negli auspici de l’Unità, che insieme a Il Corriere della Sera si distingue per la violenza delle invettive. Due giorni dopo l’arresto, il quotidiano fondato da Gramsci rilancia le accuse di Saragat, secondo il quale “il Comitato per l’energia nucleare è diventato un centro di occulti poteri e di sprechi favolosi (…) è urgente subito eliminare il bubbone”. In stupefacente assonanza con quanto dichiarerà di lì a poco, il 30 aprile, il presidente di FIAT, Vittorio Valletta, circa l’impegno nell’elettronica da parte di Olivetti.
All’indomani della messa fuori gioco di Ippolito, il nuovo ministro dell’Industria Giuseppe Medici (governi Moro I e II) non riesce che a confermare i finanziamenti stanziati nel precedente quinquennio, a fronte di un CNEN molto più grande, con tre centrali nucleari a regime e 2.400 dipendenti. Nuovo segretario generale viene nominato un funzionario del Tesoro, che addirittura ne stabilisce l’intero bilancio in soli 15 miliardi all’anno, “prescindendo dalla realizzazione dei programmi”.
Per iniziativa congiunta di CNEN e CNR erano peraltro nati due centri di ricerca al di fuori della fisica atomica, il Laboratorio internazionale di biofisica e genetica e il Laboratorio per la preparazione dei minerali, le cui attività si interrompono alla metà degli anni Sessanta proprio in coincidenza con la crisi Ippolito.
La sentenza di primo grado a suo carico – undici anni e quattro mesi di reclusione, una sanzione di sette milioni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – in appello viene ridotta a una serie di “favoritismi, di clientelismo e di leggerezze, facilitate, peraltro, e qualche volta determinate, dalle particolari condizioni di disordine amministrativo e organizzativo, dell’ente in vertiginosa crescita”, con una pena più che dimezzata e una effettiva permanenza in carcere a Rebibbia di poco più di due anni.
Nel marzo 1968 sarà proprio Giuseppe Saragat, nel frattempo eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Ippolito, restituendogli i diritti civili e la facoltà di tornare all’insegnamento. Ormai, però, il CNEN era stato affossato, decretando di fatto la sconfitta dell’Italia nella corsa internazionale all’energia nucleare.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

25 Aprile: una festività da abolire!

Un’immeritata riverenza servile alla potenza colonialista yankee

Che gli Americani abbiano liberato l’Italia è una delle barzellette più uggiose e stomachevoli che i nostri rappresentanti (si fa per dire), in combutta con giornalisti-ciabattini, continuano a raccontarci senza vergognarsi del ridicolo, di cui si coprono, confessando se non altro un’immensa ignoranza della storia. Gli Americani si sono sempre mossi solo in funzione di interessi di potenza o di mercato (che è poi un modo diverso di fare potenza). Non hanno mai manifestato alcun proposito di liberare un solo Paese da una dittatura o potere cattivo meno che nei riguardi del mondo comunista, in cui vedono, e non a torto, la propria negazione. Il parametro della tollerabilità di qualunque Stato, nell’ottica degli USA, si chiama solo e semplicemente “USA-compatibilità”. Il che significa, come è evidente, che quanto è compatibile, anzi cònsono, con gli interessi, geopolitici o di mercato, della macchina del mostro industriale-politico-militare nordamericano, non può temere alcun intervento o sanzione anche se all’interno si fa scempio dei diritti civili. Non è proprio una battuta ad effetto, questa, se si pensa che ancora ci sono Paesi in cui si condanna alla lapidazione delle adultere e se nell’Arabia Saudita, Paese amico degli USA, si pratica ancora il taglio della mano per i ladri (magari per fame!). Quello della democrazia è un paravento che fa spifferi da tutte le parti. Del resto, “la più grande democrazia del mondo” è una dittatura imperialista con dittatore elettivo legittimata da un giochetto elettorale e rappresentata da un fantoccio di turno al servizio del potere reale di chi lo ha fatto eleggere. Le continue ciance sui diritti civili trasgrediti in Cina e a Cuba nascondono una realtà tipica, che fa davvero pietà se si pensa che nell’àmbito degli USA non esiste alcuna garanzia circa il diritto al lavoro e meno che mai a quello di conservarlo, se l’assistenza sanitaria è pagata – quando possibile – dagli stessi assistiti attraverso specifiche polizze di assicurazione, se la povertà sta sempre dietro l’angolo e se la criminalità è come una patina che copre l’intero territorio della grande unione di Stati. Ciò premesso, appare chiaro che gli Americani non avevano alcun interesse di liberare l’Italia dalla dittatura fascista tanto da non accorgersi di quella, davvero feroce, di Franco e dell’altra, di Salazar, ambedue nella penisola iberica, ma solo quello di accorrere in aiuto alla complice Inghilterra: a tal fine, non potevano non invadere-occupare l’Italia, il polo più a portata di aggressione dell’asse con Berlino. E non potevano che farlo secondo il costume yankee, cioè massacrandola di bombardamenti non certo per colpire obiettivi militari ma il più spesso a scopo prettamente terroristico, per fiaccare le autorità e le forze in armi attraverso il panico (terrore) dei civili, quando non anche o solo per il piacere sadico dei seminatori di morte. A Tripoli (dove lo scrivente viveva), i fratelli siamesi di Albione, voglio dire i signori inglesi, degni compari dei militari “a teschi e bare” (pardon, a stelle e strisce), venivano a bombardare quasi tutte le notti (e talvolta anche di giorno, colpendo abitati civili e povera gente che non disponeva di un rifugio adeguato. Memorabile è il bombardamento navale britannico del 21 aprile 1941 (Natale di Roma!), durato non meno di quattro ore e causa di danni immani e di innumeri morti, tra i civili s’intende. La liberazione dell’Italia dal potere mussoliniano fu solo un effetto secondario e, quel ch’è peggio, costituì un pretesto per occupare militarmente il nostro Paese. Era inevitabile che la gente, stressata dalle bombe e dalla fame, vedesse negli occupanti il simbolo della fine di un incubo. Sulla stessa fame le truppe “di liberazione” posero il pretesto del famigerato “Piano Marshall”, una forma di carità pelosa, cioè condizionata dal rispetto, senza limiti di tempo, della sovranità militare degli occupanti, che sarà il diritto dei vincitori e che si chiamerà NATO con quelle implicazioni a catena che conosciamo. Così conciato il nostro Paese è diventato perfettamente “USA-compatibile”, anzi “USA-servile”, una “riserva coloniale” a tutti gli effetti, con basi militari in crescente proliferazione e fra le più grandi di tutta l’Europa. E’ così che agli interessi nazionali va anteposta la devozione feudale al principe yankee di turno inviando inservienze militari gratuite (a titolo vergognosamente ipocrita di “missioni di pace”) prima in Irak ed ora in Afghanistan, a dispetto dell’art. 11 della Costituzione, semplicemente ridotto a figura retorica della carta fondamentale di uno Stato sedicente di diritto. La storia del dopo guerra è una conferma a posteriori della non liberazione dell’Italia se è vero che nei Paesi latino-americani i signori yankee continueranno ad abbattere o a creare poteri a seconda della compatibilità o meno con il parametro sopra detto. Un esempio valido per tutti è quello del Cile dove, fatto assassinare Allende, vi instaureranno la tirannia del malvagio cattolicissimo Pinochet. La classifica, che gli USA han fatto degli Stati prima dell’occupazione, totalmente contro il diritto ordinario e internazionale, dell’Irak è ben eloquente: è “canaglia” qualunque Stato che non sappia servire gli interessi della Casa Bianca e del Pentagono. L’Irak, già vittima dell’embargo con moria di bambini per mancanza di alimenti e di farmaci di prima necessità (oltreché per irradiazione radioattiva, strascico dell’aggressione militare di Bush-padre), subirà un’aggressione con un dispiegamento di forze tanto poderoso quanto vile ma non senza l’assenso di un’ONU, ridotta a feudo di fatto della potenza yankee. Il 25 Aprile è una ricorrenza nazionale ambigua nella misura in cui pretende di ricordare agli Italiani una liberazione americana, che non è mai avvenuta e che oggi, più che mai, sa di viscido ossequio ad una potenza selettivamente criminale, semplicemente barbarica, (con buona pace del premio Nobel per la pace Obama!) e che sta mettendo a rischio la sopravvivenza della specie umana. Chi ha il coraggio di proporne l’abolizione senza correre il rischio di essere accusato di apologia di fascismo?
Carmelo R. Viola

John Hopkins University, Bologna: studiare, e non solo

In questo articolo daremo qualche informazione sulla Paul H. Nitze School of Advanced International Studies (SAIS, Scuola di Studi Internazionali Avanzati) di Bologna, spesso identificata semplicemente come la “Johns Hopkins di Bologna”, ovvero la sezione italiana della SAIS della Johns Hopkins University di Washington.
Il ruolo e gli obiettivi “profondi” di questa istituzione “italiana” sono impliciti nelle vicende della sua storia e dei suoi protagonisti e nel modo in cui si è sempre posta  in relazione con l’ambiente esterno; crediamo che per i lettori di questo blog non sarà difficile riconoscerli.
La Johns Hopkins University è stata fondata nel 1876 negli USA. Dopo 130 anni di attività, essa si pone oggi come leader nell’insegnamento e nella ricerca in numerose discipline. Oltre alle relazioni internazionali, l’università ha altri corsi come quelli in medicina, economia, scienze naturali, ingegneria e musica. Le sedi di questi diversi dipartimenti si trovano tutti nell’area di Baltimora – Washington, compresa la sede del dipartimento che si occupa delle relazioni internazionali, la già citata Paul H.Nitze School of Advanced International Studies, la casa madre di quella italiana, che ha sede nell’area del Dupont Circle di Washington.
A differenza degli altri rami fondati a fine XIX ed inizio XX secolo, la nascita della SAIS è relativamente recente. Essa fu fondata come scuola autonoma nel 1943, durante la seconda guerra mondiale,  da due uomini di stato che faranno significative carriere nel governo statunitense, Christian A. Herter e Paul H. Nitze.
Dal primo prende nome il comitato (Herter Committee) che nel 1947 ha presentato la relazione dalla quale sono scaturite le proposte che hanno portato al Piano Marshall del presidente Truman e sarà, tra le altre cose, segretario di Stato sotto Eisenhower; il secondo coprirà importanti ruoli nella maggior parte dei governi USA del dopoguerra ed è il principale autore del significativo National Security Council Report 68 firmato dal presidente Truman nel 1950, un documento importante per il cambiamento generale della politica estera statunitense verso una strategia globale di contenimento dell’URSS e che fu confermata dalle amministrazioni successive. Sarà proprio Nitze a dare il nome alla scuola di studi internazionali. Continua a leggere

Figlio di CIA a Villa Taverna

Thorne

Roma, 28 agosto – E’ arrivato questa mattina a Roma il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, David Thorne. In una dichiarazione rilasciata all’aeroporto di Fiumicino, dopo essersi detto “davvero onorato ed entusiasta di essere di nuovo” nel nostro Paese, “questa volta in veste di ambasciatore designato a rappresentare gli Stati Uniti”, Thorne ha parlato dell’Italia come della sua “seconda patria, sin da quando mi trasferii qui per la prima volta da bambino, all’età di otto anni”.
“Il mio amore per l’Italia è secondo soltanto a quello che nutro per il mio Paese – ha detto l’ambasciatore designato – Nonostante abbia passato molti anni in Italia, so bene di aver molto da imparare in questo mio nuovo ruolo e sono certo che molti di voi mi saranno di aiuto nel processo di apprendimento”.
(Adnkronos)

Di cotanto padre.

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David Thorne è ufficialmente da qualche giorno il nuovo ambasciatore USA in Italia. Ex cognato di J. Kerry, 64 anni, noto imprenditore e deputato di Boston, amico personale di Rahm Emanuel, attuale capo dello staff della Casa Bianca, ha vissuto a Roma negli anni 50 quando suo padre era consigliere economico per il piano Marshall, compito che in realtà serviva da copertura al suo incarico di agente della CIA (Adnkronos).
Ricevuto l’accredito dal Quirinale, si è fatto un giretto in Via Lungotevere Cenci, poi ha incontrato 8 Settembre (!) Alemanno al Campidoglio e 11 (!) Fini a Montecitorio.
Visite calorose, coinvolgenti, graditissime dagli interessati.
Il Sindaco di Roma con i suoi viaggi a Sderot del Maggio 2009, 48 ore prima che Frattini venisse spinto a calci in culo da Eni e Tremonti a corto di palanche, a tentare un semplice approccio con Teheran, è di fatto un punto di fondamentale riferimento dell’anti-Italia.
Rientrato a Villa Taverna il rappresentante di Barack Obama si è dato subito da fare. Ha chiesto al governo italiano di inasprire i rapporti con la Repubblica Islamica dell’Iran.
Per marcare la necessità di una continuità nei rapporti USA-Italia, il negretto democratico di Washington ha trovato nel repubblicano Thorne il soggetto giusto.
La collaborazione tra i due Paesi dovrà rimanere quella che era ai tempi di Spogli. L’arrivo e l’insediamento del 37° Ambasciatore a stelle e strisce in Italia ha ridato fiato alle solite “raccomandazioni”: fare attenzione agli “Stati Canaglia” del Golfo Persico e dell’America Latina, prendere le misure necessarie a isolare a livello economico e politico l’Iran e il Venezuela, dove Eni e Repsol, con una quota a testa del 32.5 % nel Golfo di Cardon hanno di recente acquisito diritti di sfruttamento su quattro giacimenti con potenzialità di estrazione di 1,4 miliardi di BOE (barili di olio equivalenti).
Ecco la motivazione del “viva Italia” del presidente bolivariano al Festival del Cinema di Venezia, la successiva visita a Madrid e il vertice a quattr’occhi Zapatero e Berlusconi con Scaroni ancora una volta a spingere “papi” perché affrontasse il tema di un coordinamento della politica energetica delle due Compagnie di Stato anche in Brasile e Bolivia nell’incontro-bilaterale alla Maddalena. L’astutissimo tenente colonnello di Caracas, cogliendo al volo l’occasione di sfilare sulla passerella del Lido con il regista Oliver Stone, con una fava ha preso tre piccioni: si è fatto una grossa pubblicità e ha sicuramente indispettito Thorne, oltre a saggiare la risposta del governo italiano al suo arrivo in Italia. Nel tranello c’è cascato il solo Galan, notoriamente a corto di materia grigia, che ha lanciato una violenta filippica contro la presenza di Chavez.
(…)

Da Le “raccomandazioni” del signor Thorne, di Giancarlo Chetoni.

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Raccomandazioni, avvertimenti e… lisciate di pelo
Roma, 16 settembre – Gli Stati Uniti ”ammirano” ciò che i militari italiani stanno facendo in Afghanistan e si attendono che il nostro impegno nella regione continui. Lo sostiene l’ambasciatore americano in Italia, David H. Thorne in un’intervista al Corriere della Sera. ”I vostri carabinieri in Afghanistan – dice – sono bravissimi, ammiriamo ciò che fate. L’argomento richiede capacità di guida, leadership, avere militari lì non è necessariamente popolare, ma nei miei incontri ne ho riscontrate. In Afghanistan – avverte Thorne – le cose potrebbero peggiorare, l’Italia è un forte alleato e ci aspettiamo che continui”.
Riguardo all’Iran l’ambasciatore esprime tutta la preoccupazione dell’amministrazione USA sullo ”sviluppo di armi nucleari. Siamo preoccupati di gestire le relazioni con l’Iran in un fronte unito. Vogliamo essere certi – rileva l’ambasciatore – che tutti, Italia compresa, partecipino compatti a questa gestione” evitando di compiere passi da soli. ”La comunità internazionale – conclude Thorne – sta agendo insieme e dobbiamo agire insieme”.
(ASCA)

Cambia l’ambasciatore, ma gli ordini sono sempre gli stessi
In Italya cambia l’ambasciatore degli USA. E, come da consuetudine, il “Corriere della Sera” corre ad interpellarlo (1). E’ il caso di dire che quello che dicono gli ambasciatori degli USA e d’Israele riveste molta importanza per noi Italyani? In tali casi il “Corriere” è un po’ la nostra “Gazzetta Ufficiale”. Ed è meglio tenerne il debito conto.
Leggo: “Anche se USA ed Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci” (1). L’ambasciatore conferma e spiega: “… Nella prima intervista da ambasciatore in Italia, è apparso chiaro che tra i suoi obiettivi rientra quello di evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio”.
Qui un dubbio mi assale: evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio? Si potrebbe spostare l’Italia lontano dalla Russia e vicino al Venezuela; si potrebbe trasformare le Alpi in gas e le acque del Tirreno in petrolio; si potrebbe…. Ci si potrebbe suicidare per la Patria (USA/Israel). Ma leggo che il Signor Ambasciatore ha già incontrato Napolitano e Berlusconi, Fini e Schifani. E spero che i nostri (ferventi patrioti) gli avranno spiegato che non sono attrezzati per i miracoli. Anche perché il Signor Ambasciatore chiede anche che noi si faccia “fronte comune” contro l’Iran e che “si tenga fermo in Afganistan”. Mah! Siamo una colonia e il Signor Ambasciatore ci detta gli ordini. Solo che….
Solo che leggo anche: “Potrebbe diventare anche un po’ francese il South Stream posseduto finora al 50% da GAZPROM ed ENI….. Un partner solido come EDF contribuirebbe poi ad alleggerire il peso finanziario del progetto. Senza contare il significato politico dell’operazione. Washington ha sempre avversato il South Stream a favore del rivale Nabucco, in futuro dovrebbe vedersela anche con Parigi” (2). E, da quelle parti, sono meno “patrioti” e più “sciovinisti”. Speriamo bene.
Concludo: dal 25 aprile 1945 (data della nostra liberazione) la Terra ha continuato a girare. E, dopo esserci liberati del “Tedesco invasore”, pare che sia venuto il tempo di liberarci dello “Yankee liberatore”. Io ci spero. E voi?
Antonino Amato

Note
(1) “L’ambasciatore USA avverte l’Italia” in Corriere della Sera del 16 settembre 2009, pagina 15.
(2) “South Stream, adesso Edf vuole entrare” in Corriere della Sera del 16 settembre 2009, pagina 32.