Europa (sempre) campo di battaglia

Il Piano Strategico della politica estera statunitense per gli anni 2007-2012, pubblicato nell’aprile 2007 dal Dipartimento di Stato, afferma a chiare lettere che la sua principale priorità è fronteggiare il “comportamento negativo” della Russia in diverse aree, dalla vendita di equipaggiamenti militari a Stati ritenuti inaffidabili quali Iran, Siria e Venezuela, alla pressione esercitata sui Paesi ex sovietici per farli rientrare nella sua sfera d’influenza.
Si spiega forse in questo modo la determinazione statunitense nel cercare di acquisire una supremazia strategica nel settore degli armamenti nucleari, confermata dalla prestigiosa rivista Foreign Affairs (edita dal Council of Foreign Relations – CFR) quando ammette candidamente che “secondo la dottrina della sicurezza nazionale statunitense, lo scudo stellare non deve essere concepito come uno strumento difensivo a sé stante ma come elemento prezioso nel quadro di un contesto offensivo”.
Lo scenario prefigurato sarebbe quello nel quale gli Stati Uniti vorrebbero essere in grado di lanciare un “primo colpo” (first strike) riducendo al minimo una possibile rappresaglia grazie al progettato scudo antimissile da installare nell’Europa orientale. Come già avvenuto in passato, il Pentagono prevede che sarà l’Europa il campo di battaglia destinato a pagare le conseguenze di un eventuale confronto bellico con la Russia.