Questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola “infamia”

“Dietro ogni depistaggio che ha segnato la vita di questa Repubblica fin dal suo sorgere, c’è sempre una «ragion di Stato», una strategia del potere, un disegno politico che non si vuole svelare, che deve essere protetto a ogni costo.
Dall’«oro di Dongo» all’uccisione di Salvatore Giuliano, appaltata dal colonnello dei carabinieri Ugo Luca all’«alta mafia», da piazza Fontana alle stragi mafiose del 1993, i depistaggi sono una costante della storia italiana post-bellica che confermano l’esistenza di uno Stato che non è «doppio» né «parallelo», che è uno solo ma ha due volti, uno democratico e l’altro totalitario.
Le commemorazioni sono un esercizio retorico di menzogne e mezze ammissioni di cui tutti si fanno complici perché nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamare in causa dirigenti politici, magistrati, vertici militari e di polizia per svelarne le responsabilità che sono, spesso, palesi.
Per l’attentato di Peteano dove, il 31 maggio 1972, sono morti tre carabinieri solo per la mia scelta sono emerse le responsabilità di alti ufficiali dell’Arma mentre quelle dei vertici sono state occultate da Felice Casson, con il concorso di altri suoi colleghi e dell’affiliato alla loggia P2, il vicequestore Giuseppe Impallomeni.
Per quell’attentato il Casson ha inventato prima la responsabilità della loggia P2, poi quella di Gladio, perché carabinieri fedeli alla Repubblica (nessuno però fino a oggi ha provato l’infedeltà dei gladiatori) non avrebbero mai depistato le indagini su un attentato nel quale erano morti tre loro colleghi.
Ora si ritrovano con appartenenti alla Polizia di Stato che hanno depistato le indagini in una strage in cui, oltre a un magistrato, sono morti ben cinque dei loro colleghi.
Se il depistaggio delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972 è stato deciso ai vertici dei corpi di polizia, dei servizi segreti, con l’assenso delle autorità politiche per occultare i rapporti con l’estrema destra, quindi per nascondere quella che era una strategia politica, quello sulla strage di via d’Amelio, a Palermo, compiuta da mafiosi, occulta i rapporti fra lo Stato e le cosche e l’inserimento di queste ultime in una strategia politica.
Il depistaggio non è solo quello della manipolazione delle prove e della loro sottrazione dagli atti giudiziari, è anche quello tipico della magistratura nel suo complesso che si ingegna a inventare ogni volta «deviazioni» e «collusioni», «infedeltà» e tradimenti, pur di non riconoscere che se questori, generali dei carabinieri, alti funzionari dei servizi segreti occultano prove, proteggono colpevoli, «suicidano» testimoni, lo fanno perché motivati dalla «ragion di Stato».
Ed è giunto il momento di affermare questa verità a voce alta, facendo crollare il castello di menzogne eretto in oltre 70 anni di storia di questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola «infamia».
Cancelliamola.”

Da La Repubblica dei depistaggi, di Vincenzo Vinciguerra.

“Una strategia fallita ma che ha lasciato un effetto duraturo”

L’intervento del dott. Guido Salvini, magistrato presso il Tribunale di Milano, presentato al convegno “La rete eversiva di estrema destra in Italia e in Europa (1964-1980)”, svoltosi a Padova l’11 novembre 2016.

“Il quinquennio 1969-1974 rappresenta il periodo cruciale e più sanguinoso, l’apice di quella che è stata chiamata la strategia della tensione: in Italia si verificano ben cinque stragi, un’altra mezza dozzina di stragi almeno, soprattutto su linee ferroviarie, falliscono per motivi tecnici perché l’ordigno non esplode o il convoglio riesce a superare il tratto di binario divelto, vi è il tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese seguito da altri progetti che durano fino al 1974, vi è infine un attentato in danno dei Carabinieri quello di Peteano, con tre vittime, del maggio ‘72 caratterizzato, come vedremo, da una propria specificità.
Già l’anno 1969 in Italia anno è denso di avvenimenti politici.
In quel momento il governo è un debole monocolore guidato dall’on. Rumor che si muove in una situazione incandescente per il rinnovo dei più importanti contratti e la mobilitazione quindi di centinaia di migliaia di operai; inizia la protesta studentesca nei licei e nelle università con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese. Sono poi in discussione in quella fase politica riforme decisive sul piano strutturale e culturale come lo Statuto dei Lavoratori, l’approvazione del sistema delle Regioni, la legge sul divorzio.
Nixon è presidente gli Stati Uniti e sono gli anni della dottrina Kissinger, quella secondo cui i governi italiani e i partiti politici di centro dovevano respingere ogni ipotesi di accordo e di compromesso con il PCI e le forze di sinistra, scelta facilitata in passato, come ha ricordato anche Aldo Moro nel suo memoriale scritto dalla prigionia, da continui flussi di finanziamenti distribuiti nascostamente dall’amministrazione americana a partiti e organizzazioni di centrodestra talvolta tramite il SID del gen. Miceli. Il 27 febbraio 1969 il presidente della Repubblica americano fa una visita in Italia ed incontra al Quirinale il presidente Saragat. Vi è stata da poco la scissione del PSI e attorno al PSDI, cui Saragat appartiene, si radunano le correnti più determinate in senso filo-atlantico e più contrarie al mantenimento dell’esperienza di centro-sinistra.
Secondo un dossier contenuto negli archivi di Washington e desecretato il Presidente italiano concorda con quello americano sul “pericolo comunista” e afferma che agli occhi degli italiani il PCI si fa passare per un partito rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino.
Il giorno della visita del presidente Nixon a Roma la città è blindata e scoppiano gravissimi incidenti tra la polizia ed extraparlamentari di sinistra cui seguono nell’Università scontri tra questi ultimi e militanti dell’estrema destra: vi è la prima vittima di quell’anno Domenico Congedo, uno studente anarchico, Congedo che durante un attacco dei fascisti alla facoltà di Magistero precipita da una finestra.
Del resto a livello internazionale la situazione è critica per il blocco occidentale in quanto molti Paesi afro-asiatici sotto la spinta della decolonizzazione entrano nell’orbita dei Paesi socialisti e alcuni passaggi di campo vengono impediti solo attraverso guerre civili o colpi di Stato molto sanguinosi da quello in Indonesia nel 1965 a quello in Cile nel 1973.
Non sembra un caso che la stagione delle stragi si collochi all’interno di questo quadro internazionale e coincida quasi perfettamente con la durata della presidenza Nixon e declini nel 1974 dopo la crisi del Watergate e lo sfaldarsi dei regimi dittatoriali in Europa, la Grecia, la Spagna, il Portogallo con il conseguente venir meno dell’ipotesi di un colpo di Stato anche in Italia che s’ispiri a quelle esperienze.”

Gli anni 1969-1974 in Italia: stragi, golpismo, risposta giudiziaria continua qui.

Segreti (di Pulcinella) nella Repubblica antifascista

“La strage compiuta da uomini dello Stato all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, non è stata la prima, anzi è lunga la lista dei massacri di Stato iniziati con la caduta del regime fascista.
Il ritorno alla democrazia aveva illuso molti italiani sulla possibilità di manifestare liberamente il loro pensiero scendendo nelle piazze e nelle strade.
Illusione stroncata dalle pallottole dei reparti militari e di polizia che, senza alcuna provocazione o necessità, hanno aperto il fuoco sui manifestanti a Bari, il 28 luglio 1943, uccidendone 19, e a Reggio Emilia, lo stesso giorno, falciandone altri 9.
Per queste due stragi nessuno invocherà un processo a carico dei responsabili per crimini contro l’umanità, perché la democrazia rivendica il diritto di massacrare in nome degli ideali di libertà e dei valori dell’antifascismo.
(…)
Ci sono operazioni repressive che lo Stato compie in prima persona con il pretesto di mantenere l’ordine pubblico ed altre che, per i fini politici che si propongono e per gli effetti che producono, devono necessariamente essere affidate a forze irregolari a disposizione degli apparati segreti dello Stato.
Non è certo un caso che sia la mafia ad aprire la stagione delle stragi politiche con Portella della Ginestra, e a chiuderla con quelle del 1993, nel segno di una continuità di rapporti e di subalternità al potere che dura ancora oggi.
In attesa che si ripresenti la necessità di riprendere le stragi politiche, proseguono quelle compiute dalle forze di polizia.
Il 30 ottobre 1949, a Melissa (Catanzaro), sono in tre i cittadini a cadere sotto le fucilate dei rappresentanti in divisa dello Stato.
Il 9 gennaio 1950, tocca ad altri sei a Modena, tutti operai, tutti “rossi”.
Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni, dal 1° gennaio 1948 al 30 giugno 1950, sono 34 i cittadini italiani uccisi dalle forze di polizia in servizio di ordine pubblico.
Altri continueranno a morire come a Mussomeli (Caltanissetta), il 17 febbraio 1954, saranno in quattro i manifestanti a restare sul terreno. E a Barletta, il 14 marzo 1956, cadranno in tre sotto il fuoco delle forze di polizia. Mentre moriranno in cinque a Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, e tre a Palermo l’8 luglio successivo.
Il reato di strage si configura quando il numero dei morti può essere indeterminato, come accade quando poliziotti e carabinieri sparano su folle disarmate, ed e molto lungo l’elenco delle stragi di Stato compiute in servizio di ordine pubblico senza che mai uno dei responsabili sia stato chiamato a rispondere del suo operato.
Ammazzare innocenti dalla parte “giusta”, quella di chi comanda, non è reato.
Un convincimento che ispira quanti irregolari, al servizio occulto dello Stato, cercheranno di facilitare un golpe di Stato istituzionale compiendo alcune stragi a partire dal 12 dicembre 1969, che rimangono misteriose solo per gli imbecilli e i disonesti.
Con buona pace di quanti, sul piano propagandistico, si affannano ancora oggi ad attribuire la responsabilità di quelle stragi alla “destra eversiva”, non uno solo degli inquisiti, diversi dei quali condannati con sentenze passate in giudicato, è risultato immune da rapporti con i servizi segreti civili e militari.
Tutti, cioè, erano collegati e dipendenti delle strutture segrete dello Stato: un verità che non riesce a travalicare il muro eretto dal potere politico e mediatico per riversarsi sull’opinione pubblica che deve essere ingannata anche dagli eredi dei mandanti non solo politici di quelle stragi.
Se lo Stato fascista è stato certamente autoritario, quello democratico e antifascista è stato stragista e può ancora esserlo se la verità sul suo conto continuerà ad essere negata.
Il senso di una battaglia politica è proprio quello di far conoscere la verità perché quanto accaduto non si ripeta.”

Da Stragi di Stato, di Vincenzo Vinciguerra.