La cartina di tornasole, i conti non tornano ancora

Nulla ci vieta di fare alcune osservazioni critiche al governo in carica anche se consapevoli del fatto che l’unica alternativa sarebbe il Partito Democratico e/o Forza Italia, entrambi nemici di classe e del popolo sovrano.

Non sappiamo se la manovra economica del governo del cambiamento sarà veramente efficace, non abbiamo la certezza se questo governo sia veramente del cambiamento o avrà il tempo per tentar di cambiar le cose. Non sappiamo se riuscirà a risolvere il problema della povertà e rialzare il PIL. Non sappiamo neanche se basterà l’ottimismo o il deficit fissato al 2,4% per ridurre il coefficiente di Gini, quello che misura le disuguaglianze della ricchezza. Non sappiamo neppure se riuscirà a liberare la vita reale dallo spettro dello spread. Non sappiamo se avrà la forza morale per bandire quei tassi d’interesse da usurai che spezzano il popolo. L’economia, ed ancor meno la finanza, non sono una scienza esatta, anzi non sono neanche una scienza, anche se a questo mirano per sedersi poi sul trono dell’indiscutibilità divina.
Certo il governo definito populista e sovranista qualche grattacapo all’Europa delle banche lo ha creato, producendo un pericoloso precedente.
E’ bastato solo che qualcuno dal fondo degli ultimi banchi della classe reclamasse, anche se con aria un po’ sommessa a volte timida, che i compiti dati dai maestri erano insostenibili, e questi subito sono andati su tutte le furie, una lesa maestà, una bestemmia impensabile, ed allora giù con anatemi, richiami e strali avvelenati.
Certamente la sovranità di un nazione si raggiunge attraverso un percorso di grande difficoltà, ma con un po’ di coraggio bisognerà pur partire da qualche parte. Tutto sta però nello stabilire quale è il paradigma di riferimento e cosa noi consideriamo per sovranità. Negli ultimi decenni si è assunto come naturale un assurdo disumano che di naturale non ha nulla, un’insana perversione che ha scandito il tempo della nostra esistenza, capace di orientare ogni cosa che facciamo al fine di non irritare ed innervosire i mercati, mentre questi, i mercati, hanno potuto tranquillamente a loro piacimento, per vendetta o per capriccio, portare sul baratro una nazione sana, indipendentemente dalla sua operosità. Guardando le cose alla radice possiamo affermare sicuramente che la sovranità vera non può prescindere da quella monetaria. Il potere della moneta per l’esistenza di un nazione è così forte ed indispensabile che viene riconosciuto da chiunque sia in buona fede, indipendentemente dal suo orientamento politico o economico.
“Datemi il controllo della moneta e non mi importa chi farà le sue leggi”, scriveva Rothschild, così come il problema fu sentito nella stessa misura da Lenin, per non parlare di Ezra Pound.
Lasciamo stare questo gravoso problema della sovranità monetaria che, nel solo chiederci a chi spetta la proprietà dell’euro, produrrebbe una crisi d’astinenza ai poveri euroinomani, altro che piano B. Non chiediamoci allora a quale entità antidemocratica sono state affidate le chiavi di casa, della zecca in questo caso. Cosa rimane quindi come misura della nostra presunta sovranità se non la nostra visione in termini di geopolitica? Attraverso questa abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo di dichiarare al mondo chi siamo e cosa vogliamo. La politica estera è la cartina di tornasole per chi si batte per la propria e l’altrui sovranità. Chi crede in questa forma d’autogoverno, non può in questo ambito che affermare la propria multipolarità da contrapporre a chi della unipolarità ha fatto una ragione storica, il suo destino manifesto, e che dopo la caduta del muro di Berlino ha colto un segno della provvidenza per la sua realizzazione.
Dal suo insediamento con toni chiari il governo giallo-verde ha tenuto a sottolineare la sua vicinanza geostrategica agli USA, troncando ogni speranza a chi avrebbe voluto un disimpegno magari graduale dalla NATO, non solo per risparmiare quei 70 milioni di euro al giorno di spese militari, ma proprio per liberarsi da un alleato troppo ingombrante e premuroso.
E’ anche vero che si é parlato di revocare le sanzioni alla Russia, novità sul nostro piano politico, ma in questi giorni mentre gli USA hanno deciso di riprendere unilateralmente le sanzioni contro l’Iran (colpevole di esistere come la Siria o la Palestina) e tutti i suoi alleati saranno allora costretti a non acquistare più petrolio iraniano per non incorrere nelle medesimi sanzioni, nessuna flebile voce s’è levata contro un’altra guerra commerciale alla quale ossequiosamente ci accoderemo ancora una volta.
Si ha l’impressione che se riusciamo a parole (finalmente) ad alzar la voce contro la Troika, il senso di riconoscimento nei confronti degli Americani a stelle e strisce é ancora così grande che non ci permette neanche di dubitare mai del loro altruismo e della loro bontà. Riusciamo solo ad annuire, o quando pronunciamo parola é solo per promettere fedeltà eterna, foss’anche quella del premier Conte a Trump per sfavorire la Russia a vantaggio del gasdotto TAP.
Per non parlare di Bolsonaro, dove si chiude il cerchio in cui “di notte tutte le vacche sono nere” e sovraniste. Certamente gli entusiasmi e le congratulazioni sono state fatte a titolo privato da uno dei due vice premier. Comunque si è dimostrato soltanto o la propria malafede sovranista o peggio ancora di non rendersi conto della storia dei fatti per ignoranza o superficialità. Quale è la presunta sovranità che spinge a stare con chi ha nostalgia della più classica delle dittature sudamericane? Pur ammettendo che anche le dittature possono essere sovraniste, pensiamo a Cuba, è da sottolineare che molto peggio sono quelle che lavorano per la spoliazione del Paese per conto terzi. A quel tipo di dittatura, sempre incoraggiata sul piano militare e logistico dagli USA, è sempre seguito il più sfacciato programma di privatizzazioni sul modello dettato dai Chicago boys. Chi svende la propria Patria non sarà mai libero ne starà mai dalla parte del popolo, non basta vincere le elezioni.
I sovranisti in Sud America hanno avuto la tempra di una Evita Duarte Peron, di un Hugo Chavez, di un Ernesto Guevara, di un Salvador Allende, hanno nazionalizzato nell’interesse della propria terra per difendersi dal quel maledetto vicino. Bolsonaro è evidentemente dall’altra parte, vicino a Pinochet, a Faccia d’Ananas Noriega ed a Milton Friedman, questo un vicepremier sovranista lo dovrebbe sapere perché altrimenti i conti, non quelli della manovra ma quelli che valgono veramente per il bene del popolo, perché autentici valori, non tornano.
Lorenzo Chialastri

Maria Edera Spadoni (M5S) contro “la politica estera criminale degli Stati Uniti”

ONORE AL MERITO!

L’intervento di Maria Edera Spadoni durante la discussione sul decreto di rifinanziamento delle “missioni di pace”, lo scorso 6 luglio.

Il Don Giovanni delle politiche internazionali dell’Occidente

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Hadani Ditmars per rt.com

Dopo aver partecipato a Vancouver alla serata di apertura dell’opera “Don Giovanni” nella fine settimana, ho realizzato come ci fosse qualcosa di vagamente familiare con quel protagonista libertino.
L’impertinente psicopatico che fa conquiste a migliaia e che rimane indifferente al dolore e alle sofferenze che ha causato, non mi ha ricordato solo il mio ex fidanzato.
No, c’era qualcosa in più nella sua orgogliosa tracotanza, nel suo appetito irrefrenabile, qualcosa che richiamava il dramma che sta avvenendo al di fuori del teatro, in Medio Oriente, in America Latina e nell’Europa dell’Est.
E poi mi è balenato in mente: la tecnica predatoria di seduzione e abbandono di Don Giovanni non è niente di meno che il modus operandi della politica estera degli USA.
Come i politici abbandonati –da Noriega allo Scià di Persia a Saddam Hussein – possono testimoniare, l’unica cosa peggiore di essere un nemico degli USA è esserne un ex alleato.
E ancora, la cosa divertente è che, proprio come con il seducente Don, le persone cominciano a cedere per le solite vecchie frasi: “Penso tu sia davvero speciale, e ti voglio liberare. Naturalmente non sono solo interessato ai tuoi giacimenti petroliferi. Il tuo popolo merita uno Stato autonomo.” E non dimentichiamo il classico “Sono qui per portarti libertà e democrazia, tesoro.”
Perché così tante persone – dal Libero Esercito Siriano ai “ribelli” ucraini – sono felici di cantare “Là ci darem la mano” con il loro bel pretendente diretti verso il suo scintillante palazzo, nonostante i colpevoli precedenti?
Mentre le conquiste di Don Giovanni, come Leporello dice alla sua amante, lasciata con disprezzo, Donna Elvira nel famoso “Madamina, il catalogo è questo” include “640 in Italia, 231 in Germania, 100 in Francia, 91 in Turchia, ma in Spagna, 1003” lui continua imperterrito, facendo preda donne di ogni forma, taglia e nazionalità.
Ad oggi, come il professore Zoltan Grossman nota, nel suo “Storia degli interventi militari degli USA dal 1890”, da Wounded Knee al Cile, all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, gli USA hanno un mucchio di spiegazioni da dare.
Sicuramente infransero un sacco di cuori a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968 e nell’Iraq del Sud tanto per nominarne qualcuno. E ancora, proprio come il risoluto incosciente Don Giovanni, gli USA, apparentemente in amnesia, continuano a vendere se stessi come i romantici salvatori dei Paesi non amati del mondo.
Da Segretario di Stato, John Kerry ha recentemente detto dell’invasione russa dell’Ucraina, “Non ci si comporta nel XXI secolo alla stregua di come si faceva nel XIX secolo, occupando un altro Paese sulla base di pretesti completamente inventati”.
So di non essere l’unica ad essersi ricordata dell’Iraq mentre guardava il Don Giovanni. Lo so perché l’anno scorso la Pittsburgh Irish & Classical Theatre ha prodotto una versione del “Don Giovanni torna dalla guerra” come “Don Giovanni torna dall’Iraq”.
L’opera originale del 1939, scritta da Odon von Horvath e adattata dallo sceneggiatore britannico Duncan Macmillan evoca la Berlino del primo dopoguerra, mentre l’adattamento Pittsburgh Irish & Classical Theatre è la storia di una fantasiosa rivincita femminile che rimugina sul tormentone “amale e lasciale” di un donnaiolo. Come un critico l’ha descritto, “alternativamente egli prova a reclamare la sua reputazione e come grande seduttore e sforzandosi di essere una brava persona, riuscendo a fallire in entrambe le cose. La città che era il teatro delle sue conquiste adesso è piena di donne sedotte e abbandonate che hanno perso i loro mariti, padri, figli e che vedono adesso il loro momento di lanciarsi.”
Se dovessi mettere in scena una produzione del Don Giovanni oggi, mi divertirei molto con il casting. Sicuramente vedo bene Julian Assange o Edward Snowden – se fosse loro mai permesso di viaggiare nuovamente – nel ruolo di Donna Elvira che –guidata dalla voglia di vendetta- prova ad avvisare dei tradimenti e degli inganni del Don Giovanni le prossime vittime che nulla sospettano.
Leporello, lo sfortunato servo di Don Giovanni – potrebbe essere interpretato dallo straordinario mercenario Erik Prince.
Potrei vedere Kerry nel ruolo principale, che canta la sua canzone di seduzione persuadendo che sia tutto amore, chiunque è fedele solo ad esso è crudele verso tutti gli altri.
Potrei rinominare il Commendatore come “Generale Blowback” e vestirlo o come Saddam Hussein o come un comandante talebano.
Mentre la versione di Vancouver ha principalmente celebrato la violenta fine del Don, forse la versione del 2011 della Scala è stata più realistica. La prima scena vedeva il bel protagonista aprire il sipario per svelare uno specchio gigante che rifletteva le facce del pubblico- tra cui l’allora Primo Ministro Mario Monti, appena salito al potere dopo gli scandali di Berlusconi.
Nella scena finale, mentre le parti offese stanno parlando con giudizio della morte del Don, questi appare dietro di loro perfettamente acconciato e vestito in maniera immacolata, fumando una sigaretta con calma, ridendo compiaciuto.
Nel mondo reale sembra che non ci sia mancanza di entusiasti amanti pronti a saltare nel letto insieme alla seducente visione della Pax Americana – che sopravvive nonostante la sua scioccante infedeltà.
Così “Là ci darem la mano” cari, Don Giovanni è vivo e vegeto e pronto a liberarvi presto.

[Traduzione di M. Janigro]

NATO: un’alleanza da ripensare

analisinatoAnalisi a cura del CeSEM, maggio 2013.

Con contributi di:
Matteo Pistilli, La NATO è un’alleanza utile all’Europa? Qualità e quantità dei costi militari
Andrea Turi, NATO: storia, compiti, strategie e significato di un’alleanza nel mondo bipolare (1945-1991)
Giacomo Gabellini, La funzione strategica della NATO dopo il crollo dell’Unione Sovietica
Maria Pilar Buzzetti, L’anomalia dei trattati bilaterali Italia-USA sulle basi militari NATO
Maria Pilar Buzzetti, L’appartenenza dell’Italia alla NATO: una limitazione di sovranità?
Ali Reza Jalali, La NATO e il mondo islamico

Il relativo file .pdf può essere liberamente scaricato qui.

Giri di valzer

giri valzerLa politica estera dell’Italia nell’era della globalizzazione selvaggia

La linea politica e quella finanziaria oggi sono legati a doppio filo a quell’Unione Europea che tramite l’Euro, il MES, il Fiscal Compact ha sostanzialmente svuotato il nostro Parlamento di ogni sovranità politica e monetaria rendendoci succubi delle decisioni prese a Bruxelles da un ristretto gruppo di tecnici che operano in rappresentanza di determinate lobby.
La politica militare invece è totalmente dipendente a quella imposta dagli USA tramite la NATO e l’ONU, senza considerare poi l’Eurogendfor, la nuova polizia sovranazionale creata da alcuni Stati europei con poteri e competenze pressoché illimitate.
L’unico campo dove la nostra politica può ancora dirsi libera è quello economico, ed infatti l’Italia continua a stringere accordi commerciali anche con quei Paesi come l’Iran o la Siria messi alla gogna da tutta la comunità internazionale, accordi però che vanno quasi sempre a vantaggio dei grandi gruppi industriali.
Il bilancio appare però quanto mai negativo, con il nostro che oggi, come non mai in passato, appare un Paese in via di sottosviluppo.

Di Fabrizio Di Ernesto, con prefazione di Alessandro Bedini.
Anteo edizioni, pp. 110, € 10.
Dello stesso autore: Portaerei Italia. Sessant’anni di NATO nel nostro Paese

[Dedicato al prossimo Pres. della Rep., chiunque esso sia]

Combacia

“Con la vittoria di Barack Obama si riconferma quell'”apertura al dialogo” nelle questioni internazionali messa in campo negli ultimi quattro anni dell’amministrazione democratica che “combacia con la caratteristica genetica della politica estera italiana”. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Giulio Terzi, intervistato sui canali Rai dopo la vittoria di Obama. Il titolare della Farnesina ha fatto riferimento a tre grandi dossier internazionali: l’Iran, la Siria e la Libia. Sul controverso capitolo nucleare iraniano Terzi si è detto convinto che dall’amministrazione Obama ci sarà “un rinnovato impulso ad una situazione negoziale” di fronte al rischio che il programma nucleare di Teheran abbia finalità militari. Anche in Siria il presidente americano rieletto e i suoi collaboratori, ne è convinto il ministro Terzi, opteranno per “una soluzione politica incentrata sull’impulso all’unificazione di tutte le forze dell’opposizione”. Una strada che l’Italia sta perseguendo con “un ruolo molto attivo per dar vita ad un’alternativa reale al regime di Assad”. Reduce da una missione a Tripoli, il ministro ha rilevato come anche sulla Libia del dopo-Gheddafi ci sia convergenza con la Casa Bianca. Comune è infatti la convinzione – espressa a più riprese dal segretario di Stato Hillary Clinton – che “i processi di trasformazione politica, soprattutto paesi mediterranei, vanno sostenuti e accompagnati.”

Fonte

E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. – ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]

“Vecchi trucchi” di J. Kleeves – nuova edizione

La politica estera degli USA obbedisce fin dalla fondazione di questo Stato ad alcune costanti operative, spesso controverse. In questo saggio l’Autore mette in luce gli obbiettivi fondamentali della politica estera degli USA fino ai giorni nostri, e ne illumina i metodi più shoccanti: l’uso disinvolto del denaro e l’utilizzo massiccio di una propaganda massmediale martellante; la programmazione scientifica dell’uso della violenza politica; l’utilizzo sistematico da parte dei Servizi Segreti dei proventi derivanti dallo spaccio internazionale di droga in tutto il mondo. Una serie di rivelazioni del tutto sconosciute in Europa, che si basano tuttavia su una immensa documentazione originale statunitense, frutto di un ampio dibattito sociale e politico a noi del tutto sconosciuto.
Ma questo saggio non si limita ad essere un j’accuse contro la politica globale statunitense; esso propone una chiave di lettura complessiva dell’evoluzione della scena politica planetaria che proprio oggi, nei giorni in cui le rivolte popolari scuotono le poltrone dei leader nordafricani, da decenni fidi custodi filo-occidentali dei propri territori, appare ancora più stimolante.

John Kleeves (pseudonimo di Stefano Anelli), ingegnere italo-americano, rifugiato in Italia dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti d’America, autore di una monumentale opera di critica della civiltà e della mentalità collettiva statunitense.
Morto tragicamente nel settembre 2010 a Rimini. Qualcuno sostiene che sia stato ucciso per le sue idee.

Vecchi Trucchi, Il Cerchio, Rimini, pp. 314, € 22
Per ordini ed informazioni:
tel. 0541/775977 fax. 0541/799173
info@ilcerchio.it

Il nuovo Kissinger

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Persa nell’enfasi che ha accompagnato, in patria e nel mondo, l’inaugurazione della 44° presidenza degli Stati Uniti, è stata la nomina del generale dei Marines in pensione James Jones quale prossimo maggiore architetto ed esecutore della politica estera USA.
Il 22 novembre scorso, il Washington Post si riferiva all’allora pendente designazione di Jones come Consigliere per la Sicurezza Nazionale in questi termini: “Obama sta considerando di espandere la sfera di competenza per dare al Consigliere lo stesso tipo di autorità una volta esercitata da alcuni potenti personaggi fra i quali Henry Kissinger”. L’analogia è con il ruolo svolto da Kissinger come Consigliere per la Sicurezza Nazionale nelle due amministrazioni Nixon (1969-1977), durante la seconda delle quali coprì anche il posto di Segretario di Stato, con un’influenza nel determinare le linee della politica estera che mai nessuno precedentemente aveva avuto. Un paragone potrebbe essere tratteggiato anche con il Consigliere durante l’amministrazione Carter, il ben noto Zbigniew Brzezinski, vero artefice della politica estera nel periodo 1977-1981, con i Segretari di Stato dell’epoca (prima Vance, poi Muskie) che recitavano un ruolo da comparse.
James Jones è il primo ex comandante supremo della NATO (e del Comando Europeo delle Forze Armate statunitensi, EUCOM) – incarico svolto dal 2003 fino al dicembre 2006, poco prima (febbraio 2007) di ritirarsi dalla carriera militare – a diventare Consigliere. Con il Segretario alla Difesa Robert Gates. egli costituisce i due terzi di quel triumvirato che, nell’ambito della politica estera, l’amministrazione Obama ha ereditato da quella Bush.
Dopo la sua inclusione nella lista dei papabili per il posto di Consigliere, lo scorso novembre, Jones aveva dichiarato che, come comandante supremo della NATO, la sua principale preoccupazione fosse stata di proteggere le infrastrutture energetiche e le linee di trasporto dall’Africa, dal Golfo Persico e dal Mar Caspio. Jones ha più volte sottolineato come la politica energetica sia per gli Stati Uniti una questione di sicurezza nazionale ed al tempo stesso una priorità nella sicurezza mondiale. Non per nulla, dopo il pensionamento è stato presidente dell’Istituto per l’Energia nel 21° Secolo, emanazione della Camera di Commercio statunitense, e membro del consiglio di amministrazione della società petrolifera Chevron.
Jones è quindi stato piuttosto esplicito nell’indicare in quale aree del pianeta cadano le priorità del Pentagono. Si tratta di tre delle cinque zone del mondo che ospitano le più ricche e non (o poco) sfruttate riserve di petrolio e gas naturale: appunto il Golfo di Guinea, i mari Caspio e Nero, il Golfo Persico. Le altre due zone, già terreno di battaglia fra l’Occidente e la Russia e le altre potenze emergenti, sono l’Artico e la regione Caraibi – parte nord dell’America indiolatina, con il sud-est asiatico candidato ad aggiungersi all’elenco. Sia ben chiaro che questa non è una semplice competizione per il petrolio ma piuttosto una mobilitazione internazionale di carattere strategico, condotta da un consorzio di potenze occidentali declinanti riunite sotto l’egida della NATO, per impadronirsi delle risorse energetiche mondiali e delle rotte di rifornimento al fine di mantenere ed incrementare la propria egemonia – politica ed economica – globale.

”Non c’è alcun motivo di un cambiamento”

spogli

Repetita iuvant.

Roma, 20 gennaio – C’é aria di trasloco a Villa Taverna, da 76 anni prestigiosa residenza cinquecentesca degli ambasciatori americani in Italia, nel cuore del quartiere romano dei Parioli.
L’ambasciatore USA Ronald Spogli – industriale di successo inviato da George W. Bush nell’agosto del 2005 a Roma per rappresentare gli Stati Uniti – lascerà l’Italia il 6 febbraio prossimo per fare rientro in California dove è titolare, insieme al socio Bradford M. Freeman, di una delle principali società di investimento americane.
Storicamente gli ambasciatori statunitensi si dimettono il giorno dell’insediamento del Presidente, vale a dire il 20 gennaio, ma Spogli ha avuto l’autorizzazione dalla nuova amministrazione Obama di restare a Villa Taverna con la moglie Georgia Beth Claude un paio di settimane in più.
Spogli aprirà, per l’ultima volta, i cancelli della sua residenza il giorno prima di partire per salutare la stampa italiana che lo ha seguito in questi anni a Roma.
Bocche cucite in ambasciata su chi prenderà il posto di Spogli. Una scelta che, comunque, come ha sottolineato recentemente lo stesso Spogli, ”non cambierà gli ottimi rapporti esistenti tra gli Stati Uniti e l’Italia”. ”Nella politica estera americana – ha osservato – c’è grande continuità” e quindi ”non c’è alcun motivo di un cambiamento nei rapporti con l’Italia”.
(ANSA)

Il declino della reputazione americana: perché?

Lo scorso 11 giugno 2008, è stato pubblicato il primo di tre rapporti sull’immagine internazionale degli Stati Uniti d’America elaborati dal Subcomitato sulle Organizzazioni Internazionali, i Diritti Umani e la Vigilanza del Comitato per gli Affari Esteri operante presso la Camera dei Rappresentanti.
I prossimi due rapporti elaborati dallo stesso Subcomitato avranno come tema, rispettivamente, l’impatto del declino di immagine sugli interessi nazionali statunitensi e le raccomandazioni per recuperare credibilità.

La versione integrale di questa indagine rivelatrice è qui.
Quale presentazione, ecco un breve stralcio dal capitolo introduttivo:

Successivamente all’attacco dell’11 Settembre 2001, ci furono una simpatia ed un sostegno mondiale per gli Stati Uniti. Ciò fu riassunto bene dal titolo del quotidiano francese Le Monde “Siamo tutti Americani”.
Da allora, i sondaggi condotti dal governo statunitense e da rispettati enti privati hanno rivelato un declino precipitoso nella propensione verso gli Stati Uniti e la loro politica estera. Le percentuali generalmente positive avutesi fra gli anni Cinquanta ed il 2000, sono diventate per lo più negative dopo il 2002. Come testimoniato nelle dieci audizioni con sondaggisti ed analisti regionali, al Subcomitato è stato riferito che “non abbiamo mai visto numeri così bassi”.

L’inversione è senza precedenti e generalizzata:
– un calo di popolarità del 45% in Indonesia, 41% in Marocco, 40% in Turchia e 27% in Gran Bretagna;
– tra i musulmani della Nigeria, l’opinione favorevole è diminuità di 33 punti, dal 71 al 38%, nel giro di otto mesi;
– in Europa, un aumento di 26 punti dell’opinione secondo cui la leadership statunitense negli affari mondiali non è desiderabile;
– l’impopolarità è cresciuta fino al 82% nei Paesi arabi e l’86% delle classi dirigenti latino-americane adesso considera le relazioni con gli Stati Uniti in maniera negativa;
– nel 2002, l’83% dei Paesi aveva una maggioranza di cittadini propizi verso gli Stati Uniti; nel 2006, solo il 23% ha una maggioranza che ritiene positiva l’influenza americana.

Per quanto gli Stati Uniti non possano basare la loro politica estera sui sondaggi d’opinione – sia domestici che effettuati all’estero – questa propensione fortemente negativa verso la politica estera americana è al tempo stesso una responsabilità ed il segnale che qualcosa è andato veramente storto. Che cosa è accaduto? Perché, come ci si chiede spesso, ci odiano?

Il rapporto si conclude con la seguente, illuminante, indicazione da parte degli autori:

Gli Stati Uniti non dovrebbero determinare la loro politica sulla base di ciò che il pubblico pensa essa dovrebbe essere, specialmente non sulla base dell’opinione pubblica di Paesi stranieri, ma piuttosto scegliere quella politica fondata su ciò che è giusto, giusto per il popolo degli Stati Uniti, e che servirà la comunità internazionale nel lungo periodo.

La NATO secondo John Kleeves

 

“Ha in realtà i seguenti obbiettivi:
1. Innanzitutto ristabilisce una parvenza di equilibrio di forze nell’Europa Continentale. Che cosa vogliono gli americani da un equilibrio di forze nell’Europa Continentale? Che gli europei non si possano occupare troppo del resto del mondo, in modo da non potersi permettere una politica estera di grande respiro. In poche parole essi vogliono neutralizzarli come concorrenti commerciali sui mercati mondiali. Gli europei continentali non spendono soldi per procurarsi e mantenere basi militari all’estero, vicino ai possibili punti d’intervento. Ciò è proprio quanto vogliono gli americani: il mondo deve essere sgombro soltanto per loro. Non vogliono liti per un mercato estero con Paesi europei che possano intervenire militarmente in loco con efficacia.
2. Il secondo scopo della NATO è il solito che gli americani si prefiggono di raggiungere con tutte le alleanze militari che hanno messo in piedi: il controllo politico ed eventualmente la sovversione violenta dei Paesi membri. Con la scusa dell’Alleanza, gli americani – militari e civili – sono presenti in massa in Europa. Per quanto riguarda i funzionari civili bisogna dire che la presenza di basi americane permette il mantenimento in Europa di larghe rappresentanze di veri e propri agenti della CIA che trovano facili coperture come dipendenti delle stesse. Questa massiccia presenza americana ha un effetto clamoroso sulla politica interna dei Paesi europei: con ogni probabilità, anziché essere sempre più simili alla Corea del Sud, come stanno diventando, questi Paesi sarebbero ora più simili alla Svezia, che non ha mai voluto far parte della NATO.
La loro presenza militare permette poi agli Stati Uniti di lucrare grandi ed insospettabili vantaggi anche su un piano industriale e commerciale, attraverso una potentissima rete di spionaggio. Gli scopi degli impianti d’ascolto della National Security Agency (NSA, il Servizio di informazioni delle Forze Armate americane) in Europa sono essenzialmente due (…). L’intercettazione delle comunicazioni commerciali è il suo settore tipico perché, a causa della loro enorme mole, esse richiedono impianti e capacità tecniche come solo la NSA possiede.
3. Perché gli americani insistono tanto nel voler tenere armi nucleari loro in Europa? Le armi nucleari americane in Europa non rispondono a nessun scopo militare: esse in effetti non difendono l’Europa. Gli americani non vogliono che un’Europa integra, o distrutta in modo “convenzionale”, cada nelle mani dei russi. Invece un’Europa distrutta in modo “nucleare” è l’unica che gli americani sono disposti a lasciare cadere nelle mani dei russi. Per gli americani essa avrebbe cessato per sempre di essere un concorrente sui mercati mondiali. Fu per questo che in Europa, alla fine, non furono stazionate le bombe ai neutroni, le Bombe N, dove la potenza termica ed esplosiva è sacrificata a favore di una altissima emissione di radiazioni mortali per gli esseri viventi. Esse sono così delle bombe che uccidono persone ma che non distruggono manufatti, non in modo rilevante.
In ogni caso ciò che conta è il fatto che una volta presenti armi nucleari americane in Europa, questa non è più padrona del suo destino; è un ostaggio degli americani, completamente nelle loro mani.”

Il brano è tratto da Vecchi trucchi. Le strategie e la prassi della politica estera americana, pubblicato nel 1991: a quasi venti anni di distanza, queste affermazioni mantengono una notevole pertinenza.

 English version

Il portavoce di Via Veneto

martino

Quantomeno ha il merito di aver portato la politica estera all’interno di una campagna elettorale asfittica, alimentata da polemiche a dir poco surreali.
Elencando in buon ordine le priorità strategiche del padrone a stelle e strisce, ha indicato il “che fare” del prossimo governo coloniale: abbandono del Libano (alle buone intenzioni dell’entità sionista), rinforzo del contingente in Afghanistan (che ormai là è un disastro totale, neanche la capitale riescono a tenere sotto controllo), ritorno in Iraq (non mancano i problemini da risolvere) ed invio di istruttori militari in Kosovo (beh, dobbiamo insegnare anche agli albanesi come si esporta la democrazia occidentale).
Grazie, Antonio.