La NATO

globalizzazione nato“… qualora aveste dimenticato che cosa sia questa bieca organizzazione a delinquere della quale noi Italiani siamo purtroppo membri v’invito a dare un’occhiata a Mahdi Darius Nazemroaya, La globalizzazione della NATO, Bologna, Arianna, 2014…”
Franco Cardini

(Fonte)

E’ finalmente uscito “La globalizzazione della NATO”

globalizzazione nato

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo canadese, scrittore pluripremiato e analista geopolitico di fama internazionale. Ha soggiornato per due mesi in Libia come corrispondente di Flashpoints nel corso dell’intervento NATO.
La sua opera è stata tradotta in più di venti lingue fra cui spagnolo, portoghese, arabo, russo, turco, farsi, tedesco e cinese.

Traduzione di Alessandro Iacobellis, revisione di Federico Roberti.

Arianna editrice, pagg. 384, € 18.

INDICE:

Ringraziamenti
Prefazione. “Le avvertenze di un consigliere del Segretario generale dell’ONU”, di Denis J. Halliday
1. Uno sguardo d’insieme sull’espansionismo della NATO: prometeismo?
2. L’UE, l’espansionismo della NATO e il Partenariato per la Pace
3. La Jugoslavia e la reinvenzione della NATO
4. La NATO in Afghanistan
5. Il Dialogo Mediterraneo (DM) della NATO
6. La NATO nel Golfo Persico. L’Iniziativa per la sicurezza nel Golfo
7. La penetrazione nello spazio postsovietico
8. La NATO e gli alti mari. Il controllo delle rotte marittime strategiche
9. Il progetto dello scudo missilistico globale
10. La NATO e l’Africa
11. La militarizzazione del Giappone e dell’Asia-Pacifico
12. L’avanzata nel cuore dell’Eurasia: l’accerchiamento di Russia, Cina e Iran
13. Le controalleanze eurasiatiche
14. La NATO e il Levante: Libano e Siria
15. L’America e la NATO rapportati con Roma e gli alleati peninsulari
16. Militarizzazione globale: alle porte della terza guerra mondiale?
Note
Appendice. La strada per Mosca passa da Kiev
Fonti delle illustrazioni
Immagini: grafici, diagrammi e tavole
Mappe

NATO 3.0

“La NATO è l’alleanza di maggior successo nella storia. Ed è mia ferma intenzione che rimanga tale.
Il nuovo Concetto Strategico dovrà guidare la prossima fase nell’evoluzione della NATO. La prima fase è stata ovviamente l’Alleanza della Guerra Fredda: squisitamente difensiva, grandi armate immobili, schierate di fronte ad un chiaro nemico. Si può chiamare NATO in versione 1.0. Ed ha funzionato molto bene.
La NATO in versione 2.0 era la NATO del dopo-Guerra Fredda, dalla caduta del Muro di Berlino a oggi.
Anch’essa ha funzionato bene. Noi abbiamo aiutato a consolidare la pace e la democrazia in Europa. Abbiamo gestito le crisi dai Balcani all’Afghanistan. Ed abbiamo coinvolto nuovi membri, con i quali condividiamo propositi comuni.
È adesso giunto il momento di una NATO 3.0. Un’Alleanza che sia in grado di difendere i 900 milioni di cittadini dei Paesi della NATO dalle minacce che affrontiamo oggi, ed affronteremo nel prossimo decennio. Il Concetto Strategico è il progetto per tale nuova NATO.
(…)
Vi sono tre principali aree in cui io credo che la NATO debba trasformarsi.
Primo: dobbiamo modernizzare le nostre capacità di difesa e deterrenza.
La difesa collettiva deve restare lo scopo principale dell’Alleanza. Il ché continua a richiedere forze militari operative. Ma per essere operativi oggi, noi abbiamo bisogno di forze che siano impiegabili nei territori dell’Alleanza e oltre. Il Concetto Strategico deve esprimere una chiara visione per gli Alleati per guidare la riforma delle loro forze armate – meno investimenti per forze statiche e calcestruzzo, più forze che sappiano muoversi, presidiare ed avere successo ovunque vengano mandate.
Ma oggi, la difesa del nostro territorio e dei nostri cittadini non comincia e finisce al confine. Può iniziare a Kandahar. Può iniziare nel cyberspazio. E la NATO ha bisogno di potersi difendere a largo raggio.
(…)
Il Concetto Strategico deve essere anche indirizzato ad un’altra fondamentale componente delle difesa e deterrenza della NATO – la nostra capacità nucleare.
Posso vedere un sacco di giornalisti sobbalzare su questo punto. Ho paura che, se voi state sperando di assistere ad una piccola controversia, dovrò contraddirvi.
Nelle discussioni che abbiamo avuto sinora riguardo il futuro della capacità nucleare della NATO, io attualmente vedo una vera convergenza di prospettive.
I termini esatti saranno discussi nelle prossime settimane, e non voglio dare un giudizio prematuro sulle conclusioni. Sono però alquanto fiducioso in merito al fatto che troveremo il giusto equilibrio fra due principi molto importanti. Primo, che noi condividiamo l’impegno per gli obiettivi espressi dal Presidente Obama per un mondo senza armi nucleari, e che la NATO continuerà ad impegnarsi verso quell’obiettivo.
Ma secondo, che il nostro compito rimane quello di impedire un attacco contro i nostri cittadini, il ché significa che finché ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO dovrà mantenere anche armi nucleari.
Signore e signori, la seconda area, in cui abbiamo bisogno di riforme è la gestione delle crisi: dobbiamo essere in grado di rendere il Ventunesimo il Secolo della gestione delle crisi. Nessun’altra organizzazione può disporre, schierare e mantenere un potere militare come quello NATO. Il ché è il motivo per cui sono totalmente insensibile alle suggestioni dei media secondo cui dopo l’Afghanistan, la NATO non debba più eseguire un’altra missione di ampia portata. Prima di tutto e principalmente, perché io non ho dubbi che in Afghanistan avremo successo.
E secondo, perché ci saranno altre missioni in futuro per le quali soltanto la NATO sarà in grado di sostenerne i costi. Dovremo essere pronti.
(…)
Signore e signori. C’è una terza area in cui la NATO deve compiere un passo avanti – impegnandosi in lungo e in largo nel mondo per costruire una sicurezza in cooperazione. In breve, l’Alleanza deve sviluppare più profonde, ampie collaborazioni politiche e operative con i Paesi del mondo.
(…)
Ma posso già sentire la prima domanda che potrei ricevere, fra qualche momento: “Bella prospettiva – ma in un’epoca in cui le nazioni stanno effettuando tagli alla difesa, come intendete sostenere i costi?”
Al ché, io direi due cose. Primo, abbiamo bisogno di riforme. I contribuenti hanno bisogno del miglior riscontro per i loro investimenti nella difesa. Nella NATO, semplificheremo la nostra struttura di comando cosicché ci fornisca ciò che ci serve, ma a costi inferiori. Noi abbiamo pure bisogno di condividere le poche risorse, così possiamo acquistare e fare assieme cose che individualmente non potremmo permetterci. Io spero che il Concetto Strategico conferisca un forte mandato per una riforma costante.
Ma il mio secondo spunto è questo: c’è un punto dove voi non state più asportando il grasso; state tagliando nel muscolo, e poi nell’osso.
Capisco molto bene perché gli Alleati stiano tagliando le loro risorse per la difesa. Stante l’attuale crisi finanziaria, non hanno scelta.
Devo però anche dire: i tagli potrebbero andare troppo avanti. Dobbiamo evitare di tagliare così a fondo da non potere, in futuro, difendere la sicurezza su cui riposa la nostra prosperità economica. E non possiamo portare a termine il nostro compito in una situazione in cui l’Europa non può far sentire la sua importanza se si parla di sicurezza. Il risultato sarebbe che il Trattato di Lisbona dell’UE, che io sostengo fortemente, diventerebbe un guscio vuoto. E gli Stati Uniti cercherebbero altrove il loro partner per la sicurezza. Questo è un prezzo che non possiamo permetterci.”

Da The New Strategic Concept: Active Engagement, Modern Defence, discorso del Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen al German Marshall Fund of the United States (GMF) di Bruxelles, 8 ottobre 2010.
[Traduzione di L. Salimbeni, grassetti nostri]

La NATO del Terzo Millennio tra guerra ed affari

La NATO del terzo millennio, l’unico blocco militare esistente al mondo, dopo essersi espansa da 16 a 28 membri nello scorso decennio, è ora impegnata nella sua prima guerra terrestre e nella sua prima guerra asiatica, in Afghanistan.
Con la frammentazione del Patto di Varsavia e l’implosione sovietica degli anni 1989-1991, la NATO – lungi dal ridimensionare il suo potere militare in Europa e tantomeno dal dissolversi – ha visto l’opportunità di espandersi in tutto il continente e nel mondo.
A cominciare dalla campagna di bombardamenti in Bosnia nel 1995, essa ha prontamente ed inesorabilmente dispiegato la sua forza militare verso est e sud, nei Balcani, in Africa nordorientale e centrale, nell’intero bacino del Mediterraneo, in Asia centrale. Così come nel Caucaso, in Scandinavia includendo le tradizionalmente neutrali Svezia e Finlandia, e nella regione Asia-Pacifico dove ha avviato dei rapporti individuali di cooperazione con Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Oggi la NATO ha le proprie forze armate ed accordi di cooperazione con i Paesi di tutti i sei continenti. Una macchina militare che può vantare due milioni di truppe ed i cui Stati membri contano per oltre il 70% della spesa mondiale in armamenti.
Dopo aver condotto la guerra in Europa, contro la ex Jugoslavia nel 1999, ed in Asia (in Afghanistan, con sconfinamenti in Pakistan) a partire dal 2001 fino a non si sa bene quando, la NATO attualmente è protagonista di operazioni navali al largo delle coste africane nel Golfo di Aden. Essa è inoltre impegnata nella definizione di un nuovo Concetto Strategico che prenda il posto di quello risalente al 1999.
Già nel 2008, l’allora Segretario Generale Jaap de Hoop Scheffer aveva invitato a sviluppare una strategia per affrontare le sfide del nuovo millennio, domandando un incremento di bilancio vista “la crescente lista di responsabilità”. E riferendosi a queste ultime, “miriade” è la parole esatta usata lo scorso 1 ottobre – nell’ambito di una conferenza organizzata congiuntamente dalla NATO e dai Lloyd’s di Londra – dal presidente di questi ultimi Peter Levene: “Il nostro sofisticato, industrializzato e complesso mondo è sotto attacco da parte di una miriade di determinate e mortali minacce”.
Il medesimo giorno della conferenza, sul quotidiano The Telegraph è comparso un articolo a firma dello stesso Levene e dell’attuale segretario generale della NATO, il danese Anders Fogh Rasmussen. In esso si afferma che “i dirigenti industriali, inclusi quelli dei Lloyd’s, sono stati coinvolti nell’attuale processo di elaborazione della nuova linea direttiva della NATO, il Concetto Strategico; il vice-capo del gruppo è l’ex amministratore delegato della Shell [la compagnia petrolifera anglo-olandese, ndr], Jeroen van der Veer”.
Levene e Rasmussen sono stati molto espliciti nel dichiarare la necessità che la NATO protegga gli interessi economici occidentali, affermando che “gli uomini hanno sempre combattuto per le risorse e la terra. Ma adesso stiamo vedendo queste pressioni in una scala più grande… Dobbiamo prepararci a pensare l’impensabile”. L’elenco delle “minacce mortali” comprende: pirateria, sicurezza informatica, cambiamenti climatici, eventi meteorologici estremi, spostamenti improvvisi di popolazioni, scarsità di acqua, siccità, cali nella produzione di cibo, ritiro del ghiaccio artico, sicurezza degli approvvigionamenti energetici e diversità delle loro fonti…
Nel suo discorso alla conferenza, Rasmussen ha auspicato che la cooperazione con gli oltre 40 Paesi con cui la NATO ha accordi individuali o collettivi venga estesa anche a queste nuove “minacce”. Il loro crescente numero rappresenta una appropriazione, da parte della NATO, di responsabilità e funzioni che sono propriamente quelle dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), non certo quelle di un blocco militare non eletto da nessuno ed i cui Paesi membri, messi insieme, rappresentano solo una piccola frazione della popolazione mondiale.