Abu Omar, la CIA e la sovranità italiana

“Il rapito, in questo caso, è (o era) un imam quarantaduenne, Hassan Mustafa Osama Nasr, noto anche con il nome di Abu Omar. Nel 1991, se non prima, Omar aveva lasciato l’Egitto per l’Albania, perché apparteneva all’organizzazione islamica fuorilegge Jamaat al-Islamiya ed era ricercato dalla polizia. A Tirana aveva lavorato per circa quattro anni al servizio di enti di beneficenza islamici e non sembra aver preso parte ad alcuna attività criminosa. Dopo 1’11 settembre, l’amministrazione Bush incluse gli enti per cui Omar lavorava tra quelli che sostenevano il terrorismo. A Tirana, intanto, aveva sposato una donna albanese, Marsela Glina, da cui aveva avuto una figlia e un figlio.
Nel 1995, dietro sollecitazione della CIA, i servizi segreti albanesi proposero a Omar di diventare informatore, e lui accettò prontamente. Gli albanesi non lo pagarono, ma lo aiutarono ad appianare un contenzioso che aveva con la proprietaria dei locali di una panetteria da lui avviata e, dopo il matrimonio con un’albanese, lo misero in regola con il permesso di soggiorno. Abu Omar fu il primo arabo disposto a denunciare i propri soci agli albanesi, e le informazioni fornite dagli albanesi alla CIA con l’aiuto dell’egiziano accrebbero notevolmente la reputazione dei loro servizi segreti agli occhi degli americani. Eppure, poche settimane dopo, per ragioni ignote – forse perché gli esiliati islamici suoi amici avevano saputo della sua collaborazione con la polizia – fuggì con la famiglia dall’Albania. La CIA informò in seguito gli albanesi che Abu Omar si trovava in Germania. Nel 1997 ricomparve a Roma, dove gli fu garantito lo status di rifugiato politico. Di lì a poco si trasferì a Milano, che è il principale centro di attività islamistiche in Italia, e cominciò a predicare in una moschea che era già considerata punto di ritrovo per estremisti politici e religiosi. La polizia antiterrorismo italiana gli mise il telefono sotto controllo e piazzò microfoni e microspie in casa sua e in un’altra moschea in cui Abu Omar andava a predicare. Benché ritenesse di avere prove sufficienti ad arrestarlo con l’accusa di «associazione terroristica», la polizia temporeggiò perché tramite intercettazioni stava raccogliendo informazioni di grande interesse che, oltretutto, stava condividendo con la CIA.
Lunedì 17 febbraio 2003, poco dopo mezzogiorno, Abu Omar stava percorrendo via Guerzoni, diretto a una moschea per le preghiere quotidiane, quando fu fermato da un carabiniere. Secondo Armando Spataro, il pubblico ministero di Milano che indaga sulla vicenda, il carabiniere era stato ingaggiato dalla CIA perché avvicinasse Abu Omar con la scusa di un normale controllo dei documenti. La partecipazione di questo agente italiano, nome in codice «Ludwig», ha suscitato il sospetto che il Sismi, il servizio segreto militare italiano, stesse cooperando con gli americani. L’ufficio dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi ha sempre negato qualsiasi intervento, ma i pubblici ministeri milanesi ne dubitano e proseguono nelle loro indagini.
Secondo la testimonianza di un passante, due uomini che parlavano un «pessimo» italiano sbucarono da un furgone bianco parcheggiato, spruzzarono una sostanza chimica sul viso di Omar e lo caricarono a forza sul furgone, che ripartì a tutta velocità seguito da almeno un’auto o forse due. Tra le due e le cinque del pomeriggio, il furgone partì in direzione nord-est verso la base NATO di Aviano, dove era atteso da un ufficiale dell’aeronautica USA, il tenente colonnello Joseph Romano, il quale lo scortò fino all’imbarco. Abu Omar fu fatto salire su un Learjet civile e trasportato nella base aerea di Ramstein, in Germania. Lì fu trasferito su un Gulfstream civile che partì alle 20.30, quella sera stessa. Quando arrivò al Cairo nelle prime ore del mattino del 18 febbraio, Abu Omar fu preso in consegna dalle autorità egiziane. Ad accompagnare Omar in Egitto, a bordo del Gulfstream, c’era anche il capo dell’ufficio CIA di Milano Robert Lady.
Nonostante i leader politici italiani abbiano fermamente assicurato di non aver collaborato in alcun modo a questo rapimento, è evidente che le autorità di polizia sapevano molte cose al riguardo. Il team di sequestratori, autisti e sorveglianti della CIA, composto da diciannove persone, ha lasciato una strabiliante quantità di tracce, che indicano la loro totale indifferenza rispetto al rischio di poter essere individuati. Il primo agente arrivò a Milano il 7 dicembre 2002 e, secondo gli atti della procura, prese alloggio al Westin Palace. Gli altri cominciarono ad arrivare all’inizio di gennaio e il 1° febbraio erano già praticamente tutti in loco. Non alloggiarono in case private o in luoghi qualsiasi, bensì in hotel milanesi a quattro stelle come l’Hilton (340 dollari a notte) e lo Star Hotel (325 dollari a notte) . Sette americani scesero al Principe di Savoia – noto come «uno dei più lussuosi hotel del mondo» – per periodi compresi fra i tre giorni e le tre settimane al prezzo medio, per notte, di 450 dollari. Mangiando in ristoranti raffinatissimi, accumularono spese per 144.984 dollari, pagati per mezzo di carte Diners Club che erano state consegnate loro insieme ai passaporti falsi. In tutti gli hotel, il personale fotocopiò i loro passaporti, e fu così che la polizia italiana ottenne, se non i loro veri nomi, almeno le loro fotografie. Dopo il trasferiménto di Abu Omar ad Aviano, quattro americani andarono a Venezia, prendendo stanze in hotel lussuosissimi, mentre altri si presero una vacanza in luoghi assai pittoreschi della costa settentrionale toscana, sempre a spese del governo.
Ancora più imbarazzante fu il fatto che l’ambasciata americana di Roma aveva fornito agli agenti CIA un gran numero di telefoni cellulari italiani, tramite i quali essi comunicarono prima per organizzare i dettagli del rapimento, poi nel corso dell’operazione e, infine, durante il trasferimento ad Aviano. Tutte le loro conversazioni furono registrate dalla polizia italiana. Nessuno sa spiegare questa totale mancanza di professionalità.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 175-178.

ULTIM’ORA:
Giuseppe Scandone, ex capo di gabinetto del SISMI, sentito lo scorso 15 ottobre come testimone nel processo sul sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, ad una domanda della difesa dell’ex direttore del servizio segreto militare, Nicolò Pollari, ha opposto il segreto di Stato.
Il giudice, Oscar Maggi, deciderà domani se il funzionario – capo di gabinetto del SISMI proprio quando Pollari era il direttore – debba rispondere o meno. Uno dei legali di Pollari ha chiesto se questi avesse impartito ordini o direttive in relazione ad operazioni illegali per combattere il terrorismo, le extraordinary renditions, come quella di cui è stato vittima Abu Omar. A quel punto il funzionario ha opposto il segreto di Stato.
I difensori degli imputati hanno depositato una lettera del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai ministri della Difesa, dell’Interno ed ai vertici dei servizi segreti, in cui si ricorda ai funzionari pubblici il dovere di apporre il segreto di Stato sui rapporti tra servizi segreti italiani e stranieri. Ricordando quanto scritto dal suo predecessore, Romano Prodi, nella lettera Berlusconi sosterrebbe che il segreto di Stato non riguarda il fatto in sé del sequestro, ma i rapporti in funzione della lotta al terrorismo tra gli apparati di intelligence. Sempre nella lettera, si invitano i funzionari pubblici citati come testimoni ad avvertire qualora ci fosse l’eventualità che le domande riguardino, per l’appunto, i rapporti tra i servizi segreti italiani e stranieri.

AGGIORNAMENTO 17/11/2008:
Milano (Reuters) – Nell’ambito del processo per il rapimento dell’ex imam di Milano Abu Omar, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi conferma l’esistenza del segreto di Stato su ordini e direttive impartite dall’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari ai suoi uomini per impedire l’uso di mezzi e modalità illecite nella lotta al terrorismo e in relazione alle “renditions”.
Facendo riferimento al segreto di Stato opposto da un testimone del processo — l’ex funzionario del Sismi Giuseppe Scandone — Berlusconi in una lettera indirizzata al giudice milanese Oscar Magi, ha detto: “Ritengo che il segreto di Stato sia stato correttamente opposto dal testimone e pertanto dichiaro espressamente di confermarlo ai sensi dell’articolo 202, comma 3 del codice penale”.
Nella lettera, datata 15 novembre e depositata agli atti del processo, Berlusconi risponde all’ordinanza del 22 ottobre scorso nella quale Magi gli chiedeva di confermare il segreto di Stato opposto dallo stesso Scandone.
(…)
Nella lettera inviata a Magi, Berlusconi inoltre contesta “decisamente l’esistenza di qualunque ambiguità mia e del mio predecessore nell’apposizione del segreto di Stato”.
“La opposizione del segreto si fonda sulla duplice esigenza di riserbo che deve, da un lato, tutelare gli interna corporis di ogni servizio, ponendo al riparo da indebita pubblicità le sue modalità organizzative e operative, dall’altro e soprattutto, preservare la credibilità del servizio nell’ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati. Ove l’assoluto riserbo venisse meno l’efficacia operativa dei servizi sarebbe gravemente compromessa”, ha scritto ancora il premier.
Il giudice Magi nella sua ordinanza faceva riferimento alla lettera — inviata da Berlusconi al ministro dell’Interno, a quello della Difesa e ai servizi segreti — in cui il presidente del Consiglio si rivolgeva ai dipendenti pubblici dicendo che è un dovere opporre il segreto di Stato in materia di rapporti tra i servizi segreti italiani e stranieri in materia di terrorismo.
“Premetto che non ho ancora letto la lettera di (Silvio) Berlusconi, ma in linea generale se si conferma il segreto di Stato sulle circostanze già indicate, si conferma che Pollari non può addurre a propria discolpa elementi fondamentali per la propria difesa in quanto coperti da segreto di Stato”, ha commentato Nicola Madia, legale di Pollari.
Intanto, la Corte Costituzionale deve pronunciarsi su un conflitto di attribuzioni di poteri tra governo e magistrati relativa, tra l’altro, alla decisione di estendere il segreto di Stato su una serie di atti che ne rendono impossibile l’acquisizione da parte dei pm come prove davanti al giudice.

In Italia convergenza bipartisan sul JSF

Il primo venne firmato nel dicembre 1998, durante il governo D’Alema; il secondo nel giugno 2002, con Berlusconi capo dell’esecutivo; il terzo nel febbraio 2007, da parte dell’immarcescibile Lorenzo Forcieri, sottosegretario alla Difesa del governo Prodi, contestualmente all’assunzione di ulteriori impegni anche per quanto riguarda lo scudo antimissilistico voluto dagli Stati Uniti.
Sono tre i memorandum d’intesa siglati dall’Italia quale socia nel progetto per lo sviluppo del nuovo cacciabombardiere F-35 Lighting II (Joint Strike Fighter). L’Italia – la cui intenzione è quella di sostituire entro la metà del prossimo decennio Harrier, AMX e Tornado in dotazione all’Aeronautica Militare – ha già speso nel progetto 638 milioni di dollari per la prima fase di sviluppo (che costerà complessivamente oltre un miliardo di dollari), ai quali vanno aggiunti altri 900 milioni per la successiva fase di implementazione e produzione. Inizialmente era stata ipotizzata una ricaduta sulla nostra economia molto positiva, diecimila occupati per un periodo di quasi cinquanta anni, in quanto un nutrito gruppo di aziende italiane (capeggiate da Alenia e Fiat Avio) partecipa al progetto come subcontrattista per la progettazione e la realizzazione delle ali. Le ultime stime prevederebbero invece non più di un migliaio di occupati, di cui solo duecento diretti e gli altri nell’indotto, per dieci anni; ritorni solamente “attesi” in quanto si concretizzeranno eventualmente con l’assemblaggio dei velivoli – che dovrebbe avvenire nella base militare di Cameri, in provincia di Novara – e con il successivo acquisto dei 131 modelli previsti, per un impegno economico stimato in circa 11 miliardi di dollari (e con un costo unitario di 84 milioni di dollari, se le stime dovessero essere confermate, ma si sa come vanno le cose in questi casi…).
Poca roba, si dirà, rispetto ai 2.500 velivoli che Stati Uniti e Regno Unito si sono impegnati ad acquistare, ed ai complessivi 4.500 che la Lockheed Martin, capofila del gruppo di aziende statunitensi che rappresenta il primary contractor, vorrebbe produrre. Fatto sta che i quasi due miliardi di dollari stanziati per il JSF sono fondi pubblici, mentre i contratti spuntati dalle aziende italiane, ammontanti a non più di un miliardo, produrranno utili privati, destinati comunque ad avverarsi solamente quando lo Stato effettivamente acquistasse i velivoli.
Si aggiunga che il JSF è concorrenziale all’Eurofighter Typhoon, il caccia che l’Italia sta costruendo insieme a Regno Unito, Germania e Spagna, e di cui si è riservata di acquisire 121 modelli (con una spesa totale di circa 7 miliardi di euro ed un costo unitario di 58 milioni). Secondo alcuni commentatori, la scelta del JSF mette in crisi l’evoluzione delle strategie europee nel campo della difesa e sottrae preziose risorse alle ulteriori tranche dell’Eurofighter. Altri parlano di una vera e propria dipendenza industriale strategica, originata dalla riluttanza statunitense a trasferire tecnologia ed informazioni per salvaguardare la propria superiorità tecnologica nel settore.
La discussione parlamentare ed a mezzo stampa riguardo il progetto di sviluppo del JSF, è avvenuta con una certa eco solo in Norvegia, Danimarca ed Olanda, mentre in Italia è stata praticamente nulla. Secondo il sito Dedefensa, che ha intervistato una anonima fonte italiana di alto livello vicina all’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi, il nostro governo avrebbe ricevuto fortissime pressioni da Washington per perseverare nel progetto JSF. Testualmente, essa avrebbe riferito: “Non potevamo fare niente, c’è stata una tale pressione, una tale costanza nella pressione, che ha impegnato tutto il nostro sistema politico. Siamo letteralmente prigionieri. E’ molto più che una normale situazione di “influenza”. E’ una situazione che è insita nella psicologia e nella stessa sostanza del nostro sistema politico”. Decennale subordinazione che non è causata dalla sua ormai declinante potenza ma dalla “psicologia e sostanza stessa del nostro sistema politico”. Un’assuefazione alla sudditanza che non si immagina nemmeno lontanamente di scrollarsi di dosso perché bisognerebbe ripensare in termini di strategia e di geopolitica, materie delle quali i nostri governanti spesso ignorano persino l’esistenza.

English version

“Bipartisan” concurrence on the JSF in Italy

translation: L. Bionda

The first memorandum was signed in December 1998, during D’Alema’s government; the second one followed in June 2002, with Berlusconi at the head of the government; the third one was signed in February 2007 by Lorenzo Forcieri, Deputy Minister of Defense during Prodi’s government, and included further engagements regarding the antimissile shield imposed by the United States.
These are the three agreements signed by Italy as partner in the project for the development of the new strike fighter plane “F-35 Lighting II (Joint Strike Fighter)”. Italy – whose intention is to replace by 2015 the Harrier, AMX and Tornado fighter jets used by the Italian Air Force – has already spent 638,000,000 USD in the first step of the project development (which is expected to cost more than one billion dollars), but we have to add other 900 million dollars more for the following step of implementation and production of the aircraft.
At the beginning a very positive spin-off on our economy was expected, with a workforce of ten thousand people employed for almost fifty years, as a large group of Italian companies (lead by Alenia and Fiat Avio) takes part to the project with subcontracts for designing and constructing the fighters’ wings.
According to the last estimate, howewer, no more than a thousand people would be employed, two hundred of them directly and the others in the allied industries, for ten years; these are the “expected” results, since they will come true only with the assemblage of the aircrafts, to be completed in a military base near Cameri, in the province of Novara (North-Western Italy), and with the subsequent purchase of 131 strike fighters, as planned, for an economic pledge of 11 billions USD approximately (and with a cost of 84 million USD each, if the estimate will be confirmed, but who knows …).
Small things, we could say, if compared with the 2,500 strike fighters that the United States and the United Kingdom have planned to purchase, and with the 4,500 strike fighters that the Lockheed Martin company, leader of the American companies’ group that represents the primary contractor, would like to produce.
But the nearly two billion dollars spent in the JSF project are public funds, and the deals signed by the Italian companies, for less than a billion dollars, will produce private profits; however, everything will become reality only when the government effectively acquires the aircraft.
Moreover, the JSF plan is in direct competition with the Eurofighter “Typhoon”, the strike fighter that Italy is building with the United Kingdom, Germany, and Spain; Italy would purchase 121 of these planes (at 58 million euros each, for a total spending of almost 7 billion euros ).
According to some experts, the choice of JSF interferes with the evolution of the European defense strategies and distracts resources away from the Eurofighter project. Others point at a strategic industrial dependence, arising from the United States’ unwillingness to share technology and information in order to protect their technological superiority in that field.
The discussion in our Parliament and on the media regarding the JSF project had good impact in Norway, Denmark and Holland only, while in Italy it was almost ignored.
According to the website “Dedefensa”, citing an anonymous Italian official linked with our former Prime Minister, Romano Prodi, the Italian government was very much pressed by Washington to go on with the JSF project.
The Italian official declared: “We couldn’t do anything, there has been such a pressure, such a great and continuous pressure that totally absorbed our political system. We are captives, literally. This goes beyond a common situation of political ‘influence’. This situation lies deep into the psychology and the very essence of our political system”.
Decades of subjection not caused by weakness and declining power, but by “the psychology and the very essence of our political system”. A habit to subsiervience so rooted that we don’t even think of shaking it off, because that woul mean rethinking our strategy and geopolitics. And our politicians and lawmakers often don’t even know that such issues exist.

Italian version

Caro Ministro, Caro Arturo

Dal sito NoDalMolin, una lettera che il commissario straordinario Paolo Costa mandò all’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi, in cui si esprime la volontà di “eliminare alla radice le componenti locali del dissenso” nonostante poggino su “motivi ragionevoli” e “cause fondate”.

Vicenza, 17 settembre 2007

Ill.mo Signor
On. Prof. Arturo PARISI
Ministro della Difesa
Caro Ministro, Caro Arturo,
è giunto il momento di prendere decisioni definitive circa il progetto di ampliamento dell’insediamento militare americano all’aeroporto Dal Molin di Vicenza.
Sono decisioni che si possono prendere oggi sfruttando le premesse poste in questi mesi di lavoro del Commissario (e che sono amministrativamente riassunte nella determina del Direttore Generale del GENIODIFE, gen. Resce) e che devono esser prese ora per imprimere una inerzia positiva alla realizzazione del progetto ed eliminare alla radice le componenti locali del dissenso.
Sulle componenti non locali (pacifismo apolitico e antiamericanismo) occorrerà comunque intervenire con una accorta campagna di comunicazione che naturalmente non può riguardare il solo Commissario.
La tre giorni di protesta a crescente caratterizzazione no-global svoltasi da giovedì 13 a sabato 15 settembre a Vicenza, a conclusione di un presidio-campeggio “pacifista” durato dal 6 al 16 settembre, può diventare l’ultima manifestazione di un dissenso sostenuto anche localmente; ma solo se si interviene tempestivamente per togliere le cause ragionevoli, perché fondate, di questo dissenso. Mi riferisco alle preoccupazioni relative alla viabilità di accesso al nuovo insediamento militare, che avrebbe potuto aumentare i disagi di un traffico cittadino già difficile per la conformazione storica di Vicenza, e a quelle relative all’utilizzo ai fini di ampliamento della base dell’ultima grande area verde pregiata della città. Motivi ragionevoli che vanno definitivamente separati da quelli legati all’antiamericanismo, all’antimilitarismo e/o pacifismo apolitico, cioè dai motivi che nulla hanno a che fare con le caratteristiche del nuovo insediamento militare americano a Vicenza.
Dopo i mesi di relativa tranquillità, garantiti sia dall’estate sia dalla prospettiva di soluzione meno impattante fatta intravedere dal Commissario nella sua comunicazione e nei suoi atti di autorizzazione all’avanzamento del progetto, questa è oggi di nuovo a rischio per le attività del Presidio Permanente sostenuto dai movimento no-global del Nord Est, se non italiani e oltre. E’ facile prevedere che la tensione salirà non appena si darà il via al programma di bonifica bellica dell’area già contrattualizzato.
E’ questo dunque il momento per intervenire decisamente e trasformare le prospettive di soluzione, già fatte intravedere, in soluzioni certe, a utilizzare fin d’ora anche a fini di comunicazione.
Occorre poter arrivare molto presto a dire – fondatamente – che il nuovo insediamento militare americano altro non è che un riuso, con qualche espansione, della sola area ad ovest della pista di aviazione già utilizzata dall’aeronautica militare italiana e che, quindi, l’area ad est della pista, il grande prato verde che sarebbe stato distrutto dall’intervento previsto nella proposta che ha scatenato l’opposizione locale, rimane intatto. Questa affermazione, assieme a quella già acquisita che si organizza, sia in via temporanea sia in via definitiva, una accessibilità viaria che non interferisce con la viabilità normale soprattutto quella di attraversamento del centro storico di Vicenza, toglierebbe ogni motivo di opposizione ragionevole.
Se si può aggiungere, come si deve aggiungere, che Vicenza verrà ricompensata per questo suo “sacrificio” con il completamento della tangenziale a nord della città e con eventuali altri interventi in tema di università e di sanità, il pacchetto completo dovrebbe spianare la strada al progetto.
Ma occorre poter spendere tutto e subito. Continua a leggere

Che Tornado quel ministro!

La visita di Bush a Roma un primo risultato l’ha ottenuto. Ce lo ha fatto sapere l’Ansa con un stringatissimo comunicato uscito il 18 giugno alle ore 18.30: “Kabul. Tornado allo studio del governo”.
La faccenda dei cacciabombardieri Panavia Tornado sarà affrontata dallo stesso Berlusconi con il Segretario Generale della NATO De Sheffer entro il mese corrente, con un esito largamente scontato date le pregresse e pressanti richieste piovute a Roma da Bruxelles di aumentare il numero degli scarponi sul terreno del contingente italiano in Afghanistan e le sue dotazioni “militari” fin dall’aprile 2008.
Una tabella sulla “par condicio” in leccaculismo tra PDL e PD obbliga a ricordare che la troika Prodi – D’Alema – Parisi dal maggio 2006 al marzo 2008 ha fatto lievitare l’impegno dell’Italia in Afghanistan da 1.526 a 2.853 militari dotando, tra l’altro, il cosiddetto P.R.T di Herat di nuovi strumenti di sorveglianza, di attacco aereo e terrestre come UAV Predator, elicotteri A 129 Mangusta e corazzati Dardo con cannoni a tiro rapido da 25 mm. Seguendo una strategia di annunci, con tutta evidenza concordati tra Quartier Generale della NATO e la Repubblica Italiana delle Banane, a distanza di meno di 12 ore il Ministro della Difesa La Russa è andato un po’ più in là del suo collega della Farnesina Frattini precisando che “se dagli Alleati arriverà una richiesta (ma guarda un po’ che capacità di preveggenza!) si potrebbe inviare a Kabul 4-5 Tornado che in ogni caso (ecco la solita, ributtante ipocrisia!) avrebbero compiti di perlustrazione e mai di bombardamento”.
Una proprietà di linguaggio quella messa fin qui messa in evidenza dal Titolare di Via XX Settembre che non può non lasciare di sasso. Perlustrazione è un termine adatto ad indicare personale militare da impiegare in pattuglia a piedi o su mezzi di trasporto scoperti o protetti, ruotati o cingolati in territorio “amico” o “nemico”. A La Russa è evidentemente molto più familiare il lessico che gira nei salotti e nei clubs esclusivi di Milano, dove si incontra “tanta bella gente”… Ma torniamo a bomba.
Il Panavia Tornado IDS è un sofisticato aereo da attacco al suolo a lungo raggio, capace di imbarcare anche GBU 24 a guida laser “Paveway” con una testata di guerra di 1.066 Kg, che in tutta la sua lunga vita operativa non ha mai svolto una sola missione di “perlustrazione” essendo completamente inadatto allo scopo. Le Caste ed i Palazzi del Potere l’hanno usato, su input di D’Alema, nel 1999 su Serbia e Kosovo e, con effetti di ritorno di immagine devastanti, sugli aeroporti dell’Irak nel 1991. L’allora maggiore pilota Bellini ed il capitano navigatore Cocciolone furono abbattuti da un missile Crotale in fase di avvicinamento all’obbiettivo che prevedeva uno “strike” con bombe a caduta libera Mk 82 -83 sulle piste di volo. Un attacco programmato a “sciame” con altri Tornado IDS di Sua Maestà Britannica dopo il primo passaggio di “bombing” effettuato da F-117, F-16 e F-15 statunitensi quando le difese contraeree erano ormai in pieno allarme. Mentre gli “yankee” per il fattore sorpresa se la cavarono alla grande senza abbattimento, i cacciabombardieri di Gran Bretagna ed Italia andarono incontro a perdite rovinose.
Le immagini della cattura dell’equipaggio “made in Italy ” e le loro dichiarazioni di pentimento vennero diffuse dalle Televisioni di tutto il mondo. Bellini, psicologicamente meno fragile e ben più avveduto del Cocciolone, si limitò a fare il canarino negli uffici della Guardia Repubblicana.
L’ex capitano navigatore del Panavia Tornado IDS è tornato in Afghanistan da tenente colonnello alla guida della missione Aquila nel 2006 e nel 2007 da “ispettore” dell’Aeronautica Militare Italiana. Per farci cosa? L’organizzatore logistico per conto di un CSM dell’Aeronautica con tante brutte storie alle spalle e con pessime frequentazioni sulle coste del Mediterraneo Centrale. Semplici coincidenze? Tutt’altro.
Che lasciano aperto uno scenario da “guerra totale” nella Regione del Golfo Persico e del Medio Oriente. Il mefisto di Via della Scrofa ha precisato inoltre che “se gli italiani utilizzano per la copertura delle missioni cacciabombardieri della Gran Bretagna e della Germania non sarebbe irragionevole fare altrettanto con mezzi nostri (cioè del contribuente – ndr)”. Quello di La Russa potrebbe sembrare un tentativo maldestro di recupero di dignità “nazionale” per ritagliarsi qualche spazio di credibilità tra i grintosi e, ancora una volta, perdentissimi Alleati; in realtà non è nient’altro che un “servizietto” da lacchè alle guerre infinite dei massacratori planetari.
La Russa aggiornerà il comunicato del giorno precedente con una nota rilasciata all’AGI dove “perlustrazioni” diventa “copertura missioni”, per nascondere ad un’opinione pubblica trasversalmente e massicciamente schierata contro le “operazioni di pace” del Bel Paese – che costano miliardi di dollari ogni anno – l’appoggio strategico che i Tornado IDS porteranno sul campo di battaglia per la distruzione dei “target” da inserire, via via, nella lista di Enduring Freedom. Se poi tra qualche morto di fame ma dignitosissimo ribelle pashtun che imbraccia l’AK 47 ci saranno bambini, donne e anziani, la cosa non avrà molta risonanza. Le voci del massacro non andranno al là di qualche decina di chilometri .
In Afghanistan i cacciabombardieri d’attacco in forza a ISAF ed Enduring Freedom sono oltre 70. Con il contributo dell’Italietta il conto, per ora, arriverebbe a 74-75. Un po’ troppi e un po’ troppo sofisticati per dare la caccia ai Waziri o ai Beluchi che si infiltrano, in primavera ed in estate, dal confine pakistano a Kabul ed a Kandahar per raggiungere poi il sud-ovest del Paese delle Montagne.

L’Europa e l’Italia sotto lo scudo

Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere

Operazione Sarissa

Ovverosia la guerra segreta degli italiani in Afghanistan.
Il 2007, chiusosi con oltre settemila morti di cui almeno 1.400 civili uccisi in gran parte dai bombardamenti aerei della NATO, è stato l’anno più sanguinoso dalla caduta dei Talebani, anche per la stessa Alleanza Atlantica, che avrebbe perso 232 militi. Secondo un recente rapporto del Senlis Council, i Talebani oggi controllano il 54% del territorio, sono attivi in un altro 38% e minacciano ormai la stessa capitale Kabul, la cui difesa è ora responsabilità delle truppe italiane.
Seppure in maniera limitata ed all’insaputa dei loro connazionali, esse partecipano ad operazioni di guerra ormai da quasi due anni, esattamente dall’estate del 2006. Da quella data, infatti, è operativa nell’ovest del Paese la Task Force 45, “la più grande unità di forze speciali mai messa in campo dall’Italia dai tempi dell’operazione Ibis in Somalia” secondo un esperto militare. In tutto circa 200 uomini che, in flagrante violazione della Costituzione italiana, sono impegnati nell’operazione Sarissa, volta a combattere i Talebani a fianco delle Delta Force statunitense e delle Sas britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah.
Durante il governo Prodi, l’impegno militare in Afghanistan è costantemente aumentato sia dal punto di vista quantitativo (oggi l’Italia mantiene in loco 2.350 soldati, 550 in più di quelli schierati dall’esecutivo Berlusconi) sia, soprattutto, da quello qualitativo, con un dispiegamento di mezzi davvero impressionante (si citino, ad esempio, gli elicotteri da combattimento A-129 Mangusta ed i cingolati Vcc-80 Dardo in dotazione ai bersaglieri della Brigata Garibaldi, oppure gli aerei spia Predator e gli elicotteri da trasporto Sh-3d che appoggiano la Task Force 45). Il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri ha avvertito tutti di non illudersi, ché “dovremo restare in Afghanistan molto a lungo”. Considerato lo stanziamento di circa 338 milioni per il 2008, la previsione di dover spendere qualche altro miliardo di euro, oltre a quelli già spesi nei passati cinque anni, non rassicura di certo. E fa coppia con le dichiarazioni del titolare della Difesa, onorevole Parisi, di stupefacente intelligenza e destrezza nel segnalare profonde analogie tra l’Italia e l’Afghanistan: “Non possiamo abbandonare Herat e Kabul perché è come se le forze dell’ordine lasciassero nelle mani della delinquenza la Sicilia e la Campania”.
Insomma, l’Afghanistan come un problema di ordine pubblico da risolvere con qualche retata.
In primavera è prevista un offensiva talebana senza precedenti. Cosa risponderà l’Italia alle richieste statunitensi-NATO di un coinvolgimento ancora maggiore?

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