Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere

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Nuove bombe nucleari USA per la Germania

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A partire dalla seconda metà del 2015, l’aviazione statunitense si appresta a trasferire nuove testate nucleari B-61 presso la base militare di Buchel, secondo il canale televisivo tedesco ZDF.
La base, situata nella regione della Renania-Palatinato nella Germania occidentale, ospita i caccia multiruolo Panavia Tornado dell’aviazione tedesca capaci di trasportare le testate nuclari USA che vi sono conservate. A partire dal 2007, quando sono state rimosse le testate conservate nella base di Ramstein, quella di Buchel è rimasta l’unica base in territorio tedesco dove siano presenti testate nucleari statunitensi, 20 per la precisione.
Il nuovo modello di testata B-61, n. 12, sarà tecnologicamente più avanzato rispetto ai modelli n. 3 e n. 4 attualmente dislocati in Europa; oltre che in Germania, anche in Belgio, Olanda, Turchia ed Italia, che peraltro è l’unico Paese nel continente ad ospitare due basi nucleari (Aviano e Ghedi) e quello con il maggior numero di testate USA dislocate sul proprio territorio.
Il canale televisivo ZDF cita al proposito dei documenti di bilancio di provenienza statunitense che indicano un finanziamento per il futuro stoccaggio delle B-61 mod. 12 e l’ammodernamento dei caccia Tornado incaricati di trasportarle. La fonte ricorda che, nel 2010, il Parlamento tedesco aveva invitato il governo di Angela Merkel ad agire affinché le testate nucleari USA presenti in Germania fossero rimosse, una misura che avrebbe goduto e godrebbe tuttora di ampio sostegno popolare.
D’altro canto, nei piani del governo tedesco c’era anche l’intenzione di ritirare dal servizio la propria flotta di Tornado, senza pensare a sostituirli con altri velivoli in grado di trasportare le testate nucleari. Infatti, i costosi e contestati F-35 sono capaci di assolvere questo compito ma la Germania ha deciso di non acquistarli, scegliendo l’Eurofighter Typhoon quale successore dei Tornado. Nel 2012, altresì, il Berliner Zeitung aveva riferito che il governo tedesco avrebbe deciso senza clamori di mantenere operativi alcuni Tornado sino al 2024.
Le testate B-61 mod. 12 saranno più precise e meno distruttive rispetto alle precedenti, con il rischio che i responsabili militari e politici siano più tentati di utilizzarle, il che potrebbe avere serie ed imprevedibili conseguenze per la sicurezza globale, affermano gli analisti.
L’ex funzionario del ministero della Difesa tedesco Willy Wimmer ha detto che la decisione di ammodernare l’arsenale nucleare di stanza alla base di Buchel conferisce alla NATO “nuove opzioni di attacco contro la Russia” e costituisce “una consapevole provocazione dei nostri vicini russi”.
Dal canto suo, Mosca non ha cessato di tenere in considerazione la presenza di bombe nucleari USA in Europa quando lo scorso anno ha proceduto a riformulare la propria dottrina militare. La Russia rivolge le proprie critiche all’intero programma di condivisione nucleare tra Stati Uniti ed Europa, affermando che esso tradisce lo spirito del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare il quale proibisce il trasferimento di armamenti atomici agli Stati denuclearizzati, mentre Washington sostiene che il Trattato non vieta di mantenere testate in Europa a patto che esse rimangano sotto il controllo delle truppe statunitensi, inviate allo scopo. La preoccupazione russa deriva anche dal fatto che gli Stati Uniti addestrano altresì militari dei Paesi europei, inclusi quelli che non ospitano testate nucleari USA, ad impiegarle. Una situazione, quella dell’uso congiunto delle testate in ambito NATO, che sarebbe una violazione diretta dei primi due articoli del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, configurando un’anormalità che dura da oltre quaranta anni e che per la Russia non sarebbe più accettabile. Tanto probabilmente da spingere Mosca a prendere adeguate contromisure per ripristinare l’equilibrio strategico in Europa, particolarmente attraverso il rafforzamento delle sue difese nell’enclave di Kaliningrad e in Crimea.
Non mancheranno certo gli argomenti di discussione nel faccia a faccia odierno tra Obama e Putin, previsto a New York.
Federico Roberti

E’ arrivato il primo Falco Globale

Da oggi volare sulla Sicilia sarà come giocare alla roulette russa. La notte del 16 settembre, nella base aeronavale di Sigonella è atterrato il primo dei 5 velivoli senza pilota UAV “Global Hawk” RQ-4B dell’US Air Force previsti nell’isola nell’ambito di un accordo top secret stipulato tra Italia e Stati Uniti nell’aprile del 2008. Alla vigilia dell’arrivo del micidiale aereo-spia, le autorità preposte alla sicurezza dei voli avevano emesso il NOTAM (Notice To AirMen) W3788/10 in cui si annunciava che dall’una alle ore quattro di giovedì 16 sarebbero stati sospesi gli approcci strumentali e le procedure per l’avvicinamento di aerei ed elicotteri allo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo come volume di traffico passeggeri in Italia, distante meno di dieci chilometri in linea d’area dalla base USA di Sigonella.
Una misura necessaria ad evitare che il Global Hawk potesse interferire con il traffico aereo, a riprova della pericolosità di questo nuovo sistema di guerra il cui transito nei corridoi riservati al trasporto civile è fortemente osteggiato dalle due maggiori associazioni piloti degli Stati Uniti d’America, la Air Line Pilots Association (ALPA) e la Aircraft Owners and Pilots Association (AOPA).
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Il prototipo giunto a Sigonella è stato assegnato al “9th Operations Group/Detachment 4” , il distaccamento dell’US Air Force operativo sin dallo scorso anno per coordinare e gestire le missioni di spionaggio e guerra dello squadrone RQ-4B in Europa, Africa e Medio oriente.
Il distaccamento USA dipende direttamente dal 9th Reconnaissance Wing del Comando per la guerra aerea con sede a Beale (California), anche centro dell’Agenzia d’intelligence dell’aeronautica statunitense. Secondo quanto affermato dal portavoce del Comando della base di Sigonella, l’inizio delle operazioni dell’UAV è previsto per il prossimo mese di novembre. «Il veicolo – si aggiunge – sarà utilizzato in acque internazionali per la sorveglianza delle linee di comunicazione, per il supporto a operazioni umanitarie e, su richiesta dello stato Italiano, per operazioni di soccorso sul territorio nazionale in caso di calamità naturali, pratica dove l’apparecchio è già stato impiegato con successo ad Haiti e negli incendi della California».
Finalità inverosimili, del tutto in contrasto con quelle degli otto Global Hawk che la NATO assegnerà entro il 2012 ancora a Sigonella nell’ambito del nuovo programma di sorveglianza terrestre AGS (Alliance Ground Surveillance). Secondo quanto dichiarato da Ludwig Decamps, capo della Sezione di supporto dei programmi di armamento della Divisione difesa dell’Alleanza Atlantica, i velivoli senza pilota «saranno fondamentali per le missioni alleate nell’area mediterranea ed in Afghanistan, così come per assistere i compiti della coalizione navale contro la pirateria a largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden». Operazioni, pertanto, tutt’altro che umanitarie.
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Secondo il periodico statunitense Defense News, Sigonella è destinata a divenire una vera e propria capitale internazionale dei Global Hawk prodotti da Northrop Grumman. Oltre alla US Air Force e alla NATO, anche la US Navy è intenzionata a installare nella base alcuni degli UAV recentemente acquistati, portando a una ventina il numero dei velivoli che troverebbe sede fissa nella stazione aeronavale siciliana.
Sempre Defense News rivela che le autorità governative statunitensi e quelle italiane si sarebbero già incontrate in vista della creazione «di corridoi negli spazi aerei italiani per i decolli e gli atterraggi dei Global Hawk».
(…)

Da Sigonella ospita il primo Global Hawk delle forze armate USA, di Antonio Mazzeo.

A fine 2009, la richiesta del Dipartimento della difesa è stata accolta dal Congresso che ha autorizzato lo stanziamento di 31.300.000 dollari per la realizzazione del soprannominato “Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex”. L’11 aprile 2010 il Comando d’Ingegneria navale per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud-orientale (NAVFAC EURAFSWA), un’agenzia del Dipartimento della Marina militare, ha pubblicato il bando di gara per i lavori, invitando i contractor privati a presentare le offerte per la «costruzione a Sigonella di un nuovo hangar con una superficie di 5.700 metri quadri e quattro compartimenti per le attività di manutenzione, riparazione ed ispezione dei velivoli senza pilota e l’installazione di generatori elettrici, sistemi idrici e dei sistemi anti-terrorismo». Dalla scheda analitica predisposta dall’Air Force Command si evince che nel nuovo complesso saranno pure ospitati uffici, centri amministrativi, officine e attrezzature varie, nonché saranno stoccate le componenti aeree a supporto dei velivoli Global Hawk». I tempi previsti per il completare le opere sono stimati in 820 giorni, mentre il valore del progetto va da «un minimo di 25 milioni di dollari ad un massimo di 100 milioni».
Con la realizzazione del Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, Sigonella rafforza il proprio status di “capitale mondiale operativa” dei micidiali velivoli senza pilota UAV già in dotazione alle forze armate USA e che presto saranno acquisiti dalla NATO. Il primo Global Hawk è atterrato nei giorni scorsi nella base siciliana, ma stando alle previsioni dei general manager della Northrop Grumman, l’azienda produttrice, entro il 2013-2014 Sigonella ospiterà sino ad una ventina di UAV. Mentre il Parlamento continua ad essere tenuto all’oscuro sui progetti di riarmo e militarizzazione del territorio italiano, nuove indiscrezioni trapelano dagli Stati Uniti d’America. Il Global Hawk giunto in Sicilia appartiene alla versione “Block 30I” «ottimizzata oltre che per la sorveglianza radar anche per la raccolta d’immagini ad alta definizione diurne e all’infrarosso grazie all’Enanched Integrated Sensor Suite messa a punto da Raytheon», spiega George Guerra, vice-presidente di HALE-Northrop Grumman. Guerra ammette che ci sono stati ritardi nel completamento dei più sofisticati sistemi elettronici del velivolo e che il “Block 30” «non può ancora svolgere funzioni di multi-intelligence, non disponendo per ora del previsto Airborne Signals Intelligence Payload che installeremo prossimamente».
Il colonnello Ricky Thomas, direttore del programma Global Hawk dell’US Air Force, spiega che per il loro funzionamento a Sigonella «opereranno stabilmente 66 militari dell’US Air Force e 40 dipendenti civili della Northrop Grumman». In una prima fase i “piloti” che guideranno da terra le missioni degli UAV potrebbero utilizzare come centro di comando e controllo le infrastrutture dell’aeronautica statunitense ospitate nella grande base di Ramstein (Germania). «Oltre all’US Air Force – aggiunge il colonnello Thomas – anche l’US Navy è intenzionata a installare nella base siciliana i Global Hawk ordinati nell’ambito del suo nuovo programma di sorveglianza aereo-marittima BAMS, mentre la NATO prevede di trasferire in Sicilia 8 Global Hawk nella versione “Block 40” con il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato AGS (Alliance Ground Surveillance)».
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Da In Sicilia il centro manutenzione dei Global Hawk delle forze armate USA, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

L’AFRICOM (e l’Italia) in Darfur

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Il Comando USA per le operazioni in Africa, AFRICOM, ha dato il via ad un ponte aereo per trasferire in Darfur, via Ruanda, 75 tonnellate di materiali pesanti (camion per il trasporto carburante, elevatori, depositi d’acqua ed attrezzature varie non meglio specificate), a sostegno dell’ambigua operazione di “peacekeeping” che ONU e Unione Africana sostengono nella regione occidentale del Sudan dal 2004.
La missione aerea, la maggiore mai realizzata da quando il comando è divenuto operativo, prevede l’utilizzo di due aerei cargo C-17 “Globemaster III” dell’Air Mobility Command (AMC), ed è stata autorizzata l’1 gennaio 2009 dal presidente uscente George W. Bush. In una nota inviata alla Segretaria di Stato Condoleezza Rice, è stata definita d’“importanza strategica per gli interessi e la sicurezza degli Stati Uniti d’America”.
Le operazioni di trasporto saranno coordinate dal 618th Tanker Airlift Control Center dell’AMC, con sede presso la Scott Air Force Base, e dalla “Seventeenth Air Force” USA, riattivata nella base tedesca di Ramstein quale principale strumento operativo aereo di AFRICOM.
Secondo Vince Crawley, portavoce del Comando USA per l’Africa, “i velivoli C-17 effettueranno numerosi viaggi tra l’aeroporto di Kigali, Ruanda, ed uno scalo aereo in Darfur non ancora individuato, dove le truppe statunitensi opereranno solo il tempo richiesto per le attività di scarico dei materiali”. Parallelamente al dispositivo attivato dal Pentagono, il Dipartimento di Stato avvierà un analogo intervento in Darfur con fondi propri, che vedrà l’affidamento ad una compagnia aerea privata della movimentazione di circa 240 container di “materiali pesanti” che giungeranno a Port Sudan, città nordorientale sul Mar Rosso.
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Molto probabilmente, il ponte aereo USA-Germania-Ruanda-Sudan coinvolgerà direttamente il nostro paese, in primo luogo la base siciliana di Sigonella, che l’Air Mobility Command vorrebbe trasformare in uno dei principali scali europei dei velivoli cargo e cisterna USA. In un’intervista rilasciata al periodico Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore del trasporto aereo statunitense, ha spiegato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command – ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.
L’Italia, però, non si limiterà a fornire basi logistiche per i velivoli da trasporto delle forze armate USA. Alla vigilia di Natale, il ministro della Difesa Ignazio la Russa, e il capo di stato maggiore Vincenzo Camporini hanno annunciato che le nostre forze armate si stanno preparando a partecipare alla missione congiunta ONU-UA nel Darfur, “mettendo a disposizione i propri velivoli da trasporto e proteggere le popolazioni locali da una sorta di pulizia etnica che in qualche modo si suppone guidata da poteri politici locali”.
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Da Anche l’Italia giocherà un ruolo nel Darfur, di Antonio Mazzeo.

L’AFRICOM e “la portaerei nel Mediterraneo”

Dopo quattro anni in cui il Pentagono gli ha cercato una sede in giro per il continente ed in attesa di porlo nella base di Camp Lemonier a Gibuti, lo scorso 1 ottobre 2008 si è insediato AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, diretto dal generale William E. (Kip) Ward. Per ora a Stoccarda, città tedesca che ospita anche il comando per l’Europa, detto EUCOM. La centrale d’intelligence per le operazioni in Africa è tuttavia presente da cinque anni nella base aeronavale di Sigonella. Nel più assoluto segreto, stazioni di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion coordinano la “Guerra globale al Terrorismo” in un’area compresa tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa.
Il generale James L. Jones, comandante dell’EUCOM, in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato, l’1 marzo 2005, aveva dichiarato che “EUCOM ha istituito nel dicembre 2003 la Joint Task Force denominata Aztec Silence, ponendola sotto il comando della VI Flotta USA, per contrastare il terrorismo transnazionale nei Paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali”. Il generale statunitense si era poi soffermato sulle unità d’eccellenza prescelte per coordinarne le operazioni. “A sostegno di JTF Aztec Silence, le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della US Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali”.
Sino allo scorso anno, la “JTF Aztec Silence” si basava sullo sforzo operativo di differenti squadroni di pattugliamento aereo della US Navy che venivano trasferiti in Sicilia per periodi di circa sei mesi da basi aeronavali statunitensi. Il 7 dicembre 2007, tuttavia, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha istituito il “Patrol Squadron Sigonella (Patron Sig)”, assegnando in pianta stabile in Sicilia uomini e mezzi provenienti da tre differenti squadroni di pattugliamento aeronavale (il VP-5, il VP-8 e il VP-16), più il personale del “Consolidated Maintenance Organization” di Jacksonville (Virginia), addetto alla manutenzione dei velivoli.
Le operazioni del “Patron Sig” sono pianificate e dirette dal “Sigonella’s Tactical Support Center” (TSC), uno dei nodi a livello mondiale della Rete di comando e controllo della Marina USA. “TSC Sigonella – spiega il comando delle forze navali USA in Europa – fornisce 24 ore su 24 il supporto alle operazioni di comando, controllo, comunicazione, computer ed intelligence (C4I) per il pattugliamento aereo marittimo nel teatro europeo ed in buona parte del continente africano”.

Alla “JTF Aztec Silence” sono attribuite le missioni della “Operation Enduring Freedom – Trans Sahara” (OEF-TS), il complesso delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dai suoi partner africani nella vasta area del Sahara-Sahel. In OEF-TS le forze armate USA possono contare sulla collaborazione di ben undici Paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. Grazie ad OEF-TS, Washington addestra, equipaggia ed assiste gli Stati partner.
Più propriamente, OEF-TS è la componente militare della più ambiziosa “Trans Sahara Counter Initiative” (TSCTI), il piano a lungo termine degli Stati Uniti d’America per “prevenire i conflitti” nella regione, “attraverso un’ampia gamma di strumenti politici, economici e per la sicurezza”. Il TSCTI prevede al suo interno una “componente civile”, in cui è importantissimo il ruolo di USAID, l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo. All’iniziativa trans-sahariana sono stati destinati 31 milioni di dollari nel 2006, 82 milioni nel 2007 ed è prevista una spesa di circa 100 milioni all’anno dal 2008 al 2013. A ciò si aggiungono i 1.300 milioni di dollari già approvati dal Congresso per l’anno 2009 per l’esecuzione di “programmi militari bilaterali” con i Paesi africani e l’attivazione del nuovo comando AFRICOM a Stoccarda.

Se per le attività belliche nello scacchiere nord-occidentale EUCOM ha creato la “JTF Aztec Silence”, nel Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo di Aden opera dal 2002 la “Combined Joint Task Force – Horn of Africa” (CJTF-HOA). Della CJTF-HOA fanno parte oltre 1.800 militari di esercito, marina ed aeronautica USA, più i rappresentanti dei Paesi membri della coalizione (Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Uganda, Somalia, Sudan, Tanzania, Yemen, Seychelles, Isole Comore, Mauritius e Madagascar). I comandi ed i centri operativi della sono stati insediati a Camp Lemonier, dove sono in corso alcune delle opere infrastrutturali più costose delle forze armate USA (oltre 120 milioni di dollari nel 2007 per la realizzazione di piste e parcheggi aeroportuali, impianti elettrici e depositi carburanti). Ad esse non hanno fatto mancare il loro apporto i reparti di stanza a Sigonella, primi fra tutti i “Seabees” del Genio della Marina e l’“Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8” (EODMU8), il reparto speciale utilizzato per l’individuazione di esplosivi “nemici”, la manutenzione di mine, armi convenzionali, chimiche e nucleari e la loro installazione a bordo di portaerei e sottomarini.
EODMU8 opera senza interruzione a Gibuti dalla primavera del 2004 ed è intervenuto anche nell’addestramento di unità speciali “anti-terrorismo” dei Paesi alleati USA della regione. In particolare, il gruppo mobile di Sigonella ha operato a fianco delle forze armate di Etiopia e Kenya alla vigilia dell’attacco scatenato a fine 2006 contro le Corti Islamiche somale. Proprio in preparazione dell’intervento militare USA in Somalia, dal maggio al novembre 2006 furono trasferiti dalla Virginia in Sicilia i reparti di volo del “Patrol Squadron 16 VP-16” (oggi in buona parte confluiti nel “Patrol Squadron Sigonella”).

E sempre Sigonella pare destinata ad ospitare anche il nuovo sistema di sorveglianza Alliance Ground Surveillance (AGS), dopo che la candidatura avanzata dal ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ricevuto il gradimento da parte del suo omologo statunitense Robert Gates. E’ l’esito della visita ufficiale condotta oltre oceano dal titolare della Difesa alla fine di ottobre, che è così riuscito a superare la “concorrenza” dei tedeschi. L’AGS è un sistema finalizzato a potenziare la capacità di proiezione della NATO “fuori area”, rendendo più incisivo il ruolo svolto dalla forza di risposta rapida NRF. Che il costo di questo progetto sia sostenibile come auspicato da La Russa appare quantomeno improbabile, la NATO stessa definendolo come uno dei suoi programmi più costosi, per una spesa totale di almeno 4 miliardi di euro.

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“Stando a quanto preannunciato dal Comando dell’US Air Force in Germania, a Sigonella opererà uno squadrone con cinque velivoli. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota che US Air Force e US Navy schiereranno periodicamente per missioni di spionaggio e “anti-terrorismo” in Europa, Medio Oriente e continente africano.
I Global Hawk hanno assunto un ruolo determinante nelle strategie di guerra degli Stati Uniti d’America. Realizzati negli stabilimenti della Northrop Grumman di San Diego (California) e della Raytheon Systems di Falls Church, Virginia, possiedono grande autonomia di volo ed un estesissimo raggio di azione. I Global Hawk sono strumenti teleguidati con caratteristiche simili ai missili da crociera Cruise, poiché volano secondo mappe predeterminate che possono mutare in qualsiasi momento su ordine dei centri operativi terrestri.
Il nuovo velivolo senza pilota sarà il nucleo vitale del sistema AGS – Alliance Ground Surveillance (sorveglianza alleata terrestre), che la NATO prevede di rendere operativo sin dal prossimo anno. Il sistema diverrà lo strumento d’intelligence prioritario per gli interventi della Forza di Risposta Nato (NRF) attivata recentemente dall’Alleanza Atlantica. Il ministro della difesa La Russa vuole a tutti i costi che il Centro di comando AGS venga ospitato in Italia. Dove? Ma a Sigonella naturalmente.”
Tratto da È ufficiale: a Sigonella i Global Hawk dell’US Air Force, di Antonio Mazzeo.
(Dello stesso autore, di pochi giorni successivo, Dopo Sigonella, anche a Decimomannu i Global Hawk USA).

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“Era prevedibile che con l’istituzione del nuovo comando militare USA per le operazioni nel continente africano, AFRICOM, una parte delle attività di direzione, controllo ed intervento venissero ospitate dalle maggiori installazioni che le forze armate statunitensi possiedono in Italia. Dopo l’istituzione a Vicenza del Comando per le operazioni terrestri in Africa, e a Napoli di quello per le operazioni navali, gli Stati Uniti d’America puntano a trasformare la stazione aeronavale di Sigonella in uno dei principali scali europei dell’Air Mobility Command (AMC), il Comando unificato che sovrintende alle operazioni di trasporto aereo negli scacchieri di guerra internazionali.
“Con la piena operatività di AFRICOM, le accresciute necessità d’intervento nel continente africano richiedono lo spostamento del personale AMC dall’Inghilterra e dalla Germania verso il sud, in Spagna, Italia e Portogallo”, ha annunciato il colonnello Keith Keck, comandante della divisione di pianificazione strategica dell’Air Mobility Command, con sede presso la base aerea di Scott, Illinois. Le installazioni destinate alla dislocazione di uomini e mezzi? A rispondere è il comandante Stephen McAllister, dell’ufficio di pianificazione dell’Air Mobility Command: “Le basi che potrebbero ricevere un afflusso di uomini dell’AMC includono la stazione navale di Rota e l’aeroporto di Morón in Spagna, lo scalo di Lajes Field, nelle Azzorre (Portogallo) e la Naval Air Station di Sigonella, in Italia”.
L’uso del condizionale lascerebbe pensare ad una scelta non ancora definitiva, ma in un’intervista rilasciata al periodico statunitense Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore della mobilità e del trasporto aereo USA, ha dichiarato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command – ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.”

Da Prosegue la colonizzazione militare della Sicilia di Antonio Mazzeo.

Tra “little Americas” e “lily pads”

“Nella sua «Revisione della posizione globale», il Pentagono suddivide ora le proprie installazioni militari in tre categorie. La prima è quella delle basi operative principali (Main Operating Bases o MOB), dove si trovano forze combattenti permanenti, vaste infrastrutture (caserme, piste aeroportuali, hangar, strutture portuali, depositi di munizioni), sedi di comando e controllo e strutture di accoglienza per le famiglie (case, scuole, ospedali e strutture ricreative). In questa categoria rientrano la base aerea di Ramstein, in Germania (con un «valore di sostituzione dell’impianto», o PRV, stimato nel 2005 a 3,4 miliardi di dollari e 10.744 addetti residenti in loco, tra militari e dipendenti civili del dipartimento della Difesa); la base aerea di Kadena, sull’isola di Okinawa, in Giappone (con un PRV di 4,7 miliardi di dollari e 9.693 addetti); la base aerea di Aviano, in Italia (con un PRV di 807,5 milioni di dollari e 4.786 addetti); e il presidio di Yongsan, a Seoul, in Corea del Sud (con un PRV di 1,3 miliardi di dollari e 12.178 addetti), che verrà presto sostituito da Camp Humphreys (con un PRV di 954,3 milioni di dollari e 5.622 addetti), situato all’estremo sud della penisola, fuori dalla portata dei missili nordcoreani.
Queste basi sono confidenzialmente ribattezzate little Americas, ma la cultura che esse riproducono non è quella mediamente prevalente negli Stati Uniti, bensì quella più particolare di posti come il South Dakota, la costa del Mississippi e Las Vegas. Per esempio, sebbene nelle nostre basi militari all’estero vivano più di centomila donne – contando quelle in servizio militare, le mogli e le parenti dei soldati – e benché l’aborto sia un diritto garantito dalla costituzione americana, nei nostri ospedali militari è vietato l’aborto. Ogni anno si registrano nelle forze armate quattordicimila casi, o tentativi, di violenza sessuale, e le donne che rimangono incinte all’estero e vogliono abortire non possono far altro che ricorrere ai servizi sanitari locali, cosa che in certe zone del nostro odierno impero non è né semplice né piacevole. Altrimenti devono tornare in patria a proprie spese.
Un’altra differenza tra le basi in patria e quelle all’estero sta nella presenza, in queste ultime, di slot machine di proprietà delle forze armate sparse nei circoli degli ufficiali e nei centri dedicati alle attività ricreative. Le forze armate incassano più di 120 milioni di dollari all’anno dalle slot machine, che creano un giro d’affari complessivo di circa 2 miliardi di dollari. Secondo Diana B. Henriques del «New York Times», «le slot machine sono state una costante della vita militare per diversi decenni. Furono bandite dalle basi militari in patria dopo una serie di scandali. Furono eliminate dalle basi dell’esercito e dell’aeronautica nel 1972, dopo che più di una dozzina di persone erano state condannate da una corte marziale per aver svaligiato delle slot machine nel Sud-Est asiatico durante la guerra del Vietnam […]. Oggi ci sono circa 4.150 moderne slot machine dotate di video in basi militari distribuite in nove paesi». Il circolo della base aerea di Ramstein, ad esempio, è strapieno di slot machine. La conseguenza è un notevole aumento, tra i militari all’estero, dei casi di compulsione al gioco d’azzardo e di famiglie rovinate.
Il secondo tipo di basi all’estero è quello dei siti operativi avanzati (Forward Operation Sites o FOS). Si tratta di installazioni militari di un certo rilievo, di cui il Pentagono cerca in tutti i modi di minimizzare l’importanza. Ben sapendo che molti stranieri vedono le strutture americane sul loro territorio come enclave imperialiste permanenti, Rumsfeld ha detto: «Stiamo cercando la formula linguistica più adatta. Sappiamo che la parola “base” non è quella giusta per definire la nostra presenza». In sostanza, i FOS sono dei MOB un po’ più in piccolo, se non fosse che nei FOS non sono ammessi i familiari degli addetti, e le truppe dovrebbero ruotare con scadenze semestrali e non triennali, come invece avviene nelle altre installazioni.
Tra gli insediamenti di questo tipo figurano, ad esempio, le strutture portuali di Sembawang, a Singapore, dove attraccano le nostre portaerei in visita (PRV di 115,9 milioni di dollari, 173 addetti) e la base aerea di Soto Cano in Honduras, che non figura nel Base Structure Report del 2005, ma è uno dei principali centri operativi a disposizione del Comando sud statunitense per esercitare la propria egemonia sull’America Latina. Altri esempi sono la base aeronavale di proprietà britannica dell’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, che ospita i bombardieri B-2 (PRV di 2,3 miliardi di dollari, 521 addetti); la base aerea di Manas, nei pressi di Biskek, capitale del Kirghizistan, che ha un’estensione di 15 ettari, ospita 3.000 soldati e possiede una pista d’atterraggio lunga più di 4.000 metri, costruita in origine per i bombardieri sovietici; e l’ex base della Legione straniera francese a Gibuti, all’ingresso del Mar Rosso, nota anche come Camp Lemonier, che ospita 1.800 militari, perlopiù delle Forze speciali. (Visitai Gibuti nel 1962, quando era ancora una base della Legione straniera. Era un inferno e, stando a quel che ne dicono i soldati americani, lo è tuttora. Oggi accoglie una «Sensitized Compartmentalized information Facility», che è, in altre parole, un centro civile-militare da un miliardo di dollari per l’intercettazione e la raccolta di informazioni.) In passato, le basi di questo genere si sono solitamente trasformate in enclave permanenti degli Stati Uniti, indipendentemente dal nome usato dal dipartimento della Difesa per denotarle.
Il terzo tipo di basi è il più piccolo e il più sobrio. Il Pentagono ha scelto per queste installazioni il nome di Cooperative Security Locations (CSL), anche se non ha specificato in che senso siano «cooperative» o di chi sia la «sicurezza» a cui contribuiscono. Nel gergo del dipartimento della Difesa vengono chiamate lily pads, cioè «foglie di ninfea», e sono queste le basi che stiamo cercando di creare su tutto l’«arco di instabilità» globale, che si dice congiunga la regione andina, il Nordafrica, il Medio Oriente, le Filippine e l’Indonesia. In un rapporto del maggio 2005, la Commissione per le basi all’estero affermava che nei luoghi toccati da questo arco «le tensioni etniche, il fanatismo ideologico e religioso, il malgoverno e, soprattutto, l’odio nei confronti dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare toccano un livello di molto superiore alla media». Perché questo arco di regioni debba essere il luogo ideale per l’espansione della nostra presenza militare, se non per il fatto che vi si trovano molti dei principali paesi produttori di petrolio del pianeta, non è stato chiarito.
Queste basi «a foglia di ninfea» contengono armi e munizioni preinstallate (che potrebbero anche essere trafugate o espropriate ad altri fini) e sono accessibili ai militari americani a precise condizioni negoziate in anticipo, sebbene destinate ad accogliere truppe americane solo in situazioni d’emergenza. Si tratta di luoghi che i nostri soldati possono raggiungere con un balzo, come tante rane bene armate, dal territorio americano o dalle più importanti tra le nostre basi all’estero. Una struttura di questo tipo sorge, ad esempio, a Dakar, in Senegal, dove l’aeronautica ha negoziato il diritto di atterraggio d’emergenza per i propri velivoli, accordi logistici e forniture di carburante. Nel 2003 fu utilizzata per i preparativi di un nostro limitato intervento nella guerra civile in Liberia.
Altre «foglie di ninfea» si trovano in Ghana, Gabon, Ciad, Niger, Guinea Equatoriale, nelle isole di Sào Tomé e Principe nel Golfo di Guinea ricco di petrolio, in Mauritania, in Mali e all’aeroporto internazionale di Entebbe, in Uganda, oltre che sulle isole di Aruba e Curnao, nelle Antille Olandesi, non lontano dal Venezuela. Altre sono in costruzione in Pakistan (dove già disponiamo di quattro basi più grandi), India, Thailandia, Filippine e Australia, ma anche in Nordafrica, in particolare in Marocco, Tunisia e Algeria (teatro del massacro di centinaia di migliaia di civili, dopo che nel 1992 i militari vi presero il potere, sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Francia, annullando l’esito di un’elezione democratica vinta dal Fronte islamico di salvezza). Altre sei sono in via di realizzazione in Polonia.
Il modello di tutte queste installazioni, secondo il Pentagono, sarebbe la serie di basi che abbiamo costruito negli ultimi due decenni nel Golfo Persico, in paesi retti da autocrazie antidemocratiche come Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, anche se le basi lì insediate sono in genere troppo vaste per poterle considerare «foglie di ninfea». Mark Sappenfield, del «Christian Science Monitor», ha osservato: «L’obiettivo […] è quello di stringere il maggior numero possibile di accordi in tutto il mondo, cosicché, quand’anche un paese dovesse cambiare idea e negare l’accesso agli Stati Uniti, il Pentagono avrà a portata di mano altre opzioni. Questo nuovo corso, però, costringerà i capi del Pentagono a dimostrarsi statisti oltre che strateghi militari».”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 192-196.
Al riguardo si vedano anche La versione americana della colonia è la base militare e Soldati americani in giro per il mondo.

American soldiers all over the world

translation: L. Bionda.

Every three months the US Department of Defense publishes a short report on active duty military personnel strength, listed by regional area and by country.

Let’s focus on the most significant data:
– the greatest part of the US soldiers (more than 1 million) works in the United States;
– the ones deployed in Europe are no more than 85,000; more than a half of them works in the US Army, 31,000 in the US Air Force, 5,000 in the US Navy; only few of them belongs to the Marine Corps;
– a large number works in the Far East and Pacific Area, with more than 70,000 military units, more or less uniformly distributed: 20,000 in the Army and the Air Force, 15,000 in the Navy and the Marine Corps;
– in the four remaining parts of the world the US military presence is very small: in North Africa, Middle East and Southern Asia there are no more than 8,000 soldiers; in Sub-Saharan Africa about 2,700 units. In the so-called “Western Hemisphere” (Southern and Central America) about 2,000 troops. In some of the former USSR countries about 154 US military are deployed;
– finally, there is a small but significant data which refers to the so-called “undistributed” troops, about 122,000 soldiers. Most of them are probably deployed in US fleets in international waters, since almost 88,000 units work in the US Navy, and about 26,000 are Marines.

Let’s examine these data by region and country:
– starting with Europe, the military presence in Germany is still very large (56,200 soldiers, almost the entire US Army in the whole Europe, about a half of the USAF units); just behind Germany come Italy and Great Britain with less than 10,000 soldiers each: in Italy remains less than a half of the US Navy units in the whole Europe, while in Great Britain most of the soldiers works for the USAF (mainly dealing with intelligence activities at Menwith Hill base – with hosts important infrastructure of the Echelon network – and in the Lakenheath base, which will be the most important US nuclear weapons’ warehouse in Europe after the probable dismantling of Ramstein, Germany);
– in the Far East there are 33,000 units based in Japan, of which 14,000 are Marines (almost the entire Marines presence), and 26,339 in South Korea, with 2/3 of them working for the US Army;
– finally, we can underline the situation in Djibouti, a small African country near the Red Sea facing the Arabic Peninsula, where the in former “Foreign Legion” base in Camp Lemonier – enlarged five times – 2,400 military units are deployed (750 Marines, 700 US Navy, 600 units from infantry and 350 units working in the air forces); here in Djibouti the US State Department plan to build the headquarters of the new AFRICOM command, now based in Germany as well as the EUCOM.

In conclusion, 290,178 US soldiers are deployed in foreign countries, with 81,709 of them in NATO member countries. If we add those who work in the USA, we have 1,373,205 soldiers as the total strength of the US armed forces.
195,000 of them are deployed in Iraq (Operation Iraqi Freedom) and 31,000 in Afghanistan (Operation Enduring Freedom). About 10 per cent of these soldiers comes from military bases in foreign countries, in particular Germany, Italy and Japan (but also South Korea and Great Britain). This fact allows to consider these countries as accomplices in the “Global war on terror” started by US administration soon after 11/9, even though in absence (and this is certainy not the case of Italy) of an active military contribution to the American egemonic plans.

You can read that document (most recent edition – March 2008) here.

Italian version