Nervosismo italiano in Afghanistan

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La notizia dell’uccisione di una bambina e del ferimento dei suoi parenti, da parte di soldati italiani in Afghanistan, ci riempie di dolore e ci fa istintivamente condannare l’accaduto, attribuendo esso alla reiterazione della volontà dei governi italiani a mantenere truppe in quel teatro di guerra, pur sapendo che esse vanno incontro sempre più a rischi per se stessi oltre che al ripetersi di deprecabili incidenti come quello accaduto.
Le circostanze del fatto, così come sono state spiegate dai portavoci militari italiani, squarciano parzialmente il velo di silenzioso riserbo che ultimamente è caduto sulla nostra presenza militare in Afghanistan e sulla ulteriore decisione di rafforzare, anche su richiesta del presidente USA Obama il nostro contingente militare.
“… Più aerei, più mezzi più uomini, sperando che questo serva a dare quel colpo di grazia alla guerriglia talebana più intransigente e cercando la collaborazione dei talebani moderati, ovvero i signori dell’oppio più malleabili all’odore dei dollari.”…
Purtroppo nel frattempo la situazione sul campo è tesissima, se dobbiamo vederla analizzando quanto è successo oggi e i nervi, anche per i soldati più esperti, sono a fior di pelle.
Se a soli quattro chilometri del campo militare più importante della zona di Herat, tre mezzi militari potentemente armati e blindati vedendo arrivare, anche se a velocità sostenuta, sulla sua naturale corsia di marcia una macchina, si son sentiti tanto minacciati per porre in essere manovre quali quelle che hanno poi portato al tragico incidente, dobbiamo dire che la situazione anche per noi italiani è molto grave e dà troppo l’impressione di reazione da contingente assediato, per lo meno psicologicamente.
Le circostanze ci ricordano amaramente un altro incidente, quello in cui furono coinvolti l’agente dei servizi Calipari e l’inviata del Manifesto qualche anno fa, a Baghdad.
Anche lì si parlò di velocità sostenuta dell’auto italiana, che il marine aveva fatto i segnali luminosi atti a far segnalare l’alt alla macchina dei Servizi italiana , che il marine avesse sparato in aria e poi solo una piccola raffica e che l’autista dell’auto non si era voluto ostinatamente fermare se non dopo il fattaccio.
(…)
La cosa più grave è poi il fatto che ben tre mezzi dopo aver fatto fuoco contro un’automobile sospetta, se la siano svignata senza curarsi di sapere che cosa avevano combinato o neanche provare ad inseguire probabili terroristi che avrebbero potuto fare qualche macello contro altri colleghi e che solo in seguito hanno saputo che ben diversi erano gli occupanti dell’auto sospetti, beh… questa suona proprio come la balla raccontata dal marine Lozano sulla strada dell’aeroporto di Baghdad!
Quale sarà la naturale conclusione delle inchieste aperte sul caso?
Due sono le possibili soluzioni:
1) i soldati che hanno fatto fuoco così prontamente ed efficacemente come da disposizioni ricevute avranno un encomio;
2) il responsabile della pattuglia, i diretti superiori, generali compresi, che hanno impartito le regole d’ingaggio tali da portare a questo incidente, dovranno essere tutti processati non lasciando solo o soli coloro che hanno materialmente premuto il grilletto.
L’esperienza c’insegna che la prima soluzione sarà in pole position per il verdetto finale.

Da Il ferimento della bambina afgana e il caso Calipari, di Antonio Camuso.