Verso un mondo multipolare

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Siamo entrati in una nuova era? In poco più di un secolo, la popolazione planetaria è aumenta di quattro volte ed ancora aumenterà nell’immediato futuro. Solo negli ultimi sessanta anni anche il numero di Stati è quadruplicato. L’aumento di quantità ed intensità delle interrelazioni tra Stati, economie, culture e vari tipi di sistemi con cui si organizza la nostra convivenza planetaria è stato esponenziale. L’Occidente, in quel recente passato, era un terzo della popolazione e la quasi totalità della ricchezza, enorme la distanza in termini di capacità, tecnologia, potenza che permetteva alla nostra parte di mondo di dominare tutte le altre, dominio alla base della qualità del nostro modo di vivere. Oggi siamo diventati poco più di un decimo della popolazione mondiale, più o meno la metà in termini di ricchezza e si sta annullando quella grande differenza di potenza e quindi quella posizione di dominio che ci ha portato tanti vantaggi. Da tempo, la nostra parte di mondo decresce ed il resto del mondo cresce in un movimento che potremmo chiamare: la “grande convergenza”.
In tutto ciò, sia le nostre istituzioni sociali, le democrazie rappresentative tanto quanto la società ordinata dai fatti economici e da ultimo, da quelli finanziari, sia i sistemi di idee che riflettono quelle istituzioni e le élite che quei sistemi hanno espresso, mostrano vistosi segni di disadattamento. Il mondo è cambiato ma non i nostri modi di stare al mondo e neanche quelli di come lo pensiamo e lo giudichiamo. Brexit, bambini morti sulle spiagge, l’instabilità dei mercati, l’ipervolume finanziario sempre sul punto di collassare e le prospettive di stagnazione, il tentato colpo di stato in Turchia, il problema dei migranti, la triste parabola del’euro, la guerra siriana non meno dell’ISIS, di quella libica non meno di quella che sembrava una nuova guerra fredda con i Russi, financo gli annunci di una Terza guerra mondiale, Trump, la diatriba su populismi e globalizzazione, la comparsa di un sempre più chiaro fallimento delle élite politiche non meno di quelle economiche e culturali, per tacere del fondo problematico dell’ambiente, delle risorse, dell’impeto tecnologico divora lavoro, della tragedia etica, sono gli scarabocchi vistosi di un sismografo che rileva la dinamica della preoccupante geologia socio-politica mondiale. Geologia che di par suo, sta meditando anche lei se non rinominare la nostra era con termine Antropocene, l’era in cui l’uomo si è sostituto alla natura in maniera inconsapevole, ciecamente egoista, irresponsabile.
Poiché tutto il mondo sta sviluppando sistemi economici simili ai nostri, s’ingenera un nuovo livello competitivo tra civiltà, aree geo-storiche, Stati, sistemi economici. Tutti sono alla ricerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Gli Stati Uniti, forti di una vantaggiosa posizione che porta a meno di un ventesimo della popolazione un quarto della ricchezza mondiale, capeggiano la resistenza dell’Ancien Régime, spingendo Europei e Giapponesi alla difesa ad oltranza degli antichi privilegi. La Cina, a nome degli emergenti, capeggia la vociante folla che reclama il proprio legittimo posto al sole. Le élite che hanno finanziato e speculato su una crescita che ha divorato la classe media occidentale, sono in piena sindrome di Maria Antonietta e non capiscono perché nel “popolo” stia montando la rabbia. La Russia sogna di saldare Europa ed Asia per suo tramite nel famoso sistema euroasiatico che farebbe del macro-continente il vero centro del mondo. Ma data la nuova dimensione e varietà del mondo, i giochi sono anche più complessi. Mondo islamico e mondo arabo, Sud-est asiatico, Africa e Sud America, tutti vogliono giocare al gioco di tutti i giochi e la geopolitica sta diventando l’occhiale attraverso cui si scorge con più nitidezza la partita di tutte le partite. Tutti si apprestano a partecipare a modo loro alla contesa mentre gli Europei non sembrano aver capito molto di ciò che accade e rimbalzano tra gli imperativi di più crescita o più sovranità, senza neanche domandarsi se ciò che vogliono sia poi anche possibile ed a quali condizioni.
“Verso un mondo multipolare” attraverso le lenti della multidisciplinare cultura della complessità e della teoria dei sistemi, unitamente ad un sguardo critico su forme e contenuti della nostre immagini di mondo, credenze, ideologie, filosofie, cerca di ricostruire lo stato del mondo, la nostra posizione, i rischi a cui stiamo andando incontro. Alla fine, a noi antichi popoli europei in contrazione e declino demografico, si consigliano due prospettive: rivedere a fondo il modo con cui definiamo ed ordiniamo la nostra vita associata, rivedere ancora più a fondo i nostri sistemi di pensiero. Ne va delle nostre possibilità di adattamento alla nuova era complessa evitando guerre e collassi. Il tempo è poco ma in compenso la posta è tragicamente alta.

Pier Luigi Fagan, 1958, una compagna artista, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione per 22 anni. Da tredici anni ritirato a confuciana vita di studio, legge, studia, scrive come pensatore indipendente sul tema della complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica.

Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump,
di Pier Luigi Fagan
Fazi editore, Roma, 2017, pp. 350, € 25

START 2, più fumo che arrosto

L’ultimo livello è quello costituito dagli Stati impegnati nel gioco della potenza. E’ il livello dove la spinta che conta non è, semplicemente e riduttivamente, quello del profitto economico, ma quella delle ambizioni di potenza di una entità statale, intesa come sua capacità di egemonizzare le relazioni internazionali, di influenzare l’ambiente globale secondo una sempre crescente imposizione della propria volontà e dei propri interessi, Combinando il “gioco diplomatico delle alleanze” con la minaccia e l’uso funzionali della forza distruttiva organizzata.
Il massimo della forza distruttiva oggi giocabile sta nell’armamento nucleare (inteso come sistema complesso della cosiddetta “deterrenza”, che include gli “scudi antimissile”). Di qui la spinta per ogni Stato che voglia accrescere, conservare ed acquisire uno status ed un ruolo di “potenza” che conta a diventare “Stato atomico”, al limite nella forma di “potenza nucleare latente”, rivelata ad esempio da Paul Wolfowitz, il capo dei neocon, ex vicesegretario di Stato sotto la presidenza Bush, nell’articolo tradotto sul Sole 24 Ore (24 settembre 2009) in cui critica il “sogno pericoloso del disarmo” prospettato da Obama.
Quando cresce la concorrenza e la conflittualità tra Stati cresce la spinta al riarmo e quindi l’esigenza degli stessi a diventare “atomici”, come ricorda Giulietto Chiesa nel passo de “La menzogna nucleare” che spesso cito.
Una volta stabilita la complessità delle coordinate sopra esposte, si può arrivare a concepire la spinta fortissima al nucleare civile da parte degli USA, al di là ed oltre il legame diretto civile-militare.
Questo è un Paese che non ha certo bisogno di Plutonio perchè ne ha fabbricato ed immagazzinato talmente tanto da poter sterminare, senza nemmeno farlo esplodere, ma solo con gli effetti cancerogeni della radioattività, decine di migliaia di volte tutti gli abitanti di questo Pianeta (1g ottimalmente distribuito = 18 milioni di tumori al polmone)!
Ma il rilancio del nucleare che in esso si profila sta sia negli interessi economici del MIEC [Military Industrial Energetic Complex – ndr] (che non coincidono con la “convenienza economica” comunemente intesa) come nelle esigenze di potenza imperiali…
Non si tratta di “pressioni dei militari” – intesi come personale graduato in divisa – ma di logica di una infrastruttura che potremmo definire di “militarismo”, integrata nella logica della “guerra permanente”.
Agli USA il Plutonio, con 1700 tonnellate, gli esce letteralmente dalle orecchie. Quindi, bontà loro, non riprocessano quello delle loro centrali e propongono “altruisticamente” che tutto il resto del mondo non ne produca più.
E’ la linea della priorità del passo FMCT (proibire la produzione di materiale fissile per le armi nucleari) nelle trattative per la revisione del Trattato di Non Proliferazione – TNP: della serie io mi tengo la potenza distruttiva che ho accumulato e ordino a voi di non fare quello che invece ho già realizzato…
Ecco perchè anche la prossima Conferenza TNP di New York [svoltasi lo scorso aprile – ndr] con ogni probabilità, come le precedenti, fallirà, nonostante il tentativo di Obama di presentare lo START 2 con la Russia come una inversione di tendenza: “Vedete che stiamo disarmando? Ora posso chiedervi di non arricchire l’uranio né di estrarre il Plutonio…”
Ma questo START 2 – è stato ampiamente spiegato – è più fumo che arrosto ed è percepito come tale anche dalla più ampia opinione pubblica…

Da Sulla simbiosi esistente tra nucleare civile e nucleare militare, di Alfonso Navarra.

La libertà dei popoli europei

E’ inutile negare che se l’UE vuole davvero occupare un posto più confacente al suo potenziale, perlomeno regionale, deve fare i conti con questo Paese, il quale non può più essere tenuto ai margini della comunità europea. Ciò che ha impedito di consolidare e rinnovare le relazioni tra Russia e Europa è stata propria l’alleanza con gli USA; quest’ultimo Paese ha sempre visto nel gigante dell’Est un pericolo concreto in grado di causare un assottigliamento della sua influenza nell’area occidentale. Se l’atteggiamento del Patto atlantico verso Mosca va bene al governo degli Stati Uniti esso, al contrario, danneggia gli interessi europei come molti episodi degli ultimi tempi hanno dimostrato. Lo stesso mantenimento della NATO dopo il disfacimento del Patto di Varsavia ha avuto come motivazione propulsiva l’esclusiva volontà americana di allargarsi nella direzione di quegli Stati precedentemente rientranti nell’orbita russa, al fine di approfondire il suo dominio mondiale e conquistare l’heartland. Il grande progetto per un XXI secolo americano è però fallito in virtù della rinascita delle potenze asiatiche. L’Europa ne paga lo scotto impelagata a fronteggiare, per il suo atteggiamento conservativo e privo di visione globale, una situazione che la vede stretta tra due fuochi. In questo senso, aver permesso alla NATO di estendersi ipertroficamente oltre le sue competenze militari e di contingente contenimento del “pericolo rosso”, fino a metamorfosarla in un organismo politico con autorità generale, nelle salde mani degli USA, le impedisce ora di reagire e di ricavarsi spazi di manovra adeguati.
La NATO ha precluso all’Europa persino la capacità di intervenire sulle proprie faccende come ha dimostrato l’aggressione della Serbia nel 1999 e l’ampliamento della stessa alleanza alle ex repubbliche sovietiche [più precisamente, si tratta dei Paesi dell’Europa orientale un tempo dietro la “Cortina di Ferro” – ndr]. Quest’ultime, fedelissime agli USA, hanno sbilanciato i rapporti di forza in seno al patto consolidandone la guida di Washington. Inoltre, essendo alcuni di questi Paesi entrati pure a far parte dell’UE hanno complicato il processo di riavvicinamento alla Russia che viene vista dai suoi ex-vicini come un pericolo ancora troppo presente per la loro sovranità.
Insomma, altrimenti detto, se l’Europa non svilupperà una propria visione del mondo e del suo ruolo in esso, nessun accordo tra i Paesi membri basterà a proiettarla verso un futuro meno misero del suo presente di subordinazione agli USA. Ne va della stessa libertà dei popoli europei. Cominciare a mettere in discussione il Patto atlantico, senza troppi infingimenti, sarebbe di certo un auspicabile inizio.

Da Libera Europa?, di Gianni Petrosillo.

Il declino della reputazione americana: perché?

Lo scorso 11 giugno 2008, è stato pubblicato il primo di tre rapporti sull’immagine internazionale degli Stati Uniti d’America elaborati dal Subcomitato sulle Organizzazioni Internazionali, i Diritti Umani e la Vigilanza del Comitato per gli Affari Esteri operante presso la Camera dei Rappresentanti.
I prossimi due rapporti elaborati dallo stesso Subcomitato avranno come tema, rispettivamente, l’impatto del declino di immagine sugli interessi nazionali statunitensi e le raccomandazioni per recuperare credibilità.

La versione integrale di questa indagine rivelatrice è qui.
Quale presentazione, ecco un breve stralcio dal capitolo introduttivo:

Successivamente all’attacco dell’11 Settembre 2001, ci furono una simpatia ed un sostegno mondiale per gli Stati Uniti. Ciò fu riassunto bene dal titolo del quotidiano francese Le Monde “Siamo tutti Americani”.
Da allora, i sondaggi condotti dal governo statunitense e da rispettati enti privati hanno rivelato un declino precipitoso nella propensione verso gli Stati Uniti e la loro politica estera. Le percentuali generalmente positive avutesi fra gli anni Cinquanta ed il 2000, sono diventate per lo più negative dopo il 2002. Come testimoniato nelle dieci audizioni con sondaggisti ed analisti regionali, al Subcomitato è stato riferito che “non abbiamo mai visto numeri così bassi”.

L’inversione è senza precedenti e generalizzata:
– un calo di popolarità del 45% in Indonesia, 41% in Marocco, 40% in Turchia e 27% in Gran Bretagna;
– tra i musulmani della Nigeria, l’opinione favorevole è diminuità di 33 punti, dal 71 al 38%, nel giro di otto mesi;
– in Europa, un aumento di 26 punti dell’opinione secondo cui la leadership statunitense negli affari mondiali non è desiderabile;
– l’impopolarità è cresciuta fino al 82% nei Paesi arabi e l’86% delle classi dirigenti latino-americane adesso considera le relazioni con gli Stati Uniti in maniera negativa;
– nel 2002, l’83% dei Paesi aveva una maggioranza di cittadini propizi verso gli Stati Uniti; nel 2006, solo il 23% ha una maggioranza che ritiene positiva l’influenza americana.

Per quanto gli Stati Uniti non possano basare la loro politica estera sui sondaggi d’opinione – sia domestici che effettuati all’estero – questa propensione fortemente negativa verso la politica estera americana è al tempo stesso una responsabilità ed il segnale che qualcosa è andato veramente storto. Che cosa è accaduto? Perché, come ci si chiede spesso, ci odiano?

Il rapporto si conclude con la seguente, illuminante, indicazione da parte degli autori:

Gli Stati Uniti non dovrebbero determinare la loro politica sulla base di ciò che il pubblico pensa essa dovrebbe essere, specialmente non sulla base dell’opinione pubblica di Paesi stranieri, ma piuttosto scegliere quella politica fondata su ciò che è giusto, giusto per il popolo degli Stati Uniti, e che servirà la comunità internazionale nel lungo periodo.