La Gabanelli come Montanelli

“Ritardi con ENI”? Specula su ENI, semmai!, di Filippo Bovo

La puntata di Report andata in onda su Rai Tre domenica scorsa, il 16 dicembre, avente il titolo “Ritardi con ENI”, ha tutta l’aria d’essere l’ennesimo programma dai contenuti speculatori e denigratori nei confronti di quella che è una delle più importanti multinazionali italiane, azienda strategica per il nostro paese e che certamente fa gola alla concorrenza, esattamente come sempre alla concorrenza fanno imbestialire i suoi noti successi in campo internazionale.
Guardando una puntata come quella di domenica scorsa, dovremmo prima di tutto domandarci a chi possano giovare i risultati che essa finisce per avere sull’opinione pubblica italiana. Cui prodest? Come recita il blog “Petrolio”: “Non mi fido più del programma Report. Ho la sensazione che stia usando la sua credibilità acquisita in anni di approfondimento di scandali, per far passare la linea del governo Monti/troika presso il pubblico televisivo più accorto e più informato. Pubblico che berrà come vangelo ciò che viene affermato a Report e lascerà così orientare le proprie opinioni” e ancora: “Ora, sia ben chiaro: so perfettamente che l’ENI, come tutte le compagnie petrolifere, ha più scheletri di un cimitero; ne ho parlato varie volte, beccandomi anche richieste di smentita dai dirigenti. Anni fa questo blog era persino censurato negli uffici ENI. Ma usare i vergognosi rapporti USA usciti via Wikileaks (di cui ho parlato qui), per attaccare l’ENI in un momento in cui mille avvoltoi puntano ad acquisire la nostra compagnia nazionale, è quantomeno sospetto”.
Ed infatti, partendo proprio da un cable dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli, ecco subito venir messi sotto la lente i rapporti tra Italia e Russia al tempo del governo Berlusconi, rapporti che avevano ed hanno proprio nell’ENI il loro fulcro principale. Si parla di Antonio Fallico, di Marcello Dell’Utri (in questo caso con una frecciatina diretta anche al Venezuela chavista e alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA: dopotutto anche loro sono sgraditi, sgraditissimi ai nostri padroni d’Oltre Oceano e all’intellighenzia liberal nostrana) e dei contratti “take or pay”, giudicati troppo onerosi per il nostro paese e scandalosamente vantaggiosi per russi e kazaki. Andando avanti, Report non può non citare la vicenda di Kodorkowsky e della sua Yukos, che Gazprom ed ENI si spartiscono mentre l’oligarca evasore fiscale, presentato come “oppositore di Putin”, finisce giustamente in galera.
Non manca neppure l’intervista al solito analista della solita banca d’affari, che mette in guardia i paesi europei dal fare affari con la Russia e dipendere da essa per i propri bisogni energetici: un pericolo, una minaccia. Meglio, è sottointeso, andare a scortare inglesi e americani nelle loro guerre di rapina coloniale in Iraq, in Libia, e prossimamente, chissà, anche in Iran e chi più ne più ne metta.
Insomma, la solfa è sempre la solita: l’ENI ha la colpa d’avere una vera politica estera, quella politica estera che nella loro storia i governi italiani non sempre sono riusciti ad avere. E’ una politica estera indipendente dagli interessi di Washington e di Bruxelles e per questo da punire, impedire e scoraggiare. Non sono ammissibili rapporti con paesi come la Russia, il Kazakistan, la Libia pre 2011 e così via. Non è nemmeno ammissibile che lo Stato continui a possedere il 30% delle azioni dell’ENI: meglio sarebbe svenderle alla concorrenza, per esempio alla Total o a qualcun altro del genere.
Insomma, l’Italia dev’essere una colonia: per chi la pensa diversamente ci sono le forche caudine di Report.

Fonte

[Sugli attacchi atlantisti all’ENI e al suo fondatore Enrico Mattei, si veda qui]

Georgia a stelle e strisce

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Se c’è un Paese dell’ex Unione Sovietica appiattito sulle posizioni dell’amministrazione statunitense, in maniera così plateale da risultare quasi comica, è la Georgia del da poco rieletto Presidente Mikhail Saakashvili.
Ne è stata data testimonianza di ineguagliabile efficacia nel documentario Revolution.com di Manon Loizeau, trasmesso lo scorso 3 giugno 2007 durante il programma Report. Loizeau, illustrando con dovizia di particolari ed interviste ai diretti interessati le attività delle Organizzazioni non governative (Ong) operanti nell’area post-sovietica, dall’Europa dell’est all’Asia centrale, ad un certo punto si occupa della cosiddetta “Rivoluzione delle Rose” del novembre 2003 in Georgia. Quella che – mediante l’abile orchestrazione dell’ambasciatore statunitense Richard Miles, trasferitosi a Tbilisi da Belgrado dove aveva portato a termine il lavoro Milosevic – provocò la “caduta” di Shevardnadze e l’ascesa, sul gradino più alto della repubblica caucasica, di Saakashvili appunto. Trentasei anni, una laurea in legge ad Harvard, egli è il presidente più giovane del mondo.
Lo scorso 5 gennaio Saakashvili ha dunque conseguito un nuovo mandato presidenziale, in occasione di consultazioni durante le quali è stato chiesto ai georgiani anche di esprimersi sulla (più che) eventuale adesione del Paese alla NATO. I presupposti di tali elezioni sono stati davvero significativi, a partire dalle dichiarazioni di Joy Davis-Kirschner, direttore dell’Ufficio Affari Politici dell’Ambasciata statunitense in Georgia, che il suo Paese avrebbe stanziato cinque milioni di dollari quali aiuti per l’organizzazione dell’evento elettorale – giusto per riabilitare un po’ l’immagine di una Georgia democratica dopo le manifestazioni di protesta, duramente represse, del precedente novembre. Il candidato dell’opposizione, Levan Gachechiladze, dal canto suo si era lamentato del fatto che gli indici di popolarità di Saakashvili sarebbero stati appositamente gonfiati, protestando con… John F. Teft, ambasciatore statunitense in Georgia. Tutti insieme, i candidati dell’opposizione avevano chiesto un aiuto affinché le elezioni si tenessero in modo trasparente al… Segretario Generale della NATO.
Difficilmente ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso, sapendo che la risoluzione 391 del Senato degli Stati Uniti d’America definisce la Repubblica di Georgia “una democrazia emergente strategicamente ubicata tra la Turchia e la Russia, importante alleato politico e geopolitico per gli Stati Uniti”.
Altri dati illuminanti:
in Georgia sono attive 200 Ong occidentali;
la Georgia è fra i primi cinque paesi al mondo per donazioni procapite concesse dagli USA;
tutti i politici georgiani, compresi quelli dell’opposizione, negli anni Novanta hanno collaborato con l’Open Society Foundation del magnate George Soros od in altre Organizzazioni non governative facenti capo al cosiddetto “Re d’Ungheria”;
le truppe speciali dell’esercito sono addestrate sotto il controllo del Pentagono.