Quando Olivetti inventò il PC

Documentario realizzato da Alessandro Bernardi e Paolo Ceretto sulla storia sconosciuta del primo Personal Computer, il “Programma 101”, prodotto a Torino nel 1965.
Un gruppo di giovani e visionari ricercatori dell’Olivetti di Ivrea, diretti dall’ingegnere Pier Giorgio Perotto, aveva dato vita a un’invenzione straordinaria, una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo!

Scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire

bandiera-italia

Più volte su questo giornale abbiamo sottolineato le negatività conseguenti alla sudditanza politico-militare dell’Italia e dell’Europa agli Stati Uniti d’America, e le sue ricadute negative anche per lo sviluppo industriale e tecnico-scientifico della nazione. Crede che questa ragione geopolitica possa essere utile per spiegare il ritardo accumulato dall’Italia in molti settori innovativi e ad alta tecnologia e lo scarso interesse della sua classe politica in merito a questi temi?
O ce ne sono secondo lei altre più rilevanti?

Premetto che noi dovremmo rivolgere le nostre critiche non tanto agli Stati Uniti d’America quando al “governo americano”, il quale più che rappresentare il “popolo americano” rappresenta la classe dominante di quel paese. Il socialismo ci insegna a ragionare anche in termini di classi sociali e non solo di popoli. Un paese in cui eleggere il presidente costa ormai sei miliardi di dollari, dove i ricchissimi (l’1% della popolazione) possiedono un terzo del patrimonio complessivo e i ricchi (il 10%) possiedono il 70% della ricchezza nazionale, dove sessanta milioni di cittadini sono esclusi dal servizio sanitario e due milioni di cittadini sono in carcere è una democrazia fino a un certo punto. Conosco moltissimi cittadini americani apertamente critici verso il sistema e, se vogliamo cambiare qualcosa in Europa e nel mondo, dobbiamo evitare un consolidamento tra classe dominante e dominata. Criticando gli “americani” in senso lato, facciamo soltanto il gioco dell’elite finanziaria che guida quel paese, che scientemente sventola da sempre lo spauracchio del nemico esterno per ottenere la fedeltà della classe media e del proletariato. Se gli USA sono stati coinvolti in almeno duecento tra guerre e campagne militari, dalla fondazione ad oggi, non è certo un caso. Gli USA sono in uno stato di guerra permanente contro il mondo esterno per evitare di sfaldarsi. Si costruisce artatamente un patriottismo della paura, per evitare l’esplodere del conflitto interno tra le classi sociali, le tante etnie, i tanti gruppi religiosi. Per venire alla sua domanda, non mi stupisce il fatto che un paese che ha perso una guerra si trovi temporaneamente in uno stato di subalternità nei confronti della potenza vincitrice. È nella natura delle cose. Tuttavia, ci sono due aspetti dei rapporti Italia-USA che mi lasciano alquanto perplesso. Il primo è che lo stato di subalternità più che temporaneo sembra permanente. Dura da settanta anni. Alla fine della guerra fredda si pensava che sarebbe cessato. In fondo i russi si sono ritirati dai cosiddetti “paesi satelliti”. Invece, gli americani non solo non si sono ritirati dall’Europa occidentale, ma hanno aperto nuove basi in quella orientale. Il secondo aspetto che mi rende perplesso è che i tentativi di svincolarsi dalla tutela dei vincitori, che sono anch’essi nella natura delle cose, si sono registrati più in passato che oggi. Oggi la classe politica italiana sembra più rassegnata di quella della Prima repubblica, dove potevamo avere un Giulio Andreotti che faceva una politica apertamente filo-araba, un Aldo Moro che portava i comunisti al governo o un Bettino Craxi che schierava l’esercito a Sigonella. Oggi, gli italiani, gli europei, vengono spiati, svillaneggiati, trattati con sufficienza, e invece di reagire come dovrebbero – mostrando di avere un minimo di orgoglio – si umiliano ulteriormente, arrivando a violare leggi internazionali e protocolli diplomatici per eseguire gli ordini di Washington. Mi riferisco al caso del presidente boliviano Evo Morales, dirottato a Vienna, dopo che Italia, Spagna, Francia e Portogallo hanno negato l’autorizzazione al sorvolo, sulla base del sospetto che trasportasse il dissidente Edward Snowden. Si tratta di un caso enorme, prontamente relegato in penultima pagina dai giornali di sistema. I latino-americani evidentemente hanno la schiena più dritta di noi, dato che hanno convocato i nostri ambasciatori e hanno offerto asilo a Snowden. Il comportamento di Enrico Letta ed Emma Bonino non mi stupisce, a dire il vero, perché conosciamo la biografia di questi signori. Ma noi cittadini non possiamo non provare un senso di vergogna, quando vediamo i nostri rappresentanti politici genuflettersi di fronte ad uno Stato straniero che fa palesemente i propri interessi, a scapito dei nostri. È evidente infatti che gli USA agiscono a beneficio dell’economia nazionale, mentre la nostra classe dirigente è incapace di difendere imprenditori e lavoratori. La ragione ultima di questo riprovevole comportamento non la conosciamo. Possiamo pensare che i nostri politici siano ricattati, dato che lo spionaggio ha proprio questo fine. Oppure sono semplicemente pavidi, impreparati, geneticamente gregari, o pagati. Ma quale che sia la ragione, se agli italiani è rimasto un minimo di dignità, che siano di destra o di sinistra, al prossimo appuntamento elettorale, non dovrebbero dare un solo voto ai rappresentanti di questo governo e alle forze politiche che lo sostengono. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di essere guidate da statisti, non da servi.

Potrebbe entrare più nello specifico, facendo magari qualche esempio, per spiegare in che senso la subalternità geopolitica può risolversi in un danno per l’industria nazionale, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione?
Possiamo per esempio richiamare alla memoria quanto è accaduto negli anni sessanta, se non altro perché paghiamo ancora le conseguenze di quei fatti. Negli anni sessanta c’è il miracolo economico. Non solo cresce l’industria, ma la scienza italiana si dota di strutture all’avanguardia che promettono di mantenerla alla pari con gli altri paesi occidentali. Un esempio è il Nobel attribuito a Giulio Natta che – si badi – ottiene il premio lavorando in Italia e presentando i risultati all’Accademia dei Lincei, mentre gli altri (pochi) premi nobel italiani del dopoguerra sono stati ottenuti lavorando all’estero. Nel triennio 1962-1964 accade però qualcosa che blocca tutti i programmi di ricerca più avanzati e immette l’Italia “sulla via del sottosviluppo”, per usare un’efficace espressione di Toraldo di Francia. Le nostre università diventano solo “di insegnamento” e non più “di ricerca”. Le stesse grandi aziende pubbliche si disimpegnano. Qui, per capire quello che è successo, dobbiamo affiancare alla storia della cultura anche l’analisi geopolitica. L’orientamento luddista dell’intellighenzia comunista è solo una con-causa di quanto accade. Diciamo che il PCI, forse perché influenzato da alcuni suoi intellettuali che fanno ormai un’equazione tra capitalismo e tecnologia, non fa la necessaria opposizione. Tuttavia, non dobbiamo scordare che al potere in Italia, in quegli anni, c’è la DC, con la sponda del PSDI di Saragat. La DC decide a riguardo delle politiche di ricerca e dei finanziamenti alle università e alle aziende pubbliche d’avanguardia. E decide in una situazione di sovranità limitata: l’Italia è soltanto un elemento del quadro geopolitico deciso a Yalta. Ebbene, la ricerca tecno-scientifica italiana riceve in quegli anni quello che Enrico Bellone, ne La scienza negata, definisce “il colpo di maglio”. Nel 1962 muore Enrico Mattei e con lui il progetto di approvvigionamento energetico autonomo dell’Italia. Su questo caso non spenderò troppe parole, perché è piuttosto noto. Non ci sono prove certe che si sia trattato di un omicidio su commissione, ma ben pochi credono all’incidente. Meno noti sono altri fatti. Il 10 agosto del 1963 Saragat lancia un’offensiva mediatica contro il CNEN – l’ente pubblico che gestisce il programma nucleare – che sfocierà nell’arresto del direttore Felice Ippolito, il quale rimarrà in carcere quattro anni, fino a quando non sarà graziato dalla stessa persona che lo aveva rovinato. A concedere la grazia sarà infatti lo stesso Saragat, nel frattempo premiato con la Presidenza della Repubblica. Sempre nel 1964 viene arrestato il chimico Domenico Marotta, direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, che aveva approntato un programma avanzatissimo per l’Italia nel campo della medicina e della farmacologia. E qui alla campagna denigratoria collabora l’Unità. Questa è stata la Caporetto della scienza italiana, dalla quale non ci siamo più ripresi. Qui concorrono gli interessi di grandi gruppi industriali e petroliferi stranieri e la pochezza della nostra classe politica che per interesse, insipienza, irresponabilità, subalternità, o amor di quieto vivere si è prestata a questi giochi. Le accuse si riveleranno infatti ridicole: Marotta verrà assolto e Ippolito – dopo molti anni di carcere – vedrà le accuse ridimensionarsi ad irregolarità amministrative. Ma i programmi di ricerca e i relativi finanziamenti non verranno più riattivati. Per un po’ abbiamo retto alla concorrenza straniera grazie alla svalutazione competitiva. Poi, quando siamo entrati nella zona Euro, è finita la festa. Se l’Italia è ferma da vent’anni in termini di PIL è anche per queste ragioni, delle quali nel talk show non si parla mai. Possiamo dare la colpa agli americani di tutto questo? Sì e no. Sappiamo bene chi ha finanziato la “scissione di Palazzo Barberini”, nel 1947. La fuoriuscita del PSDI di Saragat dal PSI, allora filosovietico, è stata il viatico per l’ingresso dell’Italia nella NATO. Tutto il resto è conseguenza. Ma gli USA fanno semplicemente il proprio mestiere di superpotenza, fanno i propri interessi nazionali o quelli delle proprie oligarchie. È normale che cerchino di stabilire un’egemonia. La colpa del nostro declino va piuttosto ricercata nella mollezza delle nostre classi dirigenti, che hanno rinunciato a difendere la scienza e l’industria nazionale. Non dubito che la situazione fosse difficile. I giocatori in campo non erano partecipanti a un ballo di gala: servizi segreti, mafie, logge coperte, gruppi terroristici di destra e di sinistra, organizzazioni paramilitari e paralegali. Ci sono stati molti morti in Italia. Mi chiedo però se ora dobbiamo andare avanti così e arrivare al default, vittime di una classe politica prigioniera di ricatti incrociati, o se possiamo finalmente scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire, ricostruendo la società sulle fondamenta solide della scienza, della tecnica, dell’industria.”

Da Il socialismo nel XXI secolo. Intervista a Riccardo Campa, a cura di Michele Franceschelli.
[I collegamenti inseriti sono nostri]

Un futuro da bravi soldatini dello Zio Sam

Non deve però sorprendere il fatto che in Italia ci sia poca comprensione di cosa sia la “Big Science” – di quali siano i suoi presupposti politici e le sue ricadute economiche, dell’importanza che detiene nel far progredire l’organizzazione sociale e nell’elevare la formazione culturale della popolazione, della sua rilevanza per lo sviluppo dei settori strategici – dato il ruolo di “semicolonia” che contraddistingue il nostro paese dalla fine della seconda guerra mondiale, in particolare nei confronti degli Stati Uniti d’America.
Ma quando è nata la “Big Science” e che cosa è?
L’origine della “Big Science” è da rintracciare negli anni immediatamente precedenti e durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo infatti, in particolare negli Stati Uniti ed in Germania – i paesi più progrediti tra le nazioni dell’epoca dal punto di vista scientifico e tecnico ed i più consapevoli dell’importanza che le scoperte avrebbero giocato nella determinazione delle sorti del conflitto – le esigenze di guerra imposero in modo sempre più pressante ai diversi Stati coinvolti di intervenire massicciamente per sostenere la ricerca ed indirizzarla secondo le proprie esigenze belliche;
(…)
Una volta terminato il secondo conflitto mondiale, la classe politica statunitense rifiutò l’idea di abbandonare il sistema della mobilitazione della “Big Science” e bocciò l’ipotesi di tornare al sistema precedente la guerra, rimpianto da alcuni scienziati romantici ed idealisti e definito, in contrapposizione al primo, come “Small Science” (quella fatta su piccola scala, da individui o piccole equipe); il governo americano anzi intensificò la sua azione sui progetti ancora esistenti e la estese ai nuovi settori d’avanguardia ed high-tech facendo quindi della “Big Science” un paradigma della propria strategia di potenza.
All’interno di questo quadro è da leggere l’operazione “Paperclip”, con cui gli Stati Uniti d’America si assicurarono i maggiori scienziati della Germania post-nazista inquadrandoli all’interno dei nuovi progetti di “Big Science” del dopoguerra, non diversamente da quanto avvenne per il “Progetto Manhattan” .
Nel ceto dirigente americano c’era la consapevolezza che il conflitto con l’Unione Sovietica era già cominciato ancor prima che finisse la guerra; per mantenere la supremazia nei settori strategici fondamentali per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della leadership acquisita con la vittoria nel secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti dovevano inevitabilmente non solo perseverare in quell’efficace sistema di produzione tecnica e scientifica che avevano inaugurato a Los Alamos, ma anche ampliarne i campi di intervento: i nuovi settori di sviluppo erano quelli dello spazio, dell’elettronica, della telematica, dell’informatica, dell’energia.
Non è pertanto un caso che il termine “Big Science” sia stato coniato intorno agli anni ’60 da un professore americano, tale Alvin M. Weinberg, per descrivere un sistema in pieno dispiegamento negli Stati Uniti d’America negli anni ’50 e ’60, più che in qualsiasi altra parte del mondo. La “Big Science” era l’intreccio tra il governo americano e le università più prestigiose degli Stati Uniti (come il Massachusetts Institute of Technology, la Stanford University e la University of California) tra gli enormi fondi pubblici e le imprese private, tra le strutture militari e i centri di ricerca, tra i politici e gli scienziati, tra le agenzie di intelligence e i giovani dottorandi, dando vita a progetti miliardari nella ricerca di nuove tecniche e scoperte scientifiche, con enormi ricadute in campo militare e nella vita economica (hard power) e per il prestigio internazionale statunitense (soft power).
Questo sistema “interno” della “Big Science”, si muoveva parallelamente all’azione “esterna”, coordinata dalle agenzie di intelligence, volta all’indebolimento e alla distruzione, con le buone o con le cattive, dei tentativi delle nazioni competitrici che tentavano di sviluppare in autonomia i propri settori strategici, veicolo della sovranità politica.
Questo sistema di “Big Science” ha come prerequisito, nel caso degli Stati Uniti, la ferma volontà politica della classe dirigente americana di mantenere la leadership mondiale e la superiorità economica, militare, scientifica e tecnologica e, per le altre nazioni inseguitrici, presuppone la ferrea volontà delle rispettivi classi dirigenti di avviare un percorso di sviluppo economico e sovranità/potenza politica; essendo ormai dimostrato come il metodo della “Big Science” sia la modalità operativa più efficace per ottenere la potenza militare, quella economica, lo sviluppo e la crescita. E’ un sistema che si è infatti empiricamente rivelato fruttuoso dato che ancor oggi, dopo 60 anni, pur con l’inevitabile presentarsi sull’arena mondiale di nuovi competitori dopo il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti mantengono una posizione di leadership politico-militare e sono costantemente all’avanguardia nei settori di punta e high-tech e primi nella produzione scientifica mondiale. Le de-localizzazioni degli anni ’80 e ’90 non hanno di certo riguardato i settori di alta tecnologia ed il liberismo repubblicano non ha mai messo in discussione i pilastri della “Big Science”. Pur avendo oggi un altissimo debito pubblico (15.000 miliardi di dollari pari a più del 100% del PIL), il governo americano, democratico o repubblicano che sia, continua infatti a fare investimenti di centinaia di miliardi di dollari all’anno nei settori della difesa, dello spazio, dell’energia, delle telecomunicazioni, dell’elettronica, delle nanotecnologie, della robotica e delle biotecnologie, sostenendo la R&S in centinaia di imprese. Le grandi industrie americane che operano nei settori strategici e che sulla carta si presentano come private, sono per lo più tutte indirettamente sostenute dal governo americano; la maggior parte delle tanto decantate “startup” statunitensi – come quelle mitizzate della Silicon Valley  – nascono come gemmazione esterna dei grandi progetti governativi/universitari a sfondo militare; una volta conquistato il monopolio sul mercato, l’aiuto statale può progressivamente venire meno e diventare marginale anche se non terminano di certo i rapporti di mutua collaborazione.
(…)
Questa lezione sull’importanza della “Big Science” non è stata fatta propria dall’ Italia, ma non c’è nulla di cui sorprendersi: nello stato di “semicolonia” in cui ci siamo ritrovati fin dalla fine della seconda guerra mondiale, non è stato possibile realizzare un sistema politico-sociale imperniato sui binari della “Big Science”, a causa della mancanza di volontà politica da parte di una classe dirigente subordinata a Washington. In tutto il dopoguerra, la nascita di industrie di Stato attive nei settori strategici e di punta non solo non è mai stata incoraggiata dal governo italiano, se non apertamente ostacolata e soffocata, – vedi le vicende di Enrico Mattei (energia), Felice Ippolito (nucleare) e Domenico Marotta (chimica) – ma anzi si è cercato di spegnere i tentativi autonomi di sviluppo nei settori high tech da parte dell’imprenditoria privata: rimane esemplare a tal proposito la storia di Adriano Olivetti e della sua omonima industria elettronica.
(…)
Dopo la parentesi berlusconiana, i tecnici di scuola “anglosassone” all’opera con il governo Monti, con la loro visione economicista e liberista della politica, sono la più grande disgrazia che potesse toccare all’Italia: sanno tutto di “spread” e di “deficit”, ma non hanno mai sentito parlare di cosa sia la “Big Science”, di settori strategici e ad alta tecnologia, delle interconnessioni dello sviluppo economico con la potenza militare e la sovranità politica, di terza e quarta rivoluzione industriale; o forse lo sanno e stanno semplicemente mentendo ed agendo per conto terzi per dare il “colpo del ko” all’Italia.

Da L’Italia al palo nell’era della “Big Science”, di Michele Franceschelli.

Cavie umane

L’America e l’energia nucleare, cronaca di un disastro annunciato.
Esperimenti atomici, incidenti nucleari e fughe radioattive: come il Governo USA ha ucciso i suoi stessi cittadini.

Di Harvey Wasserman e Norman Solomon,
con la collaborazione di Robert Alvarez e Eleanor Walters

Edizione italiana a cura di Raffaello Bisso e Andrea Lombardi.
Il libro è edito dall’Associazione Culturale “Italia Storica”.

Cavie umane, nell’originale Killing Our Own (letteralmente, “Uccidendo i nostri”, inteso come i nostri cittadini, i nostri soldati, noi stessi) nasce nel 1982, sotto l’ombra che si allunga a dismisura dell’incidente di Three Mile Island.
Oggi come allora, l’informazione libera da interessi, rispettosa della complessità dei temi legati all’energia, intellettualmente onesta (non “equidistante e indipendente”, perché un autore serio prende sempre posizione) non era e non è abbastanza presente per aiutare il pubblico a trovare il filo delle cose.
L’attualità di Killing Our Own si è purtroppo riproposta puntualmente: mentre ne veniva ultimata la presente edizione le notizie da Fukushima hanno invaso i media ed è apparso evidente ancora una volta come le storie di sofferenze, malgoverno e manovre più o meno occulte che Killing Our Own denuncia non siano esclusiva degli Stati Uniti.
Il lettore purtroppo ritroverà configurazioni familiari: come nella centrale giapponese prima dello Tsunami, superficialità nella manutenzione e nei controlli, procedure non rispettate per risparmiare, ecc.
E dopo il manifestarsi di gravi pericoli per l’uomo e per l’ambiente, soppressione di documenti, intervento selettivo sulla divulgazione di studi e statistiche (a seconda dell’esito, ovviamente), confusione deliberata dei termini del problema a mezzo stampa fino al falso scientifico, tenuto in vita il più possibile, dell’esistenza di un dosaggio sicuro; tutto questo è già in Killing Our Own, che riporta anche di campagne di diffamazione e attacchi alla carriera di ricercatori i cui risultati non erano in sintonia con gli interessi militarindustriali; e secretazione di dati per sottrarli ad analisi statistiche estensive. Scienza che diventa pseudoscienza dietro la sollecitazione di certi poteri.
Precisiamo però che questa edizione è estranea agli allarmismi e ancora più ai complottismi che semplificando l’immagine della scienza e della tecnologia, giocano sulle tracce dell’“analfabetismo” scientifico di cui è variegata la coscienza civile italiana e che, pesando sulla politica quanto sul comune sentire, tanto favoriscono il declino generale del nostro Paese. Tale declino, causato dalle “rappresentazioni deformate della conoscenza”, rischia di trasformarlo sì in “appendice turistica del mondo civile” [1], ma pure abbellita da mostruosi, costosi ventilatori che sprecano i nostri paesaggi più belli senza influire che in percentuale minima sul bilancio energetico reale.
L’Italia rappresenta un caso a parte, in senso negativo purtroppo, perché la possibilità di una indipendenza energetica dell’Italia dall’egemonia dell’industria del petrolio e di una ricerca anche in campo nucleare indipendente dalle manovre della politica venne scongiurata sin dai primi anni del dopoguerra dai casi MatteiIppolito-Marotta [2]. Chi vorrà leggere anche per sommi capi di queste vicende, scoprirà, oltre ad appassionanti trame gialle degli anni del boom, tante risposte ai perché che tutti ci poniamo sulle magagne del nostro Paese.
La ricerca di base e applicata in Italia – come la sua rappresentazione – soffrivano e soffrono ancora di incomprensione nella cultura di massa, ma ancor più degli ostracismi o della lottizzazione da parte della politica. In un Paese la cui preparazione scientifica media è tra le ultime del mondo, emerge la criticità delle fonti di informazione indipendenti da lottizzazione e interessi di parte, dagli interessi ciechi del militare-industriale.
Oggi deve essere chiaro che le scelte energetiche sono scelte tra modelli di società. Il messaggio di Cavie umane è che il cittadino deve pretendere e cercare informazioni e storie di prima mano per esprimere scelte tra alternative possibili articolate, evitando di fermarsi al “sì o no” che ovviamente s’impone quando ci si trova davanti la scheda di un referendum. Il cittadino informato, prima di preferire, deve sapere quanto costi una scelta, a partire dalla sicurezza della risorsa, dalla sua origine mineraria, al trasporto, alla gestione, alle conseguenze a medio e lungo termine della fase estrattiva e dello smaltimento. Alla possibile trasparenza nelle fasi critiche, in cui possono essere invocate criticità militari che deviano le informazioni su binari extrademocratici.
Perciò Cavie umane oggi più che mai può aiutarci a un bilancio e a una presa di distanza, speriamo un superamento, delle costose tare del sentire pubblico italiano. Ripercorrendo utilmente, ad esempio, i trascorsi che hanno portato alla nascita di un movimento di opinione o meglio di presa di coscienza collettiva negli USA già a metà degli anni ‘60, precursore dei movimenti No Nukes degli anni ‘80, che poi hanno attecchito e furoreggiato in Europa – e che in Italia hanno portato, tra l’altro, al referendum del 1987.
In gran parte dell’Occidente, informazioni falsate o semplificate nella mentalità collettiva si polarizzavano tra una fiducia pedissequa e disinteressata e un ritrarsene in base a paure irrazionali, impedendo il formarsi di quella informed citizenship einsteniana – premessa della discussione e della presa di posizione informata e partecipata – che è scopo e argomento di questo libro.
Che viene proposto ora anche nella speranza che un eventuale ritorno dell’Italia al nucleare non sia, come purtroppo si prefigurava di recente, un altro costosissimo passo falso di un Paese in via di sottosviluppo, come amavano dire negli anni ‘70 profeti mai ascoltati.”
(Prefazione all’edizione italiana di Raffaello Bisso)

[1] E. Bellone, Scienza negata – Il caso italiano, Codice Edizioni, Torino, 2005.
[2] Ibid, pp. 12-13. V. anche Gli USA contro la sovranità energetica e scientifica italiana, seconda parte, in “Indipendenza” n. 13, maggio-giugno 2010.

[Sullo stesso argomento si veda Cavie nucleari]